Skip to main content

Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

See other formats


i 


n  3  7^ 


\ 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRIj  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA     CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC,    EC.    EC, 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XVL 


VOL.  XVIII 


IN    VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCXLIII. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


C 


cos 

(jOSTANTlNOPOLI  {Constan- 
tinopolis).  Capitale  dell'impero  ot- 
tomano, ai  confine  dell'  Europa  col- 
l'Asia,  e  già  antica  capitale  della 
Tracia.  Dai  suoi  primi  fondatori 
fu  chiamala  Bisanzio,  o  Bizanzio, 
dai  greci  yénthiiza,  o  città  Jlorida; 
dai  bulgari  Zaregrad,  o  città  rega- 
le; dagli  arabi  Constantanìjc ,  e  piìi 
sovente  Farnik,  o  luogo  che  sepa- 
ra l'Asia  dall'Europa,  dappoiché 
da  Costantinopoli  un  battello  può 
fare  il  tragitto  in  Asia  in  meno  di 
un  quarto  d'ora ,  per  uno  stretto 
canale  che  gli  antichi  chiamarono 
Bosforo,  perchè  un  bue  poteva  tra- 
versarlo a  nuoto.  Questo  stretto  di 
comunicazione  tra  le  due  parti  del 
mondo,  scorre  uno  spazio  di  circa 
diciotto  miglia  tra  il  mar  Nero  , 
ed  il  mare  di  INIarmora.  Costanti- 
nopoli dagli  ottomani ,  con  greco 
vocabolo  corrotto,  viene  chiamata 
Stamhul,  Istambol,  o  meglio  Islani- 
hol,  cioè  luogo  fertile,  o  quasi  api- 


cos 

ce  dell'  Islamismo,  solendo  i  mede- 
simi ottomani  denominarla  con  en- 
fatica espressione  Ummed-dunia,  cioè 
Madre  del  mondo.  S'  innalza  que- 
sta ìiuova  Roma,  non  sopra  sette 
colli,  che  emergono  sul  gran  trian- 
golo curvilineo,  onde  l'area  ne  vie- 
ne descritta  sull'estremo  canto  orien- 
tale della  Tracia,  ma  sopra  diverse 
colline.  I  romani,  in  memoria  dei 
colli,  sui  quali  era  fabbricata  B.o- 
ma,  chiamarono  anche  Costantino- 
poli la  città  dei  sette  colli,  quasi 
per  associarla  alla  potenza  della  ca- 
pitale dell'impero  d'occidente.  Pe- 
rò questa  denominazione  è  meno 
propria,  ed  esatta,  perchè  se  si  ha 
riguardo  alle  colline,  che  propria- 
mente possano  dirsi  tali ,  il  loro 
numero  è  minore  di  sette  ;  se  poi 
si  calcolano  tutte,  sono  in  numero 
masL'iore.  Sembra  la  città  assidersi 
in  soglio  nel  limite  fra  l'oriente,  e 
r  occidente,  per  dominare  le  due 
plaghe.  Le  acque  ne  cingono  i  due 


6  COS 

lati,  mentre  il  solo  terzo  si  attiene 
al  vicino  continente  europeo.  Que- 
sta città,  posta  in  un  sito  centrale, 
sembra  dalla  natura  destinata  ad 
essere  la  metropoli  dell'universo.  Di 
fatto  è  una  specie  di  deposito  delle 
merci  dell'Europa,  e  dell'Asia,  per 
cui  fa  un  commercio  considerabile. 
Fra  i  suoi  diversi  sobborghi ,  pri- 
meggiano Pera,  e  Calata  ;  la  pri- 
ma è  il  quartiere  de'  negozianti,  e 
la  seconda  quello  della  diplomazia 
europea. 

Costantinopoli  propriamente  det- 
ta, non  compresi    i   sobborghi,  oc- 
cupa una  superfìcie  triangolare,  so- 
pra un  promontorio  composto  dalle 
mentovate  colline,  che  si  elevano  a 
forma    di    anfiteatro.    La    base    di 
questo  triangolo,  che  sta   all'  ovest, 
è  determinata  da  una  doppia   mu- 
raglia fiancheggiata  di  torri ,  e  di- 
fesa da  una  fossa  di  circa  venticin- 
que piedi  di  larghezza,  che   separa 
Costantinopoli  dal  restante  del  con- 
tinente.   Le    due    altre    parti    sono 
tracciate  al    sud   dalle    sponde    del 
mare  di  IVIarmora,  ed  al  nord-ovest 
da  un  braccio  del  canale  di  Costan- 
tinopoli, che  penetra  molto   avanti 
nelle  terre,    separando  Costantino- 
poli dai  suoi  principali    sobborghi, 
e  in  fondo  al  quale    si    gettano    il 
Cydaris,  e  la  Barbyssa.   Contempla 
inoltre  Costantinopoli  verso    il  sud 
ovest  il  famoso  varco  dell'Ellespon- 
to, chiamato  ora  de'  Dardanelli  dal- 
le due  fortezze,  che  verso  la  parte 
piti  angusta  dello  stretto  edificò  sul- 
le   due    spiaggie   asiatica    ed    euro- 
pea il   conquistatore    Maometto    II 
nel  secolo  XV,  dette  attualmente  i 
vecchi  Dardanelli,  per    distinguerli 
dagli  altri  due  propugnacoli,  che  nel 
secolo  XVII  Maometto  IV    vi    ag- 
giunse.   Nella    mitologia    è   celebre 
l'Ellesponto  (che    fra    l'arcipelago 


COS 

Egeo,  e  la  Propontide  apre  la  ma- 
ravigliosa  comunicazione  ),  per  avere 
ricevuto  il  nome  dalla   giovine  El- 
le, e  per  lo  tragitto  da  Abida  a  Se- 
sto, del  misero  nuotatore     Leandro 
amante  della   bella  Ero.  La    storia 
poi  ci  rammenta  il  ponte    di  bar- 
che   per    cui    Serse    fece  passare  i 
suoi    eserciti,    e    la  non   men  cele- 
bre irruzione  in  Asia  di  Alessandro 
il  Grande.  Le  mura,  che  difendo- 
no la  città  all'  ovest,    sono   in    ge- 
nerale assai  alte,  e  costrutte  in  mat- 
toni piatti,  ed  in  pietre  di  una  dop- 
pia grossezza,  che  quelle  dei    mat- 
toni. Fabbricate  da    Teodosio    im- 
peratore,   sono  tutt'  ora    assai  bene 
conservate.    Vi    si    contavano   sette 
porte,    ma    sono  state    atterrate  le 
superflue.  La  più  osservabile,  quan- 
tunque la  più  danneggiata,  è  quella 
detta    Top-ca-pusi,  o    porta    sancii 
Romani.    L'  ultimo  imperatore  gre- 
co   Costantino    Paleologo    fu    colà 
ucciso,  e  per  essa    i    turchi    entra- 
rono nella  capitale  dell'oriente.  Una 
doppia  muraglia  pure  fiancheggiata 
di   torri,  si   unisce  alla    precedente, 
e  circonda  Costantinopoli  dalla  par- 
te della  Propontide,  e  del    canale. 
Porta  essa    l'impronto    delle    ripa- 
razioni fattevi  dai  turchi,  e  presen- 
ta   anche    qua    e    là    gli  avanzi   di 
edifizi  greci,  e  romani.  Olfre    sette 
ingressi    dalla    parte    del    mare ,    e 
dieci  da  quella  del  canale.    Questo 
canale  forma  uno  de'  più  belli ,    e 
sicuri  porti  dell'Europa.  L' ingresso 
è  illuminato  da  due  fari,   difeso  da 
forti    e    numerose    batterie ,     sì    di 
mortari  a  bomba,  che  di  cannoni  a 
grosso  calibro,  poste  da  una    parte 
alla  punta  dei   serraglio,  estremità 
del   promontorio    su    cui    s' innalzai 
Costantinopoli,  e  dall'altra  all'arse- 
nale di  Top-hana  sulla  costa  orien- 
tale di  Calata.  Questo  vasto    baci- 


cos 

no,  coperto  da  una  mollitufline  di 
navigli  di  tutte  le  nazioni  (potendo 
le  più  grandi  navi  avvicinarsi  quasi 
sino  alle  abitazioni  ),  continuamen- 
te percorso  dai  caichi,  o  battelli 
turchi  elegantemente  addobbati,  of- 
fre un  quadro  animatissimo,  incor- 
niciato, per  cos^  dire,  da  edifìzi  di 
forme  belle,  e  variate. 

Calata,  Pera,  e  Cassim-pascià  so- 
no i  sobborghi,  che  separano  il  por- 
to dalla  città.  Quello  di  Ayoub  od 
Ejub,  abitato  da  soli  turchi,    tocca 
al  nord  le  muraglie  di  Costantino- 
poli.  Si  osserva  in  questo    il  mau- 
soleo di  Ejub    (  porta    stendardo  e 
discepolo   del    profeta    Maometto  ) , 
erettovi  da  Maometto  II,  come  an- 
cora una  bella  moschea  dello  stesso 
nome,  ove  si  custodiscono    tutte    le 
reliquie  del  profeta,  tranne  lo  sten- 
dardo, o  Sangfaki-cherif,  che  si  con- 
serva   nel    serraglio ,    e    la    sciabla 
con  cui    si    armano    i    sultani  alla 
loro  assunzione  al  trono.    Vi    sono 
pure  in  questo  sobborgo  molti   pa- 
lazzi  delle  principesse,  appartenenti 
alla  famiglia  imperiale.  In  una  ricca 
valle  vicina  si  trova  il  Kiaat-Khauch, 
bel    palazzo    fabbricato    da    Acmet 
111,  sopra    un    modello    esibito    da 
un  ambasciatore    francese.    Il    sob- 
borgo di  Cassim-pascià    contiene  il 
Tersanch    o    grand'  arsenale    della 
marina,  vasti  cantieri  da  costruzio- 
ne, il  palazzo  del  capitano    pascià, 
o  capudan  pascià,  caserme,  alloggi 
per  gli  schiavi   ed  artefici,  ed    una 
moschea.  Questo  ampio  sobborgo  è 
interamente  sottomesso   alla    giuris- 
dizione del  detto   capudan  pascià  o 
ammiraglio,  il  quale  non  rende  con- 
to che  al  gran    signore.    All'est  di 
Cassim-pascià  stanno  Calata,  e   Pe- 
ra. La  prima  era  una  piccola  città 
allorché  i  latini  s'impadronirono  di 
Costantinopoli,  e  fu  donata    ai  ge- 


COS  7 

novesi,  ma  poi  venne  ricuperata  da 
Maometto  li,  siccome  meglio   dire- 
mo. Essa  è  cinta  di  antiche  mura, 
con  dodici  porte,  le  quali  sono  sem- 
pre aperte,  ed  ha  una  cittadella  altis- 
sima,  chiamata  torre  di    Cristo,  la 
quale  fu  eretta  da  Anastasio.    Alla 
moschea  degli  arabi  finisce  la  mu- 
laglia  di  separazione,  che  può  dirsi 
dividere  Calata  in   tre  parti,  e  che 
viene  condotta  dalla  torre  verso  il 
sud-ovest,  e  di  là  fino  alla  dogana. 
Calata    rinchiude    molte    moschee , 
una  fontana  riccamente    ornata  ,  e 
numerose  botteghe  di  mercanzie  di 
tutte    le    nazioni.    Questi    fondachi 
sono  tutti    di  pietra,    per    resistere 
al  fuoco ,  e  piantati  sono  in  distan- 
za gli  uni  dagli  altri,  con    le   sole 
finestre  di  prima  necessità ,    e   con 
porte  foderate  di   lamine    di  ferro. 
Una    catena    tirata    dalla  punta  di 
Calata  alla  punta  del  serraglio  ser- 
viva altre  volte  a  chiudere  il  porto 
di  Costantinopoli.  Eravi  quella  ca-, 
tena  sino    dal    tempo   dell'impera- 
tore Severo,  che  assediò  Bizanzio,  e 
Leone  l' Isaurico  tenne  lontani  con 
essa  i  saraceni,    che    temettero   es- 
sere racchiusi  nel  golfo  dopo  il  loro 
passaggio.  Lo    stesso    conquistatore 
Maometto  II  antepose  di  far  trasci- 
nare per  terra  i  vascelli  armati,  an- 
ziché distruggere  quel  riparo.  L'im- 
peratore  Michele    Paleologo,   dopo 
aver    tolto    Costantinopoli  agli  im- 
peratori francesi,  cedette  Calata  qua- 
si in  feudo    a'  genovesi    con    varie 
condizioni,  ed  i  nuovi  possessori  la 
fortificarono  in  guisa,  che  servi  mi- 
rabilmente a  rintuzzare    gli    assalti 
turchi,  né  uscì  a'  genovesi    di  ma- 
no j    che   sotto    Maometto    II  ,    nel 
giorno  stesso  della  presa  di  Costan- 
tinopoli. Nella  parte  inferiore  dell'  in- 
gresso del  porto,  sta  il  detto  grande 
arsenale  di  Top-hana  (  cioè  canno- 


8  COS 

ne  e  casa),  in  cui  sono    degni    di 
osservazione  i  magazzini  di  artiglie- 
ria, le  caserme  dei  cannonieri,  e  la 
bella  fonderia  di  cannoni,  da  cui  il 
luogo  prese  il  nome;  mentre  appunto 
Tophana  altro  non  vuol    dire    che 
cannone j  e  casa.  Il  quartiere  di  Pera 
si  estende  bellamente  su  di  una  vi- 
cina altura,  ed  ha    quasi    una  lega 
di  lunghezza  :  è  assai    male    lastri- 
cato, e  in  generale  molto  irregolar- 
mente   costrutto.    Gli    ambasciatori 
europei    vi    hanno    la    loro   stallile 
residenza,  in  unione    ai  loro  inter- 
preti, in  edifizii  assai  belli ,   e  flib- 
bricati  in  pietra,  possedendo  ezian- 
dio in  altre  situazioni  deliziosi  luo- 
ghi campestri.  Vi  risiedono  un  ar- 
civescovo in  partibus,  che  ha  il  ti- 
tolo, e  le  prerogative  di  vicario  pa- 
triarcale apostolico,  ed  altro  metro- 
polita pritnaziale  pegli  armeni,  del 
quale  si  parlerà  a  suo  luogo,  e  che 
porta  il  titolo  di  arcivescovo  di  Co- 
stantinopoli.  Sonovi,    come     meglio 
poi  si  dirà,  chiese  cattoliche  latine, 
cattoliche  armene,  altra  piccola  pa- 
rimenti armena  cattolica  nclTinterno 
dell'ospedale,  un'armena  scismatica, 
una  greca  scismatica,  un  monistero 
di    dervisi  dell'  ordine  di   MevlcK'ix, 
ed  un  collegio  di  giovani  destinati  ad 
essere  ammessi  nel    serraglio.    Que- 
sto sobborgo,  che  può  dirsi  un  quar- 
tiere europeo,  nel  quale    le   botte- 
ghe, ed  i   magazzini  sono  addobbati 
e  disposti  come  a  Londra,  e  a  Pa- 
rigi, presenta  il  complesso   di  tutte 
le  nazioni,  comprese  sotto  il   nome 
generico  di  Franchi.    Ed  è    perciò, 
che  vi  si  vedono  tutte  le  foggie  di 
vestimenti ,    e    vi  si  odono    parlare 
quasi    tutte     le     lingue.     Non  v'  ha 
niente    di    più    grato   ,    e    dilette- 
vole   all'  occhio  ,    del    scmicircolo 
formato  dalle  case    di    Galata,    Pe- 
ra, e  Tophana,    il  quale    si  esten- 


cos 

de    dall'alto    delle    colline  sino    al 
mare. 

Anche  Costantinopoli,  propriamen- 
te   detta,    veduta    dalla    parte    del 
mare,  presenta  un  incantevole  aspet- 
to. E  infatti  le  colline  sulle  quali  la 
città  insensibilmente    ed    in    forma 
regolare  s' innalza  a  guisa    di  anfi- 
teatro, le  superbe  moschee  che  co- 
ronano le  sommità  più  elevate  colle 
loro  immense  cupole,    e  circondate 
da  alti  minareti,  i  bagni  magnifici, 
le  case  dipinte  a  varii  colori,  e  ver- 
niciate, con  ispecchi,  su' quali  il  sole 
riverbera  i  suoi  raggi ,  e  con  giar- 
dini deliziosi ,    ove    s' innalzano  ci- 
pressi, mirti,  ed  altri  alberi  sempre 
verdeggianti ,  la  distribuzione    sim- 
metrica  di  tutti  gli  edifizii ,  la  ve- 
duta del  porto  sempre  coperto    da 
legni  d'  ogni  grandezza ,    e  da  mi- 
gliaia di  barche  che  lo  percorrono 
in   tulle  le  direzioni ,    gli  avanzi  di 
antichi  monumenti,  e  finalmente  il 
lontano  prospetto  di  pianure  ricche 
di  superba  vegetazione,  tuttociò  pre- 
senta allo  sguardo  sorpreso  lo  spet- 
tacolo più  bello ,    e    magnifico  che 
possa  immaginarsi,  ed  una  delle  più 
deliziose  prospettive  del  mondo.  L'in- 
cantesimo prodotto  dall'aspetto  es- 
terno di  Costantinopoli,  va  sceman- 
do insensibilmente  avanzandosi  nel- 
r  interno;  e  dopo  avere  ammirato  il 
seducente  esteriore  di  questa  capitale, 
che  pare  dalla  natura  destinata  ad 
essere  la  regina  delle  città,    non  si 
vedono  nell'  entrarvi  che  strade  an- 
guste, irregolari^,  e  lubriche,  ed  as- 
sai   incomode   pei    pedoni ,   e    case 
per  la  maggior    parte   costrutte   in 
legno,  mattoni,  ed  argilla,  ricoperte 
di  una  intonacatura  fittizia.  In  molti 
luoghi  s' incontrano  vasti    spazi  de- 
serti, coperti  qua  e  là  di  rimasugli 
di  edifizi  anneriti    dalle    fiamme,  o 
abitazioni    abbandonate    a    cagione 


cos 

della  peste,  che  non  di  rado    iiifu- 
ria   nella  città. 

Però  a  fianco  di  edifìzi  di  pessi- 
mo gusto,  se  ne  vede  un  buon  nu- 
mero di  quelli  che  meritano  di  es- 
sere ricordati,  e  qualche  magnifico 
palazzo.  Il  principale  di  tutti  è  il 
serraglio,  o  palazzo  imperiale  del 
gran  signoi'c,  che  occupa  il  luogo, 
e  l'area  dell'antico  Bizanzio  al  sud 
est  del  porto,  ed  al  nord  ovest  del 
mare  di  Marmerà ,  sel)bene  posto 
nel  circuito  della  città.  Questo  pa- 
lazzo è  cinto  di  alle  mura  merlate, 
fornite  di  artiglierie,  con  otto  porte, 
dtlle  quali  la  piìi  rinomata  è  Ca- 
bihumaioun  (  la  .sublime  polita),  ti- 
tolo con  che  si  distingue  diploma- 
ticamente il  gabinetto  ottomano. 
E  questo  nome  di  Porta  equivale  a 
quello  di  Corte,  usato  in  occideute. 
Essa  è  però  di  una  costruzione  gros- 
solana, avente  la  forma  di  un  ba- 
stione. A  destra  ed  a  sinistra  di 
questa  porta,  si  espongono  le  leste 
de'  condannati,  e  quelle  di  qualche 
illustre  nemico  ucciso  in  guerra. 
Dà  essa  l' ingresso  ad  un  primo 
cortile,  in  cui  stanno  la  zecca,  il  pa- 
lazzo del  gran  visir,  e  l'antica  chie- 
sa di  s.  Irene  fondata  da  Costanti- 
no Magno,  che  fu  convertita  dai 
turchi  in  un  deposito  di  armi  an- 
tiche. Si  giunge  poscia  per  la  por- 
ta Orlacapusi ,  al  secondo  cortile 
quadrato,  in  cui  sonovi  la  sala  del 
divano,  o  imperiai  consiglio,  le  scu- 
dei  ie  del  sultano  ec.  Nel  fondo  sta 
la  porta  di  felicità  (Babi-saadet  ) 
presso  la  quale  s' innalza  la  colon- 
na assai  bene  conservata  di  Teodo- 
sio il  Grande.  Questa  ultima  por- 
ta conduce  alla  sala  del  trono,  al- 
la biblioteca  del  serraglio,  agli  ap- 
partamenti del  sultano,  all' /m/-e/;i 
o  soggiorno  delle  donne,  al  tesoro, 
ed  a  molli    altii    edilizi,    ne' quali 


COS  9 

regna  una  magnificenza  incredibile, 
sebbene  bizzarra  ed  irregolare.  Il 
restante  del  serraglio,  che  va  sino 
alla  punta  del  promontorio,  si  com- 
pone di  giardini  deliziosi,  male  di- 
stribuiti, decorati  però  di  kioschi , 
ossia  casini  elegantissimi,  dai  quali 
si  gode  di  una  vista  amenissima  sul 
mare,  e  sulle  coste  dell'Asia,  Que- 
sto immenso  fiibbricato  risenti  i 
danni  del  terremoto  dell'anno  1754. 
Da  qualche  tempo  il  sultano  abita 
di  ordinario  un  bel  palazzo  situa- 
to sulla  punta  del  serraglio  in  fac- 
cia a  Scutari.  11  serraglio  fu  edi- 
ficalo da  Maometto  II,  ed  abbelli- 
to in  seguito  sempre  dai  suoi  suc- 
cessori :  può  dirai  un  recinto  di  più 
palazzi,  e  di  appartamenti  uniti  in- 
sieme, secondo  il  capriccio  dei  vari 
sultani,  piuttosto  che  un  solo  pa- 
lazzo. 11  suo  letto,  come  quello  de- 
gli altri  palazzi  del  gransignore  ,  è 
coperto  di  piombo;  il  serraglio  so- 
lo forma  una  piccola  città  ,  e  può 
contenere  sei  mila  abitanti.  Guar- 
dato con  gelosia,  ad  un  fì-anco  è 
vietato  di  visitarlo  interamente,  al- 
meno senza  un  particolar  firmano 
del  ministro  degli  allari  esteri,  ma 
solo  in  parte. 

Nella  direzione  stessa  sta  l' At- 
Majdani,  ossia  piazza  di  Cavallo , 
che  i  greci  chiamarono  Hippodro- 
?nuSj  piazza  che  ha  duecento  cin- 
quanta piedi  di  lunghezza  sopra 
centocinquanta  di  larghezza,  e  la 
cui  bella  moschea  di  Acmet  III  oc- 
cupa uno  dei  lati.  Su  questa  piaz- 
za, come  anticamente,  si  fanno  le 
corse  de'  cavalli ,  si  addestrano  i 
turchi  agli  esercizi  militari  del  d/'e- 
rid,  e  verso  di  essa  si  dirige  la 
mossa  del  sultano  nelle  gran  ceri- 
monie, e  pubbliche  allegrezze.  A 
questa  piazza  At-Majdani  i  gianniz- 
zeri solevano  portare  le  loro  pignat- 


IO  COS 

te,  e  tenere  le  loro  adunanze  sedi- 
ziose quando  volevano  precipitare 
un  ministro,  o  detronizzare  un  sul- 
tano. Di  tutti  gli  antichi  monu- 
menti che  la  decoravano,  più  non  si 
vedono  che  1'  obelisco  egiziano  qua- 
drangolare di  marmo  tebano ,  con 
iscrizioni  geroglifiche,  ed  alto  ses- 
santa piedi  ;  la  colonna  serpentina 
da  moltissimo  tempo  mutilata  ;  ed 
un'  altra  colonna  di  novantaquat- 
tro piedi  di  altezza,  rivestita  di 
bronzo  da  Costantino  Porfirogeni- 
to.  Nel  centro  della  parte  più  po- 
polala di  Costantinopoli,  sta  il  vec- 
chio palazzo  (Eski-Seraj  ),  cinto  da 
un'alta  muraglia  di  circa  un  terzo 
di  lega  di  circonferenza ,  eh'  è  oc- 
cupato dalle  donne  del  decesso  sul- 
tano, che  quivi  dopo  la  sua  morte 
sono  trasportate  dall'  harem.  L'  Ai- 
nalu-cawak-Serai,  o  palazzo  degli 
specchi  costrutto  da  Acmet  III,  in 
vicinanza  al  mare  di  Marmora  un 
poco  all'ovest  dell' Eski-Serai ,  on- 
de porvi  i  begli  specchi  che  gli  re- 
galavano i  veneziani ,  è  degno  di 
essere  osservato  specialmente  per 
la  ratificazione  colà  entro  fatta 
della  cessione  della  Crimea  al- 
l' impero  russo.  In  poca  distanza 
stavano  belle  caserme  pei  gianniz- 
zeri, ma  ora  sono  distrutte  ,  dopo 
la  dissoluzione  di  quel  turbolento 
corpo  di  milizie.  All'angolo  del  sud 
ovest  della  città,  presso  al  mare 
di  Marmora,  evvi  il  castello  detto 
le  sette  torri,  antica  fortezza  eretta 
dagli  imperatori  greci,  e  ristaurata 
da  Maometto  li.  È  composta  di 
sette  torri,  fabbricata  di  pietre  qua- 
drate ,  alle  quali  se  ne  aggiunse 
lui'  ottava.  La  fortezza  delle  sette 
torri  acquistò  trista  fama,  quando 
per  abuso  del  diritto  delle  genti,  il 
turco  dispotismo  usò  di  rinchiuder- 
vi gU  ambasciatori,  e  rappresentanti 


COS 
di  quelle  potenze,  a  cui  la  Porta 
ottomana  dichiarava  la  guerra.  Con- 
siderata come  opera  militare  è  di 
poca  difesa,  e  serve  da  qualche  tem- 
po di  prigione  di  stato.  Tre  di 
queste  torri  ,  rovinate  dal  terre- 
moto del  1768,  non  furono  più 
rifabbricate.  In  questo  castello  si 
scoperse  un  arco  di  trionfo  eretto 
in  onore  di  Teodosio,  e  che  chia- 
mavasi  la  porta  dorata.  Sul  punto 
più  elevato  della  catena  delle  colli- 
ne, il  sultano  Mahmoud  II  fece  co- 
struire una  torre  alta,  dove  veglia 
costantemente  una  guardia  per  da- 
re il  segnale  degli  incendi,  che  si 
manifestano  frequentemente,  essen- 
do di  legno  la  maggior  parte  delle 
case.  Spaventevole  fu  quello  del 
1782.  Anche  il  flagello  terribile 
della  peste,  portatavi  dalle  altre 
parti  dell'impero,  ed  alimentata 
dalla  non  curanza  ,  dal  fanatismo , 
e  dalle  antiche  costumanze,  vi  ca- 
gionò spesso  grandi  strazi.  Si  sof- 
frirono pure  molte  volte  fatali  ter- 
remoti, come  si  è  detto  de'  princi- 
pali. 

All'  angolo  nord  di  Costantinopo- 
li si  vede  il  Takir-Serai,  detto  al- 
tresì palazzo  di  Costantino,  il  quale 
non  offre  più  che  gli  avanzi  della 
sua  antica  costruzione,  e  qualche 
colonna  di  marmo.  Si  osserva  an- 
cora nelle  altre  parti  della  città 
qualche  antico  monumento,  ma  in 
generale  assai  degradato.  Uno  dei 
meglio  conservati  si  è  la  colonna 
di  porfido  di  novanta  piedi  di  al- 
tezza, un  tempo  sormontata  da  una 
statua  di  Apollo,  ma  talmente  ro- 
vinata dal  fuoco,  che  le  fu  dato  il 
nome  di  colonna  abbruciata .  Si 
vede  pure  il  serraglio  degli  animali, 
ch'era  un'antica  chiesa  greca  de- 
dicata a  s.  Foca  .  Costantinopoli 
possiede  quattordici  moschee  impe- 


e  OS 

rlali,  quasi  duecento  moschee  ordi- 
narie, e  più  di  trecento  cappelle 
turche,  o  mesdjid.  Le  prime  s' in- 
nalzano quasi  tutte  isolatamente  in 
mezzo  ad  un  vasto  circondano,  e 
sono  notabili  per  le  loro  cupo- 
le e  minareti,  sui  quali  si  recano  i 
turchi  per  dare  avviso  delle  ore 
destinate  alla  preghiera.  S'innalzano 
i  minareti  quanto  i  nostri  campanili 
ed  hanno  una  cima  appuntala  in 
torma  di  guglia,  con  sopra  delle 
mezze  lune,  e  sei'vono  di  gran  or- 
namento alle  moschee,  e  alla  città 
tutta.  Queste  moschee  l'inchiudono 
diverse  cappelle  sepolcrali,  in  cui 
stanno  le  ceneri  dei  loro  fondatori, 
e  sono  circondate  da  diversi  edilìzi 
consagrati  agli  oggetti  di  pubblica 
utilità,  come  spedali,  collegi,  scuole, 
biblioteche ,  hans  o  alberghi  gra- 
tuiti. Nei  collegi  delle  moschee  im- 
periali si  allevano  sollanto  quei  gio- 
vani destinati  ad  entrare  nel  corpo 
degli  Ulema.  Delle  tredici  bibliote- 
che poi,  che  racchiude  Costantino- 
poli, la  più  importante  è  quella 
del  seiTaglio  ;  mentre  le  altre  non 
contengono  ciascuna  che  circa  due 
mila  manoscritti,  la  maggior  parte 
commenti  dell'Alcorano. 

Le  moschee  ordinarie  furono  e- 
rette  o  dai  visir,  o  dai  pascià,  o  da 
sultane-valide,  e  sono  meno  belle 
delle  prime.  I  turchi  non  lasciano 
entrare  cani  nelle  loro  moschee,  che 
sono  addobbate  a  mei'aviglia,  ed 
ivi  si  trattengono  con  riverenza  e 
silenzio.  In  generale  le  moschee 
rassomigliano  più  o  meno  a  quella 
di  s.  Sofìa,  la  più  magnifica  delle 
altre.  Fu  questa  in  origine  un  tem- 
pio greco,  costrutto  sotto  Giu'sti- 
niano  nel  537  da  Antemio  <li  Tral- 
les,  assistito  da  Isidoro  di  Mileto; 
la  sua  forma  è  a  croce  greca,  lun- 
ga duecento  settanta  piedi,  e  larga 


COS  II 

duecento  quaranta:  due  vestiboli  le 
stanno  dinanzi,  e  vi    si    entra    per 
nove  porte  di  bronzo.  La  sua  cu- 
pola principale  è  degna  di  osserva- 
zione, per  la  sua  forma  assai  piat- 
ta, come  la  superba  galleria  che  la 
circonda  composta    di    sessantasette 
colonne,  otto  delle  quali  sono  di  por- 
fido, provenienti  dal  tempio  del  sole 
in  Roma,  e  sei  di  diaspro  verde,  tolte 
dal  tempio  di    Diana    in  Efeso.    Il 
pavimento  in  mosaico  di  porfido  e 
verde    antico,    è    tutto    coperto    di 
ricchi  tappeti.    I    quattro    minareti 
annessi  a  questa  moschea,  sono  da 
essa  staccati,  e  notabili  per  la  loro 
leggerezza.  Dopo  s.  Sofìa  si  nomina 
la  moschea  di   Acmed  III,    la    sola 
dell'  impero  che  sia    ornata    di    sei 
minareti  ;  quindi  la  Solimania,  quel- 
le   del    sultano   Selim  ec.  ]Molte    di 
queste   moschee  sono  antiche  chiese 
greche,  oppure  decorate  dalle  spoglie 
di  antichissimi  monumenti.  In  Costan- 
tinopoli    si     contano    pure    ventitre 
chiese  greche    scismatiche,   ma  poco 
considerabili,    sei     cattoliche    latine, 
diverse    armene  scismatiche,    cinque 
conventi   cattolici,  e  diverse  sinago- 
ghe. 

Sonovi  in  Costantinopoli  tante 
fontane  quante  sono  le  strade,  e 
tutte,  benché  di  una  semplice  co- 
struzione, non  mancano  di  eleganza, 
e  vengono  provvedute  di  acqua  da 
bellissimi  acquedotti  costrutti  dagli 
imperatori  romani,  fra  i  quali  si 
distingue  quello  fatto  da  Valente, 
che  è  un  superbo  monumento  di 
antichità.  Tra  tutte  le  vecchie  cister- 
ne meritano  di  essere  ricordate  quelle 
di  Costantino,  e  di  Filossena,  le  cui 
volte  sono  sostenute  da  belle  co- 
lonne, e  la  seconda  ne  ha  duecento 
dodici  di  bel  marmo.  I  pubblici 
bagni  in  numero  di  centotrenta 
sono  di  architettura  uniforme,  e  tutti 


i2  cos 

sormontali  da  piccole  cupole  dalle 
quali  pigliano  la  luce.  La  necessità 
di  somministrare  a  tutti  i  quartieri 
la  quantità  di  acqua  di  cui  abbiso- 
gnano i  turchi  pei  loro  bagni,  e 
per  le  frequenti  loro  abluzioni,  gli 
resero  molto  industri  nella  costru- 
zione dei  pozzi,  e  delle  macchine 
idrauliche.  Sonovi  molti  hans,  al- 
berghi, bazari,  e  bezesteins,  costrutti 
in  pietra  e  mattoni.  Il  gran  bazar, 
eretto  da  Maometto  II  nel  1462  è 
il  più  importante  di  tutti.  Si  osser- 
va che  ciascun  genere  d' industria 
occupa  una  strada,  od  un  quartie- 
re particolare,  oltre  gli  spedali  an- 
nessi alle  moschee  imperiali,  e  che 
sono  la  maggior  parte  destinali  a 
ricevere  i  pazzarelli.  L'industria  ma- 
nifatturiera è  poco  importante,  e  non 
vi  è  alcuna  officina  di  belle  arti. 
Vi  è  però  stabilita  da  qualche  tem- 
po una  tipografia,  che  vi  fa  im- 
portanti progressi. 

La  popolazione  di  una  città  co- 
me Costantinopoli  non  può  essere 
determinata  che  approssimativamen- 
te. Secondo  i  calcoli  piìi  esatti  la  po- 
polazione della  sola  città  può  cal- 
colarsi cinquecentomila  anime.  Se  a 
questo  numero  si  aggiunge,  come 
si  fa  ordinàriamente,  la  popolazione 
de'  sobborghi  di  Pera,  Calata,  e 
Scutari  che,  sebbene  in  Asia,  è  vi- 
cina abbastanza  per  essere  conside- 
rata come  una  dipendenza  dalla 
città,  si  avrà  un  totale  di  circa  set- 
te a  ottocento  mila  abitanti,  sebbe- 
ne altri  non  dubitano  affermare  po- 
tersene in  totale  calcolare  novecento 
mila  tra  turchi,  greci,  armeni,  ebrei, 
franchi  ec.  I  greci,  i  quaU  antica- 
mente non  abitavano  che  il  solo 
quartiere  del  Fanar  sul  porto,  si 
sono  quindi  sparsi  in  tutti  gli  altri; 
ma  però  il  Fanar  è  sempre  la  resi- 
denza dello  scismatico  patriarca  gre- 


cos 

co,  di  undici  vescovi  sinodali,  e  del- 
le piìi  nobili  famiglie  di  questa  na- 
zione. Prima  della  rivoluzione  i 
greci,  secondo  gli  ultimi  calcoli,  for- 
mavano la  sesta  parte  della  popo- 
lazione: una  parte  di  essa  si  dedica- 
va al  commercio,  alcuni  studiavano 
la  meditina,  o  le  lingue  sti-aniere, 
per  esercitare  l' impiego  di  drago- 
mani,  ed  un  gran  numero  serviva 
nella  marina,  non  che  aspirava  al- 
l'eminente grado  di  Ospodari  dei 
principati  :  questi  greci  sogliono 
chiamarsi  Fanarioti.  Cli  armeni, 
stando  ai  più  recenti  ragguagli,  in 
numero  di  trentamila,  sono  tutti 
commercianti  ;  gli  ebi'ei  presso  a 
poco  in  egual  numero,  hanno  un 
quartiere  particolare,  e  si  occupano 
in  oggi  di  traffico,  ed  anche  di  me- 
stieri bassi,  in  somma  sono  tutti 
commercianti  ed  artisti. 

I  contorni  di  Costantinopoli  no- 
tabili per  la  bellezza  e  varietà 
dei  loro  siti  pittoreschi,  lo  sono  al- 
tresì pel  gran  numero  de'  cimiteri 
che  vi  si  trovano,  e  che  attesa  la 
quantità  di  alberi  che  rinchiudono, 
rassomigliano  piuttosto  a  dei  parchi. 
Di  fatti,  i  cimiteri  de' turchi  sono 
assai  belli,  per  la  loro  estensione, 
quanto  per  la  magnificenza,  e  pel 
lusso  delle  tombe.  Sono  magnifici 
e  degni  di  osservazione  i  tuWè,  o 
sepolcri  de' sultani.  I  due  campi 
de'  morti,  o  cimiteri,  situati  in  vi- 
cinanza di  Pera,  sono  luoghi  di 
p.T  sseggio,  in  cui  si  gode  una  ve- 
duta incantatrice.  11  mechitarisla  p. 
Cherubino  Aznavor  tradusse  l' o- 
puscolo  di  Ingigi  intitolato:  La 
villeggiatura  dei  Bizantini ,  Ve- 
nezia i83t,  tipografia  di  s.  Laz- 
zaro. Costantinopoli  è  patria  de- 
gl'  imperatori  Onorio,  e  Giuliano 
l'apostata,  ed  altri  imperatori,  di  uo- 
mini grandi,  di  dotti,  guerrieri,  pa- 


cos 

triarchi,  santi,  ec. ,  ed  anche  degli 
imperatori  ottomani  ec.  Il  perime- 
tro di  Costantinopoli  è  di  sei  leghe, 
contandosene  due  per  ciascuno  dei 
tre  lati. 

L'antica  Bisanzio  vuoisi  edificata 
e  denominata  dal  capo  di  una  colo- 
nia di  JMegaresi  chiamato  BÌ7as, 
ammiraglio  di  essi,  che  dopo  avere 
fabbricato  la  città,  oggi  rovinata,  di 
Calcedonia  nel  lido  asiatico,  venne 
a  formare  uno  stabilimento  sulla 
parte  occidentale  del  Bosforo  Tracio. 
Eravi  però,  secondo  Plinio,  in  quel- 
la remota  epoca  un  piccolo  paese,  il 
quale  da  alcuni  chiamasi  Lygos,  che  i 
mileti,  gli  spartani,  e  gli  ateniesi  posse- 
dettero a  vicenda,  secondo  la  varia 
fortuna,  ed  abbiamo  ancora  che 
Pausania  di  Sparta,  dopo  la  sconfit- 
ta di  Serse,  1'  aumentò  e  fortificò. 
Dopo  aver  sofferto  nella  seconda 
irruzione  dei  persiani,  fu  presa  da- 
gli ateniesi.  Sotto  il  dominio  ro- 
mano, Vespasiano  le  tolse  i  suoi 
privilegi,  e  l'um  ad  una  provincia 
con  libero  leggimento  :  egli  fu  il 
primo  che  ira  gl'imperatori  ro- 
mani si  recò  a  Bisanzio.  Nelle 
guerre  civili  seguì  il  partito  di  C. 
Pescenio  Nero,  e  Severo  perciò  la 
distrusse  interamente  disperdendone 
gli   abitanti. 

Sul  luogo  adunque,  la  cui  esten- 
sione, come  dicemmo,  secondo  alcuni, 
è  occupata  dal  serraglio,  l'imperatore 
Costantino  Magno,  dopo  avere  pub- 
blicamente professato  la  religione 
cristiana  e  resa  questa  col  massimo 
zelo  dominante  per  tutto  l' immen- 
so impero  romano  >  determinossi 
dalla  bella  e  deliziosa  situazione  di 
Bisanzio  d  innalzare  la  città  cui 
diede  il  proprio  nome,  ed  in  oltre 
stabilì  che  dovesse  essere  la  sede 
dell'impero.  Costantino,  volendo  for- 
mare  la  capitale  di  esso,  in    luogo 


COS  i3 

da  cui  potesse  accorrerne  meglio  alla 
difesa,  dopo  di  avere  esaminato 
molte  situazioni,  credette  di  dover 
fissarla  fra  l'Europa  e  l'Asia,  ap- 
punto nel  centro  dell'impero  ro- 
mano, e  dei  climi  temperati  del 
suo  continente.  Questa  situazione 
sopra  uno  stretto  che  comunica  ai 
due  mari  del  Ponto  Eussino  e  della 
Propontide,  gli  sembrò,  siccome 
pure  viene  riputata  oggidì,  la  più 
piacevole,  la  più  sana,  e  la  più  van- 
taggiosa, che  vi  fosse  nell^universo. 
Da  questa  pianura  dolcemente  in- 
clinata r  occhio  si  estende  molto 
lungi  nelle  terre  piìi  ridenti,  le  più 
fertili  e  variate  di  due  parti  del  mon- 
do. Da  tre  parti  essa  è  circondata  dal 
mare,  ossia  dai  golfi,  da  un  accesso 
quanto  difficile  al  nemico,  altrettan- 
to favorevole  al  commercio:  e  cer- 
tamente in  nessun  altro  luogo  si 
potevano  trovare  meglio  riuniti,  i 
vantaggi  di  una  sicura  e  facile  sus- 
sistenza. La  città  di  Bisanzio,  come 
abbiamo  veduto,  edificata  su  quel- 
la costa  da  Bizas,  che  alcuni  dico- 
no re  di  Tracia,  era  stata  in  al- 
tii  tempi  assai  ragguardevole.  Ma 
quando  Costantino  pensò  ad  elevar- 
la a  più  alti  destini,  non  era  che 
un  borgo,  il  cui  vescovo  riconosce- 
va quello  di  Eraclea  per  metropo- 
litano. 

Costantino  incominciò  dal  dare 
tre  quarti  di  lega  di  circuito  alla 
sua  nuova  città,  che  successivamen- 
te accrebbe  ed  arricchì  con  tal 
fervore,  che  per  adornarla  spogliò 
le  altre  città  di  ciò  che  avevano  di 
più  prezioso,  profondendovi  quanti 
mai  ornamenti  sapesse  a  lui  sug- 
gerire l'imperiale  magnificenza,  e 
l'idea  di  far  sorgere  una  nuova  Pio- 
ma,  che  l'antica  emulasse  in  grandez- 
za e  splendore.  Ne  intraprese  la  fab- 
brica l'anno    32  6,  e  potè    farne  la 


i4  cos 

solenne  dedicazione  agli  1 1  maggio 
del  33o.  V'innalzò  sette  colli,  e  la 
divise  in  quattordici  rioni,  accioc- 
ché anche  in  questo  somigliasse  a 
Roma.  Gli  edifìzi  interni,  sì  pub- 
blici, che  privati,  furono  innalzati 
quasi  tutti  insieme,  mentre  in  pari 
tempo  travagliavasi  per  le  mura  del- 
la città.  Eranvi  molte  piazze  cir- 
condate da  portici,  e  la  principa- 
le di  esse  portava  il  nome  del  fbn- 
datox-e,  sorgendo  nel  mezzo  la  di 
lui  statua,  sopra  un'enorme  e  ma- 
gnifica colonna  di  porfido,  a  tale 
effetto  trasportala  da  Roma.  Si 
fabbricarono  due  palazzi  degni  del 
padrone  del  mondo,  un  ippodromo, 
o  circo  per  le  corse  a  piedi,  un  an- 
fiteatro, diversi  teatri,  bagni,  acque- 
dotti, e  fontane  in  gran  numero. 
Costantino  contemporaneamente  fe- 
ce fabbricare  vaia  quantità  di  case 
e  palazzi,  che  ripartì  fra  i  senatori, 
patrizi,  e  i  grandi  signori  di  Roma, 
e  di  tutto  l'impero.  Proibì  con  leg- 
ge a  tutti  quelli,  che  possederanno 
terre  nelle  provincie  vicine,  dispor- 
ne con  testamento,  quando  non  a- 
vessero  una  casa  nella  città  di  Co- 
stantinopoli. A  quelli  poi,  che  face- 
vano fabbricare  nella  città,  venne 
accordata  una  certa  misura  di  pa- 
ne per  essi,  e  pei  loro  discendenti 
in  perpetuo  ;  a  tal  effetto  si  rac- 
conta che  ogni  giorno  distribuiva- 
si  un'immensa  quantità  di  grano, 
calcolandosi  ottanta  mila  moggia 
per  giorno. 

In  olti'e  Costantino  vi  costrussc 
un  campidoglio,  un  anfiteatro,  mer- 
cati ed  altri  pubblici  edifìzi,  ad  esem- 
pio di  quelli  dell'  antica  Roma.  Vi 
stabilì  anche  il  senato,  i  magistra- 
li, e  gli  ordini  del  popolo,  e  le 
accordò  i  medesimi  privilegi  della 
medesima  Roma,  per  cui  allora  fu 
nominata  Costantinopoli  la  nuova  Ro- 


COS 

ma.  L'  imperatore  attirò  poscia  in 
questa  città  uomini  illustri  da  tutte 
le  parti  del  mondo,  col  mezzo  di 
grandi  profusioni;  aprì  una  biblioteca 
che  oinò  di  moltissimi  volumi,  e  che 
i  suoi  successori  aumentarono  in 
seguito  sino  al  numero  di  cento- 
mila, tanti  contandosene  quando  fu 
abbruciata  sotto  il  consolato  di 
Basilisco.  Stabilì  accademie,  che  po- 
scia fiorirono  in  rinomanza.  Abbat- 
tuti gli  altari  dei  falsi  numi,  non 
fece  servire  le  loro  statue  che  a  mag- 
giore ornamento  della  città,  la  quale 
quantunque  fosse  già  superba,  e  son- 
tuosa, pure  i  suoi  successori  si  die- 
dero ogni  cura  d'ingrandirla,  ed  ab- 
bellirla maggiormente,  e  renderla 
piti  splendida  e  forte.  Egual  zelo 
ed  impegno  ebbe  Costantino  per 
tuttociò,  che  riguardava  la  religione 
cattolica.  Lo  scopo  principale  ma- 
nifestato dall'  imperatore  nel  fon- 
dare Costantinopoli,  era  di  oppox're 
a  Roma  idolatra,  una  Roma  nuova 
e  tutta  cristiana .  Quindi  furono 
spianati  tutti  i  templi  di  Bisanzio, 
oppure  trasformati  in  altrettante 
chiese.  GÌ'  idoli,  che  non  rimasero 
distrutti,  non  furono  piìi  riguardati 
che  come  monumenti  curiosi  e  pro- 
fani, i  quali  si  esposero  ai  capi  delle 
strade  e  sulle  piazze  pubbliche,  per 
la  decorazione  della  città,  e  per 
trattenimento  dei  passeggieri.  Perciò 
vedevausi  l'Apollo  Pitio,  i  famosi 
tripodi  di  Delfo,  le  muse  di  Elico- 
na, e  ben  presto  non  si  potè  più 
comprendei'e  come  mai  quei  muti 
simulacri  fossero  stali  per  sì  lungo 
tempo  l'oggetto  della  comune  ve- 
nerazione. Ma  le  religiose  intenzio- 
ni di  Costantino  si  manifestarono 
pili  luminosamente  nella  costruzio- 
ne delle  nuove  chiese,  le  quali  per 
la  loro  magnificenza  infinitamente 
superiore  a  quella  degli  antichi  tem- 


cos 

pli,  annunziavano  la  grandezza  del 
Dio  supremo,  che  \i  era  adorato. 
La  più  ragguardevole  fu  dedicata 
all'eterna  Sapienza,  donde  prese  il 
nome  di  s.  Sofìa,  poi,  come  dicem- 
mo, rifabbricata  dall'  imperatore 
Giustiniano.  La  chiesa,  edificata  pres- 
so il  palazzo  imperiale  in  onore 
dei  dodici  apostoli,  non  giungeva, 
è  vero,  alla  stessa  grandezza,  ma 
non  era  meno  mirabile  per  la  ric- 
chezza, e  pel  buon  gusto  della  de- 
corazione. Dessa  era  in  forma  di 
ci'oce  di  un'altezza  prodigiosa,  in- 
crostata di  marmi  di  più  colori 
dal  pavimento  sino  al  soffitto,  che 
foi'mava  una  volta  tutta  dorata, 
ed  aveva  pure  il  tetto  dorato.  La 
cupola  era  cii'condata  da  una  balau- 
strata talmente  sfolgorante  d'  oro, 
che  gli  occhi  abbagliati  non  po- 
tevano fissarsi  in  quel  ricco  edifi- 
zio,  allorché  veniva  illuminato  dal 
sole.  Il  corpo  del  tempio  sorgeva 
in  mezzo  ad  un  vasto  cortile,  cir- 
condato da  quattro  gallerie  ove  e- 
rano  sale  pubbliche,  ed  appartamen- 
ti distinti  pei  diversi  membri  del 
clero,  e  per  tutti  i  suoi  ufficiali.  Co- 
stantino destinò  questa  chiesa  alla 
sua  sepoltura,  e  vi  fece  preparare 
la  sua  tomba  in  mezzo  ad  altre 
dodici  fatte  in  memoria  degli  apo- 
stoli ,  sei  per  parte ,  al  che  si 
determinò  egli  per  una  fede  viva, 
e  nella  ferma  persuasione  del  van- 
taggio, che  dopo  morte  ne  risulte- 
rebbe all'anima  sua,  come  si  legge 
in  Eusebio,  Vit.    III.  49. 

Oltre  le  chiese  s'incontravano  in 
ogni  luogo  molti  monumenti  pii 
sulle  fontane,  all'ingresso  de'pub- 
blici  edifizi,  in  mezzo  alle  piazze. 
Là  vedevasi  l'immagine  del  buon 
pastore,  qua  Daniele  in  mezzo  ai 
boni,  da  ogni  parte  infine  le  figure 
t  gli    emblemi    più     ragguardevoli 


COS  iì; 

delle  sante  Scritture.  Sul  vestibolo 
del  gran  palazzo,  l'imperatore  era 
r.ippresentato  con  la  sua  famiglia, 
colla  croce  sul  capo,  e  con  un  enor- 
me dragone  sotto  i  piedi,  simbolo 
del  paganesimo,  il  quale  era  trafit- 
to da  un  dardo  in  mezzo  al  ventre, 
e  veniva  precipitato  nel  mare.  Nell'in- 
terno era  stata  eretta  nel  muro  di 
facciata  una  gran  croce  di  pietre 
preziose,  incastrate  nell'oro  con  una 
sontuosità  ed  arte  mirabile.  Tutto 
infine  respirava  la  vera  religione, 
tutto  ispirava  la  fede  e  la  pietà, 
e  non  vi  fu  mai  sovrano,  il  quale 
mostrasse  più  ardore,  né  maggior 
piacere  per  fare  onorare  la  Chiesa  : 
principe  incomparabile  in  questo 
punto,  e  che  sarebbe  degno  di  en- 
comio senza  alcuna  eccezione,  ove 
non  si  fosse  altresì  ingerito  a  rego- 
larla. 

Nel  secolo  ottavo  le  doppie  mu- 
ra di  Costantinopoli,  che  cingevanla 
dalla  parte  di  terra,  avevano  quasi 
due  leghe  di  giro,  quelle  del  mare 
dalla  parte  della  Proponfide  ne  a- 
vevano  di  più,  e  quelle  che  rin- 
chiudevano la  città  lungo  il  golfo 
ed  il  porto,  un  poco  meno  ;  il  che 
faceva  circa  sei  leghe  di  giro,  oltre 
i  sobborghi,  che  considerar  si  po- 
tevano come  altrettante  città.  Que- 
sti sobborghi  con  tutte  le  case  di 
campagna  a  venti  leghe  da  Costan- 
tinopoli, furono  rinchiusi  dall'im- 
peratore Anastasio,  in  un  prodi- 
gioso recinto  circolare  di  mura  di 
venticinque  piedi  di  grossezza,  che 
si  estendeva  dal  Ponte-Eussino  sino 
alla  Propontide  ,  per  impedire  , 
quantunque  debolmente,  le  scorre- 
rie de' barbari.  La  fortezza  che  di- 
fendeva r  ingresso  del  porto,  e  che 
i  greci  chiamavano  Acropolis,  stava 
nel  primo  quartiere,  nel  luogo  ap- 
punto ove,  secondo  alcuni,  si  trova 


i6  COS 

oggidì  il  serraglio.  Il  tempio  di  santa 
Sofia,  il  palazzo  del  senato,  ed  i 
bagni  di  Zeusippo,  ristabiliti  da 
Giustiniano,  erano  nel  secondo  quar- 
tiere. L'ippodromo,  o  il  gran  cir- 
co, la  chiesa  di  s.  Eufemia,  ed  il 
palazzo  di  Pulcheria,  slavano  nel 
terzo  quartiere.  II  quarto  compren- 
deva la  piazza  imperiale,  cinta  da 
un  doppio  giro  di  gallerie  sostenute 
da  colonnati,  non  che  il  gran  palazzo 
di  Costantino  ec.  Nel  quinto  e  sesto 
si  trovava  la  piazza  di  Teodosio 
col  grande  obelisco  di  Tebe  di  E- 
gitto,  e  quella  di  Costantino,  il 
Grande^  in  mezzo  a  cui  ergevasi 
la  celebre  colonna  di  porfido,  sulla 
quale  stava  la  di  lui  statua  tratta 
da  una  colossale  di  Apollo,  traspor- 
tatavi da  Alene.  La  chiesa  di  Ana- 
stasio, e  ia  colonna  di  Teodosio , 
il  Grande^  erano  nel  settimo  quar- 
tiere, ove  sta  presentemente  la  piaz- 
za delta  il  Bezestan.  L'ottavo  con- 
teneva la  basilica  Teodosiana,  ed 
il  palazzo  del  campidoglio.  Le  ter- 
me di  Anastasio,  ed  il  palazzo  di 
Arcadio  erano  nel  nono.  Si  vede- 
vano nel  decimo  i  bagni  di  Co- 
stantino ,  il  palazzo  di  Eudossia,  ed 
una  chiesa.  Neil' undecime  ergeva- 
si il  tempio  degli  apostoli  (ove  sta- 
vano le  tombe  degl'  imperatori  )  , 
sulle  rovine  del  quale  Maometto 
II  fece  erigere  la  bella  moschea,  che 
porta  il  suo  nome.  La  colonna,  e 
la  statua  di  Arcadio,  che  stavano 
sul  monte  detto  XerolophuSj  e  che 
furono  rovesciate  sotto  il  regno  di 
Leone,  V  Isaurico,  si  vedevano  nel 
dodicesimo  quartiere.  Il  tredicesimo 
mostrava  al  di  là  del  golfo,  ov'  è 
Calata,  un  tempo  la  città  Giustinia- 
nea. In  fine  il  quattordicesimo  quar- 
tiere comprendeva  i  sobborghi.  Que- 
sti XIV  quartieri  erano  i  rioni  nei 
quali  Costantino  avea  diviso  la  città. 


COS 

Costantinopoli  fu  spesso  assedia- 
ta dai  saraceni,  e  da  altri  barba- 
ri, presa  da  Costantino  Copronimo 
l'anno  744j  e  tlai  francesi  e  vene- 
ziani nel  i2o3.  Questi  la  conser- 
varono sotto  cinque  imperatori . 
Alessio  detto  il  tiranno,  avendo 
detronizzato  Isacco  l' Angelo,  nel- 
l'anno I  ig5  era  salito  su  quel  tro- 
no. I  francesi  ed  i  veneziani,  che 
andavano  in  Terra  Santa,  ossia  nel- 
la Palestina,  soccorrendo  Alessio 
figlio  d'Isacco,  pi'esero  Costantino- 
poli dopo  otto  giorni  di  assedio, 
agli  8  luglio  i2o3.  L'aimo  seguen- 
te Alessio  Murzolfo  fece  morire 
r  imperatore,  che  i  crociati  aveva- 
no ristabilito  sul  trono.  Ad  una 
tale  notizia  attaccarono  essi  di  nuo- 
vo la  città,  e  la  ripresero  nel  1204. 
Baldovino,  conte  di  Fiandra,  fu  e- 
letto  imperatore  di  Costantinopoli, 
ed  ebbe  per  successori  Enrico,  Pie- 
tro, Roberto,  e  Baldovino  li.  Miche- 
le Paleologo,  regnando  questo  ulti- 
mo, sorprese  Costantinopoli,  e  se  ne 
impadronì  il  25  luglio  1261.  Non 
erano  passati  appena  duecento  anni, 
che  questa  disgraziata  città  rientrò 
sotto  il  dominio  de'  greci,  e  dive- 
nuta la  sede  del  loro  impero,  fu 
assediata  dal  sultano  de'  turchi  Mao- 
metto II,  sotto  il  regno  di  Costan- 
tino Paleologo,  e  presa  fu  di  assal- 
to il  giorno  29  maggio  dell'  anno 
1453,  dopo  cinquantaqualtro  giorni 
di  un  memorabile  assedio.  Da  que- 
sto punto  Costantinopoli  divenne  la 
sede  del  governo  ottomano,  e  quan- 
tunque non  abbia  conservati  tutti 
i  suoi  antichi  monumenti,  anzi  sia 
dalla  passata  grandezza  molto  de- 
caduta, pure  anche  al  presente, 
singolarmente  per  la  vantaggiosa, 
e  bella  situazione,  può  pretendei'e 
il  dominio  di  una  parte  dell'emis- 
fero.  V.  Turchia  e  Turchi. 


cos 

Cenni  storici  di  Costantinopoli  sede 
dell'impero  romano,  greco  od  o- 
rientale  ed  ottomano,  coi  prin- 
cipali avvenimenti  risguardanti 
tali  imperì. 

§  I.  Impero  orientale  o  greco  da 
Costantino,  il  Grande,  sino  alla, 
sua  distruzione. 


Dopo  aver  parlato  dello  stalo 
antico  e  odierno  di  Costantinopoli, 
delle  sue  bellezze,  della  sua  gran- 
dezza, della  magnificenza  de'  suoi 
edifizii,  della  sua  situazione  quanto 
gradevole  altrettanto  vantaggiosa 
per  comandare  a  tutto  l' universo 
ec.,  passeremo  a  dire  compendiosa- 
mente di  quanto  riguarda  i  suoi 
alti  destini,  come  capitale  dell'im- 
pero romano ,  greco  od  orientale, 
ed  ottomano.  Poi  si  descriverà  l'an- 
tichità  del  suo  vescovato,  la  pree- 
minenza del  suo  patriarcato,  le  sue 
prerogative,  i  cangiamenti  che  so- 
pravvennero nel  vasto  suo  governo 
ecclesiastico,  il  suo  lagrimevole  scis- 
ma colla  Chiesa  romana,  e  lo  sta- 
to in  cui  la  religione  cristiana  vi 
è  presentemente  ridotta,  come  an- 
che parleremo  della  chiesa  armena, 
dei  greci,  e  dei  latini  ivi  dimoran- 
ti. Per  idtimo  riporteremo  breve- 
mente la  storia  de' suoi  concilii,  e 
di  quelli  generali,  tanto  importanti 
nella  storia  ecclesiastica. 

Prima  di  tessere  la  descrizione 
dei  sopraddetti  imperi,  è  indispen- 
sabile accennare  le  cose  principali 
della  Tracia,  a  cui  Costantinopoli 
appartiene,  siccome  situata  su  di 
ima  punta  di  terra  inoltrata  verso 
il  Bosforo  di  Tracia,  e  ciò  faremo 
aftinché  meglio  si  comprendano  i 
relativi  avvenimenti,  eh'  ebbero  le 
più    alte    conseguenze,    essendo    il 

VOI..     XVIII. 


COS  17 

paese  di  Tracia  il  centro  dei  no- 
minati possenti  imperi. 

La  Tracia  ebbe  in  principio  i 
suoi  re,  ma  nella  discendenza  di 
uno  di  essi  chiamato  Terete,  per 
le  discordie,  soggiacque  a  lunghe 
ed  ostinate  guerre^  finché  Coti  pa- 
cificamente regnò .  Tuttavolta  la 
repubblica  di  Atene  invase  molte 
città  del  regno  di  Tracia,  e  Filip- 
po di  Blacedonia  s' impadronì  di 
treiitadue  di  esse,  imprigionando 
il  re  Cersoblette.  Alessandro,  il 
Grande,  figlio  di  Filippo,  sottomi- 
se intei'amente  la  Tracia,  ma  alla 
sua  immatura  morte  Seute,  nipote 
di  Cersoblette,  ricuperò  il  reame. 
IVon  andò  guari,  che  i  galli ,  capi- 
tanati da  Brenno,  si  stabilirono  in 
Tracia,  e  vi  fondarono  un  regno, 
proclamando  per  primo  loro  re 
Conientorio,  ch'ebbe  per  ultimo 
successore  Clièo,  sotto  il  quale  i 
traci  indigeni  si  ribellarono,  fecero 
man  bassa  sui  galli,  e  posero  sul 
trono  un  altro  Seute  discendente 
dal  primo.  I  re  di  Tracia  regna- 
rono sinché  r  imperatore  Vespasia- 
no ridusse  il  paese  in  provincia 
Romana;  i  successivi  imperatori 
abbellirono  la  Tracia,  con  edificar- 
vi  ragguardevoli  città. 

Mentre  l'impero  di  Roma  eia 
air  apice  della  sua  possanza  e  do- 
minazione, Diocleziano,  e  Massimia- 
no Erculeo,  pei  primi,  diedero  l'e- 
sempio della  fatale  partizione  fra 
essi  del  medesimo  impero,  insieme 
ai  due  cesari  Galerio,  e  Costanzo 
Cloro,  al  primo  de' quali  toccò  in 
sorte  la  Tracia,  che  si  riserbò  di- 
venuto imperatore,  dopo  la  rinun- 
zia dei  due  anzidetti  imperatori. 
Morto  Costanzo  Cloro,  il  di  lui  fi- 
glio Costantino  dall'esercito  fu  pro- 
clamato imperatore  ;  ma  si  conten- 
tò del    titolo    di    cesare.    \  isitò    le 

2 


i8 


COS 


Provincie,  che  gli  erano  soggette,  e 
respinse     i  barbari ,     che    volevano 
passare  il  Reno  :  poi  si    avanzò  in 
Itaha,  ed  in  Roma,    coU'ajuto   del 
cielo    vinse  Massimiano  ossia    Mas- 
senzio, ed  in  Milano  diede  sua  so- 
rella in  isposa  a  Licinio  imperato- 
re.  Ambedue    accordarono    ai  loro 
sudditi  la  libertà  di  religione,  per- 
misero ai  cristiani  il  libero   eserci- 
zio del  culto  loro;  ma  Licinio,   ad 
onta  di  tale  accordo,  ricominciò   le 
persecuzioni    contro     i    seguaci    del 
vangelo.   Fu  allora  che  Costantino 
avendogli  dichiarato    la    guerra    lo 
disfece  con  tutto  il  suo  esercito  nel- 
la Pannonia.  Licinio  riparò   in  Tra- 
cia; ma,  dopo  essergli  toccata  altra 
rotta  presso  Filippopoli,  ebbe  la  pa- 
ce colla  condizione  di  deporre  Va- 
lente, che  avea    creato    cesare.     In 
questo  tempo    i    goti    volevano  in- 
vadere    l'impero,    ma     Costantino 
subito  li  respinse.     Poco    dopo  Li- 
cinio si  armò    di    nuovo,    e  presso 
Adrianopoli    fu    vinto    interamente 
da   Costantino,  mentre  il  di    lui  fi- 
glio Crispo  Cesare  ne  disperdeva  la 
ilotta.  Licinio,    vedendosi  al)bando- 
nato    da    buona     parte     delle     sue 
truppe,  non  tenendosi  sicuro  dentro 
le  mura  di  Bisanzio,  passò  nell'Asia 
minore,    e    riti  rossi   in    Calcedonia. 
Inseguito  da  Costantino,  inutilmen- 
te    oppose     resistenza  :   laonde     de- 
posta   la     porpora,    implorò,     colla 
mediazione  di  Costanza  sua  moglie, 
la  rilegazione  in  Tessalonica,    dove, 
dando  opera  Licinio  a  nuove  sedi- 
zioni,    Costantino    fece    strangolare 
questo  suo  ultimo  competitore,  co- 
sicché divenne  solo  imperatore  del- 
l'oriente, e  dell' ocridente. 

Pel  trionfale  ingresso  fatto  in 
Bisanzio,  venne  ili  potere  di  Co- 
stantino tutto  r  impero  romano 
nell'anno  S'ìS.  Quindi  passò  a  pian- 


COS 

tare  le  romane  aquile  nelle  regioni 
transdanubiane,  e  dopo  aver  doma- 
lo que'  barbari,  concepì   1'  ardimen- 
toso disegno  di   costruir  nel  Bosfo- 
ro, ampliando  Bisanzio,  una  splen- 
dida    metropoli,     che    rivaleggiasse 
con  Roma,  e  dal    suo  nome    prese 
quello    di  Costantinopoli.     Né    con^ 
tento  di  aver  cosi  scossa  dalle  fon- 
damenta l'unità  dell'impero  roma- 
no, ne  fece  la  divisione  in    cinque 
parti,  consegnandone  ciascvma  ai  tre 
figliuoli,    Costantino,    Costanzo,    e 
Costante,  ed  ai  due  nipoti  ex  frn- 
tre  Dalmazio,   ed   Annibaliano,     d;i 
lui   pure    creati    cesari,     ed    onuiti 
degli  abiti    imperiali,  e    del     titolo 
di   nobilissimi.   La  morte  però   del- 
l' imperatore,    avvenuta    presso   Ni- 
comedia    a'  11    maggio     dell'anno 
337,  eccitò  una  sedizione  militare, 
della  quale  non  solo  Dalmazio,  cui 
era  toccata  in  sorte  la  Tracia,    ed 
Annibaliano,     ma     tutti    i    princi[)i 
della  famiglia  imperiale,  ed  i  prin- 
cipali   ministri    furono    vittima  .   A 
stento     soli     si     salvarono    i  giova- 
netti Gallo,  e  Giuliano,  figliuoli   di 
Giidio  Costanzo.   Peri   altresì    nella 
prima  fazione    della    guerra     civile 
Costantino    juniore,    e    lasciando  a 
Costante  il    dominio    di    occidente, 
r  impero  orientale,  che  si  estendeva 
nell'Asia,  neir  Africa,  compresa    la 
Tracia,  e  le  contigue  regioni,  si  eb- 
be da  Costanzo. 

Disgraziatamente  Costanzo  fu  il 
principal  fautore  degli  errori  di 
Ario,  e  quando  il  Pontefice  s.  Giu- 
lio I  disapprovò  il  famoso  concilio 
di  Sardica  nell'  llliria,  ed  assolvet- 
te s.  Atanasio  dalle  calunnie  degli 
ariani,  i  vescovi  orientali,  protetti 
da  Costanzo,  si  separarono,  ed  in 
Filippopoli  tennero  un  conciliabo- 
lo, nel  quale  ardirono  di  emanar 
le   censure    ecclesiastiche    contro    il 


cos 

Papa,  e  contro  Osio ,  e  Massimi- 
no,  quali  sostenitori  di  sant'Ana- 
stasio. 

Il  magnifico  porto  di  Costanti- 
nopoli, che  s' incominciò  a  fabbri- 
care da  Costanzo,  fu  compito  sotto 
Giuliano  l'apostata  suo  successore. 
Dopo  di  lui  si  distinse  nella  pietà 
J  imperatore  Gioviano,  ed  i  mali 
della  chiesa,  e  le  vicende  dell'  im- 
pero, avrebbero  avuto  ripai'o  senza 
l'immatura  sua  morte.  Valentinia- 
no  I,  che  gli  successe  nel  364,  i"'n- 
novò  la  malaugurata  divisione,  e 
col  trattato  di  Naissa  cedette  a 
Valente  suo  fratello  la  Tracia  col 
resto  dell'  impero  d'  oriente,  rite- 
nendosi le  parti  occidentali.  Ma 
allorché  Valente  percorreva  l'Asia, 
Procopio  di  Cilicia  assunse  in  Co- 
stantinopoli la  porpora  imperiale, 
facendosi  padrone  della  Tracia ,  e 
della  Bitinia.  Alcuni  avvenimenti 
Io  portarono  in  Frigia  avanti  l'e- 
sercito di  Valente,  ove  per  la  de- 
fezione del  suo  non  potè  far  che 
debole  resistenza,  anzi  due  suoi  in- 
timi uffiziali  lo  condussero  prigione 
a  Valente,  che  fece  decapitare  tutti 
e  tre.  Allora  Valente  scacciò  al  di 
là  del  Danubio  i  goti. 

Intanto  i  feroci  unni,  dopo  aver 
vinto  gli  alani,  e  gli  ostrogoti,  in- 
vasero r  impero  per  dare  la  caccia 
ai  visigoti.  Questi  spedirono  a  Va- 
lente un'ambasceria,  che  aveva  alla 
testa  il  vescovo  Ulfila  per  rifu- 
giarsi nelle  terre  imperiali,  promet- 
tendo fedeltà  e  sudditanza.  Cadde 
r  imperatore  nell'  agguato,  e  ben 
presto  duecento  mila  goti  inonda- 
rono la  Tracia  ed  il  Danubio,  se- 
guiti in  appresso  da  turbe  innu- 
merabili, che  si  aprirono  la  strada 
col  ferro  e  col  fuoco,  e  vinsero  in 
più  incontri  gli  eserciti  romani , 
saccheggiando  liberamente  la  Fran- 


COS  19 

eia.  Fu  allora,  che  Valente  da  An- 
tiochia accorse  alla  sua  metropoli 
di  Costantinopoli^  e  per  la  cattiva 
accoglienza  del  popolo^  che  a  lui 
attribuiva  gì'  infortunii  sofferti,  vol- 
le ripararne  l'onta,  e  senza  aspetta- 
re i  soccorsi  dell'imperatore  di  oc- 
cidente Graziano,  pose  alla  testa 
dell'  esercito  il  conte  Sebastiano,  col 
quale  marciò  sulla  pianura  di  A- 
drianopoli  a  combattere.  Sciagura- 
tamente r  esercito  fa  conquiso  dal 
numero  maggiore  di  quello  de' go- 
ti, e  Valente  ferito  si  rifugiò  con 
piccolo  seguito  dentro  rustico  abi- 
turo, a  cui  avendo  il  nemico  dato 
fuoco,  rimasero  tutti  distrutti  dalle 
fiamme.  Graziano  restò  imperatore 
anco  dell'oriente,  ed  il  concesse 
a  Teodosio  che  associò  all'impero, 
e  subito  per  la  di  lui  prodezza  e 
virtù,  la  Tracia  cangiò  di  aspetto . 
Disfece  i  barbari,  e  indusse  colla 
sua  magnanimità  tutti  a  sommis- 
sione. I  vinti  offrirono  ostaggi,  si 
arruolarono  nell'armata,  e  vollero 
persino  dedicarsi  a  coltivare  le  ter- 
re. Costantinopoli  accolse  in  trionfo 
il  suo  liberatore,  che  con  animo 
clemente  perdonò  anche  a  quelli 
che  avevano  attentato  a' suoi  gior- 
ni, dimenticando  per  le  preci  di 
s.  Flaviano  l' enormi  ingiurie  del 
popolo  d'Antiochia.  Quindi  eseguì 
la  penitenza  impostagli  da  s.  Am- 
brogio per  la  severa  punizione  or- 
dinata dei  sediziosi  cittadini  di  Tes- 
salonica.  L'assassinio  dell'  impera- 
tore Valentiniano  II  in  occidente 
lo  fece  correre  di  nuovo  alle  armi, 
onde  punire  l'usurpatore  Eugenio 
protetto  dal  traditore  Arbogasto,  e 
dopo  una  piena  disfatta  Eugenio 
ed  Arbogasto  perirono  uccisi  nei 
monti   di   Gorizia. 

Sotto  il  medesimo  Teodosio,  che 
si  meritò  il  nome  di  Grande,  firn- 


20  COS 

pero  tornò  ad  ubbidire  ad  un  sol 
capo,  sebbene  poi  egli  rinnovasse 
la  divisione  tra  due  figli  poco  meri- 
tevoli di  regnare,  dando  l' orien- 
te ad  Arcadio,  e  ad  Onorio  l' oc- 
cidente. II  ministro  Ruffino,  gal- 
lo di  nazione,  l' eunuco  Eutropio, 
e  r  ambiziosa  Eudossia,  fiera  per- 
secutrice  del  santo  pastore  Gio. 
Crisostomo,  governarono  col  nome 
di  Arcadio,  il  quale  tuttavolta  fu 
fortunato  nel  reprimere  la  rivolta 
di  Gainas,  uffiziale  goto,  che  dap- 
prima pei  maneggi  di  Stilicone,  mi- 
nistro di  Onorio,  aveva  ucciso  Ruf- 
fino, e  che  era  giunto  ad  aspirare 
al  trono,  ma  ne  pagò  1'  ardimento 
colla  perdita  della  vita.  Dopo  la 
morte  di  Eudossia,  che  fu  pure 
ardente  fautrice  dell'  arianesimo , 
la  Tracia  venne  esposta  alla  de- 
vastazione degli  unni.  Morì  Arca- 
dio  lasciando  il  suo  figlio  Teodo- 
sio II  ,  detto  il  giovane,  perchè 
fanciullo  restò  sotto  la  tutela  d' Is- 
dergerde  re  di  Persia,  che  gli  de- 
putò Antioco  in  tutore.  Il  gio- 
vane principe,  d'  ottima  indole,  si 
perfezionò  pei  virtuosi  consigli  di 
Antemio  prefetto  del  pretorio,  e 
principalmente  pei  preclari  esempii 
della  sua  egregia  sorella  Pulcheria. 
Questa  eroina,  superiore  al  suo  ses- 
so, diede  in  isposa  al  fratello  la  buo- 
na Atenaide,  figlia  d'  un  filosofo  di 
Atene,  cui  si  diede  il  nome  di  Eu- 
dossia. I  barbari  furono  allontanati, 
o  repressi,  e  la  pace  coronò  i  voti 
universali.  Però  nell'anno  44'  §'' 
unni  ricomparvero  piìi  formidabili, 
a  segno  che  Teodosio  11  fu  costretto 
cedere  in  loro  abitazione  una  parte 
della  Pannonia,  e  pagar  adessi  l'an- 
nuo tributo  di  trecento  cinquanta 
libbre  d' oro,  che  poi  dovette  rad- 
doppiare. Ma  divenuto  Attila  re 
degli    unni,    provocato    da    Onoria 


COS 

sorella  di  Valentiniano  III,  che  in 
pena  della  sua  vita  licenziosa  era 
quasi  cattiva  nella  corte  di  Costan- 
tinopoli, sfidò  Teodosio  II  a  batta- 
glia, lo  vinse  due  volte,  obbligando- 
lo a  segnare  un  vergognoso  trattato, 
che  rese  esausto  1' erario  imperiale. 
La  cieca  confidenza,  cui  il  debole 
principe  accordava  all'  eunuco  Cri- 
safio,  fu  cagione  dell'  allontanamen- 
to di  Eudossia,  e  di  Pulcheria^  la 
quale  non  tornò  a  Costantinopoli, 
che  dopo  la  rilegazione  dell'  inde- 
gno cortigiano,  e  potè  così  salvare  da 
ulteriori  disastri  l'impero.  In  fatti, 
dopo  la  prematura  morte  di  Teo- 
dosio li,  associò  Pulcheria  al  talamo, 
e  al  trono,  salvo  peiò  per  patto  e- 
spresso  il  virginal  candore  che  illi- 
bato manteneva  da  dieci  lustri. 
Mentre  1' occidente  deplorava  i  tre- 
mendi guasti  d'Attila  e  di  Gense- 
rico, l'oriente  sotto  Marciano  godè 
sette  anni  di  calma. 

Leone  l,  trace  di  nazione,  suc- 
cesse a  Marciano  1'  anno  45>7  -,  ac- 
clamato dal  popolo  per  opera  del 
patrizio  Aspare,  che  professando  l'a- 
rianesimo non  poteva  ascendere  al 
trono.  Il  nuovo  imperatore,  fornito 
di  belle  doti,  volle  combattere  con 
Genserico  re  de'  vandali,  affidando 
la  flotta  al  suo  cognato  Basilisco, 
il  quale  ingratamente  si  fece  incen- 
diar dal  nemico  le  greche  navi. 
Leone  I  diede  Arianna  sua  primoge- 
nita per  moglie  a  Zenone  d'Isauria 
suo  generale,  lo  che  fece  montare 
in  furore  Aspare,  per  cui  l' impe- 
ratore lo  fece  uccidere,  in  un  al 
di  lui  primogenito-,  dispergendone  la 
intera  famiglia  al  popolo  tanto  af- 
fezionata. Il  rivale  Zenone  fu  padre 
di  Leone  II,  che  dall'  avolo  ereditò 
il  Irono,  nel  quale  però  il  genitore 
volle  e.sseigli  collega  :  anzi  per  la 
morte  di  Leone  II,  Zenone    regnò 


cos 

solo.  ]\Ia  Verina  sua  suocera  lo 
detronizzò,  per  innalzare  il  proprio 
fratello  Basilisco,  vizioso,  ed  inetto 
a  segno,  che  le  sue  estorsioni  fece- 
ro bramare  il  ritorno  di  Zenone 
dall' Isauria,  ove  erasi  ritirato.  Nel 
risalire  però  sul  trono  deturpollo 
co' più  abbominevoli  vizii.  Quindi 
l'imperatrice  Verina  fece  proclama- 
re imperatore  Leonzio  di  Siria,  che 
fu  sostenuto  dal  generale  Ilio  ;  ma 
gli  ajuti  invocati  da  Zenone  di  Teo- 
dorico re  degli  ostrogoti ,  valsero 
a  rassicurare  Zenone  sul  soglio,  ciò 
che  sai'ebbe  tornato  a  suo  danno, 
se  Teodorico  non  fosse  passato  in 
Italia  a  combattei-e  Odoacre,  il  quale 
nell'anno  47^>  distrusse  l'impero 
di  occidente,  dopo  avere  spogliato 
della  porpora  e  dell'  imperio  ]Mo- 
millo  Augustolo,  che  rilegò  nella 
Campagna. 

L' imperatrice  Arianna,  divenuta 
vedova  di  Zenone,  troncò  le  speran- 
ze del  cognato  Longino  di  pessimi 
costumi,  sposandosi  col  sessagenario 
Anastasio,  uno  dei  silenziari  di  pa- 
lazzo, nativo  di  Durazzo,  che  fu 
perciò  salutato  imperatore  dal  se- 
nato, e  dall'  esercito  nel  497-  ^^'^' 
bito  si  occupò  ad  emanare  savie 
leggi,  quando  dovette  frenar  la  ri- 
bellione degl'  isauri  eccitata  da  Lon- 
gino. Dovè  pur  difendersi  Anastasio 
dai  bulgari,  che  nel  cominciare  del 
sesto  secolo  irruppero  nella  Tracia, 
e  dagli  avventurieri  di  Mondone, 
cui  Teodorico,  occupata  la  Panno- 
nia,  aiutava,  non  che  dagli  eruli 
di  Germania.  Con  tutti  si  compose 
accordando  terre  ai  nuovi  ospiti,  e 
procacciando  delle  truppe.  Disgi  azia- 
tamente  Anastasio  favori  Eutiche,  e 
fu  sul  punto  di  essere  perciò  depo- 
sto, il  perchè  meritò  le  censure  del 
Pontefice  s.  Simmaco.  L' imperato- 
re promise  emenda,  ma  non  corri- 


COS  21 

spendendovi  colle  opere ,  il  conte 
Vitaliano  marciò  su  Costantinopoli, 
fece  prigione  Ignazio  nipote  del- 
l' imperatore,  che  poco  dopo  morì, 
restando  esclusa  la  famiglia  dal  tro- 
no, per  l'odio  che  il  popolo  con- 
tro di  questa  avea  conceputo.  Ana- 
stasio II  Papa,  scrivendo  all'impe- 
ratoi'e  Anastasio,  lo  chiamo  Jigliuolo, 
come  prima  di  lui  aveva  fatto  il 
Pontefice  s.  Felice  III  coli'  impera- 
tore Zenone,  intitolando  la  sua  let- 
tera colle  parole:  Gloriosissimo  ac 
serenissimo  Jilio  Zenoni  Augusto, 
Felix  epìscopus  in  Domino  salu- 
tem. 

Il  senato,  nel  5i8,  innalzò  all'im- 
pero Giustino  I,  che  per  merito 
erasi  elevato  dalla  oscura  sua  ori- 
gine alle  primarie  cariche.  Sotto  di 
lui  Costantinopoli  vide  per  la  se- 
conda volta  un  sommo  Pontefice 
nella  persona  di  s.  Giovanni  I,  il 
quale  fu  incontrato  da  tutto  il  po- 
polo per  ben  dodici  miglia  fuori 
della  città  con  cerei  accesi,  e  poi 
dall'imperatore,  che,  prostratosi  sino 
a  terra,  gli  rese  quegli  omaggi  cui 
avrebbe  renduto  allo  stesso  s.  Pietro. 
Nella  cattediale  s.  Giovanni  I  ce- 
lebrò la  gran  messa  in  lingua  la- 
tina, e  col  rito  romano,  essendo  il 
giorno  di  Pasqua,  che  cadde  ai  3o 
marzo  526  ;  in  cui  pure  lo  coro- 
nò imperatore.  Giustino  I  fece  la 
professione  di  fede,  e  ricolmò  il 
Papa  di  doni.  Dipoi  Vitaliano  fu 
fatto  generalissimo  dell'  impero,  e 
console,  ma  per  uno  degli  ordinari 
capricci  della  fortuna,  un  sospetto 
lo  balzò  dalla  sua  grandezza,  otte- 
nendo le  sue  cariche  Giustiniano 
nipote  dell'  imperatore.  Sotto  di 
Giustino  I  la  religione  cattolica  pe- 
netrò in  vari  paesi  caucasei.  Quei 
paesi  divennero  alleati  di  Giustino, 
e  lo  ajutarono  nelle  imprese  contro 


22  COS 

la  Persia,  nella  quale  per  la  prima 
volta  comparve  in  armi  il  giovane 
Belisario.  Nel  627,  salì    sul    trono 
Giustiniano  I,  che  fu  contrassegnato 
dal    battesimo  ,    ed   alleanza   degli 
eruli,  e  degli  unni,  e  dalla  pubbli- 
cazione del  Codice,  delle   Pandette, 
e     delle    Istituzioni ,    costituenti     il 
tanto  celebrato  corpo  del  gius-civi- 
le, che  ha  dato  norma  a  tutte    le 
nazioni    civilizzate.     Giustiniano    I 
terminò  la    guerra   di    Peisia    con 
onorata  pace  procurata  da   Belisa- 
rio, ed  a  (juesto  valoroso  e  potente 
generale  si  affidò  pei  suoi  progetti 
di     conquiste.    Calmò    Belisario    la 
sedizione  eccitatasi  in  Costantinopoli 
dalle  due  fazioni  de'  colori    veneto, 
e  prassino,  tendente  a  riporre    sul 
trono  il  nipote  di  Anastasio,  e  ral- 
fermò  cosi  il    vacillante    potere    di 
Giustiniano   I.  Quindi    veleggiò  in 
Africa,  sterminò  i  vandali,  ed  entrò 
trionfante  in  Costantinopoli,  col  re 
Gelimero,  coi  principi  della  famiglia 
reale,  e  coi  più  ragguardevoli  uffi- 
ziah,  e  magnati  tutti    fatti    da    lui 
prigioni.  Dipoi  si  volse  alla  conquista 
d'Italia,  discacciandone  gli  ostrogoti, 
e  portando  seco  cattivo  il  re  Viti- 
ge.   Queste  conquiste  si  terminaro- 
no colla  nuova  spedizione  del  me- 
desimo Belisario,  compiute  dall'eu- 
nuco Narsete,  dopo    l' ingrato    suo 
richiamo.   Tuttavolta  il    prode    ca- 
pitano, che,  lungi  di  lagnarsi  della 
crudeltà    e  sconoscenza    di    Giusti- 
niano I,    non    rammentava,   che    i 
favori  ricevuti,  fece  un'  ultima  pro- 
va del  suo  valore  contro  i  ribellati 
unni,  e  per  la    debolezza    dell'  im- 
peratore   tornò    ad    essere    vittima 
della    bassa    invidia    degl'    indegni 
emoli  offuscati  dalla  sua  gloria,    e 
terminò  cieco  ed  oscuramente  i  suoi 
preziosi    giorni,    poco    prima    che 
Giustiniano  I  compisse    la  sua  car- 


cos 

riera  vitale.   Fero  fama  nianetj  for- 
tuna perii. 

Nell'anno  565  Giustino  II  Cu- 
ropalata,  o  maestro  di  palazzo,  fu 
sollevato  all'  impero,  essendo  nipo- 
te del  precedente  Augusto  ex  so- 
rore.  Consolidò  egli  la  sua  foi'tuna, 
sposando  Sofia  sua  cugina,  figlia 
della  famosa  imperatrice  Teodora 
vedova  di  Giustiniano  I.  Per  sem- 
phci  sospetti,  Giustino  II  fece  ucci- 
dere un  suo  cugino,  e  tolse  il  co- 
mando d'Italia  a  Narsete,  istituen- 
do r  esarcato  di  Ravenna  che  pel 
primo  venne  dato  a  Longino,  in 
uno  a  que'  ducati,  che  poi  diven- 
nero preda  dei  longobardi.  Fu  ver- 
so l'anno  568,  che  incominciando 
in  Italia  il  regno  de'  longobardi , 
gl'imperatori  d'oriente  furono  co- 
stretti di  govex'nare  Pioma  per  mez- 
zo di  capitani,  e  Ravenna  per  esar- 
chi, i  quali  durarono  cento  e  ottan- 
taquattro anni,  Giustino  II,  avvili- 
to dagli  avversi  successi  di  Persia, 
soggiacque  ad  alienazioni  mentali  , 
per  cui  associò  all'  impero  il  trace 
Tibei'io  II  Costantino,  capitano  del- 
le sue  guardie.  Questi  nel  breve 
suo  impero  domò  i  persiani  col 
braccio  del  generale  Maurizio,  che 
dichiarò  cesai-e,  ed  a  cui  diede  la 
propria  figlia  Costantina  per  isposa, 
preparandogli  così  la  successione  al- 
l'impero.  Nel  582  segnalò  Mauri- 
zio l'avvenimento  al  trono  con  un 
esemplar  tratto  di  pietà  filiale,  fa- 
cendo venire  in  corte  i  viventi  ge- 
nitori, che  onorò  con  pubblici  os- 
sequi. Maurizio  sostenne  in  Italia 
co'  longobardi ,  e  in  Asia  co'  per- 
siani l'onore  dell'impero;  ma  gli 
unni,  detti  Avaria  gli  furono  mo- 
lesti, avendo  preso  di  mira  la  Tra- 
cia, e  trucidato  dodici  mila  prigio- 
ni per  aver  ricusato  l'imperatore 
iMaurizio    di   pagarne    il    tenue  ri- 


cos 

scatto.  Ciò  talmente  indispose  i  po- 
poli contio  l'imperatore,  che,  a- 
vendo  ordinata  uuova  marcia  con- 
tro gli  avari,  i  soldati  si  ammuti- 
narono, e  spedirono  il  centurione 
Foca  a  deporlo.  Questi  per  accla- 
mazione vestì  la  porpora  imperia- 
le, raggiunse  in  Calcedonia  il  fug- 
gitivo Maurizio,  che  dopo  aver  ve- 
duto trucidai-e  cinque  suoi  figli, 
venne  egli  pure  trucidato  col  pro- 
prio fratello  Pietro,  in  uno  ai  prin- 
cipali  grandi  di   sua  corte. 

l^all'anno  602   al   610  l'impera- 
tore Foca  governò  da  tiranno  l'im- 
pero.  I  longobardi  e    gli  avari  col- 
legati  assai    lo    molestarono,    sicco- 
me fecero  i  persiani.  Il  general  Ger- 
mano peri  nella  battaglia,    ed  aven- 
done   perduta   un' altra,  Leonzio  fu 
degradato,  ed  in  catene  venne  li'atto 
per  !e  vie  di   Costantinopoli.   Quindi 
Foca  affidò  gli   eserciti    al    proprio 
fratejlo  Demenziolo    Curopalata ,    il 
quale  trasse   in   inganno    il  general 
WarsetCj  che  dalle   file  imperiali  era 
passato  a  comandare  i  persiani,  ed 
in  onta   de' giuramenti  lo  fece  con- 
durre  a  Costantinopoli,  e  perii'e  nel 
fuoco.   Diede  in  moglie  la  sua  figlia 
Doinenzia  al  patrizio  Prisco  coman- 
dante delle  guardie;  ma   indispetti- 
to dagli  applausi,  che  gli  sposi  otten- 
nero ne'  pubblici  spettacoli,  fece  de- 
capitare  i  deputati,  e   per  le  gi'ida 
del   popolo  a  stento    si    astenne  da 
alili    gravi    eccessi.    La    vedova    di 
INI.iuiizio,  e  le    tre    figlie    perirono 
sotto  vari  pretesti,  e  niun  cittadino 
andava  in   salvo  dall'  ira  sua ,    che 
giunse  all'eccesso,  nel   veder  la  ple- 
be malcontenta  nel  circo,    di  ordi- 
nr,re    che  fosse    trucidata    alla    rin- 
fusa.  Fu  questo  il   segno    della    ri- 
bellione sostenuta  dal  generali;  Era- 
clio ,    che    lo    stesso  Prisco    genero 
dell"  imperatore  avea  chiamato  dal- 


COS  23 

l'Africa.  Adunque  ai  piedi  di  Era- 
clio venne  condotto  in  catene  l'ini- 
quo Foca  da  Foli  no,  che  in  tal  mo- 
do vendicò  l'oltraggio  fatto  al  suo 
talamo,  e  tagliandogli  mani,  e  piedi, 
fu  decapitato,  e  la  testa  venne  su 
d'  una  picca  portata  pei  quattordici 
rioni  di  Costantinopoli,  e  per  ulti- 
mo ne  fu  bruciato  il  cadavere  sulla 
piazza. 

Eraclio  fu    salutato    imperatore, 
mentre  la    decadenza    della    monar- 
chia ogni  giorno    aumenta  vasi;  ciò 
non  pertanto   coll'oro,  e  colle  umi- 
liazioni tenne  in  dovere  gli    avari, 
che  sino  alle  mura  di  Costantinopoli 
portavano  le  loro  audaci  scorrerie  : 
quindi  si   volse  a  reprimere  i  per- 
siani, che  minacciavano  mali  mag- 
giori,  il  re  Cosroe,  benché  diverse 
volte  disfatto,  ricusò   costantemente 
la  pace  :    laonde  in    questa    guerra 
per  la  prima  volta  si   vide    arruo- 
lato tra  gli  eserciti  imperiali  un  cor- 
po ausiliario  di  cavalleria  composto 
di  quarantamila   turchi,   che    allora 
dimoravano  tra  il  monte    Caucaso, 
e  il  mar  Caspio.    La    ribellione  di 
Siroe,  che  fece  morire  d' inedia  il  re 
persiano,  pose  termine  ai  combatti- 
menti,   e   prezzo    della    pace    fu   il 
santo  legno  della  vera    croce  resti- 
tuito con  solenne    pompa    religiosa 
da  Eraclio    stesso    a    Gerusalemme 
nel  dì  i4  settembre,  in  cui  la  Chie- 
sa ne  celebra  ancora  la  rimembranza. 
.Ma  in    seguito  per  le  irruzioni  dei 
saraceni  il  santo  legno  venne  trasfe- 
rito a  Costantinopoli.    II    regno    di 
Persia    restò    poscia    distrutto     dal- 
le orde  de'  mussulmani,  come  l'im- 
pero perde  la    Siria,    la    Mesopota- 
mia^  e  l'Egitto    dai    medesimi    sa- 
raceni occupato.  Oltre  a  ciò   l'ere- 
sia   de'  monoleliti    turbò    la   quiete 
de'  cattolici,  e  per  somma  sventoj-a 
r  imperatore    ne    seguì    gli    errori. 


a4  COS 

Alla  morie  di  Eraclio,  avvenuta  nel 
64' 5  regnarono  Costantino,  ed  E- 
racleona  di  lui  figli,  e  fratelli  con- 
sanguinei. Morì  Costantino,  ed  Era- 
cleona  fu  obbligato  dalle  truppe 
ad  associarsi  all'  impero  il  giovane 
Costante  II,  figlio  del  defouto.  Non 
andò  guari,  che  Eracleona  fu  depo- 
sto, e,  in  un  all'  imperatrice  Blarti- 
na  sua  madre,  deformemente  mu- 
tilato e  bandito. 

Costante  II  fu  vizioso,  ed  inetto. 
I  saraceni  lo    vinsero    in    battaglia 
navale,   e  sotto  il  comando  del  ge- 
neral Moavia  assediarono  Costanti- 
nopoli.    L'  impero     sarebbe     allora 
terminato,  se  non  insorgeva  la  guer- 
ra civile  tra  i  saraceni  per  la  suc- 
cessione al  calidato.   Ucciso  per  ge- 
losia il  suo  fratello  Teodosio,  fuggì 
Costante  l' odio    popolai'e    passando 
in  Italia.   Assediò  Benevento,  ma  sì 
con  vergogna,  che  con  perdita  do- 
vette partirne.  Sì  avviò    alla    volta 
di  Roma,  ove  entrò  a'  5  luglio  del 
GG3,  incontrato  dal  s.  Pontefice  Vi- 
taliano, dal  clero,  e  dal  popolo  con 
solenne  pompa.    Olfrì    Costante   li 
alcuni  doni    alle    basiliche,    ma    in 
pari    tempo    spogliò    Roma    de'su- 
perstili    ornamenti    per    adornarne 
Costantinopoli.     Passò    in  Siracusa, 
ed  ivi  nel   G68   fu  da  Andrea   sof- 
focalo nel  bagno  in    vendetta    del- 
l' ucciso  genitore.  Costantino  suo  fi- 
gho  gli  successe,   ed  ebbe  il   sopran- 
noine di     Pogouato    perchè    imber- 
be, e     punì  colla     morte    l' armeno 
Mezizi,  che  avea  usurpato  il   titolo 
imperiale.  Tornato  a  Costantinopoli, 
per    cinque    mesi    fu    assediato    dai 
saraceni ,    ciocche  rinnovarono     nei 
successivi     anni,     ma     sempre     con 
maggiori  danni   sia  per    le    perdite 
falle,  sia  per  le    tempeste    sofferte, 
che    per    le    tante    navi    incendiate 
dal  famigerato  y»oco-greco,  in  quel- 


COS 

la  occasione  inventato.  Finalmente 
dopo  sette  anni  d'incursioni,  si  con- 
chiuse coi    saraceni  una  tregua    di 
trenta.  Anche  i  bulgari  che  dal  Iato 
boreale  ponevano  sossopra  la  Tra- 
cia, si  contentarono  con  certi  patti. 
Costantino  conferì  il  titolo  di  augusti 
ai  fratelli  Eraclio,  e    Tiberio,    che 
però  ebbero  mozzo  il  naso,  e  vennero 
confinati  in  esilio,  per  averli  il  popolo 
in  una  sedizione  salutati  imperato- 
ri. Nel  685  ascese  il  soglio  Giusti- 
niano   II    figlio     di    Costantino,    e 
ruppe  le  convenzioni  co' bulgari,  e 
co'  saraceni  :  vinse  i  primi,  e  tras- 
portò   in  Asia    un  corpo  di    schia- 
voni  ausiliari,  eh'  eransi  sottomessi. 
Quindi  ebbe  raflbrzata  la  sua  armata 
con  trenta  mila  schiavoni,  per  com- 
battere i  saraceni,   costrignendo  alla 
ritirata  il  loro  generale  Maommed. 
Questi  però  corruppe  coli'  oro  venti 
mila  schiavoni,  che,  abbandonando 
le  insegne  imperiali,    i  saraceni  ri- 
presero la  superiorità,    e    fugarono 
il  nemico.   Giustiniano  II   pieno    di 
sdegno  fece  trucidare  i    dieci    mila 
schiavoni  rimasti  fedeli,  insieme  al- 
le loro  mogli  e  figli:  indi  raddop- 
piò co'  sudditi  le  estorsioni,  avendo 
per    satelliti    Stefano,     e    Teodoro. 
Laonde     i    disgraziati    orientali ,    o 
erano  vessati  dal  tiranno,    o    presi 
prigioni  dai  saraceni,    che  per    su- 
perstizioni   uccidevano    nelle    cam- 
pagne tutti  gli  animali  neri. 

Imperversando  Giustiniano  li,  il 
patrizio  Leonzio  uscito  di  prigione 
provocò  la  rivolta,  fece  mutilare,  ed 
esiliare  l' imperatore  in  Crimea,  e 
condannare  alle  fiamme  i  due  satel- 
liti. Dipoi  la  guarnigione  di  Can- 
dia  acclamò  imperatore  Tiberio  suo 
Drongario,  o  colonnello  detto  yfpsi- 
maro,  si  avviò  a  Costantinopoli  cui 
il  tradimento  aprì  le  porte,  e  fece 
tagliare  orecchie  e  naso  a  Leonzio, 


cos 

indi  lo  confinò  in  un  monistero. 
Ma  V  esule  Giustiniano  II,  che  per 
la  privazione  dei  naso  era  appellato 
Rìnolmeto,  maturava  il  disegno  di 
risalire  il  trono,  e  benché  corresse 
pericolo  di  essere  ucciso  prima  da- 
gli abitanti  di  Cherson,  e  poi  dal 
Cagano  de' turchi  Cazari,  fra' quali 
erasi  rifugiato,  sposandone  la  figlia; 
tuttavia  gli  fu  dato  di  raunare  una 
armata  di  bulgari,  e  schiavoni  in 
mezzo  a'  quali  e  per  un  acquedotto 
entrò  in  Costantinopoli  ove  fece 
decapitar  Tiberio  Apsimaro,  e  Leon- 
zio suoi  competitori.  Allora  con 
ingratitudine  volle  far  guerra  ai 
bulgari,  ma  dovette  con  vergogna 
comprare  la  pace,  Ravenna,  che  avea 
parteggiato  per  Leonzio,  fu  da  lui 
condannata  al  saccheggio  ed  alla 
strage,  senza  risparmiare  l'arcivesco- 
vo cui  furono  abbacinati  gli  occhi  : 
altrettanto  voleva  fare  a  Cherson, 
mentre  l'armeno  Filippo  Bardane 
alla  testa  de'  turchi  Cazari  fu  ac- 
clamato imperatore,  e  riconosciuto 
per  tale  dal  patrizio  Mauro,  che 
comandava  la  flotta.  Nel  7  1 1  entrò 
Filippo  in  Costantinopoli,  e  Giusti- 
niano II,  col  suo  figlio  Tiberio, 
perì  col  supplizio .  Il  nuovo  im- 
peratore visse  nell'inerzia,  e  nella 
dissolutezza,  lasciando  che  i  bulgari 
invadessero  la  Tracia,  e  i  saraceni 
la  Pisidia.  Seguace  del  monoteismo, 
fu  mal  veduto  dai  cattolici,  e  non 
mai  riconosciuto  da  Roma  :  final- 
mente il  primo  scudiere  Rufo  con 
una  mano  di  armati  lo  assalì  nelle 
sue  stanze,  strappandogli  di  fronte 
gli  occhi.  Il  primo  segretario  Ante- 
mio  l'egnò  per  breve  ora  col  nome 
di  Anastasio  II  ;  e  sebbene  si  ado- 
perasse per  reprimere  i  baldanzosi 
saraceni,  e  porre  al  coperto  Co- 
staulinopoli,  fu  dai  soldati  detroniz- 
zato, e  rilegato  a  Tessalonica. 


COS  a^r 

Teodosio  divenne  imperatore  nel 
l'anno  7145  "la  vedendosi  incapa- 
ce di  governare  rinunziò  il  potere, 
che  nel  7  1 6  occupò  Leone,  Isau- 
ricOj  ardito  guerriero,  atto  ad  af- 
frontare i  nemici.  Subito  incendiò 
la  flotta  del  califfo  Solimano  nel 
porto  di  Costantinopoli,  che  voleva 
bloccare,  mentre  il  general  Mazal- 
ma  per  terra  stringeva  la  città  di 
assedio.  Indi  nella  successiva  prima- 
vera gli  riuscì  disperdere  altra  nu- 
merosa flotta  del  califfo  Omar  II, 
per  cui  la  capitale  dell'  impero  re- 
stò libera.  Dopo  di  ciò  si  disfece 
di  certo  Basilio,  che  in  Sicilia  col 
nome  di  Tiberio  aveva  affettato  la 
dignità  imperiale,  e  del  già  impe- 
ratoi'e  Anastasio  II,  che  ajutato 
dai  bulgari  era  uscito  dal  suo  riti- 
ro. Se  Leone  meritò  encomii  per 
le  militari  imprese,  la  sua  memo- 
ria Tenne  esecrata  per  la  fatai 
guerra,  che  mosse  contro  i  vene- 
ratori delle  sagre  immagini  e  il  lo- 
ro culto,  ciocché  gli  sollevò  contro 
tutti  i  cattolici  deli'  impero.  Il  som- 
mo Pontefice  s.  Gregorio  II  ado- 
però ogni  studio  per  convertirlo, 
ma  non  potendo  ottenere  il  di  lui 
ravvedimento,  nell'anno  780  lo 
scomunicò,  ed  assolvè  l' Italia  dal 
giuramento  fattogli,  e  dai  tributi. 
Il  perchè  ribellatasi  l'Italia,  molte 
città  si  eressei'o  in  repubbliche  o 
signorie  private,  altre  si  diedero  ai 
longobardi,  e  il  ducato  di  Roma, 
con  altre  terre,  spontaneamente  si 
sottopose  al  dominio  di  s.  Grego- 
l'io  li:  che  però  sotto  di  lui  ebbe 
principio  ed  origine  il  dominio 
temporale  de' sommi  Pontefici.  An- 
che s.  Gregorio  III  si  adoprò  per 
la  conversione  dell'  iconoclasta  Leo- 
ne, ma  inutilmente,  morendo  que- 
sti  nell'ostinazione. 

Costantino  Copronimo  gli  succes- 


36  COS 

se  nel  74 'j  e  come  figlio  suo  ne 
ereditò  la  fierezza,  per  cui  la  eresia 
degli  iconoclasti,  e  la  persecuzione 
delle  sagre  immagini,  continuò  con 
iniquo  ardore,  mentre  Pipino  re 
di  Francia,  chiamato  in  Italia  nel 
755  da  Papa  Stefano  li  detto  III, 
gli  toglieva  l'esarcato,  e  gli  altri 
italiani  dominii.  Il  successore  fìgliuol 
suo  Leone  IV,  detto  Porfirogemlo , 
nudiì  gli  stessi  perveisi  sentimenti, 
poco  visse,  e  morì  nel  780.  L' im- 
peratjice  Irene  sua  moglie,  e  reg- 
gente dell'impero  educò  il  figlio 
(^ostiuitino  Por/ìrogenito  a  più  sani 
])iincipii.  Questa  donna  intrapi'en- 
«leute,  dominata  dall'ambizione,  im- 
])edi  gli  sponsali  tra  Costantino,  e 
liotruda  primogenita  di  Carlo  Ma- 
gno, nel  quale  il  Papa  s.  Leone 
111  aveva  rinnovato  l' impero  occi- 
dentale neir  800,  temendo  che  la 
sua  autorità  diminuisse.  Divenuto 
Costantino  maggiore,  pervenne  ad 
<  nianciparsi  dalla  madre,  che  per  al- 
tro richiamò  per  l'infelice  riuscita 
di  una  spedizione  contro  i  bulgari, 
«]uindi  per  gelosia  di  stato  fece  cavar 
gli  occhi  a  lutti  i  suoi  zii,  ed  in  mo- 
do atroce  punì  l' insubordinazione 
<li  alcuni  reggimenti  di  Armenia, 
liijcchè  il  rese  odioso  al  popolo. 
Allora  la  disumana  madre  ne  prò 
lino  per  detronizzarlo,  e  privarlo 
della  vista,  essendo  morto  dagli  spa- 
simi di  quella  tormentosa  opera- 
zione. Giunta  Irene  per  così  atroci 
vie  al  colmo  degli  ambiziosi  suoi 
voti,  a  porsi  al  coperto  dall'irrita- 
to popolo,  meditò  coli'  offrire  la  sua 
mano  all'imperatore  Carlo  Magno 
la  liunione  dei  due  imperii.  Men- 
tre ciò  trattavasi,  cioè  nell'So^,  il 
patrizio  INiceforo  Logoteta  la  balzò 
dal  trono,  la  rilegò  a  Lesbo  in  un 
jiionistero,  prendendo  le  redini  del- 
l' impero,  quando  inutilmente  arri- 


cos 

vnrono  in  Costantinopoli  gli  am- 
basciatori di  Callo  JMagno.  L'ar- 
mata d'oriente  sdegnatasi  dei  mali 
tiattamenti  fatti  da  ]\iceforo  ad  Ire- 
ne, si  sollevò  acclamando  il  buon 
generale  Bardane  detto  il  Turco, 
che  sebbene  felicemente  giungesse 
al  Bosforo,  non  volle  acconsentire 
alla  guerra  eivile,  e  si  ritirò  in  un 
monistero,  colla  promessa  che  ivi 
]Nicef(jro  non  lo  avrebbe  molestato  : 
non  passò  molto,  che  lo  fece  ac- 
cecare, ne  confiscò  i  beni ,  e  punì 
i  di  lui  seguaci. 

Niceforo  volle  battersi  co^  sara- 
ceni, ma  dovette  convenire  a  ver- 
gognosi accordi.  Provocò  quindi  i 
bulgari,  ed  internatosi  in  luoghi 
inaccessibili,  trovò  il  passo  chiuso 
dal  re  Crunno,  che  inviluppò  liu 
e  r  esercito.  Il  principe  Stauracio, 
gravemente  ferito,  a  stento  potè  ri- 
condurre a  Costantinopoli  gli  avan- 
zi dell'  esercito  imperiale,  ed  appe- 
na divenuto  imperatore,  volle  orna- 
re colle  insegne  imperiali  la  sua 
moglie  Teofania  di  Atene,  ed  uden- 
do i  voti  del  senato  e  dell'  esercito 
concorrere  in  favore  di  Michele  I, 
Curopalata,  detto  Rangabo,  per 
volontaria  abdicazione  andò  a  termi- 
nare nel  chiostro  i  brevi  suoi  gior- 
ni. INIichele  I  buono  quanto  inetto, 
nell'anno  811,  prese  per  collega  il 
figlio  Teofilatto,  ed  assalito  dai  sa- 
raceni, e  dai  bulgari,  scacciò  i  primi 
a  mezzo  del  generale  Leone  /'  Ar- 
meno, marciò  personalmente  contro 
i  secondi,  e  ricusò  il  cambio  dei 
prigionieri  come  pegno  di  pace. 
Le  sue  truppe  furono  disperse,  per 
cui  Leone  ne  arringò  gli  avanzi, 
ed  alienandoli  dall'imperatore,  ne 
occupò  il  luogo,  e  piombando  sui 
bulgari  riportò  vittoiia,  e  la  bra- 
mata pace.  Per  gelosia  Leone  fece 
evirare  Teofilatto^    come    a    danno 


cos 

dell* unità  cattolica  protesse  l'eresia 
degli  iconoclasti  disprezzatoii  dei 
culto  delle  sagre  immagini.  Miche- 
le II,  detto  ìL  Balbo,  comandante 
delle  sue  guardie,  congiurò  a  danno 
di  Leone,  ma  questi  oidinò  che  si 
mandasse  alle  fiamme.  Era  la  yigi- 
lia  del  Natale  del  Signore,  quando 
veniva  ad  esse  condotto  :  laonde 
per  la  solennità  di  tal  giorno  l'im- 
peratrice Teodosia  ne  fece  sospen- 
dere l'esecuzione:  ma  benché  l'im- 
peratore custodisse  le  chiavi  della 
prigione  ove  venne  rinchiuso,  i  con- 
giurati atterriti  dalle  minacce  di 
denuncia,  colle  quali  Michele  II 
istigavali  a  liberarlo,  travestiti  in 
abito  chiericale,  piombarono  su  Leo- 
ne in  chiesa  al  canto  del  mattuti- 
no, lo  trafissero  con  piìi  colpi,  ed 
evirarono  i  quattro  suoi  figli  per 
vendicare  Teofilatto.  Co' ferri  stessi 
co' quali  era  avvinto  sa  Ti  Michele 
II  sul  trono,  e  subito  dovè  com- 
battere il  competitore  Tommaso, 
che  spacciavasi  per  Costantino  Por- 
firogenito ,  scampato  dalle  insidie 
della  barbara  madre  Irene.  Con 
formidabile  esercito  occupò  le  pro- 
vincie  di  Asia,  e  si  presentò  con 
una  flotta  innanzi  Costantinopoli  ; 
ma  i  bulgari,  accorsi  in  ajuto  del- 
l' imperatore,  ne  accelerarono  la 
disfatta,  ed  avendo  riparato  in 
Adrianopoli,  fu  poi  dalle  stesse  sue 
guardie  consegnato  all'  imperatore, 
che  gli  fece  tagliare  mani  e  piedi 
alla  presenza  dell'esercito,  e  fra  le 
angosce  il  fece  perire. 

Nell'anno  829,  a  Michele  II  suc- 
cesse il  figlio  Teofilo  anch'egli  fa- 
natico iconoclasta,  che  molte  guer- 
re sostenne  co' saraceni,  nelle  quali 
due  volte  avrebbe  perduto  la  vita, 
se  non  lo  salvavano  i  due  va- 
lorosi generali  Teofobo,  e  Manuel- 
Io.  Questi  ebbe  in  premio  di  fug- 


GOS  27 

gire  al  campo  saraceno  per  iiori 
perdere  gli  occhi,  e  rappacificatosi 
coll'imperatore,  adoprò  il  .suo  brac- 
cio a  nuovamente  salvarlo;  e  Teo- 
fobo acclamato  imperatore  dai  per- 
siani al  servizio  greco,  e  senza  sua 
colpa,  benché  .si  desse  a  disposizione 
di  Teofilo  per  bandire  qualunque 
sospetto,  venne  per  suo  ordine  ben- 
ché moribondo,  inumanamente  de- 
capitato; anzi  Teoillo  spirò  tenendo 
fra  le  mani  la  testa  del  suo  rivale. 
La  impeiatrice  Teodora  governò  nel- 
la minorità  di  Michele  III  suo  fi- 
glio, coi  tutori  Teottisto  eunuco, 
Manuello,  ed  il  patrizio  Barda.  Sot- 
to di  essa  le  sagre  immagini  po- 
terono liberamente  venerarsi,  e  ces- 
sò la  discordia,  che  tanto  aveva  a^i- 
tati  gli  animi.  I  bulgari  coiiCerma- 
rono  i  trattati,  ed  allora  furono  ster- 
minati i  manichei-pauliciani  di  Ar- 
menia. Barda,  fratello  dell'impera- 
trice, aspirò  all'impero,  e  talmente 
corruppe  il  giovine  Michele  III,  che 
divenuto  maggiore  di  età  trovossi 
inabile  a  regnare,  e  solo  capace  di 
gozzoviglie,  e  dissolutezze.  L'impe- 
ratrice Teodora  ì\\  chiusa  in  moni- 
stero  colle  due  figlie;  quindi  Barda 
allontanòi  contutori,  bandì  il  patriar- 
ca s.  Ignazio,  cui  surrogò  Fozio, 
ed  ebbe  il  titolo  di  cesare.  Però 
pei  maneggi  di  Basilio  il  Macedo- 
ne, colla  testa  pagò  la  sua  ambizio- 
ne. Basilio  divenne  collega  nell'im- 
pero di  ]Michele  III ,  e  volendo 
frenare  le  di  lui  brutalità,  ne  pro- 
vocò lo  sdegno,  di  cui  sarebbe  sta- 
ta la  vittima,  se  non  avesse  preve- 
nuto il  disegno,  uccidendo  di  pro- 
pria mano  l'imperatore  quando  era 
ubbriaco.  Divenuto  Basilio  regnante 
assoluto,  ristabilito  l'ordine  nel  go- 
verno, richiamò  in  Costantinopoli 
-s.  Ignazio,  raccolse  in  un  sol  cor- 
po le  leggi   inq)eriali,   trasportando- 


28  COS 

le  nel  greco  idioma,  per  cui  dal 
suo  nome  questi  libri  si  dissero  Ba- 
siliche. TullavoUa  l'intruso  Fozio, 
come  dicemmo,  seppe  ricuperare  la 
giiizia  dell'imperatore,  presentandogli 
una  effimera  genealogia,  che  lo  faceva 
discendere  da  Tiridate  re  di  Arme- 
nia, e  n'ebbe  in  premio  la  restituzio- 


cos 

glone,  l'imperatore  gli  fece  tagliare 
una  mano,  e  siccome  non  desistet- 
te dalle  sue  prave  mire,  perì  nelle 
fiamme.  Saraceni  e  bulgari  mole- 
starono r  impero,  quando  nel  984 
comparvero  per  la  prima  volta  due 
nazioni  sconosciute  ad  infestare  la 
Tracia.  I  turchi  forzarono  le  porte 


ne    della    sede    patriarcale  dopo   la     caucasee,  ove  dal  loro  nido  di  Tar- 
uiorle  di  s.  lanazio.   Avea  associato 


Ignazio. 

all'impero  il  primogenito  Costantino 
che  morì  immaturo;  e  Leone  altro 
suo  figlio  per  una  calunnia  di  Fozio 
fii  sul  punto  di  perdere  la  vita,  ma 
dopo  lunga  prigionia,  nell'SSG,  col 
nome  di  Leone  '\\  filosofo,  successe  al 
padre. 

Leone    favorì    le  lettere   da    lui 
coltivate,  e  i  letterati,  condannando 
per  sempie  lo  scandidoso    Fozio  in 
un  monistero.  Di   continuo   fu    alle 
prese  co'saraceni  invasori  de'dominii 
d'Italia,  e  co'bulgari,  che  gli  vende- 
rono a  caro  prezzo   la    pace.  Dalla 
quarta    moglie    nacque   Costantino 
Por/iivgeiiilo,  che  in  tenera  età  suc- 
cesse al  genitore,    il    perchè  lo    zio 
Alessandro,    dichiarato   imperatore 
dal     fratello,    fu  reggente,    e     morì 
da  intemperante.  Costantino  dovet- 
te combattere     un    possente  rivale, 
cioè    Costantino  Duca,  comandante 
dell'armata  in   Paflagonia,  che  osò 
entrare  in  Costantinopoli,  e  perdet- 
te la  vita  all'ingresso  del  palazzo  im- 
periale.   Dipoi  Leone    Foca,  e  Ro- 
mano Lecapene,  generali   dell'impe- 
ratore, si  disputarono  il  di  lui  favo- 
re per  impadronirsi  della  sovranità, 
Leone  morì,    e   Promano  giunse    a 
dare  la  figlia  in  isposa  a  Costanti- 
no, per  cui  venne  associato  all'im- 
pero, e    Zoe    madre  di    Costantino 
dovette  ritirarsi  in  un  monistero. Cer- 
to  Basilio  di  Macedonia  si  finse  es- 
sere Costantino  Duca  redivivo,  e  su- 
scitò non  pochi  torbidi.  Fatto  pri- 


taria  erano  discesi,  e  misero  a  fer- 
ro e  a  fuoco  i  luoghi  percorsi.  Il 
patrizio  Teofane  fu  mandato  contro 
di  loro,  e  riuscì  a  rispingerli  oltre 
il  confine,  e  a  riscattare  i  prigioni. 
I  russi  condotti  dal  re  Inger  co- 
prirono il  mare  di  navigli,  e  mi- 
nacciavano la  stessa  Costantinopoli. 
Teofane  ancor  con  essi  si  coprì  di 
gloria,  mise  in  fiamme  molti  vascel- 
li, disperse  i  soldati,  e  fece  perire 
chiunque  mise  piede  a  terra.  I  tur- 
chi fecero  un  secondo  tentativo,  e  ne 
fu  conseguenza  una  tregua  di  cin- 
que anni. 

L'imperatore  Costantino,  mal  sof- 
fercndo   la    preponderanza    di   Ro- 
mano suo  collega,  fece  entrare  nel- 
le sue  viste  l'ambizioso  Stefano  suo 
cognato,  e  primogenito  di  Romano, 
il    quale    con    riprovevole    audacia, 
fece   assalire  il  padre,  e  racchiuder- 
lo in  monistero,  dividendo  quindi  il 
trono  con   Costantino,  e    col  minor 
suo  fratello  di  nome  pur  Costanti- 
no. Questa  lega  poco  durò,  giacché 
il    Porfirogenito    fece    imprigionare 
i  due  snaturati  figli  di  Romano,  e 
tornò    solo    a    governare,  arte   che 
veramente    non    conosceva,   ad  on- 
ta che  non  mancasse  d'ingegno,  né 
di  amore  alle  scienze.  Quindi  rinun- 
ziò il  comando  all'imperatrice  Ele- 
na, ed  all'eunuco  Basilio  gran  ciam- 
berlano, dichiarando  collega  nell'im- 
pero il  proprio  figlio  Romano:  que- 
sti ad  istigazione  di  Teofanona  sua 
moglie  avvelenò   il    padre  più    per 


cos 

darsi  senza  ritegno  in  preda  ai  \i- 
zii,  che  per  avidità  di  regnar  solo. 
I  generali  di  Romano,  Leone  Foca, 
e  Kiceforo  Foca  nel  breve  suo  im- 
pero sostennero  con  vittoria  le  ar- 
mij  come  il  gran  ciamberlano  Giu- 
seppe ne  sostenne  le  cure,  restando 
alla  di  lui  morte  tutore  de'figli  an- 
cor bambini,  mentre  ISiceforo  dal- 
l'armata fu  elevato  al  trono  impe- 
riale. Sposò  egli  la  vedova  Teofa- 
nona,  la  quale  ciò  fece  per  politica, 
per  cui  dipoi  entrò  nella  congiura 
ordita  dai  generali  Giovanni  Zimi- 
sce,  e  Burtza,  cui  faceva  eco  l'odio 
popolare.  Teofanona  agevolò  l' in- 
gresso nella  stanza  di  JXiceforo  ai 
congiurali ,  che  l'uccisero  allorché 
dormiva.  Zimisce  si  cinse  il  capo 
dell'imperiai  corona  nel  969,  asso- 
ciandosi Basilio,  e  Costantino  figli 
di  Romano  il  Giovine.  JNell'anno  se- 
guente trecento  mila  russi  si  pre- 
sentarono sulle  frontiere  della  Tra- 
cia, e  vi  penetrarono  furiosi,  sino  al- 
le porte  di  Adrianopoli.  Bai-da  Scle- 
ro, cognato  dell'imperatore,  con  po- 
ca truppa  fu  spedito  a  difendere 
la  città:  si  mantenne  sulle  difese, 
tollerò  le  beffe  e  le  provocazioni , 
finché  profittando  della  crapula  cui 
eransi  abbandonati  i  russi,  ne  fece 
tale  strage,  che  pochi  rividero  la  Sci- 
zia,  Ciò  non  pertanto  i  russi  ricom- 
parvero passati  due  anni  con  forze 
formidabili:  ma  Zimisce  li  prevenne 
in  Bulgaria  assediando  Perstalba 
metropoli,  e  facendo  de' russi,  che 
incontrò  per  via,  sanguinosa  carni- 
ficina.  La  città  cadde  in  potere  dei 
greci,  ed  ottomila  russi  che  difen- 
devano il  forte  furono  passati  a  fll 
di  spada.  Barise  re  de'bulgari  fatto 
prigione  fu  liberato  dall'imperatore, 
e  la  capitale  bulgara  assunse  il  no- 
me di  Giovannopoli.  I  russi  lasciaro- 
no libera  la  Bulgaria^  e  divennero 


COS  29 

alleali  de'greci.  Zimisce  ebbe  in  Co- 
stantinopoli gli  onori  del  trionfo  ; 
ma  mentre  voleva  reprimere  le 
ribellioni  d' Asia,  1'  eunuco  Basi- 
lio gran  ciamberlano  lo  fece  peri- 
re di  veleno,  in  vendetta  d'un  mot- 
to dell'  imperatore  sulle  sue  stra- 
bocchevoli ricchezze. 

JN'el  975  continuarono  a  regnare 
Basilio,  e  Costantino  colla  madre 
Teofanona  richiamata  dall'  esilio, 
dove  l'avea  tenuta  Zimisce,  e  l'eu- 
nuco Basilio  si  mantenne  nel  moni- 
stero.  Barda  Sclero,  e  Barda  Foca 
si  ribellai'ono  prendendo  la  porpora 
imperiale,  e  dopo  diversi  azzuffa- 
menti conchiusero  dividersi  le  prò- 
vincie  .  Foca  tradì  il  competitore, 
lo  fece  prigione ,  indi  marciò  in 
Costantinopoli,  però  cadde  morto 
dal  cavallo,  o  di  veleno,  presso  Scu- 
tari.  Sclero  accettò  il  perdono  di 
Basilio,  che  lo  dichiarò  Curopalata. 
Arse  di  nuovo  la  guerra  cogli  ir- 
requieti bulgari  :  il  general  Niceforo 
Urano  li  vinse  in  riva  allo  Sperchio, 
e  l'imperatore  Basilio  li  disfece  inte- 
ramente sull'Assio,  proseguendo  una 
serie  di  tiionfì  e  conquiste,  ed  in- 
viando alle  loro  case  quindici  mila 
prigionieri  dopo  averli  privati  di 
occhi:  uno  solo  ne  lasciò  a  cento, 
perché  servissero  di  guida  a'  com- 
pagni. In  tal  modo  la  Bulgaria  ri- 
mase tutta  sottomessa  a  Basilio,  che, 
volgendo  l' animo  a  domar  i  sara- 
ceni, fu  colto  dalla  morte,  seguendo- 
lo nel  sepolcro  l'inetto  imperatore 
Costantino  suo  fratello,  solo  rino- 
mato per  laidezze.  Egli  designò 
Romano  Argiro  grande  dell'  impe- 
ro a  succedergli  nell'anno  1028  al 
trono ,  pel  quale  sagrificò  le  pri- 
vate e  tenere  affezioni,  ripudiando 
una  degna  moglie  per  isposarsi  a 
Zoe  figlia  di  Costantino.  Teodora 
sorella  dell'imperatrice  cospirò  con 


3o  COS 

certo  Piusiano  contro  Romano;  ma 
sì  la  sua  congiura,  che  quella  di 
Costantino  Diogene,  furono  puni- 
te severamente.  L' imperatore  nella 
campagna  contro  i  saraceni  d'Asia, 
dovette  la  propria  salvezza  alle  sue 
guardie.  L' impudica  Zoe  invaghi- 
tasi d'  un  paflagone  per  nome  Co- 
stantino, che  in  Costantinopoli  e- 
sercitava  il  mestiere  di  cambista, 
colla  taccia  di  monetario  falso, 
concepì  il  nero  disegno  di  perdere 
il  marito,  e  dividere  coli'  adultero 
talamo  e  soglio.  La  perfida  prima 
col  veleno  poi  col  bagno  fece  mo- 
rire Romano,  salendo  l'indegno  Co- 
.stanlino  sul  trono  nell'anno  io34. 
Il  paflagone  dai  rimorsi  perde  il 
sennp,  ma  tutta  volta  ottenne  da 
Zoe  r  adozione  per  figlio  di  Miche- 
le, nato  da  Stefano  Calafato  suo 
fratello,  ed  in  un  chiostro  si  ritirò 
a  piangere  i  suoi  detestabili  falli. 
Zoe  fece  coronare  ÌNIichele  V,  Ca- 
liifatOj,  che  avendo  preso  di  mira  i 
favoriti  dell'  imperatrice  madre,  e 
lei  medesima,  per  gelosia  confinò  in 
monistero  ;  però  fu  punito  da  una 
commozione  popolare,  perde  gli  oc- 
chi, e  confinato  venne  in  monistero. 
Zoe,  e  Teodora  furono  imperatrici 
sovrane  per  tre  mesi,  e  la  prima 
sposò  quindi  l' antico  suo  drudo 
Costantino  Monomaco,  che  Michele 
di  Paflagonia  per  gelosia  avea  esi- 
liato. Costantino  Monomaco  inco- 
minciò a  regnare  nel  io42,  ma  i 
suoi  talenti  subito  si  oscurarono. 
Egli  privò  del  grado  di  generale 
Giorgio  Maniaco,  e  lo  diede  a  R.o- 
mano  Sclero  fratello  di  Sclerena 
sua  favorita,  e  Giorgio  all'  incontro 
si  fece  acclamare  dalle  truppe  ;  ma, 
mentre  riportava  vittoria,  da  una 
ferita  morì.  Leone  Tornicio  parente 
dell'  imperatore  attentando  a  succe- 
derlo, fu  acciecato.  Costantino  dopo 


COS 
la  morte  di  Zoe,  dichiarò  Niccforn 
Brienna  per  successore;  ma  Teodora 
appena  il  seppe,  benché  sessagenaria, 
si  fece  riconoscere,  ed  abilmente  per 
venti  mesi  impugnò  lo  scettro,  sen- 
za che  i  turchi  seliucidi,  i  quali 
guidati  dal  conquistatore  Togrulbeg 
sino  dal  io45  avevano  invase  le 
Provincie  di  Asia,  facessero  ulterio- 
ri progressi.  Il  vecchio  generale  Mi- 
chele Slraziottico  fu  designato  suc- 
cessore della  moriente  Teodora,  e 
contento  egli  del  titolo  imperiale,  e 
del  nome  di  Michele  VI ,  lasciò  il 
governo  in  abbandono  ad  una  mi- 
nisteriale oligarchia.  Teodosio ,  cu- 
gino del  Monomaco,  invano  affac- 
ciò i  suoi  diritti  per  detronizzarlo; 
ma  i  generali  convocati  in  s.  Sofia 
convennero  nella  deposizione  di  Mi- 
chele VI.  Prima  però  vollero  in 
rimpiazzo  eleggere  il  più  degno,  e 
per  rinunzia  di  Catacalone,  che  a- 
veano  prescelto,  il  quale  si  scusò 
per  la  grave  sua  età,  i  voti  si  riu- 
nirono in  favore  d'Isacco  Comne- 
no,  il  quale  con  una  pronta  vitto- 
ria si  aprì  l'adito  al  palazzo  impe- 
riale. 

Isacco  fu  imperatore  nel  loSy, 
e  subito  si  diede  a  ricomporre  l'e- 
difizio  sociale,  infinitamente  guasto 
dalla  piìi  scandalosa  corruttela  di 
tanti  mostri  coronati  :  si  occupò 
persino  del  clero,  si  oppose  con  va- 
lore agli  ungheri,  ed  ai  turchi  patzi- 
naci  ;  ma  allorché  tutti  avevano  con- 
cepito sopra  di  lui  le  più  liete  spe- 
ranze ,  un  fulmine  lo  fece  cadere 
da  cavallo ,  mentre  recavasi  alla 
caccia.  Isacco  ricevette  ciò  come  un 
celeste  avviso,  che  lo  invitasse  a  pe- 
nitenza, e  si  ritirò  fra'  monaci.  Al- 
la privata  grandezza  domestica  dei 
suoi  parenti  preferì  il  pubblico  van- 
taggio, e  in  vece  di  porre  sul  tro- 
no i  congiunti,  vi  elevò  nel     loSg 


cos 

Costantino  Duca,  alla  qunle  elezio- 
ne sì  il  senato,    che    il    popolo  fe- 
cero plauso.   Costantino    era     caldo 
amatore  delle  lettere  ,    e  de'  scien- 
ziati, e  soleva  dire,  che    al    brillar 
del  diadema,  avrebbe  anteposto  l'im- 
mortalità     acquistata     coli' ingegno. 
JVon  deve  però  occultarsi,  che  1'  a- 
varizia  offuscò  le  sue  egregie    doti, 
e  per  mancanza  di    truppe    espose 
r  impero  ad  incursioni.    Di    fatti  i 
turchi  neir  Asia    fecero    non   pochi 
progressi,  e  seicentomila  uzii,  di  ori- 
gine   turcomana,    valicarono  il  Da- 
nubio, inondarono  la  Tracia,   e    se 
la  spada  dei    bulgari    ed  il  conta- 
gio non  li    mieteva ,    l' impero    sa- 
rebbe slato  in  pericolo.  Morì    Co- 
stantino, lasciando    figli    di    tenera 
età  in    cura  di  Eudossia  loro  ma- 
dre, la  quale  siccome  saggia  presto 
si  avvide  di  essere    incapace  a   go- 
vernare,   ed    assalita    in    Asia    dai 
turchi   seliucidi,  inviò  a  combatterli 
Romano    Diogene ,     levandolo     dal 
carcere  ove  trovavasi  per  aver    co- 
spirato al  supremo  potere.  Il  titolo 
d' imperatori    rimase    ai    giovanetti 
Michele  Andronico,    e  Costantino; 
ma    Eudossia    fé'  che    il    patriarca 
Sifilino  l'assolvesse  dal  voto  di   non 
passare  a    seconde    nozze  :    promise 
di  sposar    Barda    suo    nipote,    ma 
diede  in  vece  la  destra  a  Romano. 
Molte  forze  questi   appose    ai    tur- 
chi baldanzosi,  ma  non    ebbe    cor- 
rispondenti   successi  ,    massime    nel 
terzo  sconlro  per  la  defezione    dei 
turcomani,  e  pel  falso  allarme  spar- 
so fra   le   truppe  del  cesare  Giovan- 
ni Duca.   R.omano  restò  prigioniero 
del  sultano   Alp-Arslan,  che  lo  trat- 
tò onorevolmente,  e  lo  rimandò  a 
Costantinopoli  contento  di  un  mo- 
derato riscatto. 

Frattanto  Giovanni  Duca  suscitò 
in  Costantinopoli   la  rivoluzione,  fe- 


COS  3r 

ce   radere  la  chioma  all'  impei'atri- 
ce  Eudossia,  che  in  monistero  pas- 
sò ad  attendere  utilmente  agli  slu- 
di,   e  proclamò  nel    107 1    impera- 
tore Michele  Duca,    detto  Parapi- 
uace.  Romano  Diogene  fu  posto  in 
ceppi    neir  Armenia ,    e    con  tanta 
crudeltà    acciecato,    che   ne    morì. 
Debole  di  carattere ,    Michele  ebbe 
un  regno  periglioso,  dappoiché  pri- 
mieramente ai  turchi  seliucidi   del- 
l' Asia  si  unì  la  ribellione  di    Rus- 
sellio     comandante    un    corpo     di 
fi'anchi,   o  latini,  ausiliario  degl'im- 
periali guidati  da  Isacco  Comneno: 
le  misere  provincia  d'Asia  soggiac- 
quero a  gravi    disastri  ,    ed    Isacco 
dopo  sanguinoso  conflitto  restò  pri- 
gioniere de'  turchi.  Riuscì  a  R^ussel- 
lio  di  far  prigione  Giovanni  Duca; 
ma  poi  ambedue  caddero  in  pote- 
re del  sultano,   il  quale    in  seguito 
permise    che  si    riscattassero.  R^us- 
sellio    di    nuovo  si  ribellò,  per  cui 
Alessio  Comneno  lo  condusse  inca- 
tenato a  Costantinopoli.    Devastan- 
do   le    Provincie    europee    i  turchi 
patzinaci ,   gli  schiavoni   e  i  croati, 
voleva  IMichele    Duca    associare    al- 
l' impero  il  valoroso  generale  ÌNice- 
foro  Erienna  ;   ma    cangiando    con- 
siglio,   lo    spedì    a    combattere   in 
Bulgaria,  dove  tra  lo    strepito    dei 
trionfi,  r  esercito  lo  acclamò  impe- 
ratore.  Contemporaneamente  in  A- 
sia  egual  titolo  avea  assunto   Nice- 
foro  Botoniate:   anzi  avendo  guada- 
gnato  il   sultano  Solimano  fondato- 
re della  dinastia    dei  seliucidi    d'  I- 
conio,    si   fece  anche  strada  ad    un 
partito  in   Costantinopoli,   al  quale 
r  imperatore  JMichele  doveva  cede- 
re, chiudendosi  in  un  chiostro.  11  Bo- 
toniate col  favore  di  Alessio  Comne- 
no vinse  il  competitore  Brienna,  e 
l'altro  JNiceforo  Basilace,  che  in  iMa- 
cedonia  avea  presa   la  porpora  ini- 


32  COS 

penale  ;  laonde  ambedue  perdettero 
gli  occhi,  secondo  l'infame  politica 
di  qua'  tempi.  Il  nuovo  imperatore 
provocò  la  collera  del  normanno 
Roberto  Guiscardo  conte  di  Puglia, 
rimandandogli  la  figlia  Elena,  desti- 
nata sposa  al  deposto  Michele.  Cos\ 
perdette  i  possedimenti  d' Italia  ca- 
duti in  potere  degl'  invasori  nor- 
manni. 

Germano,  e  Borilo,  di  slava  ori- 
gine, ministri  favoriti  del  Botonia- 
te,  ne  affrettarono  la  perdita,  con- 
giurando contro  i  prodi  generali 
Isacco,  ed  Alessio  Conineno,  che  po- 
co mancò  non  perdessero  gli  oc- 
chi, nel  loSi,  se  di  concerto  col 
comandante  Pacaziano  non  depo- 
nevano r  imperatore.  Venne  offerto 
il  trono  ad  Alessio,  intanto  che  il 
cognato  Niceforo  Melisscno  in  Asia 
coir  aiuto  de'  turchi  seliucidi,  dichia- 
ravasi  imperatole:  il  Betoniate  ce- 
dette alle  circostanze,  ed  abdicò  la 
corona  ,  contentando  Alessio  il  co- 
gnato col  titolo  di  cesare:  quindi 
nominò  suo  fratello  Isacco  Sehasto- 
cratore,  dichiarando  questa  nuova 
dignità  superiore  alle  altre.  Alessio 
incominciò  a  regnare  coli'  imporre 
ai  turchi  seliucidi  d' Iconio  giunti 
sino  al  Bosforo,  cacciandoli  al  di 
là  della  Bitinia.  Così  guadagnò  pace, 
e  potè  rivolgersi  contro  Guiscardo, 
che  con  Boemondo  suo  figlio  aveva 
messo  piede  in  Corfìi  ,  ed  assedia- 
va Durazzo.  La  repubblica  veneta 
sola  accorse  in  sostenimento  dell'  im- 
pero orientale,  disperdendo  la  flot- 
ta normanna;  ma  Alessio  fu  scon- 
fitto in  terra,  e  ferito,  né  potè 
disputar  Durazzo  al  Guiscardo.  Tut- 
tavolta  la  discesa  dell"  imperatore  di 
occidente  Enrico  IV  nell'  Italia  me- 
ridionale, fu  un  utile  diversivo  per 
Alessio.  Boemondo  invocò  il  paterno 
aiuto  di  Guiscardo,  che  coU'altro  fi- 


cos 

glio  Ruggiero  si  accostò  all'  TlHrio 
colla  flotta.  Se  due  vittorie  ripor- 
tarono le  flotte  veneto-greca,  in  una 
terza  ottenuta  dal  Guiscardo,  do- 
dicimila prigioni  furono  mutilati , 
ma  nella  quarta  i  normanni  ven- 
nero compiutamente  disfatti  e  al 
doge  di  Venezia  Vitale  Fallerò,  di- 
chiarato Profosebaste,  venne  data, 
nel  io84j  l'investitura  della  Dal- 
mazia, e  della  Croazia.  Quindi  la 
morte  di  Guiscardo,  e  le  discordie 
fra  Ruggiero,  e  Boemondo  per  la 
paterna  successione,  allontanarono 
da  Alessio  ogni  timore. 

L' impero  da  tutti  i  lati  fu  al- 
lora investilo  furiosamente  dai  tur- 
chi :  il  perchè  l'imperatore  si  vide 
costretto  ad  invocare  l' aiuto  dei 
principi  occidentali,  onde  ebbe  ori- 
gine la  prima  crociata.  Però  il  dis- 
ordine ,  con  cui  furono  accompa- 
gnate le  prime  spedizioni  in  massa 
di  Gualtieri  detto  Senz' avere ^  non- 
ché quelle  di  Pietro  1'  Eremita,  di 
Godcscalo,  e  di  altre  turbe  senza 
capi,  nell'imperatore  eccitò  un  se- 
rio allarmo.  Indi  il  principe  fran- 
cese Ugo,  il  Grande,  nel  discen- 
dere all'improvviso  su  Durazzo  col 
duca  di  Normandia,  col  conte  di 
Blois,  ed  altri  signori,  fu  scortato 
a  Costantinopoli,  ed  ivi  ritenuto, 
finché  il  pio  e  celebre  Croffredo  di 
Buglione  non  obbligò  colle  minac- 
ce a  liberarlo.  Queste  ulteriori  ar- 
mate, benché  regolari ,  per  gelosia 
furono  male  accolte  da  Alessio ,  il 
quale  costrinse  Goffredo  ad  impu- 
gnar due  volte  le  armi  contro  i 
greci,  eh'  erano  destinate  a  domare 
i  nemici  del  nome  cristiano,  segua- 
ci di  Maometto ,  e  del  suo  Alco- 
rano. Tuttavolta  venne  promesso 
ai  crociati,  che  nell'impero  sareb- 
bero favoriti,  purché  ad  esso  ras- 
segnassero i  conquisti,  che  facesse- 


cos 

10  sui  turchi.  In  fatti  Nicea  subi- 
to fu  restituita,  ma  non  vedendosi 
l  ripromessi  soccorsi,  Antiochia  ven- 
ne eretta  in  principato  a  favor  di 
Boemondo,  di  che  Alessio  Comne- 
uo  mosse  querela.  Boemondo  la- 
sciò il  nipote  Tancredi  in  Antio- 
chia ,  e  comparve  sotto  Durazzo , 
terminando  queste  differenze  con  pa- 
cifici accordi ,  come  vennero  conte- 
nuti i  seliucidi  di  Persia. 

iSel    1118  fu  assunto  all'impero 
Giovanni  Comneno,  che,  per  la  rara 
sua  avvenenza,  venne  chiamato  Ca- 
logiantiìj  ma     Anna    sua    sorella  , 
moglie    di    TSlceforo    Brienna,    per 
ambizione  corruppe  le  guardie  per 
farlo  assassinare.  Conquise  Giovanni 
i  turchi  patzinaci,  ed  i  triballi,  che 
dal  Danubio  eransi    sparsi  a  deva- 
stare la  Tracia.  Anche  contro  i  tur- 
chi d' Iconio  le  sue  armi  sarebbo- 
no  state  vittoriose;  ma    l'apostasia 
lagrimevole  di  Giovanni,  figlio  del 
suo  terzogenito    Isacco    che,  fattosi 
maomettano,  sposò  la  figlia  del  sul- 
tano d'Iconio,  fu  causa  dell' inter- 
rompimenlo  de'  suoi  trionfi  ,  e  dis- 
])ose,  che  premorti   il    primogenito 
Alessio,  ed  il  secondo  nato  Andro- 
nico, in    luogo    d' Isacco,    l' ultimo 
genito  Mannello  venisse  elevato  al- 
l' impero.    Pviuscì    tuttavia    a  Gio- 
vanni di  obbligar  alla  pace  i  tur- 
chi d' Iconio,    e    a    dichiararsi  suo 
vassallo,  Raimondo  principe  di  An- 
tiochia. In  seguito  si  oppose  gran- 
demente   ai    successi    della    nuova 
crociata,  che  Corrado  li  imperato- 
re   di  Germania,  e  Lodovico    ^l^ 
re  di  Francia  spingevano  in  olien- 
te :  anzi  volle  porsi  d' accordo  coi 
mussulmani  per  distruggerla,  men- 
tre   conservava    coi    crociati    appa- 
rente amicizia.  Frattanto  Piuggiero 
re    di  Sicilia    occupò    Corfìi,    e   le 
coste  di    Etoliaj    e  dell'  Acarnania, 

VOI      XVMI. 


COS  33 

riportandone  considerabili  ricchez- 
ze :  riuscì  all'  imperatore  con  po- 
derosa flotta  di  far  rispettare  Ja 
sua  autorità,  indi  si  pacificò  con 
Guglielmo  successore  di  R.uggiero, 
e  frenò  i  dalmati ,  e  gli  ungheri , 
che  avevano  favoreggiato  l'inimico. 
Per  ultimo  sostenne  lunga  guerra, 
con  vari  successi,  contro  il  sultano 
d'Iconio  Kilidge,  col  quale  con- 
venne un  trattato, 

Alessio  Comneno,    figlio  di  Gio- 
vanni, ebbe  misero,  e  breve  regno, 
e  prendendo  le  redini  del  governo  la 
imperatrice  Maria  d'Antiochia  sua 
madre,  ne  provocò  l' odio  pubblico 
pel  favore  accordato  al  Protoseba- 
sle  Alessio  Comneno.  Subito   i  tur- 
chi d' Iconio  ne  profittarono,   e  di- 
chiararono la  guerra;  ma  Androni- 
co Comneno,    altro  figlio    d' Isacco 
posposto  da  Calogianni  a  Mannello, 
dopo  avverse  vicende  menando  vi- 
ta privala  nella  città    di    Oeneum, 
si  lusingò  di  poter  aspirare  al  tro- 
no. I  suoi  partigiani  l' invitarono  a 
Costantinopoli,  e  il  salutarono  restau- 
ratore dell'  impero,  ad  onta  che  le 
sue  atrocità  il  deturpassero.  In  fatti 
il  Protosebaste    perde    gli    occhi,    i 
latini  furono  tutti   trucidati,  perchè 
esercitando  il  traftìco  eransi  straor- 
dinariamente arricchiti,  e  l'impera- 
trice Maria  venne  chiusa  in  moni- 
stero,  e  poi    strangolata.    Con    tali 
sanguinosi    auspicii    Andronico     fu 
associato    all'  impei'O  dall'  indolente 
Alessio,  che    per    lui    andò    truci- 
dato. Egual  crudeltà    egli    esercitò 
agli  assedii  di  JNicea,  e   Prusa,  che 
non  l'avevano  riconosciuto;    allor- 
ché poi  il  re  di  Sicilia   Guglielmo 
II  gli  dichiarò  guerra  minacciando 
Costantinopoli,  ad  ogni  piìi  piccolo 
sospetto,   faceva   tagliar  la   testa  dei 
grandi,  e  voleva    fue    un  inaudita 
proscrizione,  se  l' ardito  Isacco  An- 
3 


34  cos 

gelo,  che  coli'  uccidere  il  minislio 
Stefano  si  presentò  per  arrestarlo, 
non  avesse  cagionato  la  generale 
esplosione.  Allora  Isacco  venne  ac- 
clamato imperatore  correndo  l'anno 
I  i85,  e  l'indegno  Andronico  ter- 
minò fra  i  tormenti  la  vita.  Isacco 
obbligò  i  siciliani  alla  pace,  ma  non 
andò  guari,  che  i  vallachi  posero 
in  rotta  gli  eserciti  di  lui.  Gli 
storici  attribuiscono  a  questo  prin- 
cipe l' infelice  riuscita  della  cro- 
ciala, colla  quale  l' imperatore  di 
occidente  Federico  I  si  recò  nella 
Palestina.  Ad  Isacco  Angelo,  e  ver- 
so il  rigo,  dai  più  critici  viene 
ascritta  1'  istituzione  del  cavalle- 
resco Ordine  Costantiniano  [Fedi), 
che  altri  attribuirono  a  Costantino 
il  grande,  da  cui  i  Comneni  si 
vantavano  discendere. 

Sotto  Isacco  Angelo  molti  pre- 
tesero all'impero,  ed  Alessio  suo 
fratello  giunse  a  deporlo,  ed  a  pri- 
varlo della  vita,  chiudendolo  in  oscu- 
ra prigione.  Ad  altro  Alessio  figlio 
d'  Isacco  riuscì  di  fuggire  in  Roma, 
per  implorare  il  valido  patrocinio 
del  sommo  Pontefice  Innocenzo  III, 
il  quale  lo  accolse  onorevolmen- 
te. Quindi  l'imperatore  germanico 
Fihppo  di  Svevia,  che  avea  sposato 
la  di  lui  sorella  Irene  lo  raccoman- 
dò all'esercito  de' crociati  francesi, 
e  veneziani  j  eh'  erano  per  riparare 
in  Palestina,  fermandosi  a  Zara  pei 
quartieri  d' inverno,  e  non  aspettan- 
do che  la  primavera  per  aprire  la 
campagna;  l'esercito  de' francesi  era 
di  ventimila  fanti,  e  di  otto  mila 
cavalli,  e  quello  de'  veneti  era  com- 
posto di  settanta  galere,  settanta 
bastimenti  da  trasporto,  e  da  circa 
cento  venti  vascelli  armati  da  guer- 
ra. Con  tali  aiuti  Alessio  si  recò  a 
CoslantinopoH  ,  che  i  crociali  pre- 
sero   a'  IO    luglio    deiraiuio   i2o3 


COS 

per  terra,  e   per  mare:   laonde   po- 
tè discacciarne     lo    zio,    e    liberare 
il  genitore  Isacco.   Questi  allora  as'- 
socio  all'impero  il  figlio  Alessio;  ma 
per  patto  convenuto,  oltre    la   riu- 
nione della  chiesa  greca  alla  latina, 
dovevasi     ai    crociati    liberatori    la 
somma  di  duecento   mai-che  di   ar- 
gento, che  per  la  rivalila  delle  due 
nazioni     non     ebbe     effetto,     ed     i 
mezzi    impiegati     per     incominciare 
il  pagamento  del  tributo  esaspera- 
rono gli    animi.    Vicino    a    morire 
Isacco,  Costantinopoli  era  in  generai 
commozione:  ed  il  popolo  adunatosi 
nella  vasta  basilica  di  s.   Sofìa,  do- 
mandava   i'  elezione    di    un    nuovo 
imperatore.    Passati    tre    giorni    in 
esitazione,  suo  malgrado  Nicolò  Ca- 
nabeo   dovette    accettar   la    corona. 
Promotore  principale  della    rivolta 
fu  Alessio  Duca  detto  Marzujlo,  che 
diresse  secondo    la    sua    ambizione, 
s' impossessò   di  Alessio    Angelo,    e 
colle  proprie  mani  1'  uccise  ponendo 
in    catene    il    Canabeo.    Fu    allora, 
che  i   crociati  tornarono  ad  investi- 
re Costantinopoli,  e  dopo   replicati 
assalti    vi    entrarono  in    mezzo    al- 
la   strage.    Marzuflo    si    salvò    con 
pronta  fuga,  ed  il  popolo  elesse  im- 
peratore   Teodoro    Lascaris    genero 
di   Alessio  Angelo  ;  ma  egli,  invece 
di  accettare,  invitò  i  cittadini  a  dis- 
cacciare   i    nemici  :  tutti    però    vil- 
mente   restarono    neghittosi,    ed    il 
saccheggio  durò  molti  giorni.  I  latini 
entrarono  nella  città  collo  stendardo 
reale,  e  coli'  immagine  della    beata 
Vergine,  ohe  gì'  impei-atori  avevano 
1'  uso  di   portar  seco  nei    combatti- 
menti.   Indi  i    crociati    nominarono 
dodici  commissari,  metà  francesi,  e 
metà  veneziani,    i    quali  elessero    e 
coronarono     imperatore,    Baldovino 
conte  di  Fiandra,    cioè  a'  i6  mag- 
gio   lio/j.,    uel    poulificato    d' iu- 


cos 

nocenzo  III .  Così  ebbe  principio 
r  impero  dei  latini  in  Costantinopo- 
li, che  durò  cinquantasette  anni. 

Baldovino  I,  secondo  i  preceden- 
ti accordi,  cedette  al  suo    competi- 
tore Bonifazio    marchese    di    Mon- 
ferrato r  isola  di  Candia,  e  gli  stati 
oltre  il  Bosforo,  eh'  egli  cambiò  pel 
regno  di  Tessalonica,  vendendo    la 
isola  per    mille    marchi    d' argento 
alla  repubblica  di  Venezia.  Per  o- 
pera     del    pretendente     e    profugo 
Alessio  Comneno,  Alessio   Marzutlo 
fu  accecato,  e  poi  precipitato    dal- 
l'alto, dai  francesi,  mentre    Alessio 
Comneno  venne  arrestato,  e  manda- 
to in  Germania.  La  Tracia  fu  sog- 
gettata dal  principe  Enrico,  fratello 
dell'imperatore    Filippo  di  Svevia; 
ma    resistendo    Adrianopoli,  Baldo- 
vino I  vi  accorse,  ed  attaccò  i  bul- 
gari capitanati  dal  loro  re    Gioan- 
nicio,  eh'  erasi  recato    a    soccori'ere 
la  piazza.  Questi  potè    imprigionar 
r  imperatore  latino,    che    dopo    un 
anno     fu    bax'baramente    ucciso.     Il 
principe  Enrico  ne    assunse  la  reg- 
genza, dovette    abbandonar    Adria- 
nopoli, e  giunto   in    Costantinopoli 
concordemente  venne  salutato  impe- 
ratore.   I  limiti  deli'  impero    latino 
erano  brevi,  dappoiché  gli    asiatica, 
sino  dal    1 2o4,  avevano  stabilito  in 
INicea  la  sede    imperiale,   prestando 
omaggio  a  Teodoro  Lascaris,  che  vi 
si  sostenne  in  onta  di  Alessio  Com- 
neno, e  delle  armi    del  sultano    di 
Iconio  da  cui  era  protetto;  per    lo 
che  il  Comneno  lasciò  in  una  bat- 
taglia  la   vita.   Dall'  altro  lato    non 
mancarono  gl'indomabili  bulgari  di 
molestar  la  Tracia,  e    perì     contro 
di  essi  Bonifacio  re  di  Tessalonica. 
Intanto  i  veneti  estesero  su  Corfù, 
e  sulle  isole  dell'Arcipelago  il  loro 
dominio ,  -  mentre    gli     avanzi     dei 
Comneni  presero  il  titolo  di  despoti 


COS  3d 

dell'Epiro;  e  quando  l'imperatore 
Enrico  divisava  frenarne  i  successi, 
morì.  I  baroni  latini  esitarono  nella 
scelta  del  successore,  dopo  la  ri- 
nunzia di  Andrea  re  d'  Ungheria: 
laonde  riunirono  i  voti  su  Pietro 
di  Courtenai,  conte  di  Auxerre,  ni- 
pote di  Ludovico  VI  re  di  Fran- 
cia, e  cognato  degl'imperatori  de- 
fonti. Pietro  si  recò  iu  E.oma,  e 
colla  sua  sposa  Violante,  a' 9  apri- 
le 12 17,  ricevette  le  insegne  impe- 
riali dalle  mani  del  Papa  Onorio 
III.  Questo  volle  fare  la  funzione 
nella  patriarcale  basilica  di  s.  Lo- 
renzo ,  cioè  fuori  delle  mura  di 
Roma,  non  solo  perchè  l' imperu 
orientale  potesse  perciò  pretendere 
diritti  sull'occidente,  ma  anco  per 
un  riguardo  al  patriarca  di  Costan- 
tinopoli, cui  era  devoluta  l'incoro- 
nazione degl'  imperatori  greci. 

Pietro  passò  nell'  Epiro,  non  potè 
ricuperare  Durazzo,  ma  attraversan- 
do gli  stati  di  Teodoro  per  giugne- 
re  a  Costantinopoli,  fu  stretto  nelle 
gole  de'  monti,  per  cui  Teodoro  gli 
promise  di  farlo  progredire,  ed  in- 
vitatolo ad  un  banchetto,  lo  fece 
caricare  di  ferri,  ed  uccidere  dopo 
due  anni,  restando  le  sue  scelle 
truppe  disperse,  od  uccise.  L'im- 
peratrice Violante  regnò  in  Costan- 
tinopoli, ed  i  crociati  erano  per 
vendicare  il  suo  merito,  quando  il 
despota  Teodoro  riuscì  ad  acco- 
modarsi, reudendo  al  Papa  il  Car- 
dinal legato  Giovanni  Colonna  ar- 
restato coir  imperatore,  e  ricono- 
scendone la  primazia  spirituale.  I 
francesi  meditavano  vendetta  in  uno 
a  Roberto  di  Courtenai,  assunto 
nel  12 19  all'impero  per  rinuncia 
di  Filippo  suo  maggior  fratello, 
pacificandosi  a  tal  effetto  con  Teo- 
doro Lascaris,  imperatore  di  JNicea. 
Questi    però    essendo    morto,    nel 


36  COS 

1722,  gli  successe  il  genero  Gio- 
vanni Duca  Yatace,  che  tolse  ai 
francesi  Adrianopoli  ;  indi  il  despo- 
la Teodoro,  occupalo  il  regno  di 
Tessalonica,  e  preso  il  titolo  im- 
periale, si  avanzò  nella  Tracia , 
mentre  Davide  Comneno  con  egual 
titolo  imperava  in  Trehisonda.  Per 
le  quali  cose  l'imperatore  Roberto 
si  vide  ridotto  a  mendicar  la  pa- 
ce, e  la  mano  della  principessa  Ku- 
dossia  Lascaris,  la  quale  non  [)o- 
tendo  ottenere,  per  sua  sciagura 
rivolse  le  sue  mire  alla  figlia  di 
Baldovino  di  Neu ville,  gentiluomo 
dell'Artois,  il  quale  violò  la  pro- 
messa data  ad  un  nobile  borgo- 
gnese,  preferendo  il  trono.  11  bor- 
gognone montò  in  furia,  ed  unito 
a  parecchi  amici  fece  una  notturna 
incursione  nel  palazzo  imperiale,  e, 
sorpresa  la  nuova  imperatrice  colla 
sua  madre,  muldò  barbaramente 
la  prima  tagliandole  il  naso,  e  le 
labbra,  e  gittò  nel  mare  la  seconda. 
11  misero  Roberto  volò  a  Roma 
per  nascondere  la  propria  vergo- 
gna, ed  implorare  ajuto  dal  Pon- 
tefice Gregorio  IX,  e  mori  nel  ri- 
tornar a  Costantinopoli  nell'  anno 
I  228. 

Baldovino  II  suo  fratello  gli  suc- 
cesse i  ma  per  la  sua  tenera  età,  la 
reggenza  fu  data  a  Giovanni  di 
Brienna,  già  re  di  Gerusalemme: 
laonde  colla  mediazione  di  Papa 
Gregorio  IX,  s'ebbe  il  titolo  impe- 
l'iale  sino  alla  maggiorità  di  Bal- 
dovino li,  ed  alcuni  feudi  pe'  suoi 
discendenti.  11  valore  di  Giovanni 
valse  a  contenere  gli  sforzi  de'bul- 
gari,  e  de'  greci,  che  con  poderose 
forze  si  appressavano  a  Costantino- 
poli. Tuttavolta  invocò  i  soccorsi 
dell'  occidente ,  e  poco  dopo  mo- 
rì, e  provvisoriamente  Ansaldo  Ca- 
hieux  fu  fitto  reggente.  Intanto  in 


COS 

Nicea  ascese  il  soglio,  sino  dal  ì  27.^, 
Teodoro  li  Lascaris  siccome  figlio 
di  Yatace,  e  morendo  lasciò  la  co- 
rona al  figliuolo  Giovanni  di  anni 
otto,  e  la  reggenza  a  Giorgio  Mu- 
zalone  da  tutti  odiato,  e  perciò 
trucidato.  Allora  venne  nominato  in 
Nicea  reggente  il  gran  contestabi- 
le Michele  Paleologo,  sul  cui  capo 
progressivamente  si  cumularono  i 
titoli  di  duca,  di  despota,  e  final- 
mente d' imperatore  colia  promessa 
giurata  di  conservare  i  giorni  di 
Giovanni  Lascaris,  e  di  restituirgli, 
allorché  fosse  maggiore,  la  potestà 
imperiale,  da  lui  assunta  nell'anno 
1260  in  Kicea  stessa.  L' imperatore 
di  Costantinopoli  Baldovino  11,  nel 
1245,  intervenne  in  Lione  al  con- 
cilio generale  XI 11^  celebrato  da 
Innocenzo  lY,  romano  Pontefice.  A 
gara  lo  molestarono  i  bulgari,  ed 
i  greci  ;  l'eclamò  al  Paleologo  le 
piazze  tolte  dai  greci  ai  francesi  in 
Tracia,  ma  in  vece  il  Paleologo  e- 
stese  le  conquiste  sino  sotto  le  mu- 
ra di  Costantinopoli,  e,  con  un'  ar- 
mata condotta  da  Alessio  Stratego- 
pulo  per  condjattere  il  despota  di 
Epiro,  gli  riuscì  di  sorprendere  Co- 
stantinopoli ;  e  messa  in  fuga  la 
debole  guarnigione,  pose  fine  all'im- 
pero latino  e  francese  nel  1261, 
coli'  intelligenza,  ed  opera  dei  greci, 
ch'erano  nella  città. 

Baldovino  II  si  rifugiò  presso  Man- 
fredi, figlio  naturale  di  Federico  li, 
di  Svevia,  e  re  di  Sicilia,  e  Miche- 
le Paleologo  entrò  trionfante  in  Co- 
stantinopoli in  mezzo  allo  Stiatego- 
pulo,  e  al  giovine  principe  Giovan- 
ni Lascaris,  al  quale  dopo  pochi 
giorni  tolse  la  vista  ,  rilegandolo 
in  perpetuo  carcere.  Per  delitto  s\ 
atroce,  generale  fu  l'indegnazione,  e 
il  patriarca  Arsenio  proibì  all'usurpa- 
tore l'ingresso  nel  tempio,  né  volle 


cos 

assolverlo    malgrado  le  ripetute  u- 
iiiiliazioiii;  ma  il  Paleologo.  abusan- 
do della  forza,  depose  il    patriarca, 
ed  alilo    n'elesse    a    sé    favorevole. 
Intanto    nell'occidente    preparavasi 
una   formidabile  crociata,  ed    il  ze- 
lante Papa  Urbano    IV  eccitava  a 
seguirla  Carlo  I  d'Angiò  re  di  Sici- 
lia,   il    quale    esiln   una    sua     figlia 
in     isposa    a     Filippo    di   Fiandra, 
nato  da    Baldovino   II,   ultimo  im- 
peratore   latino     di    Costantinopoli. 
Vedendo  il  Paleologo  il  nembo,  che 
preparavasi     a     suo  danno,    ricorse 
alla-  frode,  e  lusingò  tanto  Urbano 
IV,  che  il  successore  Clemente  IV, 
di   riunir  la   chiesa  greca  alla  lati- 
na, inviando  perciò  i  suoi  conmiis- 
sari  al  concilio  II  lionese  adunato  da 
Gregorio  X.  I   greci  infatti  si   mo- 
strarono seguaci  ostinati  dello  scisma, 
per  cui    conosciutosi    l' artifizio  del 
Paleologo,  si  provocò  le  scomuniche 
di  Martino  IV,  e  di  ìNicolò  IV.  Nel 
1283  gii   successe  il    figlio  Andro- 
nico I  Paleologo,  che  non  potè  im- 
pedire al  popolo  di  negar  al  padi'e 
gli  onori    del    sepolcro    per  la  pro- 
gettata   unione    delle    due    chiese. 
Il   nuovo  imperatore  greco  si  segna- 
lò nella  persecuzione   contro  i   cat- 
tolici  latini,  e    nell'  indifferenza  alle 
cure  dell'impero  ;  e  Michele  Andro- 
nico  suo    figlio,   eh'  erasi    associato 
morendo  in  Tessalonica,  quando  vo- 
levasi  fare  una  spedizione  in  Morea, 
diede   speranza  al  fratello  Manuele 
di  succedergli.  Morto  ancor  questo, 
l'imperatore    mise  a  parte    nel  go- 
verno il  nipote  Andronico  II    Pa- 
leologo ,  e    turbolento    fu    il  regno 
d'ambedue,  perchè  l'avo  Andronico 
I,  per  l'ammirazione,  che  colle  vir- 
tù si   procacciava  il   nipote,  fu  pre- 
so dalla  pili  strana  gelosia,  a  segno 
che  per    timore    solo  di    ribellione 
popolare    sospese  l'apparato  i^iudi- 


COS  37 

liario,  che  aveva  intentato  contro 
di  lui.  Ciò  non  bastò:  Andronico  II 
veime  obbligato  prima  a  fuggire  poi 
alla  prova  delle  armi  che  usò  con 
moderazione,  mentre  l'avolo  proce- 
deva con  artifizio;  e  per  compiacerlo 
s'indusse  a  sposare  Anna  di  Savoja. 
Finalmente  fu  costretto  il  nipote,  per 
l'esigenza  dell'esercito,  ad  assumere 
l'assoluta  autorità,  lasciando  all'avo 
le  ricchezze,  e  gli  onori. 

Da  queste  domestiche  divisioni 
gli  ottomani  trassero  vantaggio,  né 
potè  Andronico  il  giovine  preservar 
la  Bitinia  dall'invasione,  alla  cui 
difesa  riportò  una  ferita,  che  costò 
la  piena  rotta  dell'armata,  per  lo 
esagerato  timore,  che  si  sparse;  pe- 
rò mandò  a  vuoto  una  spedizione 
ottomana  sul  Peloponneso,  che  avea 
per  principal  mira  di  minacciar 
Costantinopoli.  Il  vecchio  Androni- 
co mori  in  un  monistero,  ed  il  gio- 
vine riunì  poi  all'impero  l'Acarna- 
nia  posseduta  in  sovranità  da  Gio- 
vanni Angelo,  contentando  il  figlio 
Niceforo  nel  nominarlo  gran  digni- 
tario dell'impero  mediante  il  nuo- 
vo titolo  d'  Ipersebaste.  Giovanni 
Paleologa,  nel  i34i,  alla  morte  di 
Andronico  II,  come  di  lui  primo- 
genito, e  d'Anna  di  Savoia,  gli  suc- 
cesse im pubere,  per  cui  ne  fu  reg- 
gente Giovanni  Cantacuzeno,  ad  on- 
ta della  contrarietà  del  patriarca  di 
Costantinopoli,  e  del  suo  emulo  Apo- 
cauco,  che  non  risparmiò  intrighi 
per  privamelo,  fino  a  guadagnare  al 
suo  partito  l'imperatrice, che  ari'ivòa 
togliergli  il  maneggio  degli  affari,  e 
gli  proibì  d'uscir  di  Didimoteca  ove  si 
trovava.  Ma  Cantacuzeno,  pel  consi- 
glio dei  primi  dell'esercito,  assunse  le 
divise  imperiali,  quasi  collega  del- 
l' imperatrice  madre,  e  del  fi- 
glio Giovanni  Paleologo.  Questo  fu 
il  segnale    della  guerra  civile,   per- 


38  COS 

che  Apocauco,  fatto  gran  duca,  e 
incoraggilo  dal  patriarca,  guidò  una 
armata  contro  Cantacuzeno,  aiutato 
dai  serviani,  e  dai  bulgari,  mentre  il 
rivale  lo  era  dagli  ottomani.  Avendo- 
gli Amuratte  figlio  del  sultano  Orcano 
condotto  circa  trenta  mila  armati, 
Apocauco  non  resse  in  campo  aperto, 
sebbene  sulle  prime  avesse  taglia- 
to i  turchi  dall'azione.  Si  racchiuse 
pertanto  prima  in  Eraclea  abbando- 
nando le  truppe,  poi  corse  a  Costanti- 
nopoli contando  sui  prigioni,  che  an- 
dava facendo  per  intimorire,  ma  da 
essi  venne  fatto  a  pezzi.  Allora 
Cantacuzeno  si  i-ecò  nella  capitale, 
ed  offri  la  pace  al  giovine  impe- 
ratore, ed  a  sua  madre,  che  ap- 
provò l'unione  del  figlio  con  Elena 
figliuola  di  Cantacuzeno.  Il  supremo 
dominio  si  dichiarò  in  comune  fra 
il  genero  e  il  suocero,  sino  alla 
maggiorità  del   primo. 

Won  andò  guari ,    che    rinnova- 
ronsi  i  civili  dissidii.  Il  giovine  im- 
peratore rifugiossi  neir  isola  Tene- 
do ,    mentre    Cantacuzeno   vesfi  di 
porpora  il  figlio  Matteo,  che  passò 
a  risiedere  in  Adrianopoli ,    reggi- 
tore   della    provincia    di    Rodopo  , 
quando  Giovanni  venuto  a  concor- 
dia fece  ritorno  in   Costantinopoli. 
Allora  Cantacuzeno  si  fece  monaco, 
prese  il  nome  di  Giosafat,  ed  ap- 
plicossi  a  scrivere  la  storia  de'  suoi 
tempi.  Tuttavolta  la  guerra  si  ac- 
cese tra  il    Paleologo ,    e    Matteo , 
cui  lo  stesso  genitore  indusse  a  ri- 
nunziare a'  suoi  titoli,  meno  alcu- 
ni rilevanti  privilegi.  Gli  ottomani, 
che  l'amicizia  di   Cantacuzeno  avea 
frenatij  subito  inondarono   la  Tes- 
saglia, e  la  Tracia.   In  tal  frangen- 
te    Giovanni    Paleologo    implorò  i 
soccorsi  dell'occidente,    si    recò  in 
Roma,  ove  da  Avignone  erasi  con- 
dotto Papa   Urbano  V ,  e  solenne- 


COS 
mente  gli  Pece  la  professione  di  fe- 
de nella  chiesa  di  s.  Spirito  in  Sas- 
sia    ai   18    ottobre    i36g,    avendo 
prima  abiurato  lo  scisma,  e  gli  er- 
rori dei    greci,    e    poi   fu  solenne- 
mente ricevuto  dal  Pontefice  nella 
bsisilica  vaticana  col  cerimoniale  di 
poco  inferiore  a  quello,  che  dai  Pa- 
pi  praticavasi    cogl'  imperatori    ro- 
mani.    Ritornato    l' imperatore    in 
Costantinopoli,  fu  obbligato    a    se- 
gnar la  pace  con  Amuratte,  e  dar- 
gli    Teodoro    suo     terzogenito     in 
ostaggio.    In    seguito    Contuso,    se- 
condo figlio  di  Amuratte  residente 
in  Didimoteca  come  governatore  dei 
dominii  ottomani  di  Europa,  cospi- 
rò con   Andronico  primogenito  del- 
l' imperatore  contro  la  vita  di  que- 
sto   e    del    sultano,    promettendosi 
scambievole  alleanza  dopo  la  stra- 
ge de'  loro   genitori.  Discoperta  la 
congiura,  Amuratte  fece   cavare  gli 
occhi  al  proprio  figlio,  e  volle  che 
altrettanto  facesse  Paleologo  col  suo, 
il  quale  estese  la  punizione  su  Gio- 
vanni   di    lui    nipote.     Andronico , 
sebbene  chiuso  in    tetra    prigione, 
col  soccorso  de'  genovesi  ne    usci , 
depose  il  padre,  e  lo  confinò  nella 
stessa  carcere.  Anche  Paleologo  esc\ 
da  essa,  e  ritirossi  a  Scutari,  ed  il 
figlio    si    sottomise    intimorito    da 
Bajazzette  ,   successore    d' Amuratte, 
ed  amico  del  genitore. 

In  questa  lagrimevole  epoca  le 
reliquie  del  grand'impero  orientale 
limitavansi  ad  un  piccolo  l'aggio 
di  dominazione  intorno  a  Costan- 
tinopoli, a  segno  che  non  fu  per- 
messo all'  imperatore  fortificar  la 
capitale  per  la  minaccia  di  Bajazzet- 
te di  acceccar  Manuele  di  lui  fi- 
glio, che  teneva  in  ostaggio.  Ma- 
nuele, udita  la  morte  del  genitore 
Giovanni  Paleologo,  nel  iSgi  do- 
vette colla  fuga  farsi  strada  al  Irò- 


cos 

no,  e  prese  il  nome  di  INIanuele 
li  Paleologo.  Di  fatti  Bajazzette  che 
designava  con  lui  di  spegnere  il 
gioco  impero,  infierì  talmente  per 
la  perduta  occasione,  che  devastò  le 
campagne  bizantine,  e  tenne  rac- 
chiuso l'imperatore  nella  capitale, 
debellando  le  armate  del  re  d'Un- 
gheria, e  del  duca  di  Borgogna,  che 
Ciano  accorsi  in  ajuto  di  lui.  Per 
politica  Manuele  II  associò  all'im- 
pero Giovanni  Paleologo  suo  nipo- 
te, sopravvissuto  all'esule  Androni- 
co di  lui  fratello,  e  si  risolse  quin- 
di a  cercar  aiuto  dall'occidente ,  e 
in  pari  tempo  invocò  il  formidabi- 
le braccio  del  conquistatore  mogol- 
Io  Tamerlano.  Questi  ottenne  una 
strepitosa  vittoria,  che  a  Baiazzette 
lecò  r  ultima  rovina,  ed  a  Manue- 
le II  restituì  quiete  e  trono,  del 
quale  non  volle  l'imperatore  più  a 
parte  il  nipote  Giovanni  cui  con- 
finò a  Lesbo,  e  poi  in  un  moni- 
stero  di  Tessalonica.  Le  dissensioni 
di  Solimano,  Musa,  e  Maometto, 
figliuolo  di  Bajazzette,  fecero  go- 
rlere  pacificamente  a  Manuele  II 
le  ricuperate  provincie,  e  venne  di- 
strutta la  moschea,  che  i  turchi 
baldanzosi  avevano  innalzata  in  Co- 
stfintinopoli.  Correndo  l'anno  f4'9> 
1  imj5eratore  volle  privarsi  della  co- 
rona in  favoi'e  del  principe  Giovan- 
ni Paleologo  suo  figlio,  sposato  a  So- 
fia di  Monferrato,  il  quale  fu  minac- 
ciato di  guerra  da  Amuratte  II,  fi- 
glio di  Maometto  I.  Le  vittorie  di 
Giovanni  Unniade,  e  dell'intrepido 
Scanderberg  contro  i  turchi  allonta- 
narono il  nembo,  e  l'imperatore  si 
valse  dell'  intervallo  per  riunire  le 
due  chiese,  recandosi  al  concilio  ge- 
nerale celebrato  dal  sommo  Ponte- 
fice Eugenio  IV  in  Ferrara  ed  in 
Firenze,  col  quale  cessò  allora  lo 
scisma,  rimanendo    nell'  ostinazione 


COS  39 

il  solo  arcivescovo  d  Efeso  cui  riu- 
scì di  far  insorgere  tutto  il  clero 
greco,  morendone  di  rammarico  l'im- 
peratore. 

Il  di  lui  fratello  masrciore  Co- 
^tantino  Paleologo,  XV  imperatore 
di  questo  nome,  nel  i44^  ereditò 
il  trono  per  mancanza  di  prole. 
Non  mancò  di  partecipare  la  sua 
assunzione  al  trono  ad  Amuratte 
II,  affine  di  confermar  secolui  i  pa- 
cifici accordi.  Indi  nel  i4t'I  al  det- 
to sultano  successe  il  figlio  Mao- 
metto II,  che  lungo  tempo  rima- 
se in  calma ,  quanto  gliene  bastò 
per  costruire  i  Dardanelli,  co'quali 
chiuse  l'ingresso  all'Ellesponto,  e 
munì  di  armati  il  passaggio  nelle 
Provincie  di  Asia.  Quindi  cinse 
Costantinopoli  per  terra  e  per  ma- 
re con  trecento  mila  soldati,  e  con 
trecento  navi.  D'altronde  l'impera- 
tore Costantino  con  sei  mila  greci, 
e  tre  mila  veneziani  e  genovesi  di 
guarnigione,  inutilmente  fece  prodi- 
gi di  valore.  Tuttavolta  il  disor- 
dine per  un  momento  invase  l'e- 
sercito turco,  e  Maometto  II  pro- 
pendeva alla  ritirata  ,  quando  uno 
de'suoi  più  arditi  generali  consigliò 
un  ulteriore  vigoroso  tentativo  di 
assalto.  L'imperatore  superò  sé  stes- 
so in  ribatterlo,  ma  sopraffatto  dal 
numero  de'  nemici,  restò  ucciso,  e 
con  la  sua  perdita  si  spense  ne'di- 
fensori  il  coraggio.  I  tui'chi  non 
risparmiarono  né  età,  né  sesso,  e 
commisero  stragi  ed  eccessi  tali,  che 
rifugge  l'animo  in  descriverli,  sfo- 
gando il  loro  odio  contro  i  cristiani 
col  più  orribile  e  lungo  saccheggia- 
mento.  Così  Costantinopoli,  e  l'im- 
pero orientale  de'  greci  vennero  in 
potere  degU  ottomani  nel  14^3, 
dopo  aver  esistito  per  11 23  anni. 
La  città  non  fu  ridotta  in  cenere  , 
perchè  il  sultano  avea  destinato  sta- 


4o  cos 

bilirvi  la  sua  residenza,  e  farla  ca- 
pitale dell'impero  ottomano,  sicco- 
me lo  è  tuttora.  Degli  avvenimen- 
ti, che  accompagnarono  la  caduta 
di  Costantinopoli,  del  dolore  che 
ne  provò  il  sommo  Pontefice  INi- 
colò  V,  degli  sforzi  che  fece  per 
salvarla,  e  di  tiitt'  altro  ch'è  rela- 
tivo a  s\  importante  avvenimento, 
oltre  quanto  si  accennò  superior- 
mente, si  tratta  nel  seguente  pa- 
ragrafo, ove  pure  si  riporta  quan- 
to fecero  i  romani  Pontefici  in  di- 
fesa del  cristianesimo,  contro  la  for- 
midabile potenza  de'turchi.  V.  Do- 
menico Bernini,  Memorie  storiche 
di  ciò,  che  luinno  operato  i  sommi 
Pontejìci  nelle  guerre  contro  i  tur- 
chi, Roma  i685  per  Gio.  Battista 
Bassotti. 

§.  II.  Impero  Ottomano,  ossia  no- 
tizie compendiate  di  esso  dall'o- 
rigine sino  a'  nostri  giorni 

Nell'anno  di  Cristo  568,  nacque 
Maometto,  che  per  la  sua  ambi- 
zione fondò  una  nuova  setta,  tra- 
visando i  dogmi  dell'  antico  e  nuo- 
vo testamento,  valendosi  della  spa- 
da per  persuadere,  onde  giunse  a 
dichiararsi  re  de'  Mussulmani  ossia 
T'aeri- Credenti,  ritenendo  per  sé  il 
supremo  sacerdozio,  siccome  ulti- 
mo profeta  di  Dio.  La  nuova  re- 
ligione che  Maometto  istituì  nell'A- 
rabia è  un  miscuglio  di  giudaismo, 
e  cristianesimo:  volle  che  Dio  fos- 
se una  sola  persona,  e  che  Gesù 
Cristo  ne  sia  stato  il  profeta,  che 
sebbene  non  fosse  morto,  morirà 
e  risusciterà,  e  che  io  stesso  Dio 
predetermini  gli  uomini  al  bene  e 
al  male;  che  i  demoni  si  salveranno, 
che  la  sola  circoncisione  è  necessa- 
ria. Permise  ogni  piacere  sensuale, 
la    poligamia,  ed    il    divorzio,  leggi 


COS 
die  contiene  VJlcorano  [P^edi),  d.i 
lui  dato  a'  suoi  seguaci  come  il 
maggior  de'profeli:  il  culto  convi- 
ste nella  preghiera  da  farsi  cinqui; 
volte  al  giorno,  nella  limosina,  ed 
astinenza  dal  vino. 

INIaometto,  per  la  persecuzione 
che  sostenne  dai  grandi  della  Mec- 
ca, diede  principio,  nel  610,  ad  unii 
nuova  era  chiamata  Egira ,  riti- 
randosi a  Medina.  ìVell'  undecimo 
anno  dell'Egira,  cioè  nel  63 1,  morì 
Maometto,  ed  il  suo  suocero,  e  pii- 
mo  discepolo  Abou-Becher,  o  come 
altri  lo  chiamano  Abubekre,  fu  ac- 
clamato col  titolo  di  califfo,  cioè  vi- 
cario, e  successore,  in  pregiudizio 
di  Ab  cugino  germano  di  Maometto, 
e  suo  genero  siccome  marito  di  Fa- 
tima sua  figliuola  ed  erede,  ciocché 
diede  origine  allo  scisma  che  li 
tiene  ancora  discordi,  cioè  ai  turchi 
proseliti  di  Abubekre,  e  a  quelli  di 
Omar,  suo  figlio,  ed  a'Persiani  se- 
guaci di  Ali,  e  della  sua  discenden- 
za. Dopo  Ottomano,  successore  di 
Omar,  pervenne  Ali  al  califfato,  e 
quindi  fu  pugnalato.  Il  nipote  Ye- 
sid  fu  il  primo,  che  all'imperio  di 
oriente  facesse  guerra  co'  mussul- 
mani, detti  ordinariamente  /4gareni, 
e  quindi  Saraceni  {^Vedi).  Egli  fe- 
ce man  bassa  nell'Armenia,  e  nella 
Natòlia,  e  giunse  a  porre  l'assedio 
a  Costantinopoli,  sebbene  dovesse 
partirne  per  la  dispersione  della 
flotta.  Ma  sul  maomettismo,  che  di- 
cesi anche  islamismo,  dalla  parola 
araba  Islam,  la  quale  significa  som- 
missione a  Dio,  va  consultato  l'ar- 
ticolo Maomettismo   [f^edi). 

I  persiani  nel  6i4  presero  Geru- 
salemme, e,  nel  636,  da' saraceni  fu 
ripresa  nel  Pontificato  di  Onorio  1. 
Il  califfato  divenne  ereditario  degli 
Ommiadi  nella  Siria,  un  ramo  dei 
quali  ebbe    lungamente    la    sovia- 


cos 

nità  nelle  Spagne,  indi  succes- 
sero gli  Abassidi,  il  secondo  deVjiia- 
li  Alinansor  edificò  Bagdad,  e  !a 
coslituì  sua  metropoli.  I  califll  pro- 
seguirono ad  estendere  la  loro  po- 
tenza, che  giunse  ad  avere  le  Indie, 
il  bosforo  Tracio,  e  la  Mauriliana 
Tingitana  per  confini  del  loro  colcjs- 
sale  impero.  Ma  per  la  loro  molIe77a 
ed  inerzia,  per  le  macchinazioni  de- 
gli emiri,  o  grandi  del  regno,  per 
l'accortezza  de'governatori  delle  Pro- 
vincie, pei  valore  delle  orde  tarta- 
re del  Turkestan,  tratte  in  Asia 
ora  schiave,  ed  ora  come  milizie 
assoldate ,  i  califfi  poco  a  poco  di- 
minuirono in  potere,  rimanendo  lo- 
ro quello  spirituale  per  656  anni, 
cioè  sino  al  12 58,  nel  quale  anno 
fu  ucciso  il  XXXV II  califfo  degli 
Abassidi  dal  conquislatoi-e  Mogollo. 
Da  Ahmed,  figlio  di  Tulun,  sorse 
neirSGS  la  dinastia  egizia  de  Tu- 
lunidi,  distrutta  poi  nel  940,  e  rim- 
piazzata dagli  Ikschiditi,  e  supera- 
la finalmente  nel  969  dai  calif- 
fi Fatimiti,  i  quali  da  quelli  di 
Bagdad  erano  totalmente  indipen- 
denti. 

Nelle  Indie  si  stabifi  la  possente 
dinastia  de'  Gaznevidi,  e  Mahmoud 
fu  il  primo  che  al  titolo  di  Re 
anteponesse  quello  di  Sultano,  che 
ai  re  dominasse.  Caim,  che  fu  il 
XXVI  dei  califfi  di  Bagdad,  essen- 
do assalito  dai  nemici  che  l'aveva- 
no circondato,  chiamò  in  aiuto  i 
turchi  seliucidi,  cos'i  detti  da  Sel- 
giuk  loro  capo,  ed  in  breve  tutta 
l'Asia  occidentale  ne  fu  inondata; 
e  sulle  rovine  de' primitivi  sarace- 
ni, le  tre  dinastie  si  elevarono,  dei 
seliucidi  di  Persia ,  di  Aleppo,  e 
d'Iconio,  mentre  dall'altra  parte  i 
turchi  patzinaci  moltiplicavano  le 
loro  irruzioni  intorno  al  Danubio, 
e  si  aprivano  le  vie    della    Tracia. 


COS  4i 

Il  feticismo  era  la  religione  in  ori- 
gine professata  dai  turchi,  ma  il 
contatto  de' saraceni,  ben  presto  li 
pose  nel  novero  de' più  fanatici  ed 
intolleranti  mussulmani.  All'appa- 
rire nell'Asia  Gengiskan,  tutte  le 
dinastie  si  dispersero,  e  cessò  sino 
quella  de'  turchi  seliucidi  d' Iconio. 
1  pili  ricchi  emiri  si  ritirarono  nel- 
le montagne,  e  solo  discesero  al 
piano  dopo  la  partenza  del  con- 
quistatore. L'  emiro  Othman  fu 
quegli,  che  spinse  il  coraggio  ad 
attaccar  le  greche  città,  ed  a  sta- 
bilire un  regno  nella  Bilinia  a  dan- 
no dell'impero  orientale  verso  la 
fine  del  XIII  secolo:  il  suo  figliuo- 
lo Orcano  espugnò  Prusa,  e  fu  que- 
sta dichiarata  metropoli  del  nuo- 
vo stato,  e  residenza  del  sidfano 
Othman,  o  Ottomano,  soprannomi- 
nato Gliasl,  o  Conquistcìtore ,  da 
cui  gli  odierni  turchi  trassero  il  no- 
me di  Oltomani.  I  romani  Ponte- 
fici, con  paterna  sollecitudine  ac- 
corsero ad  ajutare  le  nazioni  cri- 
stiane oppresse  dalla  crescente  po- 
tenza dei  turchi,  e  dal  caldo  fo- 
natismo  della  loro  religione,  che  li 
rendeva  invincibili ,  invocando  il 
soccorso  de' maggiori  principi  cat- 
tolici per  arrestarne  i  funesti  pro- 
gressi. 

Eguale  zelo,  ed  apostolico  inte- 
ressamento i  Papi  aveano  spiega- 
to contro  i  saraceni  infedeli,  nemi- 
ci del  nome  cristiano,  non  solo  per 
impedire  l'estensione  delle  loro  con- 
quiste, che  spinsero  fino  nello  stato 
della  Chiesa,  e  nella  Sicilia,  ma 
eziandio  per  ricuperare  Gerusalem- 
me, dai  saraceni  occupata  fino  dal 
636,  e  liberare  i  venerandi  luoghi, 
santificati  da  Gesù  Cristo  Redento- 
re del  genere  umano.  I  saraceni, 
dopo  essersi  impadroniti  della  Mec- 
ca,  di  Medina,  e  della  Persia,    nel 


4-2  cus 

6^1-0  presero  Alcssniiclna,  ed  incen Pia- 
rono la  celebre  l)iblioteca  per  ordine 
del  suddetto  caliiro  Omar,  ed  indi 
invasero  1'  Africa,  l'Armenia,  Cipro, 
llodi,  la  Cilicia,  e  la  Licia,  e  spin- 
sero le  vittorio'^e  loro  armi  nella 
iSicilin,  Puglia,  e  Calabria.  Il  so- 
vrano Pontefice  s.  Gregorio  W 
romano,  nell'anno  828,  riedificò,  e 
cinse  di  nuove  mura  la  città  di 
Ostia,  per  impedire  che  i  saraceni 
continuassero  a  fare  le  loro  bar- 
bare scorrerie,  riducendola  con  e- 
normi  spese  ad  un  forte  antemu- 
rale di  Roma,  e  dello  stato  della 
Chiesa.  Papa  s.  Leone  IV  romano 
nell'  849  5  ristabilì  le  mura  di 
Roma,  ed  aiutato  dai  napoletani,  si 
partì  egli  stesso  con  un  esercito  per 
Ostia,  dove  l'armata  de'  saraceni 
fu  dispersa ,  e  distrutta,  restando 
parte  di  questa  in  ischiavitù.  Leo- 
ne IV  rese  utile  la  sua  vittoria, 
facendo  lavorare  nelle  fortificazioni 
di  Roma,  e  nella  fabbrica  della 
nuova  città  Leonina  presso  il  Va- 
licano, colle  mani  stesse  di  quei 
barbari,  che  avevano  minacciato  di 
distruggerla. 

Assalito  il  Pontefice  Giovanni 
Vili,  romano,  negli  stati  della  Chie- 
sa da'saraceni,  abbandonato  dal  soc- 
corso dei  principi,  nell'anno  878 
fu  costretto  a  domandar  loro  la 
pace,  coU'annual  tributo  di  venti- 
cinque mila  mancuzii  d'argento , 
moneta  di  quel  tempo;  indi  nel- 
r  882  Giovanni  Vili  donò  a  Do- 
cibile,  duca  di  Gaeta,  l' inclito  pa- 
trimonio di  Traetto,  e  la  città  di 
Fondi,  acciocché  guerreggiasse  con- 
tro i  saraceni ,  e  nello  stesso  tem- 
po spedì  Marino,  che  gli  successe 
nel  pontificato,  ed  Anastasio  vesco- 
vo di  Napoli,  affine  di  assolverlo 
dalla  scomunica,  che  gli  avea  ful- 
minato, nel  caso  ch'egli  rivocasse  la 


C  O  S 
lega  fatta  co' saraceni,  i  quali  nel- 
r89()  profittando  delle  fazioni,  che 
laceravano  Roma,  la  saccheggiaro- 
no barbaramente.  Non  ostante  che 
entrasse  il  secolo  X  con  esempi  di 
inaudite  barbarie,  chiamato  perciò 
ferreo,  e  per  la  grande  ignoranza 
oscuro,  benché  i  benefìzi  della  chie- 
sa da  ogni  parte  erano  usurpati, 
pure  il  Pontefice  Giovanni  X  col 
soccorso  di  Berengario  imperatore 
d' occidente,  di  Costantino  Porfiro- 
genito  imperatore  d'oriente,  e  di 
altri  principi,  sconfisse  nelqiy  in- 
teramente i  sai'aceni,  che  da  qua- 
rant'anni  s'erano  annidati  nel  ca- 
stello di  Garigliano  nella  Terra  di 
Lavoro.  Aggiungono  alcuni  scritto- 
ri, ch'egli  si  mise  nella  fronte  del- 
l'armata, e  vi  si  portò  egualmente 
da  Papa,  che  da  generale. 

Più  glorioso  fu  Papa  Benedetto 
Vili,  Conti,  romano,  poiché,  veden- 
do che  spesso  i  maomettani  sarace- 
ni assalivano  i  lidi  dello  stato,  e 
dominio  della  Chiesa  romana,  con 
animo  generoso  si  applicò  a  discac- 
ciameli, e  però,  adunato  numeroso 
esercito,  ncir  anno  1016,  li  attaccò 
nei  mari  di  Toscana,  e  ne  riportò 
compita  vittoria,  onde  rese  a'  suoi 
sudditi  la  libertà,  la  quiete,  e  la 
gloria,  da  gran  tempo  perdute.  Di- 
poi nel  io63,  avendo  il  conte  Rog- 
gero Normanno,  che  dal  suo  fratel- 
lo Guiscardo  duca  di  Calabria  era 
stato  promosso  al  governo  della  Si- 
cilia, distrutti  con  insigne  vittoria  i 
saraceni,  mandò  per  segno  di  questa 
al  Pontefice  Alessandro  II  quattro 
cammelli,  ed  il  santo  Padre  in  ri- 
conoscenza di  sì  fausta  notizia,  non 
solamente  spedì  al  conte  uno  sten- 
dardo, da  sé  benedetto,  col  quale 
munito  nell'avvenire  colla  protezio- 
ne di  s.  Pietro,  più  sicuramente 
potesse    assalire    i    saraceni    nemici 


cos 

acernml  de' callolici,  e  dislrnggerli, 
ma  ancora  conferì  a  Ini ,  ed  a 
quelli,  che  procurassero  liberare  dal- 
le mani  degl'infedeli  porzione  della 
Sicilia,  indulgenza  plenaiia ,  e  la 
facoltà  di  farsi  assolvere  delle  col- 
pe, delle  quali  avessero  intero  pen- 
timento. Il  sommo  Pontefice  Vittore 
III,  de' conti  di  Marsi,  apparecchiato 
un  grande  esercito,  da  tutte  le  parti 
d'Italia  reclutato,  e  speditolo  in 
Africa  contro  i  maomettani,  nel 
1086,  riportò  con  esso  una  vittoria 
insigne  sui  saraceni,  che  sovente 
infestavano  la  stessa  Italia,  colle 
rapide  loro  scorrerie,  seco  portando 
molti  cristiani  in  penosa,  e  dura 
schiavitìi,  assicurandosi  per  tal  bril- 
lante vittoria  da  nuovi  pericoli,  col- 
la morte  di  centomila  di  questi  in- 
fedeli, e  colla  presa  di  Mahdia,  città 
all'  oriente  di  Tunisi.  V.  Leone  O- 
stiense  nel  libro  II  della  Cronaca 
Cassìnese. 

I  turchi,  investendo  furiosamente 
l'impero  orientale,  mentre  sedeva  sul 
trono  di  Costantinopoli  Alessio,  que- 
sti dovette  invocar  l'aiuto  de'principi 
d'occidente,  ond'ebbe  origine  la 
prima  crociata,  poiché  alle  energiche 
rimostranze,  e  vive  persuasioni  di 
Pietro  eremita,  della  diocesi  d' A- 
miens,  il  Pontefice  Urbano  II  di 
Chatillon,  illustre  per  fatiche  apo- 
stoliche, e  per  viaggi  intrapresi  pel 
bene  della  santa  Chiesa,  nel  conci- 
lio che  celebrò  in  Clermont  nel 
1095,  determinò  la  prima  crociata, 
per  ricuperare  nell'oriente  le  terre 
possedute  dagl'  infedeli  saraceni,  e 
turchi.  Fu  dato  a  questa  spedizione 
il  nome  di  crociata,  perchè  i  soldati 
di  essa,  che  composero  un  esercito  di 
trecento  mila  uomini,  per  dimostrare 
la  efficacia  del  loro  voto,  si  distinsero 
con  una  croce  rossa  ricamata  sulla 
spalla  dritta  del  vestilo,  come  rac- 


COS  43 

conta  Mabillon  negli   Jwiali  Bene' 
deltini    del    secolo     VI.    In  questa 
spedizione    furono  prese   molte  cit- 
tà, e  Provincie,  e  venne  occupata  la 
stessa   città,  che  colla  vita,  e  morte 
di  Gesù  Cristo  era   stala  consagrala, 
ond'  ebbe  principio  il  nuovo  regno 
di   Gerusalemme,  del  quale  fu  elet- 
to re  ai   11  luglio  del    1099,  Gof- 
fredo di    Buglione    francese.    Si    e- 
ressero  altri  principati    cattolici    vi- 
cini a  Gerusalemme,  non  ostante  la 
contrarietà    gelosa    dell'  imperatore 
Alessio,   e  gli    impedimenti    da    lui 
frapposti.    Urbano  II  concesse  indul- 
genza plenaria  a  chi  prese  la  croce, 
rilassò  il  peso  de' digiuni,  ed  ordinò 
ai  preti  anche  l'uffizio  della  ^Madon- 
na.   V.  la  Storia  delle  Crociate  per 
la  liberazione  di   Terra  Santa    del 
R.  P.   Luigi  Maimboitrg  della  com- 
pagnia   di    Gesù,    trasportata    dal 
francese  all'  italiano,  da  d.  Gabrie- 
le sacerdote  Parigino  dottore  teologo, 
stampata  nel    1684    in    Piazzoli    in 
quattro  tomi  ;  ed  il  Trattato  in  quat- 
tro libri  di  Benedetto  degli  Accolli, 
col  titolo  :  De  Bello    a   Christianis 
contra   Barbaro s   gesto  prò    Cìiristi 
sepulcro,  et  Judcca  reciiperandis,  la 
migliore  edizione  del  quale  è  quella 
di  Groninga  del     i53i.    Inoltre    si 
può  consultare  la  celebre  storia  del- 
le crociate  del  sig.  Michaud. 

I  possedimenti  e  le  conquiste  fat- 
te da'crociati  nell'Asia  presto  furo- 
no attaccate  da' turchi ,  e  stante  il 
pericolo  di  perderle,  il  Pontefice  Ca- 
listo Il  di  Borgogna  nel  concilio  ge- 
nerale, che  fece  adunare  in  Roma 
nel  II23,  lateranense  I,  generale 
IX,  il  primo  dell' occidente,  coli'iu- 
tervento  di  novecento,  e  più  vescovi, 
trattar  fece  della  sagra  spedizione 
alla  Palestina  in  aiuto  de' cristiani, 
ed  alla  Ispngna  contro  i  turchi,  ed 
i  inori,  lutti    maomettani  nemici  del 


44  cos 

nome  crisliano.  Intanto  Papa  Lucio 
li,  Cnccianemici,  di  Bologna,  pianse 
amaiaincnte  nell'anno  i  i  44  ''^  P<^''- 
dita  di  Edessa,  o  di  Orfa,  tolta  a'cri- 
stiani  dagli  sforzi  costanti  de'  turchi. 
Il  suo  successore  Pontefice  Eugenio 
III,  nell'anno  seguente,  approvò  1' 
Ordine  militare  di  s.  Giovanni  di 
Gerusalemme,  detto  Gerosolimitano, 
i  cui  cavalieri  facevano  voto  di  di- 
fendere dalle  insidie  dei  turchi  i 
pellegrini,  che  si  recavano  ai  luo- 
ghi santi  di  Gerusalemme.  Il  Pon- 
tefice Urbano  III,  Cribrili,  mi- 
lanese, recandosi  alla  volta  di  Ve- 
nezia per  metter  in  ordine  l'armata, 
che  dovea  portar  soccorsi  ai  cristia- 
tii  dell'  Asia ,  ricevette  in  Ferrara 
la  nuova,  che  Saladino  soldano  di 
Egitto  aveva  conquistata  a'  n  otto- 
bre I  187  al  re  Almerico  II  la  città 
di  Gerusalemme,  ottantotto  anni  do- 
po ch'era  stata  tolta  da'  cristiani  agli 
infedeli.  Egli  per  dolore  s'ammalò,  e 
morì  a' 29  ottobre.  Così  terminò  il 
regno  di  Gerusalemme,  che  dopo  Bu- 
glione avea  avuto  nove  re,  cioè  Bai- 
duino  I,  Balduino  II,  Folco,  Baldiiino 
III,  Almerico  I,  Balduino  IV,  Baldui- 
no V,  Guido,  ed  Almerico  II,  riu)a- 
nendo  a  Giovanni  di  Brienna  sol- 
tanto una  parte  del  regno. 

Non  vacò  la  sede,  ed  a'  20  otto- 
bre fu  eletto  in  Ferrara,  Gregorio 
A^III  di  Mora  Beneventano.  Appli- 
cato il  nuovo  Pontefice  alla  con- 
quista di  Gerusalemme,  mandò  ad 
intimare  il  digiuno  a' cristiani  per  cin- 
que anni  come  nella  quaresima,  in 
lutti  i  venerdì,  ed  astinenza  dalla 
carne  ne'  mercoledì,  e  sabbati,  ciò 
eh'  egli,  e  i  Cardinali  colla  loro 
corte,  facevano  ancora  il  lunedì.  In- 
di passò  a  Pisa,  per  pacificare  quel- 
la repubblica  con  quella  di  Genova, 
ed  incoraggire  l' ima  e  l' altra,  al- 
loia  rispettabili  per  la  loro  grande 


COS 
potenza  marittima,  a  formare  una 
armata  contra  Saladino  re  de'  sa- 
raceni, della  Siria,  e  dell'  Egitto  ; 
ma,  dopo  il  governo  d'  un  mese  e 
27  giorni,  morì  in  Pisa  a'  17  di- 
cembre 1187.  Fu  Gregorio  Vili 
un  Papa  di  zelo  ardente,  il  quale 
prima  di  morire  aveva  esortato  i 
principi  cristiani  ad  una  nuova 
crociata  contro  gl'infedeli. 

llitornando  nel  i  ic)3  dalla  sagra 
guerra  di  Palestina,  Riccardo  re  di 
Inghilterra,  e  fatto  prigione  da  Leo- 
poldo duca  d'Austria,  Celestino  111 
scomunicò  quest'ultimo,  che  da  ciò 
indotto  consegnò  all'  imperatore  En- 
rico VI  il  monarca  inglese.  L' im- 
peratore Enrico  VI  non  gli  volle 
però  dare  la  libertà  senza  una  vi- 
stosa somma  di  danaro;  onde  il 
Pontefice  fulminò  pure  contro  lui 
la  scomunica,  e  morendo  l'impera- 
tore in  Messina,  Celestino  III  non 
acconsentì  che  fosse  sepolto,  se  prima 
non  ne  venisse  data  la  permissione 
del  re  d'Inghilterra,  e  dove  prima  non 
gli  fosse  stato  restituito  il  danaro, 
che  per  violenza  avea  sborsato  nel 
ricuperare  la  libertà  nel  1194-^1^ 
Enrico  VI  di  ciò  pentito,  avea  già 
ordinato  nel  suo  testamento  al  pro- 
prio figliuolo  Federico  II,  che  re- 
stituisse al  re  Riccardo  il  denaro 
strappatogli  ingiustamente.  Quindi 
nel  1193  Celestino  III  confermò 
l'Ordine  militare  Teutonico  istituito 
in  Acri  della  Soria,  da  una  com- 
pagnia d'uffiziali  tedeschi,  e  forma- 
to per  soccorrere  i  feriti,  e  gì'  in- 
fermi dell'armata  de'crociati,  nell' 
assedio  di  quella  città. 

INIentre  il  Pontefice  Innocenzo 
III,  Conti,  d'Anagni,  si  affaticava 
nel  ricuperare  Terra  Santa  (  del- 
la quale  diligenza,  e  del  quale  ze- 
lo nel  promovere  il  soccorso  mi- 
litare tratta  diffusamente  il  mento- 


cos 

vaio   p.  Mainibourg);  i  latini,    che 
avevano  una  buona  armata  nell'o- 
riente, conquistarono,  come  si  disse, 
nel    i2o3,    Costantinopoli,    capitale 
dell'  impero  gieco,  che  passò  a'  la- 
tini, essendone  eletto  per  imperato- 
re a'i6  maggio  del    i2o4,    Baldo- 
vino conte  di  Fiandra.  Indi  nel  12  i5, 
Innocenzo    III     celebrò    il    concilio 
generale  XII,  laleranense  IV,  in  cui 
si  trattò    de'  mezzi    per    ricuperare 
da' saraceni  la  Terra  Santa  di  Pale- 
stina, e  v'intervennero  1289  padri. 
Terminato  il  concilio  a'  3o  novem- 
bre, poco  dipoi  Innocenzo  III  partì 
da  Pioma  per  pacificare  i  genovesi, 
ed  i    pisani,  ed  esortarli  a  rivoltar 
le  loro  forze  in  soccorso  della  Terra 
Santa,  che  fu  uno  de'  maggiori  suoi 
pensieri  per  tutto  il  suo  governo  di 
diciotto     anni  ;     ma     pervenuto     a 
Perugia  quivi  si    ammalò,    e    morì 
a'  16  luglio  del    12  16. 

Vacò  la  santa  Sede  un  giorno, 
ed  a'  18  luglio  fu  eletto  il  veneran- 
do e  dotto  Onorio  III,  Sawlli , 
romano,  che  protestando  subito  di 
seguitare  lo  zelo,  e  la  fatica  del  suo 
antecessore  sulla  spedizione  militare 
per  la  guerra  di  Terra  Santa,  scrisse 
immediatamente  a'  vescovi  ed  ai 
sovrani  cattolici  per  promuovere  sì 
pia  impresa.  Le  paterne  sue  lettere 
.si  leggono  presso  il  Rinaldi  all'  an- 
no 1216.  Radunato  un  copioso 
esercito  cristiano,  Onorio  III  ne 
nominò  a  condottiero  il  Cardinal 
Giovanni  Colonna  romano,  in  qua- 
lità di  legato  de'  crocesignati  di 
Soria.  Ivi  si  trovò  all'  espugnazione 
di  Damiata  nel  1220,  da  cui  per 
sua  divozione  passò  a  Gerusalemme, 
e  cadde  nelle  mani  de'  maomettani 
saraceni,  che  lo  straziarono  con  a- 
troci  tormenti,  fino  a  volerlo  segar 
vivo  ;  ma  atterriti  dallo  splendore, 
che  osservarono    sul    volto    di    lui, 


COS  45 

cambiato  1'  odio  in  rispetto ,  gli 
donarono  la  colonna  di  diaspro,  in 
cui  Gesù  Cristo  fu  flagellato,  e  che 
egli  poi  donò  alla  chiesa  di  s.  Pras- 
sede  suo  titolo  Cardinalizio.  Molto 
merito  si  fece  pure  nella  presa  fli 
Damiata  Oliverio  di  Westfaiia,  ca- 
nonico di  Colonia,  e  celebre  predi- 
catoi'e  per  la  crociata  contro  i  sa- 
raceni. Co'  suoi  discorsi  infiammò  di 
religioso  coraggio  i  militari,  e  men- 
tre fu  allora  eletto  vescovo  di  Pa- 
derbona,  Onorio  III  nell'anno  me- 
desimo 1220  creollo  in  premio 
Cardinal  vescovo  di  Sabina.  Per 
questa  conquista  il  santo  Padre  a- 
vea  concepita  vm' estrema  allegrez- 
za ;  ma  molto  si  scemò  nel  settem- 
bre 1221,  quando  i  cristiani  furono 
costretti  a  restituirla,  benché  con 
onorevoli  condizioni,  a  Saladino  sul- 
tano dell'  Egitto.  Per  questo  Onorio 
III  con  lettere  caldissime  esortò 
l'imperatore  Federico  II,  che  avea 
unto  e  coronato  colle  insegne  ini- 
peiiali,  ad  intrapiendere  con  solle- 
citudine il  viaggio  di  Terra  Santa, 
ch'egli  avea  promesso  con  giura- 
mento di  fare.  Intanto  Cesare,  per 
placare  il  Pontefice  inquieto  di  un 
tal  ritardo,  e  che  vedeva  contro  sé 
irato,  restituì  nelle  mani  del  nunzio 
apostolico  le  terre  della  contessa 
Matilde,  e  le  altre  possessioni  cui 
nella  romana  Chiesa  avea  usurpate, 
come  racconta  il  citato  annalista 
Rinaldi  all'anno   1221. 

Frattanto  il  santo  Padre  speran- 
do, che  Federico  II  fosse  risoluto 
di  promovere  la  spedizione  di  Terra 
Santa,  nel  1222  lo  chiamò  in  A- 
nagni,  e  con  lui  si  trattenne  per 
quindici  giorni  in  Veroli  dopo  la 
solennità  di  Pasqua,  che  in  quel- 
r  anno  cadde  a'  3  aprile,  trattando 
sempre  di  detta  impresa,  alla  quale 
Onorio  III  nell'anno  seguente  i223 


46  cos 

esortò  con  lettere,  e    co'  suoi    nun- 
zii  tutti  i  sovrani  dell' Europa.  Nel 
I11-2   però  il  Papa  convocò  un  al- 
tro congresso  con  Cesare  in  Feren- 
tino, al  quale  chiamò  Giovanni    di 
Brienna    re    di    Gerusalemme,    che 
erasi  recato  in  Roma,  per  sollecita- 
re nuovi  soccorsi  per  la    conquista 
dei  luoghi  santi,  ed  in    esso    l' im- 
peratore   Federico  II    promise    con 
giuramento     di      condursi    fra    due 
anni  con  un  potente    esercito;    ma 
tornato  il  Pontefice    a    Pioma,    Ce- 
sare fece  tutto   all'  opposto,    impie- 
gando le  forze,  radunate  per  t|uesta 
impresa,  contro  le  città  dell'  Italia, 
che  non  erano  del  suo  partito.  Quin- 
di, nell'anno  1225,  Onorio  HI  diede 
le  insegne  imperiali  a  Jolante,  figlia 
di    Giovanni    re    di    Gerusalemme, 
e  la  uni  in   matrimonio    col    detto 
imperatore  Federico  II  per  confer- 
marlo nella  stabilita    guerra    co'  sa- 
raceni.    Questo    egregio   Pontefice, 
vedendo  poscia  Giovanni  di  Brienna 
spogliato  da  Federico  li  suo  genero 
della  porzione    del     suo     regno     di 
Gerusalemme,  non  ancora  occupala 
da' saraceni,  usando  della    consuetii 
carità     della    Chiesa     E.omana,    nel 
1227  ,  per  sostentamento  della  real 
corovia,  gli  diede  in  governo    tutto 
il  patrimonio,  che    avea    la  Chiesa, 
da   Radicofani  fino  a   Roma. 

Gregorio  IX,  Conti ,  d'  Anagni , 
nipote  d'Innocenzo  III,  a'  19  mar- 
zo 1227  fu  eletto  in  successore  di 
Onorio  111.  Appena  venne  coronato, 
ordinò  all'  imperatore  Federico  li, 
che  partisse  subito  per  la  guerra 
sagra  della  Soria ,  coni'  egli  avea 
giurato,  ciò  che  non  essendosi  da 
lui  eseguito,  a'  29  settembre  lo 
scomunicò  in  Anagni,  e  tornato  il 
santo  Padre  in  Roma,  nell'  anno 
seguente  1228,  rinnovò  nel  giove- 
di  sanie     tale    scomunica.  Irritato 


COS 

l'Augusto,    comperò  gli  animi  dei 
potenti  Frangipani,  ed  altri  roma- 
ni, per  muoverli  a  perseguitare  il 
Papa,  il  quale  essendo  da'  sollevati 
assalito  in  s.  Pietro,  si  ritirò  a  Pe- 
rugia, Partito    frattanto    1'  impera- 
tore per  la  Soria,  tradì    gli    alFari 
cattolici  con  un  infame  patto,  che 
fece  col  sultano,  e  dopo  aver    evi- 
tate   le    insidie  del  suocero,    a'  18 
marzo  fattosi  coronare  re    di    Ge- 
rusalemme, nel  maggio  1229  fuggì 
nascostamente  dalla  città,  e  torna- 
to   in    Italia    vi    ricuperò   tutte  le 
città,  che  nella  sua  lontananza  gli 
erano  state  prese,  riempiendo  l'I- 
talia di  guerre,  odii ,  e  fazioni  in- 
terne ,  da  cui  si  crede  aver  avuto 
origine  le  famose  fazioni  guelfa,    e 
ghibellina ,    la  prima  favorevole  al 
Papa,  e  la  seconda  seguace  di  Ce- 
sare, ma  ambedue,  da  Venezia  iti 
fuori,  desolatrici   di  tutta  l'Italia. 

Innocenzo  IV  intimò  nel  1 1^5 
un  concilio  generale,  che  fu  il  XIII, 
da  essere  celebrato  in  Lione,  ed  a 
cui  egli  presiedette.  Fra  le  altre 
cose  vi  si  trattò  della  crociata  per 
la  Palestina,  per  la  quale  fu  eletto 
a  generale  s.  Luigi  IX  re  di  Fran- 
cia. Moli  però  di  pestilenza  quel 
santo  re  in  Tunisi  a'  2  5  agosto  del 
1270.  La  seconda  volta  era  quella 
ch'ei  si  recava  a  tale  spedizione, 
e  nella  prima  fu  schiavo  de'  tur- 
chi. 

Alessandro  IV,  per  ottenere  l'u- 
nione de'  greci,  da  lui  ardentemente 
procurata,  concesse  loro,  che  nel 
simbolo  della  fede  non  recitassero 
la  parola  Filiogue,  purché  sentisse- 
ro in  ciò  come  i  latini.  Mandò  a 
Teodoro  Lascaris  imperatore  di  Ni- 
cea  il  vescovo  di  Orvieto  per  la 
slessa  riunione  della  Chiesa  greca 
colla  latina,  e  destinò  di  far  nuo- 
vamente la  guerra  contro   gì'  infe- 


cos 

deli.  IMa  questi  suoi  disegni  non 
ebbero  alcun  elTelto.  Intanto  avea 
dichiarato  legato  dell'  armata  ,  che 
si  troverebbe  in  Terra  Santa,  il  pa- 
triarca di  Gerusalemnoe  Jacopo  di 
Troyes,  che  gli  successe  nel  Pon- 
tificato a'  29  agosto  1261  col  no- 
me di  Urbano  IV. 

Mentre  Teobaldo  Visconti  di 
Piacenza,  legato  di  Soria  dell'eser- 
cito cristiano,  si  trovava  ad  Acri 
con  Odoardo  primogenito  del  re 
d' Inghilterra,  aspettando  il  tempo 
opportuno  di  passare  co'  crocesi- 
gnati  in  Gerusalemme  per  ricupe- 
rarla dalle  mani  de'  seguaci  di  Mao- 
metto, fu  eletto  Pontefice  in  Vi- 
terbo, il  primo  settembre  1271, 
benché  non  decorato  della  porpora 
Cardinalizia ,  e  prese  il  nome  di 
Gregorio  X.  Siccome  la  ricupera- 
zione di  Terra  Santa,  ove  era  stato 
legato  apostolico,  fu  sempre  mai  la 
maggior  cura  di  questo  Papa,  cos'i 
egli ,  per  meglio  provvederne  al- 
l' opportuno  soccorso,  intimò  il  con- 
cilio generale  XIV  ,  di  Lione  II , 
nella  qual  città  lo  celebiò  nel 
1274.  Oltre  i  soccorsi  per  la  guer- 
ra di  Palestina  contro  i  nemici  del 
cristianesimo ,  che  furono  in  esso 
stabiliti  concordemente ,  si  presero 
molte  utili  provvidenze  in  vantag- 
gio della  religione.  Anche  il  Pon- 
tefice Giovanni  XXI,  di  Lisbona , 
creato  nel  1276,  negli  otto  nìcsi 
che  regnò,  procurò  colla  maggior 
premura  di  mantenere  quella  parte 
di  Terra  Santa,  la  quale  era  anco- 
ra  in  potere  de'  cristiani. 

Nicolò  IV  fra  le  cure,  che  eser- 
citò in  favore  della  religione  catto- 
lica, con  istancabile  zelo  esortò  tutti 
i  principi  a  formare  una  numero- 
sa crociata,  per  arrestare  i  vitto- 
riosi progressi  del  sultano  di  Ba- 
bilonia, il  quale  nel   1290  prese  ai 


COS  47 

cristiani  della  Soiia  la  città  di  Tri- 
poli. E  perchè  questo  soccorso  non 
t\\  spedito  coir  opportuna  diligenza, 
la  città  di  Acri,  1'  unica  che  posse- 
devano in  quelle  parti  i  cristiani, 
fu  vinta  nell'anno  seguente  dall'or- 
goglioso sultano,  e  i  cristiani  furo- 
no banditi  da  tutta  la  Soria  ,  con 
sommo  cordoglio  del  zelante  Pon- 
tefice, che  poco  dopo  terminò  di 
vivere  ai  4  api'ilc    1292. 

Nel  i3o5  il  Pontefice  Clemente 
V,  Got,  stabih  la  santa  Sede  in 
Avignone,  e  nel  1807  si  recò  a 
Poitiers,  per  quivi  trattare  col  re 
di  Francia  Filippo  IV,  il  Bello 
(che  vi  si  recò  co'  suoi  quattro  fi- 
gli, e  due  fratelli,  di  Navarra  e  di 
Sicilia,  unitamente  al  conte  di  Fian- 
dra, ed  a  Carlo  di  Valois),  di  dai 
riparo  alle  cose  della  cristianità 
nella  Soria,  e  togliere  a'  greci  scis- 
matici r  imperio  di  Costantinopoli. 
Quindi,  nel  1 3 1 1 ,  Clemente  V  rese 
assai  celebre  il  suo  Pontificato,  pel 
concilio  generale  XV  di  Vienna 
in  Francia,  da  lui  cominciato  agli 
I  I  ottobre,  coli'  intervento  di  molli 
Cardinali,  di  due  patriarchi,  di  tre- 
cento vescovi,  del  re  Filippo  IV  di 
Francia  con  tre  suoi  fighuoli  (che 
poi  gli  succedettero  nel  regno),  di 
Odoardo  II  re  d' Inghilterra ,  di 
Giacomo  li  re  di  Aragona,  e  di 
altri  personaggi.  In  questo  concilio 
si  trattò  pure  del  soccorso  pei  cri- 
stiani di  Terra  Santa,  e  della  causa 
de'  cavalieri  templari!,  dell'  Ordine 
istituito  nel  iii8  per  difendere 
contro  i  saraceni  i  pellegrini ,  che 
andavano  a  visitare  i  santi  luoghi 
di  Gerusalemme.  Questi  religiosi 
furono  utilissimi  nel  tempo  delle 
crociate,  e  però  sommamente  ar- 
ricchiti da'  cristiani,  ma  nel  conci- 
lio furono  estinti.  Il  Papa  levò  la 
scomunica  a  Guglielmo  di  Nogaret, 


48  cos  cos 

])cr l'ingiurie  fatte  a  Bonifacio  vili,  XXII,  e  destinate  al    sostenimento 
imponendogli  la  penitenza  del  viag-  de'  portoghesi  della  crociata,  i  quali 
gio  di  Terra  Santa,  dove    avrebbe  passassero  oltremare,  non  si  pagas- 
dovuto  restare  per  cinque  anni  vi-  sero  alla  Sede  apostolica,  ma  bensì 
sitando  i  santi  luoghi,  secondo    A-  se  le  chiamò  a  sé  col  pretesto,  che 
malrico  presso  Baluzio.  non    fossero    dissipate  ,   e   consunte 
JVon  essendovi  quasi  verun  angolo  senza  la    sua  autorità.    Per  lo  che 
dell'Europa,  il  quale  nell'anno  i320  il  Papa    Benedetto   XII,    Fournier, 
fosse  libero  da'  funesti  effetti  di  una  di  Tolosa  ,  che    grandemente    bra- 
\iva  guerra,  il  Papa  Giovanni  XXII  mava  di  convertire  queste    decime 
non  risparmiò  fatica  per  rimettere  in  soccorso  degli    orientali    (  molto 
tutto  in  pace,  esortando  nello  stesso  più  che    avea    ricevuto    nel     iSSy 
tempo  molti  principi    a  convertire  un'ambasceria  del   re    di    Armenia 
le  armi  contro  i  saraceni,  in  aiuto  in  cui  gli  domandava    aiuto),    ed 
de'  cristiani   della  Soria ,  poiché    il  al    quale    dispiaceva ,    che    le    cose 
conquistatore  Ottomano,  da  cui  tras-  delle  Chiesa  fossero  da' laici    usur- 
sero  i  turchi  il  nome  di   ottomani,  paté,    riprese    con    apostolico    zelo 
come    dicemmo    di  sopra,  sempre  Alfonso  IV,  e  gli  mostrò  la  grande 
più     diveniva    formidabile.    Questo  ingiustizia,  che  con  ciò  faceva  alla 
Pontefice    soccorse    il    re    di    Ma-  santa    Sede.    Indi    nel    i34i    l'ice- 
jorica    contro    i    saraceni,    ed     in-  vette  il  santo  Padre  gli  ambascia- 
■\iò     missionari    a    predicar    la     fé-  tori  de'  re  Alfonso  XI  di  Castiglia, 
de    agl'infedeli,     che     gran    danno  e  del   suddetto  Alfonso  IV  di  Por- 
aveano  recato  alla    repubblica    cri-  logallo,  che  gli  portavano  gli  spo- 
sliana,  principalmente    alla    Chiesa  gli,  ed  alcuni  saraceni  presi  nell'in- 
orientale.  Egli  avea  inoltre  comincia-  signe  vittoria,  che  di  questi  ripor- 
to a  trionfare  de'  turchi,  contro  dei  tarono,  le  quali  cose  Benedetto    XII 
quali  avea  fatto  lega  coi  re  di  Francia,  assai   gradì.  Egli    esortò    inoltre    a 
di  Sicilia,  di   Cipro,  e  di  Armenia,  proseguire    così    gloriosa    impi'esa  , 
e  con  Andronico    imperatore  d' o-  per  cui  concesse  al  monarca    por- 
riente,  insieme  a'  veneziani.  Ma  do-  toghese  le  decime  di  due  anni,  col 
pò  azioni  così  illustri,  cessò   di  vi-     patto  che  facesse  fabbricare,  e  do- 
vere   in    Avignone   a'  4   dicembre     tare    le    chiese    necessarie    al  culto 
dell'anno    i334,    mentre   era    sul-  divino    nelle    terre    conquistale    ai 
tano    de'  turchi   Orcano ,    figlio    di     nemici  della  nostra  fede.  ^.  il  Ma- 
Ottomano,  di  cui  parlammo  in  prin-     riana  al  libro  VJ. 
cipio,  il  quale  aggiunse  ai    paterni  Clemente    VI,    nel    i3^5 ,  non 
possedimenti  le  città  di    Nicea ,    di     risparmiò  fatica,  afiìne  di  muovere 
3\icomedia,  la  Lidia ,    la  Cappado-     i  principi    cristiani    a    prendere  le 
eia,  e  spinse    il    primogenito    Soli-     armi    contro    de'  turchi ,    che    con 
mano  di  là  dell'  Ellesponto  ad  oc-     sommo  danno    della    cristianità    si 
cupar  Gallipoli    aprendosi    così    la     rendevano  ogni  giorno  più  potenti; 
strada  della  Grecia.                                indi    nel     i35i     volendo    il    santo 
Vedendo   Alfonso  IV  re  di  Por-     Padre  purgare    le    chiese    dell' Ar- 
togallo,  che    non    si    effettuava    la     menia   da  diversi  errori ,  e  ridurle 
sagra  guerra,  ordinò  che    le    deci-     alla     purità     della     fede    cattolica , 
me  imposte  dal  Pontefice  Giovanni     adottò  il  mezzo  di  obbligare    quei 


cos 

popoli  con  benefizi,  procurando  clie 
alcuni  principi  cattolici  inviassero 
loro  soccorso  contro  i  saraceni,  che 
grandemente  li  molestavano.  In- 
tanto, nei  i355,  ad  Orcano  suc- 
cesse il  suo  figlio  Amuratte  I  sul- 
tano de'  turchi,  essendo  morto  So- 
limano maggior  fratello. 

Mosso  Papa  Innocenzo  VI  pel 
suo  zelo  a  compassione  dell'  infelice 
stato,  in  cui  si  trovava  1"  impero 
de'  greci,  diviso  per  sé  stesso,  e  af- 
flitto da'  saraceni,  e  da'  turchi,  avea 
fino  dal  i353  spediti  legati  a  Can- 
tacuzeno,  che  reggeva  il  rimanente 
per  la  minorità  di  Giovanni  Paleo- 
logo.  Furono  questi  ricevuti  coH'o- 
nore  conveniente  alla  dignità  loro, 
e  al  sovrano  Pontefice  da  cui  ei'a- 
no  inviati.  Trattossi  dell'  unione 
delle  due  Chiese,  ma  Cantacuzeno, 
che  non  era  meno  abile  nella  teo- 
logia, e  nella  storia,  che  nella  po- 
litica, credette,  che  questa  non  po- 
teva effettuarsi  senza  un  concilio 
generale,  in  cui  assistessero  i  ve- 
scovi di  ambedue  i  partiti.  Ora  , 
nell'anno  i355,  Paleologo,  già  si- 
gnore del  governo  libero  di  Costan- 
tinopoli, obbligossi  con  giuramento 
di  ubbidire  al  Papa ,  nella  slessa 
maniera  che  gli  altri  imperatori, 
e  re  cattolici,  di  fare  gli  onori  do- 
vuti a'  legati  apostolici ,  e  di  ado- 
perarsi in  guisa,  che  i  greci  si  ri- 
ducessero air  ubbidienza  della  san- 
ta Sede  con  altre  simili  promesse; 
pregando  nello  stesso  tempo  Inno- 
cenzo "VI  a  spedire  un  esercito,  che 
soggiogasse  i  turchi  ,  e  i  greci  ri- 
belli. Tutto  fu  solennemente  fir- 
mato col  vescovo  di  Smirne  nun- 
zio apostolico,  e  spedito  al  l^apa. 
Giunsero  nel  i356  gli  anibascia- 
tori  ad  Innocenzo  VI,  il  quale  per 
ridurre  i  greci  alla  Chiesa  romana, 
inviò  due  vescovi  a  Costantinopoli, 
voL.  xvni. 


COS  49 

ma  vedendo  che  quest'impresa  non 
riusciva  per  la  perfidia  di  alcuni 
cristiani,  che  favorivano  il  turco, 
ordinò  a  Pietro  re  di  Cipro,  a'  ve- 
neziani ,  a'  genovesi  ,  e  a'  cavalieri 
gerosolimitani  di  Pvodi,  che  doves- 
sero mantenere  nel  porto  di  Smir- 
ne il  numero  delle  galere,  che  avea 
prescritto  Clemente  VI  per  servir- 
sene contro  gl'infedeli. 

Intanto  il  sultano  Amuratte  I, 
consolidando  il  suo  dominio  nell'A- 
sia, portò  le  sue  armi  in  Europa, 
e  nel  1 36o  stabili  in  Adrianopoli 
la  sua  sede.  Egli  fu  l'istitutore  del- 
la milizia  de'  Giannizzeri  (  dei  quali 
riporteremo  un  cenno  istorico  )  ;  mi- 
lizia ,  eh' era  composta  della  quinta 
parte  degli  schiavi  cristiani  rapi- 
ti in  tenera  età  nelle  provincia 
greche,  ed  educati  all'armi,  ed  al- 
l' islamismo,  i  quali  composero  per 
lungo  tempo  il  nerbo  degli  otto- 
mani eserciti:  ma  abusando  di  lo- 
ro possanza  furono  soppressi  dal- 
l' imperatore  de'  turchi  ÌNIahmoud 
II  ne'  primi  del  corrente  secolo 
XIX.  Papa  Urbano  V,  fra  le  altre 
fatiche  che  tennero  occupato  il  suo 
zelo,  nel  i363,  procurò  colle  sue 
diligenze  una  crociata  contro  i  tur- 
chi, e  saraceni,  della  quale  fece  ca- 
po il  re  di  Francia  Giovanni  lì, 
a  cui  diede  la  croce,  come  pu- 
re al  Cardinal  Talayrand  vescovo 
di  Albano,  che  ne  fece  anche  le- 
gato. Ad  esempio  del  re  di  Francia 
Carlo  V,  di  Valdemaro  III  le  di  Da- 
nimarca, e  di  Pietro  re  di  Cipro,  si 
recò  l'imperatore  d' occidente  Car- 
lo IV  nel  I  365,  a  visitare  Urbano 
V  in  Avignone.  Quivi  alla  presen- 
za di  una  numerosa  assemblea  , 
concorsavi  per  deliberare  sulle  ope- 
razioni de'ciocesignati  (fra  le  quali 
era  il  piiucipal  motore  di  questa  cro- 
ciala  il  re  di  Cipro  Pietro  di  Lusi- 

4 


So  CO  S 

gnano,  che  da  cinque,  o  sei  atini 
girava  a  questo  fine  per  tutte  le  cor- 
ti di  Europa),  il  Papa  e  l'itupera- 
tore  trattarono  di  restaurare  nell'A- 
sia la  cattolica  religione,  facendo 
energica  guerra  a'  turchi. 

Urbano  V,  nel  i366,  scrisse  pre- 
murose lettere  a  tutti  i  re  dell'Eu- 
ropa, acciocché  porgessero  soccorso 
alle  isole  di  Cipro,  e  di  Rodi  con- 
tro le  quali  volevano  partire  i  sa- 
raceni dell'Egitto,  Soria,  e  Babilo- 
nia, collegati  co'  turchi.  Dipoi  nel 
iSyS,  il  successore  Gregorio  XI, 
per  la  difesa  della  cattolica  religio- 
ne, e  per  raffrenare  l'orgoglio  dei 
turchi,  fece  pubblicare  una  crocia- 
ta nella  Germania,  e  per  altri  re- 
gni, concedendo  indulgenza  a  chiun- 
que prendesse  le  armi  contro  i  ne- 
mici del  nome  cristiano  :  e  nel  1377 
ebbe  la  gloria  di  riportare  la  san- 
ta Sede  in  Roma  capitale  del  mon- 
do cattolico,  dopo  che  era  stata 
più  di  anni  setlantuno  in  Avigno- 
ne. Nell'anno  seguente  1878  gli 
successe  Urbano  VI,  contro  il  qua- 
le insorse  l'antipapa  Clemente  VII, 
dando  con  ciò  principio  al  XXII 
scisma  della  chiesa  occidentale,  il 
più  lungo,  e  il  più  pernicioso  di 
tutti,  poiché  essendo  dm-ato  per  qua- 
si cinquantun  anni,  non  sapevano 
i  fedeli  a  qual  capo  della  Chiesa 
dovessero  ubbidire,  e  qual  ricono- 
scere per  legittimo  pastore  uni- 
versale. 

Questo  orrendo  scisma  riuscì  di 
sommo  pregiudizio  alla  Chiesa,  an- 
che per  l'ingrandimento  della  po- 
tenza turchesca,  giacché  divisi  i  po- 
poli, ed  i  regni  in  ubbidire  i  Pontefi- 
ci Roinimi,  e  gh  antipapi  Avignognesi, 
i  Papi  non  poterono  applicarsi  ad  im- 
pedirne l'incremento,  ed  accorrere  in 
aiuto  de'minacciati  da'maomettani. 
Amuralte  I   trionfò  de' vallatili ,  de- 


cos 

gli  ungheri,  e  de'  dalmati,  e  morì 
nel  i385  sul  campo  dal  pugnale 
di  un  serviano.  Gli  successe  il  pi  i- 
mogenito  Bajazzette  I,  che  co!  pri- 
mo assedio  di  Costantinopoli,  otten- 
ne dall'imperatore  Manuele  Paleo - 
logo  la  pace,  con  che  i  turchi  aves- 
sero in  quella  capitale  un  quartie- 
re, una  moschea  per  gli  atti  della 
loro  falsa  religione,  ed  un  giudice 
privato.  Crescendo  le  sue  conquiste, 
e  minacciata  di  nuovo  Costantino- 
poli, i  principi  cristiani  invocarono 
il  braccio  forte  del  famoso  Tamerla- 
no,  gran  can  de'tartari,  che  nella  bat- 
taglia d'Ancira  avendo  fatto  prii^io- 
niero  il  sultano  Bajazzette  I,  lo  fece 
racchiudere  in  una  gabbia  di  ferro,  e 
poi  si  servì  della  sua  schiena  per  isca- 
bello  in  salire  a  cavallo.  11  turco 
ne  morì  di  dolore  nel  iSgg,  e  la 
parte  asiatica  dell'  impero  ottoma- 
no fu  invasa  dai  tartari.  Solimano 
I,  secondogenito  di  Bajazzette,  ucci- 
so il  fratello  Isa  Belis,  si  fece  pro- 
clamar sultano  in  Adrianopoli;  ma, 
nel  i4'o>  ■venne  ucciso  da'soldati 
del  suo  fratello  Musa,  dichiarato 
sultano  in  Europa.  Il  minimo  però 
de'fratelli  Maometto  I,  ricuperale  le 
asiatiche  provincie,  s' intitolò  sulta- 
no di  Pi  usa;  i  due  fratelli  vennero 
alle  mani,  e  Maometto  I  restò  vin- 
citore nel  1^1  3.  Egli  fece  strangola- 
re JMusa,  e  riunitisi  nel  suo  capo  i 
diritti  di  lui,  fu  salutato  restauiato- 
re  dell'impero  ottomano. 

Finalmente  celebratosi  il  famoso 
concilio  di  Costanza,  che  fu  il 
principale  avvenimento  del  secolo 
XV,  agli  II  novembre  i4'7>  venne 
eletto  in  sommo  Pontefice  Martino 
V,  Colonna^  romano,  che,  estinto  il 
funesto  scisma,  pacificata  l'afflitta 
Italia,  e  restaurata  la  desolata  Ro- 
ma, meritò  i  gloriosi  titoli  di  padre 
della  patria,   e    di    felicità    de'  suoi 


cos 

tempi.  Frattanto,  adoperandosi  e- 
gregiamente  Uladislao  re  di  Polonia 
per  1'  unione  della  chiesa  greca  col- 
la romana,  Martino  V,  nel  i4i8, 
con  sue  lettere  gliene  seppe  grado, 
e,  ad  esempio  degli  altri  Pontefici, 
che  a  lui  avevano  conceduti  molti 
privilegi,  in  riguardo  all'aver  non 
poco  dilatata  la  santa  Sede,  anche 
nelle  parti  degl'infedeli,  come  dice 
lo  storico  Mattia  Micovia,  nel  libro 
IV,  gli  confermò  non  solamente  le 
grazie  ottenute,  ma  ancora  lo  di- 
chiarò vicario  della  Chiesa  Romana 
ne'  suoi  stati,  affinchè  meglio  fosse 
propagala  la  luce  evangelica  tra  i 
barbari,  e  fossero  ridotti  i  greci  al- 
l' obbedienza  verso  la  santa  Sede. 
]Vel  tempo  stesso,  non  contento  Gio- 
vanni I  re  di  Portogallo  di  aver 
conquistata  l' importante  città  e  for- 
tezza di  Ceuta  da'mori  maomettani, 
bramoso  di  promovere  maggiormen- 
te la  cattolica  religione,  risolvette 
di  mover  aspra  guerra  ai  saraceni  : 
per  lo  che  Martino  V,  volendolo 
aiutare  in  cosi  santa  impresa,  invitò 
tutti  i  principi  a  prestargli  soccorso, 
e  fece  bandire  nel  modo  solito  la 
crociata  contro   i  barbari  infedeli. 

Al  sultano  Maometto  I  successe, 
nel.  142  I,  il  figlio  Amuratte  II,  che 
nel  raccogliere  la  paterna  eredità 
dovette  combattere  lo  zio  Mustafà, 
che  per  altro  fece  prontamente  stroz- 
zare, il  figlio  di  lui,  il  quale  avea 
lo  stesso  nome,  fu  poscia  decapita- 
to. Amuratte  II  restato  senza  emo- 
li, potè  far  delle  conquiste.  Nel 
i43i,  mori  il  Pontefice  Martino  V, 
e  dopo  undici  giorni,  a'  3  marzo 
concordemente  fu  eletto  Eugenio 
IV.  In  quest'  anno  cominciarono  le 
avversità,  fra  le  quali  passò  egli 
tutto  il  suo  pontificato.  Tre  Colon- 
nesi  nipoti  del  defunto  Papa,  ed 
assai  potenti,   s' impadronirono    del 


COS  5i 

tesoro,  che  lo  zio  aveva  radunato 
per  somministrar  le  spese  a'  greci, 
i  quali  dovevano  condursi  ai  concilio 
in  cui  si  doveva  conchiudere  1'  u- 
nione  loro  co'  latini,  e  far  la  guer- 
ra a'  turchi.  Servironsi  i  Colonnesi 
di  questo  danaro  per  ammassar  del- 
la gente  affine  di  opprimere  il  nuo- 
vo Pontefice,  e  di  recare  in  poter 
loro  la  città  di  Roma.  Il  Papa  sco- 
municò i  Colonnesi,  respinse  il  loro 
ardire  co'  soldati  pontificii,  ma  aven- 
do eglino  dopo  lo  spargimento  di 
molto  sangue,  restituito  alla  chiesa 
parte  del  tesoro,  e  le  terre  occupa- 
te, furono  ancor  essi  restituiti  alla 
comunione  de'  fedeli. 

Essendo  ricorso  Odoardo,  re  di 
Portogallo,  ad  Eugenio  IV,  perchè 
con  sua  bolla  gli  concedesse  di  far 
la  sagra  guerra  ai  maomettani  del- 
l'Africa, quel  Pontefice  pel  desiderio 
della  concordia ,  e  del  vantaggio 
della  religione,  gli  rispose  di  conce- 
derglielo volentieri,  qualora  ciò  non 
fosse  in  pregiudizio  di  verun  altro 
re  cristiano.  Nel  14^9  Eugenio  IV 
celebrò  in  Firenze  il  XVI  concilio 
generale,  alla  presenza  dell'  impera- 
tore d'oriente  Giovanni  VII  Paleo- 
logo,  di  Demetrio  suo  fratello,  e  di 
cinquanta  e  più  arcivescovi,  ed  al- 
tri prelati  greci,  oltre  i  padri  lati- 
ni. In  esso  si  pubblicò  il  decreto 
dell'  unione  delle  due  chiese  greca, 
e  latina  ;  ma  appena  tornarono  i 
greci  alla  loro  patria ,  mossi  da 
Marco  vescovo  di  Efeso,  ritornaro- 
no nel  i44^  all'antico  scisma,  nel 
quale  perseverano.  Nel  concilio  pe- 
rò si  pubblicò  il  rinomato  decreto, 
con  cui  s'istruivano ,  e  l'icevevano 
nella  Chiesa  Romana  gli  armeni, 
che  per  ambasciatori  glielo  avevano 
richiesto,  con  gran  consolazione  del 
zelante  Eugenio  IV.  In  seguito  A- 
mu ratte    II ,    proseguendo    le    sue 


5a  COS 

militali  imprese,  occupò  la  Macedo- 
nia, e  rese  tributorii  i  re  di  Bul- 
garia, e  di  Albania,  invadendo  a 
tjuesl'  ultimo  la  capitale  Croia,  e 
ricevendo  quattro  figli  in  ostaggio, 
de'  quali  il  solo  Giorgio  Castriota, 
dello  Scanderberg,  rimase  in  vita 
per  la  tenera  sua  età.  Questo  fan- 
ciullo, educalo  fra  le  schiere  otto- 
mane, vi  militò  con  distinzione,  ed 
abbandonali  poi  i  mussulmani  sten- 
dardi, si  dichiarò  liberatore  delia 
patria,  e  dopo  una  serie  di  vittorie 
ristabilì  in  Croja  il  suo  trono. 

Siccome  nulla  più  stava  a  cuore 
di  Papa  Eugenio  IV,  che  l'abbat- 
timento de' turchi,  già  dislutli  in 
più  incontri  dal  famoso  Scanderberg, 
così  il  santo  Padre,  avendo  nel 
1443  spedite  premurosissime  lettere 
a  tutti  i  cristiani,  per  prender  le 
armi  contro  di  essi,  neil  anno  1 444 
.somministrò  ad  Lladislao  IV  re  di 
Ungheria,  e  di  Polonia,  con  cui  il 
soidano  Amuratle  11  guerreggiava, 
gran  quantità  di  moneta,  colla  <jua- 
le  si  formò  un  possente  esercito 
nella  Dalmazia,  nel  regno  di  Napoli, 
e  nella  Fiandra.  Diviso  fu  questo 
esercito  in  due  corpi ,  che  fiuo- 
no  spediti  uno  per  mare,  1'  al- 
tro per  terra,  del  primo  dei  qua- 
li fu  creato  legato  il  Cardinale 
Francesco  Condulmieri,  nipote  del 
Pontefice,  camerlengo  di  s.  Chiesa, 
e  del  secondo  il  celebre  Cardinal 
Guglielmo  Cesarini  romano,  che 
nella  funesta  battaglia  di  Varna, 
data  da  Amuratle  II,  nella  quale 
si  trovava  quel  Cardinale  col  detto 
Ladislao,  rimase  ucciso  col  re  a' io 
novembre  i4445  "^o'^P'^'il^o  da  tut- 
ti. Il  sultano  con  questa  brillante 
vittoria  ingrandì  la  potenza  dei 
turchi,  fugando  in  pari  tempo  il 
valoroso  capitano  Giovanni  IJnniade 
vaivoda,  ossia   principe  di    Transil- 


COS 

Vania.  P'.  sopra  tutto  ciò  Enea  Sil- 
vio Piccolotnini,  Europa,  capo  W, 
Monstrelet  volume  III,  e  Bonfinio 
Decade  111,  libro  VI. 

In  oltre  Eugenio  IV,  per  difende- 
re r  isola  di  Rodi  contro  la  violen- 
za del  turco,  vi  mandò  alcune  ga- 
lere in  soccorso,  com'  egli  scrisse  al 
re  di  Castiglia  Giovanni  II  f/^.  il 
citalo  Rinaldi  i434);  e  per  soste- 
nere la  città  di  Costantinopoli  contro 
gli  sferzi  de'  maomettani,  che  con 
grand'  impeto  procuravano  d' impa- 
dronirsene, vi  spedì  in  soccorso  die- 
einove  mila  scudi,  e  se  più  non 
(iece,  fu  per  non  poterlo  fare,  essen- 
do esausto  il  tesoro  pontificio.  In- 
tanto nel  144?  successe  al  virtuoso 
Eugenio  IV,  Papa  JN'icolò  V,  che 
prese  le  redini  de!  pontificato,  men- 
tre la  repubblica  cristiana  era  in 
sommo  sconvolgimento,  ed  al  rime- 
dio di  tutto,  applicò  subito  tutto  il 
suo  zelo,  e  valore  ;  onde  nell'  anno 
seguente  apparecchiandosi  Giovanni 
Unniade,  amministratore  del  regno 
di  Ungheria,  a  formare  più  corpi 
di  truppe  per  liberare  le  provincie 
confinanti  dalla  tirannia,  e  servitù 
turchesca ,  JNicolò  V  bramò  oltre 
ogni  credere  di  condurre  al  desiderato 
fine  i  suoi  pii  consigli,  e  con  pubbli- 
che lettere  degli  8,  e  12  aprile, 
sollecitò  i  cristiani  ad  intraprendere 
la  sacra  milizia,  preparando  i  pre- 
mii  spirituali  dell' indulgenza  plena- 
ria a  quelli,  che  vi  combattessero. 
Fu  data  la  battaglia  nel  campo  di 
IMerula,  prima  che  Giorgio  Scan- 
derberg, principe  di  Macedonia,  u- 
nisse  le  sue  alle  truppe  cristiane, 
ed  Amuratle  il  ottenne  la  vittoria 
che  gli  costò  molto  sangue  dalla 
parte  sua  ,  restando  sul  campo 
trentaquattromila  turchi,  ed  ottomi- 
la cristiani,  L'Unniade  si  salvò  colla 
fuga,  e  tornò  a'  suoi  iiell.'  Ungheria. 


cos 

Nella  stessa  maniera  facendo  in  que- 
st'  anno  il  re  di  Castiglia  Giovan- 
ni 1 1  la  guerra  a'  maomettani  di 
Granata,  Nicolò   V,  con  lettere   dei 

29  luglio,  concesse  la  medesima  in- 
dulgenza a  quelli,  che  in  tale  occa- 
sione prendessero  le  armi  contro  i 
saraceni ,  e  intimò  la  scomunica  a 
quelli,  che  loro  prestassero  aiuto,  o 
soccorso  alcuno,  come  avea  fatto  ai 

30  maggio  contro  quei  che  comuni- 
cassero, trattassero,  o  patteggiassero 
co'pagani,  e  saraceni,  locchè  atferma  il 
citato  Antonio  Bonfìnio  nella  Decade 
111  :  indi  nel  1449?  ^i  ^4  settembre, 
Nicolò  V  decretò  che  ne'  regni  di  Ca- 
stiglia, e  Lione  tutti  quelli,  i  quali 
da  qualunque  setta  abbracciassero 
la  fede  cattolica,  fossero  idonei  a 
possedere  qualunque  dignità,  bene- 
licio,  onore,  ed  olìlcio,  come  gode- 
vano gli  altri  cristiani. 

Per  la  guerra  di  Alfonso  V  re 
d'  Aragona  e  di  Sicilia  contro  i  tur- 
chi avea  il  santo  Padre  concesse  le 
decime  ed  altri  sussidii  ecclesiastici; 
ma  sulla  maniera  di  pagarli  era 
nata  discordia  negli  stali  di  quel 
monarca,  fra  il  clero,  ed  i  regi  mi- 
nistri, onde  Nicolò  V,  per  estinguer- 
la ai  i3  novembre  i45o  deputò 
suo  .legato  a  Intere,  il  Cardinal  Gio- 
vanni Morinese,  ne'  regni  di  Valen- 
za, e  delle  isole  Balearie,  nel  conta- 
do di  Rossiglione,  e  provincia  Ce- 
ri tiana,  onde  le  differenze  furono 
sopite.  Morto  nel  i45'i  Amuratte 
II  sultano  de'  turchi ,  gli  successe 
Maometto  II,  che  prese  il  titolo  di 
Gran  signore  de'  turchi.  Egli  subi- 
to fece  guerra  a  Giovanni  II  re  di 
Cipro.  Per  soccorrerlo  il  Pontefice 
Nicolò  V,  li  12  agosto,  scrisse  cal- 
dissime lettere  all'imperatore  d'oc- 
cidente Federico  III,  e  ai  re  Enrico 
^I  d'Inghilterra,  Casimiro  di  Polo- 
nia, Carlo  Vili   di    Svezia,   Cristia- 


COS  53 

no  I  di  Norvegia,  Ladislao  di  Boe- 
mia, Alfonso  Y  di  Sicilia,  e  Jacopo 
II  di  Scozia,  esortandoli  a  prestargli 
opportuno  sussidio.  Ammoni  lo  stes- 
so re  di  Cipro  a  fortificar  Nicosia,  e 
concesse  l'indulgenza  plenaria  a  lut- 
ti i  fedeli,  che  a  questo  re  prestas- 
sero aiuto  contro  i  turchi. 

Già  dagli  anni  addietro  aveva 
Nicolò  V  rivolto  le  sue  paterne 
attenzioni  dalla  parte  dell'  oriente, 
di  cui  r  imperatore  Mannello  Paleo- 
logo  era  morto,  lasciando  nel  suo 
figliuolo  maggiore  Costantino  un 
principe,  che  non  era  in  istato  di 
sostenere  un  peso  così  grande.  Nel 
i45r  gli  scrisse  il  santo  Padre  lun- 
gamente agli  I  I  ottobre  per  impe- 
gnarlo a  far  eseguii'e  1'  unione  colla 
chiesa  latina,  solennemente  giurata 
nel  concilio  di  Firenze;  ma  siccome 
da  lui  non  ricavava  che  parole 
rispettose  senza  alcun  effetto,  gli 
replicò  le  sue  premure,  con  avvi- 
sarlo di  perdere  fra  Ire  anni  la  ca- 
pitale con  tutto  l'imperio,  se  egli 
non  estingueva  intieramente  lo  sci- 
sma, col  ratificare  la  concordia  giu- 
rata co'  latini  ;  la  qual  predizione 
in  tutte  le  sue  circostanze  fu  piena- 
mente avverata,  come  scrisse  Gen- 
nadio  patriarca  in  questo  tempo  di 
Costantinopoli,  che  registrò  le  tre- 
mende parole  di  Nicolò  V,  e  ne 
dovette  sentire,  e  piangere  i  dolorosi 
elfetti.  P~.  Egidio  Stanchio  nella  Dis- 
sertatio  Chronologica  de  computo 
turcico  Arahiis,  et  excidit  Constanti- 
napoli  anno,  Vittembergae  i66t  ; 
Gaspare  Henneschio  ntW  Jpospa- 
sma  Chronologicuni  de  tempore 
capt.ae  a  turcìs  urbis  Constantinopo- 
litanae,  Schleuf  i664;  e  Program- 
ma in  quo  disquisilur,  utruni  Con- 
slantinopolis  oh  negatani  a  Graeci.t 
processionem  Spiiitus  Sancii  a  Fi- 
iio,  Penlecostcs  fcsto  expugnata  fuc-> 


5.i  ros 

nt  a  tìircis?  Wiltembergae  T7^9- 
Maometto  II,  il  più  grand' impe- 
ratore che  abbiano  avuto  i  turchi, 
si  mosse  con  un  formidabile  eser- 
cito contro  di  Costantinopoli,  allor- 
ché due  giorni  dopo  era  giunta  a 
Kegroponte  l' armata,  che  il  Papa 
con  molta  sua  fatica  avea  potuto 
radunare,  e  della  quale  fece  coman- 
dante l'arcivescovo  Ragusino,  cioè  di 
dieci  galere  a  sue  spese,  dieci  altre 
avute  da'  veneziani,  ed  altrettante  da 
Alfonso  V  re  di  Sicilia,  e  d'Arago- 
na, le  quali  tutte  vi  perirono  dopo 
cinquantasette  giorni  di  assedio,  cioè 
ai  2f)  maggio  i453.  Costantinopoli 
fu  presa  da  Maometto  restandovi 
morto  l'imperatore  Costantino,  a 
cui  nel  fuggire,  alla  porta  della 
città  fu  troncata  la  testa,  e  messa 
in  un'  asta,  fu  condotta  pel  campo 
de'tiu'chi.  In  tal  guisa  terminò  in 
Costantino,  figlio  di  Elena,  l'imperio 
de  greci  nell'  oriente,  cominciato 
II23  anni  prima  ai  19  maggio  del 
33o  in  un  altro  Costantino,  figlio 
anch' egli  di  un'altra  Elena  :  ma  se 
quest'  imperio  ebbe  per  primo,  ed 
ultimo  imperatore  due  principi  del- 
lo stesso  nome  di  Costantino,  que- 
sta è  la  sola  somiglianza  onde  si 
possa  paragonare  insieme  il  prin- 
cipio, ed  il  fine  di  esso.  Il  santo 
Padre  restò  di  dolore  trafitto  per 
tal  perdita,  molto  più  perchè  gli  aiu- 
ti, che  avea  procurato  contro  i  turchi, 
non  avevano  potuto  impedire  la  to- 
tal rovina  de'greci.  F.  Chnlcondila , 
Franzft,  e  la  Turro-greciae  di  Crusio. 
Tentò  tuttavia  il  dolente  Ponte- 
fice di  ricuperare  la  perdita  fìjtta, 
pubblicando  una  bolla  ai  3o  settem- 
bre, nella  quale  eccitava  col  mag- 
gior fervore  tutti  i  fedeli  ad  unirsi 
per  fare  la  guerra  al  turco.  A  tut- 
ti, che  perciò  prendessero  le  armi, 
di  qualunque  condizione   essi  fosse- 


ro,  o  secolari,  o  ecclesiastici,  o  vi 
prestassero  aiuto,  concesse  indulgen- 
za plenaria,  la  più  ampia  che  i 
Pontefici  sogliono  concedere.  A  que- 
st'opera assegnò  tutti  i  proventi,  che 
da'  benefici  venivano  all'  erario 
pontificio,  e  la  decima  di  quelli,  che 
gli  pervenivano  dallo  stato  tempo- 
rale del  dominio  della  Chiesa;  piìi 
le  decime  di  tutti  i  benefìci,  ed  of- 
fìzi  nella  romana  curia  ;  le  decime 
di  tutti  gli  uffizi,  ed  impieghi  nello 
stato  ecclesiastico;  e  le  decime  di 
tutti  i  benefici  ecclesiastici  per  tut- 
to il  mondo  cattolico.  Per  collettori 
di  queste  decime  deputò  Nicolò  V 
molti  soggetti,  che  rammenta  mon- 
signor Giorgi  nella  di  lui  vita  al- 
l'anno i4^3,  e  finalmente  coman- 
dò che  in  tutta  la  cristianità  dai 
re  e  dai  principi  si  osservasse  la 
pace,  o  almeno  la  tregua.  Molle 
altre  cure  impiegò  a  questo  fine  il 
santo  Padre,  ma  i  principi  distratti 
in  altri  pensieri,  e  in  dissenzioni, 
niun  soccorso  prestarono  ad  opera 
sì  santa.  Il  solo  Pontefice,  ed  Al- 
fonso V  re  d'Aragona,  e  di  Sicilia 
grande  somma  di  denai'o  mandaro- 
no a  Giorgio  Scanderberg,  il  quale 
fece  molta  strage  de' turchi  nell'E- 
piro. Ricevette  Aicolò  V  favorevol- 
mente gli  uomini  eruditi,  che  in 
quest'  occasione  abbandonarono  Co- 
stantinopoli, e  seco  condussero  mol- 
te opere  de' ss.  Padri,  e  le  lettere 
greche  in  Italia,  ove  trovarono  una 
gentile  accoglienza. 

Avendo  Alfonso  V  re  di  Porto- 
gallo messa  all'ordine  ima  grande 
armata  contro  il  turco,  il  santo  Pa- 
dre, con  un  breve  de'  1 3  aprile 
14^4  pieno  di  lodi,  gli  mandò  la 
rosa  d'  oro  benedetta  ;  ma  Maomet- 
to II  non  conobbe  più  limiti,  e 
colla  strepitosa  conquista  di  Costan- 
tinopoli  fissò  sulle    rovine    dell'  im- 


cos 

perio  orientale  l' ottomana  colossale 
monarchia.  Intanto  afflitto  Nicolò 
V  per  tanto  disastro,  penetrato  di 
vivo  cordoglio  per  la  rovina  dei 
greci,  e  pe' gravi  danni  che  ne  pro- 
venivano alla  religione,  cessò  di 
vivere  in  età  di  soli  5'j  anni,  ai 
24  marzo  i^^5,  e  lasciò  la  sua 
memoria  in  eterna  benedizione  nel- 
la Chiesa,  siccome  imo  de' piti  gran- 
di Pontefici,  che  sieno  saliti  sulla 
cattedra  di  s.  Pietro. 

Dopo  quattordici  giorni  di  sede 
vacante,  fu  eletto  Papa  in  età  di 
setfantasette  anni, Calisto  IH,  Borgia, 
di  Valenza,  che  con  meraviglia  di 
tutti,  alcuni  anni  avanti,  andava 
dicendo  di  dover  divenire  senza 
dubbio  sommo  Pontefice.  Avea 
Calisto  ITI  ancor  Cardinale  fatto 
voto  di  portar  la  guerra  a'  turchi, 
nella  maniera  che  meglio  potesse, 
e  di  procurar  di  togliere  dalle  ma- 
ni loro  la  conquistala  Costantinopoli. 
Si  vede  la  formola  del  giuramento 
negli  annali  di  Lorenzo  Bonincontri 
all'anno  14^^  presso  il  Muratori 
Scriptonim  rerum  Italicarum  tomo 
XXlj  che  in  lingua  volgare  fu  pub- 
Micato  da  Gio.  Lami  Catalogo  del- 
la biblioteca  Riccardi ana.  E  da 
rotarsi  col  Borgia  nell'  Oratio  Pii 
li.  P.  M.  de  Bello  tiircìs,  etc,  che 
quantunque  avesse  fatto  questo  voto 
da  Cardinale,  egli  si  sottoscrisse  Cali- 
sto III  Papa,  chiamandosi  allora  Al- 
fonso ;  tanto  egli  era  sicuro  della 
profezia  fatta  da  s.  Vincenzo  Ferre- 
rio,  che  a  tutti  i  suoi  amici  diceva 
die  sarebbe  Papa,  benché  nessuno 
l'ascoltasse,  credendolo  per  la  vec- 
cliiaja  indebolito  non  meno  di  cor- 
po, che  di  mente. 

Passati  dunque  appena  due  mesi 
da  che  era  salito  al  Pontificalo,  in 
adempimento  della  promessa  fatta, 
spedi     Calisto    III     predicatori    per 


COS  55 

tutta  r  Europa,  e  lettere  sue  pre- 
murosissime a  tutti  i  principi  euro- 
pei, ad  Usumcassano  re  di  Persia, 
al  principe  di  Armenia,  e  a'tartari, 
sollecitando  tutti  a  prender  le  armi 
contro  i  turchi.  Quindi  sperando, 
piucchè  ne' principi,  nell'aiuto  di 
Dio,  e  nella  pia  liberalità  della 
Chiesa  Romana,  la  quale  non  radu- 
na per  sé  tesori,  se  non  per  diffon- 
derli a  beneficio  del  popolo  cristia- 
no, non  solamente  vuotò  tutto  il 
pontificio  erario,  ma  vendette  gem- 
me, ed  altri  preziosi  ornamenti 
pontificali,  ed  alienò  alcune  terre 
dello  stato  ecclesiastico,  e  col  pro- 
dotto di  tali  cose  fece  allestire  una 
armata  di  sedici  galere,  che  spedì 
nell'oriente  contro  i  turchi,  sotto  il 
comando  del  valoroso,  e  bravo  Car- 
dinal legato  Luigi  Scarampi  Mez- 
zarota.  Fu  egli  il  primo  Pontefice, 
che  abbia  avuta  la  gloria  di  mette- 
re sul  mare  una  sì  forte  armata, 
colla  quale  fece  alcune  piccole  con- 
quiste sopra  gli  ottomani,  e  difese 
le  isole  di  Rodi,  di  Cipro,  di  Me- 
tilene, e  di  Scio  da  essi  attaccate 
nel  14^7:  onde  il  santo  Padre  li- 
berata r  isola  detta  Metilene,  la  re- 
stituì al  principe,  che  la  possedeva 
sotto  il  diretto  dominio  della  santa 
Sede. 

Più  gloriosa  riuscì  al  santo  Pa- 
dre l'impresa  di  Belgrado,  fortezza 
antemurale  del  cristianesimo.  Tro- 
vavasi  questa  nel  i  ^56  assediata 
da  Maometto  II  alla  testa  di  cen- 
tocinquanta mila  turchi.  Conti-o  di 
questi  s'avviò  il  famoso  capitano 
Giovanni  Unniade  vaivoda  di  Tran- 
silvania,  chiamato  il  terrore  de' tur- 
chi, ed  il  prode  difensore  de'  cristia- 
ni. Era  esso  assistito  da'consigli  del 
benemerito  legato  PontiP- io  Cardi- 
nal Carvajal,  e  dallo  zelo  di  s.  Gio- 
vanni da  Capistrano  de'miuori  frao- 


%  cos 

cescani,  il  quale,  con  un  crocefisso 
inalberato  in  mano,  aveva  arruola- 
to mi  esercito  di  quaranta  mila  uo- 
mini. Alli  6  dunque  di  agosto  si 
scagliò  rUnniade  con  tal  impeto 
sopra  i  turchi,  che  avendoli  scon- 
fitti, costrinse  Maometto  li  a  dar- 
si ad  una  precipitosa  fuga,  e  a  ri- 
trovarsi in  istato  così  pericoloso, 
che  se  i  principi  cristiani  avessero 
secondate  le  sante  intenzioni  del 
buon  Pontefice  com'esso  li  esorta- 
va, questo  famigerato  barbaro  a- 
vrebbe  perduto  l'imperio  di  Costan- 
tinopoli, e  non  avrebbe  potuto  con- 
quistar di  più  quello  di  Trebison- 
da.  Per  cagione  di  questa  vittoria 
ottenuta  nel  giorno  della  trasfigu- 
razione di  Gesù  Cristo,  Calisto  III 
ne  rese  più  celebre  la   festa. 

AHine  di  avere  maggiormente  pro- 
pizia la  divina  assistenza  ncU'im- 
pi'esa  de'cristiani  contro  i  turchi, 
ordinò  il  Pontefice,  che  a  mezzo 
giorno  fosse  dato  il  segno  tre  vol- 
te colla  campana,  acciocché  i  fede- 
li recitassero  tre  volte  il  Pater  ed 
Ave,  coH'indulgenza  di  tre  anni,  e 
tre  quarantene,  per  ajutare  in  tal 
guisa  con  queste  orazioni  i  fedeli 
contro  i  nemici  del  nome  cristiano. 
Non  cessò  Calisto  III  per  tutto  il 
tempo  del  suo  pontificato  di  pro- 
curare Tabbaltimento  degli  orgoglio- 
si tiu'chi,  e  nel  i4^7  raddoppiò 
egli  le  sue  calde  premure  con  tut- 
ti i  sovi-ani,  i  quali  per  riguardi 
umani  mal  corrisposero  alle  zelan- 
ti intenzioni  di  lui.  Egli  spedì 
missionari  nella  Prussia,  nella  Per- 
sia, e  nell'Etiopia,  per  richiama- 
re alia  nostra  religione,  quelli  che 
ne  fossero  contrari.  Indusse  anco- 
ra i  re  di  Castiglia  ,  d'Arago- 
na, e  di  «Portogallo,  a  cacciar  inte- 
ramente dalla  Spagna  i  mori  mao- 
rneltaui    accantonati     nel  regno    di 


COS 
Granala  ultimo  loro  asilo  ,  come 
dice  il  Mariana  al  libro  XXII.  Fra 
tante  cure  della  cristiana  repubbli- 
ca ,  consumato  Calisto  III  dalla 
vecchiaia,  morì  a' 6  agosto  i458, 
nel  dì  della  trasfigurazione,  lascian- 
do centocinquanta  mila  scudi  di 
oro,  come  dice  Nata!  Alessandro  nel 
tomo  VIII  àeW Istoria  ecclesiastica, 
sebbene  il  Ciacconio  nella  vita  di 
Calisto  III ,  dica  cento  quindici 
mila  scudi,  stati  radunali  per  la 
guerra  contro  i  turchi. 

Vacò  la  santa  chiesa  dodici  gior- 
ni, e  sah  sul  trono  del  vaticano  Pio 
II,  Piccoloniìiii,  sanese, che  siccome 
prima  era  premuroso  di  veder  ab- 
battuto l'ardire  del  comun  nemico, 
così  fatto  Papa  rivolse  tulle  le 
sue  cure  a  questo  fine.  Per  meglio 
dunque  promovere  l'unione  do'prin- 
cipi  cristiani,  necessaria  alla  liilice 
riuscita  di  quest'impresa,  stabilì  lui 
pubblico  congresso ,  da  tenersi  a 
Alantova,  ove  trattar  si  doveva  co- 
gli ambasciatori  de'principi,  e  coi 
principi  stessi  di  tutta  l'Italia,  dei 
mezzi  opportuni,  e  de'soccorsi  biso- 
gnevoli per  questa  guerra,  mentre 
che,  com'egli  diceva,  e  si  legge  nel 
suo  Commentario  stampato  nel  1 6 1 4 
in  Francfort,  il  vincere  i  turchi  sem- 
brava unintrapresa  non  di  questo, 
o  di  quell'altro  regno,  ma  sì  di 
tutta  la  repubblica  cristiana.  Di 
ciò  tratta  ampiamente  Leodrisio 
Crivelli  autore  contemporaneo  nel- 
l'opuscolo, De  expeditione  Pìi  II  in 
Turcas,  appresso  il  Muratori  Scri- 
plorunt  rerum  al  tomo  XXIII.  Ni- 
colò Reutnero  pubblicò  in  quat- 
tro volumi,  una  raccolta  intitolata: 
Orationes  in  Consultationes  de  Bel- 
lo   Turcico,  Lipsiae    1 596. 

Intanto  perchè  colla  sospensione 
della  guerra  e  per  cagione  del  con- 
gresso uou  fosse  lutto  l'oriente  sog- 


cos  cos                57 

giogato  da'  liirchi,   eresse   Pio  II   un  insoita  in    Napoli   fra   il  le    Fcjnli- 

miovo  Ordine  militare  col  titolo   di  nando  d'A lagona,  e  Giovanni  duca 

s.   Maria    di    Betlemme,    del    quale  d'Angiò  figlio  del  re  Renato,  e  parte 

fosse  cura  il  difendere  le  isole  di   Le-  per  quella  che  facevano   alla  santa 

mnos,  colle  altre  del  mare  Egeo,  ed  Sede    i  INlalatesti,  e    i    Manfredi, 

alla  guisa  de'cavalieri   gerosolimita-  Avendo  Maometto    II  conquista- 

ni  far  dovesse  delle   scorrerie  con-  to  co'suoi  turchi,    oltre  le  isole   di 

tro  i  turchi.  Lemnos,  e  di  Lesbo,  già  riprese  dai 

Disposte  in  tal  modo  le  cose  per  cristiani  in  tempo  di  Calisto  IH, 
questa  spedizione,  il  Papa  non  a-  la  penisola  ancor  della  I\Iorea,  il 
vendo  riguardo  al  freddo  della  sta-  santo  Padre  con  esemplarissima 
gione,  né  agli  incomodi  continui  benignità  accolse  Tommaso  Paleo- 
delia  podagra,  né  agli  infelici  augu-  logo,  despota  della  Morea  stessa^ 
ri  che  gli  si  predicavano,  com'egli  e  fratello  di  Costantino,  ultimo  im- 
stesso  racconta  ne'suoi  commentari,  peratore  greco  cacciato  dal  tui*co 
a' 22  gennaio  i/^Sg,  si  mise  in  col  fratello  Demetrio,  e  con  molti 
viaggio  alla  volta  di  Mantova.  Giun-  altri.  Albergollo  nelle  case  di  s.  Spi- 
tovi  a'27  maggio,  ad  altro  Pio  II  rito,  gli  assegnò  trecento  scudi  il 
non  pensò,  che  a  cercare  i  mezzi  mese,  a' quali  ne  aggiunsero  duecento 
di  condurre  ad  effetto  i  suoi  pre-  i  Cardinali,  e  gli  diede  nella  dome- 
murosi  disegni  intorno  alla  guerra  nica  quarta  di-  quai'esima  la  rosa 
contro  il  turco,  che  ogni  giorno  si  d'oro  benedetta,  e  nell'anno  seguen- 
rendeva  piti  formidabile  per  li  mio-  te  1462  il  Papa  ricevette  in  dono 
vi  acquisti  che  faceva  neh'  orien-  da  Tommaso  Paleologo,  la  testa 
te.  /^,  Enea  Silvio  nella  sua  Hi-  dell'apostolo  s.  Andrea,  fratello  del 
storia  Asiae  iMinoris  al  cap.   87.  principe  degli  apostoli.   Ma  in  mez- 

A'9  dunque  di  settembre  si  diede  zo  alle  pastorali  cure  di  Pio  II, 
principio  al  general  congresso  di  sempre  più  cresceva  nel  suo  cuore 
tutto  il  mondo  cristiano,  e  dopo  mol-  l'ardente  brama  di  soccorrere  To- 
te e  diverse  sentenze  fu  deliberato,  riente  dalla  fierezza  di  Maometto 
che  di  tutte  le  nazioni,  per  questa  sa-  II.  Era  questi  molto  più  potente, 
gra  guerra  collegate,  pagassero  per  per  la  conquista  che  avea  fatto 
tre  anni  i  chierici  la  decima,  i  laici  nel  1^61  dell'imperio  di  Tiebi- 
la  trigesima,  egli  stessi  ebrei  la  vi-  sonda  nell'Asia,  dal  quale  avea  cac- 
eesima.  A  questi  soccorsi  promisero  ciata  la  famiglia  Comnena,  che  vi 
di  aggiungere  degli  altri  maggiori  i  si  era  stabilita  per  207  anni  fino 
fiorentini,  i  sanesi,  i  ragusei,  i  gè-  dal  i2o4,  in  cui  (come  dicemmo) 
novesi,  i  j'odiani ,  e  i  bolognesi,  i  francesi,  e  veneziani  saccheggia- 
onde  Pio  II  con  ima  bolla  de'i5  rono,  e  presero  la  città  di  Coslan- 
gennaio  1460  pubblicò  a  tutto  il  linopoli;  come  ancora  per  essersi 
mondo,  quanto  in  questo  congres-  impadronito  dell'isola  di  ìMetilene, 
so  aveva  conchiuso.  Malgrado  pe-  già  detta  Lesbo,  e  di  tutto  il  re- 
lò  le  zelanti  sollecitudini  del  buon  gno  di  Bosnia,  di  cui  fece  scorticar 
Pontefice,  questi  soccorsi  non  ebbe-  vivo  il  quinto  ed  idtimo  re  chia- 
ro allora  alcun  effetto  parte  per  la  mato  Stefano. 

guerra    che  v'era   tra    i    francesi,  e  II  santo  Padre  nel    i46f     sci  isse 

gli    inglesi,  parie  per  <|uclla  ch'era  una  kllcra  all'imperatore  Maomct- 


58  COS 

to  II,  nella  quale  l'esortava  a  mo- 
slraisi  più  mite  co'cristiani,  e  Jo 
eccitava  ad  abbracciare  la  nostra  re- 
ligione, pel  qual  mezzo  diventereb- 
1)6  legittimo  imperatore  d' oriente. 
Divenuto  però  quel  barbaro  vieppiù 
borioso,  e  avviandosi  in  oltre  con- 
tro de'  ragusei,  Pio  li  considerando 
la  misera  sorte  della  cristiana  re- 
pubblica, procurò  con  tutto  il  suo 
grand'animo  di  sollecitare  contro  il 
turco  la  guerra  stabilita  nel  con- 
gresso di  Mantova.  Con  una  bolla 
«innqne  de'  23  ottobre  i463  pub- 
blicò solennemente  questa  sagra 
guerra,  ed  espose  la  lega,  che  per- 
ciò avca  fatta  col  duca  di  liologna 
Filippo,  e  con  Cristoforo  JMoro  do- 
ge di  Venezia,  e  nominò  il  suo 
pai-ente  Caidinal  jVicolò  Fortiguer- 
ra  pistojese,  adorno  di  rari  pregi, 
generale  delle  galere  die  aveva  fat- 
to lare  nel  ]iorto  di  Pisa,  coll'ordi- 
iie  di  condurle  in  Ancona  ove,  co- 
me egli  aveva  detto  nel  concistoro 
de'23  ottobre,  sarebbe  st;ito  pron- 
to a  partire  in  persona  per  questa 
spedizione,  a'  1  5  di  giugno,  affine  di 
animar  per  tal  guisa  tutto  il  mon- 
do, e  togliere  ogni  pretesto  a  quel- 
li, clie  pretendessero  di  scusarsene. 
Indi,  vedendo  che  le  forze  dell'e- 
jario  Pontificio  non  erano  bastanti 
olle  spese  necessarie  per  questa 
guerra ,  destinò  per  la  medesima 
tutta  l'entrata,  la  quale,  secondo  il 
Campani,  era  allora  di  cento  mi- 
la scudi,  e  si  ricavava  dalle  minie- 
re dell'allume,  scoperto  allora  nei 
monti  di  Tolfa,  sperando  molto 
dopo  maggior  soccorso  dal  doge  di 
Venezia,  dagli  altri  principi  dell'I- 
talia, e  da'Cardinali  stessi,  tra'qua- 
li  il  Cardinal  Roderico  Borgia  ni- 
pote di  Calisto  IH,  poscia  Alessandro 
^  T,  promise  una  galera  tutta  fab- 
bricata   a  sue  spese. 


COS 

Disposte  pertanto  le  cose  neces- 
sarie sì  al  governo  dello  stato  nella 
sua  assenza,  che  all'armata,  Pio  li, 
a'  18  giugno  i464>  scese  dal  pa- 
lazzo alla  basilica  vaticana;  e  qui- 
vi, dopo  aver  caldamente  pregato 
il  Signore,  che  prosperar  volesse  le 
sue  pie  intenzioni,  fece  a'  Cardinali 
im'  elegante  orazione ,  e  partì  per 
Ancona,  avendo  ricevuto  da  Tom- 
maso Paleologo  il  braccio  destro 
di  s.  Gio.  Battista.  Quest'orazione, 
che  mancava  sì  nelle  opere  di  Pio 
Il  pubblicate  in  Basilea  nel  i55i, 
come  nella  Raccolta  delle  orazioni 
dello  stesso  Pontefice,  data  alla  lu- 
ce in  Lucca  nel  175T,  e  17^7  da 
Giandomenico  Mansi,  fu  per  la  pri- 
ma volta  resa  pubblica  dal  citato 
Cardinal  Stefano  Borgia,  che  vi  ag- 
giunse un'aurea  prefazione,  e  bel- 
lissime note,  con  questo  titolo: 
Pii  II  P.  M.  Oratì'o  de  bello  tur- 
cis  inferendo  eruta  ex  schedis  au- 
to^raphis,  et  anecdotis  monumenti?! 
illuxtrata,  Romae  apud  Benedictum 
Francesinm  i774-  Arrivato  Pioli 
in  Ancona,  a'  19  luglio,  fu  rice- 
vuto con  sommo  applauso  da  quei 
cittadini,  e  da  nn  popolo  infinito 
condottosi  colà  da  tutta  l'Europa 
pei"  vedere  il  singolare  spettacolo 
di  im  Pontefice  in  persona  alla  te- 
sta della  crociata  Ma,  essendo  Pio 
II  già  incomodato  nella  salute,  il 
male  si  aggravò,  e  morì  a'  i4  ago- 
sto del  14^45  hi  età  di  cinquan- 
totto anni.  Egli,  dopo  aver  doman- 
dati ,  e  ricevuti  i  ss.  sagramenti , 
esortò  il  sagro  Collegio  a  prose- 
guire costantemente  la  guerra,  in- 
trapresa contro  i  nemici  del  nome 
cristiano ,  al  qual  fine  lasciò  cin- 
quantamila scudi,  che  seco  aveva, 
i  quali  da'  Cardinali,  prima  del 
loro  ritorno  in  Roma,  fiu'ono  de- 
positati  nelle    mani   del  doge    Mo- 


cos 

ro  :  come  pure  invitò  i  Cardinali 
a  mandare  le  sue  pontificie  ga- 
lere ,  con  quarantamila  scudi  a 
questo  fine  radunati  dalle  deci- 
me ,  a  Mattia  re.  degli  ungheri. 
Fattesi  le  consuete  esequie  in  An- 
cona, il  mentovato  doge,  assiso  Ha 
i  due  ultimi  Cardinali  diaconi,  fe- 
ce r  orazione  funebre  a  Pio  II. 

Passati  quindici  giorni,  nel  con- 
clave valicano ,  restò  eletto  Ponte- 
fice Paolo  li,  Barbo,  veneziano, 
nipote  di  Eugenio  IV.  Furono  le 
prime  cure  di  Paolo  II  la  guerra 
contro  i  turchi,  ed  il  Cardinal  Am- 
mannati  di  Pavia  nell'epistola  XCV 
descrive  la  maniera,  con  cui  il 
santo  Padre  trattò  quest'affare  cogli 
ambasciatori ,  che  si  trovavano  in 
Roma  ;  per  la  qual  guerra,  al  dire 
di  altri,  Pio  II  avea  lasciato  quaranta 
o  quarantotto  mila  ducati  d'oro,  ra- 
dunati solamente  per  quest'impresa. 
Quindi  è,  che  avendo  Paolo  II  som- 
ministrato buona  somma  di  denari  al 
famoso  Scanderberg,  chiamato  nuo- 
vo Alessandro,  e  Gedeone  cristiano, 
costrinse  nel  i465  l'empio  Mao- 
metto II  ad  abbandonar  con  gran 
perdita  di  gente  1'  Albania,  che  poi 
riprese  co' turchi  nell'anno  seguente. 
Ma  il  prode  Scanderberg  avendo  e- 
vitato  i  tradimenti  del  nemico,  e 
dopo  aver  per  ben  vent'anni  le- 
presso  a  guisa  di  propugnacolo  gli 
sforzi  degli  eserciti  turcheschi,  morì 
in   età  d'anni  sessantatre. 

JVell'anno  i47o>  crescendo  viep- 
più la  tirannia  de'  turchi ,  che  a 
tutto  il  mondo  cristiano  mettevano 
sommo  spavento,  Paolo  II  si  ado- 
però per  tal  guisa,  che  gli  riuscì 
di  conchiudere  in  pubblico  conci- 
.*<toro  cogli  ambasciatori  de'  princi- 
pi italiani  la  necessaria  lega  con- 
tro de'  tiu'chi  medesimi.  Per  me- 
glio provvedeie  alle  .spese    di   que- 


COS  59 

sia  guerra,  rifiutò  il  tributo  della 
chiiiea,  e  del  falcone,  che  il  re 
Ferdinando  gli  mandava  per  feudo 
del  regno  di  Napoli,  e  domandò  in 
vece  sessantamila  scudi,  al  che  ri- 
])ngnavano  i  regi  legati.  Questi  an- 
zi minacciarono,  che  offeso  il  loro 
re,  si  sarebbe  imito  a' turchi ,  al 
che  il  Papa  rispose  con  dignità  : 
Andate,  e  riferite  al  re  quanto  ab- 
hiam  detto,  e  se  egli  si  risolverà 
di  unirsi  al  turco,  noi  già  abbia- 
mo provveduto,  come  cacciare  dal 
regno  il  re,  e  dagli  stati  cattolici  il 
turco.  V.  il  Quirini,  Vindiciae  Pauli 
IL  Questo  Pontefice,  ad  Andrea, 
ad  Emmanuelle,  e  alle  sorelle,  pa- 
renti di  Tommaso  Paleologo  despo- 
ta di  Morea,  che  a  Pio  li  avea 
portato  la  lesta  di  s.  Andrea  apo- 
stolo, assegnò  trecento  scudi  il  me- 
se, e  un  maestro  per  insegnar  loro 
le  lettere  Ialine;  e  ad  Azanito,  ni- 
pote di  Scandeiberg,  esiliato  dal- 
l'Albania, diede  venti  scudi  al  me- 
se ,  e  cento  a  Caterina  regina  di 
Boemia,  cacciata  da'  turchi  da' suoi 
stati.  Questa  morì  in  Roma,  e  per 
gratitudine  lasciò  in  testamento  al- 
la santa  Sede  tutte  le  ragioni  che 
aveva  su  questo  reame,  per  lo  che 
in  concistoro  i  deputati  presentaro- 
no la  spada,  e  gli  speroni  a  Papa 
Sisto  IV. 

Nel  conclave  ,  che  si  tenne  per 
la  morte  di  Paolo  II,  poco  mancò 
che  non  restasse  eletto  in  succes- 
sore il  Cardinale  Bessarione  di  Tre- 
bisonda,  già  compagno  dell'  impe- 
ratore Paleologo  al  concilio  fioren- 
tino, uno  de'  più  famosi  personag- 
gi del  suo  tempo  in  dottrina,  vir- 
ili, e  grandezza  d'animo.  Ma  que- 
sti ,  col  pretesto  della  sua  età  di 
anni  ottanta,  se  ne  schermì  effica- 
cemente. Anche  iifir  elezione  di  Ca- 
listo III   poco   mancò  ch'egli  avesse 


6o  COS 

in  mano  le  chiavi  di  s.  Pietro,  loc- 
clìè  però  non  avvenne  per  un  for- 
te discorso  del  Cardinal  Gelivo , 
che  impedì  1'  esaltazione  di  sì  illu- 
stre greco,  come  neofito ,  e  come 
ingiuriosa  alla  chiesa  latina.  Eletto 
}'ontefice,  a' 9  agosto    ì^Ji,    Sisto 

IV,  della  Rovere,  i  primi  suoi  pen- 
sieri furono  occupati  nel  ritrovare 
i  mezzi  di  reprimere  gì'  impeti  del- 
l' imperatore  ottomano.  Perciò  spe- 
di egli  subito  cinque  legati  a  di- 
versi principi  dell'  Europa  per  ec- 
citarli alla  guerra  contro  il  turco 
Rlaometlo  II.  Fra  rpiesti  legati  vi 
furono  i  Cardinali  Bessarione  in 
Francia  al  re  Lodovico  XJ,  Bor- 
gia in  ispagna    al    re    Ferdinando 

V,  Bardo  in  Germania    all'impe- 
ratore Federico  III,  ed  ai  principi 
tedeschi ,  e  nel  regno  d'  Ungheria  a 
Mattia   Corvino;  e  il   Cardinal  Ca- 
iri ifa,  già  celebre  pel  suo  zelo  militare, 
fu  scelto  al  comando  della  flotta  con- 
tro gl'infedeli.  Sisto  IV  impose  inol- 
tre le  decime  agli  ecclesiastici,  con- 
cesse indulgenze    a'  crociati  ;  e  per 
operare  con  più  efllcacia,  fece  par- 
lire  nell'anno  seguente    in  levante, 
sotto  il  comando  del  Cardinal  Ca- 
raffa ,    centoquattro    galere,    fra  le 
quali  diciolto    erano    della   Chiesa, 
trenta  del   re  di  Napoli    Ferdinan- 
do ,     e    cinquantasei    de'  veneziani. 
Con  quest'armata  si  rese,  e  fu  sac- 
cheggiata la  città  di    Smirne,    ma 
ciò  non  era  bastante  per    rovinare 
un  impero  così  bene  stabilito,  qiial 
era  quello    di    IMaometto    II ,    che 
con  rapidi  progressi  avea    tolto  ai 
cristiani  due  imperii ,    quattro    re- 
gni ,    venti  Provincie ,    e    duecento 
città,  oltre  l'isola  di  Negroponte  in 
onta  de'  veneziani,   hi   quale  fu  po- 
sta a    l'erro,  e  (uoco.  Correndo  l'an- 
ni)   14?^' 3    l'imperatore  IMaometto 
il,   dopo  avere  coucpiislata  Teodo- 


cos 

sia,   ossia    Gaffa,  ricchissima  colonia 
de'  genovesi,  si  mise  in  pronto  per 
assalire  gli   altri  luoghi    de' cristia- 
ni ,  a  segno  tale ,  eh'  era    già    per 
entrare  ne'  confini  dell'  Italia.  Sisto 
IV    dunque    stimando    dovere    del 
suo    Pontificato    di    reprimere    gli 
sforzi  del  barbaro  imperatore,  spe- 
dì  diversi  legati    a'  principi  cristia- 
ni,  affme  di  concitarli    unitamente 
contro  di  lui  ;   ma  le  sue  premure, 
ed  i  suoi   pii  desiderii   non    ebbero 
alcun    effetto.    Neil'  anno    seguente 
1477,  rivolse  Sisto  IV  le  sue  cure 
a  mantenere  la  pace  in  Italia,  af- 
finchè Maometto  lì  vedendo  la  guer- 
ra civile,  non  vi  entrasse  come  an- 
dava macchinando,  ed  è  perciò  che 
nel    1479  ^^  Pontefice  spedì  molte 
legazioni  a'  re,  e  principi  cristiani, 
per   indur  questi  ad    intraprendere 
la  sagra  guerra    contro    il    comun 
nemico,  e  muovere  i  popoli  a  pren- 
dere la  croce  di   questa  spedizione. 
Nel     14^0    approfittando    Mao- 
metto II    delle    discordie    de'  prin- 
cipi   cristiani,    si  sforzò  di  annien- 
tare   la    nostra    religione  :     mandò 
contro  r  isola  di  Rodi  un'  armata, 
che    dopo    una    fiera    battaglia    di 
due  ore,  data  a'  26  luglio,  fu  co- 
stretta di  cedere    alla    bravura    di 
que'  cavalieri    gerosolimitani,  onde 
i    turchi    si    misero    in  precipitosa 
fuga  colla  perdita  di  gran  numero 
di  soldati,  stante  il  valore  del  gran 
maestro  d'Aubusson,  da  Innocenzo 
YIII  fatto  dipoi  Cardinale.  Mentre 
Bodi  era  fortemente    assediata    da 
quest'armata,  lo    stesso    imperatore 
ottomano  ne  spedì  un'altra  nell'I- 
talia ,    ove  i  turchi    sorpresero  O- 
tranto   nel  regno  delle    due  Sicilie, 
coir  aver  messo  a  fil  di  spada    un 
gran  numero  di  uomini,    donne,  e 
lànciulli  ,  gittate  ai  cani  le  reliquie 
de'  santi  ,    rapito    le    vergini  ,    alle 


cos 

quali  fecero  oltraggio  sugli  altari 
stessi ,  mozzato  la  testa  a  tutti  i 
nobili,  segato  per  mezzo  con  una 
sega  di  legno  l'arcivescovo,  e  com- 
messo altre  simili  bestialità. 

La  presa  di  Otranto  mise  tut- 
ta l' Italia  in  grandissimo  spaven- 
to, massimamente  Sisto  IV,  il  qua- 
le, come  dice  E.afFaele  da  Volter- 
ra al  libro  VII  dell'  Istoria  Fio- 
rentina, pensò  di  rifugiarsi  in  Avi- 
gnone; ma  preso  miglior  consiglio, 
tutto  si  diede  ad  apprestar  aiuto 
in  difesa  della  gregge  di  Dio  alla 
sua  cura  commessa;  e  per  aiutar 
il  re  di  Napoli  Ferdinando  contro  i 
turchi  che  gli  avevano  occupato 
Otranto,  non  dubitò  di  vendere 
Frascati  a  Girolamo,  e  ad  Agosti- 
no d'  Estouteville  pel  prezzo  di  ot- 
tomila fiorini  d'oro.  Ordinò  quindi 
il  santo  Padre  ai  principi  d'Italia, 
che  facessero  tregua,  e  rivolgessero 
le  arigli  contro  gli  stessi  turchi  ; 
spedi  suo  legato  nel  regno  di  JNa- 
poli  il  Cardinal  Rangoni,  perchè 
segnasse  di  croce  i  fedeli:  richiese 
premurosamente  d'aiuto  i  re  oltra- 
montani, e  proponendo  a  tutti  pie- 
nissima indulgenza,  li  sollecitò  alla 
difesa  del  nome  cristiano.  Inoltre 
promise  di  adunare  un'  armata  di 
venticinque  galere,  per  unirle  a  quel- 
le del  re  di  Napoli  che  doveva  essere 
di  quaranta;  mandò  legato  a  Genova 
il  Cardinal  Savelli,  perchè  facesse  fa- 
re l'armamento  navale,  e  mettesse 
in  concordia  le  differenze  di  quei 
cittadini;  e  per  non  mancare  al  lo- 
devole uso  de'suoi  predecessori  nel 
ricorrere  in  simili  tribolazioni  al- 
l'intercessione de' santi  affine  di  pla- 
care colle  loro  preghiere  il  giu- 
sto sdegno  divino,  istituì  l'otta- 
va d' Ognissanti  da  celebrarsi  an- 
nualmente. Da  Otranto  si  dirizza- 
rono i  turchi  coir  armata  a  preda- 


COS  6i 

re  la  santa  casa  di  Loreto,  ma  tosto 
che  da  lungi  la  videro,  fm'ono  com- 
presi da  SI  grande  stupore  e  paura, 
che  si  sentirono  costretti  a  dar  volta 
improvvisamente,  come  si  legge  nel 
Novaes,  nella  vita  di  Sisto  IV.  Degnos- 
si  pertanto  la  Provvidenza  di  Dio  li- 
berare il  mondo  cristiano  da  tante 
afflizioni  nel  i48i,  colla  morte  i- 
stantanea  di  Maometto  II,  crudel 
nemico  de"  cattolici ,  accaduta  nel 
trentesimo  secondo  anno  del  suo 
regno,  a'  3  di  maggio,  giorno  dedi- 
cato all'Invenzione  della  santissima 
Croce,  di  cui  egli  era  stato  cosi  fie- 
ro nemico.  Il  santo  Padre  avvisato 
di  questa  morte,  che  aveva  già  pre- 
detto il  santo  religioso  de'  minori 
Giacomo  della  Marca,  ne  rendette 
solenni  grazie  a  Dio  con  una  divo- 
ta processione,  nella  quale  venne 
accompagnato  dal  sagro  Collegio  dei 
Cardinali.  A'  2  3  di  agosto  poi  giun- 
se in  Pioma  pel  Tevere  un'  arma- 
ta di  ventitre  navi,  spedita  in  soc- 
corso dell'Italia  da  Alfonso  V  re 
di  Portogallo,  a  ricevere  dal  santo 
Padre  la  benedizione  per  andarse- 
ne contro  de' turchi,  ma  succeden- 
do la  morte  di  quel  sovrano^  l'ar- 
mata tornò  in  Portogallo,  per  ri- 
cevere gli  ordini  del  nuovo  re  Gio- 
vanni II. 

Innocenzo  VIII,  Cibo,  genovese, 
appena  eletto  confermò  i  capitoli, 
che  tutti  i  Cardinali  avevano  giu- 
rato di  osservare,  fra' quali,  che  il 
futuro  Pontefice  fosse  obbligato  a 
dare  per  soldo  a' soldati  contro  il 
turco  le  rendite  delle  miniere  di 
allume,  e  di  non  applicarle  in  altro 
uso  se  non  che  nel  difendere  i  cri- 
stiani dai  turchi,  e  in  provvedere 
i  nobili  esiliati,  e  cacciati  dagli  stes- 
si infedeli,  come  narra  l'Annalista 
Piiiialdi  a  detto  anno  i4S4-  Le 
prime  apostoliche  cure  d'Innocenzo 


&ì  cos 

vili  furono  di  conciliar  la  pnce 
tra  i  principi  cristiani,  e  per  darne 
egli  stesso  l'esempio,  cominciò  dal 
terminar  la  guerra  di  Sisto  IV  coi 
veneziani  ;  e  confermò  i  diritti  del- 
la Guinea,  ed  in  altre  terre  de'  sa- 
raceni al  re  di  Portogallo,  giacché 
Alfonso  V  con  un'armata  di  3oo 
legni,  e  trenta  mila  combattenti 
preso  aveva  in  ventitre  giorni  Ar- 
zila  e  Tanger,  due  città  nel  regno 
di  Fez  nell'Africa. 

Nell'anno  i /[S6  Innocenzo  Vili 
pregato  di  aiuto  dal  re  Casimi- 
ro IV  di  Polonia,  contro  i  turchi, 
e  tartari,  che  infestavano  i  suoi 
stati,  bandì  la  crociata  contro  i 
barbari.  Quindi  ,  nel  i4^7,  ve- 
dendo il  Pontefice  ,  che  la  tiran- 
nia de'  turchi  maggiormente  si  di- 
latava per  la  Germania,  e  per  l'I- 
talia, dove  il  tiranno  Bocolini,  stret- 
to in  amicizia  col  turco,  aveva  già 
occupato  Osimo  nello  stato  eccle- 
siastico, che  a  preghiei'a  di  Lorenzo 
de' Medici  magistrato  de' fiorentini 
restituì  per  settemila  scudi  d'oro, 
pubblicò  la  guerra,  di  cui  fosse  ca- 
po l'imperatore  Federico  III,  e 
ordinò  le  decime  agli  ecclesiastici 
per  le  spese  da  farsi  nella  medesi- 
ma. Indi  esortò  i  principi  alla  guer- 
ra contro  il  turco,  che  minacciava 
d' invadere  la  Sicilia,  e  l' Italia  per 
ridurre  i  fedeli  ad  una  dura  schia- 
vitù. A  questo  santo  fine  Innocen- 
zo Vili  comandò  al  vescovo  d'Or- 
te  suo  legato  in  Germania,  con  di- 
ploma del  primo  settembre,  che 
caldamente  raccomandasse  a  tutti 
i  principi  questa  militare  spedizio- 
ne; ma  le  premure  del  zelante 
Pontefice  non  ebbero  il  desiderato 
effetto,  perchè  quasi  tutti  i  sovra- 
ni erano  fra  loro  in  guerra ,  e  lo 
stesso  dominio  della  Chiesa  era  af- 
flitto dalle  fazioni:    per    lo   che  ii 


COS 

Papa,  desideroso  di  mettervi  rime- 
dio ,  pregò  r  imperatore  Federico 
III,  e  gli  altii  principi  di  manda- 
re presso  di  lui  i  loro  ambascia- 
tori per  li  25  marzo  1488,  coi 
quali  tratterebbe  della  guerra  col 
turco.  Ciò  avvenne,  ed  Innocenzo 
Vili  inoltre  promise  di  sostenerla 
con  vigore,  e  di  assistere  personal- 
mente all'esercito,  quando  questo 
fosse  comandato  dal  re  di  Spagna  Fer- 
dinando V,  dal  re  di  Francia  Car- 
lo Vili,  o  da  Enrico  VII  re  d'In- 
ghii  terra:  ma  il  progetto  del  Papa 
non  si  effettuò,  il  perchè  nulla  si 
eseguì  contro  i  turchi. 

Morto,  come  dicemmo,  in  Nico- 
media  Maometto  II,  gran  signore 
degli  ottomani,  due  figliuoli  ch'egli 
lasciò  si  disputarono  la  sovranità. 
Ciascuno  di  questi  aveva  il  suo  par- 
tito, ma  ìjajazzetto  II  vinse  il  mi- 
nor fratello  Zizimo,  il  quale  fug- 
gito in  Rodi,  come  racconta  il  Sa- 
bellico.  Elicaci,  libro  X,  implorò 
asilo  dal  gran  maestro  de'  cavalieri 
gerosolimitani  Pietro  di  Aubusson, 
che  dopo  onorevole  ricevimento, 
lo  inviò  a  vivere  tranquillo  nel- 
l'anno 1482  in  una  commenda  del- 
l'Ordine nel  confine  di  Poitou,  col 
permesso  del  re  di  Francia,  guar- 
dato sempre  da'cavalieri  gerosolimi- 
tani. Indi  nel  1489  Zizimo  fu  con- 
segnato ai  deputati  d'Innocenzo  VI  II, 
che  sperando  gli  sarebbe  di  gran 
vantaggio  al  fine  di  reprimere  i 
turchi,  l'aveva  richiesto  premurosa- 
mente a  Carlo  Vili,  e  lo  ricevette 
a'3  marzo  con  solenne  ponipa  in 
Roma  (come  raccontano  il  Vialardo, 
ed  il  liosio  nella  vita  del  Pontefice), 
mantenendolo  sotto  buona  guardia 
nel  vaticano,  e  trattandolo  con  ma- 
gnificenza mercè  di  quaranta  mila 
scudi  d'oro,  che  Bajazzetto  li  per 
tal   motivo  eli  mandava   o"ni  atuio. 


cos 

Zizimo  morì  nel  i49^  >  fjLiando 
Carlo  Vili  re  di  Franciii,  avendo- 
lo domaudato  ad  Alessandro  VJ, 
nel  condursi  che  quel  principe  tur- 
co si  faceva  a  Napoli,  cessò  di  vi- 
vere per  via  nel  mese  di  gennaio 
lasciando  del  suo  misero  fine  sinistri 
sospetti,  come  gli  fosse  stato  pro- 
pinato il  veleno. 

Innocenzo  Vili  assegnò  dodici 
mila  scudi  d'oro  annui  al  Cardinal 
Giovanni  Balve  francese ,  siccome 
pili  militare  che  ecclesiastico,  per 
la  custodia  che  gli  commise  del 
principe  Zizimo.  Bajazzetto  II  , 
per  timore  del  fratello,  aveva  spe- 
dito nel  i^Scf  a  Carlo  VIII  una 
ambasceria  in  Francia,  colla  quale 
r  avea  pregato  a  ritener  Zizimo 
nel  suo  regno,  promettendogli  di 
mandargli  tutte  le  reliquie  trovale 
da  Maometto  II  suo  padre  in  Co- 
stantinopoli, e  nelle  altre  città  del- 
l'Europa, e  dell'Asia ,  di  mettere 
in  opera  tutto  il  suo  potere  per  to- 
gliere a'  saraceni  la  Terra  Santa,  e 
darla  a  lui,  e  di  somministar  an- 
nualmente una  somma  considerabile 
di  denaro  pel  sostentamento  del  fra- 
tello. Siccome  poi  all'arrivo  dell'  am- 
basciatore ottomano  era  già  stato 
inviato  Zizimo  a  Roma,  Bajazzetto 
II  avendo  saputo  questo,  tentò  di  far 
avvelenare  il  fratello,  ed  il  Ponte- 
fice, servendosi  d'  un  scellerato  si- 
cario chiamato  Cristoforo  Macrin, 
il  quale  cacciato  da  un  impiego  che 
aveva  nella  corte  pontificia,  si  tro- 
vava in  Costantinopoli.  Doveva  que- 
sti attossicai'e  la  fontana  dove  si 
attingeva  l'acqua  per  l'uso  del  Pa- 
pa, e  di  Zizimo;  ma  appena  Ma- 
crin mise  il  piede  in  Roma,  fu  ar- 
restato per  delitti,  che  nulla  riguar- 
davano questo  ond'  egli  sperava  la 
sua  fortuna.  JMesso  alla  tortura  con- 
fessò ancora  il   misfatto,  di   cui   nou 


COS  63 

si  parlava  punto.  Aveva  egli  alcuni 
complici,  che  furono  puniti  col  sup- 
phcio  ordinario,  ed  egli  condotto 
per  la  città,  per  cui  di  tratto  iu  trat- 
to era  attanagliato,  fu  alla  fine 
squartato,  ed  esposto  per  parti  a 
differenti  porte  di    Roma. 

Quindi  Bajazzetto  II,  vedendo  sva- 
nito il  suo  progetto,  prese  la  strada 
della  politica,  rivoltò  le  sopraddette 
sue  promesse  avanzate  a  Carlo  VIU 
re  di  Francia,  nel  1490  al  somnio 
Pontefice,  e  nel  1492,  per  mezzo 
d'un  suo  ambasciatore  detto  Charni- 
sbuerch,  dopo  avergli  fatto  presen- 
tare tutto  quello  che  l'oriente  pro- 
duce di  più  prezioso,  oltre  a  qua- 
ranta mila  scudi  d'oro,  destinali 
a  pagare  la  pensione  del  princi- 
pe turco  Zizimo,  che  pregava  si 
tenesse  in  luogo  sicuro  ,  gli  fe- 
ce consegnare  a'3i  maggio  1492 
la  sagra  Lancia,  con  cui  da  Lon- 
gino fu  traforato  il  lato  del  R.eden- 
tore,  colla  spunga  insieme,  e  colla 
canna,  che  nella  medesima  passione 
furono  consagrate.  Nel  primo  dun- 
que di  maggio  giunse  l'ambascia- 
tore turco  Chamisbuerch  in  Anco- 
na, ove  i  due  legati  mandati  dal 
Papa,  cioè  l'arcivescovo  di  Arles,  e 
il  vescovo  di  Fuligno,  fecero  la  ri- 
cognizione del  sagro  dono,  che  por- 
tarono per  la  città  con  solenne  pro- 
cessione, nella  quale  fu  concessa  in- 
dulgenza a  quelli  che  v'intervenne- 
ro. Quindi  la  preziosa  reliquia  fu 
ricevuta  in  Roma  da  Innocenzo 
Vili  colla  maggiore  venerazione, 
e  solennità.  Intanto  l'interessante 
ostaggio  di  Zizimo  nella  capita- 
le del  cristianesimo  tenne  sospe- 
se le  armi,  e  i  progressi  de'turchi. 
Nel  tempo  medesimo  il  santo  Pa- 
dre ebbe  la  consolante  notizia  del- 
la conquista  di  Granata  fatta  dal 
re  Ferdinando  V,  col   qual    trionfo 


64  cos 

si  cstinse  il  niaomeltanismo  nella 
Spnj^ii.i,  incominciato  nell'anno  7  1  2, 
e  (lurnto  780  anni.  Al  volume  IK 
p.  3o5  del  Dizionario^  parlandosi 
della  creazione  segreta  de' Cardina- 
li, si  fa  menzione  della  lettera  scrit- 
ta da  Bajazzetto  II  al  Papa,  acciò 
facesse  perfetto  Cardinale  Psicolò 
Cibo,  con  altre  analoghe  erudizieni. 

Successe  ad  Innocenzo  Vili  Pa- 
pa Alessandro  VI,  che  nell'anno 
1496  provò  la  contentezza  di  rice- 
vere Nilo,  monaco  di  s.  Basilio,  man- 
dato ambasciatore  da  Costantino 
re  de'giorgiani,  a  prestargli  ubbi- 
dienza come  a  vicario  di  Gesìi  Cri- 
sto, e  a  pregarlo  di  sollecitare  i 
re  d'  occidente,  ad  intraprendere 
la  sagra  guerra  contro  i  saraceni, 
e  di  mandargli  il  decreto  del  conci- 
lio di  Firenze,  aOine  di  riunirsi  alla 
Chiesa  Romana.  Fu  però  infelice 
Bajazzetto  li  nelle  guerre  contro  gli 
egiziani,  e  contro  i  russi,  che  si  li- 
beravano allora  dal  dominio  dei 
tartari,  mediante  il  valore  di  Gio- 
vanni Ba^ilo\vitz  czai-  di  IMoscovia, 
uno  de'piìi  grand' uomini  der  suo 
tempo,  a  cui  la  Russia  deve  il  suo 
primo  splendore,  il  quale  avea  spo- 
sato una  figliuola  dell'ultimo  im- 
peratore de' greci,  Costantino  Pa- 
leologo. 

Avevano  i  veneziani  fatto  lega 
col  re  di  Francia  Lodovico  XII  af- 
ilne  di  spogliare  Lodovico  JMoro 
del  ducalo  di  :Miiano,  e  questi  non 
trovando  strada  più  facile  a  schivar 
la  sua  rovina,  che  ricorrendo  ad 
una  esecranda  fellonia,  spedì  due 
della  sua  corte  a  Bajazzetto  li,  si- 
gnillcandogli  che  il  monarca  fran- 
cese, dopo  la  conquista  che  medi- 
tava dell  Italia,  avrebbe  co' venezia- 
ni stessi  rivoltato  le  armi  contro 
di  lui  per  rimettere  in  levante  il 
culto  di  Gesù  Cristo,  come  dicono 


COS 

il  Sabcllico,  Eiìcad.  X,  ed  il  Suritn 
al  libro  111  del  tomo  V-  H  Pon- 
tefice Alessandro  VI,  per  ispegnere 
l'acceso  fuoco,  mandò  a  Venezia  nel 
1499  •''^'^  legato  il  Cardinal  Gio- 
vanni Borgia,  ad  ottenere  la  concor- 
dia dei  sopraddetti  principi,  i  qua- 
li imiti  agli  altri  si  collegassero 
contro  i  nemici  soltanto  della  santa 
Sede.  Ma  vana  tornò  silfatta  lega- 
zione, poiché  Alessandro  VI,  col- 
la speranza  d' ingrandire  i  suoi  fi- 
gliuoli si  dichiarò  dalla  parte  con- 
traria al  duca  di  Mdano,  ed  in 
latti  Lodovico  XII  fece  duca  di 
Valentinoy  nel  delfinato.  Cesare 
Bolgia  figlio  del  Papa. 

Liberatosi  Bajazzetto  II  colla 
morte  di  Zizimo  dalla  paura,  che 
si  prendeva  di  questo  suo  fratello, 
mosse  guerra  a' veneziani;  ma  pren- 
dendone Alessandro  VI  la  protezio- 
ne (  siccome  quello  che  teneva  nu- 
merose truppe,  e  fu  il  primo  Pon- 
tefice il  quale  mise  i  suoi  successo- 
li in  istato  di  figurar  nel  mondo 
anche  quali  sovrani  possenti),  e  mi- 
nacciandolo che  avrebbe  mosso  tut- 
ti i  principi  cristiani  contro  di  lui, 
parve  che  il  turco  rimanesse  in- 
timorito. Il  re  de' romani  Massi- 
miliano I ,  e  il  re  di  Francia 
Lodovico  XII  erano  di  contrario 
animo  a  questa  unione,  e  intanto  i 
turchi  presero  la  ricchissima  città 
di  Modone  nella  Morea,  e  Lepanto, 
eh'  era  de'  veneziani.  Da  questa  per- 
dita prese  occasione  il  santo  Padre 
per  sollecitare  l'apparecchio  della 
sagra  guerra,  ed  esortò  Gio.  Alber- 
to re  di  Polonia,  e  Ladislao  \  I  l'e 
d'  Ungheria  a  dare  dalle  parti  loro 
un  diversivo  agli  ottomani,  senza 
lasciar  di  confortare  i  cristiani,  col 
proporre  il  premio  delle  indulgenze 
a  ([uelli,  che  prendessero  la  croce. 
Oltre  a  ciò  Alessandro  VI  pubblicò, 


cos 

e  lo  alTermano  il  citato  Sabellico,  e 
il  Surita  al  tom.  V,  eh'  egli  sarebbe 
andato  in  persona  contro  i  nemici 
tlella  nostra  religione,  se  il  re  di 
Francia,  o  di  Spagna,  fosse  stato  il 
condottiero  dei  crocesignati.  Indi 
mandò  legati  a  Massimiliano  I,  ai 
re  di  Polonia  ed  Ungheria,  per  im- 
pegnarli ad  intraprendere  questa 
guerra,  e  fece  promulgare  le  indul- 
genze per  raccogliere  il  denaro,  che 
a  tal  fine  abbisognava.  Mutato  però 
di  sentimento,  Alessandro  VI  rivol- 
se tutte  le  sue  premure  ad  ingran- 
dire il  suo  figliuolo  Cesare. 

Entrato  poi  l'anno  i5oi,  trattossi 
fra  il  sommo  Pontefice,  e  i  principi 
cristiani  ,  di  mettere  argine  alla 
tirannia  turchesca.  Nella  domenica 
di  Pentecoste  pubblicò  solennemente, 
che  il  re  d'  Ungheria  si  era  a  questo 
fine  collegato  col  santo  Padre,  e  coi 
veneziani.  In  questo  tempo  si  faceva 
una  grande  ariiiata  dal  Papa ,  dai 
re  di  Fi'ancia,  e  di  Spagna,  dai  ve- 
neziani, e  dai  cavalieri  di  Piodi,  ed 
Alessandro  VI  creò  suo  legato  e 
comandante  dell'  esercito  cristiano,  il 
Cardinal  Pietro  d'  Aubusson,  gran 
maestro  de'  suddetti  cavalieri  gero- 
solimitani. Ciò  non  ostante,  né  le 
preghiere,  uè  le  meravigliose  appa- 
rizioni, né  le  disgrazie  funeste  del 
levante,  furono  bastanti  per  indurre 
ìMassimiliano  I  re  de' romani,  ad 
intraprendere  la  guerra  contro  i 
turchi.  Indi  Alessandro  VI  diede 
gravissima  sentenza  contro  de'roma- 
ni  Colonnesi,  e  Savelli  collegati  a 
Federico  re  di  Napoli,  che  chiama- 
va i  turchi  all'  esterminio  dell'  Ita- 
lia ;  onde  il  Pontefice  privò  Federi- 
co del  reame,  che  divise,  dando  la 
Puglia,  e  la  Calabria  a  Ferdinando 
V  re  di  Spagna,  e  di  Sicilia,  e  il 
rimanente,  co'  reali  titoli  di  Napoli, 
e  di  Gerusalemme,  a  Lodovico  XH 

VOT,       %\\]ì. 


COS  G5 

re  di  Francia,  Oltre  a  ciò  con- 
dannò lo  stesso  Federico,  come  reo 
di  lesa  maestà  per  aver  fatto  lega 
con  Bajazzetto  li  contra  la  repub- 
blica cristiana.  Nel  i5o3  si  conchiu- 
se la  pace  fra  i  veneziani,  e  la  su- 
blime porta  ottomana,  per  cui  l'isola 
di  Cefalonia  rimase  a'  veneziani,  che 
avevano  conquistato  alcune  isole 
Jonie. 

Giulio  II,  della  Rovere,  che  riem* 
pi  r  Italia  e  l' Europa  tutta  del 
terrore  del  suo  nome,  nel  i5o4j  per 
ottenere  di  rivolgere  le  armi  dei 
cristiani  contro  i  turchi,  procurò 
con  ogni  diligenza  di  mettere  ia 
pace  il  re  di  Francia  con  quello  di 
Spagna.  Neil'  anno  seguente  IMa- 
nuello  re  di  Portogallo  mandò  a 
Roma  Jacopo  de'Sousa  vescovo  di 
Silves,  e  Jacopo  Paciceco  per  ren- 
dere obbedienza  a  Giulio  II,  ed 
insieme  pregarlo  di  aiuto  contro  i 
mori  dell'  Africa,  per  le  quali  ri- 
chieste il  Papa  rinnovò  l'indulgenza 
già  da  Innocenzo  Vili  a  quel  mo- 
narca conceduta,  e  confermò  i  pri- 
vilegi dal  re  concessi  all'Ordine  di 
Cristo,  perchè  fossero  più  animati  i 
cavalieri  a  scorrere  le  terre  de' sa- 
raceni, ed  a  dilatar  il  nome  cri- 
stiano. Intanto  pacificando  Giulio  II 
i  re  di  Francia,  e  di  Spagna,  ot- 
tenne da  questi  che  rivolgesse  le 
sue  armi  contro  de' saraceni  dell'A- 
frica, onde  tolse  loro  Malzalquir, 
ossia  porto  Grande,  della  qual  vit- 
toria il  santo  Padre  si  rallegrò  con 
Ferdinando  V,  e  per  meglio  pro- 
seguire la  cominciata  impresa,  im- 
pose una  decima  al  clero  di  Spa= 
gua. 

Vedendo  il  santo  Padre ,  che 
Massimiliano  I  re  de'  romani,  e  Lo- 
dovico XII,  re  di  Francia,  erano 
malcontenti  l'uno  dell'altro,  adoperò 
ogni  premura,  nel    1Ò107.   per  paci- 


66  C  O  S 

ficarli  fra  loro,  per  ricuperare  le 
città,  e  terre  della  Chiesa  tenute  dai 
veneziani,  e  per  indurre  i  principi 
ad  intraprendere  la  sagra  guerra. 
Perciò  il  Cardinal  Bernardo  Carva- 
jal  lo  sped'i  legato  a  Massimiliano  I, 
e  il  Cardinal  Antoniotto  Pallavicini 
lo  spedì  colla  stessa  qualifica  al 
re  di  Francia,  il  quale  allora  di- 
morava in  Genova.  Per  tal  gui- 
sa nell'anno  seguente  gli  riuscì  a 
pacificarli,  ma  persistendo  i  ve- 
nesiani  nel  ritener  le  terre  occu- 
pate, Giulio  li  si  unì  con  i  detti 
sovrani  nel  trattato  di  alleanza  di 
Cambrai.  I  veneziani  ricusarono 
gli  aiuti  del  gran  signore  Bajazzctto 
li,  ed  ottennero  il  perdono  implo- 
rato dal  Papa,  che  come  padre  co- 
mune de'  fedeli  si  ritirò  dalla  lega 
con  gran  rammarico  de'  francesi,  i 
quali  si  rivoltarono  contro  lo  stesso 
Pontefice,  e  principiò  fra  loro  la 
guerra.  Terminò  il  regno  di  IJajaz- 
zetto  II  colle  domestiche  dissensio- 
ni. Volendo  questi  rinunciare  la 
corona  al  primogenito  Acmet,  noi 
consentì  Selim  I  fratello  minore,  il 
quale  fatlolo  strangolare  in  uno  a 
Corcuto  altro  di  lui  fratello,  suc- 
cesse al  padre  nel  i5i2,  riunendo 
la  Mesopotamia ,  ed  il  regno  dei 
Curdi  alla  Por ta^  Ottomana,  titolo 
diplomatico  con  cui ,  come  dicem- 
mo, si  distingue  il  gahinetto  del 
gran-signore,  che  in  oriente  equi- 
vale a  quello  di  corte,  nonché  il 
palazzo  imperiale  di  Costantinopo- 
li, o  serraglio.  I|  suo  ingresso,  co- 
me pur  di  sopra  accennammo,  ha 
il  nome  di  Sublime  Porta,  ed  in 
questo  vestibolo  si  tiene  circolo 
nelle  solenni  occasioni,  ed  ai  lati  si 
espongono  le  teste  decapitate  ai 
possenti  nemici,  e  de' condannati  di- 
stinti. 

►Selim  J  vinse  Camposone    Gauro 


COS 

soldano  d'  Egitto,  e  s' impadronì  del 
Cairo.  Così  terminò,  dopo  quattro 
secoli,  r  impero  de'  mamelucchi 
circassi,  divenendo  l'Egitto  provin- 
cia turca.  JVel  i5?.o  Selim  I  ce- 
dette lo  scettro  al  suo  figlio  Soli- 
mano II.  Intanto,  essendosi  raduna- 
ti nel  i5i8  per  ordine  di  Massi- 
miliano I  in  Augusta  i  principi  del- 
la Germania,  afline  di  stabilire  co- 
gli altri  principi  cattolici  una  lega 
contro  il  turco,  Leone  X,  Medici, 
fiorentino  (  che  allora  sedeva  sulla 
veneran<la  cattedra  di  s.  Pietro,  e 
diede  il  nome  di  aureo  ni  suo  se- 
colo), mollo  si  alfaticò  per  metterla 
ad  elTctto.  Perciò  spedì  egli  quattr(ì 
Cardinali  legati  a  Intere,  il  Cardi- 
nal Campeggio  ad  Enrico  Vili  re 
d'  Inghilierra  ,  dove  per  duecento 
anni  addietro  non  v'era  piii  sialo 
un  legato  a  latore j  il  Cardinal  Jv 
gidio  al  re  di  Spagna  Carlo  V,  a 
Massimiliano  I  il  Cardinal  Farne«-e. 
poi  Paolo  III,  a  cui  per  non  essere 
subitamente  partito,  lu  surrogato  il 
Cardinal  Gaetano,  ed  il  Cardinal 
Dovizi  di  BiJ^biena  a  Francesco  I 
re  di  Francia.  Pochi  giorni  dopo  la 
creazione  di  questi  legali  il  santo 
Padre  oidinò  una  soleime  processio- 
ne, in  cui  il  medesimo  Papa  e  i 
Cardinali  si  fecero  vedere  a  piedi  nu- 
di, per  rendere  a  Dio  le  dovute  grazie 
della  lega,  e  della  tregua  fatta  per 
cinque  anni  tra  tutti  i  principi  con- 
tro il  turco.  Aggiunte  pur  furono 
calde  preghiere  al  Signore,  perchè, 
domati  i  turchi,  volesse  rendere 
all'impero  cristiano  Costantinopoli, 
e  Gerusalemme.  Per  ordine  del 
medesimo  Pontefice,  consegnò  il 
Cardinal  Gaetano  a  Massimiliano  l 
nella  dieta  di  Augusta,  il  cappello, 
lo  stocco  e  r  elmo  da  sua  Santità 
benedetti.  I  pensieri  però  della 
suerra  cominciarono    a   raffreddarsi 


cos 

sì  per  r  improvvisa  morte  di  Mas- 
similiano I,  accaduta  a' 22  gennaio 
i5ig  ,  a  cui  successe  Carlo  V,  e  sì 
per  la  sfrenatezza  di  Martin  Lutero 
agostiniano  apostata,  che  coi  suoi 
perniciosissimi  errori  cominciava  a 
combattere  la  Chiesa  Piomana. 

Nel  i522  venne  eletto  Adriano 
VI,  Florenzi,  d' Utrecht,  nel  qual 
anno  si  trovava  assediata  l' isola 
di  Rodi  5  residenza  allora  de' cava- 
lieri gerosolimitani,  da  duecento 
mila  turchi,  alla  cui  testa  si  vedeva 
il  loro  imperatore  Solimano  II.  Per 
ovviare  al  pericolo,  in  cui  erano  i 
cavalieri,  Adriano  VI  mandò  ad  es- 
si un  soccorso  di  tre  navi  ben  prov- 
vedute, ma  ritardate  dai  venti  con- 
trai'i.  Vennero  gli  assediati  ad  estre- 
ma necessità  ;  tuttavolta,  avendo  di- 
mostrata la  solita  loro  bravura,  i 
turchi  erano  apparecchiati  a  levare 
l'assedio.  Allora  il  cancelliere  del- 
l'Ordine Andrea  d' Amarai  porto- 
ghese, irritato  per  essergli  stato 
preferito  l' anno  precedente  nella 
dignità  di  gran  maestro  Filippo 
di  Villiers  1'  Ile-Adam  francese, 
per  mezzo  di  un  servitore,  che 
lanciava  le  lettere  con  una  balestra 
nel  campo  nemico,  avvisò  i  tvuchi 
del  bisogno  della  piazza,  per  lo  che 
essendosi  Solimano  II  ostinato  in 
batterla,  in  capo  a  sei  mesi  di  at- 
tacco, s'  arrese,  a  condizioni  onore- 
voli, «d  il  sultano,  che  vi  entrò 
tiionfante  il  giorno  di  Natale  \5i-i, 
pieno  di  stima  pel  valore  del  gran 
maestro,  gli  rendcli^e  tutti  gli  onori 
dovuti  al  suo  merito.  In  questa  guisa 
i  cavalieri,  che  2  1 3  anni  pi-ima  aveano 
tolto  quest'  isola  a'saraceui,  ed  era  la 
loro  quinta  residenza,  perchè  dopo 
la  perdita  di  Gerusalemme,  erano 
passati  a  Marguat,  ad  Acri,  ed  all' 
i'^ola  di  Cipro,  la  perdettero  per 
tiadimento,  essendo  costretti  a  pas- 


COS  67 

sar  qua  e  là,  fincliè  l'imperatore 
Carlo  V,  come  re  di  Napoli,  die- 
de   loro  la  isola  di  Malta. 

Mentre  Adriano  VI  si  affaticava 
nel  trovar  rimedio  a'  progressi  fu- 
nesti di  Solimano  lì,  e  di  Lutero, 
cadde  malato,  e  morì  a'  i4  settem- 
bre iSi'ò,  succedendogli  Clemente 
VII,  Medici,  fiorentino,  che  nei 
primo  di  maggio  dell'anno  santo 
\^i5,  dopo  la  messa  pontificale  in 
s.  Giovanni  in  Laterano,  pubblicò 
la  lega  fatta  contro  il  turco,  tra 
Carlo  V,  Enrico  VIII  re  d'Inghil- 
terra,  i  fiorentini,  ed  i  duchi  di 
Milano  Sforza,  e  di  Mantova  Gon- 
zaga, concedendo  in  questa  funzione 
agli  astanti  la  plenaria  indulgenza 
del  giubil(;o,  e  dando  loro  la  papa- 
le benedizione.  Avendo  Lodovico  re 
d'Ungheria  oltraggiati  gli  ambascia- 
tori di  Solimano  II,  questi  gli  occu- 
pò Sabal,  e  Belgrado,  e  dopo  la 
presa  di  Rodi,  tornato  nell'  Unghe- 
ria sconfisse  il  re  nella  battaglia  di 
Sofia.  Ivi  fuggendo  Lodovico  II  per- 
dette la  vita,  lasciando  Buda  e  Pesth 
sue  capitali  al  furore  ottomano.  Indi 
venne  elètto  alla  corona  d'  Unghe- 
lia  Giovanni  Zapolio  vaivoda  di 
Transilvnnia  ;  ma  Ferdinando  I,  re 
de' romani,  fratello  dell'*  imperatore 
Carlo  V,  vi  si  oppose  pei  diritti 
della  consorte  sorella  del  defonto 
monarca,  e  nel  iSay  cacciò  il  suo 
competitore.  Questi  implorò  l'aiuto 
di  Solimano  II,  che  ritornando  nel 
reame,  arrivò  a  porre  l'assedio  a 
Vienna ,  difesa  però  bravamente 
dal    palatino  del  Reno. 

In  mezzo  a  queste  sciagure,  che 
mollo  occupavano  l'animo  di  Cle- 
mente VII,  già  estremamente  addo- 
loralo pel  funesto  saccheggio  di 
Roma,  operato  dall'esercito  di  Carlo 
V,  non  clic  per  lo  scisma  orrendo  di 
J '.urico  Vili   re  d'Inghilterra,  e  per 


G8  COS 

r  ingrandimento  dell'eresia  luterana, 
correndo  l'anno  i  J29,  si  seppe  che 
Solimano  II  con  apparecchio  mili- 
tare per  r  addietro  non  mai  veduto 
si  disponeva  a  partir  in  persona 
contro  il  regno  d' Ungheria.  li  re 
Ferdinando  1  litorse  ai  santo  Pa- 
dre per  averne  soccorso,  ma  questi, 
sebbene  per  la  guerra  del  re  Lodo- 
vico li  contro  il  turco  medesimo, 
gli  avesse  già  mandati  cinquanta 
alila  scudi,  come  racconta  1'  annali- 
sta Rinaldi  all'anno  i5i6,  nell'e- 
saurimento totale  del  suo  erario  a 
cagione  delle  disgrazie  accennate,  gli 
concesse  le  decime  ecclesiastiche,  e 
gli  altri  sussidii  già  destinati  dal  re 
Ferdinando  I.  Promulgò  nel  tem|)0 
slesso  una  bolla  per  tutto  il  mondo 
cattolico,  nella  quale  concedeva  pie- 
nissima indulgenza  a  tutti  queliij  the 
a  dilesa  del  pericolante  reame  Ln- 
garico,  avessero  dato  danaro,  o  aiuto 
militare  in  qualsiasi  maniera.  La  Itl- 
tera  circolare  di  Ferdinando  I  sta 
presso  il  Goldasti  al   tomo   III. 

Dipoi  per  diverse  lettere  venute 
da  Costantinopoli  a  Roma ,  seppe 
Clemente  VII  nel  i532,  che  Soli- 
mano II  imperatore  de'  turchi,  fat- 
ta tregua  col  re  di  Persia  Thamas, 
al  cui  danno  le  armi  ottomane 
avevano  fatto  gran  progressi ,  era 
per  mettersi  in  viaggio  con  nume- 
roso esercito  contro  i  cristiani.  11 
santo  Padre  dunque,  chiamati  a 
se  gli  ambasciatori  de' principi,  che 
risiedevano  in  Roma,  li  pregò  ad 
insinuare  a'  loro  sovrani  di  unire 
le  rispettive  forze,  e  le  armi  loro  a 
riparo  della  pubblica  salvezza,  ciò 
eh'  egli  pur  fece  con  lettere  piene 
di  apostolico  zelo;  onde  avvenne, 
che  Solimano  II  sospese  le  sue  mi- 
litari imprese. 

Nell'anno  i54r,  avendo  l'im- 
pe.atore  Carlo  V  destinato  di   par- 


COS 
tire  con  un  esercito  contro  i  mao 
meltani  d'  Algeri,  pregò  il  Pontefice 
Paolo  III,  Farnese,  romano,  di 
condursi  a  Lucca,  per  trattare  in- 
sieme su  questa  spedizione.  Contro 
il  parere  de' medici,  di  alcuni  sena- 
tori, e  dell'ambasciatore  di  Francia, 
ad  onta  della  sua  vecchiaja,  vi  si 
recò  il  zelante  Paolo  III  nella  gran- 
de estate,  e  ne'  sei  congressi  avuti 
in  Lucca  coU'imperatore,  ove  inoltre 
stabilirono  la  celebrazione  del  conci- 
lio di  Trento,  e  malgrado  le  pressanti 
esortazioni  del  Pontefice  non  potè 
ridursi  Cesare  a  ristabilire  la  pace 
rotta  col  re  di  Francia  Francesco  I, 
né  a  partire  armato  contro  il  tur- 
co, che  ogni  giorno  divenuto  era  piìi 
baldanzoso  per  le  vittorie  che  ripor- 
tava in  Ungheria,  e  per  le  sue  ilotte 
comandate  dal  celebre  ammiraglio 
Barbarossa,  che  molestavano  le  spiag- 
gie  d' Italia.  Quindi  nell'  anno  se- 
guente Paolo  111,  il  quale  nulla  omet- 
teva di  ciò  che  potesse  giovare  mI 
bene  della  Chiesa,  e  al  mantenimen- 
to della  fede,  con  una  bolla  de'2 1 
marzo  i5^i,  ottenuta  dallo  zelo  <li 
s.  Ignazio  fondatore  della  compagnia 
di  Gesù,  accrebbe  i  privilegi!  dei 
neofiti,  ossia  ebrei,  tuichi,  ed  altri 
infedeli,  che  abbracciassero  la  lède 
cattolica. 

Governava  la  Chiesa  universale 
il  sommo  Pontefice  Pio  IV,  ^le- 
dici ^  milanese.  Volendo  Solimano  II 
approfittare  delle  rivoluzioni,  cagio- 
nate nell'Europa  dall'  eresiarca  Lu- 
tero, di  cui  il  barbaro  imperatore 
s' era  fatto  panegirista  per  mezzo 
di  Mustafìi,  il  piìi  valente,  e  speri- 
mentato de'  suoi  Bassa,  fece  assedia- 
re per  quattro  mesi  l' isola  di  Mal- 
ta, con  duecento  navi  e  quaranta 
mila  .soldati.  Ma  Pio  IV,  a  cui  sta- 
va troppo  a  cuore  il  bene  della  re- 
ligione, fece  unire  un  potente  soc- 


li 


cos 

corso  a  quello  del  re  di  Spagna, 
e  di  Sicilia  Filippo  II,  e  costrin- 
se i  turchi  a  levarne  V  assedio,  e 
dopo  aver  in  esso  perduti  trenta 
mila  combattenti,  ottomila  marina- 
li, e  settantotto  mila  palle  di  grossa 
artiglieria,  gittate  indarno  sopra 
quella  fortezza;  affine  poi  che  il  re 
Filippo  II  potesse  mantenere  settan- 
ta galere  contro  il  turco  medesimo, 
il  santo  Padre  gli  concesse  settecento 
mila  ducati  sopra  i  benefìcii  della 
Spagna  :  siccome  per  soccorrere  1' 
imperatore  Massimiliano  II  re  di 
Ungheria  contro  lo  stesso  comun 
nemico,  con  cui  era  sempre  in 
guerra,  impose  nell'  anno  medesimo 
i565  sopra  i  suoi  sudditi  un  tri- 
buto di  quattrocento  mila  scudi  di 
oro. 

Successe  nel  i566  a  Pio  IV, 
Papa  s.  Pio  V,  Ghislìerij  di  Tor- 
tona, il  quale  con  poco  denaro 
riscattò  dalle  mani  dei  corsari 
maomettani  Paolo  Ghislieri  suo 
nipote  ,  che  mentre  navigava  fu  pre- 
so da'  turchi,  ed  il  fece  però  entrare 
in  Roma  in  arnese  da  schiavo.  Nel- 
la più  deplorabile  miseria  era  ri- 
masta l'isola  di  IMalta  per  l'asse- 
dio sofferto  da  Solimano  II.  A  que- 
sta r-ovina  si  aggiugneva  il  timore 
dei  cavalieri  gerosolimitani,  che  so- 
pra di  loro  venisse  il  grand'  appa- 
recchio di  guerra  di  Solimano  II. 
Per  lo  che  pensavano  di  abbando- 
nare quell'isola,  unico  propugnacolo 
deiritalia  contro  gl'infedeli,  e  tras- 
ferirsi coir  Ordine  in  Sicilia  ;  ma 
s.  Pio  V  apprestò  tali  e  sì  podei'osi 
aiuti,  che  i  cavalieri  poterono  dar 
principio  alla  fabbrica  della  nuova 
città,  la  quale  dal  cognome  del 
gran  maestro,  fu  chiamata  la  Val- 
letta; e  che  riuscì  la  fortezza  meglio 
fortificata  dell'  Europa,  e  forse  del- 
l' universo. 


COS  69 

In  mezzo  a  tali  applicazioni  per 
la  conservazione  di  ^lalta,  non  la- 
sciò s.  Pio  V  d'invigilare  alla  custodia 
dello  stato  ecclesiastico.  Per  tale  ef- 
fetto si  trasferì  in  Ancona  ad  os- 
servala da  sé  medesimo  la  strada, 
che  far  poteva  l'armata  degli  in- 
fedeli, e  munite  le  piazze  esposte 
di  buona  e  numerosa  soldatesca, 
dichiarò  il  duca  di  Bracciano  ge- 
nerale delle  armi  dello  stato  pon- 
tifìcio. Quindi  si  mosse  di  ritor- 
no alla  volta  di  Roma,  ove  po- 
co dopo  uJi,  che  i  turchi  s'  erano 
impadroniti  a  tradimento  dell'isola 
di  Scio  mentre  i  cristiani  stavano 
occupati  nel  celebrare  divotamente 
le  feste  di  Pasqua.  Fece  s.  Pio  V 
consapevoli  dell'orribile  tragedia  i 
Cardinali,  con  parole  interrotte  dai 
pianto  ;  e  non  potendo  riparare  al- 
l'accaduto disastro^  si  rivolse  a  pro- 
curare almeno  la  libertà  de'princi- 
pi  Giustiniani,  ventuno  de'quali  fi- 
gliuoli di  dieci  in  undici  anni , 
essendo  stati  fatti  schiavi,  venne- 
ro riserbati  per  servizio  del  ser- 
raglio di  Costantinopoli.  Scrisse  per- 
ciò un  efficacissimo  breve  a  Car- 
lo IX  re  di  Francia  perchè  s'in- 
terponesse colla  porta  ottomana  • 
in  quest'affare.  E  tali  furono  le  sue 
istanze,  che  que'signori  ottennero 
la  libertà,  e  si  recarono  a  Roma, 
per  rendere  le  grazie  al  loro  bene- 
fattore. Desideroso  pertanto  il  san- 
to Padre  di  vedere  abbattuti  quei 
barbari,  che  tentavano  sempre  con- 
quiste, esortò  con  grande  premura 
i  principi  cristiani  a  dar  soccorso 
all'imperatore  contro  di  quelli.  Per 
questo  fine  pubblicò  un  amplissimo 
giubileo  ed  istituì  l'orazione  delle 
quaiant'ore.  Nel  più  caldo  della 
stagione,  dopo  aver  detto  messa  iu 
s.  JMarco,  nel  giorno  appunto  de- 
stinato al  cominciamcnto  delle  qua- 


fo  e  OS 

rant'ore  ,  con  esemplarissima  cli- 
■vozione,  si  recò  a  piedi  a  san 
Giovanni  in  Laterano  :  indi  nel 
giorno  seguente  andò  a  s.  IMaria 
Maggiore,  e  nel  terzo  nella  chiesa 
d'  Araceli.  Le  sue  preghiere  furono 
da  Dio  esaudite,  poiché  Solimano 
li,  trovandosi  all'assedio  di  Sighet, 
piazza  ne'confini  della  Croazia,  e 
dell'Ungheria,  dopo  aver  perduto 
trenta  e  più  mila  uomini,  vi  morì 
a'4  settembre  i  S'òQ,  tre  giorni  pri- 
ma che  si  rendesse  la  piazza.  Gli 
successe  Selim  H,  che  nel  i  S68  se- 
gnò coU'Austria  una  tregua,  e  pre- 
se a'veneziani  JNicosia,  e  Famago- 
sta  nell'isola  di  Cipro. 

Erasi  da  qualche  tempo  intro- 
dotto l'abuso,  che  i  cristiani  libe- 
rati dalla  servitìi  turchcsca,  rimanes- 
sero presso  i  loro  liberatori,  oppres- 
si dalla  medesima  schiavitù,  come 
se  ancora  si  trovassero  in  potere 
degl'infedeli.  Colla  costituzione  Di- 
gnum  del  1 566  aveva  già  s.  Pio  V 
confermato,  e  rinnovato  l'indul- 
lo,  e  il  privilegio  di  Paolo  Ili  ai 
conservatori  di  Roma  conceduto, 
di  mettere  in  libertà,  e  far  cittadi- 
ni romani  gli  schiavi  turchi,  con- 
vcrtiti alla  religione  cristiana,  ogni 
qual  volta  si  presentassero  avanti 
di  loro  per  ottenerlo.  Non  potendo 
il  santo  Padre  soffrire  il  detto  abu- 
so tanto  disdicevole  alla  dolcezza 
della  nostra  religione,  nell'anno  i  57o 
ordinò  colla  bolla  Licet  omnibus, 
che  quando  i  detti  schiavi  cristiani 
ritornassero  in  podestà  de'cattolici, 
fossero  con  tutti  i  loro  beni  lascia- 
ti andar  liberi,  sotto  pena  di  sco- 
munica a  chi  disobbidisse.  Quel- 
lo però,  che  riuscì  di  maggior  glo- 
ria air  apostolico  governo  di  s.  Pio 
V,  fu  la  triplice  alleanza,  da  lui 
conchiusa  a'20  maggio  i  ^7 1  fra  sé 
medesimo.  Filippo  li  re  di  Spagna, 


COS 
e  la  repubblica  di  Venezia,  contro 
Selim  11  imperatore  de'turchi,  figlio 
quintogenito  di  Solimano  II,  e  di 
Rosellana  giovine  vezzosissima  di 
Siena ,  che  Solimano  II  da  sna 
schiava  aveva  esaltata  a  sua  sposa. 
F'.  il  Dizionario  storico  delle  vile 
di  tutù  i  monarchi  Ottomani  tomo 
II,  stampato  in  Venezia  nel  1 588, 
dove  lungamente  si  tratta  di  questa 
sultana  sanese.  Della  suddetta  triplice 
alleanza  scrissero  il  Foglietta  de.  Sa- 
cro focdere.  in  Sdinwn  II,  e  mon- 
signor Anton  Maria  Graziani  de 
bello  Cy-prio.  Per  mezzo  di  questa 
alleanza  fu  allestita  un'  armata 
composta  di  duecento  diciannove 
galere,  siei  galeazze,  e  circa  settanta 
vascelli ,  tra  grandi  e  piccoli.  Su 
quella  flotta  erano  montati  da  ven- 
timila uomini,  non  compresi  i  ma- 
rinari i  bombardieri,  ed  i  forzati. 
Così  il  p.  Maffei  nella  vita  di  s. 
Pio  V.  Il  Vittorelli  poi,  nel  tomo 
III  delle  giunte  al  Ciacconio,  dice 
che  l'armata  tutta  era  di  duecen- 
tonove galere;  cioè  dodici  del  Pa- 
pa ,  ottant'una  del  re  di  Spagna, 
cento  otto  galere,  e  sei  galeazze 
de' veneziani,  due  del  duca  di  Savoia 
Emmanuello  Filiberto,  tre  de' geno- 
vesi, tre  de'cavalieri  gerosolimitani, 
ventiquattro  navi  di  trasporto,  e 
settanta  vascelli.  Di  tutta  la  gran- 
d'armala  era  supremo  generale  il 
prode  d.  Giovanni  d'Austria,  gio- 
vane di  ventidue  anni,  fratello  na- 
turale di  Filippo  II.  Il  gran  con- 
testabile Marcantonio  Colonna  ro- 
mano, duca  di  Palliano,  e  di  Ta- 
gliacozzo,  era  il  comandante  della 
armata  pontifìcia,  composta  di  dodici 
galere,  con  mille  é  cinquecento  sol- 
dati. Per  le  spese  di  questa  trupua 
il  santo  Padre  impose  le  decime  so- 
pra gli  ecclesiastici  dell'Italia:  colla 
vendita  d'alcuni  ullizi  della  sua  cor- 


e  0  s 

te  racliuio  centoventicinque  mila  scu- 
di d'oro;  oltre  a'quali  quarantami- 
la scudi  d'oro  l'anno  gli  furono  e- 
sibili  daHe  dodici  congi'cgazioni 
monastiche  d' Italia,  sul  fondo  dei 
quali  fu  eretto  un  luogo  di  monte 
denominato  prima  della  Fede,  poi 
della  Pieligione,  da  cui  venne  cavato 
un  grosso  contante.  Andrea  Doria, 
famoso  capitano  genovese,  coman- 
dava l'armata  di  Spagna,  ad  alle- 
stire la  quale  Pio  s.  V  confermò  al 
re  Filippo  II  l'indulto,  conceduto- 
gli da  Pio  IV  pel  mantenimento 
delle  galere  destinate  alla  guardia 
delle  piazze  marittime  dell'Italia. 
Sebastiano  Venerio  finalmente,  uo- 
mo di  gran  coraggio,  e  di  non  mi- 
nore sperienza,  era  comandante  del- 
larmata  veneziana,  succeduto  al 
Barbarigo,  morto  nel  combattimen- 
to. Per  la  spesa  di  tale  armata,  il 
Papa  concesse  a  quella  repubblica, 
la  facoltà  di  esigere  per  cinque  an- 
ni dal  clero  la  somma  di  duecento 
mila   scudi. 

Parti  l'armata  cristiana  verso  le- 
vante ai  7  di  ottobre  i5ri.  Quella 
de'turchi  era  composta  di  duccen- 
toquarantacinque  galere,  e  ottanta- 
sette navi  di  diversa  grandezza,  come 
racconta  l'Oldoino  in  Ciacconio  t, 
III.  Fu  essa  sul  mezzo  giorno  at- 
taccata da'nostri  nel  golfo  di  Le- 
panto, presso  ad  Azio,  ed  all'isole 
Curzolari,  luogo  assai  memorabile 
per  la  battaglia,  che  aveva  deciso 
dell'  impero  del  mondo  fia  Mar- 
cantonio, ed  Augusto.  La  mischia 
fu  cosi  coraggiosa  da  ambedue  le 
parti,  che  dopo  cinque  ore  di  fiero 
combattimento,  cominciò  la  batta- 
glia a  piegare  in  favore  dei  cristia- 
ni, i  quali  pei'dettero  settemila  cin- 
quecentosessantasei  combattenti,  e  lo 
afferma  il  Gabuzzi  nella  vita  di  s.  Pio 
V,  la    maggior  parte  veneziani,  ma 


C  O  S  71 

però  colla  totale  sconfìtta  de' turchi, 
eh  l'bbero  la  perdita  del  loro  ge- 
nerale Ali  Bassa,  del  famoso  cor- 
saro Caracossa,  di  Assan  Bassa,  fi- 
glio del  rinomato  ammiraglio  Bar- 
ba rossa  ,  di  -Assan  Bey  di  Rodi, 
di  trenta  nove  rais  ossia  gover- 
natori di  galere,  di  trentuno  mila 
mussulmani  morti  ,  di  diecimila 
prigionieri,  di  quindici  mila  schia- 
vi cristiani,  che  ottennero  il  riscat- 
to, di  centosedici  cannoni  grossi,  e 
centocinquantasei  mediocri,  e  final- 
mente di  duecento  dieci  galere, 
delle  quali  settanta  furono  mandate 
a   fondo  da'nostri. 

Benché  lutti  gli  scrittori  conven- 
gano essere  stata  questa  vitto- 
ria la  più  compiuta,  e  la  più  se- 
gnalata, che  sia  stata  giammai  ri- 
portata dai  cristiani  contro  i  turchi, 
non  si  accordano  tuttavia  nel  cal- 
colo della  perdita  di  tutte  e  due 
le  armate,  come  riporta  l'annalista 
Spondano  all'anno  1570.  Non  la- 
scieremo  tuttavia  di  notare,  che  nel- 
le iscrizioni  poste  nel  deposito  di  s. 
Pio  V  a  s.  Maria  Maggiore,  si  leg- 
ge aver  perduto  i  turchi  trenta  mi- 
la uomini  morti,  diecimila  prigio- 
nieri, quindici  mila  cristiani  riscat- 
tati, centottanta  galere,  oltre  a  no- 
vanta   affondate. 

Il  Pontefice  s.  Pio  V  avea  affi- 
dato r  esito  di  questa  spedizione  al 
patrocinio  della  gran  Madre  di  Dio 
con  si  fervorose  preghiere,  che  me- 
ritò avere  la  rivelazione  della  vit- 
toria, nel  momento  stesso,  in  cui  fu 
ottenuta.  Mentr'egli  si  tratteneva 
nelle  sue  camere  del  Vaticano  con 
monsignor  Bartolommeo  Bussotti  da 
Bibbiena,  tesoriere  generale,  per  af- 
fari d' importanza,  apri  improvvisa- 
mente la  finestra,  e  rinserrandola, 
come  se  avesse  la  mente  piena  di 
gran  cose,    si   rivoltò    a    lui,    e    j^li 


7^  COS 

disse  :  questo  non  e  il  tempo  di 
trattare  di  questi  affari,  andate  a 
ringraziare  Dio,  perche  la  nostra 
armata  ha  combattuto  colla  Turchia, 
e  in  questo  momento  ha  vinto.  Giun- 
ta a  Roma  la  felice  nuova  della 
vittoria,  nel  giorno  seguente  2 1  ot- 
tobre, il  santo  Padre  nella  basilica 
vaticana  tenne  solenne  cappella  in 
ringraziamento  all'  Altissimo  per  la 
grazia  ricevuta.  In  quella  funzione 
recitò  un'elegantissima  orazione  il 
celebre  Silvio  Antoniano,  che  poi 
fu  Cardinale.  Vedesi  questa  nel  ci- 
tato Rlaffei,  ove  si  legge  1'  altra  non 
meno  eloquente,  del  famoso  Mar- 
cantonio Murcto,  detta  in  occasione 
che  il  contestabile  Colonna  fece  per 
ordine  di  s.  Pio  V  l'ingresso  trion- 
fale in  Roma,  all'uso  antico  del 
senato  romana,  come  descrive  mi- 
nutamente il  Cancellieri  nella  Storia 
de'  Possessi. 

Per  riconoscere  questo  singoiar 
favore  dalla  protezione  di  Maria 
santissima,  comandò  s.  Pio  V,  che 
nello  litanie  si  aggiungesse:  Auxi- 
lium  Chnstianorum,  ora  prò  nohis, 
ed  instituì  ai  7  ottobre  la  festa  di 
s.  Maria  della  Vittoria.  Ma  Gre- 
gorio XIII,  ammirando  la  modera- 
zione di  s.  Pio  V,  volle  che  con 
nuovo  nome  si  dicesse  la  festa  del 
Rosario.  Gregorio  XIII,  Boncompa- 
gno,  sublimato  al  triregno  nel  iSya, 
subito  istituì  la  festa  del  ss.  Rosa- 
rio per  celebrar  la  vittoria  di  Le- 
panto. Proseguì  la  guerra  contro 
i  turchi^  i  quali  lusingati  che  colla 
morte  di  s.  Pio  V  avessero  perduti 
tutti  quanti  i  loro  nemici,  l'aveva- 
no celebrata  con  fuochi  artifiziali. 

Senza  perdere  però  tempo  spedì 
Gregorio  XIII  i  suoi  legati  a'prin- 
cipi  della  sagra  lega,  per  esortarli 
a  continuare  V  alleanza  del  suo 
predecessore,  e  dopo  molte   fatiche 


COS 

ottenne  di    mettere    alla    vela    una 
armata  di  centoquaranta  galere,  ven 
titre  navi,  sei  galeazze,  e  ti'enta  al 
tri  legni  minori,  sotto  il*  comandi' 
del  medesimo  generale  d.  Giovanni 
d' Austria  figlio    naturale  di    Carl< 
V,  e  degli   stessi    comandanti.    In- 
sorta però  fra  questi    la    discordia, 
per  cagione  di  gelosia,  l'evento  riu- 
scì infelice.  Imperocché  incontratasi 
a  Navarino,  porto  della  Morea,    la 
nostra  armata  con  quella  de'turchi. 
composta  di  duecento  sessanta    ga- 
lere, galeotte,    e    fuste    con    cinque 
galeazze,  dopo    lo    sparo    di    pochi 
cannoni,  si  ritirò    con    poco    onore 
de' cristiani,    e    meno    ancora    della 
repubblica  di  Venezia,  la  quale  sen- 
za far  consapevole   Gregorio    XIII, 
né  Filippo  II  suoi    collegati,    ai    7 
aprile  dell'anno  seguente  iSjZ  fect: 
la  pace  col  gran  signore  Selim    li, 
promettendo    di    pagargli     per    tre 
anni    centomila    scudi    d'oro    ogni 
anno,  dopo  tanti  milioni  spesi  nella 
passata  guerra.  Ottennero  così  i  ve- 
neti lo  scioglimento  dell'assedio   di 
Cattaro,  ma  dovettero  ceder  Cipro, 
e  rendere  le  piazze  turche    occupa- 
te. D.  Giovanni  d'Austria  riuscì  ad 
impadronirsi  del  regno  di    Tunisi  ; 
ma  poco  durò    la  conquista,    come 
dice  il    Muratori   negli    Annali    di 
Italia. 

Avvenne  il  ritiro  de'  veneziani , 
nel  tempo  appunto,  in  cui  il  zelante 
Pontefice  aveva  ottenuta  la  promes- 
sa, di  mettere  in  questo  anno  sul 
mare  un'armata  di  trecento  galere, 
oltre  a  grandissimo  numero  di  navi 
da  carico  con  sessanta  mila  com- 
battenti, nella  quale  spedizione  gli 
toccavano  venticinque  galere.  Per 
r  armamento  di  queste  erasi  recato 
in  persona  a  Civitavecchia,  afline  di 
assicurarsi  meglio  dell'  opera,  e  del- 
la diligenza  de'  suoi  ministri  ;  come 


cos 

pure  andò  a  riconoscere  la  loilczza, 
e  il  porto  di  Ostia.  Avendo  dunque 
saputo  il  sauto  Padre  in  Frascati, 
ove  al  solito  si  era  condotto  [«er 
pochi  giorni,  la  nuova  di  questa 
pace,  né  potendo  ritenere  la  collera, 
cacciò  dinanzi  a  se  l' ambasciatore 
de'  veneziani,  che  gliela  portò,  gri- 
dandoli scomunicati,  e  mancatori  di 
fede.  Così  turbato  partì  subito  per 
Roma,  ove  giunto  sulle  due  ore  di 
notte,  fece  intimare  pel  giorno  se- 
guente la  congregazione  della  lega, 
coir  intervento  del  contestabile  Mar- 
cantonio Colonna,  ma  con  questa 
non  si  potè  rimediare  a  ciò,  che 
già  era  fatto. 

Frattanto  avendo  il  conte  Gio- 
vanni Aldobrandini,  principal  gen- 
tiluomo di  Ravenna,  tramato  oc- 
cultamente di  dare  in  mano  ai  tur- 
chi, prima  la  sua  patria,  e  poi  la 
città  di  Ancona,  Gregorio  XI JI  in- 
formato di  questo  scelleratissimo 
tradimento,  e  accertatosene  per  mez- 
zo d' un  singoiar  artifizio  di  Lodo- 
vico Taverna  governatore  di  Roma, 
nel  iSyS  fece  pubblicamente  deca- 
pitare r  Aldobrandini,  e  dare  il  do- 
vuto castigo  a  quanti  de'  complici 
si  poterono  -aver  nelle  mani;  indi 
con  gi:an  quantità  d'oro  paterna- 
mente riscattò  molti  cipriotti  schia- 
vi del  turco,  ed  oltre  a  un  pronto 
soccorso,  diede  una  pingue  pensione 
nel  regno  di  Napoli  all'arcivescovo 
di  Malvasia,  esiliato  dalla  sua  pa- 
tria, per  aver  animato,  nel  tempo 
della  lega  contro  i  turchi,  i  popoli 
della  Morea  a  seguire  i  cristiani 
stendardi.  Indi  nel  iSj^  Gregorio 
XIII  venne  supplicato  da  Filippo  li 
re  di  Spagna,  per  la  facoltà  di  alie* 
nare  sino  a  quaranta  mila  scudi  di 
cullala,  alcune  terre,  e  beni  ecclesia- 
stici del  suo  regno.  Per  giustificar 
la   sua    domanda,    il    re    adduccva 


COS  73 

gli  spaventosi  apparecchi  del  turco 
adirato,  l'ei-ario  suo  esausto,  i  beni 
della  corona  impegnali,  l'interesse 
corrente  di  sei  milioni  d'oro  per 
la  sosteulazloiie  di  tanli  presidii  ter- 
restri, e  marittimi,  la  spesa  di  cin- 
quecento mila  scudi  il  mese  per  la 
sola  armata  della  lega  contro  il  turco, 
e  l'altra  di  seicento  mila  ogni  mese 
per  la  guerra  di  Fiandra  contio 
gli  eretici.  Considerate  dunque  più 
volte  queste  suppliche,  il  santo  Pa- 
dre, benché  non  di  buona  voglia, 
s' indusse  a  mandare  un  breve  a 
Filippo  II,  colla  grazia  dell'  aliena- 
zione, purché  da  tale  vendila  si 
escludessero  i  luoghi  insigni,  e  le 
giurisdizioni  delle  sedi  vacanti,  e  di 
altri  benefizi  regolari,  e  secolari, 
che  si  trovassero  senza  rettore,  e 
purché  neir  alienazione  delle  terre 
vendibili  avessero  ad  intervenire,  in- 
sieme co' regi  deputati,  i  pontificii 
delegati. 

Selim  II,  dopo  aver  invaso  la 
Moldavia ,  e  \alachia ,  morì  nel 
i574,  ed  Amuratte  III  nell' eredi- 
tare il  trono  paterno,  fece,  secondo 
la  politica  turca,  strangolare  cinque 
suoi  fratelli.  Non  aveva  Gregorio 
XIII  deposto  il  santo  desiderio,  che 
fin  dal  principio  del  suo  pontifica- 
to costantemente  conservò,  di  ab- 
battere per  quanto  potesse  la  tur- 
chesca  tirannide,  ma  nel  i58i  ac- 
cadde un  incontro,  che  per  riguar- 
do a  queste  sue  mire  gli  fu  grave- 
mente penoso.  Sin  dal  primo  di  gen- 
naio avea  il  re  Filippo  li  di  Spagna 
prorogato  per  tre  anni  avvenire  la 
sospensione  delle  armi  con  Amuralle 
III,  come  Stefano  Eattori  re  di  Po- 
lonia si  era  pacificato  co'  turchi. 
Trafisse  questa  nuova  il  cuore  del 
Pontefice,  non  solo  perchè  simili 
accordi  gli  erano  stati  nascosti  per 
la  seconda    volta    da'  ministri    spa- 


74  cos 

gnuoli,  ed  anzi  era  stalo  dclu'-o  con 
finte  promesse,  ma  anche  per  1'  u- 
ni versai  danno,  che  ne  proveniva 
a' cristiani,  vedendo  per  questo  ar- 
mistizio legate  le  armi  appunto 
nella  miglior  congiuntura  in  cui  spe- 
rava sicura  vittoria  del  comuu  ne- 
mico. Per  tal  modo  allora  era  trava- 
gliato ed  afflitto  più  che  mai  dalle 
forze  persiane  di  Scha-Abbas  il  gran- 
de, riparando  questi  le  anteriori  per- 
dite solierle  dalla  Persia.  Se  ne  que- 
relò gravemente  Gregorio  XIII,  e 
st'bbene  i  ministri  della  corte  di 
Spagna  procurassero  di  negar  prima 
il  fatto,  e  poi  di  dargli  ad  inten- 
dere, che  seguito  non  fosse  con 
partecipazione  del  re,  tuttavia  il 
santo  Padre  stimolato  dalla  coscien- 
za non  tardò  di  rivocar  pubblica- 
mente le  grazie,  che  Filippo  11  a 
lilolo  della  guerra  contro  il  turco, 
godeva  sopra  i  frutti  del  clero  di 
SjTiagna.  11  suo  successore  Sisto  V, 
Pcretlì,  di  Montalto,  affine  di  pur- 
gare da'  corsari  turchi  le  spiaggie 
ecclesiasticlie,  fece  fabbricare  dieci 
galere  ben  corredale,  e  per  dotar- 
le stabilì  colla  costituzione  In  quar- 
ta emanata  a' 23  gennaio  i  588, 
un  annuo  assegnamento  di  scudi 
cento  due  mila  e  cinquecento  ri- 
partiti alle  Provincie,  e  ai  luoghi 
soggetti  della  santa  Sede. 

Nel  1592  si  riaccese  la  guerra 
coU'imperatore  Rodolfo  II  d'Austria, 
e  r  Ungheria  fu  il  teatro  di  sangui- 
nosi fatti  colla  peggio  de'  turchi  a- 
vendo  preso  i  cristiani  Silistria  nel- 
la Bulgaria  di  assalto,  né  INIaomet- 
to  Ili  successo  al  padre  nel  i5g5 
potè  ripararne  le  conseguenze.  La 
sua  ascensione  al  trono  costò  la 
vita  a  diciannove  fratelli,  ed  a  dieci 
concubine  lasciate  incinte  dal  padre 
Amuralte  III.  Nel  i6o4,  a  Maomet- 
to 111  successe  il  giovane  figlio  Ac- 


COS 
mei  I,  che,  rientrando  in  cam[Kii;na 
nell'Ungheria,  fu  costretto  da  Piidol- 
Ib  II,  grandemente  aiutato  da  Paolo 
V,  Borghesi^  romano,  a  convenir  ad 
una  tregua  di  venti  anni.  Punì  però 
il  pascià  di  A  leppo,  e  domò  la  Per- 
sia, e  morendo  nel  1G17,  Mustafà 
1  suo  fratello,  che  contro  l'uso  era 
rimasto  in  vita,  ascese  al  soglio. 
A  i  sedette  però  per  breve  tempo, 
poiché  il  gran  visii',  come  primo  mi- 
iustro,  comandante  degli  eserciti, 
rappresentante  il  sovrano,  conoscen- 
done l'incapacità,  uè  provocò  la 
deposizione,  e  racchiusolo  nell'antico 
suo  carcere,  ebbero  i  grandi  dell'im- 
pero la  reggenza,  durante  la  minorità 
di  Osmano  primogenito  di  Acmet  I, 
che  venne  riconosciuto  nel  1617. 
Già  Filippo  III  re  di  Spagna,  deside- 
lando  il  favore  del  Pontefice  Pao- 
lo V,  fin  dal  i6og  scacciò  il  resto 
de' mori  maomettani,  che  ancor  di- 
moravano ne' regni  di  Granata,  e 
di  Valenza  ,  onde  uscirono  dalla 
Spagna  pii^i  di  cento  trentaquallro 
mila  mori.  Per  consiglio  di  Paolo 
V,  il  duca  di  Savoja  Carlo  Emma- 
nuello,  per  le  ragioni  che  avea  sul 
regno  di  Cipro,  volle  tentarne  la 
ricupera,  quando  i  cristiani  che  vi 
abitavano  in  numero  di  trentacin- 
quemila gli  promisero  aiuto,  e  di 
rivoltarsi  eglino  stessi  contro  il  tur- 
co, al  momento  in  cui  il  duca  vi 
comparisse  colle  sue  truppe.  Ma 
quando  il  trattato  era  già  avanza- 
to, il  pascià  del  regno  per  una 
lettera  intercettata  s'insospettì  del- 
l'attentato, e  da  questo  venne  la 
rovina  di  quegl' infelici  cristiani, 
per  cui  il  duca  restò  deluso  nelle 
sue  speranze,  e  il  zelante  Paolo  V 
afflitto  per  la  perdita  di  tanti  fé- 
deli. 

Salito    nel     1621    al    trono    del 
Vaticano  Gregorio  XV,  bolognese, 


I 


cos 

dopo  aver  pubblicato  un  giubileo, 
per  implorare  da  Dio  un  felice  go- 
verno della  Chiesa,  volse  le  prime 
sue  sollecitudini  a  promuovere  la 
lega  de'  principi  cristiani  contro  i 
turchi,  ed  a  procurar  la  conversio- 
ne de'  protestanti,  inviando  copioso 
soccorso  al  re  di  Polonia,  e  di  Sve- 
zia Sigismondo  nella  guerra,  che  sos- 
teneva contro  i  turchi,  per  cui  Osma- 
no  dovette  pacificarsi.  Ciò  produs- 
se un  ammutinamento  nei  potenti 
giannizzeri ,  che  lo  strangolarono  , 
e  ripristinarono  Mustafà  I ,  e  quin- 
di avendolo  deposto  per  l' imbe- 
cillità, acclamarono  nei  1623  A- 
muratte  IV,  secondogenito  di  Acmet 
I,  che  ritolse  a'  persiani  1'  Armenia, 
e  Babilonia.  Nel  1640  moi"ì  per 
uno  stravizzo  Amuratte  IV,  ed  Ibrai- 
mo,  terzo  figlio  di  Acmet  I,  diven- 
ne imperatore  de*  turchi ,  ma  im- 
merso ne'  piaceri  lo  fu  sol  di  no- 
me. Sotto  di  lui  avvenne  la  guerra 
di  Candia  co'  veneziani. 

Regnando  il  Pontefice  Innocenzo 
X,  Pamjìlj j  romano,  cominciò  nel 
1645  la  guerra  di  Candia,  che  con 
gran  vigore  venne  continuata  per 
venticinque  anni.  Il  Papa  prestò 
subito  soccorso  a'  veneziani,  che  la 
sostenevano  condro  i  turchi,  i  quali 
volevano  usurparne  il  possésso,  e 
mandò  alcune  galere  Pontificie,  di 
Napoli ,  di  Toscana  ,  e  di  Malta  , 
che  ascesero  a  ventitie,  delle  quali 
lo  stesso  Papa  nominò  generale  il 
principe  Nicolò  Ludovisi ,  nipote 
di  Gregorio  XV,  a  cui  poco  pri- 
ma avea  dato  in  isposa  d.  Costan- 
za Pamfilj  sua  nipote.  Indi  Inno- 
cenzo X  co'  potenti  soccorsi  di  trup- 
pe, e  di  denaro,  scampò  dall'  in- 
vasione de'  turchi  l'isola  di  Malta 
a'  cavalieri  gerosolimitani ,  la  Dal- 
mazia a'  veneziani,  e  la  Polonia  al 
re  Uladislao,  al  quale  diede  l'aiuto 


COS  75 

di    trenta    mila    scudi.    Alessandro 
VII,   Chigi,  sanese,  gli  successe  nel 
Pontificato  nel    i655,    e    pubblicò 
due  giubilei  per  aver  propizio  l'aiu- 
to celeste  contro  i  turchi,  il  primo 
a'  2   marzo    1661    mediante    la  co- 
stituzione.   Ex  quo,    che    si    leg"e 
nel  tomo  VI,  del  Bollano,  e  l'al- 
tro a'  7   dello  stesso  mese  dell'an- 
no   1664  col  disposto    della    costi- 
tuzione,   Quod  jam.  Agitala  la  l^o- 
lonia  dal  ribelle  Giovanni  Ragiescki, 
Alessandro  VII  appena    creato    nel 
i655  si  rivolse  a  Lodovico  XIV  re 
di  Francia,    ed  a  Filippo  IV  re  di 
Spagna    per   pacificarh,  facendo  ad 
essi  considerare,  che    le  guerre   dei 
cattolici  davano  vigore  a'turchi  per 
l'espugnazione   dell'Europa,  rappie- 
sentando  il  pericolo  della  cristianità, 
e  ancora    de'  loro   principati,    se  il 
turco  si  avvicinava  ,    ed  invigoriva 
colla  conquista  dell'  isola    di    Can- 
dia, e  di   altre  isole    de'  veneziani, 
onde  li   scongiurò  a  sagrificare  alla 
concordia  gli  scambievoli  rancori. 
Nell'anno   i656,    i    veneziani  ai 
■j.o   di   giugno  riportarono  ne'  Dar- 
danelli   una    compita    vittoria  sul- 
r  armata     ottomana    di    Maometto 
IV,    che  neir  anno    precedente  era 
successo  al  libertino    suo    padre  I- 
braimo  stato  deposto.  Veniva  Mao- 
metto in  loro  danno  nel   regno  di 
Candia;  ma  valendosi  i  veneti  delle 
prosperità    della  guerra,    occuparo- 
no r  isola  di  Tenedo,  e    Stilimone 
nell'Arcipelago,  onde    i    turchi  co- 
minciarono a  prepararsi  per  un'or- 
ribile vendetta.  La  repubblica,  che 
si  trovava  esausta  di  denaro,    e  di 
gente,  ricorse  al  Pontefice  Alessan- 
dro   VII,    di    cui    avea    provato  la 
munificenza  ne'  beni  a  lei  conceduti 
delle  due  soppresse  religioni  de'  cro- 
ciferi,   e    de'  canonici    di  s.  Spirito 
fli   Venezia,  pel  valore  di  sopra  sei- 


76  COS 

centomila  scudi.  Laonde  per  mez- 
zo del  Cardinal  Bragadino  ne  fece 
al  sauto  Padre,  a'  24  ottobre,  le 
più  vive  istanze.  Offerse  il  Papa 
tutto  quell'aiuto,  a  cui  estendere 
si  potevano  le  sue  forze  ;  ma  cono- 
scendo, che  queste  nelle  presenti 
calamità  erano  tenui,  diresse  le  sue 
premure  al  re  Luigi  XIV,  a  Fi- 
lippo IV,  all'  imperatore  Ferdinan- 
do III,  alla  regina  di  Francia ,  e 
a'  favoriti  di  queste  corti,  con  bre- 
vi pressantissimi  diretti  ad  otte- 
nere il  soccorso  contro  il  comune 
nemico.  Quindi  soccorse  gli  stessi 
veneziani  contro  IMaometto  IV,  con 
galere  comandate  dal  priore  di  Mal- 
ta Giovanni  Bichi  suo  nipote,  con 
soldati  e  denaro,  ed  invitò  i  prin- 
cipi romani,  non  che  il  sagro  Col- 
legio a  far  altrettanto.  Il  medesi- 
mo opportuno  aiuto  ebbero  poi  dal 
zelante  Pontefice  l' imperatore  Leo- 
poldo I,  che  nella  Transilvania,  e 
ucir Ungheria  si  difendeva  penosa- 
mente dall'  impeto  degli  ottomani, 
il  duca  Carlo  Emmanuello  di  Sa- 
voja,  che  difendevasi  dagli  eretici, 
i  quali  abitavano  le  valli  delle  Al- 
pi, ed  i  polacchi  quasi  oppressi  dal- 
le armi  di  Carlo  Gustavo  re  di 
Svezia. 

Clemente  IX,  Rospigliosi,  di  Pi- 
stoja,  creato  nel  1667,  per  giustis- 
sime cause  soppresse  ed  abolì  i  tre 
Ordini  de'  canonici  di  s.  Giorgio 
d'Alga,  de'  gesuati,  e  degli  eremiti 
di  s.  Girolamo  di  Fiesole.  Le  ren- 
dite di  questi  tre  Ordini,  esistenti 
nello  stato  veneziano ,  furono  dal 
santo  Padre  applicate  alla  repub- 
blica di  Venezia  per  sussidio  della 
guerra  di  Candia.  In  questa  di- 
mostrò Clemente  IX  quale  fosse  il 
suo  zelo  pel  bene  della  cattolica 
religione.  Avendo  i  turchi  messo 
l'assedio  a  quest'  isola  del  dominio 


COS 

veneto,  il  Papa  non  trascurò  mezzo 
alcuno,  che  potesse  giovare  a  li- 
berarla. In  vigore  delle  sue  repli- 
cate istanze,  molti  principi,  che  no- 
mina rOldoino  nel  tomo  IV  delle 
Vile  de  Pontefici,  concorsero  ge- 
nerosamente a  soccorrerla  con  de- 
naro, con  armi,  e  con  truppe  ;  ma 
sebbene  l'isola  si  fosse  difesa  con 
valore  nell'  assedio  di  tre  anni,  nel 
quale  morirono  sette  pascià  de'  ne- 
mici, ottanta  uflfjziali,  diecimila  gian- 
nizzeri, senza  mentovar  l'altre  trup- 
pe; pure  non  potendo  più  resiste- 
re alla  forza  di  quarantamila  tur- 
chi, si  arrese  a'  16  settembre  1669, 
restando  a'  veneziani  la  sola  gloria 
di  essersi  sostenuti  con  coraggio 
per  venticinque  anni  quanti  ne  du- 
rò questa  guerra.  V.  il  Muratori 
negli  Annali  d Italia,  aWanno  1669. 

Giunta  in  Iloma  la  nuova  del- 
la perdita  di  Candia,  Clemente  IX, 
che  già  trovavasi  debole  da  una 
infermità  sofferta ,  ne  concepì  sì 
grande  pena,  che  in  breve  tempo 
perdette  la  vita  nella  notte  del  9 
dicembre  1G69, con  sessantanove  an- 
ni d'età,  meritando  le  lagrime  di  tutti 
i  suoi  sudditi.  Per  cordoglio  ancora 
morì  Urbano  III  per  la  peidita  di 
Gerusalemme.  Con  simile  dolore 
pianse  JNicolò  V  quella  di  Costan- 
tinopoli ,  come  deplorò  Lucio  II 
la  perdita  di  Edessa,  e  così  final- 
mente compianse  Adriano  VI  la 
perdita  di  Rodi,  conquiste  tutte  fat- 
te dagli  ottomani. 

Successe  a  Clemente  IX  il  Pon- 
tefice Clemente  X,  Altieri,  romano, 
il  quale  applicandosi  con  sommo 
zelo  a  procurare  che  i  principi  cat- 
tolici facessero  la  pace  fra  loro,  e 
si  unissero  concordemente  a  muo- 
vere la  guerra  al  turco,  nemico  del 
nome  cristiano,  a'5  novembre  1672, 
colla    costituzione,    Inter    gravissi- 


cos 

mas ,  pul)blicò  un  giubileo ,  per 
implorare  da  Dio  ropportuno  soccor- 
so contro  de'  turchi  medesimi ,  i 
quali  particolarmente  vessavano  la 
Polonia.  Ivi  il  santo  Padre  spedì 
un  largo  sussidio  di  denaro,  e  nel 
1673  venne  inviato  in  Pvoma  uno 
ambasciatore  del  gran  duca  di  Mo- 
scovia  Giovanni  Basilowitz  per  ot- 
tenere dal  sovrano  Pontefice  il  ti- 
tolo di  czar,  equivalente  a  quello 
di  cesare,  ch'egli  già  si  usurpava, 
e  per  aver  dal  medesimo  soccorso 
conti'o  i  turchi  nella  lega,  in  cui 
era  entrato  il  re  di  Polonia  Mi- 
chele  I.  Piicevette  Clemente  X  anche 
due  religiosi  domenicani  ,  i  quali 
portavano  la  risposta  del  re  di  Per- 
sia Solimano,  in  cui  lo  avvisava 
della  guerra,  che  avea  dichiarato 
al  gran  signore  Maometto  IV,  per 
le  vive  istanze  fattegli  da  Clemen- 
te IX  suo  antecessore.  Intanto  i 
continui  trionfi  del  re  di  Fi'ancia 
Luigi  XIV  produssero  la  gelosia 
nellimperatore  Leopoldo  I,  che  nel 
giugno  1673  strinse  alleanza  col 
turco,  e  con  Carlo  II  re  d'Inghil- 
terra, onde  Clemente  X  tutto  si 
adoprò  per  pacificarli,  e  spedì  ap- 
positi nunzi  air  imperatore,  al  re 
di  Francia,  e  a  Carlo  II  di  Spagna, 
per  esorlarli  a  conchiuderla,  giac- 
ché vieppiù  insolenti  si  temevano 
le  macchinazioni  de'turchi.  ]Ma  men- 
tre si  cominciava  a  trattare  la  pa- 
ce a  JN'imega,  il  Pontefice  passò  a- 
gli  eterni  riposi,  e  dopo  sessanta 
giorni  fu  eletto  il  successore  Inno- 
cenzo XI,  Odescalclù,  di  Como,  cioè 
ai  24  settembre  1676,  nel  qual 
giorno  i  polacchi  ottennero  un'in- 
signe vittoria  sopra   gli  ottomani. 

Subito  Innocenzo  XI  si  applicò 
con  ogni  industria  e  premura  a 
procurare  la  pace  generale  della 
guerra  che  v'era   fra  i  principi  cri- 


COS  77 

stiani.  E  però,  dopo  averla  veduta 
conclusa  fra  la  Spagna,  la  Francia,  e 
l'impero,  sapendo  che  l'esercito  Ot- 
tomano marciava  alla  volta  di  Vien- 
na d'x\ustria  per  quivi  risarcire  i 
danni  delle  passate  sconfitte,  ai  3 1 
marzo  i683  si  collegò  coli' impe- 
ratore Leopoldo  I,  e  con  Giovanni 
III  Sobieski  re  di  Polonia,  per  met- 
tere riparo  alle  stragi  che  minac- 
ciava l'imperatore  de'turchi  Maomet- 
to IV.  Quindi,  a  fine  di  meglio  ot- 
tenere la  protezione  del  cielo,  or- 
dinò pubbliche  preci  in  Roma,  e 
pubblicò  agli  1 1  agosto  un  pienis- 
simo giubileo  per  tutta  la  Chie- 
sa, in  vigore  della  costituzione,  In 
suprema  ,  presso  il  Bollarlo  roma- 
no tomo  Vili.  Impose  altresì  In- 
nocenzo XI  nella  Germania,  e  nel- 
la Polonia  la  decima  parte  de'be- 
ni  ecclesiastici,  e  tre  decime  sopra 
il  clero  d'Italia,  ed  isole  adiacenti. 
Spedì  parimenti  del  suo  tesoro  cen- 
to mila  scudi  all'imperatore,  e  cento 
altri  mila  al  re  di  Polonia,  nella  qua- 
le generosità  fu  seguito  da  Li- 
vio Odescalchi  suo  nipote,  che  vi 
concorse  con  diecimila  scudi  ;  dal 
sagro  Collegio  con  trenta  mila;  dal 
re  di  Spagna  ,  e  da  Pietro  di 
Portogallo;  e  finalmente  da  altri 
principi,  e  signori,  i  quali  sommi- 
nistrarono gran  quantità  di  de- 
naro pel  mantenimento  dell'eserci- 
to cattolico,  composto  di  ottanta- 
quattro mila  uomini.  La  camera 
apostolica,  da  Paolo  III  del  i534, 
fino  ad  Alessandro  VII  morto  nel 
1667,  avea  coulribuito  alla  Fran- 
cia, alla  Germania,  alla  Polonia, 
e  ad  altri  principi  cristiani  per  le 
guerre  contro  gli  eretici  ugonotti, 
turchi,  ed  altri  infedeli,  nove  mi- 
lioni e  mezzo  di  scudi  romani  , 
de'quali  pagava  annualmente  i  frut- 
ti, cioè  qualtrocentomila  scudi. 


78  cos 

Sotto  il  comando  dunque  del  re 
di  Polonia  Giovanni  III,  e  del  du- 
ca di    Lorena  Carlo   IV  le  truppe 
cattoliche  ai    12  settembre  attacca- 
rono duecentocinquantamila  turchi , 
i  quali  fin  dai    i4  luglio  assediava- 
no la  città    suddetta  di    Vienna,  e 
ne  fece  sì  gran  macello,  che  appena 
si  poterono  salvare  trenta    mila  di 
essi,  laddove  i  cattolici  non  perdette- 
ro che  tremila  tedeschi,  e  ottocento 
polacchi.  Delle  spoglie  rimaste  a' vin- 
citori, il  Sobieski  inviò  lo  stendar- 
do dello  stesso  Maometto  al  giubi- 
lante Pontefice,  il  quale  lo  ricevet- 
te nella  cappella  papale  che  tenne 
ai  29  settembre,  in  ringraziamento 
al    Dio    degli   eserciti     per   questa 
•vittoria.   Sospese  il    Pontefice    quel 
trofeo    nel    vaticano,  e  ricompensò 
le  prodezze    del    re    polacco,    collo 
stocco  e  berrettone  da  lui  benedetti; 
le  quali    insegne    si  sogliono  man- 
dare soltanto  a'generali,  e  principi 
benemeriti    della    repubblica     cri- 
stiana. 

Innocenzo  XI,  che  alla  protezio- 
ne di  Maria  Vergine  attribuì  sì  in- 
signe \iLtoria,  ordinò,  che  si  cele- 
brasse per  tutta  la  Chiesa  la  festa 
del  nome  di  Maria  nella  domenica 
fra  l'ottava  della  sua  natività,  che 
fu  appunto  il  giorno  nel  quale,  ai 
12  settembre  i683,  coU'accennata 
sconfitta,  fu  abbattuto  l'orgoglio  ot- 
tomano. Su  questa  materia  si  può 
consultare  il  già  citato  Domenico 
Bernini  nelle  Memorie  isloviclie  di 
ciò  che  hanno  operato  i  sommi  Pon- 
tefici nelle  guerre  contro  i  turchi 
dal  primo  passaggio  di  questi  in 
Europa  fino  al  16845  stampate 
in  Roma  nel  i685.  Il  Papa  fece 
pure  battere  una  moneta  del  valo- 
re di   uno  scudo   coll'epigrafe,  dex- 

TERA    TUA,      DOMINE,     PERCUSSIT    INIMI- 

cus  5  e  non  contento  di  ciò  spedì  il 


COS 

santo  Padre    nuovi  aiuti  di  cento- 
mila scudi  all'imperatore,  ed  altret- 
tanti al  re  di  Polonia,   esortandoli 
a  seguitar  una  guerra    così  glorio- 
sa al  nome  cristiano,  e  a  non  desi- 
stere dalla  lega  contratta,  nella  qua- 
le   per  le  sue    premurose  industrie 
ottenne  che    vi  enti'asse    ancora  la 
repubblica  di  Venezia  ai  5    marzo 
1 684.  I  capitoli  di  questa  alleanza 
giunti  in  Roma,  furono  giurati  nel- 
le  mani  del  santo  Padre  dai  Cardi- 
nali Barberini,  Pio,  ed  Ottoboni,  che 
rappresentavano  le    tre   potenze  di 
questa  lega,  alla  quale  Innocenzo  XI 
spedì  nuovamente  nel    i685  buona 
quantità  di  denaro.  Nell'anno  1686 
il  2  settembre  fu  giorno  memoran- 
do per  la  presa    fatta  ai  turchi  di 
Buda. 

Imitatore  dello  zelo    d'Innocen- 
zo XI ,  fu  Papa  Alessandro   Vili , 
Ottoboni  j    veneziano ,    poiché    con 
cinque  sue  galere,   con  due  altre, 
che    prese     a    nolo    dalla    repub- 
bhca  di  Genova ,  e  con  due   mila 
fanti    prestò    soccorso    a'  veneziani 
suoi  nella  guerra  contro    il   turco. 
E  di  fatti  pei    vantaggi    riportati , 
tal  commozione  si  produsse  in  Co- 
stantinopoli,    che    fino    dal     1687 
Maometto    IV    si   vide   costretto  a 
cedere  la  sovranità  a  Solimano  III 
suo  minor  fratello,  che  per  soli  tre 
anni  la  ritenne,  succedendogli  Acmet 
II,    terzogenito  d' Ibraimo.    Così  ai 
IO  agosto    1690     riuscì     agli  stessi 
veneziani  di  prendere    la    città    di 
Napoli  di  Malvasia,  e  la  Vallona, 
ragguardevole  fortezza  dell'Albania, 
onde  Alessandro  Vili  inviò  lo  stoc- 
co   ed    il    berrettone    benedetti    al 
doge  di  Venezia  Moi'osini ,  e  con- 
cesse alla  repubblica    il    diritto    di 
nominare  gli  arcivescovi,  ed  i  ve- 
scovi delle  città  da  essa  conquistate, 
e  prese  a'  turchi. 


cos 

Correndo  l'anno  1694,  il  Pon- 
tefice Innocenzo  XII,  Pignattelli , 
napolitano,  soroministrò  copiosi  sus- 
sidii  all'imperatore  Leopoldo  I,  ed 
ai  veneziani,  ch'erano  in  guerra 
col  turco,  aggiugnendo  ad  essi  l'aiu- 
to delle  sue  galere,  e  di  quelle  dei 
cavalieri  di  INIalta.  Ali"  arrivo  di 
queste,  parti  la  flotta  veneta  alla 
volta  di  Scio,  dove  fece  lo  sbarco 
agli  8  di  settembre,  ed  accampati 
i  cristiani  intorno  alla  capitale  del- 
l'isola, dopo  l'assedio  di  otto  gior- 
ni se  ne  impadronirono,  come  fe- 
cero poscia  di  alcune  altre  isole 
dell'Arcipelago.  Il  Papa,  consolato 
da  questa  nuova ,  rese  pubbliche 
grazie  al  Dio  degli  eserciti.  Indi 
nel  1695  morì  Acmet  II,  e  gli 
successe  il  nipote  JMustafà  II,  pri- 
mogenito di  Maometto  IV,  che  ri- 
portò alcuni  vantaggi  nella  Tran- 
silvania. 

Innocenzo  XII  andava  soccor- 
rendo con  paterna  generosità ,  a 
misura  del  suo  zelo,  e  delle  sue 
forze,  Y  imperatore  ed  i  veneziani 
impegnati  nella  guerra  cogli  otto- 
mani. Questi  ultimi  nel  1697  eb- 
bero una  totale  sconfitta  dalle  armi 
imperiali,  maggiore  di  quella  già 
sofferta. nel  1692  a  Petervaradino. 
Il  principe  Eugenio  di  Savoja , 
conte  di  Soissons,  uno  de'  più  ri- 
nomati generali  cesarei ,  con  un 
corpo  di  ijuarantacinque  mila  uo- 
mini ben  agguerriti,  marciò  contro 
il  sultano  Musfafà  II,  che  forte- 
mente si  era  trincicrato,  sulla  riva 
del  fiume  Tihisco.  Riconosciuta  dal 
principe  Eugenio  la  situazione  del 
nemico,  alle  ore  20  degli  i  f  set- 
tembre, l'attaccò  con  tal  coraggio, 
n  destrezza,  die  superata  la  prinui, 
indi  la  seconda  trincieia,  enivò  nel 
campo  de'  lurclii ,  cui  inleranienle 
lovcsciò,  ed   incalzò    con   tanto  fu 


COS  79 

rorc,  che  non  trovando  essi  scam- 
po alcuno,  tentarono  di  passare  a 
nuoto  il  fiume,  dove  la  maggior 
parte  trovò  la  morte,  cui  cer- 
cava piuttosto  che  scansare  con 
una  fuga  vergognosa.  Piestarono 
trentamila  fra  uccisi  ed  annegati , 
ne'  quali  si  contarono  il  primo  gran 
visir,  1' Agà  de' giannizzeri ,  e  di- 
ciassette pascià,  mentre  il  sultano 
Mustafà  II,  che  nella  notte  prece- 
dente, per  timore  avea  ripassato  il 
fiume,  accompagnato  da  poca  ca- 
valleria, si  ritirò  precipitosamente 
a  Belgrado  ;  settanladue  cannoni 
restarono  in  potere  degli  austriaci, 
con  sei  mila  carri  di  munizioni  da 
bocca,  e  da  gueiTa,  ed  ottantasei 
fra  bandiere,  e  cornette.  Questa 
segnalatissima  vittoria  fu  per  tutti 
i  cristiani  cagione  di  somma  al- 
legrezza, massime  perchè  soli  mille 
fedeli  perirono,  ed  altrettanti  fu- 
rono i  feriti.  Innocenzo  XII  ne  fu 
estremamente  sensibile,  ond'egli  in 
ringraziamento  a  Dio,  ordinò  pub- 
bliche preci  nel  mondo  cattolico , 
si  consolò  teneramente  coli' impe- 
ratore Leopoldo  I,  a  cui  scrisse 
lettera  di  proprio  pugno,  e  lo  esor- 
lò a  guerreggiare  con  animo  co- 
stante per  la  gloria  del   Signore. 

Più  che  mai  procurò  il  zelante 
Pontefice  di  esortare  alla  pace  i 
gabinetti  cristiani,  ed  ebbe  la  con- 
solazione di  vederla  per  le  sue  pre- 
Ciure  concili  usa,  celebrandosi  nel 
1697  i  trattati  di  pace  di  Riswick 
ncll"  Olanda,  tra  l'imperatore,  il  re 
di  Francia  Luigi  W\ ,  Carlo  II  di 
Spagna,  e  le  altre  potenze  interes- 
sale, e  in  Carlowitz  nell'Ungheria 
a'  26  gennaio  1699  fra  i  cristiani, 
ed  i  turchi.  Per  questa  nuova  il 
santo  Padre  rese  pubbliche  grazie 
al  Dio  delie  misoicordie,  e  coman- 
dò che  per   Ire  sere  si  facessero  se- 


8o  COS 

gni  di  gioia  in  Pioma,  e  nelle  pvl- 
iTiarie  città  dello  stato.    A  INIauro- 
cordato  riuscì  di  stabilire    quattro 
trattati  fra  le  potenze,  e  la  Subli- 
me Porta  ;  si    firmò    da  questa  la 
tregua    colla    Russia,    coli' impero 
germanico ,    e  col  re    di    Polonia  , 
lasciando  al  primo  la  Transilvania, 
meno  Temeswar,    e   rettificando  i 
confini  della  Schiavonia,  restituen- 
do al  secondo  la  Podolia,    e    1' U- 
krania.  I  veneziani  ebbero  la  peni- 
sola di  INIorea,  ritornando  alla  Porta 
i  luoghi  di  terraferma;  ma  per  lo 
smembramento  di    tante    provincie 
turche,  scoppiò   vma    rivoluzione  a 
Costantinopoli ,    che    privò    del  so- 
glio Mustafà  II,  ed  in    vece    vi  fu 
esaltato  Acinet  III  suo  fratello  nel- 
l'anno  1703.  Da   quest'epoca    co- 
mincia la  decadenza  della  colossale 
monarchia     ottomana,    alla     quale 
cooperò  Acmet  III  colle  sue    inau- 
dite crudeltà. 

Se  mai  i  sagri  elettori  poterono 
gloriarsi  di  aver  scelto  \ui  Ponte- 
fice a  piacere  di  tutto  il  mondo  , 
fu  certamente  nell'  elezione  di  Cle- 
mente XI,  Albani,  d'  Urbino ,  su- 
blimato al  trix-egno  a'  28  novem- 
bre 1700,  nel  tempo  il  più  bur- 
rascoso per  l'Europa  stante  la  suc- 
cessione al  trono  di  Spagna.  Sen- 
za pailare  del  cristianesimo,  alla 
cattedra  di  s.  Pietro  unito ,  il  pa- 
scià del  Cairo,  e  quello  dell'Egit- 
to, ed  il  governatore  della  Bifinia 
tutti  turchi  di  nascita,  ■  e  di  reli- 
gione, non  poterono  dissimulare  l'in- 
vidia, di  non  essere  sotto  il  domi- 
nio di  sì  compito  e  dotto  sovrano. 
Colle  sue  preghiere,  primieramen- 
te Clemente  XI  ottenne  dall'  im- 
peratore Leopoldo  I ,  che  la  re- 
pubblica di  Ragusa  lasciasse  di  pa- 
gargli l'annuo  tributo  di  cinque- 
cento ungheri,   a  cui  si  era  obbli- 


COS 

gota,  per  avere  da  lui  la  protezio- 
ne contro  le  continue  molestie,  che 
ricevevano  da'  maomettani,  senza 
che  però  lo  stesso  imperatore  ces- 
sasse di  continuare  il  suo  patroci- 
nio. Quindi  nel  170G,  a  Giuseppe 
I,  figlio  e  successore  di  Leopoldo 
I,  al  re  di  Francia  Luigi  XIV,  e 
al  marchese  di  Ferrici  di  lui  am- 
basciatore in  Costantinopoli,  racco- 
mandò Clemente  XI  con  particolar 
zelo ,  la  loro  protezione  verso  i 
missionari  di  Propaganda,  verso  i 
cristiani  vessati  nella  Turchia ,  e 
verso  i  reliciosi  che  in  Gerusalem- 

o 

me  avevano    la  custodia   del  santo 
sepolcro. 

Temendosi,  nel    1708,  che  l'ap- 
parecchio   militare    dell'  imperatore 
de'  turchi  Acmet  III,  potesse  essere 
indirizzato  contra  l' isola  di   Malta, 
il  santo  Padre  spedi  subito  al  gran 
maestro  Perellos  quattro  galere  ben 
corredate,  con  quattrocento  soldati, 
comandati    dal    cavalier    BVancesco 
Ferretti  priore  d' Inghilterra,    oltre 
alle  galere  che  gli    avea    procurato 
dalla  repubblica  di  Genova,    e    dal 
gran  duca  di  Toscana  ;  ma    avvisò 
il  gran  maestro,  che  a  tutto  questo 
soccorso  dovrebbe    esso    aggiungere 
tutte  le  forze  dell'  ordine  suo,    per 
andare  unite  alla  difesa  di  qualun- 
que altro  principe  cattolico,  il  qua- 
le invece  dell'  isola  di  Malta,  venisse 
attaccato  dall'  ottomano  comune  ne- 
mico. In  gratitudine  verso  la  repub- 
blica  di  Venezia,  per  la  mediazione 
avuta  nella  pace  fra  la  santa  Sede, 
e  r  imperator  Giuseppe  I,  Clemente 
XI  nel   I  709  le  prorogò  il  sussidio 
delle  decime  ecclesiastiche,  già  con- 
cesso da  Innocenzo  XII,  aflinchè  si 
impiegasse  contro  il  turco,  ove   da 
questo  qualche  stato  cattolico  fosse 
assalito  colle  armi. 

Sempre  più  insolenti  si  rendevano 


cos 

i  turchi  per  le  vittorie  riportate 
con  Carlo  II  re  di  Svezia  sui  russi, 
onde  il  czar  Pietro  I,  il  Grande^  cor- 
ruppe il  gran  visir  a  segnar  la  pace, 
ed  avevano  preso  i  turchi  di  mira  gli 
stati  austriaci,  la  distruzione  della  re- 
pubblica veneta,  e  quella  di  Roma, 
capitale  del  cristianesimo.  A  questo 
fine  erasi  anzi  esibito  il  perfido 
marchese  di  Langallerie,  rinnegato 
francese,  al  sultano  Acmet  III.  II 
santo  Padre,  affine  di  scansare  tanto 
danno  alla  religione  cattolica,  avea 
pubblicato  a'3i  maggio  17 15,  me- 
diante la  costituzione,  Ubi  primusj 
riportata  nel  tomo  XI  del  loollario, 
un  giubileo  universale  straordinario, 
ed  un  altro  agli  8  ottobre,  come 
dalla  costituzione,  Ciim  nos^  con 
indulgenza  plenaria  a  tutti  quelli, 
che  intervenissero  alle  processioni, 
che  dai  vescovi  si  ordinerebbero  per 
due  giorni  nelle  loro  diocesi,  o  fa- 
cessero altre  opere  di  pietà  da  lui 
prescritte.  Per  ottenere  ancora  gli 
aiuti  umani,  non  trascurò  ogni  di- 
ligenza, e  nel  17  16,  in  cui  i  turchi 
assediavano  Corfìi,  isola  nel  mare 
Jonio  appartenente  a'  veneziani,  il 
detto  Pontefice  ottenne  da'  principi 
cristiani  la  sagra  lega  iu  soccorso 
de'  vetreziani  stessi,  ai  quali  gli  ot- 
tomani aveano  ritolto  nella  Morea 
in  un  mese,  quanto  in  parecchi  anni 
avevano  conquistato  a  forza  di  e- 
sorbitanti  spese,  e  di  non  minori 
militari  fatiche. 

Per  parte  sua  spedi  il  Papa  due 
galere,  e  due  navi,  oltre  a  cinque 
altre  che  prese  a  nolo,  e  consegnò 
al  comando  de' cavalieri  di  JMalta, 
Per  quel  nolo  prese  egli  in  prestito 
trecentomila  scudi  da  pagarsi  dalla 
fabbrica  di  s.  Pietro.  Il  re  di  Spa- 
gna Filippo  V  inviò  quattro  galere, 
e  sei  navi  di  linea,  sotto  il  comando 
del  marchese  Mari,  al  quale  il  santo 
VOI..   x\in. 


COS  81 

Padre  si  raccomandò  con  molta 
premura.  Giovanni  V  re  di  Porto- 
gallo spedì  sei  navi  di  linea,  e  sei 
altre  minori,  pel  qual  soccorso  il 
Pontefice  gli  prorogò  il  sussidio  nel 
1 7 1 2  concesso  al  Portogallo,  ed  un 
altro  ne  accordò  a  quel  monarca 
di  un  milione  di  crociati,  coli' au- 
torità della  bolla,  Cum  carissimns, 
data  agli  8  agosto  1716,  sopra  i 
frutti  de'  beni  ecclesiastici  del  suo 
regno.  Lo  stesso  aiuto  mandò  di 
nuovo  neir  anno  seguente  sotto  il 
comando  di  Lobo  Furlado  de  Men- 
doza,  col  quale  rallegrossi  il  santo 
Padre  con  gentili  espressioni,  per 
la  vittoria  ottenuta  nel  mare  Egeo, 
mercè  il  valore  principalmente  dei 
portoghesi.  Cosimo  III  gi'an  duca 
di  Toscana  inviò  quattro  galere, 
per  cui  Clemente  XI  con  breve  lo 
ringraziò,  e  due  ne  diede  la  repub- 
blica di  Genova.  Tutti  questi  navi- 
gli si  unirono  all'  armata  veneziana 
in  Malta.  Per  questa  spedizione  im- 
pose il  Papa  sul  clero  d'Italia  una 
imposizione  di  cinque  anni  del  sei 
per  cento  sopia  i  benefizi  ecclesia- 
stici :  domandò  ancora  sussidio  dai 
vescovi  di  Portogallo,  e  di  Spagna, 
oltre  a  quello,  che  in  mezzo  alle 
sue  angustie  potè  somministrare  la 
camera  apostolicaj  ed  il  sagro  Col- 
legio. Anzi,  per  poter  maggiormente 
facilitare  a'  veneziani  il  comodo  del- 
le reclute,  avea  dichiarato  e  pro- 
messo con  editto  de'  12  ottobre 
17 15,  che  i  banditi  dallo  stato 
ecclesiastico  per  delitti,  i  quali  non 
fossero  di  lesa  maestà,  parricidio,  e 
pubblica  Grassazione,  potessero  ar- 
ruolarsi co'  veneziani  in  questa  guer- 
ra, al  qual  fine  diede  il  nome  lo- 
ro al  nunzio  di  V^enezia,  con  patto 
che,  terminata  la  campagna,  restas- 
sero interamente  liberi,  e  potessero 
ritornare  alle  proprie  case. 
6 


82  COS 

Era  però  necessario  che  l' impe- 
ratore Carlo  VI,  dall'altra  parte 
si  unisse  ancora  alla  sagra  lega,  per 
assalire  i  turchi  per  terra,  come 
fin  dall'anno  171 3  lo  esortava 
Clemente  XI  con  replicate  lettere, 
uguali  a  quelle  che  a  molti  prin- 
cipi aveva  dirette  ;  indi  per  non 
lasciar  intentate  le  maggiori  dili- 
genze, chiamò  dall'  arcivescovato  di 
Benevento,  ai  16  gennaio  17 16,  il 
Cardinal  Orsini,  poi  Papa  Benedet- 
to XIII,  per  mandarlo  a  Vienna 
col  titolo  di  legato  a  Intere.  Ma 
Cesare  non  si  risolveva  a  dichiarar 
la  guei'ra  al  turco,  per  timore  che 
il  re  di  Spagna  si  approfittasse  di 
questa  occasione  affine  d'investire 
gli  slati  eh'  egli  possedeva  in  Italia. 
Riuscì  tuttavia  al  Pontefice  colle 
sue  caldissime  preghiere,  di  otteneie 
dal  re  Filippo  V  una  decisa,  e 
chiara  promessa,  che  non  avrebbe 
molestato  alcune  delle  sopraddette 
possessioni,  mentre  l'imperatore  fos- 
se occupato  nella  guerra  cogli  ot- 
tomani: onde  il  Papa  sicuro  di  tal 
dichiarazione,  potè  restar  con  Cesa- 
re mallevadore  sul  suo  timore.  Con 
questo  annunzio  entrò  1'  Augusto 
nella  lega  co'  veneziani,  e  tosto  di- 
chiarò la  guerra  ai  turchi,  per 
l'aiuto  della  quale  il  santo  Padre  gli 
concesse  le  decime  ecclesiastiche  per 
tre  anni  negli  stati  austriaci,  come 
altresì  nel  ducato  di  Milano,  e  nel 
regno  di  Napoli  come  dominii  im- 
periali, quelle  stesse,  eh'  egli  avea 
imposto  in  tutta  l' Italia,  per  cinque 
anni,  a  ragione  del  sei  per  cento. 

Sotto  il  comando  del  principe 
Eugenio,  il  quale  solo  valeva  quan- 
to un  altro  esercitOj  mercè  la  pe- 
rizia rbilitare,  ed  il  valore  di  cui 
era  fornito,  partì  l'esercito  impe- 
riale di  ottantamila  uomini.  Presso 
a    Petervaradiuo    nell'  Ungheria,    il 


COS 

prode  generale  attaccò  duecento 
mila  turchi,  e  a' 5  agusto  1716, 
cioè  nel  giorno  stesso  in  cui  l'otti- 
mo Clemente  XI  faceva  in  Roma 
una  processione  di  penitenza  pel 
buon  successo  delle  armi  cristiane, 
li  sconfisse  colla  perdita  di  trenta- 
ciuquemila  di  essi,  fra'quali  il  visir, 
e  quindici  pascià,  restando  in  potere 
de'  vincitori,  centottanta  cannoni  di 
bronzo,  altrettante  insegne,  la  cassa 
militare,  e  tutte  le  tende,  mentre 
dall'altra  parte  tutto  l'esercito  im- 
periale perdette  384©  fanti,  e  2264 
cavalli ,  come  scrisse  il  gesuita 
Guido  Ferrari,  De  rebus  geslis  Ea- 
genii  principis  a  Sahaudia  Bello 
Pannonico  libri  Ires,  Romae  ex  typog. 
Mainardi  i747-  S'  gran  terrore 
cagionò  questa  vittoria  agl'infedeli, 
che  precipitosamente  fuggendo,  le- 
varono tosto  l'assedio  all'isola  di 
Corfù.  Il  sauto  Padre,  che  in  que- 
sta impresa  aveva  avuta  la  prima 
parte,  restò  penetrato  di  gioia.  In 
compenso  poi  di  quattro  bandiere 
turchesche,  cioè  due  code  di  cavallo, 
una  bandiera,  ed  un  principale  sten- 
dardo, inviategli  dall'imperatore  Car- 
lo VI,  ne  mandò  due  alla  santa 
casa  di  Loreto,  e  due  alia  basilica 
di  s.  Maria  Maggiore,  per  essere 
stata  ottenuta  la  vittoria  nel  gior- 
no medesimo,  che  in  essa  si  cele- 
brava la  memoria  della  prodigiosa 
neve,  la  quale  diede  origine  a  quel 
sagro  tempio  ;  e  per  rimeritare  il 
principe  Eugenio,  eh'  egli  con  som- 
me lodi  esaltò,  gli  spedì  lo  stoc- 
co, e  il  berrettone  da  sé  benedetti. 
Col  solito  suo  zelo,  ed  efficacia, 
seguitò  Clemente  XI  nell'anno  17  17 
a  procurar  nuovi  rinforzi  alla  ar- 
mata cristiana,  per  la  quale  con- 
cesse a'  veneziani  il  nuovo  sussidio 
di  centomila  scudi  di  beni  ecclesia- 
stici.   Dall'  altra    parte    il    principe 


cos 

Eugenio  mise  l'assedio  all' impor- 
tante fortezza  di  Belgrado,  di  cui 
s' impadrom  a'  17  agosto,  dopo  aver 
ottenuta  nel  giorno  precedente  una 
compita  vittoria  sul  campo  dei 
turchi,  per  la  qual  nuova  il  santo 
Padre  colmo  d'  allegrezza,  interven- 
ne sul  momento  ad  un  solenne  Te 
Deum  ordinato  uel  Vaticano,  che 
fu  seguito  per  tre  giorni  con  fuochi 
di  gioia.  Frattanto  facendosi  dal  re 
di  Spagna  Filippo  V  T  apparecchio 
militare,  che  ognuno  credeva  desti- 
nato all'  oppressione  del  gran  si- 
gnore Acmet  HI,  come  il  Papa 
istantemente  ne  lo  avea  pregato, 
contro  la  data  promessa,  fece  assa- 
lire in  vece  gli  stati  di  Carlo  VI, 
il  quale  sdegnato  si  rivolse  contro 
l' innocente  Pontefice,  che  risentitosi 
col  re  di  Spagna,  gli  sospese  gli 
emolumenti  della  bolla  della  cro- 
ciata, concessi  per  far  la  gueria  agli 
ottomani;  ma  stante  il  grave  dan- 
no, che  perciò  ne  veniva  al  re  spa- 
gnuolo,  Clemente  XI  nel  1720  ri- 
vocò  la  sospensione  per  istimolare 
quel  monarca  a  rivoltar  contro  i 
saraceni  il  prodotto,  che  ne'  suoi 
regni  sene  ricavava  a  benefizio  della 
religione.  Filippo  V  di  fatti  liberò 
Ceuta,  -Pamosa  fortezza  nella  punta 
dell'  Africa,  dal  continuo  assedio  di 
ventlsei  anni,  e  in  diverse  battaglie 
sconfisse  i  nemici  della  nostra  fede, 
coir  acquisto  di  molti  spogli,  dei 
quali  inviò  al  Pontefice  alcune  ban- 
diere, con  lettera  di  regio  pugno. 

Al  Cardinal  Alberoni  piacentino, 
primo  ministro  di  Spagna,  di  som- 
ma autorità,  gran  politico,  intra- 
prendente, ed  ambizioso,  pel  sospet- 
to di  aver  cagionata  la  rottura 
della  corte  di  Spagna  con  quella 
di  Pioma,  di  aver  trattato  co'turchi 
e  cogli  eretici  perchè  muovessero  la 
gueira  a' cattolici,  e  di  avei  indot- 


COS  83 

to  il  re  Filippo  V  a  farla  ancora 
all'  imperatore  Carlo  VI,  non  ostan- 
te la  promessa  da  quello  fatta  al 
Papa  di  non  assalirlo  colie  armi, 
finché  fosse  in  guerra  col  tuno, 
venne  istituito  il  processo  da  una 
congregazione  di  sedici  Cardinali. 
Intanto  fu  esiliato  dalla  Spagna  , 
e  fuggito  tra  mille  pericoli  di  vita 
in  Genova,  ed  arrestato  in  Sestri, 
per  la  morte  di  Clemente  XI  fu 
invitato  nel  1721  al  conclave,  in  cui 
venne  eletto  Innocenzo  XIII,  Con- 
ti, romano,  il  quale  benignamente 
gli  perdonò. 

Più  d'una  volta  Clemente  XI 
tentò  di  riunir  la  chiesa  greca  col- 
la latina,  ma  il  maggior  ostacolo  , 
che  si  troverà  sempre  a  questa 
unione,  consiste  in  ciò,  che  i  greci 
>»cismatici  dell'  Asia  quasi  tutti  si 
trovano  sotto  il  dominio  del  graa 
signore  de' turchi,  il  quale  introniz- 
zandoli nelle  loro  sedie,  ne  ricava 
una  grossa  entrata  ,  per  la  tas- 
sa delle  borse  di  piastie  turche , 
che  a  ciascuno  di  essi  impone,  per 
metterli  in  possesso  delle  loro  chie- 
se. Clemente  XI  accarezzò  molto  i 
greci,  accrebbe  le  rendite  del  col- 
legio, che  hanno  in  Roma,  ed  ag- 
giunse al  collegio  di  Propaganda 
la  dote  di  due  giovani  greci  del- 
l'Epiro, che  vi  potessero  fare  i  lo- 
ro studi,  per  essere  poi  utili  a'  cri- 
stiani nelle  parti   degl'  infedeli. 

^Nell'anno  1722  l'imperatore  dei 
turchi  Acmet  III  faceva  grandi  pre- 
parativi di  guerra,  e  già  nel  mese 
di  giugno  SI  vedeano  sulla  costa  di 
Malta  due  squadre,  che  il  gran 
maestro  Vigliena  temeva  dove&sero 
andare  a  scaiicarsi  sopra  quell'iso- 
la. Con  questo  timore  ricorse  egli 
al  padre  comune  del  cristianesimo 
Innocenzo  XIII,  il  quale  pronta- 
nieutc  si  applicò  ad  implorare  l  aiu- 


84  COS 

to  celeste  per  mezzo  di  un  giubi- 
leo, cui  a' 2 1  luglio  pubblicò  io 
Roma  per  tre  giorni,  e  nello  stesso 
tempo  procurò,  che  i  principi  catto- 
lici si  collegassero  in  soccorso  dei 
cavalieri  gerosolimitani.  Nel  conci- 
storo de'  i6  settembre  esortò  con 
efficacia  i  Cardinali  ad  aiutarli  an- 
ch'essi con  denaro,  ed  egli  fu  il 
primo  a  darne  l'esempio,  colla  ri- 
messa che  fece  a  quei  cavalieri  di 
diecimila  scudi  della  camera ,  ed 
altri  diecimila  della  sua  borsa  pri- 
vata, quantunque  sieno  limitatissi- 
me le  rendite  de' Papi.  Questo  pie- 
toso uffizio  fu  imitato  da  gran  par- 
te del  sagro  Collegio,  onde  per  ta- 
le generosità  giunsero  da  Roma 
nelle  mani  del  gran  maestro  piìi 
di  cento  mila  scudi,  che  non  fu 
duopo  impiegare  contro  il  turco, 
peichè  non  mosse  la  guerra  ai  cat- 
tolici. Dipoi  Acmet  HI  rivolse  le 
sue  armi  contro  la  Persia,  ma  il 
valore  di  Tliamas  Koulikan  seppe 
respingere  i  turchi,  che  sollevati  in 
Coslanlinopoli,  obbligarono  Acmet 
III  y  cedine  il  comando  a  IMah- 
moud  I,  il  quale  in  mezzo  alle  ri- 
voluzioni de'suoi,  che  volevano  il 
governo  oligarchico,  o  democratico, 
per  difendersi  dalla  Persia  e  dalla 
Russia  dovette  suscitare  le  forze  del 
Mogol,  imponendogli  anco  i  russi. 
Ad  un  eunuco  negro  Rislar  Agà, 
si  dovette  la  salvezza  dell'impero, 
essendo  decretato  dagl'  imperatori 
Carlo  VI  germanico,  e  da  quello  di 
Russia  il  suo  rovesciamento.  Qnel- 
l'ahiU:  Kislar  riportando  vantaggi 
Bella  Bosnia,  riprendendo  nel  I73q 
Belgrado,  e  difendendosi  dai  russi, 
e  dai  persiani,  divenuti  formidabi- 
li,  riparò  all'estremo  disastro. 

Intanto  aiutando  Papa  Clemente 
Xn,  llorenlino,  il  re  di  Spagna 
Filippo  Y,  questi    il    primo    luglio 


COS 
ij3i  ricuperò  la  piazza  di  Orano 
nella  costa  d'Africa  difesa  da  venti 
mila  turchi,  per  cui  Clemente  XII 
per  .sì  lieto  avvenimento,  assistè 
nella  chiesa  nazionale  degli  spagnuo- 
li  io  Roma  al  Te  Dcuin,  che  ven- 
ne cantato  in  rendimento  di  grazie 
al  Dio  degli  eserciti,  e  poi  ordinò 
i  fuochi  di  allegrezza  per  tre  gior- 
ni nella  città.  Gran  contentezza  pro- 
vò questo  Pontefice  nel  veder  pre- 
sentato a' suoi  piedi  nel  lySS  Mul- 
ci  Abdar-Rahman,  nipote  del  re 
di  Marocco,  venuto  a  Roma  per 
abiurare  il  maomettanismo,  ed  ab- 
bracciare la  cattolica  religione.  Do- 
po essere  bene  istruito  in  questa, 
a'  1 6  marzo  venne  solennemente 
battezzato  in  s.  Pietro  dal  Cardi- 
nal Guadagni  vicario  di  Roma^  ed 
ebbe  il  nome  di  d.  Lorenzo  Bar- 
tolommeo.  Fu  tenuto  al  .sagro  fonte 
dal  duca  d.  Bartolommeo  Corsini,  a 
nome  del  Papa  suo  zio,  il  quale 
assegnò  al  principe  africano  una 
pensione  di  cento  scudi  al  mese, 
cui  egli  con  esemplarissima  condot- 
ta godette  sino  agli  i  i  febbraio 
1789,  nel  qual  anno  piamente  mo- 
rì. Fu  sepolto  nella  chiesa  di  s. 
Andrea  delle  Fratte,  ove  oggi  se  ne 
vede  il  deposito  con  gloriosa  iscri- 
zione. 

Benedetto  XIV,  a' 16  .settembre 
1743,  colla  costituzione  Quoniani, 
per  le  istanze  del  gran  maestro  di 
IMalta,  concesse  parecchie  indul- 
genze, e  molti  privilegi  ancora  nel- 
la foima  della  bolla  della  crociala, 
tanto  a'  religiosi  cavalieri  dell  Or- 
dine, quanto  a'sudditi  abitanti  nel- 
le isole  di  Malta,  e  Gozzo,  al  me- 
desimo gran  maestro  .soggette  ,  af- 
finchè somministrassero  qualche  som- 
ma di  denaro,  o  altro  sussidio  al- 
l'Ordine per  la  guerra  perpetua 
contro  gl'infedeli.  Indi    nel     i744> 


cos 

in  virlìx  della  costituzione  Quod 
Proi'inciale,  presso  il  tomo  XIX  del 
^o//t/no.  Benedetto  XIV  ordinò  che 
ì  nomi  maomettani  non  si  mettes- 
sero a'  bambini  cristiani,  come  già 
avea  prescritto  nel  lyoS  il  concilio 
provinciale  dell'Albania,  approvato 
da  Clemente  XI.  Con  un  breve  poi 
diretto  a  monsignor  Lercari,  segre- 
tario della  Propaganda  Urbem  An- 
libarurn,  spedito  a' 9  mai^o  lySo,, 
che  si  legge  nel  tomo  XVII I  del 
Bollano,  il  Papa  rispose  a'  dubbi 
proposti  dall'arcivescovo  di  Anliba- 
ri,  circa  i  beni  ecclesiastici  ritenu- 
ti in  quelle  parti,  o  dagli  infedeli, 
o  da' cristiani:  ma  siccome  non  si 
potevano  evitare  grandi  mali  quan- 
do i  possessori  fossero  costretti  a 
restituirli,  egli  con  altro  simile  bre- 
ve Cuni  Encyclicas,  spedito  a'  2 
marzo  1754,  permise,  che  i  vesco- 
vi transigessero  co'  possessori  de'det- 
ti  beni  ecclesiastici,  per  evitare  la 
persecuzione  de'  turchi,  o  l'apostasia 
de' fedeli,  dove  si  vedessero  privati 
de'  beni,  che  avevano  avuto  per  di- 
ritto ereditario,  o  per  compera  con 
grandi  somme. 

Mahmoud  f,  commendevole  per 
lealtà  d'animo,  morì  nel  1704,  ed 
il  suo. fratello  Osmano  III  governò 
pacificamente  tre  anni.  Nel  1757 
ricadde  finalmente  lo  scettro  a  Mu- 
stafà  III,  figlio  di  Acmet  III.  Il 
nuovo  sultano,  in  difesa  de'  polac* 
chi,  intraprese  contro  i  russi  la 
guerra  per  cui  gli  occuparono  mol- 
te piazze,  ed  incendiarono  la  flotta 
ottomana  nel  porto  di  Cismè.  Mu- 
stafà  III  morì  nel  1778,  e  gli 
successe  il  fratello  Acmet  IV,  che 
si  pacificò  nel  1774  co' tartari,  e 
co'  russi,  a  cui  lasciò  il  libero  com- 
mercio del  mar  Nero.  Potè  allora 
rivolgersi  il  sultano  contro  il  pa- 
scià d'Egitto,  e  ricuperar  la  Scria. 


COS  %% 

Però  nell'anno  1783  la  Crimea 
si  dovette  cedere  a' russi,  e  conti- 
nuando essi  con  vantaggio  la  guer- 
ra insieme  all'Austria,  Acmet  IV 
fu  avvelenato  perchè  propendeva 
alla  pace.  Selim  IH,  figlio  di  I\Iu- 
stafà  III,  e  nipote  di  Acmet  IV 
salì  al  trono,  e  si  alleò  colla  Prus- 
sia, l'Inghilterra,  e  l'Olanda,  ge- 
losi degli  austro-russi,  e  nel  1791 
venne  celebrata  la  pace. 

Scoppiala   la  rivoluzione    fiance- 
se,  anche  Selim  III   la  vide  fermen- 
tare ne'  turchi.    Bona  parte    si  recò 
nell'Egitto,   ma  nel    1802    si    rista- 
bilì  l'armonia   fra   la   Francia,  e  la 
Turchia,     e  Selim   III     si   diede    a 
rifonnar  l'amministrazione,    ed    or- 
dinò un    corpo    di    truppe    all'  eu- 
ropea.  Lacerato  l'impero  ottomano 
da' ribelli,  Selim    III  fu    deposto,  e 
venne  proclamato    Mustaftì  IV,    fi- 
glio di  Abdul-Hamid,    ossia  Acmet 
IV   nel    1807.  Riuscì  però    a    Bai- 
ractar    pascià    di    Piutchuk ,    dopo 
aver  inutilmente  tentato    di    lista- 
bilir  Selim    III,    d'imprigionare    il 
sultano  Mustafà  IV,  ed    a' 28    lu- 
glio   1808  pose  in  trono  Mahmoud 
II   fratello  del  deposto,    nipote    di 
Selim   III,  e  figlio  di   Acmet  IV,  e 
Bairactar  fu  esaltato  a  gran    visir, 
ma  ben  presto  perì  nel  voler  abo- 
lire   i    giannizzeri ,    facendo    prima 
strangolare  Mustafà  IV    colla    ma- 
dre. Pieno  di  belle  intenzioni,  e  di 
genio    per    la    civilizzazione,    Mah- 
moud II  nel    1826  potè  sopprime- 
re le  pretoriane  milizie  de'  gianniz- 
zeri, indi   formò    l'esercito    all'eu- 
ropea, e  nella  micidial  guerra  colla 
Piussia  convenne  che  cedesse  alcuni 
paesi,  lasciasse  libera  la  navigazione 
del  mar  Nero  alle  potenze    cristia- 
ne,   convenisse    all'  esercizio    libero 
del  culto  latino,   e  greco,   non   che 
a  quello  degli  armeni ,  moslrandosi 


86  C  0  S 

ne'  prosperi  ed  avversi  iiicontii  de- 
gno del  trono.  Sotto  di  lui  si  smem- 
brò la  Grecia,  che  si  eresse  in  regno, 
col  sagriGzio  di  sanguinose  guerre. 

La  celebrità  de'  giannizzeri,  la 
loro  distruzione  e  le  utili  conseguen- 
ze che  questa  portò  all'  impero  del- 
la sublime  Porta ,  sono  cose  che 
rendono  indispensabile  un  breve  cen- 
no sul  clamoroso  fatto,  che  segna 
un'  epoca  assai  importante  nella 
storia  ottomana.  Questi  militari, 
sebbene  fossero  stati  istituiti,  come 
si  disse  di  sopra,  per  la  più  valida 
difesa  dei  sovrani  ottomani,  e  della 
loro  monarchia,  avendo  poscia  ab- 
bandonata la  primiera  disciplina,  e 
subordinazione,  non  formavano  che 
una  potente  fazione  militare,  in- 
tenta solo  a  far  nascere  il  di.sordi- 
ne,  e  le  rivolte  nell'  istesso  impero. 
I  visir,  i  primari  ministri,  ed  an- 
che i  sultani,  come  si  è  detto, 
sj)esso  erano  sagrifjcati  alle  ingiu- 
ste pretensioni  arroganti,  ed  ai  ca- 
pricci  di  questa  sfrenata   truppa. 

Avendo  dunque  il  sultano  Mah- 
lìioud  II  organizzata  la  milizia  sul 
sistema  europeo,  seguendo  l'esem- 
pio del  suddetto  suo  predecessore 
Selim  III  di  lui  zio,  e  non  volendo 
tuttavolta  disgustare  i  giannizzeri, 
aveva  permesso  anche  a  questi  di 
entrare  ne' nuovi  corpi  di  milizie, 
rilasciando  e  conservando  loro  gli 
emolumenti,  e  vantaggi  che  gode- 
vano. I  giannizzeri  sulle  prime  si 
mostrarono  contenti  di  queste  dis- 
posizioni del  loro  sovrano,  ma  non 
andò  guari,  che  ridestatasi  in  loro 
r  antica  insubordinazione,  mostra- 
ronsi  disgustati,  e  quindi  si  mosse- 
ro a  congiura.  Per  segnale  del  loro 
malcontento,  a  seconda  del  costu- 
me, posero  le  marmitte  (venerate 
da  loro)  rovesciate  alla  porta  del 
serraglio,  e  dando  mano  alla  ribel- 


cos 

bone,  principiaronla  con  commcllere 
tali  e  tanti  disordini,  che  la  città 
di  Costantinopoli  in  quei  giorni 
presentò  un  desolante  spettacolo  di 
omicidii,  rapine  le  piìi  nefande,  e 
di  altre  sciagure.  Piccaronsi  poscia 
i  giannizzeri  dal  loro  Agà  per  alar- 
gli la  molte,  come  aderente  a'  ,^/- 
zami  Gedid  (cioè  nuove  milizie). 
L'  Agà  gettandosi  dalla  finestra  po- 
tè salvarsi,  ma  il  suo  luogotenente, 
il  figlio,  e  le  donne  vennero  truci- 
date barbaramente. 

Avvisato  il  sultano  Mahmoud  lì 
di  tuttociò ,  e  mentre  era  alla 
villeggiatura^  tosto  si  recò  in  città 
accompagnato  da  un  pascià  coman- 
dante il  canale  del  Bosforo  colle 
sue  truppe  numerose,  e  fedeli.  Inol- 
tre volle  intorno  a  sé  i  ministri,  i 
muffi,  e  gli  ulema;  fece  all'istante 
esporre  lo  stendardo  di  Maometto, 
e  mandò  gli  araldi  per  tutte  le 
contrade  di  Costantinopoli  ,  per 
chiamare  sotto  di  esso  i  fedeli  se- 
guaci di  Maometto  alla  difesa  del 
minacciato  trono.  Anche  dai  ribelli 
giannizzeri  furono  spediti  araldi  ban- 
ditori, per  radunare  i  loro  congiu- 
rati in  luogo  destinato.  Numerose 
soldatesche,  un  gran  numero  di  sud- 
diti, e  tutti  i  cannonieri  corsero 
subito  presso  il  sultano,  che  in  bre- 
ve tempo  raccolse  neW  Ippodromo 
una  forza  formidabile  ed  imponen- 
te, come  ]jen  disposta  a  secondar- 
lo, ed  egli  stava  sotto  il  padiglio- 
ne collo  stendardo  in  mano.  Fece 
allora  Mahmoud  II  intimare  ai 
livoltosi  di  deporre  prontamente 
le  armi;  ma  i  giannizzeri  invece 
ardirono  chiedere  le  teste  di  set- 
te de'  principali  dell'  iniptMo  ot- 
tomano. Non  essendo  possibile  di 
pacificare  siffatta  milizia  senza  usa- 
re la  forza,  il  loro  Agà  si  finse  del 
medesimo  partito    ed     opinione,    e 


e  OS 
simnlatamente  gli  riuscì  a  persua- 
derli di  rinchiudersi  nelle  loro  glan- 
di caserme  poste  nello  stesso  Ippo- 
dromo.  Appena  i  ribelli  vi  si  rin- 
chiusero, il  sultano  comandò,  che 
le  stesse  caserme  fossero  investite 
dalle  artiglierie;  laonde  subito  la 
mitraglia  scoppiò  da  piìi  bocche 
di  cannone.  Ordinò  ancora  il  sul- 
tano che  si  desse  fuoco  alle  me- 
desime caserme,  e  si  uccidesse  chi 
voleva  salvarsi.  Tutto  fu  esattamen- 
te ed  energicamente  eseguito  per 
opera  di  detto  Agà,  non  meno  che 
di  altri  ministri.  In  tal  modo  pe- 
rirono nelle  fiamme,  e  furono  ta- 
gliati a  pezzi  anche  i  più  valorosi, 
che  inutilmente  opposero  la  più 
coraggiosa  resistenza.  La  carnificina 
cessò  colla  morte  di  tutti  i  facinoi'o- 
si,  calcolandosi  a  venti  mila  le  vit- 
time di  questa  ribeUione,  in  un  sol 
giorno,  che  per  gli  abitanti  di  Co- 
stantinopoli fu  giorno  di  orrore,  e 
spavento  indiscrivibile,  e  sarà  ram- 
mentato per  molti  secoli,  non  sen- 
za raccapriccio. 

Altri  sessanta  mila  giannizzeri 
fui'ono  espulsi  in  Asia,  dei  quali 
circa  quarantamila  furono  messi  a 
morte  in  quella  regione  in  termi- 
ne di -pochi  giorni.  I  cadaveri  di 
quelli  periti  in  Costantinopoli,  ga- 
leggiavano  sul  Bosforo,  facendo  un 
triste  quadro  di  quel  delizioso  luo- 
go, ed  impedivano  pel  loro  nume- 
ro ,  il  passaggio  alle  barchette. 
Quindi  con  decreto  di  Mahmoud 
li  dichiarò  per  sempre  sciolta  e 
abolita  la  milizia  dei  giannizzeri . 
Il  loro  nome  fu  maledetto;  si  de- 
molirono i  mausolei,  ed  altri  mar- 
morei monumenti  esistenti  ad  ono- 
re di  alcun  giannizzero  nei  campi 
sepolcrali  ,  sui  quali  fosse  stato 
scolpito  qualunque  nome  e  stemma 
di    delta    milizia.    Questo    sorpren- 


COS  87 

dente  e  crudele  avvenimento,  die- 
de tutta  la  libertà  alla  sublime 
Porta,  ed  al  sultano,  d'intrapren- 
dere molte  riforme. 

Progredendo  nella  civilizzazione 
Mahmoud  II,  per  avvicinarsi  sem- 
pre più  nelle  amichevoli  relazioni 
co'sovrani  d'Europa,  a'principali  di 
essi  inviò  i  suoi  ambasciatori,  uno 
de'  quali  Ahmed  Fethi  pascià,  che 
poi  sposò  una  figlia  del  sultano  , 
ambasciatore  straordinario  della  su- 
blime porta  presso  Luigi  Filippo 
re  de'  francesi,  passando  nel  i838 
per  Roma  capitale  del  mondo  cat- 
tolico, tratto  dal  nome  che  tanto 
venerato  risuona  nell'oriente  del 
regnante  Pontefice  Gregorio  XVI, 
domandò,  ed  ottenne  di  umiliargli 
i  suoi  omaggi  a'  \i  giugno  nel  pa- 
lazzo vaticano,  ed  oltre  a  benigna 
accoglienza,  il  Papa  lo  regalò  d'una 
scattola  di  lapislazzuli  con  mosaico 
rappresentante  il  sontuoso  edilizio 
del  Panteon,  e  d'una  medaglia  di 
argento  del  museo  Etrusco  Grego- 
riano, raccomandando  alla  sua  pro- 
tezione presso  il  gran  signore ,  la 
continuazione  del  patrocinio  che  ac- 
corda a'  cattolici  nel  suo  impero. 
Fethi  pascià  si  fece  ammirare  in 
Roma  come  altrove,  per  la  sua  col- 
tura, e  per  la  sua  sagacità,  ed  a- 
more  alle  arti. 

A'  26  settembre  del  medesimo 
anno  i838  Reschid  pascià,  mi- 
nistro degli  affari  stranieri  della 
Sublime  Porta,  arrivò  a  Civitavec- 
chia sopra  un  battello  a  vapore 
ottomano,  per  andare  ambascia- 
tore straordinario  presso  la  corte 
della  regina  della  Gran  Brettagna 
Vittoria,  e  si  recò  appositamente 
a  Roma ,  per  ossequiare  il  lodato 
somtno  Pontefice  Gregorio  XVI,  e 
nel  dì  28  settembre  ebbe  l'onore, 
co'  suoi  tre  figli,  e  seguito  di  esse- 


88  COS 

re  ricevuto  in  parlicolar  udienza 
da  sua  Santità,  nel  palazzo  quiri- 
nale, pronunziando  in  francese  il 
seguente  tradotto  discorso. 

>}  Sua  altezza  il  sultano  Mah- 
>i  nioud  II  ha  appreso  con  grande 
>'  soddisfazione  la  benevola  acco- 
t>  glienza,  che  vostra  Santità  ha 
»  fatto  al  suo  ambasciatore  presso 
i>  la  corte  di  Francia.  Io  sono  fe- 
»  lice  di  avere  occasione  di  espri- 
>'.  merle  questi  sentimenti  del  mio 
*>  augusto  signore, 

»  Spero  che  questi  primi  rap- 
»  porti,  creati  dalla  somma  corte- 
«  sia,  e  dallo  spirilo  di  amabile 
>■■  compiacenza  delia  Santità  vostra, 
>■'  saranno  seguiti  da  altre  relazio- 
'•-  ni  quanto  utili,  altrettanto  ag- 
>■■  gradevoli  alla  santa  Stde,  e  al- 
«   r  impero  ottomano. 

Il  santo  Padre  rispose  a  questo 
tliscorso  ne'  termini  i  più  graziosi, 
e  nulla  omise  per  dimostrare  al 
pascià  quanto  valutasse ,  e  quanto 
contasse  sulla  giustizia  imparziale, 
onde  il  sultano  INIahmoud  II  gua- 
rentisce i  cattolici  dimoranti  nel 
suo  vasto  impero,  e  sulla  precisio- 
ne, onde  i  voleri  dell'  Altezza  sua 
vengono  anche  in  questa  parte  se- 
condati dal  Reis  Elfendi  Reschild 
pascià.  La  Santità  sua  non  lasciò 
d' impegnare  sempre  più  Reschid 
pascià,  ad  assistere  i  cattolici  pres- 
so il  suo  signore,  al  quale  lo  pregò 
di  raccomandarli  nuovamente,  e  cal- 
damente in  suo  nome.  Il  pascià 
si  mostrò  penetrato  della  graziosa 
accoglienza  di  cui  sua  Santità  l'ono- 
rò, e  promise  di  volerne  eseguire  con 
elìJcacia,  e  soddisfazione,  le  rispet- 
tabili brame.  Quindi  il  santo  Pa- 
dre donò  al  pascià  una  scattola  di 
malaghita,  con  mosaico  rappresen- 
lante  egualmente  il  Pantheon,  e  due 
medaglie  di    argento  colla  sua  effi- 


cos 

gie,  che  celebrano  il  traforo  del  mon- 
te Catillo,  ed  il  museo  Etrusco,  am- 
bedue opere  dello  stesso  Pontefi- 
ce, e  regalò  ai  tre  figli  del  Reis  Ef- 
fendi, ed  agli  individui  del  suo 
seguito  altrettanti  mosaici  ;  ed  al 
segretario,  di  nazione  francese,  Giu- 
seppe Cor,  di  religione  cattolica,  da 
parte  donò  un  crocefisso,  ed  una 
corona  muniti  dell'apostolica  bene- 
dizione del  Pontefice,  che  con  com- 
mozione intese  da  questo  il  libero 
esercizio  de'  suoi  religiosi  doveri , 
pei  quali  mai  fu  molestato  dagli  ot- 
tomani. Il  Cardinal  Mezzofanti ,  bo- 
lognese ,  celebre  poliglotta,  si  trovò 
in  porpora  presente  a  questa  udienza 
chiamatovi  dal  santo  Padre,  e  vi  fu 
interprete  dei  sentimenti,  che  vi  si 
cambiarono  dall'una,  e  dall'altra 
parte ,  come  lo  era  stato  neh'  u- 
dienza  accordata  ad  Ahmed  Felhi 
pascià. 

La  conferenza  che  posteriormen- 
te il  pascià  ebbe  col  Cardinal  Lam- 
bruschini  segretario  di  stato,  si  ag- 
girò presso  a  poco  sugli  stessi  og- 
getti, e  riuscì  egualmente  di  vicen- 
devole loro  soddisfazione.  Giunto 
R.eschild  Pascià  alla  propria  abita- 
zione, esortò  i  suoi  tre  figli  a  te- 
ner ben  conservati  i  ,tre  mosaici 
donati  dal  Papa,  affinchè  un  gior- 
no ricordassero  che  li  avevano  ri- 
cevuti per  singoiar  bontà  del  roma- 
no Pontefice.  Reschild  Pascià  si  fe- 
ce in  Roma  ammirare  da  tutti  per 
la  disinvoltura  de'suoi  modi  sem- 
pre egualmente  gentili ,  e  scevri 
di  affettazione,  non  che  per  l'accor- 
gimento, e  coltura  di  spirito  che 
dispiegò  nel  suo  conversare,  e  nel- 
le sue  osservazioni.  11  prefato  Car- 
dinal INIezzofanti  ebbe  l'occasione 
di  valutarne  più  che  altri  l'erudizio- 
ne, allorché  ne  fu  visitato:  la  let- 
teratura orientale  fornì  in  fatti  ma- 


cos 

leria  di  erudita  conversazione,  nella 
quale  il  dotto  porporato  fu  ben  con- 
tento di  essersi  intrattenuto  col  di- 
stinto ottomano.  I  detti  tre  figli  del 
Pascià  ispirano  il  più  vivo  interesse 
per  la  educazione  raffinata ,  e  per 
la  vivacità  contenuta  ne'iL;iusti  limi- 
li, di  cui  danno  saggio.  Durante  la 
breve  dimora  in  Roma,  il  Reis 
Effendi,  come  prima  di  lui  Fethi 
Pascià,  fu  assistito  dal  rev.  p.  Ar- 
senio-Angiaralijan  procuratore  del- 
l'abate generale  de'monaci  Antonia- 
ni  di  s.  Gregorio  Illuminatore,  al 
quale  sì  l'uno  che  l'altro  mostra- 
rono di  accordare  la  piìi  estesa,  e 
meritata    fiducia. 

La  divina  Provvidenza  ne'suoi  im- 
perscrutabili decreti  sembra  vada  a- 
prendo  a'turchi  nuove  vie  per  faci- 
litare r  eterna  loro  salute,  per- 
mettendo che  al  già  zelante  pre- 
fètto della  congregazione  di  propa- 
ganda, il  quale  tanto  si  adoprò  per 
la  propagazione  del  vangelo  nelle 
parti  infedeli,  e  pel  ben  essere  del- 
l'emancipata nazione  armena  catto- 
lica, divenuto  ora  supremo  gerarca 
col  nome  di  Gregorio  XVI,  fosse 
riserbata  la  gloria  pel  primo  fra  i 
romani  Pontefici  di  ricevere  due 
ambasciatori  ottomani  della  più  alta 
portata  ,  degni  della  fiducia  del 
sultano  Mahmoud  II,  che  gli  con- 
testarono la  stima ,  e  considera- 
zione del  loro  illuminato  sovrano, 
ed  i  desideri  che  nutre  di  stringere 
relazioni  amichevoli  colla  veneranda 
Cattedra  di  s.  Pietro.  Questo  stu- 
pendo, e  meraviglioso  avvenimento 
ha  riempito  d'inesprimibile  gioja,  e 
consolazione  il  cristianesimo,  e  nel- 
la storia  ecclesiastica  segna  un'era 
celebre,  ed  immortale,  e  rende  in 
eterna  benedizione  il  nome  di  Gre- 
gorio XVI.  Delie  amichevoli  rela- 
zioni contralte  dui  mede.'^imo   l^on- 


COS  89 

tefice,  e  Mehemet  Ali  viceré  di 
Egitto,  per  la  ^Sublime  Porta,  si  par- 
lerà   all'articolo    Egitto  (^Vedi). 

Al  presente  regna  in  Costanti- 
nopoli il  sultano  Abdul  -  Medjd- 
Ran  nato  nell'anno  1823,  che  suc- 
cesse nell'impero  a  suo  padre  INIah- 
mud  II  il  primo  luglio  )83t),  prin- 
cipe amabile  e  d'un  carattere  com- 
passionevole verso  i  suoi  sudditi. 
La  promessa  dal  suo  padre  fatta 
ad  Ahmed  Fethi  pascià,  di  cui  si 
fece  di  sopi'a  menzione  con  lode,  si 
adempì  da  lui  dando  la  sorella  Athiè, 
o  Hattisce  sultana  per  moglie  al  me- 
desimo. Animato  sempi-e  più  dai 
sentimenti  di  suo  padre ,  costante- 
mente procura  dinoltiare  la  sua 
nazione  nella  civilizzazione,  e  rendere 
felici  e  sicuri  i  suoi  sudditi  cristiani. 
A  questo  importante  oggetto  li  3 
novembre  1839  adunato  nel  luo- 
go detto  Giul-Hane  tutta  la  sua 
corte,  i  pascià,  tutti  i  grandi  del 
regno  unitamente  al  corpo  diplo- 
matico delle  potenze  europee,  e  gran 
numero  di  popolazione  di  tutte 
le  nazioni  ;  questo  giovine  sovrano 
sapientemente  pubblicò  un  Hatti- 
Scerilf,  che  fece  leggere  nella  sua 
presenza.  Con  questa  disposizione 
egli  emanò  un  atto  che  ridonda  in 
benefizio,  utilità,  e  sicurezza  della 
vita,  e  delle  sostanze  de'suoi  sud- 
diti cristiani,  che  prima  erano  sog- 
getti a  continue,  e  gravissime  peri- 
pezie. 

Notizie  ecclesiastiche  di  Costantino- 
poli, e  del  suo  patriarcato. 

Bisanzio,  Costantinopoli,  o  Stam- 
boul,  città  della  provincia  ecclesia- 
stica chiamata  Europa  nell'  esarcato 
di  Tracia,  secondo  Commajjville,  eb- 
be   vescovi    sino    dal    primo    .secolo 


(jo  COS 

della  Chiesa,  giacché  al  dire  di  Teo- 
tloieto,  l'apostolo  s.  Paolo  vi  predicò 
il  vangelo,  ovvero  vel  predicò  l'altro 
apostolo  s.  Andrea,  secondo  il  Com- 
mentario greco  sugli  atti  di  quel- 
]' apostolo  composto  dal  p.  Conibefìs,e 
citato  dal  p.  Le-Quien,  come  si  legge 
ììeW  Oriens  Chrisl.  t.  I,  pag.  logS. 
1  greci  pretesero  come  tatto  certo 
che  l'apostolo  s.  Andrea  fosse  stato 
il  primo  vescovo,  e  gli  diedero  a 
piiicer  loro  de'  successori,  per  far 
credere,  che  la  propria  chiesa  fosse 
più  antica  di  quella  di  Roma.  Pro- 
«lussero  in  appoggio  uno  scritto  di 
Doroteo  vescovo  di  Tiro,  il  quale 
jiomina  dopo  il  menzionato  apostolo 
ventitre  vescovi,  che  successivamente 
occuparono  la  sede  di  Bisanzio  fino 
al  suo  tempo.  È  noto  che  tale  scritto 
ili  r  opera  d' uno  che  credette  col 
.suo  ardire  imporre  al  pubblico,  e 
dare  cosi  qualche  consistenza  alle 
pretensioni  della  chiesa  greca.  Fila- 
tU'.Ko  fu  il  primo  vescovo  di  Bisan- 
zio ordinato  nell'  impero  di  Severo, 
e  di  suo  figlio  Antonino  Caracalla, 
cioè  verso  l'anno  210,  e  morì  nel 
2i4;  aveva  egli  governato  la  chiesa 
di  Bisanzio  in  qualità  di  semplice 
jirete  pel  corso  di  venti  anni  sotto 
il  metropolitano  di  Eraclea.  A  Fi- 
ladelfo  successe  Eugenio  per  venti- 
cinque anni,  dal  terzo  anno  dell'im- 
jiero  di  Gordiano  fino  al  240  ;  ed 
ebbe  per  successori  Rufino  dal  282 
al  291,  e  Metrofane,  che  alcuni  sup- 
posero fosse  il  vero  primo  vescovo 
di  Bisanzio. 

Altri  dicono  che  Bisanzio  inco- 
ninciò  ad  avere  vescovi  nel  secondo 
secolo.  Certo  è,  ch'essi  erano  sog- 
j^clti  al  metropolitano  di  Eraclea  e- 
sarca  di  tutta  la  Tracia,  il  qual  esten- 
deva la  sua  autorità  in  tutte  le 
diocesi  di  essa.  Prescelta  Bisanzio 
dall'imperatore  Costantino,  il  Gran- 


COS 
d(^,  per  sua  residenza,  e  della  corte 
imperiale  come  situata  in  mezzo 
air  universo,  e  nel  centro  del  ro- 
mano impero,  ed  abbellita  e  nobi- 
litata nel  modo  suddescritto,  nel 
quarto  secolo,  e  sotto  il  medesimo 
Costantino,  dopo  aver  preso  la  città 
il  di  Ini  nome  chiamandosi  Costan- 
tinopoli, il  vescovo  di  lui  s'ebbe  il 
titolo  di  metropolitano.  Giunta  però 
questa  città  allo  splendore  cui  la 
ridusse  Costantino,  ed  al  punto  di 
essere  pareggiata  con  Roma,  l'antica 
ed  illustre  capitale  dell'  impero  ro- 
mano, il  suo  arcivescovo  pretese  di 
non  riconoscere  piìi  superiore  eccle- 
siastico. Nel  medesimo  IV  secolo 
fiorì  l'arcivescovo  s.  Paolo,  già  dia- 
cono di  questa  chiesa,  allorché  nel 
340  Alessandro  suo  predecessoi-e 
morendo  dopo  ventitré  anni  di 
vescovato,  lo  nominò  a  succedergli. 
Ebbe  a  competitori  gì'  indegni  am- 
biziosi Macedonio,  ed  Eusebio  aria- 
no, che  siffattamente  il  calunniarono, 
da  riuscire  al  secondo  di  occupargli 
la  sede,  mediante  la  protezione,  che 
Costanzo  imperatore  prodigava  al- 
l' arianesimo.  Il  romano  Pontefice 
s.  Giulio  I,  in  un  concilio  decretò 
il  ristabilimento  di  Paolo  nella  sede, 
cui  per  altro  non  potè  occupare  che 
dopo  la  morte  dell'  intruso  Eusebio, 
cioè  nel  342.  Allora  gli  ariani 
mossero  sedizione,  fecero  esiliare  il 
santo  vescovo,  che  morì  martirizza- 
to, rimanendo  essi  padroni  delia 
chiesa  di  Costantinopoli,  e  la  riten- 
nero sino  all'anno  SyQ,  quando  s. 
Gregorio  Nazianzeno  fu  eletto  arci- 
vescovo di   questa  città. 

Nel  secondo  concilio  generale 
quivi  celebrato  nel  38 1,  ad  istanza 
dell'imperatore  Teodosio,  con  l' as- 
senso del  Papa  s.  Damaso  F,  fu  de- 
posto dalla  sede  Massimo  Cinico, 
che  l'avea   usurpata,    e    reintegrato 


e  OS 

dal  suo  maestro  s.  Gregorio  Nazinti- 
zeno,  che  poi  per  amor  della  pace 
rinunziò,  e  vi  fu  sostituito  JVettario 
dell'  ordine  senatorio,  nientie  gli 
ariani  vi  nominarono  Marino,  e 
Doroteo.  In  uno  dei  canoni  del 
suddetto  concilio  si  diede  all'arci- 
vescovo di  Costantinopoli  il  primato 
dopo  il  romano  Pontefice,  ciò  che 
s.  Damaso  I,  e  i  suoi  successori 
sino  ad  Innocenzo  III  costantemen- 
te disapprovarono.  Dalla  presidenza, 
che  sopra  l  vescovi  e  patriarchi  di 
oriente  ebbe  nel  concilio  l'arcive- 
scovo di  Costantinopoli,  si  ripete  la 
origine  della  giurisdizione  supei-iore, 
che  i  pastori  Costantinopolitani  e- 
sercitarono  sopra  la  Tracia,  I'  Asia 
minore,  ed  il  Ponto.  A'  tempi  di 
s.  Gio.  Grisostomo,  giusta  Teodo- 
reto,  Histor.  lib.  V,  e.  28,  gover- 
nava questi  tre  distretti  composti 
di  ventolto  provincie.  Alcuni  altri 
trovano  nel  decreto  del  concilio  la 
origine  del  patriarcato  di  Costanti- 
nopoli, ed  altri,  come  direnif»,  la 
riferiscono  al  XX\I1I  canone  del 
concilio  di  Calcedonia.  V.  il  To- 
rnassi no.  Disciplina  della  Chiesa, 
lib.  I,  e.  6,  pag.  11.  Questo  ca- 
none, che  al  vescovo  di  Costantino- 
poli accorda  il  primo  posto  dopo 
quello  di  Roma,  e  immediatamente 
prima  dei  vescovi  di  Alessandria, 
ed  Antiochia,  non  diminuiva  però 
i  diritti  del  metropolitano  di  JEra- 
clea,  al  quale  apparteneva  sempre 
l'ordinare  il  vescovo  Costantinopo- 
litano, come  per  1'  altro  canto  non 
ne  conferiva  alcuno  a  questo  secon- 
do sulle  altre  diocesi.  Tuttavolta  si 
ciedette  in  diritto  nel  secolo  seguen- 
te di  estendere  la  sua  giurisdizione 
sulle  diocesi  di  Tracia,  del  Ponto, 
i'  dell'  Asia,  alle  quali  il  patriarca 
Attico  aggiunse  I'  llliria  orientale, 
facendosela  attribuire  per  mia  legge 


COS  f), 

di  Teodosio  II  nel  ^i\.  Finalmente 
il  p.  Le-Quien  dice,  che  il  canone 
del  secondo  concilio  generale,  fu 
formato  dal  clero  di  Costantinopoli, 
e  dai  vescovi,  che  la  posizione  delle 
loro  diocesi  sembi'ava  naturalmen- 
te sottomettei'e  a  questa  chiesa.  li 
Papa  s.  Leone  I  non  volle  rice- 
verlo, e  indusse  i  vescovi  ed  i  pa- 
triarchi di  oriente  a  serbare  l'anti- 
ca disciplina.  S.  Petronio  d'Ales- 
sandria, e  tutti  i  vescovi  dell'Ei-itto 
s  opposero  energicamente  all'  inno- 
vazione, ed  il  numero  degli  oppo- 
sitori fu  sì  grande,  che  l'arcivescovo 
di  Costantinopoli  si  vide  costretto 
a  lasciar  le  sue  pretensioni.  Di  poi 
le  chiese  poco  a  poco  si  accostu- 
marono di  riconoscere  per  patriarca 
l'arcivescovo  di  Costantinopoli,  e 
analmente  gliene  venne  accordato 
il  titolo.  F:  il  p.  Le-Quien,  Oricns 
Clirist.  ad  palnarc.  Constantin.  e. 
9,  tom.  I,  p.  46  ;  it('ni  de  palliar. 
Alexand.  t.   2,  p.   33(). 

Il  s.  Pontefice  Innocenzo  I  dichia- 
rò innocente,  e  restituì  alla  sede  di 
Costantinopoli  s.  Gio.  Gi'isostomo 
depostone  da  due  conciliaboli  adu- 
nati ad  istanza  dell'  imperatrice 
Teodora,  adirata  contro  il  .santo, 
perchè  in  una  sua  predica  decla- 
mò contro  il  lusso,  e  la  vanità  del- 
le femmine.  Egli  sino  dal  febbraio 
398  n'era  stato  ordinato  vescovo 
da  Teofilo  di  Alessandria.  Dopo  la 
morte  dell'arcivescovo  Attico  fu  giu- 
dicato degno  di  questa  sede  s.  Pro- 
clo di  Costantinopoli;  tutta  volta 
fu  data  la  preferenza  a  Sisinnio,  cui 
poi  doveva  succedere  nel  4-7-  ^I'* 
tro,vandosi  s.  Proclo  arcivescovo  di 
Cizico,  si  elesse  l'eloquente  JNestor io, 
che  nascondeva  la  sua  ipocrisia,  la 
qnale  dipoi  conosciutasi,  nel  III 
concilio  generale  tenuto  nell'anno 
43 1    in  Efeso,  fu   deposto,     e    furo- 


9>.  COS 

no  condannati  i  suoi  perniciosi  er- 
rori. Massimiano ,  e  poi  s.  Pro- 
clo occuparono  la  sede,  accadendo 
solto  questo  ultimo  il  terremoto 
spaventevole,  che  diede  origine  al 
Trisiìi^ìo  aiiireliro  (Fedi).  Fu  pure 
vescovo  di  Costantinopoli  Flaviano, 
che  venne  deposto  dal  l'also  concilio 
di  Efeso  nel  44q>  ^  rilegato  nella 
Lidia  ove  mori.  Nell'anno  4^*  eb- 
be luogo  il  quarto  concilio  gene- 
rale di  Calcedonia,  coli' assistenza 
<lcH  imperatore  IMarciano,  e  della 
santa  imperatrice  Pulcheria  :  vi  fu 
condannato  l'eresiarca  Eutiche  archi- 
mandrita di  un  celebre  monistero  di 
Costantinop(jli,  e  condannati  ne  ven- 
nero del  pari  gli  eii ori.  L'arcivescovo 
i\ uà tolio,  successore  di  Flaviano  sino 
dal  449)  fat^endosi  forte  colla  mag- 
giorità dell'imperiai  città,  non  cu- 
rando i  sagri  canoni  de  precedenti 
coiicilii,  in  (juesto  calcedonese  ne 
l»:;ce  introdurre  tre  in  favore  della 
preeminenza  di  sua  sede,  e  ad  onta 
delle  rimostranze  dei  legati  ponli- 
licii  di  5.  Leone  I,  nel  seguente  an- 
no la  eresse  in  patriarcato. 

Fu  precisamente  il  XXVllI  ca- 
none ,  sul  quale  gli  arcivescovi  di 
Costantinopoli  lòndarono,  come  si 
disse,  le  loro  ambiziose  preten- 
sioni :  ed  ecco  come  andò  la  co- 
sa. Gli  atlàri  riguardanti  la  fede 
essendo  nel  concilio  terminati,  e  la 
principal  parte  de'  vescovi  avendo 
preso  congedo,  i  chierici  di  Costan- 
tinopoli sollecitarono  quelli  che  vi 
erano  rimasti,  ed  in  particolare  i 
legati  di  s.  Leone  I,  a  fare  alcuni 
decreti  in  favore  della  città  impe- 
riale. In  queir  assemblea,  in  cui 
veramente  i  legati  non  si  trovaro- 
no presenti,  venne  compilato  il  ca- 
none XXV  111,  che  oltre  al  secon- 
do posto  accordato  al  vescovo  Co- 
stantinopolitano   dopo    il     romano 


COS 

Pontefice,  permette  a  lui  di  ordi- 
nare tutti  i  metropolitani  tanto 
delle  diocesi  del  Ponto,  che  del- 
l'Asia, e  della  Tracia,  non  che  del- 
le nazioni  barbare  e  lontane.  Forte- 
mente si  opposero  i  legati  al  ca- 
none, in  uno  a  parecchi  vescovi  del- 
l' llliria,  né  il  Papa  volle  mai  ap- 
provarlo per  quante  istanze  poi 
gliene  facessero  i  vescovi  autori  di 
esso,  e  il  medesimo  imperatore 
Marciano.  Per  cagione  di  questo 
canone,  i  nemici  della  fede  e  del- 
l'imita  cattolica,  presero  motivo  di 
rigettare  il  venerando  concilio,  e 
disprezzarne  gli  altri  utili  decreti. 
/^.  il  Sarnelli,  Lettere  eeelesiasti- 
ehe,  toin.  IX,  pag.  87,  perchè  il 
patriarca  di  Costantinopoli  pretese 
il  titolo  di  Ecumenico  (f^edi).  In 
(|ucsto  tempo  fiori  nella  chiesa  Co- 
stantinopolitana s.  Marciano,  gran- 
de economo  di  essa. 

Il  [)atriarca  Acacio,  verso  l'anno 
472,  volle  far  rivivere  il  canone 
calcedonese ,  col  sottomettere  alla 
sua  sede  quelle  di  Aleesaiidria ,  e 
di  Antiochia:  ma  indarno,  perchè  i 
Pontefici  vi  si  opposero  ,  massime 
s.  Simplicio,  ad  esempio  degl'in- 
trepidi predecessori  s.  Leone  I,  e 
s.  llaro.  (Quindi  il  Papa  s.  Felice 
in,  nell'anno  4*^45  condannò,  e 
recise  dalla  comunione  cattolica  A- 
cacio ,  autore  del  primo  scisma, 
che  divise  la  chiesa  greca  dal- 
la latina ,  il  quale  durò  trenta- 
cinque anni  sino  al  pontificato  di 
s.  Ormisda.  Acacio  fu  acerrimo  fau- 
tore degli  eulichiani.  Abbiamo  dal 
Cardinal  Lorenzo  Cozza  la  bella 
Historia  polemica  de  graecoruni 
scliisinate  .  ex  e.cclesiasticis  mona- 
mentis  concinnata ,  PcOinae    1719. 

Inoltre  s.  Felice  III  coauauuò 
V  Enotico  {P^edi)j,  editto  dell' impe- 
lalore   Zenone,  cluauiato    editto    di 


cos 

■pncìfìcazìone ,  con  cui  pretendeva 
conciliare  i  cattolici  cof^li  eulichia- 
ni,  il  qual  editto  fu  fatto  ad  isti- 
gazione d' Acacio.  Papa  s.  Gelasio 
I  ricusò  di  accordare  ad  Eufemio, 
vescovo  di  Costantinopoli  ,  la  co- 
munione, e  le  pacifiche  lettere,  tin- 
che non  avesse  cancellato  il  nome 
di  Acacio  dai  sagri  dittici  ;  però  il 
Pontefice  s.  Anastasio  II  dichiarò 
valido  il  battesimo  e  gli  ordini  con- 
feriti da  lui.  Divenuto  Pontefice  s. 
Ormisda,  nel  5 19,  ottenne  dall'im- 
peratore Giustino  per  mezzo  dei 
suoi  legati  la  riunione  della  chiesa 
greca  alla  latina,  ed  ebbe  la  gloria 
di  estinguere  il  primo  scisma  nato 
tra  di  esse.  JVel  536  Teodato  re 
de'  goti  costrinse  il  Papa  s.  Agapito 
I  a  recarsi  in  Costantinopoli  per 
pregare  l'imperatore  Giustiniano  I, 
a  richiamare  dalla  Sicilia  l'esercito 
spedito  sotto  Belisario.  Quivi  il  ze- 
lante Pontefice  scomunicò,  e  depose 
da  questa  sede  Antimo,  che  col  fa- 
vore dell'  imperatrice  Teodora  n'era 
divenuto  vescovo,  sebbene  eretico 
eutichiano,  sostituendogli  INIenna,  uo- 
mo illustre,  che  consagrò  nella  ba- 
silica di  s.  IMaria.  Adirato  l'impera- 
tore tutto  ligio  alla  moglie,  volle 
obbligare  Agapito  I  a  comunicar 
con  Antimo,  minacciandogli  l'esilio  ; 
ma  egli  rispose  che  credeva  di  aver 
trovalo  un  imperalore  cattolico,  ma 
a  quel  che  vedeva ,  si  trovava  a 
fronte  di  un  Domiziano  :  però  non 
temere  le  sue  minacce.  Giustiniano 
1,  conosciuta  la  frode  dell'  eretico, 
adorò  il  Pontefice,  e  convenne  nel- 
la fatta  deposizione;  quindi,  mentre 
s.  Agapito  I  si  disponeva  alla  par- 
tenza, mon  in  Costantinopoli  ,  do- 
ve il  suo  corpo  venne  poi  tiasferito 
in  Pioma  nella  basilica  di  s.  Pietro. 
Mentre  Vigilio  era  nunzio  pon- 
tificio    in    Costantinopoli ,    promise 


COS  93 

all'  imperatrice  leodora  che,  se  lo 
faceva  innalzare  al  pontificato  ,  gli 
avrebbe  concesso  quanto  bramava, 
restituendo  alla  sede  Antimo,  di 
cui  l'imperatrice  seguiva  gli  errori. 
In  fatti  ,  coir  opera  di  Belisario , 
Teodoia  fece  in  Pioma  nel  5^o  de- 
porre il  Papa  s.  Silverio,  e  sosti- 
tuirvi Vigilio,  quando  il  prode  ca- 
pitano tolse  quella  metropoli  ai  go- 
ti. Ma  Vigilio,  badando  più  a'  suoi 
doveri,  che  alle  promesse,  confer- 
mò la  condanna  di  Antimo ,  seb- 
l)ene  la  possente  augusta ,  chiama- 
tolo a  Costantinopoli,  esigesse  l'e- 
secuzione di  sue  promesse.  Morta 
Teodora ,  e  trovandosi  Vigilio  in 
Costantinopoli ,  nel  547  Giustinia- 
no 1  lo  costrinse  a  condannare  i 
famosi  Tre  capitoli  {Tedi),  per  cui 
il  Papa  in  un'assemblea  di  settanta 
vescovi,  senza  pregiudizio  del  con- 
cilio di  Calcedonia  li  condannò,  ma 
poi  preso  da' rimorsi  rivocò  la  con- 
danna ,  ad  onta  dell'  ira  dell'  im- 
peratore ,  che  minacciò  di  carce- 
rarlo. Tultavolta  Vigilio  dal  pa- 
lazzo Placidiano  trasferitosi  nella 
chiesa  di  s.  Pietro,  ricevette  dall'  au- 
gusto il  giuramento,  che  non  lo 
avrebbe  insultato.  Ma  tornato  al 
detto  palazzo,  dopo  avervi  scomu- 
nicato Teodoro  vescovo  di  Cesarea, 
e  lo  stesso  Menna,  venendo  oltrag- 
giato, e  sapendo  che  gli  si  tende- 
vano insidie,  fuggì  in  Calcedonia , 
ove  indarno  Giustiniano  I  il  ri- 
chiamò. Vinto  questo  principe  dal- 
l'eroica di  lui  costanza,  rivocò  le- 
ditto  contro  i  Tre  capitoli,  per  cui 
allora  Vigilio  fece  litorno  in  Co- 
stantinopoli. Fu  stabilito  di  aduna- 
le un  concilio  generale,  e  dopo  va- 
rie vicende  il  Pontefice  partì  dalla 
città,  e  cessò  di  vivere  in  Siracusa 
ove  si  era  recalo. 

Gli   ambiziosi  patriarchi    di    Co- 


94  <^os 

slantinopoli  nel  sesto  secolo  agoi^na- 
rono  di  assiimeie  il  titolo  di  Ecu- 
menici, o  Universali.  I  Pa[)i  Pela- 
gio 11,  e  s.  Gregorio  I,  ne  riprese- 
ro però  l'ardire.  Questo  secondo, 
per  rintuzzare  la  tracotanza  del  pa- 
triarca Giovanni  Digiiinatore ,  che 
i  greci  dipinsero  per  prelato  forni- 
to di  cos[>icue  viltà,  il  quale  s'in- 
titolava Vescovo  universale,  in  tutte 
le  sue  lettere  cominciò  ad  usare  il 
titolo  opposto ,  di  Servo  de'  servi 
di  Dio.  Successe  al  Digiunatore  il 
patriarca  Ciriaco  che  usurpò  an- 
eli'egli  al  romano  Pontefice  il  ti- 
tolo di  vescovo  universale.  Ma  Bo- 
nifacio III  ottenne  nel  607  dall'im- 
peratore Foca,  che  con  sovrana  ed 
autorevole  dichiarazione  fosse  sta- 
bilito appartenere  questo  titolo  al 
solo  romano  Pontefice,  come  ot- 
tantanni prima  avea  riconosciuto 
Giustiniano  I,  sotto  il  Papa  Gio- 
vanni II.  Ma  allorché  sotto  l'impe- 
ro di  Eraclio,  successore  di  Foca  , 
i  vescovi  di  Costantinopoli  ebbero 
abbracciato  il  monotclismo,  essi  spin- 
sero la  loro  ambizione  sino  a  non 
voler  piìi  riconoscere  superiori,  an- 
zi giunsero  a  pretendere  di  elevarsi 
sui  Papi  di  Roma,  e  disputar  loro 
il  primato,  pretendendo  scioccamen- 
te, che  Roma  avesse  cessato  di  es- 
sere la  capitale  del  mondo  ,  e  che 
gì'  imperatori  avendo  stabilito  la 
loro  residenza  in  Costantinopoli,  i 
vescovi  di  questa  sede  per  conse- 
guenza dovessero  superare  gli  altri 
vescovi,  poiché  la  città  superava  le 
altre  in  dignità.  Devonsi  però  eccet- 
tuar dal  numero  di  questi  orgo- 
gliosi patriarchi  i  ss.  Germano,  Ta- 
rasio,  Kicef'oro,  Metodio  li,  Ignazio, 
e  pochi  altri,  espulsi,  e  tormentati 
pei  loro  sani   principii. 

Onorio    l,   Papa  dell'  anno  (ìi^, 
fu    ingannato   dalle  lellere  del    pa- 


cos 

triarca  Sergio,  occulto   eretico  mo- 
notelita,   i    cui    errori  favorivano  il 
famoso    editto    di   Eraclio  chiama- 
lo  Eclesi    [Fedi).    Questo  era    sta- 
to   condannato     dai     romani     Pon- 
tefici,   ciò  che    pur    fece  nell'anno 
640     Giovanni    IV,     il    quale     di- 
mostrò, che  Onorio  I  fu  conforme 
alla  retta  fede  nella  sua   credenza. 
A  ciò  egli  fu  indotto,    perchè    gli 
eretici    abusavano    d'interpretare    a 
loro  modo  le  lettere  di  lui.  Inoltre 
lo  stesso  Papa  Giovanni  IV  otten- 
ne dall'  imperatore  Costantino  ,    fi- 
glio e  successore  di  Eraclio,    l'ab- 
bruciamento  dell'empio  editto.   Di- 
poi, nel  64'2,  Teodoro  I  scrisse  let- 
tere sinodali   al  patriarca    Paolo    I 
contro    Piiro    predecessore    di    lui , 
ch'era  monotelita  ;  quindi  nel  con- 
cilio del    648    condannò    Pirro ,    e 
Paolo,  alle  cui  suggestioni    l'impe- 
ratore Costante  avea  pubblicato  l'i- 
niquo editto    Tipo  {Vedi),  il  quale 
astutamente  imponeva  silenzio  tan- 
to a  quelli,    che    affermavano    una 
volontà    ed    operazione    in    Cristo , 
che  ai  sostenitori  delle    due  volon- 
tà. Papa  s.  Martino  I  eziandio  con- 
dannò Pirro,  eh'  era  ritornato    alla 
sede    Costantinopolitana    nel    634  > 
dopo  la  morte  di  Paolo  I,  non  che 
il  successore    di    lui    Paolo    II,  in 
uno  all'  Ectesi,  ed  al    Tipo.    Fatto 
poi    imprigionare    da    Costante,    e 
tradurre  in  Costantinopoli,  ivi  mol- 
to patì,  e  cessò  di  vivere    in    Cri- 
mea dove  era  stato  rilegato.  A  Pir- 
ro successe  nel    patriarcato    Pietro, 
che  essendo  fautore  de'  monoteliti , 
cercò  di  sorpiendere   Papa    s.    Eu- 
genio 1,  e  gli  spedì  secondo  il  co- 
stume la  epistola  sinodica  piena  di 
astuzie,  e  di  sentimenti  dolosi  sulle 
due  volontà  di  Gesù  Cristo.  Il  cle- 
ro ,    e    popolo     romano     restarono 
talmente  indignati  contro  il  tenore 


cos 

della  lettera,  che  a  forza  di  pre- 
gliiere  non  permisero  al  Pontelice 
di  celebrar  la  messa  nella  basilica 
di  s.  Maria  Maggiore,  s'egli  prima 
non  prometteva  di  rigettaila,  e  di 
disapprovarla.  In  fatto  la  dichiarò 
dubbiosa,  ed  occultamente  eretica; 
ed  in  vece,  secondo  la  consuetudi- 
ne de'  suoi  predecessori,  spedì  al- 
l'imperatore  la  propria  lettera  si- 
nodica dandogli  notizia  della  sua 
esaltazione  al  Pontificato  ;  ma  i  suoi 
apocrisari,  o  nunzi  in  Costantino- 
poli, ingannati  da  Pietro,  approva- 
rono l'errore  della  sua  dottrina^ 
per  cui  il  Papa  li  condannò  per 
avere  apostatato  dalla  retta  fede. 
Intorno  all'intrusione  degl'impera- 
tori gieci  siiir  £7e::;/o«e  de  sommi 
Pontefici  i^T'cdi),  si  parla  a  questo, 
e  ad  altri  relativi  articoli. 

Nel  6.57,  appena  salito  sulla  cat- 
tedra apostolica  s.  Vitaliano,  spedì 
a  Costantinopoli  i  suoi  legati  colla 
epistola  sinodica  all'imperatore  Co- 
stante, per  partecipargli  la  sua  ele- 
zione, e  pregarlo  insieme  di  abban- 
donare i  monoteliti.  Sebbene  l'im- 
peratore fosse  eretico ,  i  legali  eb- 
bero graziosa  accoglienza.  Nel  708 
Papa  Costantino  invitato  da  Giu- 
stiniano II  si  recò  a  Costantinopoli, 
ed  ivi  approvò  i  canoni  del  Trul- 
lano,  che  non  erano  contrari  alla 
Chiesa  romana.  Filippico  Bardane, 
dopo  aver  ucciso  Giustiniano  li, 
ed  occupato  il  trono  di  lui,  voleva 
ripristinar  l'eresia  de'  monoteliti, 
che  per  più  di  quarant'  anni  avea 
travagliato  la  Chiesa  orientale  ;  ma 
il  Pontefice  Costantino  vi  si  oppose 
con  apostolica  costanza.  Deposto 
Filippico,  e  succedutogli  Anastasio 
II,  siccome  cattolico,  mandò  la  sua 
professione  di  fede  al  Papa,  che  lo 
fece  registrare  nel  ruolo  o  catalo- 
go degl'  imperatori  ortodossi,  accioc- 


cos  95 

che  per  lui  dovesse  pregare  la  Chie- 
sa universale;  e  mandò  la  sua  ri- 
sposta a  mezzo  del  legato  Michele, 
che  autorizzò  a  riconciliar  colla 
Chiesa  que'  vescovi,  i  quali  aveva- 
no acconsentito  alla  condanna  del 
VI  concilio  generale,  fatta  nel  con- 
ciliabolo adunato  dall'empio  Filip- 
pico. Nell'anno  j  \5  divenne  pa- 
triarca s.  Germano,  che  si  distinse 
contro  i  monoteliti,  e  gì'  iconocla- 
sti, e  non  volle  ubbidire  l'impera- 
tore Leone  1'  Isaurico,  quando  nel 
723  pubblicò  r  esecrabile  editto 
contro  il  culto  delle  sagre  imma- 
gini, indi  nel  780  fu  obbligato  ad 
abbandonare  la  sede,  e  morì  nel 
733. 

Il  zelante  Papa  s.  Gregorio  li, 
nel  730,  scomunicò  Leone,  ed  il 
successore  s.  Gregorio  III  energica- 
mente combattè  contro  i  persecu- 
tori della  sante  immagini.  Sotto 
r  empio  Leone,  i  vescovi  di  Costan- 
tinopoli, i  quali  pretendevano  che 
le  chiese  de'  paesi  barbari  fossero 
loro  soggette  in  virtù  del  canone 
XXVI 11  di  Calcedonia,  osarono  di 
togliere  al  sommo  Pontefice ,  e  di 
attribuire  a  sé  la  Calabria,  la  Si- 
cilia, e  tutte  le  provincie  dell' Illi- 
ria  orientale.  Nel  741  divenne  Pa- 
pa s.  Zaccaria,  e  fu  l'ultimo  greco 
esaltato  alla  romana  Sede,  meno  A- 
lessandi-o  V,  creato  nel  1409,  che 
alcuni  credono  di  nazione  greca , 
come  lo  furono  i  Pontefici  Giovan- 
ni V,  Conone,  s.  Sergio  I,  Giovan- 
ni VI,  Giovanni  VII,  Sisinnio,  Co- 
stantino ,  e  s.  Gregorio  III.  Altri 
opinano  che  i  Papi  greci  sieno  stati 
quattordici,  cioè  Anacleto,  Evari- 
sto,  Telesforo,  Igino,  Eleuterio,  An- 
tero  ,  Sisto  II ,  Dionisio  ,  Eusebio  , 
Zosimo,  Teodoro  I,  Giovanni  VI, 
e  Giovanni  VII,  e  Zaccaria.  Si  os- 
serva, che  negli   ultimi  tempi  fieli- 


96  COS 

mente  i  greci  venivano  innabati  al 
Pontificato  pel  favore  ed  influenza 
degli  esaicLi  di  Ravenna,  mediante 
i  (jiiali  i  greci  astutamente  procu- 
ravano assoggettare  la  Chiesa  ro- 
mana, perchè,  avendo  dovuto  gl'ini- 
peratoii  d' oriente  rinunziare  alla 
tirannia  ed  enorme  abuso  di  con- 
fermare la  pontificia  elezione,  ten- 
tarono per  aitila  via  dominare  sulla 
Chiesa  romana,  cercando  di  far  an- 
noverare al  Collegio  de'  Cardinali 
degli  orientali,  che  quindi  coll'au- 
toritèi  degli  esarchi  venissero  eletti 
Pontefici.  Ma  questi,  veri  eredi  del- 
lo spirito  apostolico,  mai  acconsen- 
tirono alle  prave  trame  degl'  impe- 
ratori, e  dei  vescovi  orientali,  ne- 
gando ad  essi  ciò  che  coli'  inganno, 
e  colle  minacce  pretendevano  con- 
trario alla  costante  illibatezza  della 
Sede  apostolica. 

Stefano  HI,  nel  7 56,  condannò 
il  conciliabolo  di  Costantinopoli,  te- 
nuto per  ordine  dell'iniquo  Costan- 
tino Copronimo  contro  le  sagre  im- 
magini, ed  ogni  mezzo  adoperò  per 
ridurre  al  retto  sentiero  questo 
principe,  cui  Pipino,  re  di  Francia 
ricusò  di  dare  in  isposa  sua  figlia 
Gisella,  perché  non  comunicava  nel- 
la medesima  chiesa.  Anche  s.  Paolo 
I  si  adoperò  perchè  il  Copronimo 
lasciasse  l'eresia,  ma  questi  invece 
maltrattò  i  pontificii  legati.  Tut- 
tavolta  riuscì  al  Papa  Adriano  I, 
nel  786,  di  ottenere  pace  colla  chie- 
sa orientale  per  mezzo  di  Costan- 
tino VI,  ed  Irene  sua  madre  ;  e  s. 
Pasquale  I,  neirSsj,  diede  in  Ro- 
ma ricovero  ai  profughi  greci  ve- 
neratori delle  sante  immagini.  In- 
tanto, neir8o6,  successe  a  s.  Tara- 
sio,  nella  sede  Costantinopolitana, 
s.  INiceforo,  che  pel  suo  zelo  mollo 
ebbe  a  sollrire  dagli  iconoclasti  ,  e 
morì  neir  esilio   l'anno    828,  Nel- 


cos 

r84'2,  l'imperatrice  Teodora  ma- 
dre di  Michele  III,  dopo  aver  cac- 
ciato il  patriarca  Giovanni  icono- 
clasta, collocò  sulla  sedia  patriarca- 
le s.  Metodio  II,  già  discepolo  di 
s.  Niceforo,  e  suo  apocrisario  in 
Roma.  Questo  santo  vescovo,  pel 
ristabilimento  della  fede,  istituì  in 
Costantinopoli  una  festa  chiamata 
Ortodossìa,  e  morì  nell'843.  La 
detta  imperatrice  Teodora  è  vene- 
rata per  santa  nel  menologio  del- 
l' imperatore  Basilio,  nei  menci,  ed 
altri  calendari  greci.  Quindi  tutti  i 
voti  si  unirono  in  favore  di  s.  Igna- 
zio, che  vivendo  in  solitudine  fu 
obbligato  ad  accettare  la  dignità 
patriarcale.  Michele  III,  abbando- 
nandosi a  tutte  le  passioni,  esiliò  s. 
Ignazio  nell'isola  di  Terebinto,  e  il 
lavori to  e  Cesare  Barda  dichiarò 
patriaica  1'  eunuco  Fozio ,  senza 
usare  alcuna  delle  formalità  pro- 
prie nell'elezione  de'  vescovi,  e  ad 
onta  che  fossero  trascorsi  undici  an- 
ni dacché  s.  Ignazio  governava  la 
Chiesa.  Fozio  uomo  di  pessime 
qualità,  d'imperatore  scrissero  al 
Pontefice  s.  Nicolò  I  dicendo ,  che 
Ignazio  avea  rinunziato,  ed  era  reo 
di  lesa  maestà.  Ma  il  Papa  pru- 
dentemente mandò  due  legati  a 
Costantinopoli  per  informarsi  del 
vero  stato  delle  cose,  lagnandosi, 
che  si  fosse  deposto  Ignazio  senza 
consultarne  la  santa  Sede,  e  che 
gli  si  fosse  sostituito  un  laico  con- 
tro le  disposizioni  de'canoni. 

I  legati  furono  guadagnati,  e  pre- 
varicarono ;  confermarono  l'elezione 
di  Fozio,  e  la  deposizione  d'Igna- 
zio, che  soggiacque  a  molti  pati- 
menti. A  questo  riuscì  di  far  co- 
noscere tutti  i  maneggi  al  Ponte- 
fice, e  prese  la  fuga  per  sottiaisi 
dalla  morte.  Un  orrendo  terremoto 
pose  in  costernazione  Costanlinopo- 


GOS 

ii,  e  fu  dichiarato  che  Ignazio  po- 
teva ritornarvi.  Nicolò   I,  istruito  di 
quanto  era  accaduto,  biasimò  alta- 
mente la  condotta  de' legati,  li  punì 
colle  censure   ecclesiastiche,  riguar- 
dò Ignazio  come  legittimo  pastore, 
e  ritenne     Fozio  come    intruso,  ed 
irregolare.    Costui     per    vendicarsi, 
indusse  l'imperatore   a    prometter- 
gli di  riunire  in  Costantinopoli  un 
sinodo,  ove  nell'  866  ardì  pronun- 
ziare la  deposizione,  e  la  scomuni- 
ca contro  il  sommo    Pontefice,  dal 
che  ebbe  origine   il    nuovo    scisma 
dei  greci.  Fozio  con  violenza  si  sca- 
gliò contro  la  chiesa  latina,  ma  fu 
dal    Papa    scomunicato.    Frattanto 
salito  sul  trono  Basilio  il   macedo- 
ne   esiliò  Fozio,  e  nell' 867  ripose 
nella  sua  sede  s.   Ignazio,    che    im- 
plorò dal  Papa  Adriano   II,  e  dal- 
l' imperatore  la  convocazione  di  un 
concilio  generale  neir869,  nel  quale 
fu  dai  vescovi  sottoscritta    la    con- 
danna di  Fozio  colla  penna  intinta 
nel  sangue  di  Gesù  Cristo.  S.  Igna- 
zio mori  neir  878,  e  Fozio,  solle- 
ticando la  vanità  di  Basilio  col  tes- 
sergli la  sua  genealogia,  rientrò  in 
grazia,  e  venne   richiamato  in  Co- 
stantinopoli, ad  onta  che  Adriano  lì 

10  avesse  scomunicato  tre  volte.  Il 
Papa  Giovanni  Vili,  nell' 878,  ri- 
cevette gli  ambasciatori  di  Basilio, 
il  quale  avendo  rimesso  Fozio  nella 
sede  Costantinopolitana,  lo  pregava 
a  confermarlo  ;  ed  a  tal  effetto  con 
aperto  dolo  lo  assicurava  che  non 
solo  i  partigiani  di  Fozio,  ma  quel- 
li ancora  d' Ignazio,    e  di  Metodio 

11  avevano  acconsentito  alla  redin- 
tegrazione  dello  stesso  Fozio. 

Giovanni  Vili  si  lasciò  sedurre, 
e  per  mezzo  del  suo  legato,  Car- 
dinale Pietro  di  s.  Grisogono,  fece 
scrivere  all'  imperatore,  ai  patriar- 
chi d'oriente,  e  a  tutti  quelli,  i  quali 

VOT  ,     XVTir. 


COS  97 

ricusavano  comunicare  coli'  indegno 
Fozio,  che  comunicassero  liberamen- 
te con  lui.   Quindi    Io   restituì    nel 
grado,  credendo  ciò  necessario  alla 
pace  della  chiesa,  a  condizione  pe- 
rò che  Fozio  alla  presenza  de' suoi 
legati  domandasse  perdono  dell'ini- 
qua sua  condotta   contro  la  Chiesa 
romana.  Questa  debolezza   d'animo 
del  Pontefice  fece  dire  ad  alcuni,  che 
la  Chiesa  in  quel  tempo    fosse    go- 
vernata da    una    donna,  e    da   ciò 
probabilmente  ebbe  origine  la  nau- 
seante, e  screditata  favola   della  pa- 
pessa   Giovanna.  Tuttavia,    avendo 
dipoi  Giovanni  Vili    conosciuto    il 
passo  falso  che  avea  fatto  in  favo- 
re   del    deposto    Fozio,  e  rientrato 
in  sé  stesso,  non  solo  proscrisse  gli 
atti  del   conciliabolo   presieduto  da 
Fozio,  co' vescovi,  e  legati  apostoli- 
ci corrotti  od  ingannati    dalle    sue 
frodi,  ma  solennemente  lo  condan- 
nò di  nuovo,    e    nell' 881    inviò  a 
Costantinopoli  IMarino  Cardinal  dia- 
cono per  annullarne  gli  atti.  Questo 
IMarino  già  legato  in  Costantinopo- 
li di  Nicolò  I,  di  Adriano  II,  e  di 
Giovanni    Vili ,    contro     1'  intruso 
Fozio,  lo  scomunicò  nell'  882  quan- 
do divenne  Papa  col  nome  di  Mar- 
tino II. 

Il  Papa  Adriano  III  non  s'indus- 
se mai  a  compiacere  l' imperatore 
Basilio,  che  vivamente  lo  supplicò 
perchè  annullasse  quanto  erasi  fatto 
contro  Fozio,  riammettendolo  alla 
cattolica  comunione.  Questo  pessimo 
pastore  avea  attribuita  alla  sua  giu- 
risdizione la  Bulgaria,  eh'  era  una 
porzione  dell'I lliria.  Stefano  V  nel- 
l'886  estinse  lo  scisma  Foziano  col- 
l'opera  dell'  imperatore  Leone  VI, 
il  filosofo,  il  quale  cacciò  Fozio  in 
vin  monistero,  ove  morì  in  disprez- 
zo di  tutti  i  fedeli  ;  e  per  tal  gui- 
sa fu  estinto  lo  scisma  della  chiesa 
7 


98  eos 

di  oriente.  Indi  Papa  Formolo  ac- 
consentì alle  suppliche  de'  vescovi 
orientali,  e  dell'  imperatore  Leone 
VI,  di  ricevere  nella  cattolica  co- 
munione gli  ordinati  da  Fozio,  pur- 
ché in  iscritto  confessassero  la  loro 
reità,  e  domandassero  perdono.  Il 
Pontefice  Sergio  IH  procurò  di  di- 
struggere gli  errori  di  Fozio,  il  qua- 
le fra  le  altre  cose  aveva  soste- 
nuto, che  lo  Spirito  Santo  non  pro- 
cede del  Figlinolo  ma  solo  dal  Pa- 
dre. Ma  il  Papa  Giovanni  XI,  elet- 
to in  giovanile  età,  e  figlio  della 
famosa  iMarozzia,  ad  interposizione 
del  potente  suo  fratello  Alberico, 
che  governava  l'Italia  e  Roma,  ac- 
cordò ai  patriarchi  di  Costantino- 
poli l'uso  <\c\  pallio  senza  ricor- 
rere pili  al  Romano  Pontefice.  Que- 
sta eccessiva  concessione  fu  fatta  al 
patiiarca  Teofilatto,  figlio  di  Ro- 
mano, il  quale  era  collega  nell'im- 
pero con  Costantino  Vili,  ni  quale 
ofTefto  Alberico  ottenne  preziosi  do- 
nativi. Da  tal  privilegio  provenne, 
che  il  pallio  si  usa  da  tutti  i  ve- 
scovi greci,  i  quali  però  lo  depon- 
gono quando  si  legge  il  vangelo.  La 
Chiesa  romana  tollerò  quest'  abuso 
per  otto  secoli,  per  cui  nel  concilio 
generale  lateranense  lo  concesse  ai 
patriarchi  d'oriente,  i  quali  dopo 
averlo  ricevuto  dalle  mani  del  Pa- 
pa, lo  potessero  concedere  ai  loro 
vescovi  sulfraganei,  previo  giura- 
mento di  fedeltà  ed  ubbidienza  alla 
santa   Sede. 

Giovanni  XIX  ,  romano  Pon- 
tefice ,  rinnovò  colla  Chiesa  di 
Costantinopoli,  la  concordia  colla 
Romana  nuovamente  disunite  per 
le  ambiziose  pretensioni  del  patriar- 
ca INIichele  Cerulario,  sollevato  a 
quella  sede  pel  favore  di  Costanti- 
no Monomaco.  Il  Cerulario  agogna- 
va di  fare  uso  del  tiJolo  di    f  esco- 


COS 

vo  ecumenico  ed  immersale,  cioc- 
ché al  solo  sommo  Pontefice  ap- 
partiene; laonde  avendoglielo  il  Pa- 
pa vietato,  il  patriarca  rigettò  i  pon- 
tificii legati,  e  promosse  lo  scisma, 
che  tornò  a  separare  la  chiesa  orien- 
tale dalla  romana.  In  seguito  riu- 
scì al  Papa  di  riunirle ,  ed  il  suo 
nome  fu  registrato  dal  patriarca 
Sergio  ne' dittici,  e  nelle  tavole  del- 
la chiesa  di  Costantinopoli ,  verso 
l'anno  1009.  Però  Giovanni  XX 
non  si  piegò  né  alle  suppliche,  ne 
ai  donativi  de' costantinopolitani,  che 
bramavano  che  la  loro  chiesa  aves- 
se per  l'oriente  solo  il  titolo  di  U- 
nii'ersale,  come  l' avea  la  Romana 
per  tutto  il  mondo  ;  quindi  rinac- 
que l'antica  discordia  tra  la  chiesa 
greca,  e  la  latina  nel  i024-  S.  Leo- 
ne IX  eruditamente  e  con  forza 
confutò  il  patriarca  INIichele  Ceru- 
lario, che  con  abbominevole  orgo- 
glio aveva  scritto  contro  il  prima- 
to romano.  Per  conciliare  la  con- 
cordia inviò  a  Costantinopoli  i  suoi 
legati ,  che  trovando  il  patriarca 
ostinato  neir  errore,  lo  scomunica- 
rono co' suoi  fautori.  Per  un  acces- 
so di  rabbia  il  Cerulario  scomuni- 
cò anch'  egli  i  legati  romani,  e  dai 
sagri  dittici  tolse  il  nome  del  Papa, 
rinnovando  nel  io54.  Io  scisma  di 
Fozio.  Cerulario  aveva  manifestato 
al  Papa  nelle  prime  qualche  desi- 
derio di  riunirsi,  ma  s.  Leone  IX 
gli  fece  intendere  che  bisognava  pri- 
mieramente cessai'e  di  opprimere  i 
patriarchi  d'Alessandria  e  di  Antio- 
chia, e  dal  pretendere  sopra  di  essi 
un'  autorità  che  non  aveva  col  dirsi 
il  solo  ed  universale  vescovo  di  tut- 
to r  oriente.  Stando  sommamente 
però  a  cuore  ad  Urbano  II  l'unione 
della  chiesa  greca  colla  latina,  nel- 
l'anno 1089  assolvette  l'impera- 
tore   Alessio  Comneno  dalla  scomu- 


cos 

nica,  da  cui  era  allacciato  da  molto 
tempo. 

Trovandosi  nel  ri 68  Alessandro 
in  Benevento,  ricevette  gli  ambascia- 
tori dell'imperatore  Manuello  Comnc- 
no,  il  qualegli  fece  promettere  di  riu- 
nire la  chiesa  greca  alla  latina,  e  di 
liberarlo  dalle  molestie  dell'  impera- 
tore Federico  I,  che  il  perseguitava, 
purché  gli  desse  l' impeio  d'occiden- 
te. Il  saggio  Pontefice  ringraziò 
l'augusto  della  parte  che  prendeva 
a'  suoi  avvenimenti  ;  ma  gli  dichia- 
rò che  per  la  qualità  del  sagro,  e 
paterno  suo  carattere  doveva  mo- 
strarsi promotore  di  pace,  non  di 
discordie,  indi  inviò  a  Costantino- 
poli due  Cardinali. 

Nel  1203  Costantinopoli  fu  pre- 
sa dai  francesi,  e  dai  veneziani,  che 
neir  anno  seguente  vi  fondarono 
r  impero  latino.  Allora  ebbe  origi- 
ne il  patriarca  latino  cui  Innocen- 
zo III  accordò  il  secondo  posto 
dopo  di  lui.  I  patriarchi  aumenta- 
rono la  loro  giurisdizione  con  altra 
diocesi  di  Bulgaria.  In  seguito  at- 
tirarono a  se  i  russi,  ed  altri  po- 
poli, ai  quali  ispirarono  i  loro  sen- 
timenti sulla  fede  e  sulla  discipli- 
na. Facevano  anco  di  più  :  ordina- 
vano "tutti  i  metropolitani  della 
loro  giurisdizione,  e  li  obbligava- 
no ad  una  tassa.  Di  loro  aulo- 
torità  convocavano  concilii  per  trat- 
tarvi affari  di  tutte  le  diocesi.  Si 
facevano  riferire  i  giudizi  pronun- 
ziali dai  patriarchi  di  Alessandria,  ed 
Antiochia  per  rivederli,  e  giudicarli 
di  nuovo.  Godevano  del  diritto  di 
Stauropegia^  vale  a  dire  di  pian- 
tare una  croce  nel  luogo  dove  si 
doveva  costruire  un  altare,  anche 
nelle  diocesi  degli  altri  patriarchi  ; 
e  così  pure  ammettevano  chierici 
stranieri,  senza  far  difficoltà  in  con- 
ferir loro  ordini,  e  li    degradavano 


COS 


yy 


quando  loro  piaceva,  e  ne  li  riman- 
davano. Tanta  era  la  dignità  che 
esercitavano,  arrogandosi  poteri  che 
non  avevano,  per  cui  l'ambizione  dei 
patriarchi  tenne  sempre  divisa  que- 
sta chiesa  dalla  santa  Sede  aposto- 
lica. Non  vi  erano  che  que'patriar- 
chi,  i  quali  s'ingerissero  nel  consa- 
grare il  santo  crisma  in  tutta  la  loro 
dipendenza,  e  giurisdizione.  Raccon- 
ta il  Sarnelli  tomo  X.  p.  148, 
Lett.  eccl. ,  che  il  Papa  come  ca- 
po di  tutta  la  Chiesa  prima  dello 
.scisma  de'greci  era  solito  mandare 
ogni  anno  il  crisma  a  Costantino- 
poli, e  se  era  sede  vacante,  la  Chie- 
sa Romana  aveva  questo  incarico; 
lo  che  diede  occasione  ai  greci  scis- 
matici di  scagliare  calunnie  con- 
tro i  latini.  Il  crisma  però  do- 
po lo  scisma  si  consagrò  dal  solo 
patriarca  di  Costantinopoli,  perchè 
gli  altri  vescovi  non  usavano  di 
farlo,  ed  oltre  all'olio,  e  al  balsamo, 
vi  mettevano  tre  sorte  di  aro- 
mi, e  lo  mandavano  per  tutte  le 
chiese  dell'oriente  di  rito  greco,  ben- 
ché ciò  non  si  facesse  ogni  anno. 
Cosi  i  greci  facevano  quello  che  im- 
putavano a' latini,  ed  alcuni  greci 
nella  Russia  vendettero  una  picco- 
la ampolla  di  crisma  per  duecento 
scudi  uugheri.  J^.  Pietro  Arcudio 
nella  sua  Concordia  1.  2,  e.  9, 
il  quale  soggiunge,  che  i  ruteni  per 
la  distanza  de' luoghi,  talvolta  ado- 
peravano l'olio  degl'infermi. 

Ritornando  all'impero  de' latini 
in  Costantinopoli,  quando  i  france- 
si, e  i  veneti  se  ne  impadronirono, 
era  patriarca  Giovanni  X  Comate- 
ro,  il  quale  si  ritirò  in  una  città 
della  Tracia,  ed  in  Nicea  ove  Teo- 
doro Lascaiis  avea  stabilita  la  sede 
dell*  impero  greco,  per  cui  venne 
eletto  un  patriarca  latino.  Il  Pon- 
tefice Innocenzo  III   sollecitò  il  Co- 


loo  COS 

inalerò  inulilmente  perchè  rientras- 
se nella  comunione  della  Chiesa 
Romana  ;  ma  egli  ostinatamente  si 
ricusò,  e  mori  nel  i  206  dopo  ave- 
re rinunziata  la  sua  dignità.  Mi- 
chele VI  Antoniano,  o  Santoriano 
in  Nicea  fu  sostituito  al  defunto, 
ove  a'20  marzo  di  detto  anno  co- 
ronò Teodoro,  e  moiù  nel  i2i.>.. 
Per  la  successione  dei  patriarchi  di 
Nicea  può  leggersi  il  p.  Le  Qui^-n 
nel  suo  Oriens  Chris t.  t.  i,  p.  20). 
J3i venuto  Baldovino  I  primo  im- 
peratore latino  di  Costantinopoli, 
neir  istesso  anno  1204,  fu  eletlo 
per  primo  patriarca  latino  il  veneto 
Tommaso  Morosini,  che  da  Inno- 
cenzo III  venne  confermato  solo  in 
considerazione  dell'  imperatore.  Il 
Morosiui  era  suddiacono  della  chiesa 
Romana,  e  trovavasi  in  Roma,  per 
cui  il  Papa  ncir  approvarne  l' ele- 
zione intese  di  supplire  colla  pienez- 
za della  sua  potestà  perchè  ne  trovava 
irregolare  la  forma,  anzi  più  seco- 
lare che  ecclesiastica.  Quindi  gli 
conferì  egli  stesso  1'  ordinazione  ,  e 
gli  diede  il  pallio  coU'obbligo  a'suoi 
successori  di  mandar  sempre  a  chie- 
derlo in  R^oma.  Inoltre  gli  accordò 
diversi  privilegi,  come  di  consecrare 
i  re  neir  impero  di  Costantinopoli, 
e  di  assolvere  quelli  che  avessero 
percosso  i  chierici,  eh'  è  caso  riser- 
vato alla  santa  Sede.  La  preroga- 
tiva s\  lungamente  contrastata  dai 
Papi  ai  patriarchi  di  Costantinopo- 
li, cioè  la  preminenza  dopo  Roma, 
su  tutte  le  altre  chiese,  non  si  ebbe 
da  Innocenzo  III  difficoltà  di  attii- 
buirla  al  patriarca  latino  Morosiui; 
e  ciò  che  evvi  di  piìi  sorprendente, 
si  è  che  il  Papa  nella  sua  epistola 
ig,  disse  in  termini  espressi  »  che 
•5  codesta  grazia  deriva  dalla  santa 
"  Sede,  la  quale  colia  pienezza  del- 
"   l'apostolica  potestà,  ha   tratta  co- 


cos 

•>  me  dalla  polvere  la  chiesa  Bi- 
«  zantina,  e  l'ha  innalzata  sopra 
"  le  chiese  d'Alessandria,  di  Antio- 
»  chia,  e  di  Gerusalemme  ".  Ma 
quando  il  Papa  seppe  che  il  patriar- 
ca aveva  convenuto  co' suoi  vene- 
ziani di  non  conferire  i  benefizi  da 
lui  dipendenti  che  a  quelli  della 
propria  nazione,  con  autorità  apo- 
stolica a' 2 1  giugno  1206  annullò 
l'accordo.  Progressivamente  succes- 
sero al  patriarca  latino  Morosini, 
Gervaso  od  Evrardo  che  mori  nel 
121  1;  Mattia  nel  1221;  Giovanni 
nel  1233  o  i235,  e  Nicola,  sotto 
del  quale  incominciarono  i  latini  a 
soffrire  gravi  perdite  contro  i  greci. 
Pantaleone  Giustiniani ,  che  fu  suc- 
cessore a  Mattia,  dovette  abbando- 
nare la  sua  sede  nell'  anno  1261, 
avendo  i  greci  riconquistata  la  città 
di  Costantinopoli ,  e  dandosi  fine 
così  al  latino  impero,  e  a'  suoi  pa- 
triarchi di  giurisdizione. 

Tuttavolta  i  latini,  sebbene  non 
più  padroni  di  Costantinopoli,  con- 
tinuarono a  nominare  un  patriarca 
per  le  altre  provincia,  e  per  le 
chiese  d'oriente,  che  avevano  vesco- 
vi di  rito  latino.  Quindi,  dopo  la 
morte  del  patriarca  Giustiniani,  eles- 
sero Pietro,  che  morì  nel  i3or. 
Tra  i  successori  di  lui  particolar- 
mente si  distinsero  Pietro  III,  detto 
Tommasi,  nominato  patriarca  di 
Costantinopoli  da  Papa  Urbano  V 
nel  1 364.  Dei  patriarchi  di  Costan- 
tinopoli titolari,  e  in  partibus ,  si 
tratterà  dappoi. 

Facendo  seguito  alle  notizie  ec- 
clesiastiche del  secolo  decimoterzo, 
abbiamo  che  Papa  Alessandro  IV 
nel  1257,  per  ottenere  l'unione 
de'  greci,  concesse  loro  che  nel  sim- 
bolo della  fede  non  recitassero  la 
parola  Filioque,  ciò  che  avea  loro 
permesso    Innocenzo    IV ,    purché 


cos 

sentissero  in  ciò  come  i  latini.  A 
lai  etti^llo  inviò  in  iS'icea  a  Teodo- 
ro Lascaris  il  vescovo  d' Orvieto 
per  farlo  convenire  alla  biamata 
imione.  IVIichele  Paleologo,  per  evi- 
tare gli  sforzi  clt'ir  occidente  ,  che 
voleva  ricuperare  Costantinopoli,  fe- 
ce lusinghiere  esibizioni  ai  Ponte- 
fici sulla  riunione  delle  Chiese.  Cer- 
to è  che  nel  concilio  generale,  ce- 
lebrato nel  1274  in  Lione  da  Gre- 
gorio X,  i  greci  vi  confessarono  la 
processione  dello  Spirito  Santo  dal 
Padre,  e  dal  Figliuolo,  e  furono 
così  riconciliati  per  la  decimaquar- 
ta volta  colla  Chiesa  romana.  Per 
la  confessione  di  questo  cattolico 
domma  ebbero  gran  parte  il  Car- 
dinal di  Tarantasia  domenicano, 
che  fu  poi  Innocenzo  V,  e  il  Car- 
dinal JMascio,  che  Gregorio  X  spe- 
dì legato  a  Coslanlinopoli  ,  e  che 
meritò  in  seguito  il  pontificato  col 
nome  di  Nicolò  IV.  Nel  1726 
Giovanni  XXI  mandò  legati  al  Pa- 
leologo  perchè  ratificasse  la  pace 
della  chiesa  greca  colla  Ialina,  giu- 
l'ata  dai  suoi  ambasciatori  al  det- 
to concilio,  ove  tre  volte  si  cantò 
dai  padri  greci,  e  latini  il  simbolo 
Costantinopolitano  colla  giunta  del- 
la parola  Filioque.  Indi  JNicolò  III 
scrisse  al  medesimo  imperatore  I\Ii- 
chele  Paleologo,  ed  al  suo  figlio 
Andronico  I,  non  che  ai  patriarchi 
di  oriente,  e  ad  altri  prelati  greci, 
acciocché  confermassero  la  concor- 
dia suddetta.  Ricevè  ancora  lettere 
dall'  imperatore ,  nelle  quali  rico- 
nobbe l'autorità  del  sommo  Pon- 
tefice sopra  tutte  le  chiese ,  gli 
protestò  la  sua  venerazione,  ed  af- 
fermò non  solo  di  aver  condannato 
lo  scisma  nella  forma  prescrittagli 
dalla  Sede  apostolica,  ma  di  ado- 
perarsi altresì  per  vincere  i  greci 
ostinati.  Tutte  queste  promesse  re- 


COS  loi 

stando  fallite,  Martino  IV  solenne- 
mente in  Orvieto  scomunicò  il  Pa- 
leologo, censure  che  rinnovò  nel 
1 282  a'  7  maggio. 

Appena  Bonifacio  Vili  si  vide 
sulla  cattedra  apostolica ,  procurò 
ricondurre  i  giteci  scismatici  all'  u- 
riione  di  essa  ;  ma  per  la  loro  osti- 
nazione, nel  i3o7,  Clemente  V  si 
recò  a  Poitiers  per  trattare  coi  re  di 
Francia,  e  di  Navarra,  aftine  di  to- 
gliere Costantinopoli  agli  scismatici. 
Innocenzo  VI  nel  i3  53  da  Avi- 
gnone spedì  ambasciatori  al  Can- 
tacuzeno  per  trattar  l'unione  delle 
due  Chiese;  ma  il  Canlacuzeno,  che 
non  era  meno  abile  nella  teologia, 
nella  storia,  che  in  politica,  risj)0- 
se  che  ciò  non  poteva  effettuarsi 
senza  la  convocazione  di  un  con- 
cilio generale,  cui  assistessero  i  ve- 
scovi di  ambedue  i  partiti.  Dipoi 
nel  i356  l'imperatore  Giovanni 
Paleologo  si  obbligò  di  ubbidire  al 
sommo  Pontefice  nell'  istesso  modo 
degli  altri  imperatori  e  re  cattoli- 
ci, e  di  adoperarsi  per  ridurre  alla 
stessa  ubbidienza  i  greci,  pregando 
Innnocenzo  VI  a  mandargli  un  e- 
sercito  per  soggiogare  i  turchi,  e  i 
sudditi  ribelli.  Allora  Innocenzo  VI 
mandò  due  vescovi  a  Costantinopo- 
li per  conchiudere  gli  accordi,  ma 
vedendo  poi,  che  per  la  perfidia  di 
alcuni,  che  favorivano  il  turco,  l'im- 
presa non  avrebbe  avuto  propizio 
riuscimento,  ordinò  al  re  di  Cipro, 
ai  veneziani,  ai  genovesi,  ed  ai  ca- 
valieri gerosolimitani  di  Rodi,  che 
dovessero  mantenere  nel  porto  di 
Smirne  il  numero  delle  galere  pre- 
scritte dal  suo  predecessore  Clemen- 
te VI.  Anche  Urbano  V  ebbe  gran- 
demente a  cuore  la  conversione  dei 
greci,  laonde  nel  i  365  spedì  a  Gio- 
vanni Paleologo  i  suoi  legati  invi- 
tandolo ad  unirsi  alla  Chiesa  catto- 


102  COS 

lica,  ed  inviandogli  in  dono  tre 
Agnus  Dei  di  cera  benedetti.  Per- 
suaso r  imperatore  dell'  animo  be- 
nevolo del  Papa  nel  iSGg  si  re- 
cò in  Roma,  abiurò  lo  scisma,  e 
gli  errori,  confessando  che  1'  Euca- 
ristia si  può  egualmente  fare  sì  col 
pane  azzimo,  che  col  fermentato,  e 
che  il  romano  Pontefice  ha  il  pri- 
mato su  tutte  le  chiese  del  mondo. 
Gregorio  XI  vedendo  che  tultavol- 
ta  i  greci  perseveravano  negli  an- 
tichi errori,  nel  iSyS,  spedi  due 
nunzi  a  Costantinopoli ,  uno  fran- 
cescano, l'altro  domenicano,  ed  e- 
sortò  con  efficaci  lettere  il  clero,  ed 
il  popolo  a  condannare  interamen- 
te lo  scisma  e  l'  errore,  ad  onta  che 
r  imperatore  avesse  ciò  fatto  solen- 
nemente. 

Martino  V  si  adoperò  molto  per 
ridurre  i  greci  all'  ubbidienza  della 
Chiesa  romana.  Però  alia  sua  mor- 
te i  nipoti  s' impadronirono  del  te- 
soro da  lui  preparato  per  sommi- 
nistrar r  occorrente  a'  greci,  i  quali 
dovevano  condursi  al  concilio  gene- 
l'ale,  che  poi  celebròEugenio  IV,  co- 
me dicemmo  superiormente,  coli' as- 
sistenza de' vescovi  greci,  di  Gio. 
VII,  Paleologo  e  del  suo  fratello 
Demetrio.  Ivi  si  pubblicò  il  famoso 
decreto  dell'  unione  della  chiesa  gre- 
ca alla  latina,  sottoscritto  dal  Papa, 
e  da  Paleologo  coli'  inchiostro  )-os- 
so  secondo  l' uso  degl'  imperatori 
greci.  Ma  ritornati  i  greci  alla  pa- 
tria, a  suggestione  di  Marco  d'Efeso 
nel  1.445  tornarono  all'antico  scis- 
ma, nel  quale  perseverano,  dopo  la 
XII  volta,  ovvero  la  XV ,  che  si 
erano  riconciliati  colla  Chiesa  latina. 
Di  sopra  pur  dicemmo  quanto  o- 
però  Nicolò  V  perla  chiesa,  ed  im- 
pero greco,  eh'  ebbe  '  termine  nel 
1453  per  essersi  presa  Costantino- 
poli da  Maometto  II  imperatore  dei 


COS 

turchi.  Sembra  che  Dio  abbia  vo- 
luto punire  questa  chiesa  per  l'or- 
goglio de'  suoi  patriarchi.  I  sarace- 
ni, ed  altri  popoli  barbari,  come 
abbiamo  detto,  la  desolarono  mas- 
sime nei  secoli  IX,  e  X,  devastan- 
do le  più  belle  provincia  del  greco 
impero.  Allora  essi  tentarono  diver- 
se riunioni  colla  Chiesa  latina  per 
ottenerne  soccorso  ;  ma  perchè  non 
erano  guidati,  in  questo  ap[);uente 
ritorno,  che  da  finzione  politica,  ed 
umano  interesse,  così  non  potè  riu- 
scire. Finalmente  i  turchi  ridussero 
la  Chiesa,  e  l' impero  d'oriente  sotto 
ad  un  medesimo  servaggio. 

Dopo  che  i  greci  incominciarono 
a  disprezzare  i  romani  Pontefici,  ed 
Q  scuoterne  1'  ubbidienza,  comincia- 
rono i  medesimi  Pontefici  a  profe- 
tizzare r  eccidio  del  loro  impero.  Il 
primo  fu  s.  Leone  I  il  grande  nel 
V  secolo;  il  secondo  s.  Gregorio  I 
Magno  nel  VI,  poi  altri,  e  final- 
mente Nicolò  V  con  tremende  pa- 
role. La  medesima  rovina  aveva  vati- 
cinata s.  Brigida,  dicendo  che  se  i  gre- 
ci con  vera  e  sincera  umiltà  non  si 
sottomettevano  alla  Chiesa,  ed  alla 
fede  romana,  conformandosi  intera- 
mente alle  costituzioni,  ed  ai  riti 
della  medesima,  riconoscendo  uni- 
camente il  primato  nel  sommo  Pon- 
tefice, avrebbero  provato  lo  sdegno 
divino. 

I  patriarchi  di  Costantinopoli  nei 
primi  secoli  erano  eletti  dal  clero 
della  loro  chiesa,  e  dai  metropoli- 
tani, e  dai  vescovi,  che  si  trovava- 
no in  Costantinopoli  nel  tempo  del- 
la loro  elezione.  Ma  gl'imperatori 
presto  abusarono  del  loro  potere 
per  nominarli  eglino  stessi,  e  per  de- 
porli  dove  fossero  stati  disgustati, 
surrogandone  altri.  Si  servivano  ris- 
petto a  loro  d'una  specie  d' inve- 
stitura, dappoiché  li  mettevano    in 


cos 

possesso  della  dignilù  palriurcalc,  e 
davano  loro  il  bastone  o  bacolo 
pastorale  pronunciando  queste  pa- 
role: Dio  clic  mi  ha  fatto  impera- 
(ore,  vi  fa  patriarca,  in  nome  del 
PadrCj  del  Figliuolo,  e  dello  Spi- 
rito santo,  ec. 

Dopo  che  Maometto  II   espugnò 
Costantinopoli,  la  città  essendo  qiia- 
M  deserta,  quel   principe  pensò  a  ri- 
popolarla, e  per  quanto    potè    rac- 
colse dalle  città  vicine  abitanti,  che 
erano  scampati    dal  furore   de'  tur- 
chi, e  v'invitò  eziandio    i  cristiani, 
dicendo  loro  che  volendo  dar  con- 
trassegni di  benevolenza,  desiderava 
che  eleggesseio  un  patriarca  tra  di 
loro,  per  presiedere  come  prima  agli 
affari  della  loro  religione.  Essi  eles- 
sero   Gennadio ,    ossia    Giorgio    lo 
Scolaro,  e  lo  presentarono  a  Mao- 
metto II,  che  lo  ricolmò  di  onori- 
ficenze. Essendosi  informato  di  ciò, 
che  gl'imperatori  greci  praticavano 
col  patriarca  cui  avevano  eletto,  gli 
diede  il  pastorale,  e  lo  fece  accom- 
pagnare montato  sopra  un   cavallo 
ben     coperto    di  gualdrappa ,    dai 
principali    signori    della    sua    corte 
sino  alla  di  lui  chiesa.  Giuseppe,  e 
Marco  quindi  furono  successori  nel 
patriarcato.   Ma  le  cose  presto  cam- 
biarono di  aspetto.    I    trebisontini, 
che  abitavano  una  parte  di  Costan- 
tinopoli, bramosi    di  avere    un  pa- 
triarca di  loro    nazione,    cercarono 
di  supplantar  il  patriarca  Marco,  e 
surrogargli  certo  Simone  loro  con- 
cittadino. A  tale  effetto  offiùrono  al 
figlio  del  sultano  mille  scudi  d'oro, 
dal  che  venne  il  tributo   chiamato 
possessum,  che  si    accrebbe    a    mi- 
sura che  trovaronsi  uomini,  i  quali 
ne  ambissero  il  posto,  end' è  che  lo 
conseguirono  quelli,  che  offì'ivano  di 
pivi.  Dal  canto  loro  siffatti  patriar- 
chi   tutto    vendettero    pei"    reggersi 


COS  loj 

ntlla  dignità,  e  indennizzarsi  delle 
spese  fatte.  Questa  sorte  ai  patriar- 
chi non  dubitai'ono  d'  intitolarsi 
con  isfacciata  impudenza.  N.  N.  per 
la  misericordia  di  Dio  arcivescovo 
di  Costantinopoli,  la  nuova  Roma, 
e  patriarca  ecumenico,  od  univer- 
sale. 

La  loro  cattedrale  era  s.  Sofia, 
che  fu  amministrata  sotto  gl'impe- 
ratori d'oriente  da  più  di  cinque- 
cento ecclesiastici,  con  un  milione  di 
rendite,  ed  ora  è  la  principale  mo- 
schea de'turchi.  Al  presente  la  cat- 
tedrale del  patriarca  greco ,  de- 
dicata alla  beata  Vergine,  è  molto 
ricca,  ed  ha  dappresso  il  palazzo 
patriarcale.  In  Roma  il  patriarchio 
pel  patriarca  costantinopolitano  era 
dappresso  la  basilica  vaticana. 

La  Tracia ,  regnando  Costanti- 
no, fu  divisa  in  sei  provincie  chia- 
mate: i,°  Europa,  2."  Rodope,  3." 
Tracia ,  4-°  Emimonte,  5."  Mesia 
inferiore  o  seconda,  6."  Scizia. 

Commanville  registra  le  pro- 
vincie ecclesiastiche  del  patriarcato 
di  Costantinopoli  in  quattro  pro- 
vincie: ì°  di  Europa,  a."  di  Piodo- 
pe,  3.°  di  Tracia,  4-°  di  Eminonte. 
La  provincia  d'Europa  aveva  per  me- 
tropoli Eraclea,  con  ventisette  sedi 
arcivescovili,  e  vescovili  per  suffra- 
ganee.  La  provincia  di  Rodope  ave- 
va per  metropoli  Trajanopoli  con 
tredici  sedi  arcivescovili,  e  vescovili 
per  suffiaganee.  La  provincia  di 
Tracia  aveva  Filippopoli  per  metro- 
poli ,  con  quindici  sedi  arcivescovi- 
li e  vescovili  per  sufFraganee,  e  la 
provincia  di  Emimonte  aveva  Adria- 
nopoli  per  metropoli,  con  quindici 
sedi  arcivescovili  ,  e  vescovili  per 
sufFraganee. 

Altre  principali  notizie  ecclesia- 
stiche su  Costantinopoli  ,  e  la 
chiesa  greca  sono  le  seguenti. 


io4  cos 

11  czar  di  Moscovia  Giovanni 
Basiloivitz,  che  pel  primo  prese  tal 
titolo,  equivalente  a  quello  d'im- 
peratore, mandò  i  suoi  ambascia- 
tori al  Papa  Sisto  IV,  per  assicu- 
rarlo, che  avendo  rifiutato  ricono- 
scere il  patriarca  scismatico  di 
Costantinopoli,  si  confermava  nel- 
l'unione colla  santa  Sede.  Nel  i6?.f) 
il  Pontefice  Urbano  Vili  ricevet- 
te i  deputati  di  Partemio,  patriarca 
di  Costantinopoli,  inviati  per  ren- 
dergli ubbidienza  come  a  capo  della 
Chiesa  universale ,  e  per  trattare 
dei  mezzi  atti  a  riunire  i  greci  alla 
Chiesa  Romana.  11  Papa  parlò  fran- 
camente in  lingua  greca  cogli  am- 
basciatori, siccome  fosse  uno  di  lo- 
ro. L'unione  però  non  ebbe  mai 
efletto.  Nel  lungo  pontificato  di 
Clemente  XI,  che  regnò  dal  1700 
al  1721,  più  d'una  volta  egli  ten- 
tò riunir  le  due  chiese,  ma  dovet- 
te conoscere,  che  il  principale  osta- 
colo, come  dicemmo,  si  è  perchè  i 
vescovi  gi-eci  scismatici  dell'Asia 
sotto  il  dominio  ottomano,  sono  in- 
tronizzati dal  sultano  mediante  una 
tassa,  che  ad  essi  impone  per  met- 
terli  al  possesso  della  giurisdizione. 

\erso  la  metà  del  secolo  decor- 
so, il  patriarca  greco  scismatico  fu 
in  Costantinopoli  deposto,  ed  ecco 
come  lo  racconta  il  Bercastel,  Storia 
del  cristianesimo,  t.  XXXII,  pagina 
75.  »  Una  porzione  di  cristiani,  che 
*'  un  fatale  scisma  ha  disgiunti  dal- 
»  la  Chiesa  romana  dopo  dieci  se- 
"  coli,  e  che,  riguardo  alla  digni- 
>»  tà  e  maestà  della  nostra  religio- 
»  ne,  trascina  miseramente  i  suoi 
*»  giorni,  come  la  sinagoga  un  tem- 
"  pò  sulle  sponde  deirEufrate,  in 
«  una  specie  di  schiavitù,  presentò 
*>  appunto  in  questi  momenti,  nel- 
"  la  capitale  dell'impero  ottomano 
"   uno  spettacolo  non  prima  vedu- 


ros 

"  to,  cioè  di  sollecitare  essa  sfessa 
"  presso  il  discendente  e  il  succes- 
»  re  di  Maometto,  la  deposi/ione 
"  del  suo  patriarca.  Un  calogen). 
«  impostole  ingegnoso  ,  sotto  il 
»  manto  della  più  fina  ipocrisia  , 
»   ne  diede  il  motivo. 

»  Era  costui  monaco  della  con- 
»  gregazionc  del  monte  Alhos,  a 
cui  più  che  i  sette  suoi  celebri 
monisteri,  l'esemplarità  de'cenobi- 
ti  fece  dare  il  nome  di  monte  san- 
to. Allevato  dunque  nel  centro 
di  tutte  le  più  rare  virtù  del 
chiostro,  e  con  l'opinione  di  es- 
serne un  perfetto  seguace,  uscì 
dal  sagro  suo  ritiro,  corse  varie 
Provincie  dell'impero  ottomano, 
abbagliando  i  suoi  nazionali  con 
l'apparenza  di  una  pietà  straor- 
dinaria. Già  la  fama  del  suo  me- 
rito lo  precedeva  in  tutti  i  luo- 
ghi dove  passava,  e  giunto  a 
Costantinopoli,  gli  fu  facile  ap- 
profittare di  questa  prevenzione 
in  suo  favore.  Si  guadagnò  in 
un  momento  tutta  l'attenzione,  e 
tutta  la  fiducia  di  sua  nazione 
credula  ed  amante  delle  novità, 
come  appunto  era  stata  in  tem- 
po della  sua  grandezza  sotto  Pe- 
ricle, o  Demetrio  Falereo. 
»  Il  monaco  fece  dei  prodigi 
M  che  furono  presi  per  miracoli,  e 
»  incoraggito  dall'ascendente  che 
»  aveva  acquistato,  non  si  curò  nem- 
»  meno  di  colorire  le  sue  frodi.  11 
»  patriarca  greco,  temendo  la  ge- 
»  losia  de'  turchi,  e  sapendo  la  loro 
»  attenzione  in  mendicar  pretesti, 
w  onde  possano  per  ogni  più  leg- 
»  giero  motivo  vessar  quella  de- 
"  gradata  nazione,  mando  il  mo- 
«  naco  in  un  paese  lontano.  L' e- 
M  siliato  eccitò  una  compassione 
•>  quasi  generale.  Si  riguardò  il  suo 
»   esilio  come  un  oltraggio   sangui- 


cos 

noso  fatto  all'  innocenza,  o  come 
il  trionfo  della  malignila  pre{)0- 
tente.  Le  donne  animarono  i^li 
uomini  contro  la  pretesa  crudeltà 
del  patnarca,  e  gli  uomini  sem- 
pre sommessi  al  capriccio  delle 
donne,  accusarono  il  capo  della 
loro  religione  al  supremo  tribu- 
nale della  sublime  porta  otto- 
mana, chiedendo  la  deposizione 
del  medesimo. 

»  Benché  queste  deposizioni  sie- 
no  colà  cosi  frequenti,  che  non 
facciano  impressione  alcuna,  i 
maneggi  però  ne  sono  sempre 
segreti,  e  la  porta,  non  curando 
di  far  conoscere  quali  sieno  le 
mani  che  abbianla  spinta,  fa 
sempre  la  prima  figura.  Questa 
fu  forse  la  prima  volta,  che  i 
greci  stessi  abbiano  tradotto  il 
capo  della  loro  chiesa  a  compa- 
rire solennemente  dinanzi  a  un 
tribunale  profano.  Il  patriarca  fu 
deposto,  e  mancò  poco  che  non 
fosse  strangolato  come  Cirillo 
Lucar  nel  secolo  precedente.  Fu 
subitamente  surrogato  da  quello 
che  gli  accusatori  avevano  pre- 
sentato. 

»  Un'  altra  porzione  de'  greci, 
persuasa  dell'  innocenza  del  de- 
posto patriarca,  si  ammutinò,  e 
portatasi  tumultuariamente  al 
serraglio,  domandò  che  fosse  ri- 
stabilito. La  porta  dissimulò  , 
fìnse  di  acconsentire  a  tale  sedi- 
ziosa domanda,  per  acquetare  più 
prontamente  il  tumulto  j  ma  il 
gran  signore  vivamente  offeso 
dalle  espressioni  poco  rispettose, 
delle  quali  eransi  serviti  alcuni 
sediziosi  nel  fargli  la  domanda, 
diede  ordine  che  fossero  cattura- 
'  ti,  e  lo  stesso  giorno  furono  pu- 
'  niti  col  supplizio  della  gabbia". 
Per  conto  dello  stato  della    cat- 


COS  io5 

tolica  religione  nella  Grecia,  ed 
impero  Ottomano,  se  ne  tratta  nei 
rispettivi  articoli  delle  sedi  vescovili, 
ed  arcivescovili,  come  all'articolo 
Greci  (  f^eclì)  si  riportano  altre 
analoghe  notizie.  Piima  però  di 
descrivere  lo  stato  delle  missioni 
cattoliche  dei  latini,  e  degli  armeni 
di  Costantinopoli  e  sua  giurisdizione, 
diremo  del  patriarca  latino  titolare, 
o  in  parlibus,  residente  in  Roma,  di 
cui  pure  si  parla  all'  articolo  Pa- 
triarca [Vedi),  e  sue  prerogative. 

I  sommi  Pontefici  conferiscono  il 
titolo  di  patriarca  di  Costantinopoli 
a  qualche  primario  personaggio,  ed 
egli  precede  tutti  gli  altri  patriar- 
chi. Le  chiese  in  parlibus  soggette 
al  patriarcato  in  parlibus,  e  che 
nei  concistori  si  danno  dal  Papa, 
sono  :  Camack,  Eritra  o  Coltre, 
Gercjpoli,  Rosalia,  Selinibria,  Ser- 
ra, e  Spigar.  Fra  quelli,  che  anti- 
camente portarono  questo  titolo,  so- 
no a  rammentarsi  : 

angelo  Corraro  veneziano,  Car- 
dinale di  s.  Chiesa,  nel  1^06  eletto 
Papa  col  nome  di  Gregorio  XII. 

Bessarione,  monaco  basijiano,  gre- 
co di  nazione,  fatto  Cardinale  da 
Eugenio  IV,  e  patriarca  da  Pio  li. 
Ebbe  egli  per  successore  Pietro  IV 
de'  minori  francescani,  che  mori  nel 
i474)  giacché  ai  tempi  del  Corra- 
ro, di  Bessarione,  e  di  Pietro  IV, 
non  che  di  alcuno  de'  seguenti,  co- 
me avvertimmo  di  sopra,  i  Ialini 
s'ebbero  un  patriarca  di  giurisdi- 
zione per  le  provincie  e  chiese  di 
oriente,  che  avevano  de'  vescovi  di 
rito  latino. 

Giovanni  /Micheli  veneziano,  ni- 
pote di  Paolo  II  che  nel  1468  lo 
creò  diacono  Cardinale  di  s.  Lucia 
in  Selci,  donde  passò  al  vescovato 
di  Porto,  e  poi  venne  fatto  patriar- 
ca di  Costantinopoli.  Morì  nel  i5o3. 


»o6  COS 

Giovanni  Borgia  il  seniore  di  Va- 
lenza, dallo  zio  Alessandro  VI  nel 
1492  creato  Cardinale  prete  del  ti- 
tolo di  s.  Susanna,  poi  patriarca  di 
Costantinopoli. 

Francesco  de  Loris  di  Valenza, 
nipote  di  Alessandro  VI,  che  da 
tesoriere  lo  fece  Cardinale  diacono 
di  s.  Mai'ia  Nuova,  col  titolo  di  pa- 
triarca di  Costantinopoli. 

Marino  Griniani  veneziano,  patri- 
arca di  Aquileja,  col  titolo  di  pa- 
triarca Costantinopolitano,  nel  i527 
da  Clemente  VII  annoverato  al 
sagro  Collegio. 

Scipione  Rebiba  di  Messina,  go- 
vernatore di  Roma,  creato  Cardi- 
nale nel  i555  da  Paolo  IV,  col 
titolo  di  s.  Pudenziana,  donde,  a- 
vendo  nel  i56o  avuto  il  titolo  di 
patriarca  di  Costantinopoli ,  nel 
1  074  passò  al  vescovato  suburbica- 
rio  di  Sabina. 

Meritano  inoltre  special  menzione 
gli   ultimi  tre  patriarchi  seguenti  : 

Giuseppe  della  Porta  Rodiani, 
romano,  traslato  dall'  arcivescovato 
di  Damasco  in  pardbus,  e  fatto 
patriarca  di  Costantinopoli  da  Leo- 
ne XII  nel  concistoro  de'  1 6  mag- 
gio 1823.  Il  regnante  Pontefice  lo 
creò  Cardinale  prete  di  s.  Susanna, 
e  poi  vicario  di  Roma. 

Giovanni  Soglia  di  Casola  Val- 
senio  diocesi  d'Imola,  fatto  arcive- 
scovo di  Efeso,  e  dal  Papa  regnan- 
te traslato  al  patriarcato  di  Costan- 
tinopoli nel  concistoro  de'  6  aprile 
i83i;  quindi  nel  i838  creato  da 
lui  Cardinale  del  titolo  de'ss.  Quat- 
tro Coronati,  e  vescovo  d'  Osimo  e 
Cingoli. 

Antonio  Maria  Traversi,  nato  in 
\  euezia  a' 2 1  febbraio  1765,  dal 
regnante  Gregorio  XVI,  suo  antico, 
e  tenero  amico,  fu  successivamente 
dichiai'ato  nel  18  34  ablegato    apo- 


COS 
btolico,  per  presentare  la  berrclla 
cardinalizia  all'  attuai  venerando  pa- 
store della  chiesa  veneta  Jacopo  Me- 
nico ,  nella  quale  occasione  recitò 
un  analogo  forbito  discorso  latino, 
che  in  originale  presso  di  me  ge- 
losamente conservo,  insieme  ad  al- 
tre memorie  della  speciale  beni- 
gnità, con  cui  sempre  si  compiacque 
riguardarmi  .  Quindi  il  Pontefice 
lo  preconizzò ,  e  nella  patriarcale 
basilica  Liberiana,  della  quale  lo 
aveva  fatto  canonico,  solennemente 
il  consagrò  in  arcivescovo  in  parti- 
bus  di  Nazianzo  :  lo  fece  ascrivere 
alle  principali  congregazioni  cardi- 
nalizie, in  qualità  di  consultore  ;  lo 
nominò  uno  de' prefetti  deputati 
alla  commissione  de'  sussidii,  e  di- 
stinguendolo con  beneficenze  e  fa- 
vori, finalmente  nel  concistoro  dei 
21  febbraio  1839  lo  promosse  al 
patriarcato  di  Costantinopoli.  Questo 
distinto  prelato  ebbe  riputazione  di 
profondo  teologo,  e  canonista,  co- 
me era  eziandio  molto  versato  nel- 
la filosofia,  e  nelle  scienze  fìsiche, 
delle  quali  colle  stampe  ci  diede  i 
più  utili,  e  chiari  insegnamenti. 
Fi-a  essi  sono  principalmente  a  i-am- 
mentarsi  gli  Elementi  di  fìsica  ge- 
nerale, che  in  sette  tomi  pubblicò 
nel  1822  co' tipi  del  Curti  di  Ve- 
nezia. Questa  illustre  città  lungamen- 
te lo  ammirò  prima  di  Roma  noa 
solo  per  la  dottrina,  ma  per  1'  esi- 
mie virtù  ecclesiastiche  di  cui  era 
doviziosamente  adorno,  e  nell'eser- 
cizio di  provveditore  dell'imperiai 
regio  liceo  convitto  ove  fece  fiori- 
tissimi allievi,  e  nella  dignità  di 
canonico  onorario  della  basilica  pa- 
Uiarcale  di  s.  Marco,  e  nella  col- 
tura d'  ogni  scienza  sagra  e  profana, 
per  cui  meritò  di  essere  fatto  pre- 
sidente della  cospicua  nostra  acca- 
demia di  religione  Cattolica.   L'au- 


cos 

gusto  monarca  Fiancesco  I  di  glo- 
riosa memoria,  decorollo  della  gran 
medaglia  d'oro  del  merito  civile, 
che  con  solenne  pompa  gli  fu  confe- 
rita nell'aula  del  sopraddetto  liceo  di 
Venezia.  Amantissimo  degl'indigenti, 
vescovo  zelante ,  benigno  ed  amo- 
revole con  tutti ,  massime  co'  suoi 
domestici,  dopo  lunga  malattia  spi- 
rò in  Roma  nel  bacio  del  Signore 
a' 2 1  settembre  1842,  assai  com- 
pianto ed  encomialo.  Il  complesso 
di  sì  preclare  doti  gli  guadagnò 
sino  dalla  sua  gioventù,  ed  ancor 
diacono,  l' affezione,  ed  intima  con- 
fidenza del  sommo  Pontefice  Gre- 
gorio XVI,  il  che  basta  per  formare 
il  più  magnifico  elogio  all'  egregio 
prelato,  che  per  ben  tre  volte  videsi 
onorato  nella  sua  residenza,  dalle 
sovrane  visite  del  capo  della  Chiesa. 
Nell'ultima  sua  volontà,  oltre  i 
parenti  e  i  domestici  cui  era  affe- 
zionatissimo,  giustamente  furono  di- 
stinti col  dono  della  biblioteca,  e 
gabinetti  di  fisica,  e  storia  naturale 
i  religiosi  della  compagnia  di  Gesù, 
e  i  Passionisti  con  diversi  arredi  e 
paramenti  sagri,  insigni  reliquie  ec. 
Kella  suddetta  basilica  gli  furono 
celebrale  decorose  esequie,  ed  ivi  il 
suo  cadavere  restò  tumulato.  11 
valente,  e  eh.  scultore  cav.  Giuseppe 
Fabris,  molto  stimato  dal  defonto, 
per  fare  una  dolce  sorpresa  al  lodato 
Pontefice,  con  nobile,  e  lodevole 
divisamento,  ne  ricavò  dal  volto  la 
maschera,  e  con  essa  potè  formarne 
il  busto  di  gesso,  che  vivo  ce  lo 
ricorda.  Quindi  dopo  otto  giorni 
ne  fece  omaggio  al  medesimo  Papa, 
che,  in  segno  di  singoiar  gradimen- 
to, gli  commise  di  trasportarlo  in 
marmo.  Questo  busto  va  a  collo- 
carsi convenientemente,  e  con  iscri- 
zione di  lode  scolpita  in  marmo, 
nella  patriarcale  basilica   Liberiana, 


COS  107 

cioè  presso  la  cappella  Sforza,  ossia 
presso  il  coro  d'inverno  de'  canonici. 
Tra  gli  altri  onori  funebri  resi  a  que- 
sto prelato,  rammenteremo  l'esequie 
celebrategli  in  Venezia  dall' Imp. 
Regio  liceo  nella  chiesa  di  s.  Ca- 
terina. V  intervennero  il  Cardinal 
Monico  patriarca ,  i  professori  del 
liceo,  ed  il  clero  curato  della  città. 
Il  eh.  professore  emerito  del  me- 
desimo liceo  abbate  Bellomo  lesse 
un  affettuoso  elogio  funebre,  il  qua- 
le dal  sacerdote  d.  Lorenzo  Gallo, 
censore  emerito  dell'I.  R,  liceo  stes- 
so ,  in  testimonianza  di  affelluosa 
venerazione  pel  defonto,  fu  pubbli- 
cato nel  1843  nella  tipografia  Pas- 
seri Bragadin. 


Stato  presente,  ossia  statistica  delle 
missioni  in  Costantinopoli ,  sog- 
gette  alla  giurisdizione  del  vicario 
apostolico^  insignito  del  carattere 
vescovile  con  titolo  arcivescovile 
in  partibus. 


La  residenza  del  vicario  aposto- 
licOj  dipendente  dalla  santa  Sede 
per  r  organo  della  Sagra  Congre- 
gazione di  Propaganda  Fide  (Fedi), 
e  in  Pera  presso  la  chiesa  catte- 
drale pei  latini  della  ss.  Trinità, 
tiene  anche  a  sua  disposizione  la 
chiesa,  e  la  casa  di  s.  Giorgio  ia 
Calata  con  un  cappellano  incaricato 
ad  assistervi.  Il  clero  secolare  è 
composto  di  ventuno  sacerdoti  dio- 
cesani, e  il  regolare  di  otto  lazza- 
risti  della  provincia  di  Francia,  di 
sette  riformati,  di  cinque  domenica- 
ni, di  otto  conventuali,  di  tre  cap- 
puccini, e  di  due  minori  osservanti, 
i  quali  però  abitano  in  un  medesimo 
convento  coi  riformati,  e  sotto  un 
comune    superiore,     ossia     prefetto 


io8  COS 

apostolico.  Il  numero  de'  cattolici  di 
Costantinopoli,  compreso  Pera  e 
Calata,  ascende  a  novemila,  secondo 
la  recente  relazione  dell' attuale  vi- 
cario apostolico  monsignor  Giuliano 
Hillerau  arcivescovo  di  Petra. 

La  città  di  Costantinopoli,  coi 
detti  due  sobborghi  di  Pera  e  di 
Calata,  si  divide  in  tre  parrocchie; 
il  villaggio  di  Buyukdere  con  i 
dintorni  ne  forma  una  quarta,  e 
queste  sono  stale  affida  le  fino  dal 
momento  della  loro  erezione  a  di- 
verse  corporazioni  religiose,  cioè  la 
parrocchia  di  s.  Pietro  di  Calala  ai 
domenicani  ;  quella  di  s.  Maria  di 
Pera  ai  francescani  riformati  ;  quella 
di  s.  Antonio  di  Pera,  e  l'altra  di 
s.  Maria  in  lluyukdere  ai  minori 
conventuali.  Oltre  queste  quattro 
parrocchie,  vi  sono  le  nominale 
chiese,  cioè  la  cattedrale  della  Ss. 
Trinità,  e  quella  di  s.  Ciorgio,  e 
la  chiesa  di  s.  Benedetto  in  Calata 
dei  lazzaristi.  Oltre  le  sei  comunità 
religiose  sunnominate,  un'  altra  di 
donne  se  n'  è  stabilita  da  poco  tem- 
po nel  sobborgo  di  Calala.  L'isti- 
tuto delle  monache  sotto  il  nome 
di  Figlie  della  Carità  fu  intera- 
mente fondato  nel  iGSg.  Le  mona- 
che per  ora  sono  quattro,  e  fanno 
la  scuola  a  centocinquanta  ragaz- 
ze povere.  Cli  stabilimenti  di  edu- 
cazione per  la  gioventù,  sono  per  i 
maschi  il  pensionato,  e  l' esternalo 
dei  lazzaristi  a  s.  Benedetto  in  Ca- 
lata, e  la  scuola  gratuita  che  tiene 
ognuna  delle  tre  parrocchie.  Per  le 
femmine,  oltre  il  suddetto  istituto 
delie  Figlie  della  Carità,  evvi  una 
scuola,  ove  si  paga  una  pensione, 
sotto  la  parrocchia  di  s.  Antonio, 
ed  un'altra  sotto  la  parrocchia  di 
s.  Maria.  Vi  sono  ancora  molti 
maestri  di  lingua  francese,  e  due 
ospizi,  e  due  ospedali  per  gli  appe- 


COS 
stali,  oltre  i  tre  nazionali,  francese» 
austriaco,  e  sardo.  Finalmente  vi  è 
una  casa  di  rifugio  per  i  poveri,  e 
due  casse  pel  sollievo  dei  medesimi. 
Le  risorse  delle  chiese  parrocchiali, 
sono  gì'  incerti,  e  le  limosine. 

Salonicchi  o  Tessalonica,  pro- 
vicariato ,  lontano  dalla  capitale 
quindici  giorni.  Un  sacerdote  laz- 
zarisla  n' è  superiore;  vi  è  inoltre 
un  parroco,  e  cappellano  fi'ancese  : 
il  numero  de' cattolici  ascende  a  cen- 
tocinquanta. Eravi  una  chiesa  par- 
rocchiale dedicata  a  s.  Luigi,  eretta 
anticamente  dai  gesuiti ,  ma  fu 
distrutta  dal  fuoco  del  i83c):  for- 
tunatamente però  gli  oggetti  neces- 
sari al  cullo  furono  salvali.  Vi  sono 
due  scuole,  una  per  i  maschi  di- 
retta dagli  slessi  missionari,  ed  una 
per  le  ragazze,  eh'  essi  sostengono 
col  pagarne  le  maestre.  Le  risorse 
pel  sostenimento  della  chiesa,  e  dei 
missionari  consistono  nelle  questue, 
ed  oblazioni  de' fedeli,  e  negli  af- 
fìtti di  alcune  botteghe  e  case,  che 
rendono  circa  ottomila  piastre  tur- 
che, equivalenti  a  quattrocento  scudi 
romani  in  circa. 

Angora  o  Andra  nella  Galazia, 
pro-vicarialo  lungi  da  Costantinopoli 
quattordici  giorni  di  viaggio.  Non 
vi  è  alcun  sacerdote  di  rito  latino, 
ma  soli  sacerdoti  arn)eni.  Vi  è  un 
piccolissimo  numero  di  cattolici  la- 
tini, e  questi  nelle  necessità  ricor- 
rono agli  armeni  cattolici:  così  an- 
cora non  avvi  chiesa  di  rito  latino. 
Ei^enwi,  pro-vicarialo  nell'  Ar- 
menia maggiore.  Non  vi  è  alcun  sa- 
cerdote, né  vi  sono  chiese  di  rito  lati- 
no, ma  soli  sacerdoti  armeni:  visone 
quindici  cattolici  Ialini,  che  nelle 
necessità  ricorrono  agli  armeni  cat- 
tolici. 

Acalziche ,    pro-vicariato     nella 
Armenia  maggiore.  Havvi  un  mis- 


cos 

sionario  cappuccino  speditovi  dal 
prefetto  delle  missioni  di  Gioigia. 
Vi  è  un  piccolo  numero  di  cattolici 
latini,  ed  una  chiesa  con  ospizio 
dei  cappuccini. 

Bursa,  pro-vicariato.  Non  vi  so- 
no cattolici  di  rito  latino,  né  sa- 
cerdote, ne  chiesa  di  tal  rito  :  i 
pochi  latini  che  vi  sono,  ricorrono 
nelle  loro  iiecessità  spirituali  ai  sacer- 
doti armeni  cattolici  di  commissione, 
Adrìanopoli  ,  pro-vicariato.  Vi 
sono  due  soli  sacerdoti,  cioè  un  mi- 
nore conventuale,  ed  un  pinete  seco- 
lare, che  amministrano  le  missioni. 
I  cattolici  latini  ascendono  a  cen- 
tosettanta  :  vi  è  la  chiesa  di  s. 
Maria  de'  minori  conventuali.  Le 
risoi'se  pel  sostenimento  della  chie- 
sa, e  dei  sacerdoti  consistono  nelle 
questue,  che  si  fauno  ogni  giorno 
alla  messa. 

RoLÌoslo^svWdi  Propontide,  dislau- 
te cento  miglia  da  Costantinopoli. 
Questa  missione  fu  amministrata 
sul  principio  dai  gesuiti,  ma  in  se- 
guilo i  vicari  apostolici  incomincia- 
rono a  mandarvi  missionari.  I  fedeli 
di  Rodosto,  desiderando  ardentemen- 
te di  avere  un  sacerdote  fìsso, 
hanno  fatto  grandi  sforzi  per  assi- 
curargli un  piccolo  mantenimento 
con  donare  alcuni  piccoli  stabili  alla 
chiesa.  I  cattolici  latini  ascendono 
a  quarantadue.  La  chiesa  di  Rodo- 
sto riconosce  per  suo  fondatore  un 
nobile  di  Ungheria  per  nome  Ra- 
goski,  che  si  rifugiò  in  Costantino- 
poli nel  tempo  della  guerra  degli 
ungheri  coi  tedeschi.  Le  risorse  del 
missionario,  che  deve  pensare  a 
mantenere  la  cappella,  ed  a  conser- 
vare in  buono  stato  i  piccoli  stabi- 
limenti ad  essa  appartenenti,  consi- 
stono in  una  pensione  di  cinquan- 
ta scudi  che  gli  passa  la  sagra  con- 
gregazione   cardinalizia    di    Propa- 


COS  109 

ganda  Jìde,  nell'  affitto  degli  stabili 
suddetti,  nelle  questue,  ed  in  pochi 
incerti. 

Dardom'a,  di  là  dal  canale  del- 
l'Ellesponto.  In  mancanza  del  cap- 
pellano del  console  francese,  suppli- 
sce il  parroco  di  Rodosto  all'  assi- 
stenza spirituale  de'  fedeli.  Vi  si 
contavano  per  lo  addietro  sette- 
cento cattolici  latini  :  evvi  una 
sola  cappella  del  console  francese. 

Buyukdere,  villaggio  lungi  da 
Costantinopoli  circa  otto  miglia , 
presso  le  foci  dell'Ellesponto.  Vi 
sono  due  religiosi  conventuali,  e: 
con  essi  un  prete  secolare  addetto 
al  servigio  della  chiesa  :  i  cattolici 
latini  ascendono  a  quattrocento  die- 
cinove. Vi  è  una  cappella  colla  casa 
parrocchiale  annessa,  ed  una  unica 
scuola  gratuita  diretta  da  un  mino- 
re conventuale  pei  maschi,  ed  una 
per  le  femmine  diretta  da  una 
monaca  del  terz'  Ordine.  Questa 
parrocchia  fu  eretta  a  tempo  di 
monsignor  Fonton  vicario  apostolico, 
e  da  lui  affidata  ai  conventuali,  che 
vengono  rimossi  dal  loro  prefetto 
apostolico.  Le  risorse  della  parroc- 
chia si  riducono  a  due  questue  an- 
nue, che  si  fanno  da  persone  seco- 
lari nelle  case,  oltre  le  oblazioni 
de' fedeli. 

Metelino,  già  Mitilene,  l'antica 
Lesbos.  Non  vi  è  missionario  sla- 
bile. Vi  dimorano  pochi  cattolici 
stabilmente,  ma  diversi  avventizi  ve 
ne  concorrono  :  non  evvi  chiesa. 

Butta,  già  Pruta  in  Bitinia,  Bil- 
legich  vicino  a  Burla,  e  le  seguenti 
sono  tutte  città  dell'  Anatolia  di- 
pendenti da  questa  missione;  cioè 
Amaiea  ,  Calcedonia  ,  Marrevan, 
Servas,  Cirino,  Ambcher,  Eziurgan, 
Bibrich,  Eghin.  In  dette  città  non 
vi  suno  sacerdoti,  né  si  conosce  il 
numero  de'  fedeli. 


no  COS 

Cutaja.  Non  vi  è  sacerdote  fìsso, 
ma  di  frequente  ivi  si  reca  uno 
da  Costantinopoli.  Nelle  necessità 
spirituali,  il  piccolissimo  numero 
de' cattolici  latini,  che  trovansi  in 
questo  luogo,  ricorre  agli  armeni 
cattolici. 

Smirne,  cioè  missione  de' dome- 
nicani di  Costantinopoli  fuori  del 
patriarcato.  Negli  anni  scorsi  vi  era 
un  solo  religioso.  1  domenicani  vi 
hanno  un  ospizio,  senza  chiesa,  con 
im  solo  oratorio  interno  per  loro 
uso,  è  si  occupano  soltanto  in  pre- 
dicare in  lingTia  turca,  confessate, 
far  la  scuola  ec.  Questo  ospizio  ha 
una  rendita  di  vari  censi,  ed  altra 
ne  ritrae  dall'affitto  dell'ospizio  me- 
desimo. 

Va  qui  notato  che  dei  prefetti 
delle  diverse  missioni  già  nominate 
e  residenti  in  Costantinopoli  (ad  ec- 
cezione de'minori  conventuali)  oltre 
le  parrocchie  ed  ospizi  di  sopra  in- 
dicati, hanno  ancora  fuori  del  vi- 
cariato apostolico  patriarcale  di 
Costantinopoli,  ed  in  altre  diocesi, 
parrocchie  ed  ospizi  ai  quali  i  pre- 
fetti destinano  rispettivamente  i  mis- 
sionari, che  da  essi  dipendono  e 
ricevono  la  facoltà,  e  sono  i  se- 
guenti. 

Scio  nell'Arcipelago.  Attualmente 
non  vi  è  sacerdote  :  vi  è  l'ospizio 
con  cappella  diruta.  Alctmi  fondi 
detti  della  pia  opera  Calomati  di 
Scio  sono  rinvestiti  in  Roma,  e  ren- 
dono annui  scudi  cinquantotto,  che 
si  pagano  dalla  congregazione  di 
Propaganda.  Questa  missione  è  dei 
domenicani  di  Costantinopoli,  fuo- 
ri del  patriarcato. 

Sininie,  cioè  missione  de'riforma- 
li  di  Costantinopoli,  fuori  del  vi- 
cariato patriarcale.  Vi  sono  un  vice- 
prefetto, un  guardiano,  vari  religio- 
si, e  qualche  laico  :  i  cattolici  sono 


COS 

circa  quattromila.  Hanno  la  chiesa 
parrocchiale  della  Concezione,  ed 
un  buon  ospizio,  ove  tengono  scuo- 
la pubblica  gratuitamente.  Vi  è 
pure  un  grande  ospedale  sotto  il 
titolo  di  s.  Antonio  tanto  pei  na- 
zionali che  pegli  esteri.  Il  coiìvento 
e  l' ospizio  possiede  cinque  vasti 
magazzini  per  mercanzie,  e  diver- 
se case.  Paga  esso  scudi  duecento 
annui  all'arcivescovo  di  Smirne  in 
vigore  d'un  decreto  della  congrega- 
zione di  Propaganda. 

Burnahat,  o  missione  de'minori 
riformati  in  Costantinopoli,  fuori 
del  vicariato  apostolico.  Vi  è  il  pre- 
sidente, ed  il  parroco  con  l'aiuto 
di  un  altro  missionario.  I  cattolici 
ascendono  a  circa  cinquecento,  han- 
no la  chiesa  parrocchiale  sotto  il 
titolo  di  s.  Maria,  che  nel  i83i  fu 
costruita  di  materiale,  e  fu  benedet- 
ta: prima  era  di  legno. 

Scio,  missione  de'minori  rifor- 
mati di  Costantinopoli,  fuori  del 
vicariato  apostolico.  Vi  è  un  solo 
religioso  presidente.  Hanno  la  chie- 
sa di  s.  Antonio  con  l' ospizio,  di 
cui  si  servono  anche  i  domenicani, 
quando  vi  sono.  Dopo  la  distruzio- 
ne della  cattedrale  è  stata  finora 
officiata  dal  clero  secolare.  La  scuo- 
la si  fa  da  un  sacerdote  secolare. 
Tine,  missione  de'minori  riforma- 
ti di  Costantinopoli,  fuori  del  vica- 
riato apostolico.  Vi  è  un  solo  reli- 
gioso nell'ospizio  di  s.  Antonio,  co- 
me un  solo  laico  abita  quello  di 
s.  Francesco:  presso  ambedue  evvi 
la  chiesa.  Inoltre  vi  sono  diverse 
terziarie  francescane  che  istruiscono 
le  fanciulle;  vivono  esse  in  perpe- 
tua comunità  per  soli  dieci  giorni 
dell'anno,  passandone  il  rimanente 
ognuna  nella  propria  casa:  prima 
di  compir  quarant'anni  di  età  non 
sono  ammesse  ai  voti.  Per  decreto 


cos 

della  congregazione  di  Propaganda 
rimane  sospesa  la  vestizione  di  tali 
terziarie. 

Rodi,  missione  de'minori  rifor- 
mati di  Costantinopoli ,  fuori  del 
vicariato  apostolico.  Vi  è  un  solo 
religioso  nell'ospizio.  Il  numero  dei 
fedeli  ascende  circa  a  cinquanta.  Han- 
no la  chiesa  parrocchiale  sotto  il  ti- 
tolo della  Madonna  della  Vittoria 
annessa  all'  ospizio.  II  religioso  ha 
l'obbligo  di  far  la  scuola  gratis. 
La  chiesa  è  sotto  la  protezione  au- 
striaca. 

Smirne ,  missione  de'cappuccini 
di  Costantinopoli,  fuori  del  vicaria- 
to apostolico.  Vi  sono  alcuni  reli- 
giosi, uno  de'  quali  ha  il  titolo  di 
superiore,  o  vice  prefetto,  un  altro 
ha  l'obbligo  di  fare  la  scuola.  I 
cattolici  ascendono  a  circa  tre  mi- 
la: hanno  la  chiesa  parrocchiale  de- 
dicata a  s.  Policarpo,  annessa  all'os- 
pizio ,  e  sta  sotto  la  protezione 
francese.  I  cappuccini  vivono  coi 
proventi  parrocchiali  ,  e  con  una 
rendita  annua  di  circa  mille  e  die- 
ci piastre,  che  ricavano  dall'affitto 
di  una  casa,  d'un  magazzino,  di 
sette  botteghe,  e  di  vm  mercato. 

Naxin,  missione  de'cappuccini  di 
Costantinopoli  fuori  del  vicariato 
apostolico.  Vi  è  un  solo  religioso: 
hanno  la  chiesa  con  comodo  ospizio. 

Sira,  missione  de'  cappuccini  di 
Costantinopoli,  fuori  del  vicariato 
apostolico.  La  loro  chiesa  è  annessa 
all'ospizio,  sufficiente  per  l'abitazio- 
ne di  tre  religiosi  :  negli  anni  pas- 
sati vi  erano  alcune  terziarie  cap- 
puccine. Di  recente  furono  spediti 
■vari  missionari  per  rimpiazzare  le 
missioni  vacanti. 

Scio,  missione  de'cappuccini  di 
Costantinopoli,  fuori  del  vicarialo 
apostolico.  Hanno  la  chiesa  sotto  il 
palazzo  del    console  francese    È  a 


COS  in 

notarsi,  che  oltre  i  luoghi  anzidet- 
ti, i  cappuccini  avevano  ospizi  in 
Andi'os,  Patmos,  Argentiera,  Sus- 
sante.  Salalia,  Paros,  Parchias,  A- 
gousta,  Atene,  Canea,  Milo,  ec.  Que- 
sti ospizi  al  presente  o  sono  distrut- 
ti, o  derelitti  per  mancanza  di  mis- 
sionari, a  riserva  di  Canea,  ove  ri- 
trovasi un  religioso.  Va  pure  av- 
vertito ,  che  i  cattolici  in  questi 
luoghi  o  più  non  esistono,  o  vi  so- 
no in  picciolissimo  numero,  ed  in 
pericolo  di  abbandonare  la  religio- 
ne cattolica  per  mancanza  di  spiri- 
tuale assistenza. 

Blissioni  dei  signori  Lazzaristi  di 
Costantinopoli,  fuori  del  vicaria- 
to apostolico. 

Smirne.  Vi  è  il  superiore  della 
missione  con  un  compagno.  La  lo- 
ro chiesa  fu  incendiata,  esercitano 
però  l'uffizio  di  missionari  in  altre 
chiese,  e  alla  marina  in  più  lingue. 
Le  rendite  sarebbero  sufficienti  per 
tre  missionari.  Tengono  scuola  pub- 
blica, e  si  occupano  in  modo  spe- 
ciale di  fare  il  catechismo,  e  dispor- 
re ai  sagramenti  della  confessione, 
e  comunione  i  marinari.  Naxia. 
Vi  è  il  superiore  dell'ospizio,  con 
im  compagno,  ed  un  laico.  Han- 
no una  chiesa  assai  bella,  annessa 
all'ospizio,  sotto  la  protezione  fran- 
cese. I  fondi  delia  chiesa  sono  con- 
siderabili, ma  amministrati,  e  col- 
tivati dai  greci.  Santorino.  Vi  è  un 
sol  missionario:  hanno  una  bella 
chiesa  colla  casa  annessa  ove  ten- 
gono pubblica  scuola  insegnando 
la  dottrina  cristiana,  la  lingua  fran- 
cese, e  qualche  scienza  relativa  ai 
bisogni  del  paese.  Insufficienti  sono 
i  fmdi;  ma  amministrati  e  coltiva- 
ti dai  cattolici:  la  Francia  però  vi 
supplisce  con   un'annua    pensione. 


112  cos 

Aleppo.  Vi  è  il  superiore  con  un 
missionario,  i  quali  esercitano  l'apo- 
stolico  ministero  nella   sola    lingua 
araba.  Non  hanno    in  questo    luo- 
go chiesa    propriamente    detta,  ma 
un  edifìzio  di   pietra  è  interamente 
dedicato  al  servigio    divino.  L'anti- 
ca casa  fu  distrutta  dai  terremuoti, 
ed  è  stato  costruito  un  altro  picco- 
lo edifizio  colla  pensione  regia.  Que- 
sto stabilimento,  come  tutti    gli  al- 
tri, ha  una  tenuissima  rendita.  Da- 
jnasco.  Vi    sono   due   missionari,  i 
quali  predicano  e  confessano  in  lin- 
gua araba:    hanno    una    chiesa,  o 
cappella,    colla  casa    annessa.     An- 
che questa  missione  di   Costantino- 
poli  ha  mancanza   di    rendite.   Àn- 
tiira.  Vi  sono    due  missionari,  che 
esercitano  il  ministero  apostolico  nel- 
la sola     lingua    araba;  essi    hanno 
ancora    il   monistero     delle  salesia- 
ne. Hanno    una    cappella    con    ca- 
sa ,    e  scuola  annessa.    Questo  sta- 
jjilimento  è    situato     verso     le    ra- 
dici del    monte    Libano.  La    cassa 
comune     supplisce     alla      pochezza 
delle  rendite.    Tripoli.    Hanno  una 
piccola    fabbrica  di  recente  restau- 
rata e  compita,  s' ignorano  le  rendi- 
te, e  solo  si  conosce,  che  sono  molto 
ristrette.  E  poi  da  avvertirsi,  che  i 
signori  lazzaristi   si  trovano  sostituì- 
li    ai    p.    gesuiti    nelle    sopraddette 
missioni  di  oriente,  con  decreto  dei 
2r    novembre     1782.    Molte    delle 
antiche  missioni    gesuitiche  restano 
tuttora  abbandonate,    e  sono  quel- 
le di  Sira,  Scio,  Antilibano,  ov'era 
prima  il  seminario,  s.  Elia,    Cairo, 
Saida,    ov' erano    chiese,    e    collegi 
diretti   dai  detti  benemeriti   religio- 
si.  Nondimeno    in    alcune  parti  so- 
nosi    di    già    introdotti    nuovamen- 
te, come  in    Tine,    nella   Grecia   e 
IVlorea,  nella  Siria  ed  in   altri  luo- 
ghi ,    e    non    si    dubita  che  a  poco 


COS 

a  poco  saranno  tutte  riattivate  con 
immensi  vantair^i  dei  cristiani. 

DD 

Notizie  sul  patriarcato  armeno  di 
Costantinopoli j  e  sulla  sede  me- 
tropolitana primaziale. 

La  differenza  tra  gli  armeni  sci- 
smatici consiste,    che  i    primi  rico- 
noscono due  nature  in  Cristo,  e  gli 
ultimi  non  ne    riconoscono    in     lui 
che  una.  Questa  divisione  rimonta  fi- 
no al  concilio  di  Calcedonia  nel  4'ì>  i. 
Una  parte  degli   armeni   si  dichiai'ò 
per    quel  concilio  generale,     l'altra 
lo  rigettò,  e    ne  risultò    una   divi- 
sione, che  dura  ai  di  nostri.  Il  mag- 
gior piede  lo  prese   quando   i  calilli 
saraceni  invalsero    l'Armenia,  giac- 
ché innanzi    questo  tempo,    e    per 
l'influenza    de'patriarchi  di  Costan- 
tinopoli, e   per    opera    di     qualche 
patriarca    o    vescovo    armeno,    che 
anche    in    mezzo    allo    scisma    non 
mancarono  di  fiorirvi  per  dottrina  e 
per  zelo  di  religione  illustri,  a  quan- 
do a  quando  facevano  ritorno  all'uni- 
tà cattolica.  Dopo  l'invasione  de'sa- 
raceni,    furono   gli  armeni    cattolici 
quasi    obbligati   per    due   secoli  ad 
esercitare  il  loro  culto  segretamen- 
te, e  solo  nel  tempo  delle  crociate 
poterono    ritirarsi  in  Cilicia ,    dove 
formarono  un  regno.  Questo  paese 
vide  una   serie  di  re  e  di  patriarchi 
cattolici  fino  dal  secolo  XIV.   I  pro- 
gressi de'turchij  e  la  caduta  di  Co- 
stantinopoli in   loro    potere,  posero 
fine  al  regno  di    Cilicia,  e  l'ultimo 
patriarca  armeno  cattolico  si  rifugiò 
al  monte    Libano,  ove    i  suoi  suc- 
cessori    hanno    continuato    sino    ai 
nostri    giorni  a  godere  il   titolo,   ri- 
conosciuto dalla  santa  Sede,  di  pa- 
triarca della  nazione  armena  di  Ci- 
licia. 

Avendo  dunque  INIaometto  II  im- 


cos 

peratore  de'turchi,  nel  i45^3,  espu- 
gnata Costantinopoli,  comandò  che 
Gioacchino,  ai'civescovo  armeno  del- 
la città  di  Bursa,  o  Prusa,  già  ca- 
pitale di  Bitinia,  venisse  presso  di 
lui  con  buon  numero  di  fami- 
glie armene ,  ed  essendo  il  det- 
to sultano  loro  favorevole,  asse- 
gnò ad  essi  un  luogo  determinato, 
affinchè  abitassero  unitamente  par- 
te in  Galata,  e  parte  in  Costantino- 
poli stessa.  Quindi,  con  suo  firma- 
no, ordinò  che  Gioacchino  fosse  ri- 
guardato dai  suoi  nazionali ,  non 
solo  qual  capo  gerarchico  per  le 
cose  della  loro  religione;  come 
già  lo  riguardavano  indipendente- 
mente dal  suo  sovrano  comando; 
ma  eziandio  qual  suo  luogotenente 
politico  per  tutlociò,  che  riguarda- 
va la  loro  quiete  e  la  suddita  loro 
fedeltà,  e  diedegii  il  titolo  di  Pa- 
trik,  ossia  patriarca,  siccome  lo  a- 
veva  dato  anche  prima,  o,  per  me- 
glio dire,  aveva  confermato  anche 
a  Gennadio,  virtuoso  patriarca  dei 
vinti  greci. 

Inoltre  Maometto  II  accordò  a 
Gioacchino  autorità  sopra  tutti  gli 
armeni  domiciliati  nella  Grecia,  e 
nell'Anatolia,  o  Asia  minore,  talché 
a  piacer  suo  potesse  comandare  ai 
vescovi,  ed  ai  prelati  nazionali  su- 
bordinati alla  sua  giurisdizione,  mu- 
tandoli, confermandoli,  deponen- 
doli, secondo  che  avrebbe  giudica- 
to più  conveniente,  ed  intimò  alla 
nazione  che  tutti  gli  ubbidissero,  e 
lo  rispettassero  qual  suo  incaricato 
di  adfari  loro,  senza  eccezione  al- 
cuna o  distinzione,  come  che  fosse 
di  rito,  o  credenza  diversa.  Dopo 
tal  sovrana  dichiarazione  pubblica- 
ta nel  i46r,  mentre  il  Pontefice 
Pio  II  era  intento  a  reprimere  le 
conquiste  de'turchi ,  permise  agli 
armeni  suoi  sudditi  l' uso  libero 
VOL.    xviu. 


COS  ii3 

delle    proprie    chiese,    e  l'esercizio 
della  religione  cristiana. 

Tale  si  fu  l'origine  del  pastore 
armeno  di  Costantinopoli,  ed  in 
proporzione  che  crebbero  gli  abi- 
tanti della  città,  gli  armeni  giun- 
sero ad  un  numero  assai  copioso, 
si  in  essa  che  ne'  dintorni.  Dalla 
presa  adunque  di  Costantinopoli 
può  dirsi  che  cominci  la  sua  epo- 
ca, la  posizione  odierna  della  na- 
zione armeno -cattolica,  e  quella  de- 
gli armeni  scismatici.  Da  quel  tem- 
po gli  armeni  cattolici  di  tutto  il 
dominio  ottomano  erano  assistiti  in- 
distintamente da  ogni  sorte  di  sa- 
cerdoti cattolici;  ma  nell'anno  1740» 
in  cui  si  stabili  da  Benedetto  XIV 
la  sede  patriarcale  di  Cìlicia  [P^e- 
di),  residente  in  monte  Libano,  gli 
armeni  cattolici  sono  stati  sempre 
divisi  in  due  parti,  una  soggetta 
al  patriarca  di  Monte  Libano,  che 
estende  la  sua  giurisdizione  sopra 
gli  armeni  della  Cilicia,  ed  Arme- 
nia minore;  l'altra  riunita  in  sette 
missioni,  tre  delle  quali  nella  Bi- 
tinia, cioè  Bursa,  Bilezik,  Reoteja; 
una  nella  Galazia,  cioè  Ancira,  cit- 
tà grande  di  tal  provincia,  ove  sol- 
tanto esistono  armeni  cattolici  nel 
numero  circa  di  quindicimila  ;  in 
Trebisonda  capitale  del  Ponto  di 
Cappadocia;  in  Erzerum,  città  ca- 
pitale dell'Armenia  maggioi*e;  in  A- 
calziche,  detta  comunemente  Gior- 
gia citeriore,  pro-vicariato  che  si 
estende  fino  al  Ponto  Eussino,  e  si 
suddivide  in  ventiquattro  provincie, 
regolate  da  un  prò -vicario.  Queste 
sette  missioni  comprendono,  secon- 
do le  più  recenti  relazioni,  un  lìu- 
mero  lii  circa  centocinquantamila 
armeni  cattolici,  i  quali  fino  alla 
metà  del  decorso  secolo  sono  stati 
immediatamente  soggetti  al  vicario 
patriarcale  latino  di  Costantinopoli. 
8 


ii4              cos  cos 

Ma  il  numero  degli  armeni  cattolici  connazionali,  ed  anche  di  reclamare 
di  Costantinopoli,  che  in  principio  il  potere  esecutivo  (qualora  ciò  fos- 
ascendeva  a  poche  centinaia,  si  se  necessario),  il  quale  quasi  sempre 
iTioltiplicò  a  dismisura  così,  che  al-  si  fidò  ciecamente  dei  rapporti  dei 
l'epoca  dell'elezione  di  Pio  Vili  patriarchi.  Qui  rammenteremo  le 
ascendevano  nel  1829  a  quaranta-  persecuzioni  del  1707,  quella  del 
cinque  mila.  Perciò  si  vide  la  ne-  ^770,  che  diu"ò  sette  anni,  del 
cessità  di  costituire  ad  essi  un  capo,  1809,  del  18 12,  e  del  1816.  II 
che  sotto  la  dipendenza  del  vicario  principio  della  porta  ottomana  di 
patriarcale  latino,  e  rappresentando  riconoscere  il  solo  patriarca  scisma- 
la  persona  del  vicario  medesimo,  tico  per  capo  spirituale  della  na- 
presiedesse  non  solo  ai  costantinopo-  zione  armena,  non  solo  sottomette' 
li'atii,  ma  ancora  agli  altri  dispersi  va  gli  armeni  cattolici  al  detto 
nelle  altre  missioni.  Questo  vicaiio  patriarca  scismatico,  ma  li  rende- 
venne  insignito  del  carattere  epi-  va  dipendenti  da  lui  nell'  ammini- 
scopale,  e  prese  il  titolo  di  vicario  strazione  di  alcuni  sagramenti,  e 
apostolico,  ed  il  terzo  fu  monsignor  nella  sepoltura.  Perchè  in  forza 
Papas,  che  fiorì  nella  detta  epoca,  dello  stesso  principio,  non  avendo 
Dopo  queste  nozioni  generali,  pri-  mai  il  governo  turco  permesso  agli 
ma  di  descrivere  l' istituzione  della  armeni  cattolici  di  aprir  chiese,  e 
sede  metropolitana  primaziale,  fatta  dovendo  nel  tempo  stesso  far  con- 
in  Costantinopoli  dal  medesimo  Pio  stare  al  governo  i  loro  neonati,  i 
Vili,  diremo  dei  principali  avve-  matrimoni,  e  i  defonti;  erano  stali 
nimenti,  che  precedettero  quest'  e-  obbligati  a  ricorrere  alle  chiese 
poca  sì  memorabile.  scismatiche,  pel  battesimo,  per  la 
Nel  i6o5  in  circa  gli  armeni  benedizione  nuziale,  per  la  sepoltura, 
scismatici  cominciarono  ad  avere  Essi  però  ricevevano  nelle  case 
un  ecclesiastico  in  Costantinopoli  col  private  dai  missionarii  cattolici  gli 
titolo  di  patriarca,  quantunque  sia  altri  sagramenti,  e  in  caso  di  ne- 
piuttosto  un  vicario  di  quello  di  cessità  si  rivolgevano  alle  chiese  la- 
Ezcmiazin,  e  talvolta  non  sia  nep-  tine.  Gli  armeni  cattolici,  in  mezzo 
pure  insignito  del  carattere  vescovi-  alle  persecuzioni,  altro  appoggio  non 
le.  Per  tal  motivo  egli  è  uno  de'  pa-  avevano  se  non  quello  delle  lega- 
triarchi  minori,  poiché  dipende  da  zioni  cristiane  a  Costantinopoli.  I  mi- 
quello  di  Ezcmiazin  ,  come  suo  nistri  delle  potenze  cristiane,  scuo- 
Ticario.  L' altro  poi  è  quello  di  prendo  gl'intrighi  de'  patriarchi,  ed  i 
Gerusalemme,  che  ripete  la  sua  mezzi  che  impiegavano  per  eccitare  la 
origine  dai  califfi  di  Egitto,  ed  è  persecuzione  contro  gli  armeni  calto- 
potente.  Nella  lunga  serie  delle  per-  liei,  i  quali  abbisognavano  soltanto 
secuzioni  sofferte  dagli  armeni  cat-  di  un  organo  per  difendere  la  loro 
lolici,  non  ve  n'ha  alcuna,  che  non  causa  innanzi  al  governo  turco,  con- 
provenga dai  patriarchi  scismatici,  siderarono  da  quel  momento  qual 
i  quali  prima  essendo  soli  ricono-  dovere  di  umanità  l' interessarsi  per 
scinti  dal  governo  per  capi  spiri-  la  sorte  di  questi  infelici, 
tuali  della  nazione  armena,  avevano  Avanti  il  secolo  XVIII,  i  patriar- 
ai  loro  occhi  non  .solo  il  diritto,  ma  chi  scismatici  armeni  di  Costantino- 
r  obbligo  di  sorvegliare  sui  proprii  poli,  e  tutti  gli  altri  prelati  armeni 


e  OS 

costituiti,  come  dicemmo,  dal  go- 
verno ispettori  immediati  civili  dei 
loro  sudditi  spirituali,  riunivano, 
come  i  cadi  turchi  ,  nella  loi'o 
persona  i  due  poteri,  ed  esigevano, 
ed  ottenevano  una  subordinazione 
perfetta  tanto  riguardo  al  culto, 
quanto  riguardo  alla  polizia,  senza 
che  si  fosse  mai  manifestata  nei 
sudditi  mentovati  alcuna  resistenza 
ai  loro  superiori,  e  senza  che  in 
questi  nascesse  il  menomo  sospetto 
di  aver  tra  i  loro  dipendenti  alcun 
refrattario,  o  ribelle.  Tutto  era  con- 
cordia e  pace,  né  discussioni,  o  con- 
troversie religiose,  che  tendessero 
alla  sedizione,  eransi  introdotte  nel 
popolo  armeno  soggetto  al  gran 
signore.  Ma  in  un  momento,  come 
racconta  il  Bercastel  nella  Storia 
del  Cristianesimo,  tutto  cambiò  di 
aspetto,  e  il  mal  inteso  zelo,  e  la 
poca  prudenza  d'alcuni  fu  causa  di 
molti  mali,  spargendosi  che  non  era 
lecito  ad  un  armeno  cattolico  di 
intervenire  ad  alcuna  funzione  nelle 
chiese  degli  armeni  scismatici.  Laon- 
de, senza  il  menomo  riguardo,  pre- 
sero a  frequentar  le  chiese  de'fran- 
chi,  o  latini,  a  fronte  dei  terribili 
divieti  del  sovrano,  che  per  motivi 
politici  ne  pi'oibiva  1'  accesso,  e  al- 
lora fu  che  la  moltitudine  si  divise 
pubblicamente  in  due  fazioni  con- 
trarie e  nemiche.  Non  si  creda  però, 
che  la  sublime  porta  volesse  vio- 
lentare le  coscienze,  ed  astringere 
alcun  armeno  ad  uniformarsi  alla 
credenza  del  patriarca  pro-tempore, 
che  anzi  essa  lasciava  ognuno  in 
propria  libertà,  senza  punto  inge- 
rirsi intorno  alla  fede  e  la  religione; 
e  ciò  avveniva,  perchè  era  persuasa 
che  fossero  infedeli  coloro  che  non  era- 
no mussulmani,  motivo  per  cui  non 
prendeva  altro  interesse  di  religione, 
che    quello  spettante  alla  propria. 


COS  ii5 

In  questo  fatai  momento  tutto 
fu  confusione  e  turbamento  nella 
chiesa  armena  di  Costantinopoli.  La 
serie  de'  patriai'chi,  che  si  succedet- 
tero dal  principio  del  secolo  XVIII 
sino  al  1780,  ci  presenta  quasi  una 
serie  non  interrotta  di  calamità  e 
di  pericoli  per  conto  della  i-eligione. 
Il  partito  aderente  ai  patriarchi,  ve- 
dendo che  ogni  giorno  accrescevasi 
l'animosità  de' cattolici,  li  ricambiò 
con  maggior  dispetto,  trovandosi 
spalleggiato  dal  governo.  Per  quan- 
to alcuni  patriarchi  cercassero  di 
conciliare  la  concordia,  e  le  coscien- 
ze alla  pace,  o  non  vi  riuscirono,  o 
furono  eglino  stessi  la  vittima  della 
propria  lenità,  e  dell'  altrui  perfi- 
dia. Soltanto  r  indole  del  patriarca 
Giovanni  Golot,  che  governò  la  sede 
armena  di  Costantinopoli  per  più. 
di  vent'anni,  valse  a  dissipare  lutti 
i  nembi  procellosi,  che  per  parte 
de'  turchi  erano  pronti  a  cadere 
sulle  teste  dei  cattolici  nella  capitale 
dell'  impero. 

In  Ancira  nell'Anatolia,  già  ca- 
pitale della  Galazia,  il  patriarca 
suddetto  aveva  sette  chiese  possedute 
dai  prelati,  e  sacerdoti  della  sua 
ubbidienza.  Dopo  aver  Mosè  Scirin, 
vescovo  di  Ancira,  governato  il  suo 
gregge  per  otto  anni  continui  con 
somma  prudenza,  si  recò  nella  chie- 
sa di  s,  Gregorio  Illuminatore,  che 
è  la  principale  di  Ancira,  ed  alla 
presenza  di  numerosa  moltitudine, 
dichiarò  solennemente,  eh'  egli  era 
stato  sempre  cattolico,  e  che  da 
buon  cattolico  voleva  pur  morire 
nella  comunione  della  s.  Chiesa  Ro- 
mana, e  col  massimo  fervore  esortò 
gli  armeni  dissenzienti  a  deporre  i 
pregiudizii,  e  le  gare  nazionali,  e 
ricovei'arsi  con  sincerità  di  cuore 
nel  seno  della  Romana  Chiesa,  ma- 
dre, e  maestra  di    tutte    le    chiese, 


ii6  COS 

fuori  della  quale  non  havvi  luogo 
a  sperare  salute.  Dal  patriarca  Go- 
lot  fu  dato  a  Mosè  in  successore  Gia- 
como NaI,  che  dipoi  gli  successe 
nel  patriarcato,  e  quindi  si  accrebbe 
rapidamente  il  numero  de' cattolici, 
e  tutto  quel  popolo  di  armeni  a- 
vrebbe  deposte  le  sue  sinistre  pre- 
venzioni, ed  abbracciato  di  buona 
fede  il  cattolicismo,  se  il  padre  delle 
discoitlie  non  avesse  turbata  la  pa- 
ce, e  la  scambievole  carità,  che  vi 
regnava. 

Anche  in  Ancira  gli  armeni  cat- 
tolici   incominciarono    ad    astenersi 
dal   frequentare    le    chiese    de'  loro 
nazionali  eterodossi,    e    a    dividersi 
in  due  partiti  ;  mancò  la  concordia, 
insorsero  dispute  di  religione,  ed  il 
livore   si    manifestò    da    per    tutto. 
Quattro    chiese     si    occuparono    dai 
cattolici,  e  tre  dagli  eterodossi,  con- 
servandosi neutrale  la  sede  vescovile. 
Allorché  Giacomo  Nal  divenne  pa- 
triarca, conferì  la  sua  chiesa  di  An- 
cira a  Sergio  Seraf,  cattolico  occul- 
to; quindi  un  firmano  del   sultano 
severamente  comandò  ai  cattolici  di 
restituire  le  quattro  chiese  agli  ete- 
rodossi.   Sergio    allora    rinunziò,    e 
gli  venne  surrogato  Tommaso  Tara- 
sarali,  che  la  governò  con  sufficien- 
te tranquillità.  Intanto  agli  ancirani 
cattoUci  di  Costantinopoli  riuscì  di 
fare  rimovere  Tommaso  dalla  sede 
di  Ancira,  e  sostituirvi  Pietro  Bahdiar 
notoriamente  cattolico,  siccome  circo- 
spetto, e  non  avverso  al  patriarca,  on- 
de venne  pure  autorizzato  con  im- 
periai   firmano.    Malgrado    però    la 
sua   prudente    condotta,    i    cattolici 
spinti  dal  loro  zelo  nuovamente   si 
impadronirono  delle  quattro  chiese 
mentovate,  per  lo  che  il  patriarca  con 
ordine  superiore   tornò  a  spogliar- 
li '■,  e  rilegò  Pietro  in  una  fortezza. 
'i  ullavolta  riuscì  agli   ancirani  nel 


COS 

1780  di  riavere  le  loro  chiese,  seb- 
bene   neir  anno  seguente  un  capigi 
Basci  gliele  ritolse  per  la  terza  vol- 
ta, senza  speranza  di  più  possederle. 
Mentre  erano  patriarchi    armeni 
di  Costantinopoli   Giacomo    Nal,    e 
Gregorio    Diodati ,    la    sorte    degli 
armeni  riguardo  alla  religione  non 
soggiacque  a  spiacevoli  avvenimenti. 
Per    la    rinunzia    di    Gregorio,    fu 
eletto  patriarca    Zaccaria,    il    quale 
venne  eccitato  dagli  stessi    ministri 
ottomani  a  reprimere  i  cattolici,  che 
non  cessavano   di    mostrare    avver- 
sione alle  chiese  armene  degli    sci- 
smatici, a  deriderne    i  riti,    ed    al- 
l'opposto frequentavano  quelle  latine 
de' franchi,  non   ostante  i  divieti  del 
governo  ottomano,  ed  ivi   facevano 
le  loro  limosine.  Inutili    furono    le 
avvertenze  del    patriarca    Zaccaria, 
ed    il    governo    rinnovò    il    divieto. 
Vedendosi  i  cattolici  nell'angustiosa 
alternativa,  di   non  poter    frequen- 
tare   le    chiese    de' franchi,     né    di 
accostarsi  alle  chiese  nazionali   per- 
chè i  missionari  noi  permettevano, 
vennero  in  determinazione  di  otte- 
nere dal  sovrano  la  facoltà  di  eleg- 
gersi un  patriarca,  ed   aver    chiese 
proprie  per  la  loro  nazione,  in  cui 
potessero     adunarsi     separatamente 
dagli  altri   nazionali    pegli    esercizii 
consueti  di    religione;    ma    le    loro 
suppliche  dal  governo  furono   inte- 
ramente rigettate.  Il  maneggio  ven- 
ne a  cognizione  del    patriarca,    che 
si  determinò  di    punire    i    cattolici, 
anche  a  cagione  delle   sommosse  di 
Ancira;    gli     scismatici    allora     per 
vendetta  si  abbandonarono    ad    ec- 
cessi, che  il  governo  dovette  repri- 
mere, allontanando  Zaccaria  da  Co- 
stantinopoli, coir  inviarlo    a    Bursa, 
previa  la  rinunzia   del    patriarcato, 
che  venne  concesso  a    Giovanni    di 
Ramadan. 


cos 

IiTitatissimo   il    nuovo    patriarca 
contro  i  cattolici  per  le  pratiche  da 
essi  fatte  affine  di  separarsi  dal  re- 
sto della  nazione,  si  abbandonò  ad 
ogni  risentimento,  riguardandoli  co- 
me gente  congiurata    a  smembrare 
r  autorità   nazionale,    e    quella    dei 
patriarchi  ;  e  rappresentando  alla  su- 
blime porta  i  cattolici,  come  tanti  fa- 
ziosi. Indi  li  ridusse  alle  più  terribili 
estremità;  per  cui  il  governo  lo  de- 
pose dalla  sede,  e  lo  rilegò  in  Carthan. 
Venne  in  seguito  richiamato  Zacca- 
ria, cui  fu  affidata  la  cura  spirituale, 
e  politica  degli    armeni.    Giunto    a 
Costantinopoli,  con  tutta  amorevo- 
lezza   chiamò    a     conferenza    circa 
venti  de'  più  qualificati  secolari  cat- 
tolici, pregandoli    di    prestarsi    alle 
cose  di  cui  li  ricercava,    assicuran- 
doli, che  poi  si  sarebbe  prestato   a 
ristabilire  la  tanto  bramata   calma. 
Queste  cose  erano  :   I.  Che  i     seco- 
lari si  astenessero  di  disputare    in- 
torno   a    materie    di    religione.     II. 
Che    nei    giorni    di    digiuno    non 
mangiassero    pubblicamente   pesce , 
mentre  la  nazione  in  tali  giorni  fa 
uso  di  sole  erbe  e  legumi.  III.  Che 
incontrando    sacerdoti     armeni ,    li 
trattassero  civilmente.  IV.  Che  non 
andassero  con  tanta  pubblicità  nelle 
chiese    de' franchi.    V.    Che    unita- 
mente alla  nazione  celebrassero  al- 
cune feste,  poiché    celebrandole    in 
altri  tempi,  potevano  essere  accusa- 
ti alla  porta,  come  in  cospirazione 
coi  franchi.  VI.  Che   finalmente  si 
recassero    ne'  dì    festivi    per    alcun 
tempo  nelle  chiese  nazionali,    e    vi 
lasciassero  qualche  limosina,  per  di- 
struggere   l'opinione    invalsa    nella 
plebe,  che  i  cattolici  tengono  in  con- 
to di  combriccole  di  satana  le  chie- 
se eterodosse    della    nazione  ;    nelle 
quali  chiese  però  accostavansi  senza 
difficoltà,  o  scrupolo  quotidianamente 


COS  117 

per  ricevervi  i  sagramenti  del  bat- 
tesimo, della  confermazione,    e    del 
matrimonio,  e  per  celebrarvi   i  fu- 
nerali de'  loro   defonli  ;    cose    tutte 
che    portano     annesso    il     peso    di 
qualche  limosina.  Lasciavali    in    li- 
bertà di  confessarsi,  di  ricevere    la 
Eucaristia,  di  ascoltar  la  messa  ove 
loro  aggradisse.   I  cattolici,  ch'era- 
no raccolti  in  quell'  assemblea,  scor- 
gendo nel  patriarca  sentimenti  cou- 
ciUativi  ,     promisero     adattarsi    alle 
giuste  dimando    di    lui  :    tale    pure 
fu  r  opinione  de'  più  probi,  e  dotti 
missionarii,  che  dissero  essere  discre- 
te le  proposizioni    del    patriarca,    e 
potersi  dai  cattolici  in  buona    fede 
e  coscienza  secondare,  per  motivi  e 
considerazioni  politiche.   V.  il  citato 
Bercastel  nel  tomo  XXXV,  p.   23, 
e  seg.   11  vicario  apostolico  residen- 
te in   Costantinopoli    non    vi    volle 
convenire  ;  il  patriarca  ne  fu    alta- 
mente indignato,  e  permise,  che  gli 
armeni  ricorressero  direttamente  nel 
1783  al  sommo  Pontefice  Pio  VI. 
Il    supremo    Gerarca,    fino    dal 
1781,  era  afflitto  per    la    persecu- 
zione mossa  in  Costantinopoli,  e  in 
altre    città    dell'  impero    ottomano 
dal  patriarca  degli  armeni    scisma- 
tici Hamadan,  e  pegli  orrori    pure 
commessi  in  Ancira.    Perciò    mosso 
a  compassione  di  tanti  infelici,  si  era 
adoperato    in    guisa   colle    corti    di 
Francia,  e  di  Spagna,  che  ottenne 
di  far  cessare  la  persecuzione.  Quin- 
di Pio  VI  oi'dinò  ad  una    congre- 
gazione di  Cardinali,   e  di    teologi, 
che    si   esaminasse    il     tenore    del- 
la  supplica,  cui  aveva    ricevuto  da- 
gli   armeni    cattolici,    sudditi  della 
porta  ottomana,  e  la    domanda    di 
poter  in  mancanza  delle  proprie  ac- 
costarsi alle    loro   chiese    nazionali, 
benché  sottoposte  al  patriarca    ete- 
rodosso, farvi  qualche    Uraosina    ed 


ii8  COS 

orazione,  e  celebrarvi  alcune  feste, 
a  norma  dell'antichissimo  calenda- 
rio romano:  dimostrando  nello  stes- 
so tempo,  che,  se  negata  ad  essi 
venisse  questa  richiesta,  i  cattolici 
armeni  andavano  incontro  ad  infi- 
niti pericoli,  ed  alle  più  crudeli 
vessazioni.  Questa  supplica  fu  ac- 
compagnata da  una  dotta  analoga 
dissertazione  del  marchese  Giovan- 
ni de  Serpos,  L'  affare  incontrò 
molti  ostacoli,  e  controversie,  giac- 
ché il  Papa  volle  da  sé  stesso  co- 
noscere la  causa.  Di  tutto  fanno 
lunga  descrizione  il  Tavanti,  Fasti 
di  Pio  VI,  p.  91,  e  il  Beccati  ni 
Stona  di  Pio  VI,  t.  II,  p.  6.  Par- 
lando il  Tavantij  a  p.  187,  della 
Dissertazione  Poleniico-critica  del 
Serpos j  dice  che  l'autore,  dopo  a- 
verla  data  alle  stampe,  bramò  di 
intendere  intorno  a  questa  il  giu- 
dizio imparziale  di  molti  vescovi, 
teologi,  ed  università  cattoliche,  fra 
le  quali  consultò  quella  di  Siena. 
V.  Giuseppe  Marinovich  gesuita, 
Dissertazione  polemìco-critica  sopra 
gli  armeni,  ed  il  suo  Compendio 
storico  della  nazione  armena.  In 
queste  due  opere  difende  la  chiesa 
armena,  che  alcuni  teologi  taccia- 
vano di  eresia. 

Dopo  che  il  Pontefice  Pio  VI 
diede  un'  istruzione,  per  organo  del- 
la congregazione  di  Propaganda,  ai 
missionari  di  Costantinopoli,  zelan- 
do questi  l'onore  di  Dio,  stante  i 
mezzi  pacifici  e  conciliativi  del  pa- 
triarca Zaccaria,  si  giunse  nell'ar- 
mena nazione  a  tranquillar  quel 
mare  tempestoso,  che  la  teneva  agi- 
tata. Però  nel  1819  diversi  sacer- 
doti, che  il  patriarca  Paolo  aveva 
minacciati  colla  morte^  sottoscrisse- 
ro dietro  sua  intimazione  una  spe- 
cie di  atto  di  sommissione  religio- 
sa; ma  la  gran  massa    del    popolo 


armeno  cattolico  protestò  contro 
questo  atto,  e  si  procacciò  in  tal 
guisa  delle  persecuzioni,  che  dura- 
rono più  di  un  anno.  In  questa 
circostanza  la  porta  prese  per  la 
prima  volta  una  cognizione  più  e- 
satta  della  cosa,  e  fece  impiccare 
parecchi  dei  promotori  della  per- 
secuzione. Ma  r  effetto  di  questa 
misura  non  durò  per  lungo  tem- 
po, e  si  conosce  a  qual  punto  di 
rigore  seppe  indurre  il  patriarca  il 
governo  nel  1827,  e  1828  contro 
gli  armeni  cattolici.  Il  giorno,  in 
cui  apparve  il  decreto  fulminante, 
il  patriarca  chiamò  a  sé  più  di 
quattrocento  di  questi  infelici,  co- 
municò loro  gli  ordini  della  porta, 
che  tutti  gli  armeni  cattolici  do- 
vessero suir  istante  abbandonare 
Pera,  e  Calata,  e  dichiarò  loro, 
che  se  ogni  cattolico  non  rinunzia- 
va  con  solenne  giuramento  a' suoi 
errori,  e  non  ne  somministrava  due 
cauzioni  presso  gli  armeni  scisma- 
tici, non  otterrebbe  il  necessario 
passaporto  per  rendersi  ai  luoghi 
destinati  dalla  porta.  Il  patriarca, 
per  ottenere  il  suo  intento,  avea 
rappresentato  che  gli  armeni  ave- 
vano delle  affezioni  segrete  coi 
franchi,  ed  erano  partitanti  dei  gian- 
nizzeri soppressi  dall'  imperatore 
Mahmoud  11;  laonde  furono  col- 
piti tanto  gli  armeni  costantinopo- 
litani, che  quelli  di  Ancira  ivi  di- 
moranti, e  trattati  con  più  rigore, 
giacché  molti  erano  saliti  a  qualche 
fortuna  ed  onore ,  ciocché  aveva 
prodotto  gelosia,  invidia,  ed  emu- 
lazione, che  fomentavano  lo  spirito 
di  discordia. 

Ma,  per  conoscere  le  cause  del- 
l'ultima persecuzione  sostenuta  da- 
gli armeni  cattolici  nell' impero  ot- 
tomano dai  primordi  del  1828  si- 
no verso    la    fine    del     1829,    cioè 


cos 

sino  dopo  la  pace  fatta  tra  i  tur- 
chi e  i  russi  in  Adrianopoli,  e  se- 
gnata ivi  a'  i4  settembre  di  detto 
anno,  va  letta  la  relazione  anoni- 
ma stampata  a  Parigi  con  questo 
titolo:  Persecuiions exercics  enorient 
cantre  les  catholiques  Armeniéns, 
Paris  i83o,  e  principalmente  il  eh. 
can.  Mariano  Bedelti,  Lettere  due 
sulla  emancipazione  religiosa  dei 
cattolici  armeni  nell'  impero  ottO' 
mano,  Modena  i83o.  La  suddetta 
pace  di  Adnanopoli,  conchiusa  fra 
Mahmoud  II  imperatore  ottomano, 
e  padre  dell'  odierno  sovrano,  e  ?si- 
colao  I  regnante  imperatore  di  Rus- 
sia, fece  subentrare  negli  alti  con- 
sigli del  primo ,  la  calma  in  van- 
taggio degli  armeni.  Finalmente 
allora  comparve  chiara  più  della 
luce  la  innocenza  de' cattolici  arme- 
ni, calunniati  dal  patriarca  scisma- 
tico per  astio  di  eresia,  e  per  in- 
teresse; ed  il  gran  signore  nel  ri- 
donare la  sua  grazia  agli  armeni, 
comandò  che  fossero  ad  essi  resti- 
tuiti i  beni  confiscati  ;  e  fatto 
persuaso,  che  l'unione,  e  la  som- 
missione de' cattolici  al  Papa  non 
impediva  la  piìi  fedele  ubbidienza 
al  proprio  sovrano,  dopo  di  una  con- 
ferenza avuta  dall'  ambasciatore  di 
Francia  col  Reis-Etfendi,  condiscese 
ad  accordare  ad  essi  la  libertà  re- 
ligiosa, di  maniera  che  formassero 
un  corpo  separato,  il  cui  capo  spi- 
rituale fosse  mallevadore  della  loro 
condotta,  come  i  patriarchi  greco 
ed  armeno  di  Costantinopoli  scis- 
matici lo  erano  rispettivamente  per 
quelli  della  propria  religione. 

Adunatisi  quindi  con  superiore 
annuenza  in  Costantinopoli,  quanti 
allora  vi  erano  capi  di  famiglie  cat- 
toliche, reduci  dal  disgraziato  esilio, 
tutte  persone  di  qualità  in  numero 
di  novanta  con  sei  ecclesiastici  alla 


COS  119 

testa,  trattarono  fi'a  loro  sui  sogget- 
ti migliori  da  proporsi  al  sommo 
Pontefice  Pio  Vili,  fra'quali  dove- 
va egli  medesimo  scegliere  a  pia- 
cimento chi  meglio  credesse  per 
l'alto  grado  di  capo  ecclesiastico 
dell'  armeno  cattolicismo  di  lutto 
r  impero  ottomano.  Quattro  furono 
i  soggetti,  eh'  essi  trascelsero,  e 
presentarono  al  Papa,  cioè  mon- 
signor Antonio  Nurigian  di  Er- 
zerum  nato  in  Costantinopoli  già 
alunno  del  collegio  Urbano  di 
Propaganda  ;  monsignor  Giovanni 
Salviani  pure  di  Erzerum  ;  monsign. 
Giorgio  Papas  allora  vicario  apostoli- 
co in  Costantinopoli,  e  monsign.  Pao- 
lo I^Iarusci,  che  trovavasi  allora  in 
Roma  come  il  >urigian,ed  ancor  es- 
so stato  alunno  del  nominato  ce- 
lebre collegio,  ^ella  congregazione 
generale  tenuta  dai  Cardinali  com- 
ponenti quella  di  Propaganda,  ai 
17  maggio  i83o,  presieduta  dal 
zelante  prefetto  generale  della  me- 
desima il  Cardinal  d.  Mauro  Cap- 
pellari,  ora  regnante  Pontefice  (a 
cui  si  dovette  il  merito  principale 
del  felice  successo  di  quanto  rac- 
contiamo); venne  prescelto  il  Xuri- 
gian  primo  degli  armeni  nominati 
dai  notabili  della  nazione  ai-meno- 
cattolica.  Il  Papa  Pio  Vili  ne  con- 
fermò la  scelta^  e  coll'autorità  del 
breve  pontificio,  apostolatus  offlcium 
dato  sub  anulo  piscatorio  die  VI 
julii  i83o,  legalmente  lo  deputò 
primo  arcivescovo  della  sede  me- 
tropolitana primaziale ,  che,  eoa 
pienezza  di  autorità  apostolica,  1- 
stituì  in  Costantinopoli,  indipen- 
dente dal  patriarca  di  Cilicia . 
Quindi,  nel  concistoro  de' 5  luglio, 
Pio  Vili  annunziò  1'  erezione 
della  nuova  sede,  e  ne  preconiz- 
zò a  pastore  il  Nurigian,  al  qua- 
le   poi    impose    il  sagro    pallio,     in 


120  CO  S 

segno  del  metropolitico  suo  grado, 
e  della  sua  comunione  col  cen- 
tro della  cattolica  unità.  La  so- 
lenne consagrazione  poi  del  nuovo 
arcivescovo  si  elTettuò  nella  chiesa 
del  collegio  Urbano  agli  1 1  lu- 
glio  dello  stesso  anno  i83o.  Per 
ciò  il  Diario  di  Roma  dei  17 
luglio  ci  diede  la  seguente  descri- 
zione di  si  importante  avveni- 
mento. 

»  Quella  porzione  numerosa,  e 
M  rispettabile  di  nazione  armeno- 
»  cattolica,  ch'è  sparsa  nell'impero 
>»  ottomano  nelle  varie  missioni 
"  soggette  al  vicario  apostolico  pa- 
w  triarcale  latino  di  Costantinopoli, 
»•  dall'altra  distinta  che  ubbidisce 
»  al  patriarca  di  Cilicia  i-esiden- 
'»  te  nel  monte  Libano,  Ciliciae  ar- 
»»  menorum,  di  cui  fino  dal  18 16 
«  è  patriarca  Gregorio  col  nome 
»»  di  Pietro  VI,  per  elFetto  de'  fe- 
»  liei  risultati  della  mediazione,  e 
"  del  vivo  interesse  preso  a  di  lei 
>»  favore  dai  bcnemeiiti  rappresen- 
»  tanti  delle  prime  corti  cattoliche 
»»  presso  la  sublime  porla ,  vede 
>»  ora  colla  sua  emancipazione  ter- 
"  minata  l'epoca  funesta  del  lungo 
>»  servaggio  ed  avvilimento,  e  dar- 
»  si  principio  ad  altra  era  di  pa- 
'»  ce,  e  di  splendore.  Un  concorso 
»  di  vicende  politiche  e  religiose, 
»  di  cui  essa  era  stala  vittima  in- 
«  felice  per  lungo  corso  di  anni, 
w  l'aveva  così  degradata,  che  pri- 
«  va  di  magistrato  civile,  e  sagro, 
»  errava  senza  capo  e  pastore,  co- 
"  stretta  a  chinare  ossequiosa  la 
»  fronte  agli  ordini  del  patriarca 
••»  scismatico,  e  ad  occultare  fra  le 
"  pareti  domestiche  l'esercizio  del 
'•  suo  culto  cattolico.  Disposizioni 
»  benefiche,  emanate  testé  dal  su- 
«  premo  imperatore  ottomano  sot- 
»   tracndola    totalmente  alla  dipcu- 


cos 

»  denza  del  capo  scismatico,  la  e- 

u  rigono    in    nazione    separata ,   le 

»»  accordano  uno  stato  civile,  e  ri- 

»  conoscono  un  capo  spirituale  cat- 

M  lolico,   sotto  la  cui   direzione  essa 

M  potrà     liberamente     esercitare   il 

H  cattolico    culto.    Disposizioni  cos\ 

»  uniformi  ai  voti  ardenti,  con  cui 

«  la  santa  Sede  ha  sempre  brama- 

»#  ta,  e  sollecitata    l' emancipazione 

>»  de'cattolici  armeni,  non  potevano 

M  non    essere    accolte  e    secondate 

»  da  essa  con  uso  generoso  della 
sua  apostolica  autorità.  Egli  è 
perciò,    che  a  corrispondere  alle 

»  medesime,  presi  eziandio  in  con- 

»  siderazione  gli  illustri  argomenti 

>  d'invitta  costanza  e  fedeltà  nella 
»  religione  somministrati  dai  catto- 

«    liei  armeni,  e  la   nobiltà  propria 

>  di  una  illustre  ed  antica  capita- 
le, la  Santità  di  nostro  Signijre 
è  venuta  nella  deliberazione  di 
erigere,  ed  ha  eretta  in  Costanti- 
nopoli una  cattedra  arcivescovile 
armena  decorata  del  titolo  e  del- 
le prerogative  'di  metropolitano 
primaziale,  e  di  tutti  quei  dirit- 
ti e  privilegi,  che  alle  chiese  metro- 
politane primaziali  i  sagri  canoni 
attribuiscono,  come  si  legge  nella 
costituzione  Quod  j'amdiu  a  Patve 
viisericordianim,  data  sub  anulo 
piscatorio,  die  VI  jidii  i83o. 
Questo  solenne  atto  del  sommo 
Pontefice  mentre  esalta,  e  nobi- 
lita la  nazione  cattolica  armena, 
restituisce  in  gran  parte  a  quella 
dominante  il  rango  distintissimo, 
che  ne'  fasti  ecclesiastici  teneva  per 
l'ampiezza  del  suo  patriarcato  cat- 
tolico, e  che  venne  a  mancarle 
colla  caduta  dell'impero  orientale. 
Il  sacerdote  pertanto  d.  Anto- 
nio Nurigian ,  già  alimno  del 
collegio  Urbano  di  Propaganda 
distinto  tra'suoi  connazionali  ar- 


cos 

meni  per  copia  di  qualità  pre- 
giate che  lo  fregiano,  essendo  sta- 
to prescelto  dalla  Santità  sua  in 
primo  arcivescovo  di  questa  no- 
vella cattedrale  metropolitana 
primaziale ,  ricevè  I'  episcopale 
consagrazione  nella  domenica  te- 
ste decorsa,  1 1  corrente,  dal  Car- 
dinal Zurla  vicario  generale  di 
sua  Santità,  che  lo  consagrò  col- 
la occorrente  relati  va  dispensa,  u- 
nitamente  a  monsignor  fioretti - 
ni  vescovo  di  Teramo,  assistito 
dai  monsignori  Soglia  arcivesco- 
vo d'Efeso,  e  Aristace  Azaria  ar- 
civescovo armeno  di  Cesarea  in 
Cappadocia,  e  superiore  della  con- 
gregazione mechitaristica  di  Vien- 
na. Questa  funzione,  nella  qua- 
le gli  alunni  di  Propaganda 
disimpeguavano  con  somma  esat- 
tezza il  sagro  servigio ,  fu  ono- 
rata dalla  presenza  del  preloda- 
to Cardinal  d.  Mauro  Cappel- 
lari,  da  vari  ambasciatori  e  mem- 
bri del  corpo  diplomatico ,  da 
monsignor  Castracane  segretario 
della  suddetta  sagra  congrega- 
zione, ed  in  copioso  numero  da 
molti  ecclesiastici  armeni  in  coro, 
ed  altri  orientali  di  diversi  riti, 
tra'  quali  si  distinguevano  mon- 
signor Maziutn  arcivescovo  di 
Mira,  monsignor  Bachinauti  ar- 
civescovo di  Teodosiopoli  di  ri- 
to armeno,  per  gli  ordinandi  in 
Roma,  e  monsignor  Tomaggiani 
arcivescovo  di  Durazzo  di  rito 
greco,  tutti  e  tre  in  abito  orien- 
tale proprio  del  loro  rito  e  di- 
gnità. D.  Pietro  Gedidian,  sacer- 
dote armeno  alunno ,  chiuse  la 
sagra  funzione  con  un  Euchari- 
sti'con  latino ,  ossia  orazione  di 
ringraziamento ,  tutta  analoga  a 
cijs'i  (àusto  avvenimento  ".  f^. 
Oratio  habìla    in  Lem  pio  coliteli 


COS  121 

Urbani  a  R.  P.  D.  Petro  Gedidiatu 
Romae  i83o  in  Collegio  Urbano  de 
Propaganda. 

Il  Cardinal  Cappellari,  come  pre- 
fettizi^ generale  della  congregazione 
di  Propaganda,  per  comando,  ed  in 
nome  di  Pio  Vili,  a*  io  agosto 
i83o,  inviò  al  clero  ed  al  popolo 
della  nazione  armeno-cattolica,  la 
lettera  che  incomincia  colle  parole 
Benedictus  Deus  Pater  misericor- 
diaruni  j  la  quale  fu  tradotta ,  e 
stampata  in  armeno  dai  monaci 
mechitaristi  di  s.  Lazzaro  in  Ve- 
nezia, affine  di  congratularsi  con 
tutta  r  armena  cattolica  nazione  del 
suo  felice,  ed  ammirabile  passaggio 
da  uno  stato  di  schiavitìi  e  di  de- 
pressione a  quello  di  libertà ,  e  di 
gloria,  per  misericordia  ottenuta  da 
Dio,  per  impegno  delle  potenze  cri- 
stiane, e  per  la  indulgenza  gene- 
rosa del  magnanimo  imperatore 
Mahmoud  II  loro  sovrano ,  e  co- 
me in  premio  della  ferma  loro  co- 
stanza nella  cattolica  fede  fra  le 
prove  di  così  diuturne,  e  dure  per- 
secuzioni. Si  eccitavano  quindi  tutti 
ad  unirsi  in  istrette  file  sotto  il 
comando  di  quell'  esperto  duce,  che 
con  piena  potestà  loro  si  manda,  e 
a  guerreggiare  ciascuno  nel  proprio 
grado  le  guerre  di  Dio,  ed  a  ban- 
dire gli  scismi,  le  divisioni,  i  par- 
titi, che  pur  troppo  con  danno  del- 
la religione  regnavano  fra  di  loro, 
e  che  erano  stati  dalle  persecuzio- 
ni sopiti,  e  a  non  dirsi  seguaci  al- 
tri di  Paolo,  altri  di  Apollo,  altri 
di  Cefa  ;  essendoché  tutti  dobbia- 
mo avere  per  supremo  duce  Gesù 
Cristo  neir  unità  della  fede,  e  nella 
dipendenza  da'pastori  nella  comu- 
nione uniti  de'  successori  di  s.  Pie- 
tro ;  e  rendendo  bene  per  male,  a 
ritrarre  colla  loro  face  della  carità 
dalle  tenebrose  vie  dell'  errore  i  dia-» 


123  CO  S 

sidenti,  ossia  scismatici,  perseculoii 
f];iìi,  ma  sempre  fratelli,  ed  oggetto 
icmpre  di  cristiana  dilezione.  Que- 
ste di  ini  eloquenti  congratulazioni 
resero  noto  a  tutto  il  mondo  il  ri- 
portato trionfo,  il  quale  al  presen- 
te ancor  più  splendido  apparisce , 
quando  si  consideri  che  gli  enco- 
mii  provenivano  dalle  labbra  di  chi, 
sei  mesi  dopo  innalzato  al  soglio 
di  s.  Pietro  col  nome  di  Gngorio 
XVI,  è  quel  desso  che  governa  og- 
gidì con  zelo  apostolico  la  Chiesa 
universale. 

Tuttavolta  il  sultano    Mahmoud 
11,   per  le  brighe   degli    scismatici  , 
non   riconoscendo    per     capo   civile 
della  nazione  armeno-cattolica  mon- 
signor Nurigian,  obbligò  gli    arme- 
ni   cattolici    di    eleggere    un    altro 
soggetto.   Quindi  si   elesse    nel    me- 
desimo anno  i83o  d.  Giacomo  Val- 
le alunno  di   Propaganda  per  capo 
civile,    e  confermato    con    imperiai 
diploma,  spedito  a'  5  gennaio  i83i, 
come  capo  garante,    capo    politico, 
o  prefetto  della  nazione,  e    rappre- 
sentante   di    tutti  i     raya    cattolici 
dell'impero.    Venne    pure    stabilito 
che    la     nazione     per    giuste    cause 
potesse  deporlo,  dovendosi  eleggere 
un   individuo,  che    non  sia    in    dis- 
grazia del    governo    ottomano.  Del 
tribunale,  e  di  altro  che    riguarda 
questo    capo    civile ,    si  parlerà    in 
appresso.  Fu  divisa  in  questo  modo  la 
facoltà    politica  dall'  ecclesiastica  ,    e 
COSI  continuò  sempre  ne  successori  di 
detto  capo  civile.  L'attuale  successore 
è  il  p.  Carlo  Esajane,  uno  de'  monaci 
mechitaristi  di  Venezia.  In  seguito  do- 
po lunga^  e  penosa    malattia,    pas- 
sato agli  eterni  riposi  il  prelato  Nu- 
rigian in  Costantinopoh ,    il   Ponte- 
fice Gregorio  XVI,    nel    concistoro 
del  9  aprile   i838,  nominò  a    suc- 
cedergli monsignor    Paolo    Marusci 


cos 

sullodato  (dal  medesimo  Papa    fat- 
to    prima     vescovo    di    Calcide    in 
partibus,   risiedendo    in    Roma    pei 
pontificali,   e  per    le  ordinazioni  in 
rito  armeno)  colla  stessa    qualifica 
di     arcivescovo    metropolitano    pii- 
maziale  di  Costantinopoli  (Conslaii- 
tinopolkan.  Arinenoruin),  e  colà  in- 
viollo  con  piena  soddisfazione  della 
nazione,  per    lo    splendido    corredo 
delle  virtù,  di  cui  va  eminentemente 
adorno,  che  gli  meritarono  la    pa- 
terna affezione,  e  la  stima  del  me- 
desimo   regnante    Pontefice     prima 
ancora  di   essere   sublimato    al    tri- 
regno. Da  ultimo,   per   cedere    alle 
replicate,  e  vive  istanze  del    degno 
arcivescovo,  il  Papa    gli    ha    final- 
mente concesso  un  coadiutore    con 
futura  successione,  nella  persona  di 
monsignor  Antonio  flassun  armeno, 
già  alunno  del  collegio  Urbano,  di- 
chiarandolo arcivescovo  di   Anazar- 
bo  ili  partibus.    La    sua    consagra- 
zione  si  effettuò  in  Roma    nel  col- 
legio medesimo  a'  19  giugno   i842- 
Colle  narrate  disposizioni  restarono 
sottratti  dalla  giurisdizione    del   vi- 
cario apostolico  patriarcale,    che  la 
santa  Sede  tiene  a  Costantinopoli  , 
gli   armeni  sudditi  ottomani,  i  quali 
abitano  quelle  provincie,  che    sono 
soggette  al   dominio    della    sublime 
porta,    e  che  per    essere    mancanti 
dei   rispettivi   vescovi  da  lui    dipen- 
devano. Va  notato,  che,  siccome  nel 
diploma  rilasciato  al  capo  civile  dal- 
la  porta,  si  principia  dalla    esposi- 
zione dello  stato  de'  cattolici    sud- 
diti dell'  impero,  eh'  erano  sotto  la 
ispezione  de'  patriarchi    greco ,    ed 
armeno,  e  si  conferisce    al  medesi- 
mo capo  civile  il   vescovato  di  tutti 
quelli  che    professano    la    religione 
cattolica,    così   il  capo  garante,    o 
civile,  della  nazione  armena  si  cre- 
de autorizzato  a  rilasciare  i  firma- 


cos 

ni  anche  a  favoi-e  di  quelli ,  che 
non  sono  sotto  la  giuiisdizione  del- 
l' arcivescovo  armeno  di  Costanti- 
nopoli ;  anzi  anche  a  qualunque 
cattolico  suddito  dell'  impero  otto- 
mano, benché  professi  riti  diversi 
dall'armeno.  Inoltre  sono  costituiti 
varii  vicari  foranei  per  le  varie 
Provincie  della  diocesi  arcivescovile 
primaziale,  foj'niti  della  duplice  au- 
torità ecclesiastica,  e  civile,  eletti 
perciò  dall'  unanime  suffragio  del- 
l'arcivescovo,  e  della  nazione,  e  da 
essi  dipendenti,  sebbene  anche  que- 
sti sieno  muniti  di  diploma  impe- 
riale.  V.  Armema. 

Premesso  tuttociò,  attualmente 
lo  stato  del  nuovo  arcivescovato 
armeno  di  Costantinopoli,  e  dei 
tribunali  civile  ed  ecclesiastico,  è 
come  appresso. 

Costantinopoli,  e  suoi  sobborghi, 
cioè  Calata,  Pera,  Orta-Keoj,  vil- 
laggio sopra  Pera  ben  popolato, 
tutto  il  canale  del  Bosforo  con  vil- 
laggi contigui  ;  Scutari  dirimpetto 
a  Galata  sulle  coste  d'Asia;  Cal- 
cedonia  dirimpetto  alla  capitale,  ed 
Adrianopoli,  due  giorni  distante  da 
Costantinopoli. 

Monsignor  Paolo  IMarusci,  arci- 
vescovo primate  metropolita,  ha  la 
sua  residenza  in  Galata  presso  la 
cattedrale. 

Monsignor  Antonio  Hassun  suo 
coadiutore,  con  futura  successione, 
è  arcivescovo  di  Anazarbo  in  par- 
tibus. 

Il  clero  è  composto  di  sacerdo- 
ti diocesani  parte  alunni  di  Propa- 
ganda fide,  e  parte  ordinati  dal 
primate,  che  sono  in  numero  di 
venticinque,  oltre  altri  sette  conver- 
titi dallo  scisma. 

11  clero  regolare  col  titolo  di  mis- 
sionari tutti  nativi  di  questa  dio- 
cesij  si  compone  di  trentadue  sacer- 


COS  17.3 

doti,  tra  monaci  antoniani,  libane- 
si, mechitaristi  di  Venezia^  e  me- 
chitaristi  di  Vienna. 

Vi  sono  anche  molte  monache 
con  voti  semplici,  che  abitano  nel- 
le proprie  case,  o  stanno  nelle  ca- 
se de'  signoii  per  educazione,  e  sor- 
veglianza delle  famiglie,  principal- 
mente delle  zitelle.  Vi  hanno  an- 
che diverse  confraternite. 

Oltre  il  tribunale  ai'civescovile 
per  gli  affari  ecclesiastici,  avvi  an- 
cora il  tribunale  del  capo  civile,  il 
quale,  come  si  disse,  è  uno  del  clero 
sia  secolare,  sia  regolare,  che  viene 
eletto  con  suffragio  del  clero,  e  po- 
polo, presiedendovi  il  primate,  e 
quindi  viene  riconosciuto,  ed  auto- 
rizzato dalla  sublime  porta  .  In 
questo  tribunale  si  decidono  le  cau- 
se, e  liti  di  ogni  genere,  eccettuati 
i  delitti  capitali,  o  di  lesa  maestà. 
Inoltre  il  capo  civile  ha  la  facoltà 
ampia  di  castigare  secondo  le  leg- 
gi civili  del  paese  non  solo,  ma 
ancora  nazionali:  a  tal  uopo  ha  la 
forza,  e  il  braccio  del  governo,  cui 
perciò  paga  una  congrua  pensione. 
Questa  forza  sta  come  custode  alle 
porte  del  palazzo  del  capo  civile, 
il  quale  ha  carceri  da  lui  dipen- 
denti. II  primate,  per  materie  di 
morale,  ed  altro,  si  serve  del  brac- 
cio del  capo  civile  per  correggere 
i  discoli,  ed  altri. 

Il  numero  de' cattolici  armeni 
di  Costantinopoli,  compresi  i  luoghi 
sopraindicati,  ascende  a  circa  sedi- 
cunila.  Gii  armeni  scismatici  sono 
circa  ottantacinquemild,  e  i  greci 
scismatici  ascendono  a  circa  cen- 
toventimila. 

Galata.  Vi  risiedono  l'arcive- 
scovo primate,  il  capo  civile  della 
nazione.  La  cattedrale  esistente  pure 
in  Galata,  da  ultimo  fabbricata  nel 
1834,  è    dedicata  al    ss.  Salvatore. 


124  cos 

Presso  di  essa  esiste  una  scuola 
gratuita  per  i  fanciulli,  assistita  dai 
sacerdoti  secolari.  I  maestri  sono 
pagati  dalla  nazione:  que' fanciulli 
faano  da  Chierichetti  [F'edi),  nelle 
sagre  funzioni,  vestiti  di  cotta. 

Pera.  Vi  è  un  oratorio  dedicato 
a  s.  Giovanni  Grisostomo  con  un 
annesso  ospizio  di  abitazione  per 
i  poveri,  ed  impotenti,  ed  una  scuo- 
la di  fanciulli  assistita  da  sacerdoti 
secolari.  Essendo  questa  la  sola 
chiesa  pubblica  del  sobborgo,  gran- 
de è  il  concorso  degli  armeni  cat- 
tolici nella  medesima,  essendo  bene 
assistita.  Evvi  altra  chiesa  piccola, 
od  oratorio  con  una  cappella  dedica- 
ta a  s.  Giacomo  Nisibeno,  nell'  in- 
terno dell'  ospedale  degli  appestati, 
dove  si  trova  il  quartiere  pei  pazzi, 
il  quale  in  mancanza  del  flagello  del- 
la peste,  che  ora  meno  vessa  il  paese 
a  cagione  delie  provvide  cure  del 
governo,  si  dà  per  abitazione  alle 
povere  famiglie,  che  non  possono 
trovare  case,  per  non  aver  mezzi 
di  pagare  la  pigione.  Evvi  un  piccolo 
seminario  primaziale  con  pochissi- 
mi giovani,  i  quali  però  mangiano, 
e  dormono  nelle  case  paterne  per 
l'angustia  del  luogo,  e  mancanza 
di  rendite.  Qui  ancora  si  tiene  una 
scuola  per  li  fanciulli,  assistita  da 
sacerdoti  secolari.  Tra  Pera,  e  Ga- 
lata  vi  sono  altre  tre  scuole  una  di 
monaci  di  s.  Antonio,  o  antoniani, 
una  de'  monaci  mechitaristi  di 
Venezia ,  e  l'  altra  de'  mechitaristi 
di  Vienna. 

Ortakeoj 3  villaggio  sopra  Pera 
di  Costantinopoli.  In  esso  avvi  una 
bella  chiesa  di  s.  Gregorio  Illumi- 
natore, ed  esiste  una  scuola  di  fan- 
ciulli amministrata  dai  piìi  rag- 
guardevoli signori  del  paese. 

Satnatin,  rione  dentro  la  città 
di  Costantinopoli,    ha    una    piccola 


cos 

casa,  ridotta  a  chiesa  pubblica,  me- 
diante un  altare  eretto  in  un  sa- 
lone. Tulle  queste  chiese  in  uno 
alla  cattedrale ,  come  dicemmo , 
sono  assistite  indistintamente  da  a- 
lunni  di  Propaganda,  dai  sacerdoti 
secolari  ordinati  dal  primate,  e 
dai  suddetti  monaci  mechitaristi , 
e  di  s,   Antonio  libanesi. 

Andra,  o  Angora^  città  della 
Galazia,  lontana  da  Costantinopoli 
pel  viaggio  di  quattordici  giorni. 
Vi  risiede  un  vicario  foraneo  rico- 
nosciuto, ed  autorizzato  ancora  dal- 
la porta  ottomana  con  diploma 
imperiale,  il  quale,  oltre  l'autorità 
ecclesiastica  datagli  dal  primate,  ha 
ancora  quella  civile  dipendente  per- 
ciò dal  capo  civile.  Vi  sono  undi- 
ci sacerdoti,  due  de'  quali  monaci 
antoniani.  I  cattolici  armeni  di  An- 
cira  ascendono  a  settemila  quattro- 
cento circa.  Gli  armeni  scismatici, 
unitamente  ai  greci  scismatici,  for- 
se non  arrivano  a  formare  la  metà 
de' cattolici.  Evvi  una  chiesa  pub- 
blica eretta  ultimamente  in  onore 
di  Maria  Vergine  madre  di  Dio, 
e  tre  oratorii  pubblici.  Vi  è  pure 
una  scuola  pei  fanciulli ,  la  quale 
serve  anche  a  quelli,  che  aspirano 
allo  stato  clericale;  come  vi  sono 
moltissime  monache  con  voti  sem- 
plici, dimoranti  nelle  proprie  case. 
Erzerunij  nell'Armenia  maggio- 
re, ha  quattro  provincie,  che  sono: 
Tortum,  Passen,  Bajasyd,  e  Mu- 
sei. Queste  contengono  molte  città, 
e  villaggi,  in  sedici  dei  quali  si  tro- 
vano cattolici.  Vi  risiede  un  vica- 
rio foraneo  colle  medesime  facoltà, 
come  quello  di  Ancira;  e  tutto  il 
paese  ha  quattordici  sacerdoti.  Il 
numero  degli  armeni  cattolici  a- 
scende  a  circa  tremila  duecento.  In 
tutto  il  territorio  di  Erzerum  gli 
armeni  scismatici  si  computano  sei- 


cos 

centomila,  oltre  novantadue  villag- 
gi abitati  dai  medesimi.  I  greci 
scismatici  sono  più  dei  cattolici, 
ma  molto  meno  degli  armeni  scis- 
matici. Vi  sono  in  tutto  il  territo- 
rio cinque  chiese  ed  oratorii,  ed 
avvi  qualche  scuola  di  fanciulli. 

Arluin,  nell'Armenia  maggiore, 
forma  due  provincie,  cioè  quella  di 
Artuin  propriamente  detta,  e  quel- 
la di  Hodurciur:  hanno  diciassette 
villaggi,  ne' quali  trovansi  cattolici. 
Vi  risiede  un  vicario  foraneo,  come 
quelli  sunnominati,  con  trentadue 
sacerdoti.  Il  numero  de'cattolici  ar- 
meni si  fa  ascendere  a  quattro 
mila  novecento.  Gli  armeni  scisma- 
tici sono  molti,  ma  s' ignora  il  loro 
numero  preciso.  Le  chiese,  ed  o- 
ratorii  pubblici  sono  ventinove.  Vi 
hanno  tre  scuole  pei  fanciulli. 

Trabisonda.  Vi  risiedono  un  vi- 
cario foraneo  come  sopra,  con  tre 
sacerdoti.  Il  numero  dei  cattolici 
armeni  ascende  a  seicento.  Gli  ar- 
meni scismatici  sono  mille  e  cinque- 
cento, e  i  greci  scismatici  sono  tre 
mila.  Evvi  una  chiesa  pubblica  _, 
fabbricata  da  più  di  cinquecento 
anni,  ed  ora  restaurata,  non  che 
una  piccola  scuola  pei  fanciulli. 

Bursa,  antica  capitale  dell'impe- 
ro ottomano.  Vi  risiede  un  vicario 
foraneo,  e  tre  sacerdoti,  uno  dei 
quali  è  monaco  antoniano.  Il  nu- 
mero de'cattolici  armeni  ascende  a 
più  di  trecento  cinquanta.  Evvi  una 
chiesa  fabbricata  nuovamente,  con 
annessa  scuola  pei  fanciulli. 

Ciitaja,  città  dell'Asia.  Vi  sono 
due  sacerdoti,  con  seicento  cattoli- 
ci, ed  una  chiesa  nuovamente  fab- 
bricata, con  iscuola  contigua  pei 
fanciulli. 

Bilegik,  e  contorni.  Vi  sono  tre 
sacerdoti,  con  trecento  fedeli.  La 
chiesa    è    nuovamente     fabbricata, 


COS  125 

con  annessa  scuola.  In  molte  altre 
città,  e  villaggi  di  Piomelia,  Ana- 
tolia, Ponto  di  Cappadocia  soggette 
alla  chiesa  primaziale  di  Costanti- 
nopoli, a  motivo  di  commercio,  si 
trovano  de'cattolici  dispersi,  de'  quali 
non  si  sa  preciso  il  numero.  Questi 
nei  loro  spirituali  bisogni  vengono 
assistiti  dai  missionari,  che  si  spe- 
discono di  tanto  in  tanto  o  da  Co- 
stantinopoli, o  da  Trabisonda. 

Concila  di  Costantinopoli. 

Il  primo  fu  un  conciliabolo  de- 
gli ariani,  adunato  nell'anno  336, 
dagli  eusebiani,  ch'erano  un  ramo 
di  detti  eretici,  i  quali  voleano  far 
ricevere  Ario  con  gran  pompa  in 
Costantinopoli.  S.  Alessandro,  vesco- 
vo di  Costantinopoli,  procurò  se- 
parare gli  eusebiani ,  che  domina- 
vano nel  concilio;  ma  non  vi  l'iu- 
sci.  Vi  si  trattò  l'affare  di  Marcel- 
lo d'Ancira ,  vescovo  di  Galazia, 
gran  nemico  degli  ariani,  siccome 
costante  amico  di  s.  Atanasio,  per- 
ciò deposto,  e  scomunicato.  Gli 
eusebiani  vi  formarono  una  pro- 
fessione di  fede,  approvando  a  mo- 
do loro  la  parola  Consostanziale. 
Vedendo  s.  Alessandro  gli  sforzi  de- 
gli eusebiani  affinchè  Ario  ritor- 
nasse nella  città,  si  chiuse  nella  sua 
chiesa,  colla  faccia  per  terra  si 
prostrò  a  pie  dell'altare,  e  supplicò 
fervorosamente  Dio  di  soccorso  con 
qualche  segno  luminoso.  Fu  esau- 
dito, dappoiché  mentre  Ario  veni- 
va portato  alla  chiesa  in  trionfo, 
venne  colpito  da  subitanea  morte. 
Regia,  e  Labbé  tom.   II. 

Il  secondo  fu  parimenti  un  con- 
ciliabolo contro  s.  Paolo,  vescovo 
di  Costantinopoli,  verso  l'anno  34o. 
Fabricio  in  Synod. 

Il  terzo  si  tenne  nell'anno    35i, 


Ì26  GOS 

ed  egualmente   fu   un    conciliabolo 
contro  s.    Atanasio. 

Il  quarto,  pure  conciliabolo,  nel 
35g,  o  nel  36o,  venne  adunato  da- 
gli acaciani,  e  dagli  ariani,  contro 
i  semi-ariani,  per  rovesciare  quan- 
to erasi  fatto  nel  concilio  di  Se- 
leucia.  V'intervennero  circa  cinquan- 
ta vescovi,  con  Acacio  di  Cesarea, 
ed  Eudossia  di  Antiochia  alla  testa. 
Vi  si  confermò  la  formola  di  Ri- 
mini, che  si  fece  sottoscrivere  con 
frode.  Aezio  fu  deposto  dal  diaco- 
nato, e  cacciato  di  chiesa  per  ob- 
bedire all'imperatore  Costanzo,  co- 
me furono  condannati  i  dieci  ve- 
scovi, i  quali  si  erano  opposti.  Ma- 
cedonio di  Costantinopoli,  come  reo 
di  omicidi ,  venne  deposto  anche 
egli,  ed  esiliato.  Molti  de'  vescovi 
furono  condannati  ingiustamente, 
e  gli  acaciani  si  divisero  le  loro  chie- 
se, e  inviarono  per  tutto  l'impero 
la  formola  di  Ri  mini,  con  un  de- 
creto imperiale,  che  puniva  quelli, 
i  quali  ricusassero  di  sottoscriverla. 
Inutilmente  s.  Ilario  di  Poitiers 
illuminò  Costanzo.  Regia  tomo  III, 
Arduino  tom.  I,  Labbé  tom.  II, 
Diz.  de'  Concili. 

Il  quinto  si  celebrò  nell'  anno 
362,  coU'assistenza  di  settantadue 
vescovi.  Venne  deposto  Macedonio 
vescovo  di  Costantinopoli,  pe'suoi 
errori  contro  lo  Spirito  Santo,  di 
cui  negava  la  divinità.  Arduino 
tomo  I. 

Il  sesto  si  tenne  nel  38  r,  e  fu  il 
secondo  concilio  generale  ,  costanti- 
nopolitano I.  Venne  adunato  per  vo- 
lere del  Pontefice  s.  Damaso  I,  e  ad 
istanza  dell'imperatore  Teodosio  1, 
per  confermare  il  primo  concilio  di 
Nicea,  dare  un  vescovo  a  Costanti- 
nopoli, procurare  la  riunione  delle 
chiese  mediante  saggi  regolamenti, 
e   riconoscere   la  divinità  dello  Spi- 


cos 

rito  Santo  assalita  da  Macedonio, 
da  Aezio,  e  da  Eunomio  ariani. 
V  intervennero  centocinquanta,  o 
centottanta  vescovi  d'oriente,  fuor- 
ché d' Egitto,  fra  i  quali  eranvi 
molti  illustri  confessori,  che  aveva- 
no sofferto  gravi  persecuzioni  dagli 
imperatori  ariani.  S.  Melezio,  ve- 
scovo di  Antiochia,  presiedette  sul 
principio  al  concilio,  al  quale  pei 
suoi  incomodi  spesso  tralasciava  di 
assistere,  laonde  in  sua  morte  sub- 
entrò a  presiederlo  s.  Gregorio  di 
Nazianzo,  quanto  modesto,  altret- 
tanto dotto  e  santo.  Al  dire  di 
Tillemont,  non  vi  fu  concilio  nella 
Chiesa,  nel  quale  si  trovino  in  mag- 
gior numero  de' santi,  e  confessori; 
però  ve  n'  erano  anco  di  qualità 
molto  diverse.  Massimo  filosofo  ci- 
nico, arcivescovo  di  Costantinopoli 
venne  deposto,  ed  invece  fu  eletto 
s.  Gregorio  di  Nazianzo,  suo  mal- 
grado; indi  si  rinnovò  il  canone 
niceno,  il  quale  prescrisse,  che  la 
ordinazione  de' vescovi  d'ogni  pro- 
vincia si  facesse  da  quelli  della  pro- 
vincia stessa,  o  dai  prelati  vicini, 
che  si  volessero  chiamare.  Diedero 
al  patriarca  di  Costantinopoli  il 
primo  posto  d'onore  dopo  quello 
di  Roma ,  perchè  Costantinopoli 
doveva  essere  considerata  come  la 
nuova  Roma.  Questo  canone  presso 
molti  vescovi,  e  presso  la  santa  Se- 
de incontrò  fortissimi  ostacoli,  ed  eb- 
be serie  conseguenze,  dappoiché  in 
vece  d'una  semplice  dignità  per  la 
sede  di  Costantinopoli,  ben  presto 
diventò  una  giurisdizione  molto  e- 
stesa. 

Per  confutare  quelli,  che  nega- 
vano la  divinità  dello  Spirito  Santo, 
i  padri  aggiunsero  al  simbolo  ni- 
ceno, le  parole  Credo  m  Spiriluni 
Sanctani  Dominum,  alle  quali  la  vo- 
ce Filioque    fu    aggiunta  la    prima 


e  OS 

Tolta  nel  VI  secolo  dalla  chiesa  di 
Spagna.  Furono  adunque  aggiunte 
al  simbolo  le  parole  :  Doniinum  vi- 
vijìcantem ,  qui  ex  Patre  Filìoque 
procedit:  qui  cum  Patre  et  Filio 
simul  adoratur  et  conglorifica- 
tur,  qui  locutus  est  per  prophetas. 
Inoltre  si  formarono  sette  canoni, 
che  per  lungo  tempo  furono  riget- 
tati dai  vescovi  occidentali,  e  da  di- 
versi santi  Pontefici,  come  da  Leo- 
ne I,  e  Gregorio  I;  ma  che  poi  fu- 
rono dalla  Chiesa  ricevuti,  e  riguar- 
dano le  materie  di  cui  si  è  parla- 
to. Il  quinto  per  altro  approvò  la 
formola,  o  scritto  detto  il  tomo  de- 
gli occidentali,  cioè  la  lettera  sino- 
dica di  Papa  s.  Damaso  I,  al  con- 
cilio antiocheno  del  878 ,  ossia  la 
confessione  di  Damaso  I  a  Paoli- 
no, cioè  la  professione  di  fede  sta- 
bilita nel  concilio  romano  dell'  an- 
no precedente,  e  la  definizione  del 
concilio  di  Nicea  ,  confermata  in 
Sardica  dagli  occidentali.  Il  sesto 
regola  la  forma  de'giudizi  ecclesia- 
stici j  e  il  settimo  ordina,  che  gli 
ariani,  i  macedoniani,  i  sabatiani,  i 
novaziani,  i  tessaradecatiti,  i  tetra- 
titi,  e  gli  apollinaristi,  che  si  pre- 
sentano alla  Chiesa,  sieno  ricevuti 
coir  unzione  dello  Spirito  Santo,  e 
del  crisma ,  di  cui  si  ungeranno  la 
fronte,  gU  occhi ,  le  mani  ec  ,  di- 
cendo: Questo  e  il  sigillo  dello  Spi- 
rito Santo.  In  quanto  agli  eunomei, 
ai  sabelliani  ec,  il  concilio  dispo- 
se, che  si  battezzassero  come  i  pa- 
gani, dopo  le  preparazioni  consue- 
te di  catechismo,  esercizi  ec.  Regia 
t.  Ili,  Labbé  t.  II,  Arduino  t.  I,  e 
Diz.  de' Concili. 

Il  settimo  venne  adunato  nell'an- 
no 382  per  sedar  le  divisioni  di 
Antiochia,  di  cui  Flaviano  era  sta- 
to eletto  vescovo  nel  concilio  pie- 
cedenle,  mentre  viveva  ancora  il  ve- 


COS  127 

scovo  Paolino.  La  maggior  parte 
de'vescovi,  che  avevano  composto 
r  ultimo  concilio,  si  trovarono  pre- 
senti anche  a  questo,  e  scrissero  una 
lettera  ai  vescovi  d' occidente  per 
iscusarsi  d' andare  a  Roma  dove 
nel  tempo  stesso  tenevasi  un  con- 
cilio. Baluzio  in  Collect.,  Diz.  dei 
Concili. 

L'ottavo  ebbe  luogo  l'anno  383 
per  rendere  la  pace  a  questa  chie- 
sa. Teodosio  I  vi  radunò  da  osni 
parte  i  vescovi  di  tutte  le  sette  per 
riunirle,quindi  tutte  dall'imperatore 
fui'ono  condannate,  meno  la  religio- 
ne cattolica.  E  da  ci'edersi,  che  quel 
principe  consultasse  i  vescovi  cattolici, 
i  quali  erano  in  quel  concilio.  Dice 
Socrate,  che  avendo  letto  le  loro 
varie  professioni  di  fede,  rigettò  tut- 
te quelle  che  dividevano  la  Trinità, 
e  non  approvò  che  quella  del  Con- 
sostanziale. Baluzio  in  Coli.,  e  Diz. 
de'  Concili. 

Il  nono,  r  anno  394,  si  adunò 
ai  29  settembre,  per  la  dedicazio- 
ne della  basilica  de'  ss.  apostoli , 
fabbricata  da  Ruffino  prefetto  del 
pretorio  allora  potentissimo,  e  che 
aveva  fatto  adunare  i  vescovi  per 
questa  cerimonia.  In  principio  vi  si 
trattò  della  controversia  tra  Baga- 
dio,  ed  Agapio,  che  contendevano  la 
sede  metropolitana  di  Bostra  nell'A- 
rabia. Nettano  di  Costantinopoli  vi 
presiedette  in  presenza  di  Teofìlo 
d'Alessandria,  e  di  Flaviano  di  An- 
tiochia. Vi  si  decise,  che  il  numero 
di  tre  vescovi,  eh'  è  sufficiente  per 
r  ordinazione,  non  bastasse  per  la 
deposizione.  Regia,,  t.  III,  Labbe  t. 
II,  Arduino  t.  I,  Diz.  de' Concili. 

Il  decimo  si  tenne  l' anno  4°^ 
sui  misfatti  di  Antonino,  vescovo  di 
Efeso.  ii>i. 

L' undecimo,  l'anno  40^?  '"  ^^' 
vore  di  s.  Gio.  Grisostomo.   Ma  nel- 


\iS  cos 

l'anno  4<^4  •''''  celebrò  un  conciliabolo 
contro  lo  stesso  s.  Gio.  Grisostonio, 
il  quale,  essendo  ricliiamato  nella 
città  dall'  imperatore  Arcadie,  dopo 
la  sua  deposizione  dal  conciliabolo 
di  Gliene,  o  Chesna,  fu  deposto  una 
seconda  volta.  Mansi,  Suppleincnt. 
Cono.  \.om.  I.  T^.  il  voi.  XV  pag. 
57,  col.  I,  di  questo  Dizionario.  Il 
concilio  del  4o3  si  componeva  di 
quaranta  vescovi,  e  tutti  a  favore 
di  s.  Gio.  Grisostomo  ;  questi  era 
stato  deposto  ingiustamente  dal  con- 
ciliabolo di  Cbcnc  per  avere  ricu- 
sato di  comparirvi,  motivo  per  cui 
r  imperatore  lo  fece  uscire  dalla 
città;  ma  dopo  l'esilio  di  un  gior- 
no vi  ritornò  trionfante.  Il  falso 
concilio  poi  pretese  di  far  valere  il 
quarto  canone  del  concilio  d'Antio- 
chia, che  escludeva  i  deposti  dal  ri- 
tornare al  governo  di  loro  chiese. 
La  cabala,  e  il  risentimento  del- 
rirapcralrice  Eudossia  valsero  ad  in- 
durre Arcadio,  anche  per  consiglio 
di  Acacio  di  Berca,  e  d'  Antioco  di 
Tolemaide,  a  far  confinare  1*  inno- 
cente s.  Giovanni  in  Cocuzo  di  Ar- 
menia. Tutti  gli  aderenti  di  questo 
santo  molto  soffrirono,  ed  Arsacc 
fu  eletto  in  sua  vece.  Dizionario 
de  Concili. 

Il  duodecimo  si  adunò  nel  4'?-^ 
sotto  l'imperatore  Teodosio  II,  per 
ordinare  Sisinnio  in  arcivescovo  di 
Costantinopoli  in  luogo  di  Attico. 
Vi  si  condannarono  i  messaliani.  Ba- 
luzio,  iVbi'.  Collect,  Diz.  de' Concili. 

Il  tredicesimo  fu  tenuto  l' anno 
4^8,  per  l'elezione  di  Nestorio  ,  in 
luogo  di   Sisinnio.   zi'/. 

Il  quattordicesimo  venne  celebra- 
to nel  .\3i,  e  Massimiano  prete  so- 
litario di  gran  virtù  fu  fatto  arci- 
vescovo della  città,  in  luogo  dell'i- 
niquo Nestorio,  deposto  dal  conci- 
lio generale  efesino.  Massimiano,  nel 


COS 

43c>,,  tenne  un  sinodo  per  pon-e  in 
concordia  le  chiese  di  Alessandria, 
e  di  Antiochia.  Socrate  lib.  7.  e. 
24,  e  Mansi  t.  I. 

Il  quindicesimo  adunossi  V  anno 
438,  per  la  fede  cattolica.  Fabri- 
cius. 

Il  sedicesimo,  nel  4^9,  sulla  pri- 
mazia pretesa  dalla  chiesa  di  An- 
tiochia. S.  Cirillo  nelle  sue  lettere 
fa  menzione  d' un  concilio  tenuto 
in  Costantinopoli  relativamente  ad 
Atanasio  vescovo  di  Perte,  che  il 
Mansi  nel  t.  I,  p.  3^1  ,  dice  cele- 
brato tra  r  anno  44^»  ^  444* 

Il  diciassettesimo  1*  anno  447-  S. 
Flaviano  vi  condannò  Eutiche  ab- 
bate generale  d'  un  celebre  moni- 
stero  di  Costantinopoli.  Arduino  t. 
I,  Diz.  de' Concili. 

11  diciottesimo,  del  449?  ^^^  ^•'^ 
conciliabolo  in  favore  dell'  empio 
eretico  Eutiche. 

Il  decimonono  ebbe  luogo  nel 
4^0,  ed  in  esso  il  patriarca  di  Co- 
stantinopoli Anatolio,  con  altri  ve- 
scovi, sottoscrisse  una  formola  di  fede 
con  Nestorio,  ed  Eutiche,  alla  pre- 
senza dc'pontidcii  legati  di  s.  Leo- 
ne 1,  cui  la  mandò.  Regia  t.  IX. 
Labbé  t.  ITI,  Arduino  t.  I,  Diz. 
de'  Concili. 

Il  ventesimo  del  4t'9  fu  contro  i 
simoniaci,  ed  i  seguaci  di  Eutiche, 
e  vi  presiedette  il  patriarca  Genna- 
dio.  iV/. 

Il  vigesimo  primo  del  478  ven- 
ne convocato  dal  patriarca  Acacio. 
Pietro  Fullone,  Giovanni  di  Apa- 
mea,  e  Paolo  di  Efeso  vi  furono 
condannati. 

Il  vigesimo  secondo  è  quello  del 
47^,  che  non  è  riconosciuto,  celebrato 
in  grazia  della  riputazione  di  Timoteo 
Eluro  vescovo  di  Alessandria,  e  con- 
tro il  concilio  di  Calcedonia.  Gli 
eretici    condannali,    tra    i    quali    il 


e  OS 

Fnllone,  si  riposero  nelle  loro  sedi. 
Ptegia.  t.  IX,  Arduino  t.   II. 

11  vigesimo  terzo  si  tenne  l'an- 
no 49^5  o  49^j  ed  in  esso  si  con- 
fermò il  concilio  di  Calcedonia  sot- 
to il  patriarca  di  Costantinopoli 
Eufeniio,  che  l' avea  fatto  ricevere 
dall'  imperatore  Anastasio  prima  di 
coronarlo.   Baluzió. 

Il  vigesimo  quarto  venne  tenuto 
nel  49^3  o  497  >  ^^^  f"^'  "i^  conci- 
liabolo radunalo  per  volere  del- 
l' imperatore  Anastasio.  Si  confermò 
r  edillo  Enolìco  dell'  imperatore  Ze- 
none, ed  i  vescovi  ebbero  la  viltà 
di  deporre,  e  scomunicare  il  pa- 
triarca Eufemio,  eleggendo  IMacc- 
donio  per  una  vile  condiscendenza 
al  sovrano,  nemico  del  concilio  cal- 
cedouesc.  Baluzio,  e  Dìz.  de'  Con- 
cili. 

Il  vigesimo  quinto  ebbe  luogo 
nel  497»  '"  e*-''  Macedonio  condan- 
nò i  difensori  del  concilio  di  Cal- 
cedonia, ed  è  perciò  che  fu  ritenu- 
to per  un  conciliabolo.  Baluzio. 

11  vigesimo  sesto,  tenuto  Tanno 
499,  è  un  conciliabolo,  nel  quale 
Anastasio  imperatore  fece  anatema- 
tizzare il  venerando  concilio  di  Cal- 
cedonia, e  quelli  che  riconosceva- 
no due  nature  in  Gesìi  Cristo.  Ba- 
luzio. 

Il  vigesimo  settimo  del  5 18, 
ebbe  cominciamcnto  a'  9.0  ciu"uo 
sotto  r  imperatore  Giustiniano.  Il 
patriarca  Giovanni  radunò  quaran- 
taquattro vescovi,  e  gli  abbati  della 
città  in  numero  di  cinquantaquattro, 
che  presentarono  una  supplica  per- 
chè fossero  registrati  ne'sagri  ditti- 
ci Eufemio,  ftlacedonio,  ed  Acacio. 
Tutti  quelli,  che  erano  stati  esiliati 
per  questi  patriarchi,  furono  richia- 
mati, e  ristabiliti  ne'  loro  posti.  I 
quattro  concili  generali,  ed  il  nome 
di  s.  Leone  1,  furono  altresì  messi 

VOI.     XVllI. 


COS  i2f) 

nc'dittici.  Severo  antiocheno  fu  a- 
natematizzafo  coi  severiani  e  gli 
eutichiani,  il  che  venne  approvato 
dal  Pontefice  s.  Ormisda,  il  quale 
però  fece  cassare  dai  dittici  i  nomi 
di  Eufemio,  Macedonio,  ed  Acacio. 
Regia  t.  X.  Labbé  t.  IV,  Arduino 
t.  II,  Diz.  de' Concili.  L'ordine  pon- 
tifìcio fu  eseguito  in  un'assemblea, 
dove  si  cassarono  dai  dittici  i  nomi 
di  Zenone,  ed  Anastasio   imperatori. 

Il  vigesimo  ottavo  si  tenne  l'an- 
no 520,  ed  in  esso  ai  2  5  febbraio 
fu  eletto  in  patriarca  Epifanio,  in 
luogo  del  defonto  Giovanni.  Il  con- 
cilio ne  scrisse  lettera  al  Papa  s. 
Ormisda.  Kegia  t.  X.  Labbé  t.  IV. 

Il  vigesimonono  del  53 1  trattò 
sui  diritti  del  patriarca  di  Costan- 
tinopoli, intorno  all'ordinazione  di 
Stefano,  vescovo  di  Larissa  in  Tes- 
saglia, di  cui  il  patriarca  di  Costan- 
tinopoli si  attribuiva  la  ordinazione, 
come  pure  quella  degli  altri  vesco- 
vi di  oriente.  Baluzio.  Nel  532  eb- 
be luogo  in  Costantinopoli  una  con- 
ferenza tra  i  cattohci,  e  i  severiani. 
Questi  furono  confusi  a  segno,  che 
molti   rientrarono  nella  chiesa. 

Il  trigesimo,  l'anno  536,  fu  tenu- 
to dal  Pontefice  s.  Agapito  I.  Vi 
depose  Antimo,  ch'era  stato  fatto 
patriarca  di  Costantinopoli,  in  gia- 
zia  de'buoni  uffìzi  dell'imperatrice 
Teodora,  per  avere  ricusato  di  da- 
re una  confessione  di  fede  cattolica, 
giacche  Antimo  era  fiero  nemico 
del  concilio  calcedonese,  e  di  ritor- 
nare alla  sua  sede.  Menna  venne 
consagrato  dal  Papa  in  sua  vece. 
Quindi;  per  ordine  dell"  imperatore 
Giustiniano  1,  a'  2  maggio,  Menna 
convocò  altro  concilio,  cui  interven- 
nero sessanta  vescovi,  e  cinquanta- 
quatlro  abbati  de'monisteri  di  Co- 
stantinopoli. Antimo  fu  citato  a 
comparirvi  entro  tre  giorni,  e  non 
9 


i3o  COS 

essendovi  comparso,  si  pronunziò 
altresì  1'  anatema  contro  Severo 
(rAutiochia,  e  Pietro  d'Apamea,  già 
condannati.  Lo  stesso  anatema  si 
fulminò  contro  Zoaro  fanatico  ace- 
lalo. Mansi  t.  I,  p.  4'^>  •'^'^-  '''^'' 
Concili. 

Il  trigesimo  primo  del  538  fu 
contro  gli  origenisti.  Garnicr,  De 
quinta  synodo.  Il  Dizionario  dei 
Concili  nel  543  registra  un  conci- 
lio presieduto  da  Menna,  nel  quale 
si  approvò  l'editto  di  Giustiniano 
I  contro  gli  errori  degli  origenisti. 
La  condanna  di  Origene  fornì  oc- 
casione a  Teodoro  di  Cappadocia  di 
domandar  la  condanna  de'  famosi 
tre  capitoli. 

II  trigesimosecondo  tenuto  nel- 
r  anno  54B,  o  546,  ebbe  a  presi- 
dente il  Papa  Vigilio,  coli'  interven- 
to di  circa  settanta  vescovi.  Vi  fu- 
rono condannati  i  tre  capitoli,  va- 
le a  dire  tre  famosi  scritti  notifica- 
ti alla  chiesa,  come  ripieni  delle 
bestemmie  di  Nestorio.  Questo  con- 
cilio però  fu  sciolto  per  le  contese, 
clic  seguirono,  dappoiché  l' impera- 
tore avendo  condannato  i  tre  ca- 
pitoli, Teodoro  di  Cappadocia  osò 
asserire,  che  Pelagio  legato  del  Pa- 
pa, il  quale  aveva  fatto  condanna- 
re Origene,  e  il  medesimo  che  ave- 
va fatto  condannare  i  tre  capitoli, 
meritavano  di  essere  bruciati.  La 
presenza  di  Vigilio  in  Costantino- 
poli non  potè  rimediare  al  male 
per  cui  il  Judicaluni,  che  diede  a- 
gli  1 1  aprile  548  (  col  quale  ap- 
punto condannò  i  tre  capitoli,  sen- 
za pregiudizio  del  concilio  calcedo- 
nese  ) ,  non  contentò  ne  i  seguaci, 
né  i  contrari  di  tali  scritti,  e  la 
divisione  continuò.  Regia  t.  XI, 
Labbé  tomo  V,  Arduino  tomo  II, 
Dizionario  de'  Concili.  In  questo 
Dizionario    si     registra     un    altro 


COS 
concilio  tenuto  nell'  anno  55 1  , 
da  Papa  Vigilio  con  tredici  vesco- 
vi latini.  Il  Papa  vi  depose  Teodo- 
ro di  Cesarea,  sospese  dalla  sua  co- 
munione Menna,  e  gli  altri  compli- 
ci di  Teodoro;  e  perciò  sostenne 
una  crudele  persecuzione,  unitamen- 
te ai  suoi. 

Il  trigcsimoterzo  fu  il  quinto  con- 
cilio generale,  detto  Quinto  sinodo, 
e  costantinopolitano  II,  celebrato 
nel  553.  Il  Pontefice  Vigilio  lo 
convocò  di  concerto  coli'  imperatore 
Giustiniano  I ,  e  venne  presieduto 
da  Kutichio  patriarca  di  Coslanti- 
nopoli.  I  patriarchi  di  Alessandria 
Apollinario,  e  Domno  di  Antio- 
chia, ed  altri  vescovi  di  oriente  vi 
si  trovarono  nel  numero  di  cento 
cinquantacinque.  Il  Papa  però  non 
v'intervenne,  tanto  peichè  il  concilio 
era  composto  solamente  di  vescovi 
orientali,  come  anche  per  non  esa- 
cerbare di  piìi  i  vescovi  occidentali, 
già  scandalezzati  perchè  egli  avea 
condannati  i  tre  capitoli  nel  conci- 
lio suddetto.  Veramente  il  numero 
de'vescovi  greci  doveva  essere  egua- 
le a  quello  dc'latini;  ma  non  atten- 
dendo l'imperatore  la  promessa,  e 
sollevandosi  i  greci,  il  Papa  si  vide 
costretto  a  pubblicarlo  senza  aspet- 
tare i  latini,  a'  4  "i^gg'o  nella  sa- 
la segreta  della  cattedrale.  11  conci- 
lio generale  pertanto  condannò  i  tre 
capitoli,  gli  errori  attribuiti  ad  Ori- 
gene, e  quelli  che  li  sostenevano. 
Aveva  Vigilio  pubblicato  un  Cosn- 
tuto,  che  mentre  si  celebiava  il 
concilio  non  si  potessero  condanna- 
re i  tre  capitoli,  e  siccome  egli 
non  volle  acconsentire  alla  condan- 
na fattane,  venne  esn'iato,  finché 
colla  sua  autorità  non  confermò  il 
concilio,  con  un  decreto,  che  indi- 
rizzò ad  Eutichio  patriarca.  Da  quel 
tempo  in  poi  la  chiesa  greca,  e  la- 


cos 

tina  Io  hanno  considerato  come  e- 
curaenico.  Questa  controversia  non 
riguardava  la  fede,  ma  le  sole  per- 
sone, per  cui  si  riconobbe  eftetto 
di  prudenza  il  variar  di  sentimen- 
to nel  Pontefice,  che  nel  Costituto 
avea  condannato  gli  errori,  e  ri- 
spettato le  persone.  Questo  concilio 
venne  confermato  successivamente  da 
Pelagio  I  nel  556,  da  Giovanni  III 
nel  56o,  e  da  s.  Benedetto  I  nel 
574.  Dipoi,  ricusando  il  patriarca 
di  Aquileia  Elia  di  riconoscere  que- 
sto concilio,  Pelagio  II,  dopo  averlo 
eccitato  a  mutar  consiglio,  lo  co- 
strinse colla  forza  per  mezzo  del- 
l'esarca di  Ravenna.  S.  Gregorio  I, 
il  quale  nel  590  confermò  i  primi 
quattro  concili  generali,  e  volle  che 
si  tenessero  come  evangeli,  ordinò 
a  tutti  di  riconoscere,  e  ricevere  an- 
che il  quinto  condannando  gli  osti- 
nati ;  laonde  tanto  in  oriente  quan- 
to in  occidente  si  ebbe  come  con- 
cilio ecumenico.  Regia  toni.  XII. 
Labbé  t.  V.  Arduino  t.  III.  Ba- 
luzio  ,  e  Diz.  de'  Concili. 

II  trjgesimoquarto,  del  56o  fu 
un  conciliabolo  di  eutichiani ,  se- 
guaci di  Giuliano  di  Alicarnasso. 
Fabricio  Biblioth.  graec.  t.  XI. 

li  trigesimoquinto  si  tenne  nel 
578,  o  588,  ed  in  esso  Gregorio 
vescovo  di  Antiochia  fu  giustifica- 
to dai  falsi  delitti  ,  che  gli  s' im- 
putavano. Regia  t.  XIII.  Labbé  t. 
V.  Arduino  t.  III. 

Il  trigesimosesto  fu  tenuto  nel 
633,  ma  è  considerato  conciliabolo 
de'monotehti.  Nel  626  fuvvi  cele- 
brato un  concilio  non  riconosciuto 
sotto  il  patriarca  Sergio,  dove  gli 
acefali  decisero,  che  in  Gesù  Cri- 
sto vi  era  una  sola  volontà,  ed  o- 
perazione.  Diz.  de'  Concili. 

Il  trigesimosettimo  ed  ottavo  nel 
G3f)  sono   due  conciliaboli  dei  nio- 


COS  i3i 

notali  ti.  Ve  ne  furono  due  altri 
degli  stessi  eretici  nel  655,  e  nel 
656  contro  s.  Massimo.  Regia  t. 
Xin,  Labbè  t.  V,  Arduino  t.  Ili, 
e  Diz.  de'  Concili,  nonché  Mansi 
tom.  I. 

Il  trigesimonono  venne  celebralo 
nel  680,  ed  è  il  sesto  concilio  gene- 
rale, costantinopolitano    terzo.  Sic- 
come ebbe  luogo  nel  segretario  del- 
la basilica  di  s.  Sofia,  fu  detto  Trul- 
lo o   Tndlano  dalla    forma    roton- 
da della  volta  della  sala.  Altri  di- 
cono, che  Trullus  significa  Duomo. 
Fu  convocato   dal   Pontefice  s.   A- 
gatone,     che    vi  mandò  i  pontificii 
legati,    ad    istanza    dell'  imperatore 
Costantino   Pogonato.     Se    ne   fece 
l'apertura    a'7    novembre,  ed  ebbe 
compimento  a' 16  settembre  del  681. 
L'imperatore  vi  si   trovò  in  peiso- 
na,  e  il  patriarca    Giorgio  lo  pre- 
siedette: l'imperatore   prese   il  pri- 
mo posto   accompagnato  da  tredici 
ulìiziali.   Alla    sinistra  di   lui    erano 
i    legati    del     Papa ,    e   quello    del 
patriarca  di  Gerusalemme  ;  alla  sua 
destra  i  due  patriarchi  di  Costanti- 
nopoli, e  di  Antiochia:  i  santi  evan- 
geli erano  nel  mezzo  dell'assemblea. 
I   padri,  che  v'intervennero,  arriva- 
rono al  numero  di  duecentottanta- 
cinque,  fra'  quali   centosessanta  ve- 
scovi :  i  legati  del    Papa  parlarono 
i  primi.  Furono    condannati  gli  e- 
ditti  Ectesi  di    Eraclio,  il    Tipo  di 
Costante,  e  gli  eretici  monoteliti,  e 
venne  dichiarato    esservi    in    Gesù 
Cristo  due  volontà^  la  divina    e  l'u- 
mana,   senza    che    perciò    vi  fosse 
nella   sua    persona    nulla    di  oppo- 
sto, e  di   contrario,  giacché  la  vo- 
lontà umana    era  sempre    perfetta- 
mente   sottomessa  agli    ordini  del- 
la    divina.     Sergio,    occulto  eretico 
monotelita    e    patriarca    di   Costan- 
tinopoli neir  anno  625,    aveva    in- 


i32  COS 

gannato  Papa  Onorio  I,  che  per- 
ciò proibì  si  disputasse  sulla  que- 
stione delle  due  volontà,  ed  o- 
perazioni  in  Cristo,  nel  quale  fatto 
sebbene  il  Pontefice  adottasse  im- 
provvida disposizione,  non  errò  cer- 
to in  materia  di  fede,  per  cui  si 
vuole  che  questo  concilio,  detto  /  / 
sinodo,  non  lo  abbia  condannalo 
finché  fu  ecumenico,  e  generale, 
cioè  sino  alla  XI  sessione,  ma  do|)0 
quando  già  era  disciolto.  Sulla  bil- 
la  difesa  di  Onorio  I,  è  a  consul- 
tarsi quanto  nella  sua  vita  raccoKe 
il  IVovaes.  Finahnente,  al  conipinicu- 
to  del  concilio,  i  padri  confermai  (j- 
no  la  definizione  di  fede  con  mili- 
te acclamazioni.  S.  Leone  II,  che 
nel  682  successe  nel  pontificato  a 
s.  Agatone,  confermò  questo  conci- 
lio, e  ne  inviò  una  copia  ai  vesco- 
vi di  Spagna.  Nel  G84  approvò  il 
concilio  anche  s.  15enedello  II.  Hc- 
gia  t.  XVI.  Labbé  t.  VI.  Arduino 
t,   HI,  e  Diz.  de' Concili. 

Il  quarantesimo  fu  adunato  nel 
C)G2,  detto  comunemente  Trullo  per 
la  ragione  detta  in  quello  prece- 
dente, cioè  perchè  si  tenne  in  un;» 
cappella  del  palazzo  imperiale,  clic 
chiamavasi  Trullo^  cioè  volto  ele- 
vato in  forma  di  cupola.  Fu  pure 
detto  Qnini-scxlii/Hj  Quiid-scxtae, 
come  chi  dicesse  quinto  sesto,  e  ciò 
perchè  era  come  un  supplimento 
del  quinto,  e  del  sesto  concilio  ge- 
nerale, i  quali  nou  avevano  forma- 
to canoni  per  la  disciplina  eccle- 
siastica. In  questo  poi  se  ne  for- 
marono cento  cinque,  che  riusciro- 
no in  parte  famosi,  e  che  poscia 
servirono  di  regola  universale  in 
molte  cose  a"  greci,  e  ai  cristiani 
di  oriente.  Callinico,  patriarca  di 
Costantinopoli,  che  si  credeva  fau- 
tore dei  monoteliti,  persuase  l'im- 
peratore Giustiniano  11  a  farlo  ra- 


COS 
dunare,  senza  prima  consultarne  hi 
santa  Sede,  giudicando  gli  orientali 
opportuna  cosa  lo  stabilire  in  que- 
sto concilio  un  curpo  di  disciplina, 
che  servisse  a  tutta  la  Chiesa.  Lo 
imperatore  sottoscrisse  pel  primo  a 
questi  canoni,  e  col  cinabro,  privi- 
legio ch'era  della  sua  dignità;  si 
lasciò  vacante  il  posto  del  Papa, 
che  allora  era  s.  Sergio  I.  Di  poi 
sottoscrissero  i  quattro  patriarchi,  •■ 
tutti  gli  altri  vescovi  al  numero  di 
duccentoundici.  Ma  il  Pontelice,  cm 
l'imperatore  inviò  un  esen)[)lare  di 
questo  concilio,  ricusò  assolutamen- 
te di  apporvi  la  sua  sottoscrizione, 
essendo  persuaso  che  fosse  nullo,  né 
si  curò  delle  minacce  dell'  augusto. 
Giovanni  Vili  nel  70  j  ricusò  di 
accettare,  ed  esaminare  i  medesimi 
canoni,  che  gli  spedi  lo  stesso  Giu- 
stiniano II,  temendo  recargli  dispia- 
cere col  condaimaili.  Tullavolla 
Papa  Costantino ,  trovandosi  nel 
710  in  Costantinopoli,  confermo 
quei  canoni  del  Trullano,  che  non 
erano  contrarli  alla  Chiesa  Romana, 
giacché  in  fatti  tra  essi  ve  ne  sono 
di  ottimi,  che  i  padri  approvarono, 
come  ve  ne  sono  di  cattivi,  che  al- 
tri condannarono.  Giustamente  tii 
rimproverato  a'  greci,  che  in  (piesio 
concilio  ebbero  I  ardire  di  voler  so- 
li regolare  la  disciplina  tli  tutta  la 
Chiesa ,  e  prescrivere  alla  Chiesa 
Pi-omana  di  cambiar  costumanze. 
r«.egia  tom.  XML  Labbé  toni.  YJ. 
Arduino  t.  Ili,  e  Diz.  de  Concili. 
Eruditissima  è  la  dissertazione  De 
Synodi  Trullanae  caussa,  tc/njwrc^ 
loco,  episcopisy  aucloritatCj,  scritta 
dal  p.  Cristiano  Lupo,  nel  t.  Ili 
delle  sue  opere. 

Il  quaranlesimoprimo,  de  II' anno 
712  ,  è  un  conciliabolo  di  mono- 
teliti. Regia  tom.  XVII.  Labbé  t. 
VI. 


cos 

Il  qnainntesimosecondo  del  714 
non  è  riconosciuto.  Si  celebrò  dai 
monoteliti  contio  il  IV  concilio  ge- 
nerale, sotto  l'imperatore  Filippico. 
Diz.  de  Concili.  Nello  stesso  anno 
ne  fu  tenuto  un  altro  da  s.  Ger- 
mano, patriarca  di  Costantinopoli, 
contro  Sergio,  Ciro,  Pirro,  Pietro, 
Paolo,  Giovanni,  ed  altii  monoteli- 
ti, ed  a  favore  del  \1  concilio 
generale,  sotto  l' imperatore  Ana- 
stasio II,  successore  di  Filippico. 
llegia  t.  XYII,  Labbc  t.  IV,  Ar- 
duino t.  III. 

Il  quarantesimoterzo  del  7^4, 
in  cui  si  trovarono  trecentotrenta- 
otto  vescovi,  si  adunò  per  ordine 
di  Costantino  Copronimo.  Empia- 
mente vi  fu  condannato  il  culto 
delle  sagre  immagini,  siccome  una 
idolatria.  Questo  è  quel  famoso 
i:onciliabolo,  che  i  partigiani  di  Co- 
stantino osarono  chiaojare  il  VII 
concilio  generale.  Nel  73o,  ai  7  gen- 
naio, l'iniquo  imperatore  Leone  l'I- 
sawico  avea  tenuto  quel  concilia- 
bolo, in  cui  fece  un  decreto  contro 
le  sante  immagini.  Voleva  ancora 
indurre  s.  Germano  di  Costantino- 
poli a  sottoscriverlo,  ma  avendo  il 
santo  ricusato  di  ciò  eseguire,  con 
vituperio  venne  cacciato  dalla  sua 
sede.  Regia  tom.  XVII,  Labbè  tom. 
VI,  Arduino  tom.  Ili,  e  Diz.  dei 
Concili.  Al  conciliabolo  del  754, 
che  veramente  si  tenne  nel  palazzo 
di  Hieria  sulla  costa  dell'Asia  rim- 
petto  a  Costantinopoli,  presiedeva 
Gregorio  di  IVeocesarea,  senza  però 
verun  patriarca,  né  suo  deputato; 
ed  in  esso  i  buoni  vescovi  furono 
anatematizzati.  Vi  si  fecero  anche 
alcuni  decreti  sulla  Trinità,  ed  In- 
carnazione, che  sono  cattolici.  Nel 
789  venne  adunato  lui  altro  concilio, 
che  si  dovette  sciogliere  per  le  vio- 
lenze   degl'  iconoclasti,     persecutori 


COS 


i33 


delle  sagre  Immagini,  assistiti  dai 
soldati.  I  cattolici  finono  obbligati 
a  ritirarsi,  quantunque  fossero  pro- 
tetti dall'imperatore  Costantino,  e 
dall'imperatrice  Irene. 

Il  quarantesimoquarto,  l'anno 
806,  fu  convocato  per  ordine  del- 
l' imperatore  IViceforo.  11  patriarca 
Nicefbro,  in  compagnia  di  quindici 
vescovi,  ristabilì  per  condiscenden- 
za il  prete  Giuseppe  economo  della 
chiesa  di  Costantinopoli,  che  il  pa- 
triarca Tarasio  avea  degradato  nel 
797,  perchè  avea  colonato  Teodo- 
ra concubina  dell'imperatore  Co- 
stantino VII,  il  quale  aveva  lipu- 
diato  la  sua  legittima  moglie  Ma- 
ria. S.  Teodoro  Studita  si  oppose 
al  decreto  di  questo  concilio,  e  si 
separò  in  conseguenza  dalla  comu- 
nione del  patriarca.  Regia  t.  XX, 
Labbè  tom.  VII,  Arduino  tom.  IV, 
e  Diz.  de'  Concili. 

Il  quarantesimoquinto  ebbe  luo- 
go neir  808,  o  8oq.  Vi  fu  confer- 
mato il  matrimonio  di  Costantino 
V  II  con  Teodora,  per  lo  che  Pla- 
tone, ed  altri  personaggi  di  gran 
virtù,  i  quali  altamente  lo  disap- 
provarono, furono  mandati  in  esi- 
lio. Questo  è  un  conciliabolo,  e  i 
monaci  studiti  del  celebre  moniste- 
ro  di  Costantinopoli,  per  tal  ma- 
trimonio soffrirono  una  forte  per- 
secuzione. Ivi. 

Il  quarantesimosesto  ,  dell'  anno 
8 1 4?  fu  tenuto  da  s.  IN  iceforo  pa- 
triarca di  Costantinopoli,  con  cen- 
tosettanta  vescovi.  In  esso  venne 
scomunicato  l'iconoclasta  Antonio, 
vescovo  di  Silea  nella  Pamfilia.  Il 
p.  Mansi  pone  tre  concili  di  Co- 
stantinopoli in  quell'anno,  ed  ag- 
giunge, che  in  uno  s.  Niceforo  fe- 
ce diversi  canoni  sulla  disciplina 
ecclesiastica.  Dal  Diz.  de'  Concili 
si  apprende,     che    neir8i5     fu    in 


i34  cos 

C.ostanliuopoli  un  gran  concilio  de- 
gl' iconoclasti,  regnando  l'imperato- 
re  Leone.   Gli    abbati    di  Costanti- 
nopoli si  scusarono    d'intervenirvi, 
perchè  i  sagri  canoni  vietavano  lo- 
ro di  fare  alcun    atto    ecclesiastico 
intorno  alle  questioni  di  fede  senza 
il  consenso  del  vescovo,  ch'era    al- 
lora il  patriarca    JNiceforo,    giacché 
sapevano,  che  questa    convocazione 
tendeva  a  rovesciare  il  secondo  con- 
cilio   niceno.   I   monaci,    i    quali    si 
presentarono  al  concilio  per  esporre 
queste  ragioni,  furono    cacciati,    ed 
inoltre    si  maltrattarono    i    vescovi 
cattolici,  che  non    vollero    cambiar 
sentimento.   In  conseguenza  di  que- 
sto concilio    tutte    le    pillare    delle 
chiese  furono  cancellale  da  per  tut- 
to con  calce,  vennero  spezzati  i  vasi 
sagri,     lacerati     gli    ornamenti,    in 
somma  grande  fu    la    persecuzione 
contro  i  cattolici.    Diz.  dt    Concìli. 
Il  (juaranlesimosettimo,  dell'anno 
8  1 5,  fu  un  falso  concilio  degl'  ico- 
noclasti,  in    cui    s.  INiceforo    venne 
deposto,     e  condannato .     Quindi    i 
medesimi    eretici     ne    convocarono 
un  altro,  in  cui  confermai-ono  i  lo- 
ro errori.  Mansi,  tom.   I. 

Il  quarantottesimo  dell'anno  821 
trattò  se  i  vescovi  cattolici  poteva- 
no trovarsi  nel  concilio  cogli  ere- 
tici, come  proponeva  l' imperatore 
Michele  II,  il  Bello,  ma  fu  risolu- 
to che  no.  Mansi,  t.  I. 

Il  quarantanovesimo  fu  adunato 
neir  832,  contro  le  sagre  immagi- 
ni. Fabricio. 

Il  cinquantesimo  dell'  842,  sotto 
l'imperatore  Michele  III,  e  l'im- 
peratrice Teodora  sua  madre,  fu 
numerosissimo ,  perchè  in  esso  si 
confermò  il  secondo  niceno ,  e  si 
anatematizzarono  i  nemici  delle  sa- 
gre immagini.  Fu  deposto  Giovan- 
ni l'economante   di  Costantinopoli, 


ros 

e  venne  sostituito  in  luogo  di  lui 
Mcli)dio,  che  molto  avea  sofferto 
pel  culto  delle  sagre  immagini.  Sic- 
come il  rislabili  mento  di  queste  se- 
guì nella  seconda  domenica  di  qua- 
resima, in  appunto  i  greci  in  tal 
giorno  ne  celebrarono  per  memoria 
una  festa  chiamata  Ortodossia.  Re- 
gia t.  XX,  Labbé  t.  VII,  Arduino 
t.  IV. 

Il  cinquantesimoprimo  adunossi 
l'anno  854-  Gregorio,  vescovo  di 
Siracusa,  vi  fu  deposto  da  s.  Igna- 
zio patriarca  di  Costantinopoli ,  il 
quale  perciò  soffrì  anch' egli  questo 
sfregio  per  opera  di  Gregorio.  Da 
ciò  ebbero  origine  sinistre  conse- 
guenze. Labbé  tom,  Vili,  Arduino 
tom.  V. 

Il  cinquantesimosecondo  venne  te- 
nuto mentre  era  assente  s.  Ignazio, 
per  condannarvi  i  fautori  di  Gre- 
gorio di  Siracusa. 

Il  cinquantesimoterzo  fu  celebra- 
to neir858,  ed  è  tenuto  per  falso 
concilio,  giacche  a  Gregorio  di  Si- 
racusa già  deposto  riuscì  di  far  de- 
porre s.  Ignazio,  e  di  sostituirgli 
Fozio,  dotto,  ma  scaltix),  ambizioso, 
ed  ipocrita.  Regia  t.  XXII,  Labbé 
t.   V,  e   Dizionario  de^  Concili. 

Il  cinquantesimoquarto  ed  il  cin- 
quantesimoquinto si  tennero  il  pri- 
mo nell'86i,  e  il  secondo  neir867 
dallo  scismatico  Fozio,  ch'.ebbe  l'ar- 
dimento di  scomunicare  il  Pontefi- 
ce s.  Nicolò  I.  Nel  primo  si  tro- 
varono trecentodiciotto  vescovi,  com- 
presi i  legati  del  Papa,  tutti  timo- 
rosi per  le  violenze ,  che  avevano 
sofferto,  laonde  si  arresero  alla  vo- 
lontà di  Fozio,  per  conto  della  de- 
posizione di  s.  Ignazio.  L' impera- 
tore Michele  III  assistette  a  questo 
concilio,  con  tutti  i  magistrali ,  e 
con  numeroso  popolo.  Questo  prin- 
cipe aveva  sorpreso  il  Papa  Nicolò 


cos 

I  per  la  convocazione  di  questo 
concilio,  con  lettere  artifiziose,  e  con 
doni.  S.  Ignazio  vi  comparve  vesti- 
to da  monaco,  e  caricato  di  ingiu- 
rie dall'augusto,  che  lo  fece  deporre 
collo  spoglio  del  sagro  pallio,  e  de- 
gli abiti  sagri,  dicendogli  eh'  era 
indegno  sacerdote.  Regia  t.  XXII, 
Labbó  t.  Vili,  Arduino  t.  V,  e  Di- 
zionario de'  Concili. 

Il  cinquantesimosesto  fu  deir867. 
Fozio  vi  venne  deposto,  e  mandato 
in  esilio,  e  s.  Ignazio  ristabilito. 
Pagi  ad  an.  867. 

Il  cinquantesimosettimo  fu  l' ot- 
tavo concilio  generale  ,  costantino- 
politano quarto,  celebrato  nell'BGg 
per  comando  del  Pontefice  Adria- 
no II,  e  dell'  imperatore  Basilio,  il 
Macedone.  S'incominciò  a'  28  ot- 
tobre, e  terminò  a'  28  febbraio 
dell' 870.  Il  Papa  all'invito  di  Ba- 
silio di  rimediare  ai  gravi  mali  fatti 
dall'empio  Fozio,  e  di  restituire  la 
calma  all'  oriente,  scrisse  due  let- 
tere, e  inviò  al  concilio  tre  legati. 
L'apertura  ebbe  luogo  nella  chiesa 
di  s.  Sofia  a'  5  ottobre.  Nel  primo 
posto  furono  collocati  i  legati ,  ai 
quali  l'imperatore  avea  fatto  gran- 
di onori  nel  loro  ingresso  in  Co- 
stantinopoli, dappoiché  questo  prin- 
cipe pi-ese  dalle  loro  mani  le  let- 
tele di  Adriano  II,  le  baciò,  e 
dopo  aver  abbracciato  i  legati  ,  li 
pregò  ad  interessarsi  a  ristabilire  la 
pace  della  Chiesa.  Dietro  a  loro  vi 
erano  Donato,  e  Stefano  vescovi,  e 
il  diacono  Marino ,  poi  s.  Ignazio 
patriarca  di  Costantinopoli ,  indi  i 
legati  dei  patriarchi  di  Antiochia, 
e  di  Gerusalemme.  V  intervennero 
inoltre  l'imperatore  Basilio  con  Co- 
stantino suo  figlio,  e  venti  patrizi, 
i  tre  ambasciatori  di  Lodovico,  il 
Balbo,  imperatore  d'occidente,  non 
che  gli  ambasciatori    di  Francia,  e 


COS 


;?5 


(li  Michele  re  di  Bulgaria.  I  vesco- 
^i  erano  piìx  di  cento.    Fozio    alle 
accuse  non    rispose    che    con    passi 
scritturali  male  applicati;   e  quan- 
do   gli  fu    letto  il  monitorio    invi- 
tando luij  e  i  suoi  partigiani  a  sot- 
tomettersi al  giudizio    del    concilio 
sotto  pena    di    anatema ,  soggiunse 
con  isfacciata  ipocrisia,  che  non  avea 
niente  da    rispondere  a  quelle    ca- 
lunnie.  I  libri  di  lui,  massime  con- 
tro il  Papa  s.  Nicolò  I,    e    contro 
s.     Ignazio ,    vennero    bruciati    nel 
mezzo  dell'  assemblea.    Si  discoper- 
sero tutte  le  furberie    di  Fozio ,  e 
i  maneggi  da  lui  fatti  per   separa- 
re la  Chiesa    di  oriente    da   quella 
di  occidente  ;   si  ricevettero  le  abiu- 
re di  molti  iconoclasti  ;    si   ristabi- 
lirono i  vescovi ,    i  preti ,  e  i  dia- 
coni, ch'erano   caduti    nella    perse- 
cuzione di  Fozio,    dopo    aver    loro 
imposto    una    soddisfazione;    molti 
vescovi  del  partito  di  Fozio  si  sot- 
tomisero al  concilio,  e  ottennero  il 
perdono,  e  si  terminò  ripetendo  gli 
anatemi  pronunziati    contro    Fozio. 
Vi  si  approvarono    i    sette   conci  Hi 
generali  precedenti,  a'quali  si  aggiun- 
se quest'  ottavo  ;  si  approvò  ancora 
la  condanna  pronunziata  già  contro 
Fozio    dai  Papi  Nicolò  I,  e  Adria- 
no II;  si  lessero    ventisette    canoni 
fatti  dal  concilio,    e  si  pubblicò  la 
sua  definizione  di  fede.  Questa  de- 
finizione contiene  un'  ampia  confes- 
sione di  fede  con    anatema    contro 
gli  eretici,    particolarmente  monote- 
liti,  e    iconoclasti;   ed    i  padri    del 
concilio  manifestarono  il  loro  una- 
nime consenso  con  replicate    accla- 
mazioni. Coir  ultimo  canone  si  or-»^ 
dinò  ai  monaci,  e  frati  fatti  vescovi, 
che  portino  visibilmente  l'abito  del 
loro  Ordine.  La   condanna    di  Fo- 
zio fu  sottoscritta    con    penna     in- 
tinta nel    sangue    di    Gesù    Cristo , 


i36  COS 

come  dice  il  Baronio  all'anno  8(19, 
11.  39.  Nella  vita  di  Teodoro ,  a 
pag.  26,  si  rammentano  esempi  di 
altre  simili  sottoscrizioni.  Sottoscris- 
sero prima  i  legati  del  Papa ,  poi 
il  patriarca  s.  Ignazio  reintegrato 
nella  sede  costantinopolitana  ,  indi 
Giuseppe  legato  di  Alessandria,  Tom- 
maso arcivescovo  di  Tiro,  rappre- 
sentante la  vacante  sede  di  Antio- 
chia, ed  Elia  legato  di  Gerusalem- 
me. In  appresso  sottoscrissero  1  im- 
peratore, e  Costantino  e  Leone  suoi 
lìgli,  finalmente  i  vescovi  nel  nu- 
mero suddetto,  pochi  riguardo  alla 
quantità  dei  dipendenti  dall'impe- 
ro ,  per  la  maggior  parte  deposti 
da  Fozio.  Regia  t.  XXII,  Labbé 
t.  YIII,  Arduino  t.  V,  Dizionario 
de'  concila,  e  Leone  Allazio,  De 
octai'a  synodo  photiana ,  Romae 
16G2. 

Il    cincjuantesimottavo     si     tenne 
l' anno  ^79.  Questo  falso    concilio, 

0  conciliabolo ,  impropriamente  è 
chiamato  l'VIlI  concilio  generale 
da  quei  grecij  che  con  enorme  em- 
pietà rigettano  il  precedente,  quan- 
tunque il  solo  vero  concilio  gene- 
rale ottavo.  Fu  radunato  dagl'  in- 
trighi di  Fozio,  che  con  artifizi 
avea  guadagnato  l' animo  di  Basi- 
lio, come  si  disse  di  sopra,  e  dal- 
l' esilio  era  stato  riporto  nella  sede 
di  Costantinopoli  ;  e  con  minacce, 
arti,  e  doni  guadagnò  la  maggior 
parte  de'  vescovi.  Fozio,  per  coprire 
le  sue  imposture,  convocò  questo 
conciliabolo,  e  lo  rese  numerosissi- 
mo, facendo  entrare  nei  suoi  inte- 
ressi i  legati  dei  patriarchi  di  orien- 
te, e  quelli   di  Papa  Giovanni  Vili. 

1  vescovi  intervenuti  ascesero  a  38o, 
o  385.  Fozio  vi  presiedette.  11  Car- 
dinal Pietro  legato  apostolico,  che 
fece  i  complimenti  al  concilio  in 
nome  del  sommo  Pontefice,  e  disse 


COS 
che  voleva  tener  Fozio  per  fratello, 
poi   gli   rimise   i   pontificii    donativi. 
Zaccaria,     vescovo     di     Calcedonia, 
pronunziò  un  elogio  pieno  di  adu- 
lazione in    favore    di    Fozio,   ed    i 
vescovi  applaudirono  a  tali    stoma- 
chevoli  lodi,  e  nelle  acclamazioni  si 
nominò     Fozio     prima     del     Papa. 
Quindi  fu  letta  al  concilio  la  lette- 
ra di    Giovanni    Vili    interamente 
alterata  in   tutto    quello    ch'eia    a 
pregiudizio    dell'  indegno    patriarca, 
senza  che  i  suoi  legali  trovassero  al- 
cuna cosa  degna  di  essere    contrad- 
detta. Venne  giustificato  il  reingresso 
di  Fozio  come  fosse    succeduto  con 
quiete  e  tranquillità,  ed   egli    stesso 
nel  fare  la    propria    apologia    ebbe 
r  impudenza  di  dire,  che  contro   sua 
voglia  era  ritornato  alla  sede,  e  che 
r  imperatore  ve  lo  avea    obbligato. 
Ninno  si    oppose,  perchè  tutti  erano 
ingannati,  sedotti,   o  guadagnati.  Si 
condannarono  i  concilii  contro  Fo. 
zio,  e  si  propose  di  eleggere  per  pro- 
fessione di  fede  quella  del    concilio 
di  Nicea.  L'imperatore  fu  presente 
al  concilio;  ma  l'iniquità  non  trion- 
fò lungamente.   Conosciutosi  1'  erro- 
re,   Giovanni     Vili    proscrisse    gli 
atti  di  questo  falso  concilio,  e  con- 
dannò r  iniquo   Fozio.  Quintli,  dopo 
la  morte  dell' imperatore  Basilio  ncl- 
r  88G,  il  successore  Leone  lY  iljìlo- 
sojb,  siccome  perfettamente  di  tutto 
istruito,  fece    scacciar    Fozio     dalla 
sede  di  Costantinopoli,    e    lo    esiliò 
nel    monistero    degli     armeni,     ove 
morì.   Regia  t.  XXIV,  Labbé  tom. 
IX,     Arduino    t.    VI,     Mansi    t.    I, 
Diz.  de   Concili ,  de  Marca   lib.    3, 
de   Concord.    Sac.    et    Iniper.    cap. 
i4,  §  4)  6  il  p.    Nardi,    Vita  dei 
Pontejici,  t,   II,   p.    i5. 

Il  cinquantesimonono  fii  adunato 
l'anno  901,  ed  è  un  pseudo  con- 
cilio, perchè  Nicola  il  Mistico^   pa- 


cos 

trinici  di  Cosfaiìlinopoli,  (^fnidiinnò 
le  «jiiartc  nozze,  in  oa.asioiiL'  clie 
1' inipcraloic  Leone  /'/  filosofo  a\ea 
sposato  la  qiiai  (a  moglie.  Labhe  t. 
IX. 

11  sessantesimo  dell'  anno  944  f"^' 
il  conciliabolo,  in  cui  si  depo>e 
Trifone  monaco,  che  l' impeialdre 
Costantino  YIII  a"vea  fatto  eleggere 
patriarca  di  Costantinopoli,  per  ri- 
tener cpiesta  dignità  finché  il  pro- 
prio figlio  Teofìlatto,  allora  assai 
giovane,  fosse  in  età  di  possederla. 
Regia  t.  XXV,  Labbé  t,  IX,  Ar- 
duino t.  VI. 

Il  sessantesimoprimo  si  convocò 
nel  963,  nel  quale  l' imperatore 
INiceforo  Foca  fu  assoluto  dalla 
scomunica,  che  il  patriarca  Poliuto 
avea  fulminato  contro  di  lui,  per- 
chè aveva  due  mogli,  e  perchè  a- 
veva  tenuto  al  battesimo  un  figlio 
della  seconda.  L'imperatore,  avendo 
giurato  di  essere  innocente  dei  due 
falli  che  gli  s'  imputavano,  venne 
assoluto  dai  padri  del  concilio.  Nel- 
l'anno 969  ebbe  luogo  una  celebre 
disputa  in  Costantinopoli ,  tra  i 
cattolici,  e  i  giaeobiti,  per  ordine 
dell'imperatore  Kiceforo.  Renaudot, 
Liturgie  orientali  t.  II,  p.  4*^9  5 
Assemani,  Biblioteca  orientale  tom. 
II,  p.  i33;  e  Mansi,  Supplim,  t. 
I,  p.    1 1 59. 

Il  sessantesimosecondo  si  celebrò 
l'anno  975,  etl  in  esso  il  patriarca 
Basilio  convinto  di  delitto,  fu  de- 
posto, e  Antonio  Studita  venne 
surrogato  invece  di  lui.  Baronio  a 
dello  anno. 

Il  sessantesimoterzo  del  1026 
si  celebrò  dal  patriarca  Alessio,  per 
iscomunicare  i  sediziosi.  Mansi  in 
ap pelici,  t.  I. 

Il  sessantesimoquarto  fu  aduna- 
lo nel  1027,  in  cui  il  patriarca 
Alessio  condauuò  l'abuso  di  vendc- 


COS  137 

re,    o     trasmettere   il    dominio    dei 
monisleii.   Ivi. 

Il  se>santesimo<|uinto  fu  del 
1028,  nel  quale  il  sopraddetto  pa- 
triarca fece  alcuni  regolamenti  pei 
vescovati.  Ivi. 

Il  sessantesimosesto  del  io  J2,  ia 
cui  il  famoso  patriarca  Ccrulario 
proibì  le  nozze  tra  parenti,  sino  al 
settimo  grado.  Ivi. 

Il  scssantesimosettimo  fu  aduna- 
to l'anno  io')4  contro  la  Chiesa  Ilo- 
inana  da  Michele  Cerulario.   Ivi. 

Il  sessantottesimo  del  1066,  sot- 
to il  patriarca  Silìlino  decise  che 
non  eravi  diderenza  tra  il  matri- 
monio, e  lo  sposalizio  Icgiltinio, 
quanto  agl'impedimenti  del  matri- 
monio, coi  parenti  della  persona, 
che  si  sarebbe  sposata,  o  colla  f(ua- 
le  si    fosse  fidanzato.   Mansi.   Ivi. 

Il  sessantanovcsirao  dell'anno  1067 
versò  sulla  stessa  materia.  Ivi, 

Il  settantesimo  adunossi  nel  1081, 
versò  su  due  cugini,  l'  uno  dei  qua- 
li avea  sposata  la  madre,  e  l'altro 
la  figlia  :  il  secondo  matrimonio  fu 
dichiarato  nullo.  Ivi. 

Il  settantesimoprimodel  1086,  sot- 
to il  patriarca  Nicola,  riguardò  gli  or- 
dinandi, e  quelli  che  ordinavano.  Ivi. 
Il  settantesimosecondo  fu  del 
medesimo  anno.  In  esso  venne  rap- 
presentato all'  imperatore  Alessio 
Comneno,  non  essere  permesso  dai 
sagri  canoni  lo  smembrare  i  ve- 
scovati dalle  metropoli.   Ivi. 

Il  settantesimoterzo  l'anno  11  10 
fu  tenuto  contro  i  bogomili,  pei 
quali  ebbero  luogo  altri  concili  nel- 
lo stesso  anno.  Colet,  in  Collect. 
i'eneto-Lahbeana.  Nel  11 4©  in  al- 
tro concilio  furono  condannati  gli 
scritti  di  (Costantino  Crisomalo,  pie- 
ni di  novità,  e  stravaganze,  come 
dell'eresie  degli  entusiasti,  e  dei  bo= 
gemili,  Diz.  de"  Concili. 


i38  COS 

Il  scllMiilesimoquarlo  di\l  ii4^ 
venne  incominciiito  a' 20  agosto  dal 
palriaica  Michele  Oscita  nel  palaz- 
zo Tomaito,  contro  due  pretesi  ve- 
scovi ordinati  contro  i  canoni,  e 
perciò  deposti,  le  cui  ordinazioni  fat- 
te dal  solo  metropolitano,  furono 
dichiarate  nulle.  Furono  pure  con- 
dannati perchè  della  setta  de'bo- 
gomili  •  Arduino  t.  VII,  Leone 
Allazio,  Const.  1.  i  i,  e.  12,  p. 
671. 

II  settantesimoqninto  del  i  i47 
contro  i  bogomili.  Nel  Diz.  de'Con- 
cilii  si  legge  che,  nel  ii43,  in 
Costantinopoli  venne  celebrato  il 
primo  ottobre  altro  concilio,  in  cui 
si  condannò  il  monaco  Nifone  ad 
essere  chiuso  in  monistero;  e  che 
nel  I  144  a'  21 '2  febbraio  s'incomin- 
ciò altro  concilio,  nel  quale  Nifone 
fu  condannato,  per  aver  detto,  tra 
l(!  altre  cose,  anatema  al  Dio  degli 
ebrei  ;  indi  rimase  nel  detto  ritiro 
in  tutto  il  patriarcato  di  Michele 
Oscila.  In  oltre  si  legge,  che  nel 
I  f47,  ad  istanza  dell'imperatore 
IManuello,  il  patriarca  Cosimo  fu 
deposto,  per  aver  messo  in  libertà 
Nifone,  di  cui  sosteneva  le  opinioni. 
Il  settantesimosesto  si  celebrò 
l'anno  1146  contro  Sotero,  elotto 
vescovo  d' Antiochia  in  Siria,  ed 
alcuni  altri,  i  quali  dicevano  che 
otfrivasi  il  sagrifizio  al  Padre,  ed 
allo  Spirito  Santo,  ma  non  al  Ver- 
bo, perchè  egli  stesso  era  l'offerente, 
per  timore  che  non  si  ammettesse- 
ro con  Nestorio  due  persone  in 
Gesù  Cristo.   Ai'duino  t.  VI. 

Il  settantesimosettimo  fu  adu- 
nato nel  II 66  d'ordine  dell' impe- 
ratore Mannello,  e  composto  di 
cinquantasei  vescovi.  Demetrio  di 
Lampeno,  borgo  d'Asia,  che  accusa- 
va i  tedeschi  di  pensar  male  sulla 
natura  divina,  e  declamava  contro 


COS 

quelli,  i  quali  dicevano  che  il  Fi- 
gliuolo di  Dio  è  insieme  uguale  al 
Padre,  e  minore  del  Padre,  fu  e- 
siliato  co'  seguaci  dell*  errore.  Il 
concilio  fece  nove  canoni,  il  primo 
de'  quali  dice  anatema  a  coloro, 
che  non  prendono  nel  vero  senso 
le  parole  de'  santi  dottori  della 
Chiesa,  e  che  falsamente  interpre- 
tano ciò,  ch'essi  hanno  con  chia- 
rezza spiegato  colla  grazia  dello 
Spirito  Santo.  Vi  si  proibirono  al- 
tresì i  matrimoni  fino  al  settimo 
grado  di  pai'entela  inclusivamente. 
Arduino  t.  VI,  Mansi  t.  Il,  Leone 
Allazio  Const  1.  II,  e.  12,  n.  4- 
Nel  Diz.  de  Concili  si  dice,  che 
il  concilio  sui  matrimoni  fu  diver- 
so; ma  celebrato  nello  stesso  anno 
da  Luca  patriarca  di  Costantinopo- 
li, con  trenta   mi-tropolitani. 

Il  settantottesimo  si  celebrò  l'an- 
no ri 68,  in  cui  i  greci  si  separa- 
rono interamente  dalla  Chiesa  P1.0- 
mana.  Arduino  t.  XI. 

Il  settantesimonono  fu  adunato 
nel  1261,  in  cui  ingiustamente 
venne  deposto  il  patriarca  Arsenio. 
Pachimer  lib.  3. 

L'ottantesimo,  e  1'  ottantesimopri- 
mo  si  tennero  nell'anno  1277,  ed 
in  essi  il  patriarca  Vecco  o  Bec- 
co professò  la  fede  romana  ,  e 
scomunicò  tutti  gli  scismatici.  Pa- 
chimer mette  pure  nel  medesi- 
mo anno  un  conciliabolo  di  scis- 
matici in  Costantinopoli.  Arduino 
t.  VI.  //.  Diz.  de'  Concili  ripor- 
ta, che  a'26  maggio  1274  si  cele- 
brò un  concilio,  in  cui  Giovanni 
Vecco,  autore  della  riunione  coi  la- 
tini, di  concerto  coli' imperatore 
Michele  Paleologo  fu  eletto  patriar- 
ca di  Costantinopoli  ,  e  ordinato  il 
dì  della  pentecoste.  Di  più  si  legge 
nel  detto  Dizionario,  che  nel  1277, 
come  rilevasi  dalla  lettera  del  Vec- 


cos 

co  al  Papa  Giovanni  XXI,  tal  pa- 
triarca fece  una  cattolicissima  pro- 
fessione di  fede,  riconoscendo  i  sette 
sagramenti,  e  il  resto  di  ciò,  che 
crede  la    Chiesa  romana. 

L'oltantesimosecondo  del  1280 
incominciò  ai  3  maggio.  Lo  presie- 
dette il  patriarca  Yecco,  con  otto 
metropolitani,  ed  altrettanti  arcive- 
scovi. In  esso  venne  dichiarato,  che 
il  referendario  delia  chiesa  di  Co- 
stantinopoli, avea  tolta  la  particella 
ex  dall'omelia  di  s.  Giegorio  Kis- 
seno  sul  Pater,  che  comincia  con 
(jueste  parole  :  Cimi  adduceret  ma- 
gniis  Moyses.  etc.  Spiritus  vero 
Sanctus,  et  ex  Patre  dicitur,  et  ex 
Filìo  esse  affirmatiir,  poiché  quella 
particella  provava  evidentemente, 
che  lo  Spirito  Santo  procede  dal 
Figlio.  Lo  zelo  del  Vecco  per  la 
riunione,  e  la  giustificazione  della 
dottrina  dei  latini  iiritava  sempre 
più  gli  scismatici  contro  di  lui,  e 
l'imperatore  Michele  Paleologo  li 
metteva  alla  disperazione  coi  sospet- 
ti, e  colle  crudeltà.  Labbé  t.  XI 
Arduino  t.  VII.  D'iz.  de  Concili. 

Del  conciliabolo,  ottantesimoter- 
zo de' Concili,  del  1283,  si  tratta 
al  volume  XV,  p.  iSy,  in  fine  del- 
la colonna   2. da    del  Dizionario. 

L'ottantesimoquarto,  nel  1284, 
venne  convocato  dagli  scismatici,  e 
perciò  fu  conciliabolo.  Mansi  t.  Ili, 
e  r  annalista  Rinaldi  a  detto  anno. 

L'  ottantesimoquinto  ,  nell'  anno 
1280,  versò  sopra  un  passo  del 
decimoquinto  capitolo  del  primo 
libro  della  fede  ortodossa  di  s.  Gio. 
Damasceno.  Arduino  t.  VII. 

L'ottantesimosesto,  nel  1297,  ven- 
ne convocato  pegli  anatemi  scaglia- 
ti dal  patriarca  Anastasio  nel  lasciar 
la  sua  sede,  contro  1'  imperatore 
Michele  Andronico.    Mansi,  t.   3. 

L' ottantesimosettimo    del     i2()9 


COS  189 

servì  a  giudicare  valido  \\  matrimo- 
nio del  principe  Alessio,  sebbene  lo 
avesse  contratto  contro  la  volontà 
dell'  imperatore,  eh'  era  insieme  suo 
zio,  e  tutore,  ivi. 

L'ottantottesimo  dell'anno  1840, 
e  l'ottantanovesimo  del  i34i,  furo- 
no due  pseudo-concili  a  favore  di 
Giorgio  di  Palama,  vescovo  di  Tes- 
salonica,  e  de'seguaci  de'suoi  erroii. 
Ivi,  e  r  annalista  Rinaldi  all'  anno 
i34i. 

Il  novantesimo  del  i345  versò' 
sullo  stesso  soggetto.  Boivain  in  no- 
tis  ad  JSìcejììiontm  Gregor.  Manca 
nelle  collezioni. 

Il  novantesimoprimo,  dell'anno 
i347,  fu  falso  concilio,  nel  quale 
si  depose  il  patriarca  Calaca,  e  si 
approvarono  gli  errori  di  Gregorio 
di  Palama.  Lambecio,  in  Bihlio- 
theca  Caesaraea,  t.  VI.  Ve  ne  fu 
ancora  un  altro  nel  medesimo  an- 
no, e  sullo  stesso  soggetto.  Canta- 
cuzeno  1.  3.  Storia,  e  Leone  Alla- 
zio.  De  consensione. 

Il  novantesimosecondo,  si  celebrò 
l'anno  i35o,  in  favore  di  Grego- 
rio di  Palama.  Combefis,  in  Jctu- 
ar.,  Arduino  VII,  e  XI, 

Il  novantesimoterzo  nel  i3>i  , 
contro  Gregorio  di  Palama,  seppu- 
re non  è  il  precedente  perchè  fu 
a  suo  favore,  e  perciò  non  ricono- 
sciuto. Questo  capo  de'  quietisti  del 
monte  Athos  diceva  ,  che  cogli  oc- 
chi del  corpo  vedeva  l' essenza  di- 
vina ;  eh'  ella  era  apparsa  a  molti 
santi  come  ai  martiri  nelle  perse- 
cuzioni; che  gli  apostoli  la  videro 
sul  monte  Tabor  nella  trasfigura- 
zione ;  che  quello  splendore  era  lo 
stesso  Dio,  e  che  i  santi  potevano 
vederla  cogli  occhi  del  corpo.  La 
dottrina  di  Gregorio  fu  approvata 
dal  concilio,  che  componevasi  di  so- 
li vescovi    di  Tracia    radunati  dal- 


ilo  e  OS 

r  impoialorc  Giovanni  Canlacuzcno, 
per  <]niclarc  i  luihitli  della  (ireeia, 
quindi  fu  imposto  silenzio  a'catlo- 
lici,  tra'quali  i  due  vescovi  di  Efe- 
so, e  di  Ceno  luiono  deposti,  e  spo- 
gliali delle  divise  della  loro  dignità; 
M  fecero  quattro  sessioni.  Arduino 
t.  VII.  Niccph.  Greg.  1.  i8.  e.  3, 
Cantacuz.   1.  4-  c-    i^- 

Il  novantaquattresirao,  dell'anno 
i4P,  servì  a  deporre  il  patriar- 
ca IMelrofanio,  siccome  zelantissimo 
dell'  unione  della  chiesa  greca  alla 
santa  Sede.  Allazio,  de  couscnsio- 
nc  j.   3. 

Il  novantaeinquosirao  si  tenne 
l'anno  ì/\5o  eontio  la  delta  unione, 
ad  onta  t;lie  l'imi  uro  l'osse  minaccia- 
lo dalia  l'orniiilabile  potenza  ottoma- 
na, che,  nel  i4^3,  ne  compì  il  con- 
quisto. Labbé  t.  XIII,  e  Arduino 
t.   1\. 

Il  novantesimose>to,  del  i4j*>  ^^^ 
circa,  non  è  riconosciuto.  Fu  tenuto 
contro  la  riunione  de'greci  coi  la- 
tini, elìèttuala  nel  concilio  genera- 
le di  Firenze  celebrato  da  Euge- 
nio IV.  A  i  fu  deposto  Gregorio  pa- 
triarca di  Costantinopoli,  e  in  sua 
vece  venne  sostituito  Atanasio  in 
presenza  dc'palriarehi  d'Alessandria, 
d" Antiochia,  e  di  Gerusalemme.  Diz. 
de'  Concili. 

]Nel  novantesimoscllimo  del  )5G"), 
fu  deposto  il  patriarca  Giosa fat- 
to, per  colpa  di  simonia.  Il  Len- 
glet  chiama  (juel  patriarca  col  no- 
me di  Giuseppe,  Labbé  t.  XV.  Ar- 
duino t.   X. 

Il  novantesimoltavo  fu  celebra- 
to nel  iG38,  ed  in  esso  Cirillo  di 
Berea,  patriarca ,  condannò  il  suo 
predei;essore  Cirillo  Lucario,  e  la 
sua  confessione  di  fede.  Arduino. 
t.  X. 

11  novantesimonono,  del  i04i, 
fu  convocalo  dal  patriarca    di    Co- 


COS 
stanlinopoli  Partenio,  per    condan- 
nare i   sentimenti,   e  gli   errori    cal- 
vinisti di    Cirillo  Lucario. 

INcI  centesimo  del  1642,  Parte- 
nio condannò  gli  errori  come  nel 
precedente  concilio. 

COSTANZA,  Conslnndcn.  Sede 
vescovile  in  partibux,  nella  Celesiria, 
sulìraganea  della  metropolitana  di 
Lostra  nella  provincia  di  Arabia, 
patriarcato  di  Antiochia.  I  concili 
fanno  menzione  di  due  vescovi  di 
Costanza,  Constantia.  Per  morte 
di  monsignor  Vincenzo  Paccaironi, 
vescovo  in  partilms  di  Costanza,  il 
Papa  regnante,  nel  concistoro  dei 
9.7  gennaio  1842,  ne  ha  conferito 
il  til<jlo  a  monsignor  Giuseppe 
Ilurlado  de  INIendoza  prete  ameii- 
cano  di   Cordova   nel  Tucaman. 

COSTANZA,  Constantia.  Città 
vescovile  di  Mesopolanna  ,  nella 
diocesi  d'Antiochia  sotto  la  metr(j- 
poli  di  Amida,  i'abbricala  dall' im- 
peratore Costanzo,  lo  stesso  anno 
che  rifabbricò,  e  fortificò  Amida. 

COSTANZA  ,  Constantia ,  seti 
Costantina.  Città  vescovile  del  |)a- 
triarcato  d'Antiochia,  delia  provin- 
cia di  Osroena,  sotto  la  metropoli 
di  Edessa.  La  sua  erezione  rimonta 
al  sesto  secolo,  e  nel  XIV  secolo 
si  trovano  due  vescovi  latini.  Evvi 
ancora  una  sede  vescovile  della 
provincia  di  Tracia,  chiamata  Co- 
stanza, il  cui  vescovato  fu  fondalo 
nel  IX  secolo,  ed  assoggettato  al 
metropolitano  di  Filippopoli. 

COSTANZA  (Constantien.).  Città 
vescovile  di  Germania  nel  gran 
ducalo  di  Baden,  antica  capitale 
del  vescovato  di  tal  nome,  ora  ca- 
po luogo  del  circondario  di  Lago, 
e  Danubio,  e  di  baliaggio,  posta 
sulla  riva  meridionale  del  lago 
detto  di  Costanza,  nel  punto  ove 
il    Reno  esce  per    entrare    nel    la- 


cos 

go  inferiore,  separando  la  città  dal 
borgo  di  Petershausen.  11  detto  la- 
go è  chiamato  pure  Bonensee,  Bri- 
gantinusj  Bodamicus  lacus,  Acro- 
nius  lacus,  ed  un  tempo  fu  appella- 
to marediSvevia.  In  faccia  alla  cit- 
tà di  Costanza  questo  lago  si  divi- 
de in  due  rami,  l'Unter-see,  lago 
inferioi*e,  che  rinchiude  l' isola  di 
Reichenau,  e  1'  Lberlingen-see,  det- 
to lago  di  Uberliiigen,  nella  quale 
sta  quella  di  Meinau.  Il  lago  di 
Costanza  è  assai  abbondante  di 
pesce,  e  quindi  assai  attiva  n' è 
la  pesca,  e  la  sua  navigazione.  Le 
sue  rive,  generalmente  poco  elevate, 
e  seminate  di  città,  ville,  castelli, 
jiraterie,  e  boschi,  offrono  la  pro- 
spettiva più  dilettevole,  ed  i  punti 
di   vista  più  belli  e  variati. 

Costanza,  compiendendo  il  sob- 
boigo  di  Petershausen,  situato  sulla 
riva  destra  del  P>.eno,  e  col  quale 
comunica  per  mezzo  di  un  ponte 
di  legno,  ed  i  suoi  due  altri  sob- 
borglii  di  Rreuzliugen,  che  com- 
prendeva l'abbazia  del  suo  nome, 
ed  il  Paradiso,  occupa  uno  spazio 
considerabile;  è  fortificata  ed  assai 
l)ene  costrutta.  Sono  degni  di  men- 
zione il  castello  ducale,  l'episcopio, 
nel  quale  vi  sono  bei  quadri,  e  la 
cattedrale  ;  tutti  edificii  gotici.  Dal- 
l' alto  del  campanile  della  cattedra- 
le si  gode  una  veduta  magnifica 
della  città,  dei  due  laghi,  e  delle 
montagne  di  Voralberg,  e  dell' Ap- 
penzel.  Una  piastra,  posta  all'in- 
gresso di  detta  chiesa,  indica  il 
luogo  in  cui  Giovanni  IIuss  ascoltò 
la  sua  sentenza  di  morte  e  fu  de- 
gradato ;  più  lungi  si  vede  la  sua 
statua  colossale  che  monta  una  cat- 
tedraj  facendovi  ridicole  contorsioni. 
Il  convento  dei  domenicani,  quivi 
ammessi  nel  i235,  ed  in  cui  si 
tenne  il  famoso  concilio,  fu  trasfcn- 


COS  i|i 

mato  in  una  fabbiica  di  tele:  vi  si 
vede  ancora  la  prigione  dell'empio 
Huss,  i  ramponi  di  ferro  ai  quali 
fu  attaccato,  e  la  pietra  che  gli 
servì  di  sedile,  prima  di  essere 
condotto  sulla  piazza  pubblica,  ove 
fu  abbruciato  vivo  il  G  luglio 
i^\5;  e  Girolamo  di  Praga  suo 
discepolo  il   3o  maggio   i4i6. 

Questa  antichissima  città,  credu- 
ta da  alcuni  il  J  itodorum  de"li 
antichi,  da  altri  Ganaudunuin,  V 
Harudunum  di  Tolomeo,  ricevette 
il  nome  ed  ebbe  origine,  secondo 
il  parere  dei  più,  da  Costanzo  Clo- 
ro, padre  di  Costantino  il  grande, 
o  da  Costanzo  figlio  di  quest'  ulti- 
mo. Sembra  però,  che  sia  stata  fon- 
data in  questo  luogo,  affine  di  avere 
una  piazza  forte,  che  mettesse  quella 
frontiera  al  sicuro,  e  tenesse  in 
soggezione  i  popoli  dell'  Alemagna. 
Questi  per  altro  la  saccheggiarono, 
e  lo  stesso  fece  Aitila  nel  4i4- 
Divenne  quindi  un  semplice  villag- 
gio sotto  i  re  di  Francia  della 
prima  stirpe.  Dagobcrto  vi  aveva 
una  casa  di  campagna,  per  cui  ne- 
gli antichi  atti  è  nominala,  T  illa 
regia  Dagoherti  regis.  Piipi-ese  Co- 
stanza il  titolo  di  città  quando  vi 
fu  eretta  la  sede  vescovile:  tutta- 
volta  neir  anno  854  era  poco  con- 
siderabile. Successivamente  fu  accre- 
sciuta, e  fortificata  in  modo,  che  nel 
q38  potè  resistere  agli  assalti  degli 
ungheri.  In  questa  città  si  tennero 
le  diete  dell'  impero  negli  anni 
io43,  114^3  ii53,  1 183  e  i5o7. 
iSel  i3i4  corse  pericolo  di  essere 
interamente  incendiata.  Per  un  tem- 
po la  città  si  governò  in  forma  di 
repubblica,  e,  per  meglio  conservare 
la  sua  libertà,  si  confederò  colle  al- 
tre città  di  Zurigo,  Lindau,  ed  U- 
berlisgen.  In  progresso  divenne  cit- 
tà    imperiale     del     circondario      di 


i42  cos  cos 

Svevia,  sino  all'anno  i548,  in  cui  il  490,  <J'^  ""  s.  Berto.  Nel  secolo 
fu  messa  al  bando  dall'  imperatore  decimo  fiorì  s.  Corrado  vescovo  di 
Carlo  V,  per  avere  nel  loaS  ab-  Costanza  dell'  illustre  casa  Guelfi 
bandonata  la  reliirione  cattolica,  e  di  Germania.  Nel  XVI  il  vescovo, 
favorita  la  riforma  ;  bando  di  prò-  eh  era  pure  principe  sovrano,  fu 
scrizione,  che  si  meritò  per  avere  obbligato  di  abbandonare  Costanza, 
rifiutato  di  ricevere  il  famoso  //i-  e  fissò  la  sua  residenza  a  Meisburg. 
tenia.  Ferdinando  I,  nel  i549,  '^  *"''^  *''*^  dèstra  del  lago,  quan- 
pose  una  guarnigione,  sotto  il  titolo  tuiujue  sia  rimasto  il  capitolo  nella 
di  protezione;  ma  veramente  con  città.  Talvolta  risiedeva  il  capitolo 
questo  passo  la  sottomise  di  fatto  nel  sobborgo  di  Petershausen.  Il 
alla  casa  d' Austria,  alla  quale  ne  vescovo  di  Costanza  era  principe 
fu  confermato  il  possesso  nel  iS^g,  dell'impero,  ed  avea  la  sua  can- 
alla  dieta  di  Augusta,  possesso  che  celleria,  i  suoi  ufllziali  ereditarli, 
conservò  in  seguito,  sino  a  che  nel  ma  non  aveva  nessuna  giurisdizio- 
trattato  di  Presburgo  del  i8o5  fu  ne  temporale  nella  città, 
ceduta  dall'Austria    al    gran    duca  Apparteneva  Costanza  al  circolo  di 

di  Baden.  Nel  i633  Costanza  fu  Svevia,  ed  il  vescovo  aveva  voto  nel 
indarno  assediata  dagli  svedesi  sotto  consiglio  dc'principi.  Godeva  i  reddi- 
il  comando  del  maresciallo  Horn.  ti  dell' abbazia  di  Reichenaw  sul  la- 
Rese  sopra  tutto  celebre  il  nome  go,  di  (piella  di  VValdsassen,  e  della 
di  Costanza  il  gran  concilio  tenuto-  prevostura  di  Oeningen.  Dicesi  che 
vi  dall'anno  1414?  sino  al  i4'8,  i  suoi  redditi  montassero  ad  annui  ; 
che  per  ultimo  descriveremo,  e  che  scudi  ventimila.  Inoltre  era  il  ve- 
mise  fine  al  piìi  lungo  ed  orrendo  scovo  cancelliere  dell'  università  di 
scisma.  In  esso  fu  scomunicato  un  Friburgo  in  Brisgovia,  la  quale  era 
antipapa,  fu  deposto  Giovanni  XXII 1,  stata  trasferita  in  Costanza  nel  1667 
rinunziò  Gregorio  XII,  e  fu  eletto  dopo  che  Friburgo  era  stato  preso 
Martino  V,  Colonna,  romano,  con  dai  francesi.  Il  vescovo  di  Costanza 
giubilo  universale.  Della  tanto  ri-  era  parimenti  direttore  del  circolo 
nomata  pace  di  Costanza  ivi  con-  di  Svevia,  in  uno  al  duca  di  Wir- 
chiusa  nel  1189,  si  tratta  al  voi.  temberg.  Nel  1567  il  vescovo  pub- 
IV,  p.   28  del   Dizionario.  blicò  delle  ordinanze  sinodali. 

La  sede  vescovile  di  Costanza    è  La  diocesi  di  Costanza    in    pro- 

antichissima, e  vuoisi  da  alcuni  gresso  di  tempo  divenne  la  più 
farne  risalire  la  fondazione  al  tem-  considerabile  della  Germania ,  e 
pò  degli  apostoli.  Prima  il  vescovo  comprendeva  una  gran  porzione 
e  la  sede  erano  presso  Baden  a  della  Svizzera,  ove  possedeva  in 
Windish  o  Findimissa,  cittadella  proprietà  delle  terre.  Nel  1802  il 
Svizzera  rovinata  poi  da  Childerico  vescovato  fu  secolarizzato,  e  dato, 
II;  ma  verso  l'anno  570,  ovvero,  come  si  disse,  qual  principato  alla 
come  dice  Commanville,  nell'  anno  casa  di  Baden.  L'  ultinio  suo  prin- 
597,  il  vescovo  trasferì  la  sede  cipe  vescovo  fu  Carlo  di  Dalberg, 
in  Costanza,  restando  però  sufFra-  morto  nel  1 8 1 7  ;  il  perchè  Papa 
ganea  della  città  di  Magonza.  Fin-  Pio  VII  colla  bolla:  Provida  so- 
diniissa,  o  Findonissa  era  stata  lersq ne  roma norum  Ponti/icum,  data 
eretta    nel    quarto    secolo    o    verso      XMII    kalcndas    septembris    18?.  i, 


cos 

F  ne  soppresse  la  sede.  La  vastità  e 
grandezza  di  questa  diocesi  consi- 
steva in  questo,  che,  oltre  alla  cat- 
tedrale, conteneva  ventidue  collegia- 
te, circa  trecento  cinquanta  moni- 
steri,  de' quali  quarantanove  aveva- 
no il  titolo  di  abbazia,  e  da  circa 
mille  ottocento  parrcftchie,  divise 
in  sessaiitasei  decanati,  i  quali  com- 
prendevano insieme,  nel  i^io,  sino 
a  mille  e  settecento  preti.  Le  ab- 
bazie della  diocesi  erano  delle  più 
considerabili  di  Germania.  Se  ne 
contavano  venticinque  dell'Ordine 
di  s.  Benedetto,  sei  dei  premostra- 
tensi,  tredici  dei  cistcrciensi,  e  cin- 
que de' canonici  regolari  di  s.  Ago- 
stino. Ancora  esiste  l'abbazia  nullius 
del  monistero  della  b.  ^  ergine 
Maria  de  ^laristella,  vulgo  Wettin- 
gen  dell'Ordine  cistcrciense  già  di 
questa  diocesi,  ed  ora  di  quella  di 
Basilea.  Il  Papa  regnante,  nel  con- 
cistoro de'  1 7  decembre  1 84o,  con- 
fei'ì  il  monistero  di  Maristella  al  p. 

(abbate  Leopoldo  Hocle.  Vi  sono  in 
esso  al  presente  venti  monaci,  e  sei 
conversi.  La  chiesa  abbaziale  è  de- 
dicata all'Assunzione  di  Maria  in 
cielo,  e  r  abbate  ha  la  giurisdizio- 
ne sopra  sei  monisteri ,  e  paga 
duecento  fiorini  di  tasse  alla  can- 
celleria apostolica,  allorché  viene 
preconizzato  in  concistoro.  Il  capi- 
tolo della  cattedrale  era  composto 
di  ventiquattro  canonici,  che  aveva- 
no diritto  di  assistere  al  coro,  e 
voce  in  capitolo,  e  di  quattro  can- 
didati, che  aspettavano  il  primo 
posto  vacante.  Le  sue  dignità  erano 
quattro,  cioè  il  prevosto ,  il  decano, 
il  cantore,  ed  il  tesoriere.  Il  vesco- 
vo conferiva  le  prebende  mentovate 
congiuntamente  al  Pontefice,  cia- 
||  senno  però  ne'  suoi  mesi  :  ma  gli 
'  investiti  di  fiesco  dovevano  aspetta- 
re cinque  amii  prima    di  godere   i 


COS  143 

frutti  delle  medesime  prebende,  e 
niuno  n'  era  escluso,  purché  fosse 
nobile,  o  dottore,  o  licenziato,  e 
che  fosse  nato  nella  diocesi  di  Ma- 
gonza,  o  nelle  diocesi  suifiaganee 
di  quella  metropoli.  La  chics.a  cat- 
tedrale dedicata  a  s.  Stefano  è  ma- 
gnifica, ed  ha  un'alta  torre. 

Concili  di  Costanza. 

Il  primo  fu  celebrato  nel  io44) 
per  lo  stabilimento  della  pace.  En- 
rico IV,  re  di  Germania,  che  fu 
poi  imperatore  coi  nome  di  Enrico 
111,  il  Nero,  vi  diede  la  pace  a  tut- 
ti i  suoi  stati.  Labbé  tom.  IX,  Ar- 
duino tom.  VI. 

Il  secondo  concilio  venne  adunato 
per  la  disciplina  ecclesiastica,  nella 
settimana  santa  del  ioq4jda  Gebear- 
do,  o  Ebardo  di  Zaringen  terzo  di 
quel  nome,  vescovo  di  Costanza,  e 
legato  di  Alemagna  del  Pontefice 
Urbano  II.  In  questo  tempo  le  cose 
della  chiesa  erano  s\  malconcie  in 
Germania  ,  che  appena  i  vescovi 
di  W  isburgo,  Passavia,  AA  orniazia. 
e  Costanza  erano  nella  cattolic;i 
comunione.  Vi  si  fecero  leggi  rigo- 
lose  contro  l' incontinenza  de'  chie- 
rici, e  la  violenza  de' simoniaci,  rin- 
novandosi la  proibizione  di  ascolta- 
re r  uffizio  da  loro  celebrato.  Vi  si 
fissarono  le  quattro  tempora  de! 
mese  di  marzo  alla  prima  settima- 
na di  quaresima,  e  quelli  della 
pentecoste  alla  settimana  dell'otta- 
va della  stessa  festa.  Regia  tomo 
XXVI,  Labbé  tom.  IX,  Arduino 
tom.  VI. 

Il  terzo  l'anno  i4i4>  c''^'  durò 
sino  al  i4i8.  Da  alcuni  ebbe  no- 
me di  generale  XVII,  e  da  altri  di 
generale  solo  in  alcune  sessioni,  su 
di  che  va  consultato  il  §  V  del- 
l'articolo    Concilio    [P^edi).    Questo 


i44  cos 

celebre  concilio,  che  fu  il  principale 
avvenimento  del  secolo  XY,  fu  ra- 
dunato da  Giovanni  XXIII,  in  u- 
nione  all' impeiatore  Sit^ismondo , 
per  terminare  il  iagrimevole  scisma 
the  dal  iSjB  afiliggeva  grandemen- 
te la  Chiesa  universale,  e  teneva 
divisi  i  fedeli  nel  riconoscere  il  vero 
.Pontefice,  perchè  ad  un  tempo  re- 
li^iiavano  ancora  Gregorio  XII,  e 
l'antipapa  Benedetto  XIII.  Sulle 
prime  Giovaimi  XXIII  Io  convocò 
in  Roma,  ma  dipoi  pel  poco  nu- 
mero di  prelati,  che  vi  concorsero, 
convenne  con  Sigismondo  di  ccle- 
bi-arlo  in  Costanza.  11  Papa,  nella 
bolla  di  convocazione  del  concilio, 
al  quale  invitò  tutta  la  cristianità, 
.scrisse  lettere  particolari  in  tutti  i 
regni,  e  in  tutti  gli  stati  di  sua 
ubbidienza.  Vi  rappresentò,  che  A- 
lessandro  V  suo  predecessore  (elet- 
to nel  concilio  di  Pisa  viventi 
Gregoiio  XII,  e  l'antipapa  Benedet- 
to XIII),  non  avendo  potuto  termi- 
nare la  rilòrma  della  Chiesa  nel 
concilio  di  Pisa,  lo  avca  rimesso 
alla  prossima  piimavera;  e  che  lo 
imperatore  Sigismondo,  insieme  con 
lui  avea  convenuto  per  la  città  di 
Costanza  come  luogo  del  concilio. 
Denunziato  pertanto  nel  i4i3  que- 
sto concilio  per  la  festa  d' Ognis- 
santi del  seguente  anno,  fu  scritto 
anche  a  Gregorio  XII,  che  se  ve- 
ramente bramava  la  unione  e  la 
concordia  delle  chiese  e  di  tutto 
il  cristianesimo,  si  recasse  con  quel- 
li del  suo  partito  al  concilio.  L'ef- 
lt"tlo  mosti-ò,  ch'egli  sinceramente 
desiderava  questa  concordia;  ma 
temendo,  che  fossero  per  prevalere 
contro  di  lui  in  Costanza  i  suoi 
nemici,  nel  i4i4j  procurò  di  sva- 
nirloj  come  congregato  senza  legit- 
tima autorità,  poiché  era  egli  vero 
pastore  della  Chiesa  canonicamente 


COS 
eletto.  Lnsrnossi  il  Pontefice  di  Si- 
gismondo,  peii;1iè  si  era  dichiarato 
seguace  di  Baldassare  Coscia,  che 
avea  preso  il  nome  di  Giovanni 
XXIII,  e  gl'invio  il  Cardinal  di 
Ragusa,  e  il  patriarca  di  Costanti- 
nopoli, per  dimostrargli  la  giustizia 
della  sua  calisa,  la  quale  volle  pa- 
rimenti, che  dal  detto  Cardinal  di 
Ragusa  venisse  difesa  nel  concilio. 
Giunse  il  Cardinale  a  Costanza,  e 
fece  subito  alzare  nel  suo  palazzo 
r  arme  di  Gregorio  XII,  che  nella 
prima  notte  gli  fu  gettata  a  terra. 
Fu  messa  questa  causa  in  giudizio, 
e  ne  uscì  sentenza,  che  non  dove- 
vasi alzare  l'arma  di  Gregorio  XII, 
in  un  luogo  che  a  Giovanni  XXIII, 
e  non  a  lui  prestava  ubbidienza,  e 
questo  bastò  per  fargli  conoscere, 
che  cpie'  prelati  erano  poco  disposti 
a  favorire  Gregorio  XII,  e  non 
rimanergli  per  conseguenza  spe- 
ranza alcuna  di  ridurli  alla  sua  di- 
vozione, come  egli  lo  avea  iucom- 
benzato  di  fare.  Lo  stesso  animo 
trovò  il  Cardinale  in  Sigismondo, 
il  quale  in  una  lettera,  che  scrisse 
a  Gregorio  XII,  lo  riprendeva  di 
ricusare  con  iscandalo  di  condursi  in 
Costanza,  per  dar  fine  allo  scisma 
della  Chiesa .  Il  Papa  rispose  , 
eh'  egli  non  ricusava  il  concilio,  ma 
sì  il  congresso  convocato  da  Gio- 
vanni XXIII,  dappoiché  non  con- 
veniva, che  il  vicario  di  Cristo,  e 
successore  di  s.  Pietro  fosse  sogget- 
to all'  usurpatore  del  pontificato. 
Dipoi  Gregorio  XII,  con  lettera 
de' 1 3  marzo  i^i^,  come  quello 
che  sinceramente  bramava  la  pace 
della  Chiesa,  diede  piena  autorità 
al  Cardinal  di  R.agusa,  e  agli  altri 
della  sua  ubbidienza,  che  potessero 
ridurre  a  forma  di  concilio  generale 
il  congresso  di  Costanza,  non  come 
convocato  da  Baldassare  Coscia,  niu 


e  OS 
da   Sigismondo  re  de'roraani,    e  di 
Ungheria,  col  patto  però,  che   Bal- 
dassare  né  lo  presiedesse,  ne  vi  fus- 
se  presente. 

Morto  intanto  Ladislao  re  di 
Napoli  agli  8  agosto  i^t^,  Oiovan- 
ni  XXÌIl,  che  assai  temeva  di  anda- 
re al  concilio  di  Costanza,  peichè 
s'immaginava  ,  che  ne  uscirebbe 
non  come  Papa  ma  come  privato, 
stimolato  tuttavia  dai  Cardinali,  e 
dalla  promessa  fatta  a  Sigismondo, 
nel  primo  di  ottobre,  mosse  alla 
volta  di  Costanza.  Egli  vi  entrò  ai 
28  ottobre  a  cavallo  accompagnato 
dalla  sua  corte,  che  oltre  a  nove 
Cardinali  ,  e  molti  prelati,  consi- 
steva in  più  di  seicento  persone, 
e  vi  entrò  come  una  vittima  or- 
nata pel  sagrifizio.  Costanza  era  al- 
lora piena  di  popolo  in  guisa,  che  vi 
si  contarono  sino  a  trenta  mila  ca- 
valli. Al  concilio  intervennero  qua- 
si mille  padri,  fra' quali  ventinove 
Cardinali  della  ubbidienza  di  Gre- 
goi'io  XII  ,  di  Giovanni  XXIII , 
e  dell'  antipapa  Pietro  di  Luna , 
ossia  Benedetto  XI li,  non  che  tre- 
cento vescovi,  l'imperatore  Sigis- 
mondo, gli  ambasciatori  di  tutti 
i  principi  europei,  e  più  di  tren- 
tadue mila  persone.  Sigismondo 
giunse  a  questa  numerosa  ed  au- 
gusta assemblea  nella  vigilia  di  Na- 
tale sulla  mezza  notte ,  accompa- 
gnato dall'imperatrice  Barbara  di 
Cilley  sua  sposa,  da  Isabella  regi- 
na di  Bosnia,  da  Rodolfo  elettore 
di  Sassonia,  da  Federico  burgravio 
di  Norimberga,  poscia  elettore  di 
Brandemburgo,  da  Ludovico  conte 
palatino  del  Reno,  e  duca  di  Ba- 
viera, seguito  da  quattrocento  ca- 
valieri, dall'arcivescovo  di  Magonza 
con  seicento,  e  da  altri  gran  perso- 
naggi. Nella  messa,  che  nel  giorno 
di  Natale  celebrò  Giovanni  XXIU 
VOL.    xviu. 


COS  l'p 

con  tutte  le  cerimonie  pontificali, 
Sigismondo  vestito  degli  abiti  da 
diacono  ,  colla  spada  nuda  alla 
mano,  cantò  l'evangelo:  Exiil  ecli- 
ctuni  a  Caesai  e  Augusto,  ed  il  con- 
te di  Cilley,  suocero  dell'imperato- 
re, teneva  in  mano  il  pomo  d'oro, 
ossia  il  globo  imperiale.  Giovanni 
Huss  si  recò  al  concilio  Costanzien- 
ze,  munito  di  un  salvacondotto  di 
Sigismondo. 

L'apertura  del  concilio  si  fece 
ai  5  novembre,  e  la  prima  sessio- 
ne si  tenne  ai  16.  Il  Papa  vi 
presiedette ,  e  recitò  un  discorso, 
indi  si  lesse  la  bolla  di  convocazio- 
ne, e  furono  eletti  gli  ufllziali  del 
concilio,  cioè  dieci  notari,  un  cu- 
stode, e  gli  uditori  di  rota,  quat- 
Iro  avvocati,  due  promotori,  o  sia 
procuratori ,  e  quattro  maestri  di 
cerimonie.  Vi  fu  letto  un  canone 
dell'Xl  concilio  di  Toledo,  tenuto 
nell'anno  675  nel  pontificato  di  A- 
deodato,  che  spiega  e  dichiara  la 
gravità,  colla  quale  si  deve  ognuno 
contenere  in  siffatte  adunanze.  Nel- 
l'intervallo dalla  prima  alla  secon- 
da sessione  fu  carcerato  Giovanni 
Huss  per  comando  del  Papa,  ad  on- 
ta del  suo  salvacondotto,  e  si  diede 
principio  al  suo  processo.  I  suoi  ac- 
cusatori stesero  una  memoria  de- 
gli errori  di  lui,  che  presentarono 
al  Pontefice  ed  al  concilio,  e  tra  gli 
altri  errori  v'ebbero  quelli  di  aver 
insegnalo  pubblicamente ,  che  do- 
vevasi comunicare  il  popolo  sotto 
le  due  specie:  che  nel  sagramento 
dell'aliare  il  pane  resta  pane  dopo 
la  consagrazione  :  che  i  preti  in 
peccato  mortale  non  possono  am- 
ministrare i  sagra  menti:  che  pel 
contrario  può  farlo  ognuno,  essendo 
in  istato  di  grazia:  che  pel  nome  di 
Chiesa  non  bisogna  intendere  il  Papa, 
né  il  clero:  che  la  Chiesa  non  può 

IO 


f46  cos 

possedere  beni  temporali,  e  che  i 
signori  secolari  possono  spogliar- 
nela.  Furono  eletti  commissari  per 
costituire  il  suo  processo.  Nello  stes- 
so intervallo  della  prima  sessione, 
molti  signori  tanto  ecclesiastici,  che 
secolari  arrivarono  a  Costanza,  tra  i 
quali  il  celebre  Cardinal  Pietro  di 
Ailly.  Nel  mese  di  febbraio  vi  arri- 
varono i  deputati  dell'antipapa  Be- 
nedetto XIII,  e  di  Gregorio  XII, 
che  vi  mandò  quali  suoi  nunzi  e 
procuratori  il  Cardinal  Gio.  de  Do- 
menici del  titolo  di  s.  Sisto,  arci- 
vescovo di  Ragusa,  Vernerò  arci- 
vescovo di  Tieveri,  Ludovico  conte 
palatino  del  Reno,  non  che  Carlo 
Malatesta  signore  di  Rimini,  nella 
quale  città  il  Papa  erasi  ritirato. 
Ambedue  però  i  vescovi  nel  conci- 
lio, o  conciliabolo  di  Pisa,  erano 
stati  spogliati  della  dignità,  e  di- 
chiarati scismatici,  e  nemici  della 
Chiesa. 

Intanto  si  tennero  molte  congre- 
gazioni, e  furono  prese  misure  per 
obbligare  Giovanni  XXII I  a  di- 
mettere il  pontificato  a  cagione 
de'suoi  vizi  personali.  Fu  risoluto 
di  opinare  per  nazioni,  e  si  divi- 
se il  concilio  in  quattro  nazioni, 
cioè  d'Italia,  di  Francia,  di  Alema- 
gna,  e  d'Inghilterra.  Altri  vi  ag- 
giungono una  quinta  nazione,  la  spa- 
gnuolaj  e  da  ogni  nazione  si  eles- 
se un  numero  di  deputati.  Questi 
deputati  avevano  alla  testa  un  presi- 
dente, che  si  cambiava  ogni  mese,  e 
ogni  deputazione  aveva  i  suoi  procu- 
ratori e  notari.  Ogni  nazione  raduna- 
vasi  per  deliberare  le  cose,  che  dove- 
vano essere  portate  al  concilio.  Quan- 
do erano  convenuti  sopra  qualche 
articolo,  producevasi  ad  un'assem- 
blea delle  diverse  nazioni,  e  se  l'ar- 
ticolo era  di  unanime  consenso  ac- 
cordalo, veniva  sottoscritto  e  sigillato 


COS 

per  portarlo  nella  sessione  seguen- 
te, perchè  fosse  autorizzato  da  tut- 
to il  concilio.  In  una  di  queste 
congregazioni  si  presentò  una  nota 
di  accuse  molto  gravi  contro  Gio- 
vanni XXIII,  e  furono  a  lui  man- 
dati deputati  per  indurlo  a  rinun- 
ziare da  sé  il  pontificato:  egli  ri- 
spose che  lo  avrebbe  fatto,  se  gli 
altri  due  contendenti  facessero 
altrettanto,  ma  differì  di  giorno  in 
giorno  ad  esibire  una  formola  chia- 
ra e  precisa  di  sua  cessione.  In 
tal  tempo  arrivarono  a  Costanza 
i  deputali  dell'università  di  Pari- 
gi, di  cui  era  capo  il  celebre  Gerso- 
ne,  cancelliere  della  medesima,  in- 
sieme agli  ambasciatori  di  Carlo  VI 
re  di  Francia. 

Nella  II  sessione  Giovanni  XXIII 
recitò  una  formola  precisa,  colla  qua- 
le giurava  di  rinunziare  il  pon- 
tificalo, se  la  sua  dimissione  poteva 
estinguere  Io  scisma,  la  qual  formo- 
la era  stata  compilata  da  tre  na- 
zioni di  quelle  intervenute  al  con- 
cilio. In  questa  sessione,  ch'ebbe  luo- 
go a'  2  marzo  ì/\i5  ,  Giovanni 
XXIII,  dopo  aver  celebrato  nella 
cattedrale  la  messa  dello  Spirito 
santo,  in  mezzo  a  quella  augusta 
assemblea  pronunziò  la  formola  del 
giuramento,  e  scendendo  dal  tro- 
no ,  s'  inginocchiò  avanti  l'altai-e, 
ed  accostando  la  mano  al  petto, 
mentre  proferiva  le  parole,  spondeo, 
voveo ,  et  j'uro  Deo,  Sigismondo 
s'intenerì  in  modo,  che  disceso  an- 
ch'egli  dal  soglio,  e  deposta  l'impe- 
riai corona,  si  prostrò  a'  piedi  del 
Papa  per  sapergliene  quel  grado, 
che  meritava  una  risoluzione  cotan- 
to generosa,  e  per  parte  sua,  e  per 
parte  del  concilio.  Ma  poco  durò 
questa  buona  volontà  di  Giovaruìi 
XXIII,  imperocché  non  molto  do- 
po    negò    egli    di    dare    la     prò- 


cos 

cura  per  rassegnarsi ,  testificando 
fli  voler  fare  da  se  questa  rinunzia. 
Quindi  udendo  che  sarebbe  for- 
zato a  farla,  e  che  dopo  una  con- 
gregazione si  era  proposto  il  violen- 
to partito  di  arrestarlo,  e  di  creare 
un  Papa,  se  ne  fuggì  da  Costanza 
vestito  da  mercatante,  da  palafre- 
niere, o  da  postiglione,  coll'appog- 
gio  di  Federico  duca  di  Austria, 
che,  per  trovare  il  modo  di  trafu- 
garlo, celebrò  in  Costanza  un  torneo, 
nel  quale  impegnati  tutti  gli  abi- 
tanti a  vederne  lo  spettacolo  (in  cui 
il  duca  stesso  giuoco  di  lancia  col 
conte  di  Cilley,  cognato,  o  suocero 
dell'  imperatore) ,  ebbe  Giovanni 
XXIII  tutto  l'agio  di  fuggire,  e 
ritirarsi  a  ScialFusa,  e  poi  a  Lauf- 
femburgo,  e  finalmente  a  Fribur- 
go, donde  passò  a  Brissac.  Teodo- 
rico di  Niemo  scrittore  delle  let- 
tere apostoliche,  nella  qual  qua- 
lità l'avea  accompagnato  in  Co- 
stanza al  concilio,  scrisse  la  storia 
di  questa  fuga.  L'imperatore  ve- 
dendo il  torbido,  che  la  fuga  del 
Papa  aveva  prodotto,  dichiarò  che 
il  ritiro  di  Giovanni  XXIII  non 
impediva  al  concilio  di  attendere 
alla  riunione  della  Chiesa,  e  Ger- 
sone,  di  concerto  con  altri,  fece 
un  discorso  per  ristabilire  la  supe- 
riorità del  concilio  sopra  il  Papa, 
ciocché  diede  origine  alla  questio- 
ne, che  fu  allora  vivamente  agita- 
ta, e  riprodotta  di  poi  da  parecchi 
dottori  oltremontani,  se  il  concilio 
sia  o  no  superiore  al  Papa.  Ma 
su  questo  delicato  ed  importante 
argomento,  è  a  vedersi  quanto  si  dis- 
se in  questo  Dizionario  al  volume 
IV  pag.  i56,  e  al  volume  XV  p. 
16')  e  seg.  Certo  è,  che  il  concilio 
emanò  una  costituzione,  in  cui  si 
pubblicò  essersi  unita  ad  un  sol 
capo  di    Cristo   la    moltitudine  dei 


COS  t47 

fedeli,  i  quali  prima  avevano  ob- 
bedito parte  a  Gregorio  XII,  e  par- 
te a  Giovanni  XXIII,  e  si  ordinò 
nel  tempo  medesimo,  che  nelle 
scritture  pubbliche,  lasciandosi  di 
far  menzione  alcuna  del  Romano 
Pontefice,  o  della  Sede  apostolica, 
si  mettesse  in  esse  l'anno  del  re 
de'romani.  Dopo  avere  Giovanni 
XXIII  assistito  alle  due  prime  ses- 
sioni, per  la  sua  fuga  presiedette 
alla  terza  il  Cardinal  d'Ailly,  ed 
alla  quarta  e  quinta  il  Cardinal 
Giordano  Orsini  vescovo  di  Albano, 
mentre  alle  altre  sino  all'elezione  di 
Martino  V  assistette  il  Cardinal  ve- 
scovo di  Ostia  Giovanni  Broignac , 
ed  alle  quattro  ultime  Martino  V, 
creato,  come  diremo,  nella  XLI  ses- 
sione. 

Nella  III  sessione  il  Cardinal  di 
Firenze  lesse  una  dichiarazione  fat- 
ta a  nome  del  concilio,  nella  qua- 
le si  dice  :  i .°  Che  il  presente  con- 
cilio era  legittimamente  radunato  : 
2."  Che  il  ritiro  del  Papa  non  lo 
ha  disciolto,  e  che  non  si  scioglierà 
fintantoché  non  sia  estinto  lo  scis- 
maj  e  la  Chiesa  non  sia  riformata 
quanto  alla  fede,  e  quanto  ai  co- 
stumi: 3.°  Che  il  Papa  Giovanni 
XXIII  non  trasferì  fuori  della  città 
di  Costanza  la  corte  di  Roma,  né 
i  suoi  ufFiziali,  e  non  gli  obblighe- 
rà a  seguirlo,  se  non  che  per  qual- 
che causa  ragionevole,  e  approvata 
dal  concilio:  4'"  Che  tutte  le  tras- 
lazioni de' prelati,  privazioni  de' be- 
nefizi ec. ,  fatte  da  questo  Papa,  do- 
po il  suo  ritiro,  saranno  di  niun 
valore. 

iVella  IV  sessione  assistette  l' im- 
peratore, e  il  Cardinal  di  Firenze 
vi  lesse  gli  articoli,  sopra  i  quali 
i  padri  del  concilio  erano  rimasti 
d'accordo  :  il  decreto  più  degno  di 
osservazione  contiene,    che  il  detto 


i48  cos 

concilio  di  Costanza,  legittimamen- 
te adunato  in  nome  dello  Spirito 
Santo,  formando  un  concilio  gene- 
rale, che  rappresenta  la  Chiesa  cat- 
tolica militante,  ha  ricevuto  imme- 
diatamente da  Gesù  Cristo  un  po- 
tere, al  quale  ogni  persona,  di  qua- 
lunque stato  e  dignità ,  anche  Pa- 
pale, è  obbligata  a  ubbidire  in  ciò 
che  riguarda  la  fede,  la  eslirpazio- 
de  dello  scisma,  e  la  riforma  della 
Chiesa. 

La  V  sessione  fu  tenuta  il  pri- 
mo aprile  del  i4i5.  Vi  si  lessero 
gli  articoli  già  letti  nella  quai  ta 
sessione,  e  furono  approvati  unani- 
mamente  nella  stessa  forma  come  i 
decreti  dell'altro.  Fu  conchiuso  in 
questa  sessione ,  che  l' imperatore 
potrebbe  fare  arrestare  chiunque 
volesse  partire  da  Costanza  in  abito 
mentito. 

Nella  VI  sessione,  che  seguì  il 
17  aprile,  coli' assistenza  dell'im- 
peratore, fu  fatto  intimare  a  Gio- 
vanni XXIII,  che  si  recasse  al  con- 
cilio, ovvero  pul)blicasse  una  bolla, 
colla  quale  dichiarasse  di  non  esse- 
re più  Papa  :  ma  dalla  risposta 
cui  egli  diede  ai  deputati  si  raccol- 
se, che  nonavea  altro  disegno,  che 
di  tenere  a  bada  il  concilio.  Allora 
i  padri  risolvettero  di  procedere 
contro  di  lui,  come  contro  uno  scis- 
matico, ed  un  eretico  notorio.  Nel- 
r  intervallo  tra  la  sesta  e  la  setti- 
ma sessione  vi  furono  delle  dispu- 
te tra'  teologi  sul  come  doveva  con- 
cepirsi il  decreto  di  condanna  degli 
articoli  di  WiclelTo.  Molti  volevano, 
che  quegli  articoli  fossero  condan- 
nati in  nome  del  Papa,  coH'appro- 
vazione  del  concilio;  altri  pretende- 
vano, che  bastasse  nominare  il  con- 
cilio, senza  far  menzione  del  Papa. 

La  VII  sessione  ebbe  luogo  ai 
2    maggio,    in  cui     fu    citato    Gio- 


COS 
vanni  XXIII  a  comparire  in  perso- 
na co'  suoi  aderenti  nel  termine  di 
nove  giorni,  per  giustificarsi  delle 
accuse  di  scisma,  di  simonia,  e  di 
più  altri  enormi  delitti,  altrimenti 
si  procederebbe  contro  di  lui.  Si 
trattò  anche  in  questa  sessione  del- 
l'affare  di  Girolamo  di  Praga. 

L'  Vili  sessione  si  celebrò  a'  4 
maggio ,  ed  in  essa  si  procedette 
alla  condanna  degli  errori  di  Wi- 
cleffo,  contenuti  in  quarantacinque 
articoli  o  proposizioni,  eh'  erano  già 
state  censurate  dalle  università  di 
Parigi,  e  di  Praga.  Una  gran  parte 
furono  «juellc  stesse  di  Huss  ,  rife- 
rite nella  prima  sessione.  Si  con- 
dannarono anche  tutti  i  libri  di 
W'icletfo  in  generale,  e  la  partico- 
lare, come  gli  articoli.  Nell'inter- 
vallo Ira  l'ottava  e  la  nona  sessio- 
ne, Giovanni  XXI II  fu  carcerato  in 
Friburgo,  per  le  misure  prese  dallo 
stesso  suo  protettore  Fed^M'ico  duca 
d'Austria,  che  pensava  a'  soli  suoi 
interessi,  di  concerto  coli' impera- 
tore, col  quale  erasi  pacificato. 

La  IX  sessione  fu  tenuta  a'  1 3 
maggio.  Si  rigettò  la  proposizione 
di  Giovanni  XXIII,  colla  quale  egli 
eleggeva  tre  Cardinali,  perchè  com- 
parissero al  concilio,  e  rispondesse- 
ro alle  accuse  proposte  contro  di 
lui.  Furono  eletti  due  Cardinali, 
e  cinque  prelati  ,  affinchè  chiamas- 
sero il  Papa  per  tre  volte  alla  volta 
della  Chiesa,  e  siccome  quello  non 
comparve,  si  rogò  l'alto  di  questa 
citazione.  Dopo  tale  sessione  si  riu- 
nirono i  padri  per  udire  le  depo- 
sizioni dei  testimoni  contro  di  lui. 
Dieci  ne  comparvero,  tra' quali  vi 
furono  dei  vescovi,  degli  abbati,  e 
de'  dottori. 

La  X  sessione  fu  a'  i4  maggio. 
I  commissari  diedero  ragguaglio  del- 
la deposizione    de'  testimoni.   Dopo 


e  OS 
nuove  citazioni  a  Giovanni  XXIII, 
fatte  le  tre  proclamazioni,  e  non 
vedendolo  conriparire,  il  concilio  lo 
dichiarò  reo  convinto  di  avere  scan- 
dalezzato  la  Chiesa  co'  suoi  pravi 
costumi,  di  aver  esercitato  pubbli- 
camente la  simonia,  vendendo  i  be- 
nefizi, di  celebrar  la  messa  di  ra- 
do, in  fretta,  e  senza  divozione;  e 
come  tale  lo  sospese  da  tutte  le 
funzioni  del  Papato,  e  da  qualun- 
que amministrazione  tanto  spiritua- 
le che  temporale  ,  con  proibizione 
a  lutti  i  chierici  di  qualsivoglia  con- 
dizione e  grado ,  di  prestargli  in 
avvenire  ubbidienza  direttamente, 
o  indirettamente,  sotto  pena  di  es- 
sere puniti  come  fautori  dello  scis- 
ma. Le  accuse  contenevano  settanta 
capi,  altri  dicono  cinquanfacinque, 
come  il  Gobelino,  che  li  riferisce 
In  Cosmodrom.  aetat.  6,  cap.  4- 
Tutti  questi  capi  furono  provati  le- 
galmente, ma  in  pieno  concilio  ne 
furono  letti  soltanto  cinquanta,  cioè 
quelli  che  riguardavano  la  simonia 
delPapa,  la  sua  vita  mondana,  le  sue 
vessazioni,  i  suoi  falsi  giuramenti, 
essendo  stati  soppressi  quelli  che  l'o- 
nestà non  permetteva  di  riferire. 
Si  fece  partecipare  a  Giovanni  XXIII 
quanto  erasi  fatto  nel  concilio  ;  ed 
egli  rispose,  che  non  aveva  nulla  da 
opporre  a  quanto  gli  si  rimprove- 
rava, eh'  egli  riconosceva  il  concilio 
come  santo  e  infallibile,  e  consegnò 
nel  tempo  stesso  il  sigillo,  l'anello 
piscatorio ,  e  il  libro  delle  suppli- 
che ,  che  gli  fu  domandato ,  indi 
fece  pregare  il  concilio  di  avere  ri- 
guardo alla  sua  sussistenza,  e  al  suo 
onore.  Dopo  questa  sessione  Gio- 
vanni XXIII,  divenuto  Baldassare 
Coscia,  fu  condotto  a  Rotolulf,  città 
della  Svevig  due  leghe  distante  da 
Costanza. 

La   XI    sessione  vide    comparire 


COS  i49 

avanti  di  se  Girolamo  da  Praga , 
che  fu  poi  arrestato ,  e  messo  in 
prigione. 

Nella  XII  sessione,  a'  29  maggio, 
sì  lesse  con  tutte  le  debite  forma- 
lità la  sentenza  di  deposizione  di 
Giovanni  XXIII,  che  avea  solenne- 
mente pronunziata  il  concilio ,  il 
quale  in  questa  sessione  concorde- 
mente r  approvò.  In  questa  circo- 
stanza si  vide  per  la  prima  volta, 
dopo  lo  stabilimento  del  cristianesi- 
mo ,  un  Papa  deposto  da  coloro 
stessi,  che  lo  riconoscevano  per  Papa. 

Nella  XIII  sessione  si  fece  un 
decreto  sopra  la  comunione  sotto 
le  due  specie,  comunione  che  venne 
proibita. 

Nella  XIV  sessione  si  lessero 
molti  decreti,  il  primo  dei  quali 
proibiva  a  tutti  di  procedere  all'e- 
lezione di  un  nuovo  Papa,  senza  la 
deliberazione  del  concilio.  Si  rice- 
vette la  solenne  rinunzia  del  Pon- 
tificato, che,  per  mezzo  di  Carlo 
Malalesta,  fece  Gregorio  XII  in  ri- 
guardo alla  pace  universale ,  cui 
sempre  con  zelo  ed  impegno  aveva 
desiderato,  tornando  così  ad  essere 
Angelo  Cardinal  Corraro.  Avendo 
egli  saputo  in  Rimini  ciò^  che  ave- 
va eseguito  in  Costanza  il  suo  ple- 
nipotenziario, adunò  il  concistoro, 
in  cui  comparì  per  1'  ultima  volta 
cogli  abiti  pontificali,  approvò  for- 
malmente quanto  il  suo  procura- 
tore Malatesta  avea  fatto  in  suo 
nome,  depose  il  triregno  con  tutte 
le  altre  insegne  pontificie,  e  prote- 
stò, che  non  le  avrebbe  riprese  mai 
pili  in  sua  vita.  Il  Malatesta  nel 
concilio  fece  l' abdicazione  in  un 
trono  preparato  come  pel  Papa 
medesimo.  Fatto  il  discorso,  discese 
dal  trono,  e  non  rappresentando  più 
Gregorio  XII,  si  pose  a  sedere  in 
una  sedia  ordinaria.  Il  concilio  pie- 


i5:o  cos 

im  eli  ammirazione  verso  il  cessato 
Papa  Gregorio  XII,  per  un'azione 
cotanto  edificante  e  generosa,  lo  di- 
chiarò vescovo  suhiirbicario  di  Por- 
to ,  legato  perpetuo  della  Marca  , 
e  decano  del  sagro  Collegio,  con  al- 
tri onori.  Furono  altresì  confermati 
tutti  i  suoi  atti,  venne  dichiarato, 
che  la  costituzione,  con  cui  nel  con- 
cilio erasi  stabilito  di  non  eleggere 
di  nuovo  il  Cardinal  Corraro,  non 
eia  in  dispregio  di  lui ,  ma  alfine 
soltanto  di  rendere  la  pace  alla 
Chiesa  per  sempre;  che  mai  si  sa- 
rebbero contrariate  le  cose  fatte  nel 
di  lui  pontificato,  né  sarebbe  mai 
stato  obbligato  a  rispondere  in  giu- 
dizio. Finalmente  in  questa  sessione, 
ch'ebbe  luogo  a'  4?  o  '4  luglio 
i4i5,  fu  eccitato  Pietro  di  Luna, 
ossia  l'antipapa  Benedetto  XIII,  al- 
la rinunzia ,  locchè  egli  non  volle 
fare,  persistendo  nel  rifiuto  sino  alla 
n)orte  avvenuta  nel    i^i^. 

La  XV  sessione  terminò  l'affare 
di  Giovanni  Huss ,  condannandosi 
come  eretici  gli  articoli  da  lui  in- 
segnati, ed  alle  fiamme  i  libri  di 
lui.  Giovanni  non  volle  confessarsi 
reo,  laonde  fu  dal  concilio  condan- 
nato alla  degradazione,  e  dato  in 
braccio  al  giudizio  secolare,  che  lo 
fece  bruciare.  Inoltre  il  concilio  di- 
chiarò eretica  ,  scandalosa  ec. ,  la 
proposizione  di  Giovanni  Piccinino, 
cioè  che  un  tiranno  può  essere  uc- 
ciso lecitamente,  e  con  merito  da 
chiunque  de'suoi  vassalli  e  sudditi, 
anche  clandestinamente  per  via  d'in- 
sidie segrete  ,  con  adulazione  ,  con 
carezze,  non  ostante  qualunque  pro- 
messa, giuramento,  confederazio- 
ne ec,  e  senza  aspettar  il  comando 
di   chicchessia. 

Nella  XVI  sessione  si  elessero 
deputati  per  accompagnare  l'impe- 
ratore, che  volle  andare   in  Proven- 


COS 

za  a  conferire  col  re  d' Aragona 
fautore  dell'  antipapa  ,  ed  obbligarlo 
a  rinunziare  il  falso  pontificato. 
Quindi  di  nuovo  si  esaminò  l'affa- 
re di  Girolamo  da  Praga. 

Nella  XVII  sessione  l'imperatore 
Sigismondo  si  congedò  dal  concilio, 
e  si  ordinarono  preghiere  pel  buon 
esito  del  suo  viaggio. 

Nella  XVIII  sessione  si  fecero 
molti  decreti,  e  tra  le  altre  cose  fu 
ordinato  di  aver  per  vere  le  bolle 
del  concilio  e  prestar  ad  esse  la  me- 
desima fede  e  sommissione ,  come 
per  le  bolle  della  Sede  apostolica. 
Nella  XIX  sessione  si  fece  fare  a 
Girolamo  da  Praga  una  ritrattazio- 
ne degli  articoli  di  Wicleffb,  e  di 
Huss. 

Nella  XX  sessione  si  trattò  del- 
la controversia  tra  il  vescovo  di 
Trento,  e  il  duca  Federico  d'Au- 
stria, il  quale  avealo  spogliato  del 
vescovato ,  e  de'  suoi  beni.  Dopo 
questa  sessione  si  tenne  un'  assem- 
blea per  la  riforma  della  Chiesa , 
e  per  reprimere  la  simonia.  In  que- 
sto tempo  Pietro  di  Luna ,  detto 
Benedetto  XIII,  che  non  voleva  ri- 
conoscere il  concilio  di  Costanza , 
si  ritirò  nel  castello  di  Paniscola  in 
riva  al  mare ,  conservandosi  nella 
pseudo  dignità.  Per  la  terza  volta 
fu  avvisato,  che  se  non  cedeva  ,  si 
procederebbe  in  modo  da  terminal- 
definiti  vamente  quello  scisma,  il  qua- 
le lacerava  la  Chiesa  di  Dio.  Tutti 
quelli,  che  sino  allora  l'avevano  ub- 
bidito, per  la  sua  caparbietà  ed  osti- 
nazione, l'abbandonarono  in  uno  a 
Ferdinando  re  d'  Aragona.  Indi  si 
tennero  varie  congregazioni  su  altre 
proposizioni  del  Piccinino,  di  cui 
Carlo  VI  re  di  Francia  sollecitava  la 
condanna  .  Giovanni  Huss  fu  da 
Girolamo  da  Praga  dichiarato  san- 
to, ritirandosi   così  da    lui    la    pre- 


cos 

cedente  ritrattazione,  ed  aderendo 
di  nuovo  alle  dottrine  di  lui ,  non 
che  a  quelle  di  Wicleffo. 

Nella  XXI  sessione,  ch'ebbe  luo- 
go ai3o  maggio  i4'6,  fu  con  sen- 
tenza dichiarato  eretico  Girolamo 
da  Praga,  ed  anatematizzato ,  poscia 
fu  consegnato  al  braccio  secolare , 
che  il  condannò  alle  fiamme. 

La  XXII  sessione  a'  25  ottobre 
fu  tenuta  per  unire  gli  aragonesi 
al  concilio  ;  ma  siccome  non  vole- 
vano riconoscerlo  prima  di  avei-lo 
convocato  essi  medesimi,  non  si  fe- 
cero le  cerimonie  ordinarie,  se  non 
dopo  r  unione,  e  la  convocazione. 
Si  ordinò  l' esecuzione  del  trattato 
di  Narbona  del  dicembre  i4i^> 
latta  tra  i  re,  i  signori  dell'ubbidien- 
za di  Benedetto  XIII,  e  l'impera- 
tore Sigismondo  a  nome  del  conci- 
lio ,  le  cui  condizioni  vennero  ri- 
portate dal  p.  Fantoni  nell'  Istoria 
di  j4i'igfione  pag.   3o8. 

Nella  XXIII  sessione  a'  5  no- 
vembre si  nominarono  dei  commis- 
sari per  informare  contro  Benedet- 
to XIII  intorno  alle  cose,  che  fo- 
mentavano lo  scisma. 

La  XXIV  sessione  servì  a  citare 
Benedetto  XIII  a  comparire  nel  con- 
cilio, dentro  lo  spazio  di  due  me- 
si  e  dieci   giorni. 

Nella  XXV  sessione  si  ricevettero 
gl'inviati   del  conte  di   Foix. 

Nella  XXVI  sessione  si  l'icevettero 
gli  ambasciatori  del  re  di  Navarra, 
colle  stesse  formalità  degli  altri. 

La  XXVII  sessione  fu  tenuta  a'  20 
febbraio  coU'assistenza  dell'  impera- 
tore, ch'era  ritornato  in  Costanti- 
nopoli. Vi  si  dichiarò  contumace 
Federico  duca  d'Austria,  per  le  ves- 
sazioni contro  il  vescovo  di  Tren- 
to, che  avea  imprigionato ,  dopo 
essersi   impadronito  de' suoi  beni. 

Nella  XXVIII  sessione,  non  essen- 


COS  i5i 

do  comparso  il  duca,  fu  dichiarato 
spergiuro,  e  come  tale  privato  di 
ogni  onore  e  dignità,  ed  inabilita- 
to, insieme  a'  suoi  discendenti,  a 
riceverne  sino  alla  seconda  genera- 
zione, e  dato  venne  in  mano  al- 
l' imperatore. 

La  XXIX  sessione  fu  agli  8  mar- 
zo. Alle  porte  della  chiesa  per  tre 
volte  venne  citato  Benedetto  XIII; 
si  rogò  l'atto,  e  si  lesse  il  proces- 
so contro  di  lui. 

^ella  XXX  sessione  si  udirono  i 
rapporti  dei  deputati  spediti  a  Be- 
nedetto XIII,  e  la  sua  risposta,  ia 
cui  appariva  l'invincibile  sua  osti- 
nazione. 

Nella  XXXI  sessione  adunata  ai 
3o  marzo  furono  letti  i  quattro 
decreti,  che  proibiscono  i  libelli  in- 
famatori. 

Nella  XXXII  sessione  del  primo 
aprile  per  la  seconda  volta  fu  ci- 
tato alle  porte  della  chiesa  Bene- 
detto XIII,  e  poi  dichiarato  contu- 
mace sotto  il  nome  di  Pietro  di 
Luna. 

Nella  XXXIII  sessione  de'  1 2  mag- 
gio si  ascoltò  il  rapporto  de'commis- 
sai'i  contro  Benedetto  XIII. 

Nella  XXXIV  sessione  de'  5  giu- 
gno si  continuò  il  processo  contro 
l'antipapa,  e  furono  prodotte  le 
accuse,  e  le  prove  a  suo  danno. 

Nella  XXXV  sessione  de'  18 
giugno  intervenne  l' imperatore,  e 
gli  ambasciatori  di  Giovanni  re  di 
Gastiglia  e  di  Leone  esposero  le 
ragioni,  che  gli  avea  indotti  a  re- 
carsi a  Costanza.  Valleoeti  dome- 
nicano vi  pronunziò  un  discorso 
sulla  riforma  della  Chiesa,  nel  qua- 
le espose  con  una  libertà  sorpren- 
dente i  disordini  del  clero,  princi- 
palmente la  simonia. 

La  XXXVI  sessione  fu  a'22  lu- 
glio. Di  nuovo    venne    citato    Pie- 


i5a  COS 

tro  di  Luna  perchè  udisse  ruìtiina- 
zione  della  sentenza  definitiva  con- 
tro di  lui. 

La  XXXVII  sessione  fu  falUi  ai 
26  luglio  i4'7-  Vi  si  pronunziò  la 
sentenza  di  deposizione  contro  Be- 
nedetto. Xin.  Essa  dichiara,  che 
Pietro  di  Luna,  detto  iBenedetto 
XllI,  è  stato,  ed  è  uno  spergiuro; 
ch'egli  ha  scandalizzata  la  Chiesa 
universale;  eh' è  fautore  dello  Scis- 
nia  e  della  divisione,  che  regnano 
da  tanto  tempo  ;  ch'è  un  uomo  in- 
degno di  ogni  titolo,  ed  escluso  per 
sempre  da  ogni  diiitto  al  papato, 
e  come  tale  viene  dal  concilio  de- 
gradato, deposto,  e  privato  di  tut- 
te le  sue  dignità  e  ufiìzii  ;  gli  vie- 
ta di  tenersi  in  avvenire  per  Pa- 
pa; proibisce  a  tutti  i  cristiani,  di 
qualunque  ordine  sieno,  di  ubbi- 
dirgli sotto  pena  di  essere  tratta- 
ti come  fautori  dello  scisma,  e  del- 
l'eresia ec.  Questa  sentenza  fu  ap- 
provata da  tutto  il  concilio,  e  af- 
iissa  nella  città  di   Costanza. 

Nella  XXX Vili  sessione,  de  18 
luglio,  si  lesse  il  decreto  del  conci- 
lio, che  annullava  tutte  le  sen- 
tenze, e  le  censure  di  Benedetto 
XIII,  contro  gli  ambasciatori,  pa- 
renti, e  alleati  del  re  di  Castiglia. 
Nella  XXXIX  sessione,  dei  9  ot- 
tobre, s'introdusse  l'opera  della  ri- 
forma, alla  quale  non  si  volle  porre 
profondamente  la  mano,  se  non  dopo 
la  elezione  del  nuovo  Papa.  Si  fece- 
ro molti  decreti,  il  primo  de'  quali 
fu  intorno  alla  necessità  di  tenere 
frequentemente  concilii  per  preve- 
nire lo  scisma  e  l'eresia.  Il  conci- 
lio anzi  ordinò,  che  si  terrebbe  do- 
po cinque  anni  un  altro  concilio 
generale,  un  altro  dopo  sette  anni, 
r  poi  uno  per  ogni  decennio,  nei 
luoghi  che  fossero  stabiliti  dal  Pa- 
pa, nel  termine    di    ogni    concilio. 


cos 

col   consenso    ed    approvazione    del 
concilio  medesimo,  e    che    in    caso 
di   guerra,  o    di    contagio,    il   Pon- 
tefice,  di     consenso     coi    Cardinnli, 
potrebbe  sostituire  un  altro    luogo, 
anticipare  il    termine   della    tenuta 
del  concilio,  ma    non    prolungarlo. 
Il  secondo  decreto  riguarda  i  tem- 
pi  dello  scisma,  e  ordina,  che    nel 
caso,  in  cui   fossero  due  contenden- 
ti al  pontificato,  il    concilio  si    te- 
nesse l'anno  seguente,  e  che  i  due 
contendenti    sarebbero     sospesi     da 
ogni    amministrazione,    comincialo 
che   fosse   il  concilio.     Il   terzo  con- 
cerne   la    professione    di  fede,    che 
dee  farsi  dal    novello  Pontefice,  in 
presenza    degli    elettori.   In     questa 
professione  sono    compresi   gli  otto 
principali  concilii   generali.   Il   quar- 
to decreto  proibisce     la   traslocazio- 
ne de' vescovi  senza  una  grande   ne- 
cessità, e  ordina    die  il  Papa    non 
ne  elegga    mai    alcuno,  se  non  col 
consiglio  deCardinali,   e  colla    plu- 
ralità de' voti.   Con  che  quantuncjue 
non   decidessero  espressamente  i  pa- 
dri  del  concilio   la  controversia  dei 
suddetti  tre  competitori    al  pontifi- 
cato,  nondimeno    abbastanza    indi- 
carono, che  il  legittimo  possesso  del 
Papato  era   slato  in    Urbano  VI,  e 
nei  suoi  successori,  l'ultimo  de'quali 
fu  Gregorio  XII;  che  molto  retta- 
mente avevano  il  medesimo  Urba- 
no VI  e  i    suoi    successori   propo- 
sta a'Cardinali,  ed  ai  popoli  la  ce- 
lebrazione del  concilio;  che  perver- 
samente operavano  i  Cardinali,  co- 
sì protestandosi    troppo    tardi ,  co- 
me  procedendo    all'elezione    del  se- 
condo Pontefice.   Va    poi   osservato 
vm  bel  tratto  della    divina  Provvi- 
denza, la  quale  permise  che  il  pon- 
tificato di  Gregorio  Xli,  successore 
di    Urbano  VI,  non  fosse   nel  con- 
cilio abrogato,    che    dalla  sola  sua 


cos 

cessione,  laddove  Giovanni  XXIII,  e 
Benedetto  XIII  furono  dal  concilio 
deposti. 

Nella  XL  sessione  de'3o  ottobre, 
si  propose  un  decreto  contenen- 
te diciollo  articoli  di  riforma,  ch'e- 
rano stati  matuiamente  esaminati. 
\ì  è  detto,  che  il  futuro  Papa,  al- 
la cui  elezione  si  deve  procedere,  ri- 
formerà la  Chiesa  nel  suo  capo,  e 
nelle  sue  membra,  come  altresì  la 
corte  di  Roma,  d'accordo  col  con- 
cilio, ovvero  co'deputati  delle  na- 
zioni. I  principali  di  questi  articoli 
sono  le  annate,  le  riserve  della  Sede 
apostolica,  la  collazione  dei  benefizi, 
le  grazie  espettative,  le  cause  che  si 
devono  o  no  portare  alla  corte  di 
Roma,  le  commende,  i  casi  ne'qua- 
li  il  Papa  si  può  deporre,  1'  estir- 
pazione della  simonia,  la  dispensa, 
e  le  indulgenze. 

JNella  XLI  sessione  il  concilio  or- 
dinò, per  questa  volta  solamente, 
che  fossero  eletti  sei  prelati  di  cia- 
scuna delle  cinque  nazioni  che  for- 
mavano l'assemblea,  e  ciò  nello 
.spazio  di  dieci  giorni,  per  procede- 
re coi  Cardinali  all'elezione  del  som- 
mo Pontefice,  elezione,  che  si  ef- 
fettuò agli  i  r  novembre  1417  nella 
persona  del  Cardinal  diacono  Ot- 
tone Colonna,  che  prese  il  nome 
di  Martino  V,  e  al  modo  che  si 
dice  al  volume  XV,  p.  iSy.,  del 
Dizionario  ,  dopo  essersi  i  Cardi- 
nali, e  prelati  delegati  chiusi  in  con- 
clave nel  palazzo  della  comunità 
di  Costanza.  Gli  elettori  sono  tutti 
nominati  dal  p.  Becchetti  nella  sua 
Storia  degli  ultimi  IV  secoli  della 
Chiesa,  tom.  Ili  p.  147.  Se  Dio 
non  avesse  prima  chiamato  a  sé, 
a'26  settembre,  il  celebre  Cardinal 
Francesco  Ziil)arella,  i  Cardinali  in 
questa  occasione  sarebbero  stati  de- 
terunnati  ad  eleggerlo   i'apa.   Mar- 


COS  1^3 

lino  \  a'  I  4  fu  consagralo  vesco- 
vo, ed  una  settimana  dopo,  in  giorno 
di  domenica,  fu  solennemente  co- 
ronato, cioè  a'21  novembre  ;  dopo 
di  che  si  recò  con  maestosa  pom- 
pa e  cavalcala  per  la  città  di  Co- 
stanza, dalla  cattedrale  sino  alla 
chiesa  di  s.  Agostino,  tenendo  in 
mano  dalla  parte  dritta  la  briglia 
del  destriere  che  cavalcava  il  Papa 
r  imperatore  Sigismondo,  e  dalla 
sinistra  Federico  marchese  di  Bran- 
demburgo,  ed  elettore  dell'impero. 
In  questa  funzione  nacque  conte- 
sa tra  i  famigliari  del  nuovo  Pon- 
tefice, ed  il  borgomastro  di  Costan- 
za, pretendendo  ciascuno  di  essi 
di  appropriarsi  il  cavallo  montato 
dal  Papa,  che  alla  fine  fu  giudica- 
to al  borgomastro.  Dopo  la  coro- 
nazione di  Martino  V,  le  nazioni 
sollecitarono  presso  di  lui  la  bra- 
mata  riforma. 

Alla  XLII  sessione  presiedette  il 
nuovo  Papa  e  fu  presente  an- 
che r  imperatore,  cioè  a'  28  di- 
cembre. Le  nazioni  presentarono  a 
Martino  V  un  memoriale  per  la 
riforma,  ed  egli,  per  cedere  a  tan- 
te insistenze,  diede  un  progetto  di 
riforma  sopra  diciotto  articoli,  pro- 
posti nella  sessione  XL.  Tra  le  ses- 
sioni XLII  e  XLI II  il  Papa  emanò 
una  bolla  per  confermare  il  con- 
cilio Costanziénse.  Neil'  edizione  di 
Hagnenau ,  nel  1 5oo ,  la  bolla  è 
riguardata  come  dello  stesso  con- 
cilio per  queste  parole,  sacro  ap- 
prohante  concilio  ;  laddove  nelle 
altre  edizioni,  pare  che  il  Papa  sia 
quello  che  approvi  il  concilio,  per- 
chè si  legge  nel  frontispizio.  Lette- 
ra di  Martino  V ,  che  approva 
la  condanna  degli  errori  di  Wiclef- 
fo,  e  di  Giovanni  Huss,  pronunzia- 
ta dal  concilio  di  Costanza.  Notabi- 
le è  poi  il  primo  articolo  della  bob 


i54  cos 

la ,  giacché  vuole  che  se  alcuno 
fosse  sospetto  nella  fede,  giuri  di 
ricevere  tutti  i  concili  generali,  e 
particolarmente  questo  rappi'esen- 
tante  la  Chiesa  universale;  e  che 
tutte  le  cose  da  questo  ultimo  conci- 
lio approvate  o  condannate,  sieno 
approvate  e  condannate  dai  fedeli. 
L'imperatore,  e  il  duca  di  Baviei'a 
furono  sciolti  dal  carico  della  custo- 
dia di  Baldassare  Coscia,  e  conse- 
gnato venne  egli  ai  ministri  della 
santa  Sede,  e  peiciò  passò  nelle  ma- 
ni del  vescovo  di  Lubecca.  Ma 
nel  i4'9  Baldassare  fuggì  ,  e  si 
i"ecò  in  Firenze  a  piedi  di  Mar- 
tino V,  che  amorevolmente  lo  ac- 
colse, creandolo  Caidinal  vescovo  di 
Frascati,  decano  del  sagro  Collegio, 
e  concedendogli  una  sedia  più  al- 
ta degli  altri  Cardinali.  De'quali 
.onori  Baldassare  godette  poco  tem- 
po, perchè  morì  in  quell'anno  a'22 
dicembre. 

Nella  XLIII  sessione,  a'  2  3  mar- 
zo i4i8  si  pubblicarono  alcuni  de- 
creti coi  quali  si  restrinseio  le  esen- 
zioni, e  le  dispense,  si  condannò  la 
^imonia ,  si  rinnovarono  i  canoni 
intorno  alla  modestia  degli  ecclesia- 
.stici  negli  abiti  loro,  ma  non  si 
toccarono  gli  altri  punti  della  ri- 
l'orma,  meno  sei  articoli,  non  cal- 
colando Martino  V  la  riforma  dei 
Cardinali,  e  della  C(Jrte  di  Roma 
ordinata  dal  concilio.  Inoltre  Mar- 
tino V  l'ivocò  tutte  le  giazie  con- 
cesse dai  Pontefici,  da  Gregorio  XI, 
morto  nel  1878,  (ino  a  quel  tem- 
po, ordinando  che  i  benefìzi i,  e  le 
chiese  ritornassero  al  medesimo 
slato  in  cui  erano  prima  di  Urba- 
no VI. 

Nella  XLIV  sessione  il  Papa  fece 
leggere  una  bolla,  colla  quale,  per 
soddisfare  al  decreto  della  sessione 
XXXIXj  nominò  col   consenso    dei 


COS 
padri,  la  città  di  Pavia  per    la  te- 
nuta del  prossimo  concilio. 

Nella  XLV  sessione,  de' 22  aprile 
1 4  '  8,  Martino  V  lesse  un  discorso, 
dopo  la  messa  solenne,  e  un  Cardina- 
le d'ordine  del  Papa,  e  del  concilio, 
disse  agli  astanti:  Signori,  andate  in 
pace.  Così  terminò  il  gran  concilio 
di  Costanza  dopo  tre  anni  e  mezzo 
circa,  dacché  era  incominciato,  per 
l'unione  della  santa  Chiesa.  Mar- 
tino V  lo  approvò  in  quello  che 
riguardava  i  decreti  in  materia  di 
fede:  Decreta  in  materia  fìdei  per 
praesens  concilium  conciliariler  tene- 
ri,  et  im'iolahiler  ohservari,  come 
si  legge  appresso  il  Labbé,  Conci- 
lioruni,  t,  XII,  p.  258;  colle  quali 
parole  volle  Martino  V  significare, 
come  avverte  lo  Spondano  all'anno 
i4i8,  n.  5,  ch'egli  non  approvava 
ciò  che  nella  sessione  4  si  era  sta- 
bilito dell'  autorità  del  concilio  so- 
pra il  Papa.  Tutlavolta  è  vero  per 
altro,  e  lo  insegnano  lo  stesso  Spon- 
dano, e  il  Bellarmino,  De  Concil. 
lib.  2,  cap.  19,  che  il  concilio  di 
Costanza  non  definì  assolutamente, 
che  i  concilii  generali  abbiano  da 
Cristo  la  podestà  sopra  i  Pontefici, 
ma  solamente  in  tempo  dello  sci- 
sma, quando  non  si  sa  chi  sia  il 
vero  Papa,  e  perciò  abbiano  sopra 
quello  la  potestà,  non  sopra  il  Pa- 
pa. Col  Bellarmino,  lib.  2  De  Con- 
cil. aiict.  e.  19,  sentono  Turre- 
cramala,  che  intervenne  al  concilio, 
nella  Siimm.  de  Eccl.  1.  2,  e.  49  ', 
Sandero,  non  che  Campeggio  De 
potest.  Rom.  Pont,  citati  dal  Rinal- 
di   all'anno    i^i5,  n.   7,  e  8. 

Quando  Martino  V  fu  pregato 
in  questa  ultima  sessione  di  con- 
fermare tutti  gli  atti  del  concilio 
con  autorità  apostolica,  ecco  come 
egli  rispose,  secondo  i  medesimi 
atti:  »  Sanctissimus  Dominus  noster 


cos 

»  Papa  dixit,  respondendo  ad  prae- 
»5  dieta  DÌmirum  postulata,  quod 
»  omnia  et  singula  deteiminata, 
»  conclusa,  et  decreta  in  mateiiis 
»  fidei  per  pi'aesens  concilium  con- 
»  ciliariter,  tenere,  et  inviolabiliter 
»  observare  volebat,  et  numquam 
»  contraire  quoquo  modo  ;  ipsaque 
«  sic  conciliariter  facta  approbat , 
«  et  ralificat,  et  non  aliter,  nec 
"  alio  modo;  et  illud  idem  itera- 
"  to  fecit  dici  per  organum  do- 
««  mini  Augustini  de  Pisis  fiscalis, 
»  et  sacri  concistorii  advocati  prae^ 
»  diati,  qui  nomine  Papae  a  pro- 
«  toiiotai'iis,  et  notariis  ad  scriben- 
"  dum  acta  concilii  ordinatis,  et 
«  deputatis  peliit  instrumenta  pu- 
"  blica  fieri".  Tali  furono  le  ope- 
razioni del  concilio  di  Costanza.  E- 
stinto  così  lo  scisma,  la  Cliiesa  re^ 
spirò  pace,  e  Maitino  V  fu  chiama- 
to la  felicità  de'  suoi  tempi. 

Terminato  il  concilio  Costanziense, 
il  sommo  Pontefice  Martino  V  par- 
tì dalla  città  di  Costanza,  avvian- 
dosi per  l'Italia  con  dodici  Cardi- 
nali. Il  Becchetti  nel  tom.  Ili,  lib. 
VI,  an  i4i8,  ci  racconta,  che  il 
Papa  a'  i6  maggio  i4'8,  giorno 
seguente  alla  festa  di  Pentecoste, 
partì  da  Costanza  con  grande  pom- 
pa, tenendo  la  briglia  del  suo  ca- 
vallo l'imperatore,  e  l'elettore  di 
Erandemburgo,  i  quali  alla  porta 
della  città  montarono  anch'  essi  a 
cavallo,  con  un  seguito  di  ben  qua- 
rantamila cavalieri,  che  accompa- 
gnarono Martino  V  fino  a  Gote- 
blen,  dove  s' imbarcò  pel  E.eno.  F. 
Regia  tom.  XXIX,  Labbé  t.  XII, 
Arduino  t  VII;  Bergier  al  voca- 
bolo Costanza;  Herman  Vander- 
Ilart,  Acta  Concilii  Constantiensis , 
J^xjB;  e  Bourgeois  du  Chastenet, 
Storia  del  Concilio  di  Costanza , 
Parigi    1719. 


COS  loj 

COSTANZIANO  (s.)  nacque  in 
Alvergna,  e  fatto  adulto  si  ritirò 
nel  monistero  di  Micy,  presso  Or- 
leans. Di  là  per  desiderio  di  mag- 
gior solitudine  si  condusse,  unita- 
mente a  s.  Fraimbaldo,  nella  foresta 
di  Javron  nel  paese  del  Maine.  Ob- 
bligato, per  obbedienza,  dai  ss. 
vescovi  Innocenzio  e  Donnole,  ri- 
cevette gli  ordini  sacri,  esercitò  il 
ministero  della  predicazione,  e  con- 
vertì molte  anime  a  Gesù  Cristo. 
La  sua  fama  si  estese  per  tutta  la 
Francia,  ed  era  in  benedizione  ap- 
presso ciascuno,  per  le  sue  rare 
virtìi,  e  per  l'infaticabile  suo  zelo. 
Clotario  I,  passando  pel  Maine  nel 
56o,  lo  visitò,  regalandolo  di  mol- 
te cose,  che  impiegò  nella  fondazio- 
ne d'  un  monistero.  Egli  morì  poco 
dopo  il  562,  ebbe  sepoltura  nella 
chiesa  di  Javi'on,  ed  è  onorato  nel 
Maine  il  dì  primo  dicembre,  e  nel- 
la diocesi  di  Beauvais  a'  dì  2  dello 
stesso  mese. 

COSTANZO  (b.)  di  Fabriano. 
Trasse  i  natali  in  questa  città  della 
Mai'ca  di  Ancona,  e  sino  da  gio- 
vanetto si  ascrisse  all'  Ordine  di  s. 
Domenico.  Ebbe  a  maestri  nella 
sapienza,  e  nelle  virtù  s.  Antonino, 
poscia  arcivescovo  di  Firenze,  e  il 
b.  Corradino  di  Brescia,  ed  alla 
scuola  di  quei  fervorosi  si  rese  in 
breve  un  modello  di  santità.  Fu 
singolare  in  lui  1'  astinenza  dai  cibi, 
e  distinto  lo  spirito  di  orazione. 
Non  contento  dalle  asprezze  e  pre- 
ghiere comuni,  ne  aveva  eletto  di 
particolari  per  modo,  che  la  vita 
di  lui  potea  dirsi  un  accordo  non 
interrotto  di  penitenze  e  di  orazioni. 
Il  Signore  lo  volle  di  molte  grazie 
privilegiato,  fra  le  quali  primeg- 
giano, l'esaudimento  quasi  istantaneo 
d'ogni  sua  domanda,  lo  spirito  di 
piolezia,   la    molliplicazione  de'vivcri 


i56  COS 

in  soccorso  dei  poverelli,  e  le  fre- 
quenti visioni.  Non  è  a  dire  come 
fossero  ajjbondanti  di  frutto  le  pre- 
diche eh'  egli  teneva  di  spesso,  e 
quali  consolazioni  ei  provasse  nel- 
l'esercizio della  parola.  Nella  città 
di  Ascoli  per  opera  sua  fu  ristorato 
l'antico  convento  di  s.  Domenico^  e 
venne  rislaurata  la  chiesa,  e  quei 
religiosi  furono  per  lui  condotti 
alia  osservanza  delle  regole  pri- 
mitive. Ricolmo  di  tanti  meriti, 
volò  al  cielo  nella  stessa  città  li  2  5 
febbraio  dell'anno  i48i.  La  sua 
tomba  fu  gloriosa  per  molti  mira- 
coli, ond'  è  che  gli  abitanti  d'Ascoli 
r  onorarono  con  devozione  parti- 
colare, e  quelli  di  Fabriano ,  sua 
patria,  ottennero  di  conservarne  il 
capo,  e  lo  scelsero  a  patrono  della 
loro  città.  Il  culto  di  lui  fu  appro- 
vato nel  1821  dal  sommo  Ponte- 
fice Pio  VII,  che  permise  ancora 
di  firne  1'  ulìicio. 

COSTANZO  Cardinale,  da  mol- 
li è  detto  anche  Sanzio  e  Stanzio 
forse  per  V  abbreviatura  del  nome 
adoperata  in  alcune  bolle.  Perciò 
si  crede  quel  desso,  che  col  nome 
di  Stanzio  si  è  sottoscritto  in  una 
bolla  del  Pontefice  Innocenzo  II 
dell'anno  ii4i  col  titolo  di  santa 
Susanna.  Erroneo  era  però  quel 
titolo  forse  a  cagione  degli  ama- 
nuensi, dappoiché  Innocenzo  II  a- 
vea  creato  Costanzo  prete  Cardina- 
le di  s.  Sabina  in  una  promozio- 
ne da  lui  fatta  nel  dicembre  del 
li  35. 

COSTITUZIONI  Apostoliche  , 
Constitntiones  Aposiolicae.  Questa  è 
la  raccolta  delle  regole  attribuite 
agli  apostoli,  che  si  crede  essere 
state  fatte  dal  Papa  s.  Clemente  I  ; 
e  che  perciò  portano  il  nome  di 
lui.  Sono  divise  in  otto  libri,  i 
quali  contengono  moltissimi  precet- 


COS 

ti  circa  i  cristiani,  e  particolarmente 
circa  le  cerimonie,  e  la  disciplina 
della  Chiesa.  Dice  il  Lenglet,  che 
gli  eruditi,  e  i  critici  non  ammet- 
tono le  costituzioni  apostoliche  come 
dettate  o  composte  dagli  apostoli. 
Convengono  per  altro  fra  di  loro, 
che  sieno  uscite  alla  luce  fino  dal 
tempo  degli  apostoli,  e  lo  stesso 
dicono  de'  Canoni  Apostolici  (P'edì). 
V.  il  Beveragio  sopra  i  padri  apo- 
stolici del  Cotelerio.  Anche  il  Ber- 
gier  afferma,  essere  .opinione  di 
quasi  tutti  gli  eruditi,  che  le  costi- 
tuzioni attribuite  a  s.  Clemente  I 
sieno  supposte,  mentre  sono  mol- 
to po.^teriori  ai  tempi  apostolici,  co- 
me quelle,  che  si  videro  soltanto  nel 
quarto,  o  nel  quinto  secolo.  Scris- 
sero su  questo  argomento  il  Ce/7- 
lier,  des  Auteurs  Eccles.  t.  Ili, 
cap.  Zi,  33;  il  Beveragio  Corffx  Ca- 
nonum  Ecclesiae  piiinitivae  vindi' 
catuSj  ac  illustratus,  Amstelodami 
1697;  il  p.  Ant.  Costantino  di 
Castrovillare,  De  Canon.  Apost.  Ro- 
mae    1697. 

La  raccolta  delle  costituzioni  a- 
postoliche  non  fu  stampala  la  jn-i- 
ma  volta,  come  l' abbiamo  oggidì. 
Nel  1546  Carlo  Cappella  in  Ingol- 
stadt  ne  diede  il  compendio  latino, 
che  il  Grabbc  fece  entrare  nella 
seconda  edizione  de'  suoi  concilii, 
pubblicata  nel  i55i  in  Colonia. 
Turrien  avendola  poi  ricuperata  per 
intero  in  tre  mss. ,  la  fece  stam- 
pare in  greco,  ed  in  latino  colle  sue 
osservazioni  in  Venezia  nel  i563. 
Nel  medesimo  anno  il  vescovo  Bovio 
ce  ne  diede  una  nuova  versione 
latina  in  Venezia,  che,  nel  i564, 
vide  di  nuovo  la  luce  a  Parigi,  e 
poi  altrove.  La  collezione  di  Tur- 
rien si  ristampò  nel  1578,  colle 
note^  in  Anversa,  e  poi  in  altri 
luoghi.  Le  Due  unì  in  Parigi ,  nel 


cos 

1618,  gli  otto  libri  delle  coiilitu- 
zioni  in  greco  ed  in  latino  del- 
la versione  di  Turrien,  ai  com- 
menti di  Zonara  sui  canoni  aposto- 
lici ;  e  il  p.  Labbé  lo  fece  nella 
edizione  de'concilii  in  Parigi  nel 
1672.  ìVello  stesso  anno  il  Colele- 
rio  ne  diede  una  ve»sione,  e  li  fece 
stampare  in  greco  ed  in  latino  in 
Parigi,  con  nuove  note  fra  gli 
Scritti  de'  padri,  che  si  chiamano 
apostolici.  Questa  edizione  fu  l'i- 
prodotta  con  alcune  note  da  Le 
Clerc. 

COSTITUZIOìNI    Ecclesiastiche. 
I  canonisti  distinguono  tre  soile  di 
costituzioni  ecclesiastiche.  La  prima 
comprende  gli  ordinamenti  de'  con- 
cilii  ;  la  seconda  i  decreti  de'  som^ 
mi  Pontefici  e  dei  vescovi,  emanati 
fuori  dei  concilii  ;  e  la  terza  le  sen- 
tenze de'  padri.   Distinguono  altresì 
i  canonisti  tre  specie  di   costituzio- 
ni dei  romani   Pontefici,  cioè  i  de- 
creti,  le  decretali,    ed    i   rescritti  ;  i 
decreti  sono  regolamenti,  che  il  Pa- 
pa talvolta    fa  anche    senza    essere 
stato  consultato  da  persona  veruna; 
le   decretali    sono  costituzioni,    che 
fanno  i  Pontefici  dietro  le    suppli- 
che, o  a  seconda  delle  relazioni  dei 
vescovi,  o  di  altri,  che  siensi  rivolti 
alla  santa  Sede  per  la  decisione  di 
un  affare    ecclesiastico;    finalmente 
i  Rescritii  sono   denominati    anche 
Lettere     apostoliche    [P^edi],     sopra 
domande  ec.    Ma  tutte   queste  de- 
nominazioni meglio  potranno  vedei*- 
si  ai    rispettivi    articoli    K.    Decre- 
TAir,  e  Rescritti. 

COSTITUZIONI  Pontificie.  De- 
cisioni ,  decreti ,  e  leggi  de'  sommi 
Pontefici ,  sopra  ciò  che  concerne 
la  fede,  i  costumi  ,  e  la  disciplina 
ecclesiastica  ec.  Gregorio  Xilf,  per 
comodità  della  Sede  apostolica,  e 
delle  chiese  cattoliche,  fece  fare  una 


COS 


fiy 


diligente  raccolta  di  tutte  le  Bulle 
[fedi),  e  delle  coslituzioni  Pontifi- 
cie, dal  Papa  s.  Gregorio  VII  sino 
a'  suoi  giorni ,  quindi  la  fece  pub- 
blicare nel  1579.  f.  BoLLARio,  Cke- 
VI,  e  Bolle.  Il  dotto  Cardinal  Petra 
ci  ha  dato  :  Commenlaria  de  Coti' 
Hit.  Jpost.  Venetiis    174I)  to"^-  V. 

COTANA,  o  COTENA.  Sede  ve- 
scovile della  prima  Panfilia,  nell'e- 
sarcato d'  Asia,  sotto  la  metropoli 
di  Side.  Si  conoscono  cinque  vesco- 
vi, che  vi  ebbero  sede,  Commau- 
ville  dice ,  che  nel  quinto  secolo 
Cotana  divenne  sede  episcopale. 

COTELIER  GiovA?j>i  Battista. 
Scrittore  del  secolo  decimosettinio, 
nato  nel  1627  a  Nimes  in  Lingua- 
doca.  Dicesi,  che  nella  età  di  soli 
dodici  anni  spiegasse  la  Bilibia  e- 
braica  all'aprire  del  libro,  renden- 
do ragione  di  alcune  difficoltà  pio- 
postegli  sulla  costruzione  della  lin- 
gua, e  sopra  quanto  spettava  agli 
usi  degli  ebrei.  In  pari  modo  si 
narra,  che  voltasse  nella  propria 
lingua  il  testamento  greco,  e  scio- 
gliesse alcune  difficili  operazioni  di 
matematica.  Se  tutto  ciò  non  è  suf- 
ficientemente provato,  è  vero  però 
che  fino  da'  primi  anni  fece  cono- 
scere in  lui  un  talento  de'  più  ele- 
vati. Si  applicò  dapprima  allo  stu- 
dio della  teologia  in  Parigi,  vi  pre- 
se il  grado  di  bacelliere ,  ma  non 
volle  di  più,  alfine  di  non  obbligarsi 
a  ricevere  gli  ordini  ecclesiastici.  Si 
diede  poscia  allo  studio  della  lingua 
greca,,  e  delle  antichità  ecclesiasti- 
che ,  nel  qual  genere  di  cose  riuscì 
molto  bene.  Il  grande  Colbert,  di 
lui  estimatore,  lo  trascelse,  unita- 
mente al  Du- Gange,  per  lavorare 
nella  versione,  catalogo,  e  sommarli 
dei  manoscritti  greci  esistenti  nella 
biblioteca  reale.  Questo  lavoro  gli 
procurò,  nel    1676,    la    cattedra  di 


138  .         CUS 

lingua  greca  nel  collegio  del  re. 
Visse  in  una  semplicità  e  modestia 
degna  dei  bei  tempi  dell'  innocenza  : 
praticò  assai  poco  le  società  :  sem- 
brava melanconico  e  riservato,  ma 
era  del  più  dolce  carattere  e  ma- 
nieroso. Dobbiamo  alle  sue  fatiche: 
I .°  PaLrcs  aevL  apostolici,  sive  ss. 
Patriini,  qui  temporilms  apostolicis 
floruerunt  opera  edita  et  non  edita, 
Parisiis  1672;  T."  Una  raccolta  di 
parecchi  monumenti  della  chiesa 
greca,  con  una  traduzione  latina 
ed  annotazionij  3.°  Und  traduzione 
latina  delle  quattro  omelie  di  s. 
Gioi'anni  Crisostomo  sopra  i  salmi, 
e  dei  commentarii  di  questo  padre 
sopra  Daniele. 

COTRONEoCOTRONA  (Cotro- 
nen.).  Città  con  residenza  vescovile, 
nel  regno  delle  due  Sicilie,  nella 
provincia  di  Calabria  ulteriore  se- 
conda, capo  luogo,  di  distretto,  e  di 
cantone.  Si  innalza  questa  città  sulla 
falda  settentrionale  del  monte  Corva- 
ro,  airimboccntura  del  fiume  Esaro 
nel  mare  Ionio,  sul  quale  ha  un  pon- 
te, che  per  i  lavori  del  17  52,  e 
pei  restauri  fatti  dopo  il  terremo- 
to del  1783,  avendo  più  ampio  il 
bacino,  può  ricevere  ogni  sorte  di 
bastimento  mercantile.  Sebbene  da 
buìgo  tempo  sia  in  istato  di  deca- 
denza, pure  per  le  sue  mura,  gli  edi- 
fizi,  e  le  fortificazioni  eseguite  nella 
cittadella  dall'imperatore  Carlo  Y, 
le  davano  un  aspetto  imponente. 
Se  non  che  il  terremoto  recò  or- 
ribili guasti  a  questa  città.  Vi  ri- 
siede un  giudice  d' istruzione,  ed 
è  piazza  forte  di  quarta  classe  a 
cagione  delle  buone  ditése  della 
cittadella.  Gli  stabilimenti  di  bene- 
ficenza di  v;irio  genere  apprestano 
all'umanità  i  necessari  soccorsi  ed 
aiuti.  Il  vanto  di  una  salubrità  d'a- 
ria, che  reggeva  ad  ogni  altro  pnra- 


COS 
gone ,  e  contribuiva  alle  atletiche 
forme,  ed  alla  singolare  for7a  dei 
crotoniati,  non  conviene  più  alla 
sua  attuale  situazione,  e  al  palu- 
do.so  terreno. 

Questa  città,  detta  nella  prima 
antichità  Croio,  Crotone,  o  Crotona, 
era  una  delle  principali,  anzi  la  più 
magnifica  della  Magna  Grecia.  De- 
ve la  sua  origine,  secondo  vari  au- 
tori, a  Diomede,  o,  a  parere  d'al- 
tri, ad  una  colonia  di  achei  con- 
dottavi da  INliscello  l'anno  710  avan- 
ti la  nascita  di  Gesù  Cristo,  col- 
l'aiuto  di  Archita  fondatore  di  Si- 
racusa. Non  solo  Crotone  in  poco 
tempo  rivaleggiò  colle  vicine  re- 
pubbliche, ma  mediante  l'alleanza 
con  Sibari,e  Metaponto,  potè  misu- 
rarsi co'tarentini,  ed  obbligarli  a 
riconoscere  i  limiti  della  regione 
degl'italioti,  e  la  rispettiva  indipen- 
denza. L'attacco,  che  poi  eseguiro- 
no contro  i  Jonii  della  repubblica 
di  Siri,  pose  la  città  in  loro  pote- 
re senza  rispettare  il  delubro,  e 
la  statua  di  Minerva  Poliade,  a  pie 
della  quale  ne  uccisero  il  sacerdo- 
te. Il  contagio,  e  le  guerre  civili 
cui  soggiacquero  i  vincitori,  si  cre- 
dettero punizione  del  cielo.  In- 
di i  crotoniati,  con  un  esercito  di 
centoventimila  combattenti,  piomba- 
rono sui  locresi,  che  si  difesero 
da  bravi  con  soli  quindici  mila 
uomini.  I  crotoniati  si  diedero  a 
poltrire  :  se  non  che  fuggendo 
Pitagora  da  Samo  la  tirannia  di 
Policrate  ,  col  ritirarsi  in  questa 
città,  ne  cangiò  la  sorte.  Egli  col- 
la sua  filosofia  attrasse  a  se  la  mol- 
titudine, ne  riformò  il  costume, 
fondò  la  società  pitagorica,  tenden- 
te a  dare  allo  stato  cittadini  vir- 
tuosi e  sapienti.  Fatti  in  seguito 
i  crotoniati  amanti  del  giusto  Pi- 
tagora, questi  gl'indusse  ad  accorrere 


cos 

in  difesa  dei  trezeni  soprafTatli  dagli 
achei  entro  le  mura  di  Sibari,  e 
n'ebbe  vittoria.  Dopo  trenta  anni 
però  l'ambizione,  e  la  vendetta  di 
Cilene  infrenabile  demagogo,  armò 
la  plebe  contro  i  pitagorici ,  che  sos- 
tennero pubblica  strage,  per  cui  Pi- 
tagora ,  e  pochi  altri  dovettero  la 
salvezza  ad  una  pronta  fuga.  Allo- 
ra Crotone  subì  la  tirannide  di 
Clinia,  e  l'anarchia  desolò  le  con- 
trade della  Magna  Grecia,  finché 
per  mediazione  degli  achei  i  pita- 
gorici furono  richiamati,  ma  piìi 
non  vissero  in  comunione,  non  pre- 
sero più  parte  al  governo,  e  in  pro- 
gresso degenerarono  in  pratiche  sor- 
dide e  supeistiziose. 

I  giuochi  ginnastici  furono  in 
sommo  onore  a  Crotona,  e  lo  stes- 
so Pitagora  ne  promosse  l'ardore. 
Gli  atleti  crotoniati  erano  nella  Gre- 
cia saliti  alla  più  alta  rinomanza, 
e  di  rado  i  premi  uscivano  loro  di 
mano.  Sono  celebri  i  fasti,  e  le 
maravigliose  prove  di  Milone  Cro- 
toniate.  Fra  i  tanti,  che  celebra- 
rono questo  atleta  (  il  quale  vuoisi 
avere  con  un  pugno  ucciso  un  toio, 
da  lui  divorato  in  un  giorno),  nin- 
no certamente  sarà  giunto  all'alto, 
sublime ,  ed  ardito  concepimento 
dello  scultore  cav.  Giuseppe  Fabris, 
il  quale  in  Roma,  senza  badare  a 
fatica,  e  a  spese,  volle  dimostrare 
tutta  la  scienza  dell'arte  scuUorica, 
nel  rappresentarlo  di  colossali  forme, 
ed  alto  ventotto  palmi.  Dopo  aver- 
ci egli  dato  in  INhlano  nel  Sansone 
che  sbrana  il  leone  un'allegoria  del- 
l'ispirazione divina  avuta  da  quel 
forte,  seppe  nel  Milone  figurare  lo 
sprezzatore  delle  cose  sagre,  che 
viene  dal  leone  ucciso.  Imperocché 
volendo  l'atleta  atterrare  la  quer- 
cia sagra  ad  una  Driade,  le  mani 
nel  separarne  il  tronco  gli  rimasero 


COS  i59 

dentro  alla  fenditura,  ed  un  leo- 
ne corse  a  divorarlo,  senza  che  egli 
potesse  difendersi.  Tale  é  l'argo- 
mento, che  il  eh.  artista  effettuò  con 
settanta  carrette  di  argilla,  con  qua- 
rantunamila  libbre  di  gesso,  quan- 
do trasportò  in  gesso  il  portento- 
so colosso.  Fu  tale  la  sorpresa  e 
r  applauso,  cui  presso  tutti  destò 
opera  sì  meravigliosa,  che  gli  arti- 
sti e  gl'intendenti  l'ammirarono 
con  istupore,  e  sovrani,  e  ragguarde- 
voli personaggi  grandemente  la  lo- 
darono. Fu  disegnato  dal  valentis- 
simo Tommaso  Minardi,  ed  inciso 
dal  bravo  Pietro  Bettelini.  I  gior- 
nali ne  parlarono  con  entusiasmo, 
e  colle  rime  poetiche  venne  ancor 
celebrato  dal  Missirini,  dal  p.  Ce- 
sari, e  dal  cav.  Angelo  ÌNIaria  Piic- 
ci,  tutti  nomi  equivalenti  a  splen- 
dido elogio,  senza  mentovare  gli 
autori  di  quelle,  che  non  furono 
ancora  pubblicate  colle  stampe. 

L'atleta  Faillo  armò  del  proprio, 
e  condusse  a  Salamina  una  nave  in 
aiuto  de'greci,  contro  la  spedizione 
di  Serse  ;  e  sette  atleti  di  Crotone, 
riportarono  nel  giorno  stesso  il  pri- 
mo premio  ne'  giuochi  olimpici. 
Dopo  la  caduta  di  R.eggio,  Dioni- 
gi il  vecchio  coir  arte  s  imposses- 
sò di  tutta  quasi  la  Magna  Gre- 
cia, occupò  con  inganno  la  validis- 
sima fortezza  di  Crotone,  e  sac- 
cheggiò il  riero  tempio  di  Giunone 
Lacinia,  posto  sul  promontorio,  che 
oggi  dicesi  Capo  delle  Colonne, 
una  colonna  d' ordine  dorico  ap- 
punto indicandone  1'  area  :  tolse  dal 
tesoro  persino  il  prezioso  peplo, 
che  avea  donato  alla  dea  Alcistene 
di  Sibari,  cedendolo  a'  cartaginesi 
per  cento  venti  talenti.  Allorquan- 
do i  bruzi  emancipatisi  dai  lucani, 
e  dai  greci,  eressero  la  loro  indi- 
pendente repubblica,   di   cui    fu  ca- 


i6o  COS 

pitale  Cosenya,  Crotone  tornato  era 
in  fiore,  e  tentai'ono  i  nuovi  con- 
quistatori di  unirlo  ai  loro  domi- 
nii  :  però  i  croloniati  ebbero  soccor- 
so da  Sosistralo,  capo  della  siracusa- 
na oligarchia;  ma  lacerati  poi  dalle 
intestine  fazioni  conferirono  a  Me- 
nedemo  loro  concittadino  l'assoluto 
potere,  e  subì  varii  destini.  Croto- 
ne fu  poscia  saccheggiata  da  Aga- 
tocle,  che  con  simulata  amicizia 
avea  introdotta  nel  porto  la  sua 
flotta  nelTanno  299,  mentre  fu  pre- 
sa dai  romani  nel  277  avanti  l'era 
volgare.  Indi,  nell'anno  55^  di 
Roma,  sotto  il  consolato  di  P.  Cor- 
nelio Scipione,  e  di  Tito  Sempro- 
nio Longo,  vi  venne  dedotta  una 
colonia  romana.  Questa  città  ebbe 
un  duplice  titolo  alla  celebrità,  e 
pe'  suoi  giuochi  atletici,  e  per  le 
sue  scuole  di  filosofia:  fra  gli  atle- 
ti, oltre  i  nominati,  si  distinsero 
Iscomaco,  Tisicrate,  Astole  ed  altri. 
L' italica  filosofia  derivò  dal  prelo- 
dato Pitagora.  In  olire  Democede, 
medico  di  Policrate  re  di  Samo,  e 
di  Dario  re  de' persiani  ;  Alcmeone 
altro  medico  discepolo  di  Pitagora  ; 
Orfeo  poeta,  ed  un  gran  numero 
di  altri  uomini  illustri,  resero  assai 
celebre  il   nome    di   questa  città. 

Il  vangelo  fu  predicato  in  Cro- 
tone, secondo  alcuni,  dal  principe 
degli  apostoli  s.  Pietro,  o,  secondo 
altri,  da  s.  Dionisio,  discepolo  di  s. 
Paolo,  detto  l'  Areopagita,  che  ivi 
si  trattenne  nel  recarsi  a  Roma,  e 
che  una  tradizione  vuole  primo 
suo  vescovo.  L'  Ughelli,  Italia  Sa- 
rra, t.  IX,  p.  383,  dice,  che  nel- 
l'anno 547,  sotto  il  Pontefice  \  i- 
gilio  n'  era  vescovo  Flaviano,  cui 
successe  Giovanni.  Nel  649  il  vescovo 
Teodosio  intervenne  al  concilio  late- 
ranense  tenuto  da  s.  IMartino  I,  co- 
me Pietro  fu  presente  sotto  Papa  s. 


COS 

Agatone  al  concilio  di  Costantino- 
poli del  680.  Dipoi  Alessandro  VI 
nel  14965  f*^ce  vescovo  di  Crotone 
Andrea  della  Valle  romano,  che 
Leone  X,  nel  i5i7,  creò  Cardina- 
le. Gli  successe  Antonio  Lucifero, 
nobile  crotoniate ,  che  ampliò,  ed 
abbellì  la  cattedrale,  ove  fabbricò 
una  cappella  per  la  sua  famiglia, 
ed  inoltre  riedificò  1'  episcopio.  La 
sede  vescovile  sempre  è  rimasta 
sulfraganea  della  metropoli  di  Reg- 
gio; però  a  Crotone  Pio  VII  unì 
ia  sede  episcopale  d'  Isola  nel  1818, 
coll'autoiità  della  lettera  apostolica, 
De  utiliori  doininicae. 

La  cattedrale  è  dedicata  alla  b. 
V.  Maria  Assunta  in  cielo,  ed  è  un 
antico  edifizio.  Il  capitolo  si  compo- 
ne di  .sei  dignità,  cioè  dell'  arcidia- 
cono, del  diacono,  del  cantore,  del- 
l' arciprete  eh'  è  pure  penitenziere, 
del  tesoriere,  e  del  primicerio.  Vi 
sono  inoltre  diciolto  canonici,  fra  i 
quali  il  teologo,  e  diversi  preti,  e 
chierici  pel  servigio  della  chiesa. 
Nella  città  vi  hanno  cinque  parroc- 
chie, in  una  sola  delle  quali  evvi 
il  sagro  fonte  battesimale,  alcune 
confraternite,  un  monistero  di  mo- 
nache, l'ospedale  ec.  La  mensa  ad 
ogni  nuovo  vescovo  è  tassata  nei  li- 
bri della  camera  apostolica  in  fio- 
rini cinquanta. 

COTTA,  Siiperpellìceum.  Veste 
sagra,  ed  ornamento  ecclesiastico.  Il 
Macri  la  chiama  suppellizza,  così 
delta  dalla  voce  greca,  che  significa 
tonaca.  Alcuni  credono,  che  questo 
nome  sia  derivato  dalla  voce  araba 
Xittan,  che  significa  lino,  perchè  di 
tal  materia  dev'  essei'C  la  cotta, 
anzi  gli  arabi  chiamano  Kettuna  il 
Camice  [P^edi).  Il  Cardinale  Stefa- 
neschi  nell'  Ordine  Romano  scrive  : 
Cardinale!;  omnes  tani  saeculares, 
qiiam     leligiosi ,    habehunt    cottas^ 


COT 

cìiin  siiccis  sive  camisiis  alhis  etc.  In 
un  codice  vaticano  presso  il  Gatti- 
co,  Ada  Caerem.    tom.    I,   p.    28, 
leggesi  :   hahent  cottas,   sive    super- 
pelli  cea  Clini  succis  sive  rochetis  al- 
his.   In    alcuni    mss.    antichi     della 
chiesa  di  Siena   la  cotta  viene  chia- 
mata   Cocca,    e    con    altro    nome 
Camisia    Superanea.    Il    Davantria 
però  nel  suo  cerimoniale  mss.  chia- 
ma Siiperpelliceum  il  Rocchetto  [l'ae- 
di), perchè  si  porta  sotto  la  pellic- 
cia della  cappa,  e  la  cotta  dal  me- 
desimo autore  viene  detta  Cotta.  V. 
Almuzia,   ove    parlasi    delle    pelli , 
simbolo  de'  peccati,  mentre  la  cotta 
è  il    simbolo    dell'innocenza.    Altri 
dicono  la  cotta  chiamarsi  superpel- 
liceuni,  perchè  un  tempo  si   mette- 
va sopra  una  veste  foderata  di  pel- 
liccia ;  e  siccome  questa    veste    im- 
pellicciata aveva  maniche  larghe,  fu 
necessario  (are  maniche    larghe,     o 
pendenti  alla  cotta,  o  toglieile    del 
tutto.   11  Cardinal    Bona,    nel   capo 
24  del  lib.   1    Rerum    litiirgicanwi 
dice,  che  Superpelliceum   è    parola 
barbara,  e  non  usata  avanti  seicen- 
to anni,  ed    aggiunge,    essere    cosa 
incerta    se    dagli    antichi     fosse     la 
cotta  detta  superpelliceum,  o  signi- 
ficata con    altri    nomi.    Quelli,  che 
stimano  essere  tal    abito   proceduto 
dagli  apostoli,    lo  denominano    con 
vocaboli  antichi.  In  fatti  alcuni    lo 
dicono    Ephod,    altri   coi    greci    lo 
chiamano  Felonio,    altri    Aviphiho- 
lum,  nome  usato  da  s.  R.emigio  nel 
suo  testamento  con   queste  parole  : 
Futuro  episcopo  successori  meo  am- 
phibolum  album  paschalem  relinquo. 
Però  è  incerto,  se  si  debba    inten- 
dere la  cotta,  mentre  il  vescovo  a- 
veva  abiti  più  proprii  alla  sua  di- 
gnità, li    Durando    lib.    3,  cap.    I, 
spiega   il   vocabolo   cotta,  con    dire: 
superpelliceum  dicitur^  eo  quod  an- 
voL.    xvm. 


COT  i6i 

ticpdtus  super  tunìcas  pelliceas  in- 
duebatur,  il  che  ancora  si  osserva 
in  alcune  chiese,  per  significare  che 
Adamo  fu  vestito  di  pelle  dopo  la 
colpa.  Il  Sarnelli  dichiara,  che  la 
cotta  è  r  abito  proprio  dei  chierici, 
non  già  il  rocchetto,  ch'egli  dice 
veste  non  sagra  ma  comune,  osser- 
vando che  i  canonici  secolari  ed 
altri,  i  quali  nell'  estate  non  porta- 
no la  Cappa  [Fedi),  usano  sopra 
il  rocchetto  la  colta.  Fu  detta  la 
cotta  anche  Superindumentum,  per- 
chè si  sovrappone  alle  altre  vesti 
clericali. 

Il  Bonanni,  la   Gerarchia    eccle- 
siastica   considerata    nelle    vesti,   al 
cap.    XXXXVII    tratta    dell'abito 
usato  da  tutto  il  clei'o,  comunemen- 
te detto  cotta,  come   abito    proprio 
de' chierici  principalmente,  e  ad  essi 
prescritto  dai  sagri  canoni,  massime 
dal  concilio  di  Basilea  sess.  22,  con 
questo    decreto:     Horas    canonicas 
dicturi,  tunica  talari  induti,  ac  su- 
perpelliceis    mundis     ultra    medias 
tibias  longis,  juxta    temporum,    ac 
regionum  diversitatem,  ecclesias  in- 
grcdiantur.     Abbiamo    dalle    varie 
istruzioni   date  a'  chierici  da  s.  Carlo 
Borromeo,   l'ordine  che    sieno    pu- 
niti   quelli,    i    quali    assistono    agli 
uffizii    divini,  o  ad  altra  ecclesiasti- 
ca  funzione,  senza  cotta,   e  insieme 
quelli,    i    quali    l' usano    in    azioni 
profane:   che   perciò    quando  il    ve- 
scovo ammette  alcuno    alla    prima 
tonsura,  e  In  ascrive  all'ordme  dei 
chierici,   lo  veste  con  la    cotta    sic- 
come abito  proprio  de'  ministri  del 
culto  divino.   Nota  però  il  Marlene, 
nel   lib.  I,art.  7,  num.   9,   De  ritibus 
antiquis,  ove  parla   del  rito  di  con- 
ferire la  prima  tonsura,    che    tutto 
si   riduceva  al  taglio  de' capelli,  poi- 
ché ne'rituali  scritti  addietjo  cinque- 
cento   anni    non    si     parlava    della 
I  I 


iGo.  COT 

cotta.  jVel  solo  pontificale  tnss.  del- 
la chiesa  di  Sens  avanti  cinquecen- 
to anni,  si  legge  che,  prima  del  ta- 
glio de'  capelli,  il  vescovo  indnal 
eum  cappa,  e  nel  rituale  di  Sens 
di  circa  trecento  cinquanta  anni,  e 
in  quello  di  Angrcs  di  anni  tre- 
cento, si  legge  :  Hic  incluatur  sii- 
perpellicco,  elicente  episcopo,  sicché 
rimane  dubbio  se  debbasi  intende- 
re r  uso  della  colta  in  quel  tempo, 
particolarmente  se  riflettasi,  che  con 
vari  nomi  sono  espressi  gli  abili 
clericali  antichi. 

Certo  è,  che  ai  tempi  di  s.  Gi- 
rolamo, il  quale  fiori  nel  quarto 
secolo,  com'egli  dice  nel  lib.  I 
contro  i  pelagiani,  omnem  clernm 
in  sacrifìcii  coiisummatione  candidis 
veslihus  ministrasse;  e  che  questa 
candida  veste  fi-i  comune  non  solo 
ai  sacerdoti  e  diaconi,  ma  a  tutto 
il  clero.  Pure  ciò  si  conferma  dal 
concilio  Karbonese  del  589,  in  cui 
venne  determinato,  che  ncc  diaco- 
luis,  suhdiaconus ,  aut  leclor  ante- 
cjuam  Missa  consumetiir.  alba  se 
praesuìnat  exitcre.  Ma  che  cosa  si 
intenda  per  la  parola  Allm,  rimane 
ancora  in  dubbio,  essendo  nome  as- 
sai generico,  per  cui  vengono  signi- 
ficati tutti  gli  abiti  bianchi.  Vero 
è  però,  che  in  molti  rituali  quando 
si  adopera  la  parola  Alba,  vuoisi 
significare  quella  veste  talare,  che 
diciamo  camice,  tessuto  di  lino 
l)ianco:  laonde  alcuni  furono  di 
parere,  che  tal  veste  fosse  comune 
a  tulli  i  gradi  del  clero,  e  che  poi 
fosse  variata  poco  a  poco,  per  cui 
dalle  varie  forme  si  mutassero  i 
nomi  di  camice,  di  colta,  e  di  roc- 
chetto. JXon  senza  fondamento  al- 
cuni stimano,  che  tutto  il  clero 
servisse  nelle  sacre  finizioni  vesti- 
lo di  tonaca  bianca  talare,  e  sen- 
za maniche,  la  quale  copriva  tutta 


COT 

la  persona;  che  poi,  mutata  la  ma- 
teria in  più  preziosa,  sia  divenuta 
propria  de'  sacerdoti ,  e  sia  stala 
chiamata  Pianeta  [Vedi).  11  Ferra- 
ri, a  pag.  187  de  re  vcsliaria,  dice 
che  di  tal  forma  V  osservò  in  Pa- 
dova in  una  pittura  antichissima, 
stimando  che  la  parola  cotta  pro- 
ceda dal  vocabolo  Crocota,  che 
presso  gli  antichi  significava  veste 
sottile  e  delicata. 

Il  citato  Bonanni,  nel  Catalogo 
degli  Ordini  religiosi,  parla  di  al- 
cune congregazioni  de'  canonici  re- 
golari, i  quali  sono  vestiti  di  tal 
colta,  cioè  sotto  il  numero  XXXVII 
dei  canonici  di  Usetz  fondati  nel 
quinto  secolo  ;  sotto  il  numero  VI 
dei  canonici  di  s.  Croce  in  Coim- 
bra  fondati  verso  1'  anno  1 1  3  1 ,  e 
dei  canonici  regolari  in  Austria, 
sotto  il  numero  IV,  istituiti  circa  il 
ii4o.  Quella  colta  antica  fu  poi 
mutata  nella  forma,  aggiungendo- 
visi  le  maniche  larghe,  ritenuta 
però  la  lunghezza  prescritta  dai 
concilii,  come  apaiisce  nella  figura 
del  numero  VII  d'un  canonico  di 
s.  Dionisio  di  Reims ,  congregazione 
fondata  nel  nono  secolo  ;  e  come 
più  chiaramente  si  rappresenta  nel- 
la immagine  di  s.  Pier  Damiani, 
dal  Bonanni  riportata  al  numero 
28  della  sua  Gerarchia;  immagine, 
eh'  egli  prese  da  un  antichissimo 
codice  del  secolo  XI,  il  quale  si 
conservava  nel  monistero  di  monte 
Cassino.  La  lunghezza  di  simili 
cotte  non  si  mantenne  nel  clero, 
che  usolla  alquanto  più  corta,  co- 
me la  vediamo  in  parte  da  diversi, 
ed  a  seconda  della  forma,  che  il 
medesimo  Bonanni  produce  alla  fi- 
gura 119,  di  un  canonico  regolare 
di  Polonia,  la  cui  congregHzione 
venne  istituita  nel  secolo  decimo. 

Onorio  Angusluduneiise,  nel    lib. 


COT 

I,  rap.  23 1,  ecco  come  descrisse  le 
colle  :  vcstes  albae  laocae  ialares. 
In  appresso  furono  proibite  di  tal 
forma  nel  i585  dal  concilio  di 
Aix  con  queste  parole:  superpcllicca 
eliam  manicas  hahcant.  Illa  autein, 
qiiac  nianicis  carciit,  et  quae  non 
sìiperpelliceorum,  scd  mantiliuni  pò- 
thi.s  nomine  dignae  sunt,  proliihe- 
ìnus. 

Non  senza  ragione,  e  mistero  fu 
istituita  di  tal  forma  la  cotta,  pre- 
scritta dal  mentovato  concilio  Basi- 
Icese  nella  sess,  21.  P^.  il  Gemi- 
iiiano  nel  lib.  I,  cap.  iZi.  De  antiq. 
vita  Alissae:  Haec  vestìs  est  laxa, 
quia  clericalis  vita  dehet  esse  in  ho- 
nis  operibus  larga,  est  etiam  talaris 
qida  docci  usque  ad  finem  perse- 
verare in  bonis.  Nel  lib.  5,  cap,  18 
dell'  Ordine  di  s.  Vittore  di  Parigi, 
si  prescrive,  che  superpclliceum  et 
tunica  lanca  quantum  fieri  potest 
unius  loìigitudinis  esse  debeant,  ad 
minus  pieno  palmo  a  terra  distan- 
tia, et  ut  manicae  supctpelliceorum 
non  plus  duobus  palniis  ultra  di- 
gitos  promineant.  Tale  misura  ta- 
lare fu  pure  accennata  da  Stefano 
Tornacense,  il  quale  viveva  nel  i  180, 
nell' £'^^t.  12  3,  ove  pai-lando  dei 
canonici  regolari,  dice  :  Regulareni 
liabitum  sic  pracfertìs  exterius  ut 
interius  conservatis.  Hujus  habitus 
indicium  principale  vobis  mitlo  su- 
perpellicium  novum  candidum  et 
talare,  quod  repraesentet  K'obis  w- 
tac  novitatem,  munditiae  candorem, 
perseverantiani  in  finem.  Oggid'i  però 
si  usa  in  alcune  chiese  talmente 
corta,  che  non  apparisce  la  forma 
antica,  come  si  vede  nella  figura 
3o  del  Bonanni.  Sulle  cotte  trop- 
j)o  corte  inveisce  il  Macri  nella 
Notizia  de'  i'ocaboli  ecclesiastici,  alla 
voce  Superpclliceum. 

Sono  le  colte  tessute  di    lino,    o 


cor  i63 

materia  simile,  acciocché  si  possano 
imbiancare,  forse  in  vigore  del  pre- 
cetto divino,  del  capo  28  dell'Eso- 
do :  Filiis  Aaron  tunicas  lincas  pa- 
rahis  in  gloriam,  et  decorcm,  che 
però  si  legge  nel  e.  2  del  lib.  dei  Re, 
che  Samuele  ancor  fanciullo  ministra- 
bat  Domino  puer  accinc.tus  ephod li- 
neo ^  e  David  accompagnando  l'ar- 
ca, dice  il  cap.  VI  del  lib.  2:  Erat 
amictus  epliod  lineo.  Da  ciò  vo- 
gliono alcuni  dottori,  che  proce- 
desse r  uso  delle  cotte,  e  dei  roc- 
chetti, e  l'Amalario  ne  spiega  i  mi- 
steri, neir  opera  :  De  Di\>in.  Offìc. 
lib.  3,  cap.  4?  massime  sul  bianco, 
non  lodandosi  le  aggricciature,  che 
fanno  le  cotte  troppo  corte.  Gem,. 
de  antiq.  rit.  Miss,  lib.  I,  cap.  i32, 
racconta  che  anticamente  nel  tem- 
po quaresimale  le  colle  erano  di 
lana  in  segno  di  mestizia,  ed  umil- 
tà. Perciò  il  Papa  nei  giorni  di 
quaresima,  e  negli  altri  giorni  di 
digiuno,  porta  la  sottana  di  la- 
na, come  nelle  processioni,  e  fun- 
zioni di  penitenza,  nella  visita  delle 
sette  chiese,  e  delle  quattro  patriar- 
cali nell'  aimo  santo,  secondo  che 
osserva  il  Macri.  Aggiungiamo  col 
Durando^  che  avendo  questa  veste 
la  forma  di  croce,  vuoisi  per  essa 
denotare  come  gli  ecclesiastici  devono 
imitare  Gesù  Crocifìsso.  Anticamen» 
te  eia  lunga  almeno  sino  a  mezza 
gamba,  anzi  ordinariamente  era  lun- 
ga sino  ai  piedi,  come  il  camice, 
per  significare  la  perseveranza  finale 
nelle  opere  buone,  ed  in  alcuni 
luoghi  le  cotte  erano  anche  senza 
maniche,  e  serrate  da  per  tutto  a 
similitudine  delle  pianete  antiche, 
cavandosi  le  braccia  dai  lati.  Da 
ciò  viene  la  differenza,  che  trovasi 
nelle  chiese  sulle  cotte,  dappoiché 
gli  uni  le  portano  a  maniche  ro- 
tonde, e  larghe,  gli  altri  a  maniche 


.64  COT 

pendenti:  in  somma  sembra,  che 
la  cotta  sia  il  camice  accorciato. 
V.  il  Boequillot,  Liturgia  sacra. 

COTTO  (s.)  martire.  Questo  san- 
to visse  ai  tempi  delia  persecuzione 
di  Aureliano,  e  fu  discepolo  di  s. 
Prisco,  che  fu  decapitato  a  Toussi 
sulla  Yonne  nella  diocesi  di  Au- 
xerre  verso  l'anno  273.  Cotto,  in 
venerazione  al  santo  suo  precettore, 
raccolse  il  capo  di  lui,  e  si  rifugiò 
nelle  selve,  ma  inseguito  da  quei 
pagani,  poco  dopo  incontrò  anche 
egli  egual  corona  del  suo  maestro. 
11  suo  corpo  si  conserva  nella  chie- 
sa di  s.  Prisco,  fatta  fabbricare  da 
s.  Germano  d'  Auxerre,  e  rifabbri- 
cata da  un  signor  del  paese,  chia- 
mato Porcario.  Nel  1480  il  vescovo 
di  quella  città  Giovanni  Baillet,  le- 
vò il  corpo  di  s.  Cotto  dal  sepol- 
cro ove  giaceva,  per  riporlo  in  una 
arca.  I  Bollandisti  assegnano  la  sua 
festa  ai   26  maggio. 

COTURNO  Bartolommeo,  Car- 
dinale. Bartolommeo  Coturno  da 
Chiavari  nel  genovesato,  minor  con- 
ventuale, celebre  nelle  scienze  sa- 
cre e  profane,  arcivescovo  di  Ge- 
nova, poi  a'  18  settembre  del  1878 
da  Urbano  VI  fu  creato  Cardinal  pre- 
te di  s.  Lorenzo  in  Damaso,  ed  eser- 
citò lodevolmente  parecchie  legazio- 
ni. Ebbe  facoltà  dal  Pontefice  di 
assolvere  Genova,  Milano  e  Piacen- 
za dalle  censure  incorse  per  aver 
recato  merci  vietate  al  soldano  di 
Egitto;  e  viceversa  di  permettere 
ad  altri,  che  portassero  tali  merci 
al  soldano  di  Babilonia,  purché  non 
eccedessero  il  prezzo  di  ottomila  fio- 
rini. Nulladimeno,  venuto  in  sospetto 
di  mala  fede  ad  Urbano  VI,  dovette 
fuggire  dallo  sdegnato  Pontefice,  del 
quale  tornò  in  grazia  a  mezzo  del  re 
Carlo  III  Durazzo:  ma  avendo  dato 
occasione  di  sospettare  ch'egli  aves- 


COU 

se  congiurato  con  quel  re  alla  vita 
di  Urbano  VI,  dopo  un  anno  di  te- 
tro carcere,  e  gran  tormenti,  fu 
condannato  all'ultimo  supplizio  in 
Genova  nel  i385,  sette  anni  da 
che  era  Cardinale. 

COTYACUM.  Città  vescovile  del- 
l' Asia  minore  ,  oggi  Kutaich  , 
nella  Frigia  ,  e  ,  secondo  le  no- 
tizie ecclesiasticlie,  metropoli  della 
terza  provincia  della  Frigia  saluta- 
re esarcato  d' Asia.  Fu  eretta  in 
sede  episcopale  nel  quarto,  o  nt'i 
sesto  secolo ,  ed  in  metropoli  x\v\ 
nono ,  con  tre  vescovati  per  suffia- 
ganei,  cioè  Spara,  Conis,  e  Gaico- 
me,  come  si  legge  in  Co  m  man  ville, 
che  li  dice  fondati  nel  medesimo 
nono  secolo. 

COULAINE,  o  CouLAi?rES.  Paese 
di  Francia  vicino  alla  città  di  Mans, 
in  Villa  Colonia,  dipartimento  del- 
la Sarthe,  cantone  di  Love,  presv) 
la  riva  sinistra  del  Geaz,  che  pri- 
ma aveva  il  titolo  di  baronia.  In 
Coulaine,  o  Coulans,  neh'  anno  843, 
Carlo  il  Calvo ,  fece  un  capito- 
lare di  sei  articoli,  che  furono  poi 
richiamati  al  concilio  di  Meaux  l'an- 
no 845.  Il  Leuglet  lo  registra  qual 
concilio   Coloniense. 

COURT  (de)  Guglielmo,  Cardi- 
nale.   V.    CURTI. 

COUSTANT  Pietro.  Scrittore 
del  secolo  decimottavo,  benedettino, 
nato  a  Compiègne  nel  1654.  Nel- 
l'età di  diciassette  anni  entrò  nella 
congregazione  di  s  Ma u  10,  e,  quan- 
tunque giovane,  divenne  ben  presto 
il  modello  del  fervore  e  della  pe- 
nitenza. Si  narra  di  lui ,  che  mai 
s'avvicinava  al  fuoco  nei  geli  d'in- 
verno, e  che,  sebbene  fosse  occu- 
patissimo negli  studi  ,  era  sempre 
uno  de'primi  ad  intervenire  alle  uf- 
fiziature  di  giorno  e  di  notte,  alle 
quali  mai  si  permette\a  di  manca- 


cou 

re.  Fu  uno  di  quelli,  che    si   sono 
occupati  nella  impresa    di    dare    la 
bella  edizione  delle  opere  di   s.  A- 
gostino.   Avea  molla  intelligenza,  ed 
industria  in  quel    genere    di    cose, 
per    cui    fàcilmente    riconosceva    il 
vero  testo  dalle  intarsiature,  e  dalle 
glosse  male  a  proposito  inserite  nel 
testo.    Imprese    anche    una     nuova 
edizione  delle  opere  di  s.    Ilario,  e 
delle  lettere  dei  Papi.    Il  p.    Cou- 
stant    incontrò    avversario    ne'  suoi 
lavori  il  p,  Germon,  gesuita,  il  qua- 
le accusava  di  falsificazione   i    ma- 
noscritti, ond'  erasi    servito    per    le 
edizioni  di  s.  Agostino,  e    s.  Ilario, 
Ma  egli,  nel    1706,   vi  rispose  con 
un  libro  intitolato  :    J^indicìae  mss. 
a  E.    P.    Barthol.    Germon    impu- 
gtiat.  Rispose  nello  stesso  tempo  ad 
un  altro  scritto,  nel  quale    la  edi- 
zione di  s.  Ilario  era  assalita.  Il  p. 
Germon  rispose  di  bel  nuovo    alle 
difese  del  Coustant  ;  ma  questi  ri- 
tornò al  campo,  scrivendo  una'altra 
opei-etta  :   Findiciae    veterum    codi' 
rum  conflrmatae.  Dopo  tali  contro- 
versie intraprese  liberamente  la  sua 
grande  opera  sulle  lettere   dei  Pa- 
pi ;  ma  fu  colto    dalla    morte    nel 
1721.  La  di  lui  critica    è    savia  e 
giudiziosa,  e  sempre  è  accompagna- 
ta da  singolare  modestia. 

COUTANCES,  o  Costance  (Con- 
stanti en.  provincìae  Rotliomagen.  ) . 
Città  con  residenza  Tescovile  di 
Francia  nel  dipartimento  della  Ma- 
nica, antica  capitale  del  Cotentino 
nella  bassa  Normandia .  ora  capo 
luogo  di  circondario,  e  di  cantone, 
situata  fia  il  colle  e  il  piano ,  e 
cinta  da  belle  praterie  al  confluente 
della  Sonile,  e  del  Bulsard.  E  vi- 
cina all'Oceano,  è  senza  mura,  e 
senza  fossato.  Ha  un  tribunale  di 
prima  istanza,  e  di  commercio,  una 
conservazione    delle    ipoteche ,    un 


COU  16? 

collegio  comunale  ,  una  biblioteca  , 
un  bel  teatio,  bagni,  ec.  Alcuni 
confondono  questa  città  con  l'anti- 
ca Angusta  Romanduorum ,  ed  altri 
con  Briovera,  perchè  s.  Lo  si  sot- 
toscrisse vescovo  di  Briovera ,  al 
concilio  d' Orleans  nel  quinto  se- 
colo. Fa  d' uopo  osservare  che,  a 
seconda  dello  stile  di  quel  tempo, 
egli  forse  volle  esprimere  così  il 
luogo  di  sua  nascita,  che  allora  so- 
levasi  unire  al  proprio  nome.  Inol- 
tre vi  sono  alcuni,  i  quali  asseri- 
scono, che  abbia  avuto  il  nome  di 
Costantino,  o  Costanzo,  imperatori , 
e  perciò  sia  stata  detta  Constantia, 
o  Cosediac.  Ammiano  Marcellino 
la  chiamò  Castra  Constantia.  Nel 
secolo  XV  Lodovico  XI  fece  di- 
struggere le  sue  fortificazioni  per 
essersi  dichiarata  a  favore  del  prin- 
cipe Carlo  suo  fratello.  Molto  sof- 
frì questa  città  durante  le  guerre 
degl'  inglesi ,  e  spesso  andò  esposta 
alle  scorrerie  de'  bretoni ,  sotto  il 
regno  del  medesimo  Lodovico  XI. 
Indi,  nel  \56i,  fu  presa  dai  cal- 
vinisti, dopo  essere  stata  valorosa- 
mente difesa  dal  proprio  vescovo 
Filippo  di  Cosse.  Coutances  fu  pa- 
tria d' illustri  personaggi,  fra'  qua- 
li nomineremo  l'abbate  di  Saint 
Pierre. 

La  sede  vescovile  di  Coutances, 
al  dire  di  Commanville,  ebbe  ori- 
gine avanti  l' anno  4oo.  Altri  la 
fanno  fondata  nel  quinto  secolo,  e 
sino  dalla  sua  erezione,  è  suffraga- 
nea  della  metropoli  di  Rouen.  Do- 
po s.  Erptiole,  riguardato  come  il 
primo  vescovo  di  questa  diocesi,  si 
contano  più  di  ottantacinque  suc- 
cessori ,  undici  de'  quali  sono  ve- 
nerati per  santi.  Fra  di  essi  quat- 
tro andarono  decorati  della  dignità 
Cardinalizia,  e  Giuliano  della  Ro- 
veie,  Cardinale  e    nipote    di    Si^to 


ì(\a  €OY 

IV,  fu  dallo  zio  ,  nel  i  ^jG ,  fallo 
vescovo  di  Coutances,  e  poscia  nel 
I  ToS  divenne  Papa  col  nome  di 
Giulio  II.  Nel  1801,  il  Pontclìcc 
Pio  VII  unì  a  Coutances  il  vesco- 
vato di  Avranches  (Vedi),  ch'ebbe 
cinquantanove  vescovi,  sei  de'  quali 
sono   venerati  come  santi. 

La  cattedrale  di  gotica  architet- 
tura, ed  in  forma  di  croce,  è  ma- 
gnifica :  ha  un  corridoio ,    ed    una 
galleria,  che  gira  il  coro  ,    e  la  na- 
vata è  sostenuta  da  quindici  pilastri 
per  parte.  La  porta  maggiore   vie- 
ne fiancheggiata    da  due    torri  sor- 
montati: da  alte  piramidi  di  pietra, 
e  la  gran  torre,  che  domina  il  cen- 
tro della  croce ,    è   opera    mirabile 
di  figura  ottagona,  aperta   di  den- 
tro a  modo  di  lanterna   con    mol- 
tissima   luce.    Questa    cattedrale    è 
dedicata  alla  B.  V.  Maria ,  ed  il  ca- 
pitolo di  essa  si  compone  di  otto  ca- 
nonici onorarli,  con    diversi    preti, 
e  chierici  addetti  al  servigio    della 
chiesa.  Nella  città  sonvi   due    par- 
rocchie con  fonte   battesimale ,    un 
monistero  di   monache,  due    semi- 
nari, e  r  ospedale.   Ogui   nuovo  ve- 
scovo paga  alla  cancelleria    aposto- 
lica   la    tassa    di   trecento    settanta 
fiorini. 

CO  VESCOVO ,  Co  ■  Ephcopus. 
Vescovo  con  un  altro.  Valfridio 
Strabene,  De  rebus  eccl.  e.  ult. , 
narra,  che  vi  sono  stati  de' vescovi, 
i  quali  avevano  covescovi^  o  coepi- 
scopi ,  a  cui  aflklavano  ministeri 
propri,  e  convenienti  al  loro  stato. 
Alcuni  dicono,  che  i  vescovi,  i  quali 
fungono  le  funzioni  episcopali,  mas- 
sime di  Alemagna,  appellati  suftra- 
ganei  sono  coevescovi,  o  covescovi. 
V.  CoREPiscopo,  Vescovo,  e  Sutfra- 

GANEO. 

COYAC,  o  CoYAco  {Coyacuni). 
Città,  o  castello  della  Spagna  nelle 


COZ 

Astane,  diocesi  d'Oviedo.   Nell'an- 
no   io5o,  ad  istanza    di  Ferdinan- 
do I,  detto  il  Grande^    re    di  Ca- 
stiglia  e  di  Leone ,    il    vescovo    di 
Oviedo,  insieme  ad  altri   otto    ve- 
scovi, ed    alcuni    prelati    spagnuoli 
celebrò    un   concilio  in    Coyac   col- 
r  intervento  del  re,  e  di    sua    mo- 
glie Sanzia  regina  di  Leone.  Vi  si 
lecero    tredici    canoni ,    tra  i  quali 
vi  sono  alcuni  regolamenti  pel  tem- 
porale, dappoiché    l'assemblea    era 
mista.  Vi  si  prescrisse  la  residenza 
a'  vescovi,  ed  ai  chierici  ;  si   proibì 
loro  di  portar  armi,  ed  abiti  inde- 
centi, e  di  abitare   con    donne.    Si 
laccomandò  agli  arcidiaconi ,    e    ai 
preti   d' invitare  alla    penitenza    gli 
adulteri ,   e    gli    omicidi.    Si    trattò 
della    osservanza    della    domenica , 
con  assistere  alla  messa ,  e  a  tutto 
r  uffizio  di  quel  giorno,  anzi  di  re- 
carsi in  chiesa  la   sera    del    prece- 
dente sabbato.   Si  provvide    ancora 
al  decoro  della  casa    di  Dio,  degli 
arredi  e  paramenti  sagri,  e  si  pre- 
scrisse, che  gli  ordinandi    debbano 
sapere  il  salterio,  gl'inni,  i  cantici, 
le  epistole,  i  vangeli,  e  le  orazioni. 
Venne  prescritto  il  digiuno  del  ve- 
nerdì, ed  emanaronsi  leggi  per  l'ec- 
clesiastica immunità.   Diz.    de'  coii- 
cil.  Ptegia  t.    XXV,    Labbc   t.  IX, 
Arduino  t.  VI. 

COZZA  Lorenzo,  Cardinale.  Lo- 
renzo Cozza  nacque  alle  grotte  di 
s.  Lorenzo,  presso  il  lago  di  Boi- 
sena,  diocesi  di  Montefiascone  nel 
1654,  e  restò  privo  dei  genitori, 
essendo  ancor  giovane.  Sorti  tutta- 
via ottima  educazione,  e  nel  iG6r) 
indossò  l'abito  de'  minori  conven- 
tuali nel  convento  della  ss.  Tri- 
nità di  Orvieto.  Fu  mandato  in 
Araceli  a  compire  gli  studi,  dipoi 
passò  a  Napoli  per  legger  filo- 
sofia    nel     convento    di    s.    Diego  ; 


coz 

quindi,  divenuto  sacerdote,  andò  li  l- 
tor  di    teologia  a    \iteibo,  e  pro- 
segui a  leggerla  in    Araceli.  lu  ap- 
presso    fu    mandato    guardiano    a 
Viterbo,    ove   il    vescovo    Cardinal 
Sacchetti    lo    elesse    a    suo    teolo- 
go,   e  confessore;  poscia    nel  capi- 
tolo dell  Ordine  a  E.oma   fu  dichia- 
rato   definitore    della     provincia,  e 
dal  suo    generale    venne  inviato   a 
visitare  e  riformare  i  conventi  del- 
la Bosnia,  Dalmazia,  e  Lombardia. 
Nel    1 6q6  fu  eletto    guardiano  nel 
convento    di    Araceli,  ove  pubblicò 
il   libro  intitolato  :    Vindiciae  Areo- 
pagilicae,  cui   volle  dedicare  a  Cle- 
mente XI,  il  quale  lo  fece  consul- 
tor  dell'indice,  e  qualificatore  del  s. 
ofiìzio.    Nel  1704  divenne  superiore 
della  provincia  romana,  poi  guardia- 
no del  convento  al  s.  sepolcro  in  Ge- 
rusalemme, ove    promosse  la  buo- 
na   disciplina.    Compose   a  pace     i 
cattolici  del  Montelibano;  come  vi- 
cario   apostolico     restituì    alla    sua 
sede  il  patriarca  di   Antiochia,  cac- 
ciato dai  maroniti;  prevenne  la  mi- 
na, che  sovrastava  ai   maroniti   me- 
desimi,  ed    il  funesto  scisma;    nel- 
l'anno  1713  conchiuse  l'unione  con 
la  Chiesa  romana  di  Michele  Oapo- 
sulischio,    greco  patriarca    di   Ales- 
sandria, il    quale    mandò  Giangiu- 
seppe  Mozet  dell'Oidiue  serafico  a 
riconoscere    il  Papa  come  supremo 
pastore  della  Chiesa  ,    e    pregarlo, 
che  lo  confermasse  nella  sua  digni- 
tà, locchè  si  etfettuò.  Quindi,  dopo 
tanti   servigi    prestati    alla    Chiesa, 
nel  17 15  Clemente  XI    lo  chiamò 
a  Roma,  e  lo  elesse  vicecommissario 
generale  del  suo  Ordine.  Nel  pun- 
to estremo  ,  assistette  a  ben  mori- 
re Innocenzo  XIII,  già  suo  amicis- 
simo sino  dal  1694  quando  governa- 
va da  guardiano  il  convento  di  Yiter- 


CliA 


107 


ho;  poi  nel  j  72,5  a  piuui  voti  da' suoi 
frati  venne  eletto  maestro  generale 
dell'  Ordine.  In  vista  a  meriti  cosi 
segnalati  Benedetto  XIII,  ai  9  di- 
cembre del  17^6,  lo  creò  Cardi- 
nale prete  di  s.  Maria  in  Araceli, 
lo  ascrisse  alle  congregazioni  del  s. 
offizio,  dei  vescovi  e  regolari,  dei 
riti,  di  propaganda,  ed  altre;  ma 
dopo  ventiquattro  mesi  di  continue 
malattie  mori  nel  1729,  di  settan- 
tacinque anni,  e  fu  sepolto  nella 
basilica  di  s.  Bartolommeo  all'Isola 
con  prolissa  ed  onorevole  iscrizio- 
ne. Aveasi  formata  una  scelta  bi- 
blioteca, ricca  di  preziose  ed  anti- 
che medaglie  raccolte  nell'oriente; 
e  pubblicati  alcuni  trattati  di  ma- 
terie ecclesiastiche,  e  morali,  che  il 
Guarnacci  riporta  fedelmente  sul  fi- 
ne della  vita  di  lui. 

CRACOVIA  {Crncoi'ìcn.).  Città 
con  residenza  vescovile,  antica  ca- 
pitale della  Polonia,  ed  ora  della 
repubblica  del  suo  nome,  della  qua- 
le è  necessario,  che  qui  diamo  un 
cenno.  Questa  repubblica  europea, 
la  quale  prende  nome  dalla  sua 
capitale,  confina  colla  Galizia,  col- 
la Slesia,  ec.  La  sua  popolazione 
supera  il  numero  di  centomila  abi- 
tanti, che  per  la  maggior  parte  so- 
no cattolici,  benché  ivi  sia  libero 
l'esercizio  d'ogni  culto.  Però  la  pub- 
blica istruzione  è  affidata  alla  ce- 
lebre università  di  Cracovia.  La  e- 
sistenza  della  repubblica  di  Craco- 
via incominciò  nel  18 r5.  La  Rus- 
sia, l'Austria,  la  Prussia,  non  po- 
tendo convenirsi  sul  possesso  del 
territorio  di  Cracovia,  risolvettero 
di  farne  uno  stato  libero,  sotto  la 
loro  immediata  protezione,  assicu- 
randogli una  continua  neutralità, 
sotto  condizione  di  non  dover  ri- 
cevere alcun  disertore,    o  colpevole 


i68  CRA 

di  queste  tre  potenze.  Questo  stato 
si  eresse  in  repubblica,  ed  il  potere 
legislativo  risiede  in  uu  corpo  com- 
posto di  deputati  eletti  da  ciascu- 
na comunità ,  di  tre  membri  del 
senato,  uno  de'  quali  presiede  alla 
assemblea,  di  tre  canonici  del  ca- 
pitolo della  catted;-ale,  di  tre  dot- 
tori della  facoltà,  nominati  dalla 
università,  e  di  sei  giudici  dei  tri- 
bunali. 

Questa  assemblea,    la   quale  tie- 
ne   ogni    anno  una    sessione ,    che 
appena  dura  un  mese,  fa  le  leggi, 
sopraintende     all'  amministrazione  , 
ordina    il    preventivo    delle    spese , 
nomina  i  due  terzi  de'  senatori,  ed 
i  giudici,  e  destituisce  i  trasgresso- 
ri. Il  potere  esecutivo    è    esercitato 
da  un  senato,  composto  di  un  pre- 
sidente, e  di  dodici  membri.  Il  pre- 
sidente, ed  otto  di  questi    membri, 
sono  nominati    dall'  assemblea    na- 
zionale, due  dal  capitolo  della  cat- 
tedrale, e  gli  altri  due    dalla    uni- 
versità. Otto  di  questi  senatori    so- 
no a  vita,  gli  altri  quattro  si    rin- 
novano ogni  anno,  ed  il  presidente 
ogni  tre  anni.  Questo  corpo  nomi- 
na' agi'  impieghi  civili,  ed  ecclesia- 
stici, ad  eccezione  di  quelli,  che  di- 
pendono dall'assemblea    rappresen- 
tativa, come  pure  di  quattro  posti 
del  capitolo,  che    sono    riservati  ai 
dottori   della  università.   V  ha    an- 
che un  tribunale  di  appello,  e  dei 
tribunali  di  prima  istanza.    Gli    e- 
lettori  dei  senatori  sono  i    membri 
del  capitoloj  e  della  università,  non 
che  tutti  i  proprietari,   mercatanti, 
artisti,    o    dotti,    che    pagano    cin- 
quanta fiorini  d'imposizione.  Tutti 
i  funzionari  pubblici    sono    respon- 
sabili, e  un  tribunale  supremo  giu- 
dica   i    l'appresentanti,    come    pure 
gli  altri  membri    della  magistrata- 


cr.A 

ra.  La  repubblica  ha  la  sua  mili- 
zia, che  vigila  alla  sicurezza  dell;t 
capitale,  ed  un  corpo  di  gendar- 
meria, che  fa  egual  servizio  nelhi 
campagna  :  la  repubblica  si  divide 
in  diciassette  comunità. 

La  città  di   Cracovia,  in  polacca' 
KrakoWj  è  posta   in   una  contrada 
fertile  sulla  riva  sinistra  della    Vi- 
stola, al  confluente    di    questo  fiu- 
me, e  della  Rudawa.   Ha   sei    sob- 
borghi, ed  è  cinta  da  una  vecchia 
muraglia,  fiancheggiata  da  torri,  e 
da  fosse  quasi  ricolme.  Dalla  parte 
del  sud  verso  la  Vistola  si  vede  il 
famoso  castello  reale,  che  ora  cade 
in  rovina,  e  eh' è  situato  su  di  una 
collina,  le  cui  mura,  torri,  e  bastio- 
ni gli  danno  la  forma  di  una   pic- 
cola cittadella.    Conteneva    superbe 
gallerie,  sostenute    da    colonnati,  e 
da  appartamenti  ricchi   di    pitture, 
e  di  statue.   E    degna    di    osserva- 
zione la  sua    magnifica    cattedrale, 
dedicala  a  s.  Stanislao   vescovo,  che 
vi  fu  ucciso  all'altare    da    Boleslao 
II,  e  del  quale  si   venera  il  corpo. 
Questa  chiesa  è  cinta  da  cappelle, 
dove  stanno  diverse  tombe  dei    re 
di   Polonia,  che  quivi  appunto    so- 
lennemente si  coronavano,  e  perciò 
si  conservavano  in  essa  la  corona,  lo 
scettro,  e  le  altre  insegne  reali.  La 
cattedrale  non    è    men  celebre  pel 
suo  rinomato,  e  l'icco  capitolo.  Qui- 
vi si   vede  pure  il  sepolcro  del   fa- 
maso   Rosciuzko.   Sono  assai  belle, 
e  racchiudono  cose  importanti  an- 
che le    altre  chiese.    Va    ricordato 
il    conveniente     palazzo    episcopale, 
come  belli  sono  gli  edilizi  pel    se- 
nato, per  l'assemblea  nazionale,   pei 
tribunali,  e  per  1'  università.   Oltre 
a   ciò  in  Cracovia   vi  sono  due  gin- 
nasi, quattro  biblioteche  pubbliche, 
ed  una  dotta   società. 


CRA 

Decaduta  Cracovia  dal  suo  an- 
tico splendore,  sino  dall'  epoca  in 
cui  cessò  di  essere  il  soggiorno  dei 
re  di  Polonia,  i  suoi  abitanti  ascen- 
dono circa  a  trenta  mila,  de'quaii 
più  di  cinquemila  sono  ebrei.  Sta- 
biliti sono  essi  nei  sobborghi  Casi- 
miro, ec,  di  là  della  Vistola,  che  si 
passa  sopra  un  ponte,  e  dove  han- 
no la  sinagoga.  Deliziosi  sono  i  din- 
torni di  Cracovia,  specialmente  quel- 
li presso  il  fiume.  Nell'amena  pas- 
seggiata fu  innalzato  un  monumen- 
to al  generale  Kosciuzko,  che  vo- 
lendo ridonare  nel  1794  ^11^  sua 
patria  l' indipendenza,  nella  notte 
de'  24  marzo  si  dichiarò  capo  di 
tutte  le  forze  polacche.  I  suoi 
tre  sobborghi  sono  di  Casimiro, 
S  tra  dora,  e  Rlepars. 

Cracovia,  secondo  Tolomeo  ed 
altri,  si  vuole  che  occupi  l'area  di 
Carrodimum,  antica  capitale  del 
territorio  abitato  dai  Lygii.  Alcuni 
la  vogliono  fondata  nell'  anno  700 
da  Craco  principe  polacco,  o  boe- 
mo, che  le  diede  il  proprio  nome, 
ed  altri  al  contrario  pretendono, 
che  debbasi  fissare  la  sua  fondazio- 
ne nel  secolo  decimoterzo.  Certo  è, 
che  verso  tal'  epoca  Cracovia  diven- 
ne capitale  del  regno ,  e  che  i  re 
polacchi  incominciarono  a  farvisi 
consagrare  l'anno  i320.  Divenuta 
progressivamente  florida,  e  popola- 
tissima,  fu  danneggiata  da'  vari  in- 
cendi sino  a  quello  del  1702;  dalla 
peste,  che  v'infierì  negli  anni  1707, 
e  1708,  non  che  dalle  guerre  ci- 
vili ed  esterne.  Gli  svedesi  la  pre- 
sero nel  i655,  dopo  un  assedio  di 
circa  cinque  settimane,  ed  allora 
una  porzione  della  città  restò  assai 
maltrattata.  Passati  due  anni,  ritor- 
nò Cracovia  sotto  il  dominio  po- 
lacco ;  ma  nel  1 702  ricadde  sotto 
il    potere    degli    svedesi.    Essendosi 


CRA  169 

in  Cracovia  stabilita  nel  1758  una 
confederazione,  i  confederati  furono 
cinti  di  assedio  dai  russi,  che  pre- 
sero la  città,  e  li  fecero  prigionieri. 
Dopo  lo  smembramento  del  regno 
di  Polonia,  appartenne  all' Austria, 
sotto  il  cui  dominio  era  già  passata 
sino  al  1773  la  parte  del  palati- 
nato  di  Cracovia ,  che  stava  alla 
destra  della  Vistola.  I  polacchi,  sotto 
gli  ordini  di  Napoleone,  nel  1809 
presero  Cracovia,  che  colla  pace 
di  Vienna  dell'  anno  stesso ,  venne 
dall'  Austria  ceduta  alla  Francia  , 
la  quale  la  unì  al  granducato  di 
Varsavia.  In  seguito  poi  del  nomi- 
nato congresso  di  Vienna  del  18  i5, 
divenne,  come  dicemmo,  la  capita- 
le della  nuova  repubblica,  che  por- 
ta il  suo  nome. 

L'università  di  Cracovia,  tanto 
celebre  anche  per  essere  sempre 
stata  una  de'  più  fermi  sostegni 
della  cattolica  religione  in  Polonia, 
coir  autorità  apostolica  del  Ponte* 
fìce  Urbano  V,  fu  fondata  da  Ca- 
simiro III  re  di  Polonia  nel  1 364, 
il  quale  ottenne  dall'  università  del- 
la Sorbona  professori  abilissimi ,  e 
famosi,  massime  in  teologia ,  per 
cui  l'università  venne  considerata 
siccome  figlia  di  quella  di  Parigi. 
La  morte  di  detto  re  avendo  im- 
pedito di  dare  l'ultimo  compimen- 
to a  sì  grande  opera,  vi  supplì  nel 
i4oi  il  re  Ladislao  Jagellone,  il 
quale  perciò  viene  considerato  per 
secondo  fondatore.  Ha  quella  uni- 
versità un  osservatorio,  una  biblio- 
teca, ed  altri  stabilimenti  d' inse- 
gnamento. Il  vescovo  di  Cracovia 
è  cancelliere  dell'università  :  gli  stu- 
denti vi  godevano  grandi  privilegi, 
e  gì'  impiegVii  de!  regno  di  Polonia, 
sì  ecclesiastici  ,  che  secolari.  Però 
questa  università,  nello  scisma  di 
Basilea,  seguì  le  parti  dell'antipapa 


1 7  u  eli.  A 

Felice  V,  soltracudosi  duiruljh'ulieu- 
7.0.  del  l'ontefice  Eugenio  iV.  E 
([uando  sotto  il  successore  di  lui 
Nicolò  V  la  Polonia  tornò  all'  ub- 
bidienza della  santa  Sede,  l'univer- 
sità si  mantenne  nell'errore,  e  vi 
continuò  anche  <|iiando  Nicolò  V 
spedi  per  legato  il  vescovo  di  Ca- 
merino, dappoiché  tal  prelato  ven- 
ne onorevolmente  ricevuto  dal  re 
Casimiro  IV,  da  Sbigneo  vescovo 
di  Cracovia,  dal  clero,  e  dai  citta- 
dini, fuorché  dalla  università ,  che 
però  nell'anno  seguente  alla  rinun- 
zia del  pseudo  pontificato  di  Feli- 
ce V,  ritornò  al  grembo  della  Chie- 
sa romana.  Nel  medesimo  secolo 
fiori  in  questa  università  Giovanni 
Canzio,  nato  in  Renlz  diocesi  di 
Cracovia,  accademico  e  professore 
di  teologia  della  medesima.  Essen- 
do egli  morto  santamente  nel  i^"]^, 
fino  d'allora  la  sua  stessa  veste  pur- 
purea, che  viene  chiamata  rwereii- 
dn,  s'incominciò  ad  indossare  da 
ciascun  decano  di  filosofia  nell'atto 
di  prestare  il  giuramento.  E  sicco- 
me il  Canzio  ogni  giorno  teneva  a 
desinare  qualche  poverello,  i  pro- 
fessori successori  ne  imitarono  l'e- 
sempio. Clemente  X  riconobbe  il 
culto  di  Giovanni,  e  Clemente  XIII 
solennemente  lo  canonizzò.  V.  A- 
damo  Ottavio  Vita  di  Giovanni 
Canzio,  Cracovia    1628. 

La  sede  vescovile  di  Cracovia 
fu  eretta  nel  secolo  decimo ,  anzi 
nell'anno  961»  era  arcivescovile;  ma 
siccome  l'arcivescovo  Lamberto,  che 
viveva  verso  l'anno  io5o,  trascurò 
di  dimandare  alla  santa  Sede  il 
pallio,  ne  perdette  il  diritto ,  per 
cui  rimase  primo  vescovo  del  regno, 
e  proto-tiono  della  provincia  di 
Gnesna.  Era  inoltre  duca  di  Seve- 
ric,  e  godeva  una  rendita  di  cento 
e  più  mila  scudi,    Nel    1789,    nel 


CRA 
pontificato  di  Pio  VI ,  ad  onta 
delle  sue  rimostranze  alla  dieta 
polacca,  la  rendita  del  vescovo  di 
Cracovia  da  ottocento  mila  fiorini 
polacchi  di  paoli  due  l'uno,  venne 
ridotta  a  cento  mila.  La  diocesi  era 
assai  ampia,  con  mille  e  ottocento 
parrocchie,  tredici  delle  quali  era- 
no collegiate,  ed  aveva  delle  gran- 
di abbazie.  L' incoronazione  dei  re, 
e  delle  regine  si  faceva  dal  vescovo 
di  Cracovia,  ad  onta  delle  proteste 
dell'arcivescovo  di  Gnesna,  del  (pia- 
le era  allora  sulFraganeo.  Pio  VIL 
ncU'erigere  nel  18 17  Varsavia  in 
metropoli,  le  assegnò  per  sulTraga- 
nea  la  chiesa  di  Cracovia,  sebbene 
nel  1807  coU'autorità  dell'  aposto- 
lico breve,  Qiionìani  charissinius  in 
Cliristo  FiliuSj  il  medesimo  Ponte- 
fice avesse  assoggettato  alla  metro- 
politana di  Leopoli  la  sede  di  Cra- 
covia. Fra  i  suoi  vescovi  meritano 
special  menzione  s.  Stanislao  mar- 
tirizzato mentre  celebrava  la  messa 
agli  8  maggio  1079,  *^  canonizzato 
solennemente  nel  12^3  da  Inno- 
cenzo IV.  Al  volume  VII,  p.  3  r  3 
e  3i4  del  Dizionario  si  disse,  che 
da  questa  canonizzazione  ebbero  ori- 
gine gli  stendardi,  per  quello,  che 
allora  apparve  miracolosamente.  Eu- 
genio IV  creò  Cardinale  Sbigneo 
Olynitz ,  vescovo  di  Cracovia ,  il 
quale  avendo  poi  seguito  le  parti 
dell'antipapa  Felice  V,  sotto  il  Pon- 
lefice  Nicolò  V  si  ritirò,  ed  in  vece 
fu  confermato  nella  dignità  Cardi- 
nalizia ,  ed  episcopale ,  da  cui  era 
decaduto.  Alessandro  VI,  nel  i493, 
fece  Cardinale  Federico  Casimiro 
Jagellone,  figlio  di  Casimiro  IV  re 
di  Polonia,  che  nell'età  di  dician- 
nove anni  era  stato  vescovo  di  Cra- 
covia. Clemente  XII  nel  1737  an- 
noverò tra  i  Cardinali  Giannales- 
sandro  Lipski  polacco,  LXIII    ve- 


CRA 
scovo  di  Cracovia,  e  XXXIII  duca 
di  Severic  o  Severia.  Non  si  deve 
passare  sotto  silenzio,  che  Pio  IV 
nel  i56i  creò  Cardinale  Stanislao 
Osio,  nato  in  Cracovia,  glorioso 
per  la  sua  virtù  e  dottrina. 

La  cattedrale  è  dedicata  a  s. 
Wenceslao  martire.  In  essa  si  ve- 
nera il  corpo  del  suddetto  vescovo 
di  Cracovia  s.  Stanislao,  insieme  ad 
altre  venerabili  reliquie.  In  questa 
chiesa  si  cantava  l'uffizio  di  giorno, 
e  di  notte  senza  interruzione,  ed  i 
re  di  Polonia  si  recavano  dal  ca- 
stello processionalniente  a  piedi,  nel- 
la vigilia  della  loro  incoronazione, 
nella  sontuosa  cappella  di  s.  Sta- 
nislao, affine  di  fare  onorevole  am- 
menda dinanzi  all'  altare  del  santo, 
dell'assassinio,  che  il  re  Boleslao  II 
commise  nella  persona  di  s.  Stani- 
slao. Il  capitolo  ha  quattro  dignità; 
la  prima  è  il  decano,  e  ci  sono  quat- 
tro canonici,  due  dei  quali  godono 
le  prebende  di  teologo,  e  di  peni- 
tenziere. Vi  hanno  inoltre  diversi 
preti,  e  chierici  per  l' uffiziatura. 
Nella  cattedrale  avvi  il  fonte  bat- 
tesimale, e  la  cura  d' anime  della 
parrocchia  viene  affidata  a  sei  pre- 
ti chiamati  vicari.  L' episcopio  è 
alquanto  distante  dalla  cattedrale. 
Nella  città,  e  ne' luoghi  suburbani 
sonovi  altre  dieci  parrocchie,  ognuna 
delle  quali  ha  il  sagro  fonte.  Vi  sono 
inoltre  due  collegiate,  undici  con- 
venti e  monisteri  pei  l'eligiosi,  die- 
ci monisteri  di  monache,  diverse 
confraternite,  tre  ospedali,  il  semi- 
nario, ed  il  monte  di  pietà.  La 
mensa  paga  alla  cancelleria  aposto- 
lica, ad  ogni  nuovo  vescovo,  la  tas- 
sa di  tremila,  e  quaranta  fiorini. 

Nel  1189  venne  tenuto  in  Cra- 
covia un  concilio,  intorno  alle  im- 
[)osizioni  sopra  il  clero  per  la  guer- 
ra santa.  U  Cardinal  Giovanni  Ma- 


CRA  171 

Libranca,  diacono  di  s.  Teoduro,  le- 
gato di  Papa  Clemente  HI,  adunò 
(piesto  concilio  per  la  riforma  del 
clero,  e  nello  stesso  tempo  impose 
le  decime  per  la  ricupera  dei  santi 
luoghi  di  Palestina.  Regia  tom. 
XXVIII,  Labbc  tom.  X,  Arduino 
tom.  VI. 

CRACOW  Matteo  (da).  Cardi- 
naie.    V.  Matteo  Cardinale. 

CRAMAUD   SiMo?JE,     Cardinale. 
Simone  Cramaud  così  chiamato  dal 
luogo  ove  nacque  a  Poitiers,    o    a 
Limoges,  secondo  altri,  era  fornito 
di   bello  ingegno,    e  di   molta  scien- 
za.  Carlo  VI,  re  di  Francia,  \o  eles- 
se a    maestro    delle    suppliche,    ed 
ambasciatore  in   Avignone  all'  anti- 
papa   Benedetto     XIII.    Dipoi,    nel 
1 384,  lo  nominò  alla  chiesa  di  A- 
gen;  e,  nel  i388,  a  quella  di  Poi- 
tiers, ove    stabilì    un    maestro,  che 
istruisse  sei   fanciulli  addetti  al  coro 
di  quella    cattedrale.    Nel     1 890    il 
Cramaud  ebbe  il  vescovato  di  Beziers', 
e  quello    di    Carcassona  nel    iBgi. 
Dicesi,  che  amministrasse  gli  arcive- 
scovati di  Bardos,  Narbona,  ed    A- 
v'ignone;    che    fosse    monaco    di    s. 
Luciano,    cancelliere    del    duca    di 
Berry,  e  conte  di  Poitiers.    Presie- 
dette all'assemblea  di  Parigi,  tenuta 
nel    1895  per  lo  scisma;  nel  i^o(^ 
andò    all'arcivescovato    di    R.eitns , 
e  nel    concilio  di   Pisa,  ove  perorò 
pel  suo  sovrano;   gli  fu  dato  il  titolo 
di  patriarca  di   Alessandria,  cui  vi- 
sitò   e  migliorò    d' assai  ;   ma     nel 
i4i3   lo  rinunziò  al  vescovo  di  Poi- 
tiers, ripigliando  egli  il  governo  di  quel 
vescovato,  affine  di  sostenere  la   sua 
famiglia.  Quindi,  pregato  dalla  uni- 
versità di  Sorbona,   andò  con   altri 
vescovi  a  Perpignano,  ov'  era  Carlo 
VI,  per  istabilire  il  modo  piìi  accon- 
cio a  terminar  lo  scisma  di  Pier  Luna. 
Fu    già    capo  al  concilio  tenuto  iu 


lya  CRA 

Parigi  nel    1898  per  lo  slesso  mo- 
tivo,   al    quale    intervennero    sette 
arcivescovi,  quarantasei  vescovi,  ed 
undici  abbati.  In  questo  si  pubbli- 
cò il  suo  trattato  circa  lo    scisma. 
In  appresso,  ad  insinuazione  del  re 
cristianissimo,  e  di   tutta  la    cliiesa 
Gallicana,  andò  a  Marsilia  per  in- 
durre Benedetto  XIII  a    cedere    il 
papato,   come    avea  piìi  fiate    pro- 
messo. In  premio  di  tante    fatiche 
sostenute    per  la  Chiesa,    Giovanni 
XXIII,  a' i3  aprile    i4'3,  lo   pro- 
mosse al  cardinalato,  col  titolo  pres- 
biterale di    s.  Lucina.    Da    ultimo, 
dopo  essere  intervenuto  al  concilio, 
e    al    conclave  per    la    elezione    di 
Martino  V,    morì     in    Francia    nel 
14^9,  dopo  sedici    anni  di    Cardi- 
nalato. 

CRANGANOR,  Crangmiora.  Cit- 
tà arcivescovile  dell'  Indostan  ingle- 
se, presidenza  di  INIadras,  antica  pro- 
vincia di  Malabar,  sulla  riva  set- 
tentrionale di  una  piccola  baia  for- 
mata dall'imboccatura  d'un  fiume 
al  nord  di  Cochin.  Il  suo  porto  è 
piccolo,  ma  pure  vi  si  fa  un  qualche 
commercio.  La  popolazione  si  com- 
pone di  cristiani,  ebrei,  ed  indosta- 
iii.  Gli  ebrei  pretendono  essere  stali 
padroni  di  questa  città  sino  dal 
490.  I  portoghesi  la  presero  nel 
i5o5  nel  regno  di  Emmanuele,  e  la 
conservarono  sino  al  i663,  epoca 
in  cui  cadde  in  potere  degli  olan- 
desi, che  la  fortificarono.  Sulla  fine 
del  secolo  decorso  gli  olandesi  ven- 
dettero Cranganor  al  radjad  di 
Tranvacore.  Quindi  agli  8  maggio 
1790  fu  presa  dalle  truppe  del 
sultano  Tippou  ;  ma  gl'inglesi  poco 
dopo  vi  posero  l' assedio  ,  e  se 
ne  impadronirono  a'  i5  dicembre. 
Questa  città  fu  capitale  di  un  regno 
dello  stesso  nome,  posto  di  qua  dal 
Gange,  sulla   costa  del   Malabar,  e 


CR\ 
fertile  di  piante  medicinali.  Fu  que- 
sto regno  prima  posseduto  dai  por- 
toghesi e  poscia  dagli  olandesi,  1 
quali  nel  i663  presero  di  assalto 
il  forte  di  tal  nome,  ed  un  vescovo 
portoghese  portava  il  titolo  di  ve- 
scovo di  Cranganore.  Sonovi  alcu- 
ne chiese  cattoliche,  e  nestoriane. 

L'arcivescovo  latino  d'Angmale, 
la  cui  sede,  chiamata  Angamala  del- 
la Serra,  venne  fondata  nel  decimo 
sesto  secolo,  ma  senza  sulhag;inei, 
ed  è  conosciuto  sotto  il  nome  di  ar- 
civescovo de' cristiani  di  s.  Tomma- 
so ,  trasferì  la  sua  residenza  in 
Cranganor.  Ma  dopo  che  gli  olan- 
desi conquistarono  il  paese,  la  sede 
rimase  soltanto  titolare,  e  perciò  i 
re  di  Portogallo  solevano  nominare 
un  arcivescovo  titolare.  Abbiamo  dal 
p.  Chardon,  Storia  de'  Sagramenti , 
t.  I,  p.  64,  che  i  cristiani  indiani 
di  Cranganor  battezzavano  i  loro 
nati  nel  quadragesimoprimo  gi<^ir- 
no,  come  i  moscoviti.  Il  Pontefice 
Gregorio  XIII,  nel  1578,  ricevette 
lettere  obbedienziali  dall'arcivescovo 
di  Angmale  o  Angumale,  e  di  Cran- 
ganor, metropoli  del  Malabar,  dei  cri- 
stiani appunto  di  s.  Tommaso.  Questi 
ridotto  per  opera  dei  gesuiti  dalla  e- 
resia  nestoriana  alle  cattoliche  ve- 
rità, dopo  aver  abiurato  i  suoi  erroi'i 
nel  concilio  di  Goa,  ne  diede  parte 
al  Papa,  il  quale,  per  maggiormente 
unirlo  alla  santa  Sede,  gli  rispose 
con  paterna  amorevolezza ,  aggiu- 
gnendo  il  donativo  di  molte  leli- 
quie  riccamente  adornate. 

I  romani  Pontefici,  prima  e  dopo 
di  Gregorio  XIII,  di  frequente  in- 
viarono zelanti  missionari,  dopo  che 
i  portoghesi  si  stabilirono  nelle  In- 
die. In  fatti  Gio.  Albuquerque  fran- 
cescano, primo  arcivescovo  di  Goa, 
per  parte  di  Paolo  III  stabilì  nel 
1546    un    collegio    in    Cranganor, 


CRA 
aflfìue  d'istruire  i  fcinciulli  nelle  sa- 
gre cerimouie  de'  latini.    Nel    pon- 
tiflrato  di  Sisto  V,  e  nell'anno  iSSy, 
1     gesuiti    ne    fondarono    un    altro 
una    lega  distante  da  questa  città  , 
ma    con  poca    riuscita.    Ma  quegli, 
che  principalmente   si  è    adoperato 
per  riunire  i  cristiani    di    s.    Tom- 
maso, i  quali  seguono  gli  errori  di 
Nestorio,  e  perciò  sono    soggetti  al 
patriarca    nestoriano ,    fu    l' agosti- 
niano Alessio    Meneses    arcivescovo 
di  Goa,   come    si    legge     nella    sua 
storia.  Egli,  nel    iSgg,    nel    ponti- 
ficato di  Clemente  Vili,   a'  25  giu- 
gno, radunò  un  sinodo,    ove  aven- 
do guadagnato  diversi    preti  nesto- 
riani,    ebbe  la    consolazione    di    far 
ad  essi  rinunziare  il  nestorianismo, 
proibendo  loro  di   prender   moglie; 
quindi    regolò    la    disciplina    eccle- 
siastica, i  riti,  ed  introdusse  le  san- 
te pratiche   della  Chiesa  romana. 

CPiASSO  Francesco,  Cardinale. 
Francesco  Crasso,  nato  da  illustre 
famiglia  nel  i5oo  in  Milano,  studiò 
la  giurisprudenza  in  modo  di  esser 
eletto  senator  della  patria,  presiden- 
te al  fisco,  consiglier  ducale,  e  go- 
vernatore di  Siena ,  e  poi  di  Cre- 
mona. A  nome  del  senato  milane- 
se andò  ambasciatore  in  Genova  a 
Carlo  V  ,  a  cui  lesse  una  eloquen- 
tissima  orazione.  Però  venendo  dal- 
la morte  privato  della  moglie,  da 
cui  ottenne  parecchi  figliuoli ,  re- 
cossi a  Roma ,  ove  Pio  IV ,  che 
avevalo  carissimo,  lo  volle  dichia- 
rare protonotario  apostolico,  gover- 
natore di  Bologna,  ed  ai  1 2  marzo 
del  i565  lo  creò  Cardinal  diacono 
di  s.  Lucia  in  Selci,  dopo  la  qua- 
le diaconia  gli  conferì  il  titolo  pres- 
biterale di  s.  Cecilia.  Intervenne  al 
conclave  di  s.  Pio  V,  morì  a  Ro- 
ma nel  1 56Q,  di  sessantasei  anni, 
e    diciotto   mesi    di    cardinalato ,  e 


CHE  .73 

poscia  fu  trasportato,  e  sepolto  nella 
cappella  di  s.  Francesco  che  aveva 
fondata  nella  chiesa  della  Pace  dei 
minori  osservanti  a  Milano. 

GRAZIA,  o  FLAVIA,  seu  Fla- 
vìopolu.  Sede  episcopale  della  pro- 
vincia Onoriade,  nell'esarcato  di 
Ponto  diversa  da  Flaviopoli  della 
seconda  Cilicia,  sotto  la  metropoli 
di  Claudiopoli.Commanville  la  regi- 
stra siccome  eretta  nel  quarto  seco- 
lo, col  nome  di  Grada.  Si  vuole,  che 
prendesse  il  nome  di  Flaviopoli 
dall'imperatore  Flavio  Vespasiano, 
o  da  uno  de'suoi  figli. 

CREDEJN  TE  ,  Crtdens ,  fidem 
adhibens.  Quegli,  che  crede  le  ve- 
lità  necessarie  alla  propria  salvezza 
spirituale.  Gli  ebrei  chiamavano 
credenti  coloro ,  che  professavano 
la  loro  religione,  per  opposizione 
agl'idolatri.  In  tal  senso  Abramo, 
progenitore  dei  medesimi  ebi-ei,  fu- 
chiamalo  nella  Scrittura,  il  padre 
dei  credenti  .  Alcuni  eretici  albi- 
gesi  ebbero  l'impudenza  di  assume- 
re il  titolo  di  credenti. 

CREDENZA  di  Chiesa.  È  una 
mensa  semplice,  che  si  pone  in  corna 
epistolae,  senza  gradini,  e  senza  croce, 
o  immagini,  coperta  con  un  lino  fi- 
no a  terra.  Però  nel  giovedì  santo,  e 
in  tutto  il  seguente  venerdì  santo 
la  credenza  è  senza  la  detta  coper- 
ta ,  o  tovaglia.  Sulla  credenza  si 
pongono  il  calice  apparecchiato  per 
la  messa  solenne,  il  bacile,  le  am- 
polle, il  pannolino  o  mantile,  il 
campanello,  il  messale,  il  turibolo 
colla  navicella ,  lo  strumento  col 
quale  si  dà  la  pace,  i  candellieri, 
che  si  portano  dai  ceroferari,  e  tut- 
ti que'paramenti,  arredi  sagri,  ed 
altre  cose  occorrenti  alle  fiinzioni 
ecclesiastiche.  Il  Burlo  nei  suo  O/io- 
masdcon  etimologicum ,  alla  voce 
Credailìa  j    dice    «   ad    sacri ficium 


174  GRE 

»  posila  dicilur  ex  co  quod  vasn 
«  sacra  niissae  in  al)aco  isto  coUo- 
j'  cala,  ibi  credantiir,  id  est  in  luto 
«  ponantur  ;  liiijus  custos,  cujus 
«   fidei  concredila   sunt  "  . 

CREDO.   Crechim.   Appellasi  co- 
sì il   simbolo     dej^li    apostoli,    ch'ó 
un    compendio    delle    verità    della 
fede  cristiana,  e  che  comincia  colla 
parola.    Credo,  io   Credo.  Ogni  cri- 
stiano, clìC  lo  recita,   fa   un  atto  di 
fede.  Per  Credo  s'intende  ancora  un 
simbolo  più  diffu.so  di  quello  degli 
apostoli,    cb'è    stato    composto  dal 
concilio  INiceno    Tanno    325,  e  di 
Coslanlinopoli   l'anno    38 1.    Questo 
simbolo  si  canta,  e  si   recita    nella 
messa,  almeno  sino  dal  principio  del 
sesto  secolo.   Si  dice  immediatamen- 
te dopo    il    vangelo,    per    attcstare 
che  si  crede,  e  si  riceve  per  parola 
di  Dio  ciò  che  è  stato  letto.  Recita- 
si  inoltre  al  mattutino,    a  prima,  ed 
a  compieta.   Il  p.   Le  Brun  ci  diede 
una  diffusa    spiegazione    del  credo, 
nella  quale  ci    dimostra    la   varietà 
de' riti     osservali     in    tal     proposilo 
nelle  diverse  chiese.    V.  Simbolo. 

CREMA  {Cremen.).  Regia  cillà 
con  residenza  vescovile  nel  regno 
lombardo  veneto  ,  provincia  di 
Lodi  e  Crema,  già  capitale  della 
provincia  della  il  Cremasco.  Fece 
parie  del  dipai'timenlo  dell'alio  Pò 
sotto  il  cessato  regno  italico.  Essa 
è  situata  nel  centro  di  amena  e 
fertile  pianura,  ed  ora  è  capo  luo- 
go di  due  distretti.  Posta  sulla  ri- 
va destra  del  Serio,  che  ivi  si  pas- 
sa sopra  un  ponte  di  legno  lungo 
seicentosessantacpiatlro  piedi ,  è  at- 
traversata dal  Rino,  e  dal  Fontana, 
che  scorrono  nel  medesimo  Serio. 
Crema  è  piccola  città,  ma  un  tem- 
j)()  fu  fortissima.  E  ben  popola- 
la, cinta  di  mura  di  mattoni ,  ed 
ebbe    sino    a    questi    ultimi     lem- 


CRE 

pi   un    vecchio   castello,    che    però 
venne  recentemente  demolilo  insie- 
me alle  esteriori   fortificazioni,  sic- 
ché la  città  perdette  ogni  menomo 
aspetto    di    fortezza.    É    adorna   di 
im  ridenlissimo  corso  suburbano,  e 
nell'interno  è  assai    bene  fabbricata 
e  fornita  di  spaziose  contrade.  Rin- 
chiude alcuni  bellissimi  palazzi,  una 
vaga  torre,   una  maestosa  cattedra- 
le, molle  chiese  ec.  Il    suo  territo- 
rio,   che  contiene    tutta    lantica    i- 
sola  F'ulcheria,  si    estende    verso  il 
Bresciano    intersecalo  da  una  quan- 
tità   di  canaletti,  e  produie    il    li- 
no   più    stimalo     di   Europa    dopo 
quello  delle    Fiandre,    e  del    quale 
unitamente   al  refle  si  fa  un  com- 
meicio  assai    esteso.   Era  Crema  di 
tutte  le   cillà  della  Loml^ardia  ap- 
partenenti  allo  stato  veneto,  la  più 
prossima  ai    confini   dello    stalo  di 
Milano,  da  cui    restava  quasi  inte- 
ramente contornata. 

Vi  .sono  fondati  indizi,  che  nelle 
vicinanze  di  questa  città  sorges.se 
l'antico  Forum  Diuguntorum,  no- 
minato da  Tolomeo,  e  da  altri  geo- 
grafi, e  perciò  talvolta  scrivesi  in 
latino  un  tal  nome  in  vece  di  Cre- 
ma. La  città  però, propriamente  chia- 
mata Crema,  trasse  1'  origine  da  un 
gran  numero  di  fuggiaschi,  che  la 
crudeltà  di  Alboino  re  de'longobar- 
di  fece  passare  a  questa  parte,  e  che 
fissarono  la  loro  dimora  in  mezzo 
alle  paludi,  .sperando  trovarvi  un 
asilo  di  sicurezza.  Nel  570  essi  si 
radunarono  quivi  piantando  le  fon- 
damenta di  cjuesta  città,  che  cosi 
nominarono  da  un  nobile,  detto 
Cremete,  riconosciuto  per  loro  capo. 
Egli  la  riempi  coi  popoli  dei  din- 
torni, obbligati  per  timore  di  quei 
bai'bari  ad  abbandonare  la  propria 
cillà,  per  non  essere  esposti  al  loro  fu- 
rore. Dopo  Creuie  te  soggiacque  la  cil- 


GRE 
tà  al  dominio  delongobardi,  dai  fjuali 
passò  a  quello  di  Carlomai^no.  L'al- 
tro imperatore  Federico    1    Barba- 
rossa    l'assediò    in     persona,    e    la 
prese  nel    1160.  quindi    nel     i  f64 
fece  succedere   all' antipapa  Vittore 
IV,     il  falso    Pontefice     Guido    da 
Crema  Cardinale  di  s.  Calisto,  con- 
ti-o    il    legittimo     Papa    Alessandro 
III.  Quelli  di  Lodi,  e  di  Cremona, 
rovinarono  la  città  ;  ma  Federico  I 
nel  X  i85  la  rifabbricò  e  fortificò,  re- 
candovisi  un'altra  volta  in  persona, 
il  giorno  elle  le  si  diede    principio 
col   riedificarla.   Si    governò  quindi 
Crema  da  sé,  e  dopo   aver  provato 
per    alquanto    tempo     la    domina- 
zione di  parecchi  tiranni,    e   le   fa- 
zioni   de'  guelfi,    e    ghibellini,    non 
che  dei  cremonesi,  e  dei  Benzoni  di 
Crema  col   titolo    di   conti,  i  vene- 
ziani  incominciarono    a    dominarla 
nel    i449    sotto  il   doge   Francesco 
Foscarini,  finche,  nel    i5o9,   se    ne 
rese    signore   Lodovico    XII    re    di 
Francia,   per  conseguenza  della  lega 
di    Cambrai.    Massimiliano    Sforza, 
duca   di   Milano,  se    ne    impadronì 
in   appresso  ;  ritornò  poscia  al    do- 
minio della  repubblica  veneta  ;  ma 
i    francesi    essendovi    entrati    senza 
resistenza  nell'anno    1797,  il  gior- 
no dopo  la  presa  di    Lodi ,    se    ne 
impadronirono.     Dipoi    questa     cit- 
tii   fece  parte  del  regno  d'Italia,  ed 
al    presente    è    soggetta    al    regime 
austriaco.  Crema  ha   dato  molli  uo- 
mini   illustri,   fra'  quali    i    seguenti 
Cardinali:     Giovanni    da     Crema, 
clie  per  ordine  del   Pontefice    Cali- 
sto II,  alla  testa    di    un    corpo    di 
truppe  romane    arrestò    1'  antipapa 
Oiogoiio   Vili  :    Guido   ria     Crema 
•■uddetto,  poi  pseudo-Pontefice;  e  d. 
t '/arido    Zurla    nato     in    Lrgnago, 
diocesi    di    Crema,    corno    si    logge 
nelle   Notizie  annuali  dì  lioma.  Per 


GRE  17) 

altro  dovrà  dirsi  piuttosto,  che  il 
Zurla  di  nobile  famiglia  di  Crema, 
sia  nato  a  Legnago  diocesi  di  Ve- 
rona. Della  città  di  Ci-ema,  de'suoi 
uomini  illustri,  e  della  famiglia 
Zurla,  parlò  il  Cancellieri  nelle  note 
alla  dedica  delle  sue  Notizie  sul- 
r  anello  Pescalorio  ec.,  dedicate  al- 
lo stesso  Cardinal  Zurla,  che  di- 
venne vicario  di  Roma. 

La  sede  vescovile  di  Crema,    se- 
condo Commanville  ed  altri,    fu  e- 
retta  a'  io  aprile    1579,  da  ^'"cgo- 
rio    XIII    colla    rendita    annua    di 
scudi   tre  mila,  ciò    che    il    MafFei, 
Annali  di   Gregorio  XIII,  lib.  IX, 
pag.     i5o,    ed     altri    riportano    al 
i58o,  come  si  conferma  dalla  mar- 
morea iscrizione    posta  nella    catte- 
drale, che  si  legge  presso  l'Oldoino 
in  Ciacconio  t.   IV,  col.  26.  Quindi 
elevando  Gregorio  XIII,  coU'autori- 
tà  della  bolla     Universi    nel     iSSa 
a' IO   dicembre,  Eologna  sua  patria 
a  metropolitana,  fra    le  chiese  suf- 
fraganee  le  assegnò    Crema,    cui    è 
ancora  soggetta.  Il    primo    vescovo 
fu  il  patrizio  veneto  Girolamo  Dio- 
do,    nominato  agli     i  i      novembre 
i58o,  cbe  poi   abdicò  nel  i584;o 
gli  successe  il  nipote  Giovanni  Gia- 
como Diedo,  il  quale  pubblicò  in  se- 
guito nel  1609  alcune  ordinanze  sino- 
tlali.  Fu  pure  vescovo  di  Crema   1'  al- 
tro nobile  veneto  Marco  Antonio  Bja- 
gadino,  che  da  Urbano  Vili    venne 
creato  Cardinale.  F^.  il  p.  Francesco 
Antonio  Zaccaria    nella    sua    Serie 
episcoporum     Cremensiiim,    Brixiae 
1763.   In  Crema   non   si   tenne    al- 
tro sinodo  fino  al    1737,  nel  quale 
monsignor  Lodovico  Caliiii,  che  fu 
r  ottavo  vescovo  di   questa    diocesi, 
pubblicò   un  sinodo,  che  tuttora  si 
manUene  in  vigore.  Benedetto  XIV 
a'  I  I     novembre     1 742,    col    breve 
Reverendissimo,  diretto    ai    vescovi^ 


176  GRE 

tolse  la  controversia  nata  in  Crema, 
e  propagata  per  l'Italia,  dell'obbli- 
go, che  si  pretendeva  avessero  i 
sacerdoti  di  amministrare  nella  loro 
messa  privata  l'Eucaristia  ai  fedeli, 
che  la  domandassero.  Va  pure 
rammentato  1'  altro  vescovo  di  Cre- 
ma d.  Antonio  Maria  Cardini,  già 
monaco,  e  lettore  camaldolese  nel 
monistero  di  s.  Michele  di  INIurano  in 
Venezia,  di  veneta  famiglia,  creato 
•vescovo  da  Pio  VI.  Questo  era  uo- 
mo di  gran  pietà,  zelo,  e  dottrina, 
e  di  esso  hannosi  varie  opere  fi- 
losofiche e  dointnaticlie,  segnata- 
mente  quella  intitolata  Veritales 
Cntholicae,  che  incontrò  molto  cre- 
dito presso  i  dotti. 

La  bella  cattedrale  è  dedicata 
alla  b.  Vergine  Maria  Assunta  in 
cielo.  Il  capitolo  si  compone  del- 
l'unica dignità  dell'arciprete,  di 
dieci  canonici,  compresi  il  teologo, 
e  il  penitenziere,  e  di  alcuni  man- 
-sionari,  preti  e  chierici  addetti  al 
servigio  divino.  Nella  cattedrale  si 
■venera  il  corpo  di  s.  Giacinto;  evvi 
il  fonte  battesimale,  ed  è  esercitata 
la  cura  delle  anime  dal  mentovato 
arciprete,  e  da  un  prete  vice-cura- 
to. L' episcopio  è  vicino  a  questa 
chiesa.  Oltre  ad  essa,  vi  sono  quat- 
tro parrocchie  col  sagro  fonte,  due 
conservatorii,  tre  ospedali,  ed  il 
monte  di  pietà,  la  cui  origine  ri- 
Dionla  al  1496,  non  che  il  semi- 
nario. 1  due  conservatorii,  il  primo 
sotto  la  denominazione  di  s.  Carlo 
fu  eretto  nel  i6i4;  l'altro  detto 
delle  Ritirate  ebbe  principio  nel 
1700;  ed  in  essi  vengono  ricovra- 
tc  le  povere  fonciulle  pericolanti,  o 
ravvedute  della  città,  ed  antica  sua 
provincia.  Vi  sono  inoltre  in  Crema 
un  ginnasio  ,  una  scuola  elementa- 
re, una  casa  di  ricovero  fondata 
nel    1809.    Due    de' suddetti    ospe- 


CRE 
dali,  uno  venne  eretto    nel    1 34 1  > 
e  l'altro  nel    i479  P^§''  esposti    e 
mendicanti.    Inoltre    si    contano   in 
questa  città  altre  pie,  e  benemerite 
istituzioni.  Ad  ogni  nuovo   vescovo 
la  mensa  è  tassata  ne'  registri  della        k 
cancelleria  apostolica  a  trecento  fio-        " 
ri  ni. 

CREMA  Giovanni  ,  Cardinale. 
Giovanni  Crema  di  Lombardia,  fu 
Cardinal  prete  di  s,  Grisogono,  sot- 
to Pasquale  li.  Rinnovò  la  basilica 
del  suo  titolo,  e  l' arricchì  di  pos- 
sessioni ,  arredi  sacri,  e  libri.  Ven- 
ne onorato  da  s.  Bernardo  di  una 
lettera  affettuosissima  ;  da  Onorio  II 
ebbe  la  legazione  a  Intere  nell'In- 
ghilterra al  re  Errico  I,  con  giurisdi- 
zione sovra  tutti  i  prelati  di  quel 
regno,  e  dichiarò  nullo  il  matrimo- 
nio di  Villelmo  figlio  di  Roberto 
conte  di  Normandia,  con  la  figlia 
di  Fulcone  conte  di  Angiò.  Errico 
però  noi  volle  ne'  suoi  dominii  se 
non  nel  iiaS.  Intanto  tenne  due 
sinodi,  r  uno  a  Londra  nel  settem- 
bre del  detto  anno,  nel  quale  proi- 
bì severamente  agli  pcclesiastici  di 
coabitar  con  donne,  tranne  le  più 
congiunte  di  sangue;  l'altro  poi  a 
Westminister ,  a  cui  furono  pre- 
senti l'arcivescovo  di  Cantorbery, 
Tristiuo  di  Yorck,  venti  vescovi,  e 
quaranta  abbati.  In  esso  pubblicò 
diciassette  canoni  circa  la  discipli- 
na ecclesiastica.  Poscia  tenne  un 
altro  concilio  a  Roxoburgo  di  Sco- 
zia. Raccomandato  caldamente  dal 
Pontefice  a  Davidde  I  re  di  Scozia,  e 
al  nominato  Errico  I  re  d'Inghilterra, 
potè  riformare  il  clero  secolare,  e  re- 
golare, che  ne  abbisognava  di  assai. 
Ritornato  in  Italia  nel  11 28  fu 
legato  in  Lombardia,  e  tenne  a  Pa- 
via un  sinodo,  nel  quale  condannò 
Anselmo  V  arcivescovo  di  Milano, 
perchè  uvea  coronato  della   corona 


GRE 
ferrea  Corrado  nemico  alla  s.  Sede, 
sospetto  di  scisma,  in  vece  del  le- 
gittimo re  Lottarlo.  A  Sutri  impri- 
gionò l'antipapa  Maurizio  Burdino, 
poi  lo  consegnò  a  Calisto  li ,  che 
lo  fece  guardare  fino  a  che  morì 
a  Fumone,  vecchio  assai,  sotto  Ono- 
rio II.  Per  alcun  tempo  il  Crema 
aderì  all'antipapa  suddetto,  che  fa- 
cevasi  chiamare  Gregorio  Vili,  ma 
dipoi  ritornò  ad  Innocenzo  11.  Da  ul- 
timo, dopo  essere  intervenuto  all'ele- 
zione di  Gelasio  II,  Onorio  II,  ed 
Innocenzo  11,  morì  molto  beneme- 
rito della  Chiesa  nel  i  1 38  ,  e  fu 
sepolto  nella  sua  titolare. 

CREMIEU ,  o  Cremieux,  Cre- 
miacum.  Piccola  città  di  Francia  , 
nel  dipartimento  dell'  Isere,  capo- 
luogo di  cantone,  situata  a  piedi 
di  una  catena  di  roccie  calcaree.  In 
poca  distanza  da  questa  città  è  la 
grotta  delle  Calme ,  divisa  in  due 
gallerie,  che  contengono  stallattiti 
assai  curiose,  ed  un  canale  sotter- 
raneo. Questa  grotta  è  una  delle 
sette  maraviglie  del  Delfinato.  Nel- 
l'BSo,  o  neir835  vi  si  tenne  un 
concilio,  detto  Straminiacense ,  so- 
pra le  differenze  insoite  tra  le  chie- 
se di  Lione,  e  quella  di  Vienna. 
Regia  t.  XXI,  Labbé  t.  VII,  Ar- 
duino t.  IV. 

CREMNA.  Città  vescovile  nella 
seconda  Pamfilia,  dell'esarcato  d'A- 
sia, sotto  la  metropoli  di  Piigi , 
eretta  nel  nono  secolo.  Teodoro, 
vescovo  di  Cremna,  intervenne  al- 
l' ottavo  concilio  generale,  celebra- 
to in  Costantinopoli  l'anno  Si 5. 

CREMONA  {Crtmonen).  Città 
con  residenza  vescovile  nel  regno 
lombardo-veneto,  capoluogo  di  pro- 
vincia, e  di  distretto,  posta  in  una 
bella,  e  fertile  pianura,  in  poca  di- 
stanza dalla  riva  sinistra  del  Pò. 
Vedesi  chiusa  da  un  circuito  a  ba- 
VOL.    xviii. 


GRE  177 

stioni  di  forma  ovale.    La    Cremo- 
iiella,  ch'entra  pel  nord,  passa  sot- 
to le  abitazioni,  e  si  getta  nel  Po. 
Cremona    ha    belle    piazze,    strade 
larghe,    case    di    bella    apparenza, 
vasti  palazzi.  Di  gusto  gotico    sono 
quelli  della  civica  magistratura,  del- 
l'archivio pubblico,    e    delle  scuole 
femminili.   Sulla  piazza  del    duomo 
avvi    un'  alta    torre,    chiamata    il 
Torrazzo,  degna  di  molta  conside- 
razione per    essere    una    delle    più 
alte  d'Italia.  Sull'epoca  però  della 
costruzione  di  essa  variano  le  opi- 
nioni ;  la  più  probabile  però    si  è, 
che  la  parte  quadrata  sia  stata  co- 
strutta nell'anno   7^4  ,    e  che  solo 
nel    1284  fosse  compiuta    la    parte 
superiore.     Riflette    pi'udentemente 
il  Campi  nella  sua  Storia  di  Cre- 
mona, che  nulla  si  può  fissare  con 
sicurezza  sull'epoca  della  costiuzio- 
ne  di  questa  celebre   torre,  che   fu 
cominciata,  e  terminata    in  diversi 
tempi.  Per  giungere  sino  alle  cam- 
pane, si  devono  salire  quattrocento 
novantotto    scalini,    quindi    bisogna 
ascendere  in  vm  altro  piano  per  ar- 
rivare al  luogo,     ov'  è  collocata    la 
grande  campana,  che  batte  le  ore. 
Il  Cancellieri,    nelle    sue   Campane. 
a  pag.    i44  dice,  che  si    vuole  es- 
sere   stata     la     torre    incominciata 
dall'  imperatore    Federico    I,    Bar- 
ba rossa  ,    e     terminata    nell'   an- 
no    1284-     Negli     Annali    di    Ce- 
sena^ pubblicati  dal  Muratori ,    nel 
tom.  XIX  Rer.  Ital.  p.     11 12,    si 
legge,  che  la  torre  credesi  incomin- 
ciata nel    1284,  o  al  più  tardi  nel 
1295.   Ma  secondo  il    Campi,    Sto- 
ria   di    Cremona,    p.    81,    non    vi 
sono  sicure  notizie    intorno    a    ciò. 
Inoltre  aggiunge  il  Cancellieri,   che 
sopra  questa  torre  si  trovarono  in- 
sieme  il  Pontefice  Giovanni  XXIII, 
e  r  imperatore  Sigismondo  con  Ga- 


,78  GRE 

brino  Fondalo  signore  della  ciilìi, 
il  quale  poi  ebbe  a  dire,  che  si 
pentiva  di  non  averli  ambedue  preci- 
pitati dalla  torre,  e  cos'i  di  non  aver 
fatto  una  cosa  di  eterna  memoria, 
coU'iraitare  in  tal  modo  la  vanità 
di  Erostrato,  che  per  faisi  un  no- 
me, bruciò  il  famoso  tempio  di  Dia- 
na in  Efeso.  Cremona  ha  uu  ca- 
stello in  rovina  chiamato  Santa  cro- 
ce, ed  eretto  sul  luogo  della  chie- 
sa di  tal  nome,  un  ginnasio,  caser- 
me, due  moderni  teatri,  ed  altri 
cospicui  cdiflzi.  Vi  sono  pure  una 
pubblica  biblioteca,  ed  istituti  scien- 
tifici, come  rinomate  erano  le  sue 
manifatture  d' istrumenti  musicali. 
Risiedono  in  Cremona,  come  capo 
luogo  della  provincia  del  suo  no- 
me, una  regia  delegazione,  la  con- 
gregazione provinciale,  un  tribuna- 
le di  prima  istanza  civile,  crimina- 
le, e  di  commercio,  la  intendenza 
di  finanza,  un  regio  commissario, 
ed  altri  ufilzi  superiori.  Ila  inoltre 
una  congregazione  municipale  con 
un  consiglio,  ed  essendo  insignita 
del  titolo  di  città  regia,  manda  uu 
deputalo  alla  congregazione  centra- 
le di  Milano, 

Questa  antichissima  città,  costrut- 
ta dai  gauli,  apparteneva  alla  Gal- 
lia  Transpadana.  Deve  la  sua  ori- 
gine all'epoca,  in  cui  i  galli  ceno- 
mani  emigrarono  in  Italia,  ed  oc- 
cuparono le  sedi  circumpadane  dei 
ligustici,  regnando  in  Roma  il  re 
Tarquinio  Prisco,  cioè  verso  l'anno 
596  avanti  la  nascita  di  Gesù  Cri- 
sto. Quando  passò  sotto  i  romani, 
vi  mandarono  essi  una  colonia , 
l'anno  di  Roma  535,  ed  un'altra 
nel  562,  per  Io  che  Cremona  di- 
venne sempre  piti  considerabile.  Fu 
una  delle  prime  città,  che  i  roma- 
ni fortificarono,  e,  come  colonia 
romana,  fu  sempre  fedele    verso  la 


GRE 
madre   patria  anche  ne' più   dilljcili 
tempi,  il   perchè   molto  soffrì  alior- 
«juaudo     il     cartaginese      Annibale 
passò  in  Italia,  e  molto  più  al  tem- 
po di   Augusto,    il  quale    nell'anno 
4i    dell'era    cristiana    la  diede    col 
suo  territorio  in  balia  de'  suoi    ve- 
terani, che    la    saccheggiarono ,    in 
punizione  di  essere  stata   troppo  at- 
taccata al   partito   di  Marc' Antonio. 
Nel  secolo  susseguente,  avendo  sos- 
tenuta   la   parte  di  Vitellio,    tanto 
nella  guerra  contro   Ottone,    come 
ucll'allra  contro  Vespasiano,  incon- 
trò la  sua  totale  rovina,  perchè  fu 
saccheggiata  per  quattro  giorni  con- 
tinui l'anno  69,  e  ridotta  in  cene- 
re da  Antonio  generale,  che  teneva 
le  parti  di   Vespasiano    per    abbat- 
tere i   fautori  di  Vitellio  imperato- 
re. Dipoi,    a    cura    di    Vespasiano, 
la  città  venne  rifabbricata    e    ripo- 
polata, mantenendosi    sotto    il    do- 
minio    dell'impero     sino    all'anno 
Go-?.,  in  cui  da  Agilulfo  re  de' lon- 
gobardi fu     assediata    con    barbara 
vendetta,    e  quasi   adatto  distrutta. 
In  seguito  Cremona  venne  eretta  in 
comitato  o  contea    con  giurisdizio- 
ne forse  estesa  i\i\  dove    giungeva- 
no gli   antichi   limiti     della    diocesi, 
sebbene  poi    sotto  i    re    d'Italia   il 
comitato   soffrisse    delle    restrizioni. 
Nell'anno  590,  Maurizio  imperato- 
re greco  ricuperò   all'  impero  orien- 
tale varie  città  d' Italia,  fra  le  qua- 
li  Cremona,  che  stette  così  sotto  la 
dominazione     degli     esarchi    di  Ra- 
venna   sino  all'anno    61 5,    in    cui 
Agilulfo,  marito  di  Teodolinda    re- 
gina    de' longobardi,     l'assediò  ,     e 
quindi   per  la  sua  resistenza,  presa 
che  l' ebbe,  la  diede  in   preda  alle 
fiamme.  Rimase   così    deserta    sino 
al  63o  circa,  quando  a  persuasione 
della  pia  Teodolinda,  divenuta   ve- 
dova di  Agiiullu,    gli    ubitauLi   dis- 


GRE 

persi  per  le  campagne,  si  restitui- 
rono di  nuovo  alla  antica  sede,  e 
rifabbricarono  la  città. 

Cremona  sotto  i  re  franchi  for- 
mò parte  del  nuovo  regno  d'Italia, 
e  venne  governata  dal  proprio  con- 
te, i  cui  diritti  nel  916  furono  con- 
cessi parzialmente  al  vescovo.  Per- 
venuta a  Papa  Benedetto  IX  la  no- 
tizia che,  nel  loSy,  l'imperatore 
Corrado  era  venuto  in  Itaha,  gli 
andò  incontro,  per  cui  venne  rice- 
vuto in  questa  città  dall'augusto  con 
ogni  onorificenza.  Nel  declinare  del 
secolo  decimo  Cremona  dovette  sos- 
tenere guerra  coi  milanesi,  che 
già  meditavano  di  dilatare  il  loro 
dominio  sulle  circonvicine  città.  Di- 
vota ad  Enrico  IV  imperatore,  que- 
sti, nel  iii4)  con  diploma,  confer- 
mò ed  accrebbe  i  diritti,  e  privilegi 
del  comune.  Fra  le  altre  cose  si  leg- 
ge nell'imperiale  diploma  :  concessi- 
mus  edam  eis,  ut  extra  muros  ci- 
l'itatis  cor  uni,  deinceps  palatami,  et 
hoMpitiuni  nostrum  habeamus  :  pa- 
role significanti,  colle  quali  Enrico  I V 
promise  di  non  entrare  nella  città 
coU'esercito,  ma  che  avrebbe  ricevu- 
to l'albergo  solamente  nel  palazzo  a 
lui  preparato  ne'borghi.  Dall'anno 
1073  al  i335  governossi  Cremona 
colle  proprie  leggi  :  ma  questa  mu- 
tazione di  stato  le  cagionò  contese 
e  guerre  tali,  che  quasi  furono  cau- 
sa della  totale  sua  rovina.  Difatti 
nello  spazio  di  circa  2i5  anni,  i 
cremonesi  ebbero  guerra  talvolta 
soli,  ed  ora  confederati,  contro  i  bie- 
sciani,  i  lodigiani,  i  milanesi,  i  ere- 
maschi ,  i  parmigiani,  i  piacentini, 
i  bergamaschi,  i  pavesi,  i  manto- 
vani, i  bolognesi,  come  anche  ta- 
lorti  pugnarono  contro,  e  talora  in 
favore  dell'imperatore.  Le  gare  e 
le  contese  civili  vennero  ancor  piìi 
l'umentatc    dalle     tremende    luziuui 


CHE  1 7  g 

guelfa,  e  ghibellina,  le  quali  si  ac- 
cesero in  Cremona  sino  dal   1242; 
ed  a  quelle  fazioni    devono  i  Pal- 
lavicini, i  Dovara,  i  Cavalcabò,  ed 
i  Ponzoni  il  loro  innalzamento  alla 
suprema  signoria,  e  dominazione  di 
Cremona.    Ribellatasi    la  città  con- 
tilo l'imperatore  Enrico  VII,  questi 
vi    fece    quasi    interamente    sman- 
tellare   le    mura,  spianare     le    fos- 
se, ed  abbattere  le  torri  nell'anno 
i3ii:    quindi    l'anno    i335    Azze 
Visconti  ne  consegui  solo  il   domi- 
nio. Nuovamente    venne    signoreg- 
giata   dai    Cavalcabò  nel    i4o3,    e 
nel    i4o6    da  Cabrino,  o    Cabrino 
Fondalo   o    Fondulo,    già  capitano 
di   Ugolino    Cavalcabò  marchese  di 
Viadana.  Cabrino  Fondalo  si  unì  ai 
Cavalcabò,  che  si  fecero  nuovamen- 
te padroni    di    Cremona,    dopo    la 
morte  di  Giovanni  duca  di  Milano, 
avvenuta  nel  i^ii.  Avendo  poi  in- 
vitato Carlo,  ch'era  il  capo  di  quella 
famiglia,  con  nove,  o  dieci  de'suoi 
parenti,   ad  una    sua  casa  di  cam- 
pagna, li  trucidò    tutti  in  un  con- 
vito. Tosto  s'impadronì  della  città, 
ove    esercitò     ogni    sorta    di    azio- 
ni crudeli,    ma     venendo    poi    ar- 
restato, e  condotto  a  Milano,  dove 
Filippo  Maria  Visconti   succeduto  a 
Giovanni    suo  fratello,    gli  fece  ta- 
gliare la  testa,  ciecamente  guardando 
il  suo  confessore,    che    indarno  l'e- 
sortava a  pentirsi  de'suoi  atroci  mis- 
fatti,   avanti  di    morire    gli   disse  , 
quul  fosse  l'unico    suo  pentimento. 
Nel    1420    i  Visconti    ricuperarono 
interamente    Cremona,    e    il    detto 
duca  Filippo  Maria,  ai  2  5  ottobre 
i44i>  concedette  in  dote  questa  cit- 
tà col    suo    contado,     tranne    Piz- 
zighettone,  e  Castel-Leone,  a  Bianca 
moglie  del  conte  Francesco  Sforza, 
cui  servì  di  pretesto  per  impadro- 
nirsi dell'intero   milanese. 


i8o  GRE 

Nel  i449  •  veneziani  mossero 
guerra  a  Francesco  Sforza,  e  po- 
scia nel  i5o9  i  francesi  ottennero 
Cremona,  che  in  seguito  fu  tolta 
ad  essi  dall'imperatore  Carlo  V,  per 
1  iniettere  gli  Sforza  in  possesso  del 
ducato  di  Milano.  Però  col  testa- 
mento del  duca  Francesco,  ultimo 
degli  Sforza,  Carlo  V  nel  i535  di- 
venne erede  de' suoi  stati.  Quindi 
avendo  Carlo  V  divisi  i  propri  sta- 
ti tra  il  suo  fratello  Ferdinando  I, 
e  l'unico  figlio  Filippo  II,  assegnò 
a  questo  secondo  colla  monarchia 
spagnuola,  e  col  reame  di  Sicilia, 
il  ducato  di  Milano,  per  cui  Cre- 
mona, insieme  alla  signoria  mila- 
nese, passò  nella  dominazione  del 
re  di  Spagna.  I  francesi,  e  i  mode- 
nesi invano  assediarono  la  città 
nel    1648. 

Al  principio  del  1 70'2,  Cremona 
servì  di  quartiere  d'inverno  al  ma- 
resciallo Villeroy,  che  vi  fu  sorpre- 
so di  notte,  e  fatto  prigioniero  dal 
principe  Eugenio  di  Savoja  coman- 
dante degli  imperiali,  il  quale  però 
dopo  la  più  ostinata  resistenza  del- 
la prode  guarnigione,  fu  costretto 
a  ritirarsi,  ma  la  prese  poscia  per 
capitolazione  nel  1707.  Cremona, 
nell'ultimo  secolo,  era  molto  più 
popolosa,  e  commerciante,  avendo 
vasti  sobborghi,  dei  quali  più  non 
rimane  vestigio.  In  seguito  della 
battaglia  di  Lodi,  il  i4  maggio 
1796,  Cremona  aprì  le  sue  porte 
ai  francesi,  e  d'allora  in  poi  seguì 
la  sorte ,  e  i  destini  di  Milano. 
La  battaglia  di  Magnano  la  re- 
stituì agli  austriaci  a'  16  aprile  del 
1799:  nel  giugno  però  1800,  i 
francesi  se  ne  impadronirono  di 
nuovo  neir  occasione  dello  stabili- 
mento della  repubblica  italiana,  e 
quindi  del  regno  d'Italia,  di  cui 
fece  parte  sino  al  18 14,  come  capo 


GRE 

luogo  del  dipartimento  dell'alto  Pò, 
mentre  ora  appartiene  al  regno 
lombardo-veneto. 

Moltissimi  furono  gli  uomini  il- 
lustri, che  Cremona  diede  alle  scien- 
ze, alle  lettere,  ed  alle  arti.  Ba- 
sta ricordare  Olofredo  celebie  le- 
gista, Quintilio  Varo,  Marco  Fu- 
rio Bibaculo  ,  Faerno  ,  Girolamo 
V^ida,  ec.  Cremona  poi  ha  il  van- 
to di  possedere  una  celebre  scuo- 
la pittorica,  nella  quale  si  distin- 
sero il  Marasca,  l'Altobello,  il  Boc- 
caccino,  Giulio  ,  Antonio,  e  Vin- 
cenzo Campi,  Bernardino,  e  Ger- 
vasio  Gatti,  il  Mainardi,  e  il  cav. 
Trotti  detto  il  Malosso.  Cremonese 
altresì,  come  avverte  il  Lanzi  nella 
sua  celebre  storia  pittorica,  è  quel 
niaeslro  Simone  (appellato  dal  Sur- 
gente Simon  di  Siena,  e  da  Domi- 
nici Simone  Napolitano),  che  sino 
dall'anno  i335  acquistò  gran  fa- 
ma in  JVapoli,  e  che  effigiò  madon- 
na Laura  con  tanta  verità  da  me- 
ritare di  essere  dal  Petrarca  lo- 
dato a  cielo  con  due  notissimi  sonet- 
ti. Vanno  pure  rammentati  l'Arisi, 
autore  dell' Is tona  letteraria  di  Cre- 
mona, e  soprattutto  il  dottissimo  p. 
abbate  Enrico  Sanclemente  camal- 
dolese, che  da  Pio  VI  fu  destinato 
a  padrino  del  suo  pronipote,  e  che 
fu  autore  di  molte  opere,  e  spe- 
cialmente del  libro,  de  emendaiio- 
ne  aera  e  vulgaris,  Romae  1792. 
In  questa  opera  chiarisce,  e  dimo- 
stra doversi  fissare  la  nascita  di 
Gesù  Cristo  all'anno  Varroniano 
di  Roma  747»  invece  del  753. 

Onorarono  eziandio  assai  Cremona 
Bartolomraeo  Platina,  l'astronomo 
TorrianOjl  Anguissola,  il  matematico 
p.  Grandi  camaldolese;  il  p.  ab.  Cle- 
mente Biagi  camaldolese,  celebre  teo- 
logo e  letterato,  di  cui  esistono  varie 
opere  molto  stimate;  il  pad.  Isido- 


CRE 
ro  Bianchi  camaldolese,  che  si  di- 
stinse colla  sua  profonda  dottrina;  i 
due  celebri  medici  Aselli,  e  Colom- 
bi, scopritore  il  primo  de'vasi  lattei, 
ed  il  secondo  delle  circolazioni  mi- 
nori del  sangue  prima  del  Cisal- 
pini, e  dell' Harvey.  Meritano  pure 
di  essere  ricordati  Gio.  Francesco 
Bonomi,  i  teologi  Gio.  Antonio  Del- 
fino, e  Gio.  Stefano  Facini. 

Nella  pietà,  e  santità  di  costumi 
si  distinsero  in  Cremona  la  beata 
Elisabetta  Picenardi,  servita  ;  il  ven. 
Antonio  Maria  Zaccaria,  uno  dei 
primi  fondatori  della  congregazione 
de'  barnabiti  ;  la  beata  Stefana  de 
Quinzanis  domenicana,  fondatrice 
del  monistero  di  s.  Paolo  di  Son- 
cino  ;  la  beata  Modesta  da  Sonci- 
no;  ma  principalmente  va  ram- 
mentato r  altro  cremonese  s.  Omo- 
bono  della  famiglia  Tuccenghi,  che 
fiorì  nel  XIII  secolo,  e  eh'  è  com- 
protettore di  Cremona.  V.  il  p. 
Merula  nella  Raccolta  de'  Cremonesi 
in  santità  insigni,  Brescia    1624. 

Finalmente  fiorirono  nelle  digni- 
tà ecclesiastiche  di  Cremona,  i  se- 
guenti Cardinali  :  Benizio  o  Bonizio 
de^  Nardi,  o  de'  Narni ,  secondo  il 
Ciacconio  creato  Cardinale  da  Ni- 
colò IV;  Francesco  Sfondrati,  Car- 
dinale di  Paolo  III  ;  Nicolò  Sfon- 
drati figlio  del  -  precedente,  fatto 
Cardinale  da  Gregorio  XIII,  e  poi 
nel  iSgo  creato  Pontefice  col  no- 
me di  Gregorio  XIV.  V.  Desidebio 
Scaglia,  domenicano ,  creato  da 
Paolo  V;  Girolamo  Vidoni^  crealo 
Cardinale  da  Urbano  Vili;  Pietro 
Vidoni,  Cardinale  di  Alessandro 
VII;  Pietro  Fidoni,  annoverato  al 
sagro  Collegio  da  Pio  VII  ;  Am- 
brogio Bianchi,  camaldolese,  fatto 
Cardinale  dal  regnante  Gregorio 
XVI. 

11  Tangelo  fu  predicato  in    Cre- 


CRE  181 

mona    nel    pinmo    secolo,    e    verso 
l'anno  86j  o  dall'apostolo  s.  Bar- 
naba, o  da  alcuno  de'suoi  discepoli . 
Quindi  vengono  riconosciuti  per  pri- 
mari fondatori,  o  conservatori  della 
fede    Sabino,    Felice,    Gregorio    ec. 
Altri  credono  invece,  che  per  opera 
de' soldati  cristiani  ascritti    alle    le- 
gioni romane,  e  provenienti  dall'o- 
riente, o  de'cristiani  perseguitati  in 
Roma,  ovvero  in  altre    parti    della 
Italia  meridionale,  rifugiati  in  Cre- 
mona, o  finalmente    dai    fondatori 
della  chiesa  di  Milano,  derivino  alla 
città     i    primi     lumi    del    vangelo. 
Questo  si  dilatò  per  modo,  che,  ver- 
so l'anno  35o,  si    potè    erigere  la 
sede  vescovile.  Egli  è  poi  certo,  che 
neir  anno  Sio,  le  parrocchie  erano 
stabilite.   Commauville  pone    l'ere- 
zione della    sede    episcopale    avanti 
l'anno  35o;    e    l'Ughelli    all'anno 
55,  riportando  per   primo    vescovo 
Sabino,    cui    diede    otto    successori 
fino  a  Stefano  romano  del  820,  che 
altri  celebrano  pel  primo    ordinato 
dal    Papa    s.   Silvestro  I.     Meritano 
menzione   i    seguenti    successori    di 
lui.  Nel  391  fiorì   Corrado  cremone- 
se ,  Eustasio  o  Eustachio   greco,  nel 
491,  intervenne  nel  concilio  romano 
tenuto  dal  Papa  s.  Simmaco.  Anselmo 
fu  vescovo  cremonese  del  610.  S.  Sil- 
vino  pur  di  Cremona    governò  dal 
733  al  776,  cui  successe    Stefano, 
il    quale    con    Pipino    re    d' Italia, 
trasferì    a   Verona    il    corpo    di   s. 
Zenone.   Il  vescovo    Paccardo    del- 
l'841,   dall'  imperatore    Lotario    I 
ottenne  i  beni  e  i  privilegi  concessi 
da  Carlo  Magno  alla  chiesa  cremo- 
nese, di  cui  era  stata  spogliata   da 
Roteschildo,  già  ministro  del  re  Pi- 
pino. Luitprando,  fatto  vescovo  nel 
963,  fu  uno  de'  più  dotti  uomini  del 
suo    tempo.    Offiedo   degli  Offiedi, 
nobile  cremonese,  nel  1 168,  successe' 


i82  GRE 

a  s.  Emmanuele    cistcrciense,   e    si 
distinse    per  la  venerazione,  ed  at- 
taccamento alla  Sede  apostolica.  Si- 
cardo,  cittadino  cremonese,     venne 
fatto  vescovo  nel   i  1 84,  e  fu  enco- 
miato per  santità  di    vita,   per    sa- 
pere, e  pel  suo  Chronìcon,  nel  qua- 
le   dà    brevemente   la    storia    dalla 
creazione    del   mondo    sino    a' suoi 
tempi.  Col  suo  zelo,  nel  1 199  a' 12 
gennaio,  ottenne  la  bolla  :  Qui  pie- 
tas da  Innocenzo    III,  coli' autorità 
della  quale  s.  Omobono  di  Crema 
fu  canonizzato  solennemente  da  quel 
Papa.  A  Sicardo  successe  il  vescovo 
Omobono  nel    12  17  consagrato  dal 
Pontefice    Onorio    III.    Kainiero  di 
Casalis  divenne  vescovo  nel    1296, 
e  vuoisi  che  pel  primo  adunasse  in 
Cremona  un  sinodo  diocesano  nel- 
r  anno  seguente.  Costanzo  Fondulo 
cremonese,  cugino  di   Cabrino  Fon- 
dulo, signore  allora  di     Cremona  , 
governò  dal   i4i2    al    14^3,    dopo 
che  Giovanni  XXIII  depose  il  pre- 
decessore Bartolommeo  Capra,  per 
sospetto     che   seguisse    le    parti    di 
Gregorio  XII.  Costanzo  era  vescovo 
quando    Cremona    venne     onorata 
dalla  presenza  di  Giovanni  XXIII, 
accompagnato  da  tredici   Cardinali, 
e  dall'  imperatox'c   Sigismondo,    se- 
guito da  molti  principi,  e  magnati 
di  Germania,  e  d'Italia.  In  appresso 
Ascanio  Maria  Sforza  fu  fatto  vesco- 
vo, e  Cardinale  da  Sisto  IV.  Galeotto 
Franciotti,  creato  Cardinale  dallo  zio 
Giulio  II,  fu  preposto  alla  ammini- 
strazione di  questa  chiesa.  Il   Cardi- 
nal Francesco  Sfondrato,  nel   i549> 
ottenne  questa  sede  da  Paolo  III,  ed 
il  figlio  di  lui  Nicolò,  che,  come  si 
disse,    divenne    Papa  col    nome    di 
Gregorio XIV,  l'ebbe  nel  i56o  da 
Pio  IV.  Concesse   egli    ai    canonici 
della  cattedrale  le  vesti,  che  usano 
in  Roma  quelli  della  basilica  vati- 


CRE 
cana.  Prima  di  lui  n'  era  slato  ve- 
scovo il  Cardinal  Federico  Cesi,  ro- 
mano, fatto  da  Giulio  III.  Indi  nel 
iSgi,  Gregorio  XIV  ne  fece  ve- 
scovo il  celebre  Cesare  Speciano, 
cremonese,  fondatore  del  seminario 
e  del  collegio  de'  gesuiti,  ed  assai 
benemerito  per  altri  titoli.  Ebbe  a 
succedergli  il  Cardinal  Paolo  Sfon- 
drato, nipote  di  Gregorio  XIV,  per 
disposizione  di  Paolo  V;  quindi 
Gregorio  XV,  nel  1 62 1 ,  ne  fece 
vescovo  il  Cardinal  Pietro  Campo- 
ra.  Per  la  serie  di  tutti  i  vescovi 
di  Cremona  va  letto  il  citato  Ughel- 
li,  Italia  sacra,  che  ne  fa  il  novero 
sino  ad  Alessandro  Lilta  del  1718, 
nel  tomo  IV,  a  pag.  6)2.  J^.  le 
Notizie  annuali  di  Roma. 

La  sede  vescovile  di  Cremona, 
dalla  sua  erezione  sempre  è  rimasta 
sulFraganea  della  metropoli  di  Mila- 
no. Fra  le  molte  chiese,  che  ador- 
nano questa  città,  è  degna  di  par- 
ticolare osservazione  la  sua  bella 
cattedrale,  la  cui  facciata  esterna, 
in  marmo  bianco  e  rosso,  s'innalza 
sopra  molte  colonne,  ed  il  cui  in- 
terno è  decorato  di  pitture  eccel- 
lenti, fra  le  quali  primeggiano  la 
Crocefissione  del  Pordenone,  ed  altri 
superbi  dipinti  del  Boccaccino,  di 
Bernardo  Gatti,  e  dei  Campi.  Dopo  la 
cattedrale  meritano  di  essere  ricor- 
date le  chiese  di  s.  Pietro,  di  s. 
Domenico,  di  s.  Sigismondo,  e  quel- 
la che  apparteneva  agli  agostiniani, 
i  quali  vi  avevano  pure  un  bel  con- 
vento. Tutte  le  dette  chiese  sono 
inoltre  doviziose  di  pitture. 

La  cattedrale  è  dedicata  all'As- 
sunzione in  ciclo  della  b.  Vergine 
Maria,  ed  il  capitolo  si  componeva 
di  sette  dignità,  cioè  dell' arciprete, 
dell'  arcidiacono,  del  cantore,  del 
decano,  del  preposito,  del  primice- 
rio,   del    sagrestano    maggiore,    del 


CHE  GRE  183 

tesoriere,  e  del  priore,    oltre  i    ca-     delle  limoline  nel  1786;  la  casa  di 
nonici  ;  ma  al  presente  il    capitolo     ricovero,  e  la  casa   d'industria  nel 
Ila  sette  dignità,  la  principale  delle      i  809:  tre  asili  di  carità  per    l' in- 
quali è  r  arcipretato  con  undici  ca-     fanzia,  sono  di    recente  fondazione, 
nonici,    comprese    le    prebende    di     Finalmente    tra    i    pii    stabilimenti 
teologo    e    penitenziere ,    ha     dieci     nomineremo  il  monte    di  pietà.  La 
mansionari,  detti  corali,  oltre   altri     mensa  ad  ogni  nuovo  vescovo  è  tas- 
preti,  e  chierici  addetti  al    servigio     sata  nella  cancelleria   apostolica    in 
ecclesiastico.  Il  fonte  battesimale    è     fiorini  cinquecento.  Dei  monumenti 
nella  prossima  chiesa  chiamata  per-     cremonesi  esistenti    in    R.oma  ,    ab- 
ciò  battisterio.  La  cura  d'anime  è     biamo  da  Tommaso  Agostino  Vai- 
affidata  al  detto  arciprete,    coadiu-     r^m  :  Crenionensiuni  monumenta  Ro- 
vato  da  due  canonici,  e  da  tre  sa-     mae    exlantia    illustrata,     Iloraae 
cerdoli.  Vi  sono  inoltre  altre  sette     1778:    Appendìx    ad    monumenta 
chiese    parrocchiali,    e    prima,    s\     Cremonensium,  quae  Romae  extant, 
nella  città  che  nella  diocesi,  vi  era     sine  anno  in  folio, 
un    gran    numeio    di    monisteri    e  Sulla  storia  ecclesiastica    di   Cre- 

conventi  regolari,  per  le  monache,  mona  il  chiariss.  monsignor  Dragoni, 
e  per  i  religiosi  di  diversi  Ordini,  primicerio  della  cattedrale,  pubbli- 
Ora  però  vi  sono  i  benefratelli.  È  co  da  ultimo  La  storia  ecclesia- 
osservabile  il  magnifico  episcopio  stica  della  chiesa  cremonese  dei 
cretto  non  ha  guari  sino  dai  fon-  primi  tre  secoli  di  questa  chiesa. 
damenti  dal  vescovo  Omobono  conte 

Offiedi  a  tutte  sue  spese,  monumen-  Concili  di  Cremona. 

to  che  onora  la  patria  di  sì  illustre 

prelato.  Nell'anno   1226,  e  nel  vescovato 

Vi  sono  in  Cremona  vari    stabi-     di   Omobono,  l' imperatore  Federico 
limenti  pubblici    e    privati    per    la     II     fece    radunare    nella    festa    di 
istituzione  dei  giovani,  e  delle  fan-     Pentecoste  un  concilio.  Vi  si  trattò 
ciuUe,  come  un  liceo,  un  ginnasio,     delia  estirpazione  delle  eresie  in  I- 
due  scuole  elementari  maggiori  pei     talia ,  della  guerra   per    la    libera- 
maschi,  e  per  le  femmine,  il  semi-     zione  di  terra  santa,  e    della    riu- 
nario  vescovile,  il  collegio  di    edu-     nione  delle  città  italiche,  e  di  Lom- 
cazione  per  le  fanciulle,  detto  delle     bardia,  la    maggior    parte    in   lega 
Signore  della  Beata  P^ergine.  Nella     contro  il  medesimo  imperatore.  Lab- 
provincia  havvi  il  collegio  delle  sa-     bé  tomo  X,  Arduino  t.    VII.    Ab- 
lesiane,  cioè    in    Soresina.    Ci    sono     biamo  dal  Novaes  nella  vita  di  Si- 
ancora  diversi  stabilimenti  di  pub-     sto  IV,  che  nel    1482  fu  tenuto  in 
blica  beneficenza,  che  soccorrono  gli     Cremona  un  concilio,  per  trovare  i 
indigenti  sì    della    città,    che    della     mezzi  di  pacificare  l' Italia,  e  vi  fu 
provincia.  L' ospedale  civico    venne     stabilito,    che  si     scomunicassero    i 
fondato    nel     il\.5o,    ed    aumentato     veneziani,  qualora  non  si  ritirasse- 
successivamente.  L'istituto  di  s.  Cro-     ro  dalla  lega  contro  di  essa.    Que- 
ce    somministra  gratis  \  medicinali     sto     decreto    venne    approvato    in 
agi'  infermi  ;    1'  orfanotrofio    per    le     concistoro  da  Sisto  IV,  che  lo  man- 
femmine    venne    eretto    nel    1498;     dò  a  tutti  i  sovrani  perchè  lo  pub- 
quello  pei  maschi  nel  i558;  quello     blicassero.  I  veneziani  si  appellaro- 


i84  GRE 

no  al  futuro  concilio  ;  ma  il  Papa 
dimostrò  con  una  bolla,  essere  la 
autorità  della  Sede  apostolica,  e  di 
chi  in  essa  risiede,  superiore  a  tutti 
i  concilii. 

CREMONA  (di)  Carlo.  Cappuc- 
cino della  provincia  di  Milano,  e 
missionario  apostolico  in  Africa,  vis- 
suto nel  secolo  decimosettimo.  Ab- 
biamo di  lui  un'  opera  divisa  in 
due  tomi,  il  primo  de'  quali  con- 
tiene un  trattato  Delle  azioni  uma- 
ne; l'altro,  alcune  quisiioni  sul  sa- 
gramento  della  penitenza,  ed  altri 
soggetti. 

CREPEDULA.  Sede  vescovile 
dell'  Africa  occidentale ,  della  pro- 
vincia Bizacena,  chiamata  anco  Se- 
crepedula,  ep.  syn.  Bisac.  Questa 
sede  era  sottoposta  alla  metropoli 
di  Adramito. 

CREQUI  Antonio,  Cardinale. 
Antonio  de'  signori  di  Crequì  e  di 
Canaple,  nacque  nel  1 53 1  da  no- 
bile prosapia  nelle  Gallie.  Benché 
fosse  mediocremente  dotto,  era  pe- 
rò saggio,  ed  accorto  ,  per  cui  venne 
provveduto  ben  presto  di  parec- 
chie nobili  abbazie,  come  di  quel- 
la di  s.  Giuliano  di  Tours ,  colla 
prepositura  di  s.  Pietro  di  Selin- 
court,  Errico  II  lo  nominò  alla 
chiesa  di  Terovanne  ;  poi  nel  i55i 
sotto  Giulio  III  a  quella  di  Nan- 
tes, e  nel  i56i  sotto  Pio  IV  a 
quella  di  Amiens,  di  cui  ebbe 
le  bolle  soltanto  nel  i564,  poiché 
il  vicedomino  di  quella  città  pre- 
sentò al  Papa  le  sue  lagnanze  sulla 
condotta  di  lui.  In  quell'anno  in- 
tervenne al  concilio  di  Reims  ;  poi, 
ad  istanza  di  Carlo  IX,  di  cui  era 
consigliere  di  stato,  a'  12  marzo  del 
i565  fu  da  Pio  IV  creato  Cardi- 
nal prete  di  s.  Trifone.  Era  gene- 
roso coi  poveri ,  specialmente  colle 
vergini,  e  colle  vergognose,  nonché 


CRE 
co'bisognosi  letterati.  Il  suo  patrimo- 
nio fu  da  lui  distribuito  a  diverse 
chiese ,  e  mori  santamente  in  A- 
mieas  nel  iS'j^  di  quarantatre  an- 
ni, e  nove  di  Cardinalato. 

CRESCENTE,  Cardinale.  Cre 
scente  Cardinal  prete  di  s.  Lorenzo 
in  Lucina,  viveva  nel  ^96 ,  sotto 
il  Pontificato  di  Gregorio  I. 

CRESCENZI  Crescenzio,  Cardi- 
nale. Crescenzio  Crescenzi ,  nobile 
l'omano  della  famiglia  di  questo 
nome,  era  Cardinal  vescovo  di  s. 
Sabina,  sotto  Urbano  II.  Fu  prigione 
con  Pasquale  II  nell'anno  i  1 1 1  , 
nel  quale  conchiusa  la  pace,  otten- 
ne la  sua  libertà.  Sottoscrisse  ad 
una  bolla,  spedita  da  quel  Papa  al 
vescovo  di  Fiesole,  e  mori  durante 
il  Pontificato  del  medesimo  Pa- 
squale II. 

CRESCENZI  Rainerio,  Cardina- 
le. Rainerio  Crescenzi  era  nobile 
romano,  e  nella  quarta  promozione 
fu  fatto  da  Innocenzo  li  nel  11 38 
prete  Cardinale  di  s.  Prisca.  Morì 
nel  pontificato  di  Eugenio  III,  alla 
cui  elezione  era  intervenuto. 

CRESCENZI  Gregorio,  Cardi- 
nale. Gregorio  Crescenzi  di  Caval- 
dimarmo ,  fu  creato  Cardinal  dia- 
cono di  s.  Maria  in  Aquiro  da  Cle- 
mente III  a' 21  marzo  del  i  188. 
Poi  da  Innocenzo  III  venne  trasfe- 
rito neir  ordine  presbiterale,  ed  al 
titolo  di  s.  Vitale.  Essendo  uomo 
saggissimo,  fu  stabilito  colle  facoltà 
di  legato  apostolico,  rettore  di  Spo- 
leti,  e  della  contea  di  Assisi ,  re- 
stituiti alla  s.  Sede  dal  duca  Cor- 
rado. Morì  circa  il  1208,  venti  an- 
ni dacché  era  Cardinale ,  dopo  di 
essere  intervenuto  alle  elezioni  di 
Celestino  III,  e  d'Innocenzo  III. 

CRESCENZI  Gregorio,  Cardi- 
nale. Gregorio  Crescenzi,  della  no- 
bile famiglia    Crescenzi    di    Roma, 


CRE 
prima  canonico  regolare  della  con- 
gregazione Renana,  e  poi  canonico 
di  s.  Pietro  in  Vaticano,  nel  di- 
cembre del  1206,  da  Innocenzo  III 
venne  creato  Cardinal  diacono  di 
s.  Teodoro.  Sotto  Onorio  III  fu 
governatore  del  Lazio,  e  della  Cam- 
pagna, donde  fu  mandato  legato  a 
Intere  a  Federico  II  re  di  Sicilia, 
ove  conferì  la  chiesa  di  Palermo  al- 
l'arcivescovo  di  Bari.  Sin  dal  12  i5 
da  Innocenzo  III  era  stato  promos- 
so alla  chiesa  di  Pavia ,  poscia  il 
re  di  Danimarca  Io  richiese  per  le- 
gato del  Pontefice,  che  con  lettere 
apostoliche  fece  di  lui  grandi  e- 
lugi.  In  appresso  lo  stesso  re  con 
quelli  di  Svezia,  Polonia,  e  Boe- 
mia, lo  pregò  a  toglier  le  discor- 
die delle  chiese  di  quei  regni ,  co- 
me fece  nel  sinodo  di  Schelswyck, 
ove  stabilì  agli  ecclesiastici  il  celi- 
bato. A  mezzo  di  lui  i  domenicani 
ottennero  la  chiesa  ed  il  monistero 
di  s.  Clemente  a  Praga ,  fondato 
da  Primislao  Ottocaro  re  di  Boe- 
mia. Altro  sinodo  tenne  nel  12 12 
a  Danzica  in  Polonia ,  per  cui  si 
riformò  quel  clero  ,  ed  avendo  qua- 
si percorso  tutto  il  settentrione  mi- 
gliorò gli  affari  della  Chiesa.  Ritor- 
nato a  Roma,  Gregorio  IX  lo  e- 
lesse  arciprete  della  basilica  vaticana, 
quando  pieno  di  dottrina  e  pietà, 
morì  nel  1280,  dopo  ventiquattro 
anni  di  Cardinalato.  Intervenne  al- 
la elezione  di  Onorio  III ,  non  pe- 
rò a  quella  di  Gregorio  IX,  forse 
perchè  assente  da  Roma. 

CRESCEjNZI  Marcello,  Cardina- 
le. Marcello  Crescenzi,  di  nobile  pro- 
.sapia  romana,  nacque  nel  i5oo. 
Era  assai  versato  nella  legge,  e  per- 
ciò ottenne  gran  credito  nella  curia 
di  Roma.  Divenuto  canonico  di  s. 
Maria  Maggiore,  Clemente  VII  lo 
ascrisse    agli    uditori    di  rota,    poi 


CRE  iJ?5 

nel  i533  fatto  vescovo  di  Marsico, 
a'3i  maggio  del  i542  Paolo  III 
lo  creò  Cardinale  prete  de' ss.  Gio- 
vanni e  Paolo,  e  lo  fece  segretario 
della  segnatura  dei  brevi.  Successi- 
vamente divenne  legato  perpetuo 
di  R.avenna,  e  Bologna,  nel  1 546 
amministratore  della  chiesa  di  Con- 
za ,  abbate  commendatario  del  mo- 
nistero di  san  Bartolommeo  di  Fer- 
rara, protettore  degli  Ordini  cistcr- 
ciense, ed  olivetano.  Inoltre  fu  le- 
gato al  concilio  di  Trento  nel  pon- 
tificato di  Giulio  III,  cioè  per  quel 
tratto  di  tempo  che  il  concilio  fu 
trasferito  a  Bologna,  con  due  es- 
pertissimi vescovi  presidenti  ,  ove 
esercitò  la  sua  qualifica  per  sei  con- 
tinue sessioni.  Era  di  mirabile  me- 
moria, poiché  teneva  sempre  presen- 
ti in  mente  cento  sentenze  di  cento 
padri  date  in  quel  concilio  con  tut- 
te le  circostanze,  che  le  accompa- 
gnavano, e  le  esponeva  eloquente- 
mente. Le  sue  decisioni  di  ruota  pu- 
re lo  resero  celebre ,  e  Roma  per- 
dette in  lui  un  valido  sostegno 
quando  morì  nel  monistero  degli 
Olivetani  a  Verona  nel  i552,  di 
cinquantadue  anni,  e  dieci  di  Car- 
dinalato. La  sua  salma  mortale  tras- 
portata in  Roma,  riposa  nella  ba- 
silica liberiana  presso  la  porta  man- 
ca laterale  con  elegante  iscrizione. 

CRESCENZI  PiETROPAOLOj  Car- 
dinale .  Pietropaolo  Crescenzi ,  di 
nobile  famiglia  romana,  nacque  nel 
iS'ji.  Studiò  la  legge  nella  univer- 
sità di  Perugia,  e  poscia  occupato 
in  vari  impieghi  nella  curia  ro- 
mana, divenne  uditore  della  came- 
ra, la  quale  carica  non  voleva  ac- 
cettare, ma  dovendo  ubbidire,  la 
disimpegnò  con  molto  onore.  Ai  17 
agosto  del  161  i.  Paolo  V  lo  creò 
Cardinal  prete  dei  ss.  Nereo  ed 
Achilleo;  e  dipoi  nel  16 12  gli  conferì 


it-G  LìvE 

il  vescovnfo  di  Rieti,  dal  quale  nel- 
liìnno  1621  passò  sotto  Grego- 
rio XV  a  quello  di  Orvieto,  ove 
tenne  il  sinodo  nel  1624.  Divotis- 
simo  alla  b.  Vergine,  ne  promos- 
se la  divozione.  S.  Filippo  Neri  die 
gli  era  amico  aveagli  predella  la 
j>oipora.  Nel  1641,  sotto  Urbano 
VJII,  andò  al  vescovato  di  Porto, 
cui  rinunziò  nel  i644'  Accolse  in 
Orvieto  i  gesuiti,  e  loro  accordò 
la  chiesa  dei  ss.  Apostoli,  avendone 
trasferita  la  cura  di  anime  del  ìG-ìS 
alla  parrocchia  di  s.  Lorenzo.  Dopo 
essere  intervenuto  ai  conclavi  te- 
nuli  per  la  elezione  di  Gregorio 
X.V,  Urbano  Vili,  ed  Innocenzo 
X,  mori  a  Roma  nel  i64'J5  di 
seltantatre  anni,  e  trentaquattro  di 
cardinalato,  e  fu  sepolto  nella  chie- 
sa di   s.  Malia  in  Vallicella. 

CRESCENZI  Alessandro,  Car- 
diiiale.  Alessandro  Crescenzi  di  Ro- 
ma, nato  nel  i6o3,  vestì  pi'ima  Tabi- 
Io  religioso  tra  i  cappuccini  ;  ma  non 
polendovi  reggere,  passò  alla  congre- 
gazione somasca,  fino  a  che  Urbano 
Vili  nel  1643  lo  destinò  vescovo 
a  Tremoli,  e  l'anno  seguente  di 
Ortona.  Quindi  fu  inviato  nunzio 
alla  corte  di  Torino,  nella  quale 
molto  operò  in  vantaggio  della 
Chiesa,  contro  i  calvinisti  di  Sa- 
v(jja;  finché  Innocenzo  X  nell'an- 
no i652  lo  promosse  alla  chiesa 
di  Bitonto,  ove  nel  1659  tenne  il  si- 
nodo. Vi  stabilì  anche  la  fondazio- 
ne del  seminario,  ristaurò  il  palazzo 
episcopale,  sovvenne  generosamen- 
te a'  bisognosi,  e  fece  sospendere  il 
culto,  cui  si  prestava  in  Calabria  al- 
l' immaginario  b.  Giovanni  Cala. 
Dipoi  Clemente  X,  che  lo  ama- 
va assai,  lo  dichiarò  patriarca  di 
Alessandria  ,  suo  maestro  di  ca- 
mera, e  a' 27  maggio  dell'anno 
1675  lo  creò  Cardinal  prete    di  s. 


GRE 
Prisca^  protettore  della  congregazio- 
ne di  s.  Bernardo,  e  vescovo  di  Reca- 
nati e  Loreto.  Se  non  che  per  alcune 
gare,  ch'ebbe  coi  ministri  del  Car- 
dinal Altieri,  rinunziò  a  quelle  dio- 
cesi, e  tornato  a  Roma  riabbellì  la 
chiesa  del  suo  titolo,  e  trasportò 
l'aitar  sotterraneo  della  confessione 
in  luogo  migliore.  Dopo  esser  con- 
corso rdla  elezione  d'Innocenzo  XI, 
fu  colto  da  un  colpo  di  apoplessia, 
mentre  celebrava  i  divini  misteri 
a  Roma  nel  1688.  Contava  egli 
allora  ottantacinque  anni,  e  tredici 
di  cardinalato.  Fu  sepolto  nella 
magnifica  chiesa  di  santa  Maria  in 
Vallicella  con  elegante  iscrizione. 

CRESCENZI  kARCELio,  Cardi- 
nale. Marcello  Crescenzi,  di  nobile 
romana  famiglia,  nato  nel  i6()4, 
fu  ascritto  da  Innocenzo  XIII  tra 
i  canonici  della  basilica  di  s.  Pie- 
tio,  ed  i  ponenti  del  buongoverno. 
ISell'aiìno  1 724»  da  Benedetto  XIII 
Venne  eletto  presidente  della  came- 
r;i,  e  nel  1726  uditore  di  rota, 
donde  nel  1789  Clemente  XII  lo 
passò  nunzio  in  Francia.  Quindi, 
a' 9  settembre  del  1743,  Benedet- 
to XIV  lo  creò  Cardinal  prete  ben- 
ché assente.  Recatosi  in  R.oma  ebbe 
per  titolo  la  chiesa  di  s.  Maria 
della  Traspontina,  e  fu  annoverato 
alle  congregazioni  dei  vescovi  e  re- 
golari, del  concilio,  dell'immunità, 
e  di  propaganda.  Fu  promosso  al- 
la legazione  di  Ferrara,  e  nell'an- 
no 1746  n'ebbe  anche  l'arcive- 
scovato, cui  resse  da  ottimo  pa- 
store. Ajutò  i  poveri,  tenne  nel  1751 
il  sinodo,  cui  diede  alla  luce,  ri- 
tliisse  dalle  fondamenta  la  chiesa  di 
s  Matteo,  e  risarcì  con  grossa  som- 
ma il  campanile  della  metropoli- 
tana. Istituì  esercizi  spirituali  per 
ambi  li  sessi;  la  congregazione  di 
s.   Malia  della  Misericordia,  e  Tot- 


cr;E 

tavario  dei  ss.  Angeli.  In  s.  Maria 
di  Trastevere  alzò  un  decoroso  mo- 
numento al  Cardinal  Corradini  suo 
grande  amico;  intervenne  alla  ele- 
zione di  Clemente  XIII,  che  lo  fe- 
ce di  nuovo  legato  a  Ferrara.  Da 
ultimo  avea  stabilito  di  visitar  la 
sua  diocesi  per  la  quarta  volta,  ma  in 
Ferrara  morì  per  una  febbre  maligna, 
nel  1768,  di  settantaquattro  anni, 
e  venticinque  di  cardinalato.  Fu 
sepolto  con  magnifico  elogio  nella 
sua  metropolitana    di  Ferrara. 

CRESCENZIA  (s.).  V.  Modesto 
(s.),  e  Vito  (s.). 

CRESCENZIO  Cardinale.  Cre- 
scenzio, promosso  al  cardinalato  col 
titolo  di  s.  Calisto  da  Giovanni 
XIII ,  segnò  la  bolla  emanata  nel 
concilio  romano  dallo  stesso  Ponte- 
fice a  favore  della  chiesa  di  lìene- 
vento,  e  %isse  perciò  nel  secolo  de- 
cimo. 

CRESCENZIO,  Cardinale.  Cre- 
scenzio, Cardinal  vescovo  di  Selva- 
candida,  segnò  un  diploma  spedito 
nel  993  da  Giovanni  XV;  il  per- 
chè viveva  a  quei  tempi. 

CRESCENZIO  Crescenzio,  Car- 
dinale. Crescenzio  Crescenzio,  Car- 
dinal diacono,  viveva  nel  secolo 
undecime,  perchè  si  trova  sottoscrit- 
to a  un  privilegio  accordato  da 
Giovanni  XIX  alla  chiesa  patriar- 
cale di   Grado. 

CPiESCENZIO  Crescenzio,  Car- 
dinale. Crescenzio  Crescenzio  Car- 
dinal diacono  di  Benedetto  IX,  vi- 
veva nel  secolo  undecimo  alT  in- 
circa. 

CRESCENZIO,  Cardinale.  Cre- 
scenzio, Cardinal  vescovo  di  s.  Ruf- 
fina,  ebbe  vigorosa  diatriba  col 
vescovo  di  Porto  nel  concilio  di  s. 
Leone  IX  in  Laterano,  circa  il  pos- 
>c'>so  della  chiesa  dei  ss.  Paolino  e 
\dalberto;  ma  la  vinse  il   vescovo 


CRE  187 

di  Porto.  Mon,   secondo    Ughellio, 
nel    io5i. 

CRESCENZIO  Crescenzio,  Car- 
dinale. Crescenzio  Crescenzio  pro- 
mosso al  Cardinalato  da  s.  Leone 
IX,  o, secondo  altri,  da  s.  Gregorio 
VII,  a  titolo  non  si  sa  di  qual 
diaconia,  viveva  nel  secolo  unde- 
cimo. 

CRESCENZIO  Crescenzio,  Car- 
dinale. Crescenzio  Crescenzio  fu 
promosso  a  Cardinal  diacono  da  s. 
Gregorio  VII,  e  visse  nell' undeci- 
mo secolo. 

CRESCENZIO  Romano,  Cardi- 
naie.  Crescenzio  Romano,  detto  ju- 
niore.  Cardinal  vescovo  di  Sabina 
ai  tempi  di  Pasquale  II ,  si  trovò 
al  concilio  di  Laterano,  tenuto  nel 
II  12,  e  favorì  la  elezione  di  Ge- 
lasio II,  Calisto  II,  ed  Onorio  II. 
Segnò  del  suo  nome  alcune  bolle 
de'roentovati  Pasquale  II,  Calisto  li, 
ed  Onorio  II,  e  viveva  ancora   nel 

I  125. 

CRESCENZIO  DA  Anagni,    Car- 
dinale.   Crescenzio  da   Anagni,  Car- 
dinal diacono  di  s.   Maria  in  Dom- 
nica  sotto  Pasquale  II,  fu  alla  ele- 
zione di  Gelasio   II  ;   ma,  lasciato  il 
legittimo  Innocenzo    II,    aderì    allo 
scismatico   Anacleto  II  antipapa,  che 
lo  fece  prefetto  di  Benevento,  come 
lo  ei'a  sotto  Calisto    li    nel    1122. 
Volea    pertanto    tradire  quella    cit- 
tà, consegnandola  a   Rogerio  re    di 
Sicilia  ;  ma    accorgendosene  i  citta» 
dini,  lo  assediarono    in  essa:  tutta- 
via potè  fuggir  loro  dalle  mani,  e  ri- 
covrarsi  presso  Rogerio,  per  far  ai 
beneventani     ogni     male    possibile. 
Però  tornato  a  Benevento,  un  cer- 
to Giacinto  esiliato  di  là  per  causa 
di  Crescenzio  colse  il  destro  a  ven- 
dicarsene ;  ed  andato  con  altri  suoi 
aderenti  al  palazzo  di  lui,  che  sor- 
presero all'impensata,  lo  trassero  ai 


i88  GRE 

piedi  d'Innocenzo  II,  nel  pontificato 
del  quale  terminò  di  inquietare  la 
Chiesa.  Prima  però  di  lasciare  il  le- 
gittimo Pontefice,  dalla  sua  diaco- 
nia era  passato  al  titolo  dei  ss. 
Pietro,  e  Marcellino,  la  cui  chiesa 
ristorò  fin  dalle  fondamenta,  ed  il 
palazzo  a  quella  contiguo.  Il  La- 
derchi  è  di  opinione,  che  in  ap- 
presso sia  passato  ad  altro  titolo. 

CRESCENZIO  Gregorio,  Cardi- 
nale. Gregorio  Crescenzio  creato 
Cardinal  diacono  di  s.  Teodoro  da 
Onorio  II  nelle  tempora  di  dicem- 
bre 1127,  -venne  spedito  legato  a 
latere  nel  1 1  -28  nei  regni  di  Da- 
nimarca, Svezia,  e  Boemia,  ove  col- 
1  autorità  dei  re  di  quei  luoghi,  ac- 
compagnato da  efficaci  brevi  del 
Pontefice,  si  adoperò  alla  riforma 
di  quei  popoli.  Se  non  che,  morì 
in  quelle  parti  mentre  era  ancor 
Pontefice  Onorio  II. 

CRESIMA.  Sede  vescovile  del- 
l'Africa, di  cui  era  vescovo  Donato, 
che  intervenne  alla  conferenza  di 
Cartagine. 

CRESIMA  (Chrismalio).  Azione 
d' imporre  il  sacro  Crisma  (Vedi), 
cerimonia  colla  quale  il  ministro 
della  Chiesa  applica  il  sacro  crisma 
a  quelli  che  battezza  ,  o  che  con- 
ferma. La  cresima  non  dicesi  che 
del  Battesimo  (Fedi),  e  della  Con- 
fermazione (Fedì)  ;  per  1'  Ordine 
[Fedi),  e  per  Y  Estrema  Unzione 
Ì^Fedi),  diciamo  unzione. 

CRESSI.  Luogo  di  Francia  pres- 
so Narbona.  Nel  11 82  vi  fu  tenuto 
un  concilio  da  Arnaldo  arcivescovo 
di  Narbona ,  e  legato  apostolico , 
per  la  solenne  dedicazione  della 
chiesa  di  s.  Martino.  Vennero  ivi 
scomunicati  coloro,  che  avessero  ar- 
dito violare  l'asilo  accordato  a  quel- 
la chiesa  dal  concilio,  secondo  le 
leggi  ecclesiastiche.   A  tal  effetto  ne 


CRI 
fu  determinata  l'estensione,  col  pian- 
tarsi croci  nel  suo  circuito.  Labbé 
t.  IX. 

CRETA.  Isola  la  più.  considera- 
bile di  quelle  della  Grecia.   F.  Can- 

DIA. 

CRISANTO  (s.).   F.    Daria  (s.). 

CRISIO  (Crisien.).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  di  rito  greco  unito 
in  Croazia.  Questa  città  lihora ,  e 
reale  della  Croazia  civile,  chiamata 
anche  Kreutz,  Koros,  Koeroes,  e 
Creutz,  è  capoluogo  del  comitato, 
e  della  marca  del  suo  nome  ,  che 
contiene  piìi  di  settanta  mila  abi- 
tanti. Giace  in  una  pianura,  presso 
la  riva  destra  della  Glogovnicza.  Il 
sommo  Pontefice  Pio  VI,  ad  istanza 
dell'  imperatrice  Maria  Teresa,  co- 
me regina  di  Ungheria,  nell'anno 
1777  v'istituì  un  vescovato  di  rito 
greco-latino.  Quindi,  nel  concistoro 
de' 2  3  giugno  di  detto  anno,  il  me- 
desimo Pontefice  vi  dichiarò  per 
primo  vescovo  monsignor  Basilio 
Bosicsovich,  traslatandolo  dalla  sede 
di  Dioclezianopoli  in  partibiis.  Di- 
poi lo  stesso  Pio  VI  gli  diede  in 
successori  ,  nel  concistoro  de'  3o 
marzo  1789,  Giosafat  Bastassich 
della  stessa  diocesi  di  Crisio,  e  nel 
concistoro  del  primo  giugno  179'!', 
Silvestro  Bubanovics ,  pure  della 
diocesi  di  Crisio.  La  sede  fu  di- 
chiarata, ed  è  tuttora  sufFraganea 
della  metropolitana  di  Strigonia. 

La  diocesi  ha  piìi  di  trecento 
case,  con  circa  due  mila  cattolici. 
La  cattedrale  in  buono  stato,  co- 
strutta con  disegno  e  forma  greca, 
è  dedicata  alla  ss.  Trinità.  In  essa 
non  evvi  capitolo,  né  canonici,  né 
prebende  teologale,  e  penitenziale, 
ma  solo  tre  dignità  dopo  quella 
del  vescovo,  cioè  il  vicario  genera- 
le del  distretto  slavonico  del  Sir- 
mio,  e  di  quello  di    là    dal   Danu- 


CRI 

l)io  Bacsienrense,  ed  i  due  arcidia- 
coni Varasdinense,  e  di  Carlosladio. 
iNella  cattedrale  vi  è  il  sagio  fonte 
battesimale,  e  la  cura  delle  anime 
è  affidata  ad  un  parioco ,  ed  an- 
nesso evvi  r  episcopio.  Nella  città 
non  vi  sono  altre  parrocchie,  e  solo 
esiste  il  seminario  con  dieci  alunni, 
per  pia  fondazione  dei  re  d'Unghe- 
ria e  Croazia.  Ogni  nuovo  vescovo 
paga  di  tassa  fiorini  cinquecento- 
cinquantasei,  a  seconda  dei  registri 
della  cancelleria  apostolica. 

CRISMA  {Sacrum  Chrisma).  Vi 
sono  due  sorta  di  crisma ,  V  uno 
che  si  fa  con  olio,  e  con  balsamo, 
che  serve  al  sagramento  del  batte- 
simo, della  confermazione  ,  e  del- 
l'ordine  ;  l'altro,  che  è  l'olio  solo, 
il  quale  serve  alla  estrema  unzione. 
Il  sagro  crisma  per  antonomasia  fu 
detto  anche  Olio  santo  [f^edi)^  cioè 
olio  crismale,  olio  pei  catecumeni, 
e  olio  pegl'  infermi.  I  santi  padri 
chiamano  il  crisma  e  l'unzione  con 
misteriosi  vocaboli,  che  si  leggono 
nel  Macri.  S.  Ambrogio  lo  chiamò 
Signaculum  spirituale,  s.  Clemente 
Cofifirniationis  confessio^  s.  Cipria- 
no Signaculum  Domini,  Papa  s. 
Cornelio  Sigilluni  Domita,  Simeone 
Tessalonicense  Obsignatio,  s.  Dio- 
nigio  Areopagita  Perfectio,  e  s.  A- 
gostino  Manuum  impositio.  I  greci 
chiamano  il  santo  crisma  Myron, 
cioè  unguento,  profumo.  Al  Pon- 
tefice s.  Fabiano,  eletto  l'anno  2  38, 
si  attribuisce  la  prescrizione,  che 
ogni  anno  nel  giovedì  santo  si  do- 
vesse rinnovare  il  crisma,  e  bru- 
ciarsi il  vecchio.  Così  di  s.  Silvestro 
I,  Papa  del  3i4,  il  libro  pontifi- 
cale dice  di  avere  ordinato,  che  il 
ci'isma  fosse  fatto,  e  consagrato  so- 
lamente dal  vescovo,  e  che  il  capo 
del  battezzato  fosse  unto  col  crisma 
dal  sacerdote ,    come  afferma  1*  A- 


CRI  ,89 

malario,  de  eccles.  offìc.  lib.  I,  cap. 
17.  Prima  dei  nominati   Pontefici, 
s.  Urbano  I,  Papa  del  226,    avea 
prescritto,    che  i  battezzati  riceves- 
sero la  confermazione  soltanto    dai 
vescovi.  I  curati  sono    obbligati   di 
provvedersi  ogni   anno    del    nuovo 
crisma,  dovendo  ardere  il  vecchio. 
I  canoni  de'  concilii  proibiscono  an- 
che ai  vescovi  di  nulla  ricevere  pel 
santo  crisma,  che  distribuiscono  alle 
chiese.  La  contribuzione ,    che    un 
tempo  i  vescovi  esigevano  dal  clero 
per  fare  il  sagro  crisma,    chiama- 
vasi  :  denarii  chrismales.  La  Chie- 
sa romana  ha  pel    crisma    sempre 
abborrJto    qualsivoglia   pagamento , 
come  pure  si  rileva  da  un  decreto 
del  6  settembi'e   i6o4  per  Gerace. 
La  materia  del  crisma  è  l'olio  di 
ulivo    col    balsamo,  consagrato  dal 
vescovo    solennemente,     cioè    nella 
Chiesa    latina ,    mentre     in    quella 
greca,  oltre  all'olio    e    al  balsamo, 
vi  si  mescolano  sino  a  trentacinque 
specie  di  aromi,  come  si  legge  nel 
greco  eucologio.  Michele   d'Amato, 
chiamato  il  poliglotta,  per  la  vasta 
sua  cognizione  nelle  lingue  sì  mor- 
te che  vive,  stampò  in  Napoli   nel 
1822    una   dissertazione    intitolata; 
de    Opobalsami   specie  ad  sacrum 
chrisma.  Ivi  dimostra,    come  hanno 
ben    rilevato    il  p.  d' Afflitto ,    ne- 
gli Scrittori   del   regno    di   Napoli 
a  p.  280,  e  contro  il  giornale  dei 
Lett.  t.   34,  p.  432  il  Mazzucchelli 
a  pag.   397,    ed    altri,    che    quello 
cui  si  deve  procurar  di  usare,  non 
è  il  balsamo   del  Perù     il  quale  è 
liquido,  e  di    color  nero  .  e  dicesi 
volgarmente  balsamo  dell'India,  né 
quello   di    Capaiba,   eh' è  bianco,  e 
chiamasi    del    Brasile  ,    ma    bensì 
quello    di    Tolù,    o    Tolutano    del 
colore  dell'  oro^    che  appellasi    bal- 
samo secco  di  Spagna,  e   viene  en- 


190  CRI 

tro  gusci  di  noce  inditma,  essendo 
questo  l'ottimo  [ia  tutti,  non  alte- 
rato e  di  soavissimo  odore.  Anche 
il  can.  Pasquale  Capeti,  ne'  Discorsi 
liturgici,  Roma  17663  trattando 
dell'oblazione  dell'olio  e  tlel  balsa- 
mo, dcH'anticliità  di  unirli  insieme 
per  formare  il  crisma  ,  e  del  vaso 
per  conservarlo,  dice  a  p.  85,  che 
questo  balsamo  del  Tolìi  principal- 
mente, o  altro,  quando  che  porli 
cosi ,  deve  cercarsi  pel  crisma,  e 
sempre  il  migliore.  Su  questo  argo- 
mento si  possono  inoltre  consulta- 
re il  Goar,  l'Albaspineo,  il  de  Mar- 
ca in  can.  28,  cono,  claramont., 
Guglielmo  Beyero,  il  Visconti,  il 
Morino,  il  Vitasse,  il  Doguet,  Con- 
ferences  eccles.  i  i,  Fortun.  Scacchi, 
Sacrar.  Elaeochrism.  Myrotheciaj 
Amst.  1701.  fol.  292,  diss.  3i,  e 
Benedetto  XIV  Inslit.  VI,  e  nel 
libr.  VII  de  Synodo  dioec.  e.  7. 
8.   IO,  e  nel  XIII  e.  29. 

I  maroniti,  prima  della  loro  riu- 
nione colla  Chiesa  romana,  adopra- 
vano  nella  composizione  del  loro 
crisma,  l'olio,  il  balsamo,  il  muschio, 
lo  zafferano,  la  cannella,  le  rose,  l'in- 
censo bianco,  ed  altre  droghe.  Il 
p.  Dandini  gesuita,  spedito  al  mon- 
te Libano  in  qualità  di  nunzio  pon- 
tifìcio nel  i556,  comandò  in  un 
sinodo,  che  il  santo  crisma  in  av- 
venire fosse  composto  di  solo  olio 
e  balsamo.  Racconta  il  Sarnelli, 
parlando  della  mescolanza  del  bal- 
samo coir  olio  ,  che  il  balsamo 
è  materia  essenziale ,  come  de- 
finì il  concilio  Tridentino,  e  sic- 
come presso  i  maroniti  difiìcilmen- 
te  si  trovava  il  balsamo,  Gregorio 
XIII  permise  che  si  adoperasse  il 
vecchio  crisma  finché  si  provvedes- 
se del  balsamo  per  rinnovarlo.  11 
vaso,  poi  nel  quale  si  conserva  il 
crisma,  fu  chiamato  Cresinude^  Cria- 


CRI 
marìum ,  e  Crismalnrium.  Dagli 
antichi  monaci  fu  detto  cresimale 
quel  piccolo  vasetto,  nel  quale  por- 
tavano r  olio  benedetto  per  un- 
gere gl'infermi.  Fu  chiamato  anche 
cresimale,  il  velo,  in  cui  involge- 
vasi  il  vaso  del  crisma,  ma  più 
propriamente  si  disse  la  tovaglia, 
colla  quale  si  fasciava  la  fronte  dei 
cresimati.  Di  questa  cerimonia  fa 
menzione  l'ordine  romano,  perchè 
il  capo  de'  nuovi  battezzati  unto  col 
crisma  del  sacerdote,  ei"a  ricoperto 
con  un  candido  velo  chiamato  da 
Niceforo:  arcana  et  mysdca  ga- 
lea. 

Il  vescovo  nel  gioved'ì  santo,  con 
l'assistenza  di  dodici  sacerdoti,  set- 
te diaconi ,  e  sette  suddiaconi,  so- 
lennemente fa  la  consagrazione  del 
crisma.  Si  fanno  preghiere  sul  cris- 
ma, che  vuoisi  benedire  ;  vi  si  fa 
il  segno  della  croce  ;  il  vescovo 
soffia  sul  crisma,  ad  esempio  di 
Gesù  Cristo  che  soffiò  sugli  apo- 
stoli, per  mostrare  che  lo  Spiiito 
santo  discendeva  in  loro.  Il  vesco- 
vo, ed  il  clero  salutano  il  crisma 
piegando  il  ginocchio,  e  dicendo 
Ave,  sanctuni  Chrisma,  onore  che 
si  riferisce  a  Dio.  La  benedizione, 
o  consagrazione  del  crisma,  che  ser- 
ve di  materia  a  molti  sagramenti, 
è  testimonio  della  credenza  della 
Chiesa,  e  degli  effetti,  cui  essa  at- 
tribuisce a  queste  auguste  cerimo- 
nie. Ciò  si  vede  nel  pontificale  ro- 
mano, dove  si  trova  la  formola,  di 
cui  si  serve  il  vescovo.  Né  si  può 
fare  questa  consagrazione  in  altri 
tempi,  secondo  che  determinarono 
pure  i  sagri  canoni.  C.  litteris  de 
consacr.  d.  3,  e.  Quoniani  de  seni, 
excom.  in  6;  i  quali  testi  però 
non  parlano  dell'olio  de'catecumeni, 
uè  di  quello  degl'infermi.  Isidoro, 
Alenino,   e  Rabano  affeimano,  che 


CRI 

la  consagrazione  del  crisma  si  pra- 
tica nel  giovedì  santo,  in  memoria 
dell'unzione  de' piedi  del  Redentore 
fatta  da  Maria  Maddalena  ne'primi 
giorni  di  Pasqua.  Roberto  insegna, 
che  significhi  l'unzione  fatta  col  san- 
gue dell'agnello   sulle    porte    degli 
ebrei  nel  giorno  decimoquarto  del- 
la  prima    luna.   I   dodici    sacerdoti 
assistenti  al  vescovo  denotano  i  do- 
dici apostoli,  e  i  sette  diaconi  sono 
figura    di    que' sette    ordinati     dai 
medesimi    apostoli,  mentre  i    sette 
suddiaconi  si  aggiungono  per  egua- 
gliarli   ai    diaconi.    In    quanto  alla 
mescolanza   dell'  olio   col    balsamo, 
il    primo    significa    la  purità,    e  la 
mondezza  della  coscienza,  il  secon- 
do   l'odore   della   buona    fama.  S. 
Tommaso,  par.  3,  quest.   3,  art.  4? 
aggiunse  che  l'olio  significa  la  pie- 
nezza   nella  grazia  ,    e  che  in  uno 
alla  fragranza  del  balsamo  è    figura 
degli  effetti  dei    sagramento.  Della 
validità,  e   virtìi  di  questa  materia 
tratta  pure    il    Cardinal    de    Luca, 
nelle    risposte    morali.  I    sacerdoti 
quando  battezzano,  ungono  col  cri- 
sma il  capo  a  dilferenza  del  vesco- 
vo, che  unge  la   fronte  quando  am- 
ministra quel    sagramento.    Questa 
unzione    sul    capo     del   battezzato 
rappresenta  lo  Spirito  santo,  quan- 
do   in    foima    di    colomba    discese 
sul   capo  di   Gesù  Cristo,  allorché  fu 
battezzato    nel    Giordano.   Si     unge 
nella    confermazione    la    fronte  del 
cristiano,  come  sede  della  verecon- 
dia, perchè  da  vero  soldato  di  Cri- 
sto,   non    si    vergogni  di   confessar 
la    fede.  Col  crisma  si    consagra  il 
capo  del    vescovo,  acciò    resti  im- 
pinguato   col    nettare  celeste;  e  si 
ungono  anche  le  mani  di  lui,  come 
esecutrici  di   mirabili     ministeri.   S. 
Cipriano    riconosce  un  altro  signifi- 
cato nella  sagra  unzione,  con  queste 


CRI  191 

parole:  SìciU  oleum Jlucluat  el  Ini' 
Tìiìdis  (juibuscumcjue  superferlur  . 
ita  excellenlia  sacerdotalis  regiac 
dignìtatì.  De  wicl.  Chrìsm.  Anzi 
nel  medesimo  trattato  chiama  i 
fedeli  cresimati  ,  Ordinad  a  Deo 
sanctìnwniae  sacerdotes.  In  alcune 
chiese  si  costumava  inoltre  di  un- 
gere le  mani  dei  diaconi  quando 
ricevevano  quell'  ordine  sagro,  come 
si  raccoglie  da  un  pontificale  anti- 
chissimo della  chiesa  rotomogense, 
nel  quale  si  legge:  consecratio  ma- 
nuiini  diaconi  de  oÌeo,atque  Chris- 
mate.  Tale  cerimonia  praticavas? 
nella  chiesa  gallicana,  come  abbiamo 
dall'epistola  scritta  dal  Pontefice  s. 
jNicolò  l  a  Ridolfo  arcivescovo  Bitu- 
ricense.  Non  va  taciuto,  che  anti- 
camente alcuni,  per  non  confessare 
in  giudizio  il  loro  delitto,  bevevano 
superstiziosamente  il  crisma,  ciocci  ir 
fu  proibito  dalle  costituzioni  di 
Carlo  Magno,  lib.  3,  cap.  35.  Di 
questo  abuso  parla  il  concilio  di 
Magonza,  al  canone  27  :  Nani 
criminosos  codem  Chris/nate  un- 
ctos ,  aul  potatos  nequaqicam  de- 
prehendi  posse  a  multis  piita- 
hantur.  Gli  egizii  solevano  ungere 
con  il  sagro  crisma  i  cadaveri  dei 
sacerdoti;  abuso  che  fu  condannato 
da  Balsamone,  interrogato  su  cii» 
dal  patriarca  alessandrino.  Tolto 
lai  costume,  usarono  poi  con  una 
spongia  bagnata  nell'olio  puro,  un- 
gere i  corpi  de'  sacerdoti  defonti. 
Come  si  è  ci*eduto,  che  l'unzione 
del  santo  crisma  faccia  parte  delle 
materie  del  sagramento  della  con- 
fermazione, il  solo  vescovo  ha  la 
podestà  di  farla,  del  pari  di  quel- 
la che  si  adopera  nella  ordinazio- 
ne, ma  il  sacerdote  la  fa  nel  bat- 
tesimo, e  nella   estrema    unzione. 

Di  quanto  riguarda   il  sagro  cris- 
ma ,    e    principaluiciite    dcllf    ceri- 


192  CRI 

ntionie  che  si  ricercano  di  sostanza 
nella  consagrazione  ec,  tratta  erudi- 
tamente il  Sarnelli  nel  tom.  IV,  p. 
32,  e  seg.  delle  sue  Lettere  eccle- 
siastiche. In  quanto  poi  all'olio  dei 
catecumeni,  e  degl'  infermi,  sebbe- 
ne, secondo  il  rito  latino^  si  bene- 
dica solamente  dal  vescovo,  in  quan- 
to al  rito  greco  dice  il  Nicolio  Fer- 
ho  oleum,  che  Papa  Clemente  Vili, 
coiist.  34,  Sanctissimus,  §.  Non  sunt 
cogendi,  non  riprova  il  rito  dei 
greci,  secondo  il  quale  i  preti  so- 
gliono benedire  questi  olii  nello 
stesso  tempo  che  amministrano  i 
sagramenti,  anzi  sembra  che  lo  ap- 
provi. Siccome  gli  olii  si  benedico- 
no fra  la  messa,  si  deve  notare  che 
r  olio  degl'  infermi  si  benedice  pri- 
ma, ed  appunto  quando  nel  canone 
si  è  giunto  a  quelle  parole  :  Per  quem 
haec  omnia,  Domine,  semper  bona 
creas  (exclusive),  mentre  che  Cristo 
Signore  Nostro  sagramentato  sta  sul- 
raltare,da  cui  il  consacrante  discende, 
e  va  al  piano  del  presbiterio  per  deno- 
tare che  il  sagramento  della  estrema 
unzione  fu  istituito  da  Cristo  prima 
della  sua  passione,  come  alìerma 
s.  Marco  cap.  6,  degli  apostoli,  che 
vivente  Cristo  :  Exeuntes  praedica- 
hant,  ut  poenitentiavi  agerent,  et  dae- 
vionia  multa  ej'iciebantj  et  ungebant 
oleo  multo/:  aegrotos,  et  sanabant. 
Onde  poi  s,  Giacomo  promulgò 
la  legge  di  questo  sagramento,  di- 
cendo :  Infirmalur  quis  in  vobis?  in- 
ducat  presbyteros  Ecclesiae,  et  orent 
super  euni  ungentes  eum  olco  in 
nomine  Domini.  Va  notato,  che  la 
orazione,  colla  quale  si  benedice 
questo  olio,  non  ha  conclusione,  se 
non  quella  della  messa:  Per  quem 
haec  omnia.  Domine  ec,  essendo  co- 
me una  giunta  all'  orazione  :  IVobis 
quoque  peccatoribus.  E  perchè  gli 
altri  olii    santi    del    crisma,    e   dei 


CRI 

catecumeni,  accennati  da  Cristo  nel- 
r  ultima  cena,  ed  ordinati  a  farsi 
nel  giovedì  santo,  come  si  è  detto, 
per  ordine  del  Papa  s.  Fabiano,  fu- 
rono istituiti  dopo  la  risurrezione, 
quando  gli  apostoli  furono  fatti  pro- 
priamente vescovi,  perciò  la  consecra- 
zione  loro  si  fa  dopo  la  santa  co- 
munione. Il  citato  Sarnelli  nella  let- 
tera XVIII  del  medesimo  tomo  IV, 
tratta  questo  argomento  :  Essendo 
gli  olii  santi  sagramentalì ,  come 
V  acqua  santa ,  perche  quelli  si 
tengono  custoditi ,  e  questa  espo- 
staci La  soluzione,  soggiunge,  è 
nel  pontificale  romano,  dove  fatta, 
la  benedizione  degli  olii,  dice  del 
vescovo  :  Jubet  presbyteros  attente, 
ut  juxta  canonuni  traditionem  Chri- 
sma,  et  olea  fìdeliter  custodiant,  et 
nulli  sub  praetextu  medicinae,  vel 
malejicii  tradere  praesumant,  alio- 
quin  honore  priventur.  Perchè  dun- 
que i  malefici  abusano  degli  olii 
sagramentali  nei  loro  maleficii,  si 
tengono  i  delti  olii  ben  custoditi.  Ma 
perchè  V  acqua  benedetta  è  contra 
ogni  sorte  di  maleficio,  si  tiene  e- 
sposta  per  uso  de'  fedeli.  S,  Cle- 
mente nelle  sue  costituzioni  i,  8, 
ne  fa  autore  s.  Matteo  apostolo. 
Oltre  a  ciò,  ogni  cosa,  che  si  be- 
nedice, si  fa  col  segno  della  croce, 
e  coli'  acqua  benedetta,  ancorché 
fosse  stata  unta  con  gli  olei  santi, 
come  si  vede  nella  consagrazione 
del  Calice,  o  della  Patena  (fedi), 
e  nella  benedizione  della  Rosa  d'oro, 
e  degli  Agnus  Dei  di  cera  (P^edi). 
Finalmente  esalta  i  pregi  del  sa- 
gro Crisma,  s.  Silvesti-o  I  nel  con- 
cilio romano  del  324,  dove  dice  : 
quoniam  Christus  a  Ckrismate  i'oca- 
tur  j  donde  inferisce  s.  Cipriano,  in 
opus  de  unct.  Chrism.  :  ut  sìcut 
Christus  a  Chrismate  dicitur  eo 
quod     singularis    excellenliae    oleo 


CRI 

iinxenl  eum  Deus,  ila  et  partìcìpes 
quotquot  sunt  consortes  sint  tam 
iinctionis,  quam  nominis^  et  dican- 
tur  a  Christo  chrìstiani.  Ottato  IMi- 
levitano  racconta,  che  un'  ampolla 
tli  questo  olio  sagrosanto  gittata  dai 
vescovi  donatisti  da  una  finestra, 
sostenuta  da  mano  angelica,  rimase 
illesa  ad  onta  della  durezza  dei 
sassi.  E  pur  noto,  che  quando  nel- 
l'anno  49^  Clodoveo  re  di  Fran- 
cia ricevette  il  battesimo,  s.  Remi- 
gio vescovo  di  Reims  ebbe  dal  cie- 
lo un'  ampolla  del  santo  crisma  re- 
catagli da  una  colomba ,  ed  unse 
il  re;  quindi  col  medesimo  olio  si 
unsero  re  di  Francia  i  successori  di 
Clodoveo,  per  mezzo  degli  arcive- 
scovi di  Reims. 

Che  il  dare  olii  santi  importi 
giurisdizione y  è  V  argomento,  che  il 
Sarnelli  discorre  nella  lettera  LXIX 
del  tomo  X  delle  sue  Lctt.  Eccl. 
11  Nicolio  nelle  sue  Lucubrazioni 
canoniche,  lib.  I,  tit.  1 5  ,  riporta 
che  i  regolari,  i  quali  sono  esenti 
dalla  giurisdizione  del  vescovo,  se  in 
ricevere  gli  olii  degli  infermi,  si 
protestano,  che  con  ciò  non  pregiu- 
dicano alle  loro  esenzioni,  si  lascino 
protestare.  I  diocesani  non  possono 
provvedersi  degli  olii  santi  da  altri, 
ma  solo  dal  proprio  vescovo,  e  se 
la  sede  è  vacante,  la  cattedrale 
manderà  al  vescovo  viciniore,  per 
far  benedire  i  suoi  olii  ,  quindi  li 
dispenserà  alle  chiese  parrocchiali 
della  diocesi.  Il  sommo  Pontefice, 
siccome  capo  supremo  della  Chiesa 
universale,  prima  dello  scisma  dei 
greci,  mandava  ogni  anno  il  crisma 
a  Costantinopoli,  e  se  la  sede  era 
vacante,  vi  suppliva  la  Chiesa  R.o- 
mana.  Il  patriarca  di  Costantinopo- 
li, dopo  lo  scisma,  soleva  mandare 
il  crisma  da  lui  fatto,  a  tutte  le 
chiese  di  oriente  di  rito  greco.  In 
VOI    xvni. 


CRI  193 

Bourges  chiamasi  il  crisma  di  Bour- 
ges  la  giurisdizione  spirituale  di 
queir  arcivescovo,  nel  distretto  della 
quale  ha  diritto  di  distribuire  il  sa- 
cro crisma  ai  curati .  Sugli  olii 
santi,  che  si  benedicono  nel  giovedì 
santo  nella  basilica  vaticana,  e  da 
essa  si  distribuiscono  alle  chiese  del- 
la Città  Leonina,  si  può  consultare 
il  voi.  XII  del  Dizionario,  nelle 
pag.  242,  243,  3o6,  e  326.  F". 
Battesimo,  Confermazione,  Estbe- 
MA  Unzione,  Ordine  ec. 

CRISOGOi\0  (s.)  martire.  Di 
questo  santo  alti'e  notizie  non  si 
hanno,  se  non  che,  durante  la  per- 
secuzione di  Diocleziano ,  fu  cattu- 
rato in  Roma,  e  decapitato  in  Aqui- 
leja.  Neil'  antico  calendario  di  Car- 
tagine è  ricordato  nel  quinto  seco- 
lo, e  cos\  pure  in  tutti  i  martiro- 
logi d'occidente  posteriori  a  quel- 
l'epoca. In  un  concilio  tenuto  dal 
I^apa  Simmaco,  e  nelle  lettere  di 
s.  Gregorio  Magno,  si  fa  menzione 
della  chiesa,  di  cui  egli  era  titolare 
in  Roma.  La  stessa  chiesa  è  titolo 
cardinalizio  dell'ordine  dei  preti 
[fedi).  Il  suo  capo  viene  conserva- 
to in  essa  in  una  bella  cassa ,  ed 
il  suo  corpo  riposa  nella  città  di 
Venezia.  Li  24  novembre  la  chiesa 
ne  celebra  la  memoria. 

CRISOLO  (s.).  Gli  atti  di  que- 
sto santo  sono  assai  incerti,  né  si 
può  assicurare  tutto  quello,  che 
raccontasi  nella  sua  vita.  Tutti  pe- 
rò convengono,  che  il  vangelo  fu 
da  lui  predicato  sul  terminare  del 
terzo  secolo,  in  quel  tempo  che  s. 
Piatone  e  s.  Euberto  spargevano  la 
stessa  divina  semente  nel  territorio 
di  Tournay.  Nella  cittadella  di  Com- 
raines  sostenne  egli  con  più  calore 
le  sue  apostoliche  cure,  e  fu  mar- 
tirizzato in  Verlenghem,  e  sepolto 
a  Commines.  Le  guerre,  che  suc- 
i3 


194  CRI 

cessero  di  poi,  privarono  Commines 
(li  così  prezioso  deposito.  Parte  del- 
le di  lui  spoglie  si  custodiscono  in 
oggi  nella  chiesa  di  Sens,  dedicata 
alla  b.  Vergine.  L'anno  1611  i  ca- 
nonici di  Bruges  regalarono  quelli 
di  Tournay  di  una  costa  di  questo 
santo.  La  chiesa  ne  celebi'a  la  festa 
a'  d\   7   febbraio. 

CRISOPOLI  {Crisopolitan).  Sede 
vescovile  in  partibus  della  Arabia, 
nella  Celesiria,  secondo  Com  man  vil- 
le, sotto  il  patriarcato  di  Gerusa- 
lemme, ma  prima  lo  era  sotto  quel- 
lo d'  Antiochia,  perchè  sulTraganea 
della  metropoli  di  Bostro.  Giovan- 
ni, uno  de'  suoi  vescovi,  intervenne 
al  concilio  calcedonese,  celebiato 
nell'anno  4^'-  ^h  ultimi  vescovi 
in  partibus  furono  monsignor  Gae- 
tano Giunta,  traslalato  alla  chiesa 
arcivescovile  di  Amida  in  partibus, 
cui  Pio  Vili  nel  concistoro  de' 18 
marzo  i83o  diede  in  successore 
monsignor  Andrea  Benedetto  Rtou- 
giewiez  di  Livonia,  che  il  regnante 
Pontefice  Gregorio  XVI,  nel  conci- 
storo de'  i4  dicembre  i84o,  preco- 
nizzò in  vescovo  di  Vilna  nella 
Polonia. 

CRISPI  Tiberio,  Cardinale.  Ti- 
berio Crispi,  romano,  di  origine  cor- 
netano,  nato  nel  i4975  era  molto 
familiare  al  Cardinal  Farnese,  poi 
Paolo  HI,  come  fratello  naturale 
a  Costanzo  Farnese.  Avendo  progre- 
dito assai  negli  studij  il  Papa  si 
valse  di  lui  in  parecchi  affari,  co- 
me nel  governo  di  Perugia,  della 
città  nuova,  ossia  della  fabbrica  di 
quella  fortezza,  in  breve  compi- 
ta a  suo  mezzo,  e  della  fabbrica 
della  chiesa  di  s.  Maria  del  Popolo. 
Poi  fi-i  fatto  prefetto  a  Castel  s. 
Angelo  ;  canonico  della  basilica  va- 
ticana ;  nel  i  543  vescovo  di  Sessa  ; 
finché  a'  1  9  dicembre  del  1544}  '^^^'' 


CRI 

ne  fregiato  dallo  stesso  Pontefice  Pao- 
lo III  della  dignità  di  Cardinal  dia- 
cono di  s.  Agata.  Nel  i547j  fu  legato 
in  Umbria,  ed  arcivescovo  di  Amalfi; 
quindi  nel  i565  sotto  Pio  IV  ven- 
ne fatto  amministratore  di  Nepi,  e 
Sutri,  ove,  dopo  di  essere  interve- 
nuto ai  conclavi  di  Giulio  III,  Mar- 
cello li,  Paolo  IV,  Pio  IV,  e  s.  Pio 
V,  morì  nel  i566  vescovo  di  Sa- 
bina, chiesa,  cui  ottenne  nel  iSGI 
da  Pio  IV.  Egli  contava  allora  ses- 
santanove anni  di  età,  e  ventidue 
di  Cardinalato,  e  poscia  morì,  e 
fu  sepolto  a  Capranica,  o,  come  di- 
cemmo al  voi.  XVII,  p.  i54  de! 
Dizionario,  in  Nepi.  Ebbe  fervida 
immaginazione,  spirito  penetrante, 
memoria  tenace ,  e  grande  elo- 
quenza. 

CRISPINA  (s).  Nacque  Crispina 
da  illustre  famiglia  in  Tagara  nel- 
l'Africa, si  congiunse  in  matrimo- 
nio, ed  ebbe  vari  figliuoli,  e  ben- 
ché di  complessione  delicata,  mo- 
strò un  coraggio  assai  forte,  quan- 
do trattossi  dell'onore  di  Dio,  né 
le  lagrime  de' suoi  figli  poterono 
piegarla  a  rinunziare  a  Gesù  Cri- 
sto, per  evitare  il  martirio.  Pre- 
sentata in  Tebasto  al  proconsole 
Anulino,  e  da  questo  invitata  a  sa- 
grificare  agli  dei,  francamente  ri- 
spose, che  non  agli  dei,  ma  a  Ge- 
sù Cristo  soltanto  avea  consacrato 
il  suo  cuore,  e  che  a  questo  solo, 
ed  a'  suoi  comandamenti  obbediva. 
Quanto  più  insisteva  Anulino  per- 
chè piegasse  Crispina  a'  suoi  invili, 
tanto  più  di  forza  usava  ella  nel 
mantenere  il  suo  affetto  a  Gesù,  per 
modo  che  vedendo  egli  rendersi 
inutili  le  dolcezze,  e  le  minaccie 
adoperate  per  sedurla,  ordinò  che 
le  fossero  rasi  i  capelli,  che  fosse 
esposta  alla  derisione  del  popolo,  e 
finalmente  decapitata.   Questo  mar- 


CRI 
tirlo  seguì  il  5  dicembre  dell'anno 
3o4,  ed  in  tal  giorno    è    ricordata 
nel   martirologio  romano. 

CRISPINIAIVO  (s.).  Questo  san- 
to, unitamente  a  san  Crispino,  è 
molto  onorato  in  Francia.  Sino  dal 
terzo  secolo,  in  compagnia  di  san 
Quintino,  ed  altri  uomini  apostolici, 
da  Roma  pervenne  in  Francia  a 
predicare  il  vangelo ,  e  fece  di- 
mora in  Soissons.  Il  giorno  si  occu- 
pavano essi  ad  annunziare  le  verità 
della  fede,  e  la  notte  la  impiegava- 
no nel  lavorare  per  procacciarsi  il 
vitto.  Molte  furono  le  conversioni 
da  essi  operate.  Per  diversi  anni  si 
esercitarono  in  si  importante  mi- 
nistero, fino  a  che  giunse  nella 
Gallia  Belgica  Massimiliano  Ercu- 
leo. Questo  principe  fattili  arresta- 
re, li  consegnò  a  Rizio  Varo,  in 
allora  governatore,  perchè  li  ridu- 
cesse a  sacrificare  agli  idoli.  Questi 
magnanimi  atleti  della  fede  resi- 
stettero alle  più  crudeli  torture,  ed 
incontrarono  per  ultimo  il  martirio 
con  indicibil  costanza.  Furono  essi 
decapitati  l'anno  287.  N^l  sesto  se- 
colo a  Soissons  si  edificò  una  gran 
chiesa  alla  loro  memoria,  e  s.  Eli- 
gio ne  onorò  il  sepolcro  di  ricchi 
ornamenti.  Il  martirologio  di  san 
Girolamo,  di  Reda  ed  altri  ne  fan- 
no menzione. 

CRISPINO  (s).  V.  CRispmiANO  (s.). 

CRISPINO  (b.)  da  Viterbo.  Nac- 
que  in  questa  città  il  di  i3  novem- 
bre 1668.  I  suoi  genitori,  benché  po- 
veri, erano  virtuosi,  e  lo  educarono 
con  zelo  veramente  cristiano.  Cri- 
spino corrispose  coll'avanzare  degli 
anni  alle  premure  de' suoi,  ed  era 
per  lui  di  gran  conforto,  ancor  ra- 
gazzino, il  servire  alla  messa,  l*as- 
sistere  agli  offici,  ed  alle  cerimonie 
della  Chiesa.  Di  dodici  anni  fu  ten- 
tato   da' suoi    compagni    ad   arruo- 


CRI  197 

larsi  nella  milizia  ;  ma  assistendo 
ad  una  professione  religiosa  di  due 
novizi  cappuccini,  si  senfi  tanto  in- 
fiammato ad  imitarli,  che  non  po- 
tè trattenersi  dall'esclamare:  «  Que- 
'»  sta  è  l'armata  a  cui  io  voglio 
M  appartenere  .  Io  sento  la  voce 
»  di  san  Francesco  nel  mio  cuore, 
>•  e  voglio  tenerla  sempre  ".  Do- 
po qualche  tempo,  persistendo  nel- 
la sua  vocazione,  dimandò,  ed  ot- 
tenne di  essere  ammesso  come  fi'a- 
te  laico  nel  convento  de' cappucci- 
ni di  Viterbo.  Il  suo  noviziato  pie- 
namente corrispose  ai  desideri  dei 
superiori,  ed  in  età  di  ventisei  anni 
fece  la  sua  solenne  professione.  A 
tutte  le  diverse  incombenze ,  alle 
quali  era  chiamato,  rispondeva  esat- 
tamente. Divotissimo  alla  b.  Vergi- 
ne, la  invocava  di  spesso.  Finché 
egli  visse,  si  conservò  sempre  caro 
a  tutti  per  la  sua  grande  umiltà 
ed  ardente  carità  ,  e  giunto  agli 
anni  ottantadue,  accortosi  nel  pri- 
mo maggio  1750  di  essere  vicino 
a  morire,  lo  annunziò  a'  suoi  fra- 
telli, e  cadde  tosto  ammalato.  Ri- 
cevuti i  santissimi  sacramenti  col  fer- 
vore proprio  di  un'anima  in  Dio 
tutta  assorta,  volò  al  cielo  il  gior- 
no   19  dello  stesso  mese. 

Il  di  26  agosto  1806  Papa  Pio 
VII  lo  annoverò  fra' beati,  e  così  si 
espresse  nel  decreto  di  beatificazio- 
ne: »  Egli  era  il  padre  dei  pove- 
>-  ri,  il  consolator  degli  afflitti,  pu- 
"  ro  e  semplice  di  cuore  ,  divo- 
«  to  verso  la  santa  Vergine  madre 
M  di  Dio,  illustre  pel  dono  di  pro- 
«   fezia,  e  per  quello   de' miracoli". 

CRISTALDl  Belisario,  Cardi- 
nale. Belisario  Cristaldi  nacque  in 
Roma  agli  ir  luglio  1764  dalls 
nobile  famiglia  dei  baroni  di  No- 
ha,  discendente  da  quel  Nicolò  di 
Noha,  uno  dei  dodici  capitani,    che 


196  CRI 

nel  XII  secolo  condussero  in  Lec- 
ce i  principi  normanni,  al  quale, 
siccome  agli  altri,  donarono  nobili 
fèudi  ;  come  quello  di  Noha  poco 
lungi  da  Lecce,  alla  cui  sede  epi- 
scopale i  Noha  diedero  due  vescovi. 
Educato  Belisario  co'  riguardi  do- 
vuti alla  sua  nascita,  si  applicò  agli 
studi,  prima  delle  lettere,  e  delle 
scienze  filosofiche  nel  collegio  ro- 
mano, sotto  la  disciplina  allora  dei 
sacerdoti  secolari ,  e  poscia  della 
giurisprudenza,  dove  meritò  ed  ot- 
tenne il  grado  di  dottore  nelluno, 
e  nell'altro  diritto.  Dedicatosi  da 
quel  punto  all'onorata  carriera  del 
fòro,  esercitò  lungo  tempo  l' avvo- 
catura, con  riputazione  d' ingegno, 
di  sapere^  e  d'integrità  singolare. 
Occupata  Roma  nel  declinar  del 
secolo  decorso  dalle  truppe  napo- 
lilane,  fu  scelto  al  geloso  incarico 
di  segretario  delia  suprema  com- 
missione di  slato,  ed  in  un  coi 
rispettabili  soggetti  che  la  compo- 
nevano, recossi  a  Venezia  per  tri- 
butare i  dovuti  omaggi  al  nuovo 
Pontefice  Pio  VII.  Ritornato  a  Ro- 
ma, ed  annoverato  fra  gli  avvocati 
concistoriali,  fu  poco  appresso  de- 
stinato all'  ofllcio  di  avvocato  dei 
poveri.  Intanto  Roma,  e  lo  stato 
Pontificio  nuovamente  vennero  oc- 
cupati dai  francesi,  e  sebbene  il 
Cristaldi  amasse  menare  in  que' pe- 
ricolosi tempi  la  vita  ritirala,  non 
Tolle  lasciare  interamente  nell'ozio 
la  sua  carità.  Fu  allora  che  si  ad- 
dossò la  cura  dell'  orfanotrofio  dei 
miserabili  fanciulli ,  chiamati  dal 
loro  istitutore  di  Tata-Giovanni , 
cui  fu  tutore,  maestro  e  padre,  e 
non  cessò  di  esserlo  se  non  che 
quando  dal  comandante  francese  fu 
obbligato  ad  abbandonare  Roma, 
ed  a  trasferirsi  a  Bologna.  Nel  1814, 
ritornando  Pio  VII  alla   sua    sede. 


CRI 

nominò  il  Cristaldi  avvocato  del  fi- 
sco e  del  popolo  romano ,  indi  lo 
inviò  a  Milano  per  comporre  gl'in- 
teressi del  debito  pubblico,  contrat- 
to sotto  il  regno  d'Italia,  e  di  cui 
si  tenne  parola  all'articolo  Con- 
soli Pontifìcii  (Fedi).  La  delicatez- 
za, l'accorgimento,  e  la  sollecitudi- 
ne con  cui  eseguì  la  commissione 
affidatagli,  gli  meritarono  uffici,  ed 
onori  maggiori.  Indi  venne  pro- 
mosso alla  gelosa  carica  di  uditore 
del  Papa,  che  esercitò  con  plau- 
so, e  poscia  a  quella  importantis- 
sima di  tesoriere  generale  nell  an- 
no 1820,  proseguendo  nell'esercizio 
di  essa  anche  sotto  Leone  XII. 
A  tutti  è  noto  con  qual  zelo , 
avvedutezza,  ed  animo  generoso 
fungesse  la  difficile  carica  di  teso- 
riere; il  perchè  Leone  XII,  in  pre- 
mio ,  nel  concistoro  de'  ?.  ottobre 
1826,  lo  creò  Cardinale,  riserban- 
dolo in  petto.  Quindi  lo  pubblicò 
in  quello  de'  i5  dicembre  1828,  e 
poscia  gli  conferì  la  diaconia  di  s. 
Maria  in  Portico,  confermandogli 
la  dignità  di  abbate  commendata- 
rio ed  ordinario  di  s.  Maria  di  Far- 
fa,  e  di  s.  Salvatore  maggiore,  che 
già  aveagli  conferita.  Si  dedicò  egli 
all'adempimento  de'pastorali  doveri, 
malgrado  delle  abituali  indisposizioni 
di  salute  cui  andava  soggetto ,  ed 
eseguì  ad  onta  dell  asprezza  de'  luo- 
ghi la  sagra  visita  di  tulli  i  paesi 
soggetti  alla  sua  spirituale  giurisdi- 
zione. Né  il  suo  caldo  zelo  per  l'o- 
nore di  Dio,  pel  decoro  del  divin 
culto,  pel  vantaggio  spirituale  delle 
anime,  per  la  cristiana  educazione 
della  gioventù  ,  per  V  ecclesiastica 
istituzione  de'  chierici  ,  andranno 
mai  senza  elogio. 

Sebbene  si  aumentassero  i  suoi 
incomodi  (  per  cui  diverse  volte 
fece  temere  di    sé  ) ,    intervenne  ai 


cni 

due  conclavi,  dai  quali  uscirono  e- 
letti  Papa  Pio  Vili,  e  il  regnante 
Gregorio  XVI,  che  nella  stessa  mat- 
tina della  sua  esaltazione,  a  cagio- 
ne di  onore  e  di  stima,  volle  visi- 
tare nella  cella  il  nostro  Cardinale 
infermo.  Finalmente  chiamato  da 
Dio  a  ricevere  il  guiderdone  delle 
sue  preclare  virtù,  e  della  sua  ca- 
rità, dopo  aver  sofferto  con  esem- 
plare rassegnazione  lunga  e  penosa 
infermità,  piamente  mori  a'  i5  feb- 
braio i83i  assai  compianto  ed  en- 
comiato per  le  belle  doti  della  men- 
te, e  del  cuore,  che  lungo  sarebbe 
r  enumerare.  Nella  chiesa  di  Gesù 
gli  furono  celebrate  le  consuete  e- 
sequie,  ed  in  quella  di  s.  Cateri- 
na da  Siena  a  strada  Giulia  venne 
tumulato  il  suo  cadavere.  Fu  inol- 
tre membro  delle  sagre  congrega- 
zioni del  concilio  ,  dell'  immunità  , 
dell'  esame  de'  vescovi  in  sasrri  ca- 
noni,  delle  acque,  e  dell' economia, 
e  protettore  del  pio  istituto  di  s. 
Girolamo  della  carità,  del  moniste- 
ro  de' ss.  Giacomo,  e  Maddalena 
alla  Lungara,  della  città  di  Ame- 
lia, di  s.  Ginnesio,  di  Poggio  Mir- 
teto, e  di  Monte  Piotondo, 

CRISTIANA  (la)  prigioniera.  Di 
questa  donna,  di  cui  s'ignora  il 
nome,  si  sa  che  visse  ai  tempi  di 
Costantino  .  Condotta  prigioniera 
presso  gì'  iberi,  posti  all'  oriente  del 
Ponto  Bussino,  colla  sua  santità,  e 
co' suoi  miracoli  invogliò  quei  po- 
poli a  conoscere  la  religione  j  che 
professava.  La  regina,  la  quale  per 
!e  orazioni  di  questa  Cristiana,  avea 
ricuperata  la  salute,  invitò  il  x"e 
suo  sposo  a  riconoscere  Gesù  Cri- 
sto per  vero  Dio,  ed  indurre  i  suoi 
sudditi  a  rinunziare  alle  loro  su- 
perstizioni. La  grazia  divina  secon- 
dò mirabilmente  lo  zelo  della  no- 
stra   Cristiana ,    che    instiùi    quale 


CHI  rgy 

apostolo  gì'  iberi  sulle  verità  della 
fede,  ed  adoperossi  perchè  fosse 
edificata  una  chiesa  in  onore  del 
vero  Iddio.  Il  popolo  istruito  da 
questa  pia  donna,  ricercò  anche  dei 
vescovi,  e  dei  sacerdoti  all'  impera- 
tore Costantino.  Nel  martirologio 
romano  viene  ella  onorata  il  di 
i5  dicembre,  sotto  il  nome  di 
serva,  o  di  schiava. 

CRISTIANESIMO.  La  dottrina 
di  Gesù  Cristo,  la  fede,  la  religione 
cristiana.  Il  cristianesimo  riconosce 
e  adora  Gesù  Cristo  come  figliuo- 
lo di  Dio,  e  redentore  degli  uomini. 
Cominciato  già  da  mille  ottocento 
e  più  anni,  il  suo  stabilimento  pro- 
dusse una  grande  e  felice  rivolu- 
zione nella  maggior  parte  dell'uni- 
verso; laonde  la  Chiesa  [Vedi)  inco- 
minciò col  cristianesimo,  e  col  suo  fon- 
datore Gesù  Cristo.  Egli  predicò,  ed 
insegnò  la  sua  dottrina,  non  soltan- 
to pei  tempi  suoi,  né  perchè  avesse 
termine  colla  sua  salita  al  cielo, 
ma  perchè  sormontando  il  torrente 
dell'età,  illuminasse  tutti  gli  uomini 
sino  al  cadere  dei  secoli.  Consegna- 
tala alla  custodia  de'suoi  apostoli  , 
disse  loro,  che  in  quella  guisa  che 
egli  era  mandato  dal  Padre  suo  ce- 
leste, mandava  loro  col  precetto  di 
evangehzzare  a  tutti  i  popoli.  Lo  spi- 
rito, da  cui  erano  animati  i  primi 
apostoh  delle  nazioni,  ci  dà  un'idea 
AeX  vero  discepolo  di  Gesù  Cri- 
sto. Che  era  mai  un  cristiano  dei 
primi  tempi?  Era  un  uomo  viva- 
mente compreso  dal  sentimento  del 
suo  nulla,  coraggioso  tuttavolta,  e 
magnanimo  nella  sua  stessa  umil- 
tà; un  uomo  che  staccato  da  tut- 
te le  cose  create  inualzavasi  sopra 
il  mondo  ;  che  teneva  soggetti  i 
suoi  sensi  colla  mortificazione,  ed 
era  morto  a  se  stesso,  il  quale  non 
avea    altro  interesse    che    la  gloria 


198  CRI 

di  Gesù  Cristo;  cli'era  dolce,  affa- 
bile, paziente,  pieno  di  tenero  affet- 
to pel  prossimo,  infocato  di  zelo 
per  la  religione,  sempre  pronto  a 
"Volare  nelle  più  rimote  contrade 
per  recarvi  la  luce  del  vangelo,  e 
versare  il  sangue  per  la  verità  del 
cristianesimo.  Tali  disposizioni  sos- 
tenute da  una  vita  del  tutto  ad 
esse  conforme,  sono  qualche  cosa 
di  più  glande,  e  maraviglioso  dei 
miracoli  esteriori  ch'essi  operavano. 
E  qual  meraviglia  adunque  se  uo- 
mini di  tal  fatta  hanno  convertito 
un  mondo  idolatra,  sommesso  al 
giogo  dell'evangelo  dei  cuori  at- 
taccati alla  terra ,  immersi  in  o- 
gni  sorta  di  vizi  ?  s'eglino  hanno 
fatto  amare  e  praticare  una  reli- 
gione, da  essi  predicata  più  effi- 
cacemente colle  opere,  che  non  coi 
discorsi,  e  se  piantarono  la  croce 
sul  romano  Campidoglio  riducendo 
la  stessa  Roma  il  centro  del  cri- 
stianesimo? V.  Bergier,  Diz.  enci- 
clopedico, al  vocabolo  Cristianesi- 
mo j  e  M.  D.  Fi-ayssinous,  Difesa 
del  crislianesimOj  ovvero  conferen- 
ze sulla  religione ,  versione  dal 
francese  di  d.  Giuseppe  Antonini 
in  otto  volumi,  Fuligno  1826  per 
Gio.  Tomassini.  Inoltre  si  possono 
consultare  tutti  i  relativi  articoli  di 
tjuesto  Dizionario,  non  che  quello 
di  Cristiani .  Il  celebre  Bercastel 
poi,  senza  parlare  dei  tanti  altri  dotti 
antecessori  a  lui,  ci  ha  dato  l'interes- 
sante Storia  del  Cristianesimo,  da 
altri  continuata  sino  a'nosti'i  giorni. 
CRISTIANI,  Christiani  Cosi  si 
chiamano  i  fedeli,  cioè  quelli  che 
sono  battezzati,  e  che  fanno  profes- 
sione di  credere  in  Gesù  Cristo.  Il 
liergier  avverte,  che  parlando  di 
persone,  il  nome  di  cristiano  signi- 
fica propriamente  un  uomo  battez- 
zalo, e  che  professa    di    seguire    la 


CRI 
vera  dottrina  di  Cristo;  parlando 
di  cose,  significa  ciò  eh'  è  conforme 
a  quella  dottrina.  Così  dicesi:  di- 
scorso cristiano,  vita  cristiana,  se- 
condo che  si  parla,  o  si  vive  sui 
dettami  di  Cristo  ec.  Quindi  va 
osservato,  che  già  i  santi  padri  dis- 
sero, che  quelli  i  quali  vissero  an- 
che nella  legge  di  natura,  credendo 
nel  venturo  Messia,  sinonimo  dell' 
ebreo  Cristo,  erano  se  non  di  no- 
me, almeno  in  sostanza  cristiani. 
Questa  giusta  e  chiara  sentenza  non 
ha  bisogno  di  commento.  Anzi  altri 
santi  padri  appellarono  cristiani , 
que'gentih,  i  quali  avevano  un  costu- 
me simile  a  quello  de' cristiani.  S.  Lu- 
ca nel  V.  26,  e.  1 1  degli  Atti  apost. 
dice,  che  questo  nome  fu  dato  per 
la  prima  volta  in  iVntiochia  ai  di- 
scepoli di  Gesù  Cristo,  verso  l'anno 
44  dell'  era  cristiana.  Il  Sarnelli,  nel 
t.  VI  delle  Leti.  Eccl.  p.  91,  as- 
serisce che  i  cristiani  presero  tal  no- 
me da  Cristo,  il  quale  significa  ambe- 
due le  nature,  cioè  la  divina,  e  l'uma- 
na, perchè  Cristo  vuol  dire  unto.  La 
divina  unge,  l' umana  è  unta.  I 
cristiani,  come  disse  s.  Pietro,  so- 
no tanti  sacerdoti  spirituali  ;  V^os 
estis  genus  electiim ,  regale  sacer- 
dotiunij  e  nell'  Apocalisse  5,  si 
legge  :  Fecisti  nos  Dea  nostro  re- 
gnum,  et  sacerdote-':.  Il  perchè  i 
fedeli  sono  detti  cristiani  da  Cristo, 
che  fu  re,  sacerdote,  e  profeta,  ed 
unto  dalla  sua  stessa  divinità,  oleo 
exultationis .  Tertulliano,  mW Apolo- 
getico  contro  i  gentili,  dice  eh'  essi 
chiamavano  i  cristiani,  Christiani^ 
cap.  3:  «  Christianus  autem  quan- 
M  tum  intepretatio  est  de  unctione 
»  deducitur,  sed  et  cum  perperani 
«  Christianus  pronuntiatur  a  vo- 
»  bis  (nam  nominis  est  certa  noti- 
»  tia  apud  vos)  de  suavitate,  et 
»   benignitate  compositum  est,"  ed  al- 


CRI 
Inde  al  uome  greco,  che  significa 
benigno  e  utile  ;  di  che  si  fa  men- 
zione da  Lattanzio  Firmiano  lib. 
cap.  7.  Scrissero  eruditamente  in 
questa  materia,  i  pp.  Mamachi,  do- 
nif^nicano,  Orig.  et  anliquit.  Chri- 
s/ianor.,  e  Zaccaria  gesuita  nella  sua 
Storia  lelt.  d' Italia  t.  II,  e  VI.  Vi 
è  ancora  di  Gio.  Cristoforo  Burg- 
niann  la  Disquisìtio  generalis  de 
nomine  Christiana  rum,  hiijasque  o- 
rigine  et  notione,  E.ostocliii    lySg. 

Pertanto,  nel  tomo  I  del  citato 
Blaraachi,  si  leggono  erudite  notizie 
sui  nomi,  che  si  diedero  anticamen- 
te ai  cristiani.  Egli  però  li  classifi- 
ca di  due  sorta,  gli  uni  onorevoli, 
e  gloriosi,  ed  erano  quelli,  che  i 
cristiani  davano  a  sé  '  stessi,  per 
distinguersi  dai  pagani.  Gli  altri 
odiosi  e  vituperevoli,  ed  erano  quelli 
che  i  pagani,  o  coloro  che  erano 
separati  dalla  Chiesa,  davano  ai  veri 
fedeli  per  renderli  spregevoli,  ed 
odiosi  .  Riporteremo  la  principal 
parte  sì  degli  uni,  che  degli  altri  . 
Dai  nomi  onorevoli,  che  i  cristiani 
davansi,  si  rileverà  qual  fosse  la  loro 
fede,  la  loro  temperanza,  la  loro 
castità,  pietà,  purità,  ed  integrità 
de'  loro  costumi  ;  mentre  dai  nomi 
vitupei'osi  ed  odiosi,  che  i  loro  ne- 
mici si  compiacevano  di  prodiga- 
lizzare, si  conoscerà  sino  a  qual 
punto  fossero  attaccati  alla  loro  re- 
ligione, dappoiché  preferivano  di 
soffrire  ogni  maniera  di  obbrobri, 
piuttosto  che    abbandonarla. 

I  giudei,  ed  i  pagani,  che  abbi'ac- 
ciarono  il  cristianesimo,  dapprima 
furono  chiamati  discepoli,  per  de- 
notare, eh'  erano  stati  istruiti  da 
Gesù  Cristo,  essendo  in  uso  tra  i 
giudei  che  coloro j  i  quali  apprende- 
vano le  lezioni,  e  le  discipline  di  un 
maestro,  si  nominassero  discepoli. 
Dice  il   Macri,   che  gli    apostoli    in 


CRI  199 

Antiochia  chiamarono  cristiani  i  di- 
scepoli, per  distinguere  i  veri  disce- 
poli dagli  eretici,  che  appellavansi 
con  questo  nome,  come  nota  s.  A- 
tanasio;  perchè  Dositeo,  Giuda  e 
Giovanni,  che  prima  erano  stati 
discepoli,  ritrovarono  dogrrii  con- 
tiarii  alla  religione  cristiana,  e  così 
diedero  occasione  agli  apostoli  di 
stabilire,  che  i  veri  seguaci  del  Sal- 
vatore fossero  per  1'  avvenire  nomi- 
nati cristiani,  per  distinguerli  dagli 
altri,  che  maliziosamente  interpreta- 
vano il  vangelo.  Adunque  il  nome 
di  discepoli  era  stato  dato  ai  pri- 
mi cristiani  perché  facevano  pro- 
fessione di  seguire  la  dottrina  di 
Gesù  Cristo  loro  maestro,  e  di  cam- 
minare sulle  divine  sue  orme,  uni- 
formando i  loro  costumi  alla  sua 
vita   ed  a' suoi  precelti. 

Si  chiamarono  pure  fedeli  o  cre- 
denti, perchè  credevano  in  Gesìi 
Cristo,  ed  ammettevano  tutti  i  suoi 
dogmij  e  tutti  i  suoi  misteri.  Os- 
serva Pompeo  Sarnelli,  che  siccome 
il  nome  cristiano  non  era  troppo 
confacente  al  latino  idioma,  la  Chie- 
sa romana  adottò  piuttosto  il  nome 
di  fedele  di  Cristo,  e  lo  attesta  s. 
Ambrogio  de  sacrameli,  lib.  I,  e. 
I.  Si  vede  ancora  nelle  orazioni  dei 
divini  uffizi,  dove  i  cristiani  si  chia- 
mano quasi  sempre  fedeli,  perchè 
\\  vero  cristiano  è  colui,  il  quale 
Fides  per  charitatem  operatur.  Gal. 
5,  6.  Di  fatti  è  posto  da  Dio  ogni 
cristiano  nella  Chiesa  come  una 
pianta  eletta,  che  abbia  le  radici 
della  fede,  ferme  per  sostenerla,  pro- 
fonde per  alimentarla,  feconde  per 
arricchirla  di  frutti.  Infedeli  poi  si 
chiamano  i  pagani,  i  giudei,  e  gli 
eretici,  secondo  ne  insegna  s,  Tom- 
maso 2.  2.  q.    10. 

Si  chiamavano  eletti  perchè  era- 
no stati  divinamente  scelli  dai  giù- 


loo  CRI 

dei ,  e  dai  genlili  per  abbracciare 
la  religione  cristiana,  S.  Pietro,  nel- 
la prima  sua  epistola,  li  chiamò  e- 
letli,  electos  ;  e  s.  Paolo  nel  e.  8, 
ver.  33  della  sua  epistola  ai  ro- 
mani, cliìaraolli  eletti  di  Dio  ,  electos 
Dei. 

Inoltre  vennero  chiamati  santi,  e 
fratelli,  santi  perchè  erano  stati 
santificati  nel  sangue  di  Gesù  Cri- 
sto, ed  erano  chiamati  alla  santità; 
ma  dipoi  santi  furono  detti  coloro, 
obesi  distinsero  per  eminenti  virtù,  e 
perfezione .  Si  dissero  poi  fratelli 
perchè  non  avevano,  siccome  non 
hanno  ancora,  che  un  medesimo  pa- 
dre che  è  Dio,  una  medesima  madre 
che  è  la  Chiesa,  un  medesimo  Spirito 
Santo  dal  quale  sono  nati,  un  me- 
desimo battesimo,  nel  quale  sono 
stali  rigenerati.  11  citato  Sarnelli 
nel  tomo  Vili,  p.  3i,  n.  4  ^  5», 
delle  Lett.  EccL,  riporta  alcune  te- 
stimonianze, per  mostrare  che  gli 
antichi  si  chiamavano  fratelli.  L'Ar- 
noldi  nell'anno  i6g6  pubblicò  in 
Francfort,  Comment.  de  fratnim  et 
sororum  appellaiionc  inter  Cliri- 
stianos  usitata.  Sul  medesimo  ar- 
gomento abbiamo  le  dissertazioni 
di  Gio.  Meishcr,  stampate  nell'an- 
no 1670  in  Wittemberga;  e  quella 
di  Gio.  Andrea  Quenstadio  ivi  pub- 
blicata nel  1676.  Da  questo  nome 
di  fratelli  probabilmente  ebbe  ori- 
gine quello  di  fraternità  e  confra- 
ternità (P^edi),  che  si  dà  alle  pie 
società  dei  fedeli,  denominandosi 
quelli  che  le  compongono,  secondo 
il  sesso,  fratelli,  e  sorelle.  Final- 
mente questo  nome  di  fratelli  usato 
fra  i  cristiani,  diede  motivo  ai  pa- 
gani di  calunniarli,  come  se  voles- 
sero nascondere  i  delitti  più  enormi 
sotto  sì  bel  nome,  perchè  gli  stessi 
pagani  se  ne  servivano  per  cuo- 
prire  le  loro  passioni. 


CRI 

I  cristiani  si  denominarono  co't- 
servi,  e  conservìtori ,  perchè  servi- 
vano un  medesimo  Dio,  nella  stes- 
sa religione.  Apocalisse  e.  6,  v.  1, 
Lattanzio  Firmiano,  Instiliit,  divi/i. 
lib.   5,  e.    i6. 

I  santi  padri  qualclie  volta  chia- 
marono i  cristiani  col  nome  di  pe- 
scetti,  pesciuolini,  pisciculi,  facendo 
allusione  alle  acque  battesimali,  nel- 
le quali  i  cristiani  ricevono  il  loro 
nascimento,  e  la  loro  vita  spiritua- 
le, siccome  i  pesci  pigliano  il  loro 
nascimento,  e  la  loro  vita  naturale 
nelle  acque.  A  tal  effetto  gli  antichi 
cristiani  facevano  scolpire  la  figura 
di  un  pesce  sui  loro  anelli,  sullo 
loro  lampade,  sulle  loro  urne  se- 
polcrali, lo  che  servì  a  distinguere 
i  sepolcri  de'  cristiani  da  quelli  dei 
gentili,  f^.  il  p.  Menochio,  Per 
qual  causa  i  ss.  Padri  chiamano 
pesci  li  battezzali,  Stuore  Cent.  I. 
33.  Il  p.  d.  Anselmo  Costadoni  ca- 
maldolese pubblicò  un'eruditissima 
dissertazione  sopra  il  pesce  come  sim- 
bolo di  Gesù  Cristo  presso  gli  antichi 
cristiani,  che  il  p.  Calogerà  produs- 
se nel  CLI  tomo  de'  suoi  Opuscoli. 
Abbiamo  sullo  stesso  argomento, 
una  lettera  dell' ab.  conte  Federico 
Altan. 

Alcuni  santi  padri  talvolta  chia- 
marono i  cristiani  in  generale  col 
nome  di  gnostici,  perchè  essi  face- 
vano professione  di  spregiare  i  beni 
fragili  e  spregevoli,  per  non  attac- 
carsi che  ai  beni  solidi,  ed  eterni. 
Però  questa  denominazione  fu  data 
più  particolarmente  agli  ascetici^  e 
ai  cristiani  perfetti.  Tuttavolta  il 
nome  di  gnostici  si  prese,  ed  ancora 
si  prende  in  cattiva  parte  per  indi- 
care in  generale  diversi  eretici  dei 
primi  secoli  della  Chiesa,  come  i  si- 
moniaci, i  nicolaiti,  i  carpocraziani 
ec. ,  i  successori    de'  quali,    abban- 


CRI 

<ìonnto  il  nome  degli  autori  della 
loi'o  setta,  assunsero  quello  di  gno- 
slìci. 

I  cristiani  eziandio    furono    detti 
deiferi,  e  crìsliferì  :  deiferi ,  o  porta- 
Dio,  Deiun  ffientcs,  essendo  i   tem- 
pli di  Dio,  come    dice    l' Apostolo, 
e  perchè  Dio  abitando  in   particolar 
modo  nei  templi,  a  buon    titolo  si 
chiamano  i  cristiani  deiferi,   o  por- 
ta-Dìo. Per  la  stessa  ragione    ven- 
nero appellati  cristiferi,  o  porta  Cri- 
sto, dappoiché  essendo  cari  a  Gesù 
Cristo,  ed  essendo  uniti   a  lui   per 
la  grazia,  si  reputa  che  lo  portino 
nel  loro  spirito,  e  nel    loro    cuore. 
Si  dissero  anche  spiriliferi,  per  de- 
notare, eh'  erano  ripieni  de'doni  del 
santo  Spirito,  e  condotti    dalle  sue 
ispirazioni,  come  si  rileva  dall'antico 
uso  di  porre  uno  Spirito  santo  nelle 
iscrizioni  sepolcrali  de'  fedeli,  morti 
nella  pace,  e  nella  comunione  della 
Chiesa.  I  cristiani  essendo  i    templi 
viventi  di   Dio,  hanno  in  sé  il  San- 
to de' Sariti,    eh' è    Dio    medesimo, 
per    cui    vennero    chiamati    ancora 
sanctìferi,  anzi  siccome  Gesìi  Cristo 
è  chiamato  il  tempio  di  Dio,  ed  i 
cristiani  portano  Gesù  Cristo  e  nel 
loro  spirito,  e  nel  loi'o  cuore,  giu- 
stamente vennero  detti  anche    tem- 
pliferi.    V.  il  citato  Zaccaria  t.    Il, 
p.  368. 

Fu  dato  a'  cristiani  il  nome  di 
piccoli  fanciulli,  di  giovinetti,  di  a- 
gnellij  di  agnelletti,  di  vitelli  di  lat- 
te, di  colombe,  donde  ebbe  origine 
r  uso,  che  il  padre  Mamachi  illu- 
strò assai  bene,  presso  gli  anti- 
chi cristiani,  di  rappresentare  nel- 
le pitture,  e  nelle  scolture  sotto 
il  simbolo  di  colomba,  non  solo 
gli  apostoli,  ma  sé  medesimi.  Ta- 
li nomi  significano  la  semplicità, 
e  r  innocenza  de'  primitivi  cristia- 
ni, come  della  colomba    figura  del 


CRI  201 

candore,  della  simplicità  dei  co- 
stumi, della  pace,  della  castità,  del- 
la dolcezza,  della  prudenza,  della 
innocenza  ec. ,  per  non  riferire  al- 
tre belle  spiegazioni.  Furono  egual- 
mente detti,  pulcini  de'  colombi,  e 
delle  galline. 

Di  frequente  i  cristiani  sono  stati 
chiamati  figliuoli  di  Dio,  figliuoli 
dell''  altìssimo  ,  figliuoli  di  Cristo, 
perchè  Dio  é  il  loro  padre  in  un 
modo  parficolare,  e  perchè  Gesù  Ci'i- 
sto  gli  ha  generati  nel  suo  sangue, 
onde  si  chiamarono  anche  Cristi.  Fu- 
rono inoltre  detti  figliuoli,  stirpe  di 
.Abramo,  veri  israeliti,  nuovo  popo- 
lo, e  popolo  nascente,  perchè  sono 
succeduti  ai  giudei,  i  quali  non  ri- 
conobbero, anzi  rigettarono,  e  cro- 
cifissero Gesù   Cristo   loro   Messia. 

Vennero  i  cristiani  nominati  cat- 
tolicìj  per  indicare  l'università  del- 
la vera  Chiesa,  e  per  distinguerli 
dagli  eretici,  per  cui  la  chiesa  fu 
delta  cattolica.  Paciano  scrivendo 
contro  i  Novaziani,  ad  Symbl.  No- 
vat.  disse:  Chris  ti  anus  mihi  nomen 
est,  Calholicus  vero  cognomen.  li- 
bici me  nuncupat,  istud  ostendit: 
hoc  proborj  inde  significor.  Aggiun- 
giamo col  Macri,  che  gloriandosi 
gli  ei'etici  del  nome  cristiano,  fu  a- 
dottato  per  distinzione  quello  di  Cat- 
tolico [Vedi).  Si  dissero  altresì  i  cri- 
stiani Ecclesiastici  [Fedi),  e  sebbene 
questo  termine  sia  più  proprio  dei 
chierici,  ciò  non  pertanto  si  servi- 
rono di  esso  per  indicar  in  genera- 
le tutti  i  cristiani  ortodossi,  essen- 
dosi creduto  opportuno  per  meglio 
distinguerli  dai  pagani,  dai  giudei, 
e  dagli  eretici.  Vennero  detti  dog- 
matici, giacché  i  veri  fedeli  sono 
attaccati  a  tutti  i  dogmi  della  re- 
ligione cristiana  ;  ed  ortodossi,  per- 
chè pensano  rettamente  su  tutti  i 
punti  del    òristianesimo,    tanto    per 


101  CRI 

ciò  che  riguarda  la  fede  ,  che  i 
costumi.  Nota  il  Macri  poi,  che  la 
voce  benedictus  presso  alcuni  antichi 
autori  non  è  nome  proprio,  ma  si- 
gnifica cristiano,  cotue  chiaramente 
si  raccoglie  da  s.  Paolo  epist.  g  ; 
così  appresso  Sidonio  lib.  7,  epistol. 
6.  Teofilo  antiocheno,  Cirillo  gero- 
solimitano, e  i  padri  del  celebre 
concilio  illiberitano,  fecero  derivare  il 
nome  di  cristiani,  dal  crisma,  con 
che  si  ungono  i  battezzati. 

Lasciando  ad  altri  la  cura  di  e- 
saminare  se  i  cristiani  ebbero  altri 
nomi,  passeremo  piuttosto  ad  esa- 
minare, se  ne  abbiamo  due  altri 
avuti,  che  da  alcuni  vengono  loro 
attribuiti,  di  Jessei,  e  di  TerapeuU, 
S.  Epifanio,  liaeres.  XXIX  scrive, 
essere  stati  i  seguaci  di  Cristo,  in- 
jianzi  che  detti  fossero  cristiani , 
chiamati  Jessei  o  da  Jesse  padre  di 
Davide,  o  da  Gesù  Jesus,  ed  aver 
tgli  veduto  im  libro  di  Filone  in- 
titolato de  Jessais,  i  quali  dai  cri- 
stiani non  erano  differenti.  Vi  è 
stato  chi  ha  data  a  s.  Epifanio  una 
mentita,  quasi  eh'  egli  per  aggiun- 
gere alla  sua  opinione  autorità,  a- 
"vesse  capricciosamente  fìnto  di  aver 
letto  un  libro,  che  non  mai  fu. 
Questo,  e  con  ragione,  par  troppo 
al  p.  Mamachi,  ed  egli  perciò  si 
restringe  a  dire  1°  Che  i  crisfiani 
i)è  mai  furono  detti  Jessei,  di  che 
il  non  trovarsi  di  questo  nome  in 
altro  antico  autoi'c  ricordanza,  può 
fssere  bastevole  prova,  né  potevano 
così  appellarsi,  dappoiché  né  da 
Jesse  più  antico,  e  meno  celebre  di 
suo  figliuolo  Davide,  uè  da  Jesus 
scritto  con  una  sola  S  potevasi  tal 
nome  acconciamente  derivare.  2." 
Che  il  libro  di  Filone  da  s.  E- 
pifànio  veduto,  non  è  altro  che 
il  libro  de  vita  coiitenipladva,  che 
iù  pure  iutilolato    de  Jessaeis,  per 


CRI 
errore  de'  copisti,    i   quali    avevano 
osservato ,    farsi    degli     Essei     sul 
principio  menzione,    né    chi    questi 
fossero  sapevano  affatto,  né  ciò  si  os- 
serva dal  Fabrizio  nella  Biblioteca  gre- 
ca I.IV,  e.  4-  §  Hj  n.  37.  Più  grave  è 
la  questione,  se  i  Terapeuti  dallo  stes- 
so Filone  rammemorati  fossero  cri- 
stiani, e  quindi  se  gli   antichi    cri- 
stiani avessero  il  nome  di  Terapeu- 
ti.  11  p.  Mamachi  con  altri  moltis- 
simi citati  già  dal  Fabrizio  nel  li- 
bro Salutaris   lux    Evangelìi,    cap. 
Ili,  a' quali     però    egli    aggiunge, 
alcuni  più  recenti,  si  dichiara  per  la 
negativa  parte,  e  dice  che  non  cri- 
stiani  fossero  i  Terapeuti,  ma  ebrei, 
e  più  probabilmente  della  setta  dei 
Farisei,  nel  che  ci  sembra  bene   ri- 
mettere i  lettori  al  libro  in  cui  tro- 
veranno principalmente  confutata  la 
lettera   del  p.   Montfaucon   su  que- 
sto  argomento,  al   presidente  Bou- 
hier. 

Quanto  furono  di  onore  ai  cri- 
stiani i  nomi  finora  descritti,  a'qua- 
li  altri  potevano  aggiungersi  per 
parità  di  ragione,  come  quello  di  s. 
Paolo  nella  prima  lettera  a  quei  di 
Tessalonica:  Omnes  autem  vos  fiUì 
lucis,  ignominiosi  ed  altrettanto  vi- 
tuperevoli furono  quelli  ,  con  cui 
gli  etnici  o  pagani ,  e  gli  ebrei  , 
e  gli  uni,  e  gli  altri,  e  gli  eretici 
finalmente  per  odio,  e  per  disprez- 
zo ebbero  costume  di  chiamarli.  Ne 
tratta  diffusamente  il  più  volte  no- 
minato p.  Mamachi,  nel  lib,  I,  cap. 
2.  Tali  erano  tra  gli  altri  il  nome 
di  atei,  non  solo  perchè  ateismo  fu 
dai  giudei  chiamato  il  cristianesimo, 
ma  perchè  i  cristiani  disprezzavano 
gli  dei  dei  pagani  :  di  maghi,  e  di 
stregoni,  di  prestigiatori,  e  di  malc' 
fìci,  perchè  i  pagani  attribuivano 
alla  magia  i  miracoli  di  Gesù  Cri- 
sto, e  de' suoi  discepoli;    di    greci. 


CRI 

e  d'impostori;  di  greci  per  deri- 
sione, e  perchè  i  cristiani  portavano 
il  mantello,  o  pallio  nero  sopra  la 
tonaca  secondo  il  costume  de' filo- 
sofi greci,  e  non  la  veste  dei  roma- 
ni; d'impostori,  come  se  i  cristiani 
volessero  ingannare  gli  uomini  col- 
la loro  dottrina,  e  col  loro  tenore 
di  vita.  Ed  è  perciò,  che  furoiK) 
chiamati  sofisti,  seduttori,  supersti- 
ziosi, cattivi  demoni  ec. ,  autori  di 
una  religione  straniera,  e  barbara  ; 
e  siccome  i  cristiani  generalmente 
disprezzavano  la  morte,  e  morivano 
senza  timore  fra  i  più  credeli  tor- 
menti, i  pagani  non  dubitarono 
punto  di  chiamarli  disperati,  be- 
stiarij  parabolarij  perchè  col  nome 
di  bestiarii  presso  i  ronoani,  e  di 
parabolari  presso  i  greci,  faceva- 
no allusione  ai  bestiarii,  che  com- 
battevano contro  le  bestie,  giacché 
i  cristiani  avevano  piìi  caro  d'  esse- 
re esposti  alle  bestie  più  feroci,  che 
di  rinunziare  alia  loro  religione. 
Furono  detti  sarmentitii ,  semaxii, 
hiathanati  ;  coi  primi  due,  con  la 
lagione  data  da  Tertulliano  in  a- 
polog.  cap.  ult,  si  volle  dire  mezzi 
abbrustoliti ,  dall'  abbruciarsi  che 
facevano  i  cristiani  attaccati  ad  un 
piccolo  legno ,  attorniato  di  sar- 
menti, uno  de'  martiri!  ordinari  dei 
cristiani;  e  biathanati  come  quelli 
che   morivano  di  morte  violenta. 

Oltre  a  ciò  i  pagani  distingue- 
vano i  cristiani  cogli  epiteti  d'igno- 
ranti, d'idioti,  di  grossolani,  d'in- 
civili, d'inetti,  d' imbecilli,  di  pazzi, 
di  ostinati,  di  faziosi  ec. ,  li  chia- 
mavano nazione  lucifuga,  e  muta 
in  publico,  perchè  cex'cavano  un  a- 
silo  ne'  luoghi  sotterranei  al  culto 
religioso,  e  per  involarsi  alle  perse- 
cuzioni, e  perchè  venivano  riputati 
allatto  inutili  allo  stato,  evitando 
cariche  pubbliche.    Quindi    vennero 


CRI  au3 

detti  vili  perone,  o  cerdones,  ossia 
sprezzabili,  che  procurano  vivere  col 
loro  lavoro,  su  di  che  va  consulta- 
to il  citato  Zaccaria  a  pag.  38o,  e 
seg.  Si  dissero  ancora  sibyllici,  per- 
chè si  servivano  degli  oracoli  delle 
sibille,  per  provare,  e  confermare  i 
dogmi  della  fede,  a  convinzione  dei 
gentili,  come  osserva  il  Macri.  E- 
gualmente  per  beffa  vennero  ap- 
pellati asìnarii  perchè  i  pagani  eoa 
calunnia  asserivano,  che  adornavano 
la  testa  di  un  asino.  Li  chiamava- 
no pure  rei  di  lesa  maestà  divina, 
e  umana,  sacrileghi  e  profani,  em- 
pii, omicidi ,  scellerati,  nemici  del 
genere  umano,  e  persino  mercanti 
di  Cristo,  forse  a  cagione  de'  tesori 
celesti,  che  con  viva  fede  ne  aspet- 
tavano .  Si  dissero  galilei  perchè 
al  dire  di  Giammaria  GesnesOj  sul 
principio  del  cristanesimo  i  fedeli 
furono  cosi  chiamati,  ed  il  p.  Zac- 
caria, oltre  diverse  analoghe  ed  eru- 
dite notizie,  aggiunge,  che  tal  nome 
essendo  andato  in  disuso,  Giuliano 
r  apostata  con  legge  lo  ristabilì  per 
dispregio  di  Cristo,  e  de'  suoi  se- 
guaci, chiamando  il  primo  Galileo, 
e  i  secondi  Galilei.  Il  p.  Menochio 
t.  I,  pag.  576,  tratta  della  Galilea 
paese  di  Palestina,  ove  evvi  la  città 
di  Nazaret,  in  cui  abitò  Gesù  Cri- 
sto perciò  chiamato  Galileo,  e  Na- 
zareno. Dice  il  Macri,  che  i  cristia- 
ni furono  perciò  chiamati  anche 
Nazareni,  e  che  nell'  oriente  lo  erano 
appellata  ancora  con  vocabolo  arabo. 
Gli  eretici  eziandio  denominava- 
no i  cristiani  con  dispregio  e  deri- 
sione. I  montanisti  li  chiamarono 
psicici  o  animali  j  i  valentiniani, 
mondani,  secolari,  e  carnali,  i  mil- 
lenarii,  e  i  manichei,  semplici,  e  i 
loro  vescovi  li  appellavano  i  mae- 
stri da'  semplici.  I  novaziaiii  chia- 
mavano  i  ciistiani   col  nome  di  cor- 


2o4  CRI 

nclianì,  pcrchò  riconoscevano  il  san- 
to Pontefice  Cornelio;  apostati  per- 
chè avevano  determinato  in  un  si- 
nodo, che  si  ricevessero  alla  comu- 
nione quelli,  che  facessero  penitenza 
dopo  caduti  nell'  idolatria;  sinedria- 
ni,  perchè  i  novaziani  per  derisione 
chiamavano  quel  sinodo  sinedrio  ;  e. 
capitolini,  giacché  la  principal  parte 
de'  penitenti  caduti  avevano  sagri- 
fjcalo  nel  Campidoglio  romano.  Gli 
ariani  chiamarono  gli  ortodossi  eu- 
staziani,  paidiniani ,  e  atanasiani,  da 
Eustazio,  da  Paulino,  e  da  Atana- 
sio loro  flagello  ;  ed  omusiani  quai 
sostenitori  che  il  Figliuolo  di  Dio  è 
consustanziale  al  Padre.  Gli  aeziani 
chiamavano  i  cattolici  temporari  o 
croniti,  lusingandosi  che  la  religio- 
ne cattolica  durasse  poco  ;  gli  a- 
puUinaristi  li  dicevano  antropolatri, 
o  adoratori  dell'  uomo  ;  gli  ori- 
genisti  chiamavano  i  cristiani  fìlO' 
sai  chi,  o  amici  della  carne,  e  pelo- 
sioli  ossia  gente  di  fango  ec. ,  i  ne- 
storiani  appellarono  gli  ortodossi 
cirilliani^  da  s.  Cirillo  d'Alessandria, 
grande  avversario  di  Nestorio,  che 
ammetteva  due  persone  in  Gesìi 
Cristo  :  e  gli  cutichiani  gli  chia- 
mavano nestoriani,  perchè  riconosce- 
vano due  nature  in  Gesù  Cristo, 
contro  r  errore  degli  cutichiani,  o 
monofisiti,  che  ne  riconoscevano  una 
sola.  I  luciferani  ebbero  l' impu- 
denza di  chiamare  la  Chiesa  catto- 
lica, la  sinagoga  dell'anticristo,  e 
di  satana;  e  i  moderni  eretici,  fra 
le  tante  qualifiche  date  ai  cristiani, 
li  chiamarono  papisti,  idolatri,  fi- 
gliuoli ed  abitatori  della  prostitui- 
ta Babilonia  ec.  ec.  Nel  XV  secolo 
in  vari  luoghi  della  Sicilia,  della 
Puglia ,  ed  in  Benevento  insorse 
la  setta  dei  nuovi  Cristiani,  che  il 
Pontefice  Nicolò  V  procurò  soppri- 
mere con  apostolico  zelo. 


CRI 

Il  condannare  ad  essere  divorati 
dalle  bestie,  fu  costume  dei  roma- 
ni, per  castigo  delle  persone  vih, 
come  nella  legge  3.  //^  ad  leg.  Cam. 
desic.  de'malfattori  ,  e  de'  sicari; 
ed  essendo  i  cristiani  con  loro  gio- 
ja  stimati  la  feccia  delle  città,  e 
rei  di  grave  delitto  per  seguire 
il  vangelo,  servirono  di  frequente 
in  trastullo  del  popolo,  esponendo- 
li negli  anfiteatri  a  combattere,  e 
ad  essere  divorati  dalle  fiere,  e  per- 
ciò era  frequente  negli  spettatori  il 
barbaro  grido  :  i  cristiani  ai  lio- 
ni,  ì  cristiani  alle  bestie.  I  santi 
martiri  interrogati  del  loro  nome, 
coraggiosamente  rispondevano,  chrì- 
stianus  sum.  Così  balbettando  escla- 
mò s.  Quirico  di  soli  tre  anni,  quan- 
do vide  martirizzare  s.  Giulitta  sua 
madre.  Il  nome  cristiano  era  per- 
tanto sostenuto  con  sì  mirabile  fior- 
tezza  e  gloria  de'santi  martiri,  che 
da  alcuni  non  altro  ricavarono  i 
tiranni  ed  i  carnefici,  che  di  essere 
cristiani,  come  di  un  santo  chiamato 
diacono  racconta  Eusebio  nel  lib.  I, 
il  quale  interrogato  del  nome,  della 
sua  famiglia  e  patria,  altro  non  rispo- 
se, che:  chrlstianus  sum.  S.  Blandina, 
presso  il  Surio  a'3  di  maggio,  venen- 
do tormentata  dalla  mattina  alla  se- 
ra, disse  che  quante  volte  ripeteva, 
Christiana  sum,  nuove  forze  e  vigo- 
re acquistava.  Presso  il  medesimo 
si  legge  di  s.  Sebastiano  a'20  gen- 
naio, che  portava  in  petto  come 
preziosa  gemma  l'iscrizione  chrlstia- 
nus sum,  per  ricordarsi  sempre  di 
sua  vocazione,  ed  animarsi  a  sof- 
frire per  Cristo  qualunque  tormen- 
to. Certamente,  che  grande  e  glo- 
rioso nome  è  il  potersi  chiamare 
cristiano,  ma  si  deve  però  corri- 
spondere degnamente  a  tanta  di- 
gnità, ed  onore. 

Sul   prodigioso   numero    de' cri- 


CRI 
sliani  de'primi  secoli  della  Chiesa 
contro  l'opinione  degli  eterodossi, 
tratta  il  p.  Lupi,  dissertazioni  t.  I. 
pag.  53,  e  seg,  mentre  a  pag.  28 1 
e  seg.  discorre  delle  leggi  di  Co- 
stantino il  grande,  promulgate  a 
favore  de'cristiani,  il  quale  procu- 
rò alla  Chiesa  una  pace  generale  e 
solida,  che  propriamente  fu  la  pi'i- 
ma  di  cui  i  cristiani  goderono  do- 
po il  suo  stabilimento.  Il  Zacca- 
ria nel  tomo  VII,  pag.  480,  e  seg. 
della  Storia  letteraria^  parla  delle 
varie  classi  ed  ordini  degli  antichi 
cristiani ,  di  cui  riporteremo  un 
breve  cenno.  Tre  classi  di  cristia- 
ni distinse  Eusebio,  de'presidenti, 
de'fedeli,  e  de'catecumeni:  questi  ul- 
timi talvolta  dicevansi  cristiani,  e 
tal'  altra  fedeli.  Tnttavolta  il  nome 
di  fedeli  trovasi  piìi  comunemen- 
te ristretto  a  coloro,  i  quali  ave 
vano  di  già  col  lavacro  della  ri- 
generazione purgata  ed  abbellita 
l'anima.  Or  de'fedeli  in  questo  sen- 
so, ossia  de'battezzati,  due  classi  si 
distinguevano,  una  era  detta  degli 
ecclesiastici  e  del  clero,  l'altra  dei 
laici.  Per  contrapposizione  de'primi 
trovansi  questi  chiamati  dai  padri 
plebe,  privati,  secolari,  mondani, 
idioti  ec,  ma  per  riguardo  ai  ca- 
tecumeni, avevano  altri  nomi,  coi 
quali  da  quelli  si  distinguevano,  co- 
me illuminati  ,  iniziati,  benedettij 
nati  da  Dio,  perfetti,  cari  di  Dio,  fi- 
gUuoli  di  Dio,  fratelli  santi,  servi 
di  Dio,  rigenerati,  neofiti  ec.  Ter- 
mineremo col  dire  alcune  parole 
sui  cristiani  di  s.  Giovanni,  e  sui 
cristiani  di  s.  Tommaso. 

Cristiani  di  s.  Giovanni  chiama- 
ronsi  quelli  ,  che  abitando  lungo 
il  Giordano,  presero  tal  nome  dal 
luogo,  ove  battezzava  il  santo  pre- 
cursore Giovanni.  Dipoi  passarono 
a    dimorare    nella  Mesopotamia,   e 


CRI  20^ 

nella  Caldea:  celebrano  particolari 
feste,  hanno  proprie  usanze  e  credea- 
ze,  ed  invece  di  libri  canonici  non 
hanno  che  libri  pieni  di  sortilegii. 
11  p.  Chardon,  citando  il  viaggia- 
tore Tavernier,  nel  t.  I,  p.  8.  trat- 
ta con  qualche  diffusione  dei  cri- 
stiani di  s.  Giovanni,  e  monsignor 
Assemani  fa  menzione  di  questi  cri- 
stiani in  una  dissertazione  ,  che 
egli  pubblicò  sopra  i  nestoriani 
della  Siria,  nel  tom.  II.  par.  2, 
nella  Bibliot.  Orient.  pag.  609  e 
seg.  Chlamansi  poi  cristiani  di  s. 
Tommaso,  o  di  Cranganor  [Vedi) 
gli  antichi  cristiani  della  penisola 
dell'India,  giacché  si  crede  in  quel 
paese,  che  l'apostolo  s.  Tommaso 
predicasse  loro  il  vangelo;  ed  il 
breviario  de'  preti  di  tali  cristiani 
dice  pure,  che  s.  Tommaso  passas- 
se nella  Cina  {Vedi):  tuttavolta 
alcuni  autori  ritengono  essere  stato 
un  altro  ,  ed  altri  che  fosse  un 
mercante  nestoriano  chiamato  con 
questo  nome.  Certo  è,  che  sono  ne- 
storiani soggetti  al  patriarca  dei  ne- 
storiani, per  cui  i  sommi  Ponte- 
fici spedirono  loro  talvolta  missio- 
narii.  V.  la  Relazione  di  Giuseppe 
Indiano  stampata  in  Parigi  nel  XVII 
secolo;  ed  Alessio  Meneses,  nella 
storia  orientale  dei  progressi  nella 
riduzione  dei  cristiani  di  s.  Tom- 
maso, Brusselles    i6og. 

Finalmente,  se  vuoisi  sapere  che 
cosa  sieno  stati  i  cristiani  nei  diversi 
secoli,  fa  d'uopo  leggere  l'opera  di 
Fleury  intitolata  :  Costumi  dei  cri- 
stiani. Tutto  ciò,  ch'egli  dice,  è  ap- 
poggiato su  buone  prove:  egli  con 
molta  sagacità  e  destrezza  sviluppa 
le  cause,  che  hanno  influito  sui  co- 
stutni  dei  popoli  di  Europa^  dopo 
eh'  ebbero  la  sorte  di  abbiacciare 
il  cristianesimo.  Nondimeno,  avver- 
te il  Rergier,  è  mestieri     rammen- 


9  0^)  CRI 

farsi  che  gli  esempi  citati  dal  Fleiiiy 
non  sono  sempre  una  regola  gene- 
rale, dappoiché  nei  secoli  più  puri 
vi  furono  cristiani  viziosissimi,  e 
nelle  più  corrotte  età,  massimamen- 
te nell'infelice  secolo  decimo,  si  vi- 
dero sempre  esempii  di  virtù  e- 
roica,  e  prodigiosamente  diffuso  il 
nome  cristiano.  Anche  negli  ultimi 
tempi  a  noi  vicini,  non  ostante  la 
corruzione  de'  costumi,  ovunque  fio- 
rirono anime  veramente  cristiane,  i 
cui  costumi  sono  hen  degni  de'più 
fortunati,  e  splendidi  secoli  della 
Chiesa.  Ad  avere  poi  un'  idea  di 
un  vero  cristiano,  egli  deve  risguar- 
dare  sé  stesso  come  straniero  in  sul- 
la terra;  in  questo  luogo  di  suo 
pellegrinaggio  breve,  incerto,  e  fu- 
gace, non  iscorge  che  miseria,  e 
motivi  di  pentimenti,  di  dolore,  di 
timore,  e  di  solenne  disinganno, 
massime  se  si  trova  fi-a  le  grandez- 
ze, e  le  dignità  del  mondo  ove 
medita  l'estremo  delle  umane  de- 
bolezze. Ma  d'  altra  parte  egli  s' in- 
nalza a  Dio  per  mezzo  della  viva 
sua  fede ,  contempla  la  bellezza,  e 
la  magnificenza  del  suo  eterno  ce- 
leste regno,  e  sospirando  ammira 
le  pure  delizie,  e  la  inalterabile 
pace  che  quivi  si  gusta  ;  e  allora 
con  un  trasporto  di  amore  esclama: 
Signore  Iddio,  quando  fìa  mai  che 
io  giunga  a  possedervi?  infuocate  il 
mio  petto  dell'amor  vostro^  fate 
eh'  io  possa  contemplarvi,  ed  eterna- 
mente cantare  le  vostre  lodi,  col  sem- 
piterno, e  innumerabile  coro  degli  an- 
geli, e  dei  santi.  F.  Cristianesimo. 
CRISTIANIA  o  CHRISTIANA. 
Città  capitale  del  regno  di  Norve- 
gia, capo  luogo  del  baliaggio  d' Ag- 
gerus,  o  Aggershaus,  in  fondo  al 
golfo,  che  porta  lo  stesso  nome  a 
piedi  del  monte  Egeberg.  Sebbene 
la    Norvegia    non    formi    un   regno 


CRI 
separato,  ma  unito  colla  Svezia,  for- 
ma ora  il  regno  norvegio-svedese, 
in  forza  del  trattato  d'alleanza,  con- 
cluso colla  R^ussia  nel  iBi4;  aven- 
do per  lo  più  innanzi  appartenuto 
la  Norvegia  al  regno  di  Danimar- 
ca. Vi  risiede  un  vice-re,  ed  in  essa 
si  adimano  ogni  tre  anni  gli  stali, 
e  la  dieta  ossia  lo  Storthing,  che 
ha  il  potere  legislativo,  e  il  diritto 
di  stabilire  col  re  le  imposte.  Que- 
sta città  è  dominata  dalla  fortezza 
di  Agger,  che  cadde  in  rovina,  e  che 
diede  il  suo  nome  alla  diocesi.  Il 
porto  è  sicuro,  e  profondo,  ed  i 
navigli  possono  ancorarsi  a  fianco 
dei  magazzini,  e  dei  cantieri.  Cri- 
stiania ha  belle  contrade,  ed  alcuni 
fabbricati  degni  di  osservazione, come 
sono  la  cattedrale,  il  palazzo  munici- 
pale, il  teatro  ec.  Possiede  una  uni- 
versità fondata  nel  i8i  i,  un  museo 
di  storia  naturale,  e  gabinetti  di  fisi- 
ca, ed  astronomia  con  osservatorio. 
Ha  una  biblioteca  pubblica,  ospe- 
dali, ospizi,  casa  di  correzione,  scuo- 
la militare,  ed  altre  scuole,  una 
banca  ec.  L'antica  città  di  Opsala, 
Opslo,  non  è  oggi  che  un  borgo  di 
Cristiania,  che  si  va  sempre  più  an- 
pliando;  la  popolazione  però  non 
oltrepassa  i  ventiseimila  abitanti. 

Cristiania,  che  alcuni  dicono  fab- 
bricata neir  area  stessa  di  Opslo, 
che  fu  preda  delle  fiamme,  fu  det- 
ta anche  Ando,  Anseola  ch'itas. 
Fino  dal  decimoprimo  secolo  fu  se- 
de vescovile,  secondo  Commanville 
e  Labbé,  suffraganea  della  metro- 
politana di  Drontheim.  Vi  si  sup- 
plì già  alla  vice  reggenza  con  quat- 
tro tribunali  superiori,  pei  quattro 
pi'i nei  pali  governi  del  regno  Nor- 
vegio,  il  quale  è  diviso  in  diciasset- 
te baliaggi  detti  amt.  Fu  incendia- 
ta nel  1567,  e  rifabbricata  sotto 
Cristiano  IV  re  di   Danimarca    nel 


CRI 
ibi4j  prese  dal  suo  regio  liedi- 
fìcatore  il  nome  di  Cristiania,  la- 
sciando quello  di  Ansio,  che,  come 
dicemmo,  avea  in  origine,  dalla  ba- 
ia così  denominata  sulla  quale  era 
costruita.  In  Cristiania  furono  pom- 
posamente celebrate  le  nozze  di 
Giacomo  VI,  re  di  Scozia,  e  poscia 
anche  re  d' Inghilterra,  ma  col  no- 
me di  Giacomo  I,  dopo  la  morte 
della  famosa  regina  Elisabetta,  con 
Anna  figlia  di  Federico  II,  re  di 
Danimarca  ai  2  3  novembre  1589. 
Questa  città  fino  del  \^iZ  abbrac- 
ciò la  così  detta  riforma  religiosa, 
quando  Gustavo  Wasa  discendente 
dagli  antichi  re  di  Svezia,  avendo 
disfatto  il  re  Cristiano  II,  che  per 
le  inaudite  sue  crudeltà  fu  chiama- 
to il  rserone  del  Nord,  la  riforma 
luterana,  e  i  suoi  errori  vennero 
introdotti  ne'tre  regni  di  Danimar- 
ca, Svezia,  e  Norvegia. 

CRISTIANISSIMO,  e  CRISTI  A- 
NISSIMA.  Titolo  d'onore  dei  re 
di  Francia.  Da  una  lettera,  che  il 
sommo  Pontefice  Onorio  I,  eletto 
nel  625,  scrisse  ai  vescovi  di  Vene- 
zia, e  d' Italia,  appresso  il  Labbé, 
Concil.  t.  V  col.  1682,  e  presso 
r  annalista  Baronio  ad  an.  63o , 
num.  i4,  consta,  che  sino  d'allora 
la  possente  repubblica  veneta  go- 
deva il  titolo  glorioso  di  Crislianis' 
sima. 

La  prima  volta,  che  i  re  di  Fran- 
cia ebbero  dal  romano  Pontefice  il 
titolo  di  Cristianìssimo,  e  Maestà 
Cristianìssima,  fu  l'anno  740,  al- 
lorquando Papa  s.  Gregorio  III, 
invocando  da  Carlo  Martello  (che 
fu  padre  di  Pipino  re  di  Francia,  ed 
avo  di  Carlo  magno,  ed  allora  mag- 
giordomo del  regno  di  Francia)  il 
soccorso,  e  la  difesa  contro  i  lon- 
gobardi, e  il  loro  re  Luitprando, 
che  invadevano  le  teire,  e  i  domi- 


CRI  20- 

nii  della  Chiesa  R.omana,  gli  diede 
tal  titolo  nella  lettera,  cui  gì'  indi- 
lizzò.  V.  il  Mabillon,  de  re  diplom. 
lib.  5.  cap.  3.  n.  5.  p.  70,  et  lib. 
5.  tab.  22.  pag.  384;  Papebro- 
chio,  in  Conatii  ad  hunc  Pontifi. 
pag.  210.  n.  6.  Da  essi  rilevasi, 
che  mal  si  opposero  Mariana,  lib. 
26,  cap.  12,  ed  il  R.inaldi  all'an- 
no 1496  §.  25,  dicendo  che  Pio 
II  istituì  di  nuovo  questo  titolo  di 
Cristianissimo  nella  persona  del  re 
Lodovico  XI,  per  aver  abrogato  la 
prammatica  sanzione.  In  fatti  il 
Pontefice  Pio  II  al  re  di  Francia 
Carlo  VII  riconobbe  ereditario  nei 
re  di  Francia  il  titolo  di  Cristianis- 
simo, locchè  fecero  i  Papi  successori, 
in  benemerenza  delle  segnalate  im- 
prese fatte  da  quei  re  a  favore  di 
santa  Chiesa,  e  de' Pontefici. 

Alessandro  VI  voleva  attribuire 
al  re  di  Spagna  il  titolo  di  Cristia- 
nissimo, ma  ne  venne  distolto,  co- 
me si  di«se  all'  articolo  Cattolico 
[Vedi),  titolo  proprio  del  medesimo 
re  di  Spagna.  Narra  il  Macri,  che 
in  appresso  Giulio  II  privò  del  ti- 
tolo Cristianissimo  il  re  di  Francia 
Lodovico  XII,  e  Io  conferì  al  re  d  In- 
ghilterra Enrico  \  III  per  gli  egregi 
suoi  meriti  che  aveva  allora  verso  la 
Chiesa  romana,  come  riferisce  il  Car- 
dinal Pallavicino  neW Istoria  del  Con- 
cilio di  Trento,  lib.  2.  cap.  i .  In  que- 
sta ei  racconta,  che  Massimiliano  t 
imperatore  si  era  lagnato,  perchè 
il  titolo  di  Cristianissimo  fosse  sfa- 
to conferito  al  re  di  Francia,  men- 
tre era  dato  agl'imperatori  nelle 
preghiere  pubbliche  della  Chiesa. 
Ma  successo  a  Giulio  II  il  Papa 
Leone  X,  chiamò  Francesco  I,  re 
di  Francia,  col  titolo  di  Cristianis- 
simo, locchè  fu  continuato  costan- 
temente dai  suoi  successori.  Su 
questo  punto     si     legga   la    pagina 


2o8  CRI 

3o2    del  volume    1    di  questo    Di- 
zionario. 

Il  dottissimo  monsignor  Gaetano 
INIarini   nell' illustrare  un   passo  del 
papiro  LXXXVII,    289,  rileva,  che 
in  un  marmo  africano  di  Giustino, 
e  Sofia    si    legge  :    Sah'is   Domiiiis 
Chnslianìssimis  et  im'ictissiinis  impe- 
vatoribus  ;  e  spesso  pure  nelle  an- 
tiche   versioni    degli    atti  de' primi 
concili,  gli  augusti  si  nominano  Cri- 
stianissimi,   siccome    nella    formola 
della  lettera  inserita  nel  diurno,  col- 
la quale   viene  paitecipata  all'esar- 
ca di    Ravenna    1"  elezione    del  no- 
vello Papa,  e  in  due  lettere  di  A- 
driano  II,  dell' 867,  e  di  Giovanni 
Vili,  dell' 872,  presso  il  Constant- 
L'autore  degli  atti  sinceri  de'mar- 
tiri,  in  quello  di  s.  Pollione,  dà  a 
Valentiniano  il   titolo  di   Cristianis- 
simo; e  gli  atti  de' ss.  Gio.  e  Pao- 
lo, presso  i  Bollandisti,  jun.  pi  169, 
lo  danno    a    Gioviano.    Il    Papa  s. 
Gregorio  I   lo  concedette  all'impe- 
ratore Maurizio,  come   fecero    altri 
Pontefici  cogl'  imperatori,  e  coi  re. 
Ed  è  perciò,  che    Enrico    Bobelio, 
Dissenatìo  apologetica  qiiod  iinpc- 
ralor  romanonim  jiirc  sit   dicendus 
Chrislianissiinus^    curn     nolis     Petri 
Lanihccii  in  ejus  Comniput.  de  Bill. 
Vindobon.    1675,    t.    Ili,  prese    a 
difendere  1'  opinione,  che  l' impera- 
tore avea  diritto  di  godere  il  tito- 
lo   di     Cristianissimo.    Quantunque 
poi  il  le  Cointe,  Des  rais  De  Fran- 
rcs ,   portanls  le    titre  d'empereurs 
dans    Ics    Ànnales,  III,    12,    abbia 
dimostrato,    che    i    re    di    Francia 
ebbero  il  titolo  d'imperatori  anche 
senza  questo    motivo,  sembra    però 
ch'essi   abbiano  goduto  della  priva- 
tiva   di  questo    titolo  cospicuo.    F. 
Da    Gange    in    Cliristianilas  ;  Car- 
pentier  in   Class.  II,  9^;  e  gli  al- 
tri autori  riportati   dal    Cancellieri 


CRI 

nelle  sue  Dissert.    Epist.    bibliogra- 
Jìche  alla  pag.    197. 

CRISTIANITÀ'.    La  società  ge- 
nerale di   tutti  gli  uomini,  che  pro- 
fessano la  religione  di  Gesù  Cristo, 
senza  riguardare  alle  diverse  sette. 
In  tal    guisa    la    cristianità    non    è 
contenuta    nella    sola    Chiesa    cat- 
tolica,   dappoiché    fuori  di  questa 
vi  sono  uomini,  e  società  che  por- 
tano nome    di    cristiane,    e  profes- 
sano di   credere  in  Gesìi  Cristo.  Pe- 
rò nei  primi  secoli  della  Chiesa  non 
si  accordava  agli  eretici    il  titolo  di 
cristiano.    Tertulliano,  s.  Girolamo, 
Atanasio,  Lattanzio,  due  editti  uno 
di   Costantino    il  grande,    l'altro  di 
Teodosio  imperatore,  il  concilio  Sar- 
dicense  ec. ,   decidono  che  gli  ereti- 
ci non  sono  cristiani.   F,  Ringham, 
Origin.  eccl.  1.  I,  e.  3,  §.  4}  1-  I-  p- 
33.  Però    la  parola    cristianità    al 
presente    ha    un    senso  più    esteso, 
che  non  aveva  per  lo  passato.   Una 
volta  il  clero  si   appellava  Cristiani- 
tà, e  si  disse  corte  della  cristianità 
la  giurisdizione   ecclesiastica  ,    e    il 
luogo  in  cui    si  teneva.  Id    alcune 
diocesi  i  decani  rurali  si  chiamarono 
decani  della  cristianità.  V.  Cristia- 
ni,   ED    ERETICI. 

CRISTIANOPOLI  ,  Christiano- 
polis,  o  Arcadia.  Città  vescovile 
del  Peloponneso  nell'Arcadia,  secon- 
do Leone  il  saggio.  Questa  sede 
arcivescovile  della  quarta  provincia 
d'Achea,  nell'esarcato  di  Macedonia 
sulla  costa  occidentale  della  ]Morea, 
secondo  Commanville,  fu  un  arcive- 
scovato onorario  istituito  nel  nono 
secolo,  sotto  la  metropoli  di  Pa- 
trasso. La  città  era  capitale  dell'Ar- 
cadia. 

CRISTO  (  Christns  ).  Nome  de- 
rivante dal  greco  Chris tos,  che  si- 
gnifica unto,  e  che  corrisponde  al- 
l'  ebraico    Messia  ,    o    Mosciacìi. 


CRI 
In  ogni  tempo  gli  orientali  fece- 
ro grande  uso  dei  profumi  ,  ed 
erano  necessari,  come  si  disse  al- 
l' articolo  Cagno  {^Vedi),  quando 
non  si  conosceva  1'  uso  di  pannilini, 
dovendosi  portare  sulla  carne  la  la- 
na. Il  perchè  a  prevenire  il  cattivo 
odore  ungevansi  il  corpo  con  olio, 
e  con  essenza  profumata;  anzi  quan- 
do volevasi  onorare  taluno,  si  spar- 
geva sul  capo,  sulla  barba,  e  sulle 
vesti,  quindi  l' effusione  degli  olii 
odoriferi  divenne  simbolo  di  con- 
secrazione,  e  in  tal  modo  furono 
consecrati  ed  unti  i  re,  i  sacerdoti, 
i  profeti.  JNello  stile  degli  scrittori 
dell'antico  testamento,  ungere  una 
persona  per  qualche  cosa,  vuol  dire 
destinarlo,  o  consecrarlo  a  quella  tal 
cosa.  I  giudei  aspettavano  il  loro 
liberatore  sotto  il  nome  di  Unto  o 
di  Messia  per  eccellenza,  attestan- 
do con  ciò,  che  doveva  riuniie  emi- 
nentemente nella  sua  persona  ap- 
punto le  sublimi  qualità  di  re,  di 
gran  sacerdote,  e  di  profeta.  Gli 
scrittori  romani,  che  ignoravano  il 
significato  del  nome  Cristo,  e  lo 
prendevano  per  un  nome  proprio, 
qualche  volta  hanno  scritto  Chreslus 
in  vece  di  Christiis.  Così  fra  gli  altri 
scrisse Svetonio,  ragionando  dell'esilio 
dato  ai  cristiani  discacciati  da  Roma 
per  ordine  dellimperatore  Claudio,  e 
dai  romani  tenuti  anco  per  giudei, 
giacché  s.  Pietro  nel  recarsi  in  Ro- 
ma fu  albergato  in  Trastevere  nel 
luogo,  che  Augusto  avea  destinato 
a'  medesimi  giudei:  Judaeos  impid- 
sere  Chresto  assidue  tumidtiiantcs 
Roma  expulit.  e.  25.  Sì  aggiunge, 
che  Marziale  nell'epigramma  28, 
lib.  c),  scrivendo  contro  Chreslum, 
si  vuole  che  abbia  detto  male  di 
Cristo.  Da  questo  rilevasi  pure,  che 
in  que' tempi  i  cristiani  come  giudei 
erano  tenuti  dai  gentili,  per  la  si- 
voL.   xvni. 


CRI  209 

militudine  della  religione;  che  poi 
fossero  detti  i  fedeli  Chresliani,  lo 
abbiamo  altresì  da  Tertulliano  nel- 
r  Apologetico  contro  i  gentili,  cap. 
3  ;  ed  alludendo  al  vocabolo  greco, 
forse  significa  benigno,  ed  utile,  se- 
condo il  medesimo  autore.  Dell'er- 
rore de'  gentili  parla  Lattanzio  Fir- 
miano  hb.  4?  cap.  7  :  Ignari  rerum 
noslrarum  Christum,  Chreslum  et 
Christianos,  Chrestianos  vocabant. 
Dalla  sopraddetta  etimologia,  osserva 
il  ]Macri,  deriva  il  nome  Christolo- 
gus,  col  quale  gli  antichi  volevano 
denotare  una  persona  di  belle  pa- 
role, e  parlatore  dolce  e  soave. 

Gli  antichi  cristiani  furono  soliti 
esprimere  il  nome  sagratissimo  di  Cri- 
sto signor  nostro  col  monogramma, 
il  quale  con  gran  pietà,  e  divozione 
veniva  da  loro  venerato,  e  forma- 
vasi  per  lo  più  colle  due  prime 
lettere  greche  X  P  del  nome  di 
XPTIT02:  ,  le  quali  erano  collegate 
insieme  ,  nella  guisa  che  diremo,  e 
ciò  può  ancora  osservarsi  in  molti 
sagri  e  antichi  monumenti  riportati 
dal  Bonarroti,  dal  Bosio,  dall'Arri- 
ghi, dal  Boldetti,  dai  Boltari,  dal 
p.  jMamachi,  e  da  altri  dottissimi 
scrittori  delle  cose  degli  antichi  cri- 
stiani. Si  costumò  questo  mono- 
gramma non  solo  sotto  l'imperio  di 
Diocleziano,  ma  anche  prima  di 
lui,  come  a  tempo  degli  Antonini, 
e  di  Adriano,  locchè  osserva  il  p. 
IVIamachi,  Orig.  et  antiq.  Christian. 
t.  III,  lib.  3,  §.  III,  n.  22,  p.  54; 
e  non  manca  persino  chi  asserisce, 
e  con  ragione,  che  sì  pio  e  lodevole 
uso  avesse  principio  fino  dai  primi 
anni  della  cristiana  religione.  H 
detto  Bonarroti,  Osservaz.  sopra 
alcuni  frammenti  di  vasi  di  vetro, 
praef  p.  XIII,  dice  essere  molto 
probabile,  che  i  cristiani  comincias- 
sero ad  usare  il  monogramma  sino, 
14 


2IO  CRI 

nella  priiuiliva  Chiesa,  e  quando 
forse  essa  non  era  ancora  uscita 
dall'  oriente.  Sotto  il  regno  poi  di 
Costantino  il  grande,  si  praticò  il 
monogramma  con  più  frequenza.  I 
sommi  Pontefici  non  di  rado  lo  co- 
stumarono per  segnare  i  loro  nomi 
nelle  bolle,  nelle  monete,  e  nei  mo- 
saici, che  facevano  fabbricare  per 
le  basiliche  :  1'  usarono  gì'  impera- 
tori, i  re  ed  altri  principi  sovrani 
nei  loro  diplomi,  come  si  ha  pine 
dal  Du  Gange,  Gloss.  med.  et  in- 
Jìm.  latin,  verbo  Monogramma. 

Il  monogramma  <\^  di  Cri- 
sto non  solo  rappresentava  il  suo 
venerabilissimo  nome,  ma  anche  la 
croce  medesima  (Confer.  s.  Paulin. 
Natal  XI .  S.  Felicis.  v.  608,  p.  48  f, 
edit.  Veron.  an.  1736;  Doniinic. 
Georghini  de  Monogramma  Cìirist. 
e.  JP^,  n.  X,  p.  i5  j  Gorium  Sym- 
bol. Litler.  voi.  Ili,  e.  VI,  p. 
120  edit.  Florent.  1749>  ^•)^  po'' 
che  la  lettera  X  per  sentimento  di 
quasi  tutti  gli  scrittori  sì  antichi 
che  moderni  delle  cristiane  cose  in 
qualche  maniera  la  simboleggia. 
Ad  onta  che  il  descritto  monogram- 
ma fosse  il  piìi  comune,  fu  anche 
formato  in  diverse  maniere  dagli  an- 
tichi. V.  Gorio  loc.  cit.  cap.  VI; 
Maraachi  loc.  cit  p.  60  e  seg.  Av- 
verte il  p.  Lupi  nelle  sue  Disserta' 
zioni,  t.  I,  p.  255,  che  il  monogram- 
ma di  Cristo  trovasi  spesso  intagliato 
nei  sepolcri  de' cristiani,  specialmen- 
te de'  martiri,  non  già  perchè  si- 
gnifichi Pro  Christo,  come  crede  il 
volgo,  ma  perchè  e  martiri  e  non 
martiri  fra'  cristiani  tutte  le  cose 
loro  santificavano,  come  coli' invo- 
cazione, così  coli' immagine  di  que- 
.sto  nome  salutare.  I  cristiani  in 
molte  cose  di  loro  uso  misero  que- 
sto   monogramma,  e    dall'  annalista 


CRI 
Rinaldi,  all'  anno  57,  n.  52,  si  ap- 
prende, che  neir  anello  nuziale  i 
cristiani  solevano  imprimerlo,  qual 
segno  di  vicendevole  concordia,  si- 
gnificando le  due  lettere  le  destre 
degli  sposi  congiunte.  Oltre  a  ciò  i 
fedeli,  in  venerazione  del  nome  di 
Cristo,  portarono  impresso  il  mo- 
nogramma, anche  in  altri  anelli. 
V.  Gesù  Cristo,  e  Crocefisso,  che 
alcuni  chiamano  Chrìslo,  Christi  cru- 
ci fixi  efjìgiesj  imago.  Il  commen- 
datore Vettori,  Disserl.  Philologica , 
1741,  p.  27  28,  riporta  le  iscrizio- 
ni in  Domino  Jesu,  in  signo  Chri- 
sti Domini,  in  Deo  Domino  Cìui- 
sto,  cavate  dagli  scrittori  della  Bo- 
ma  sotterranea,  e  da  altri. 

CRISTINA  (s.).  Nel  martirolo- 
gio così  detto  di  s.  Girolamo,  non 
che  in  quello  di  Reda,  trovasi  il 
nome  di  questa  santa.  Ebbe  ella 
a  sostenere  il  martirio  sotto  l'im- 
peratore Diocleziano,  resistendo  con 
animo  impavido  a  tutte  le  tortu- 
re, cui  fu  sottoposta.  La  città  di 
Tiro,  in  Toscana,  che  non  più  esi- 
ste, perchè  inghiottita  dalle  acque, 
fu  il  luogo  del  suo  Siigrifizio.  In 
Palermo,  città  della  Sicilia,  vengono 
custodite  le  sue  spoglie.  Presso  i 
latini,  ed  i  greci  questa  santa  è  in 
grande  venerazione.  La  sua  lista  fu 
fissata  nel  dì  24  luglio. 

CRISTO.  Ordine  equestre,  o  ca- 
valieri della  milizia  di  Ge>ÌL  Cri- 
sto. Questo  cospicuo  Ordine  rL-ligio- 
so  militare,  e  cavalleresco,  il  primo 
e  più  distinto,  che  conferisce  lu  san- 
ta Sede,  venne  istituito  dal  re  Dio- 
nisio di  Portogallo,  ed  approvato 
dal  sommo  Pontefice  Giovanni  XXII 
in  luogo  dell'  Ordine  soppresso  dei 
templari ,  ad  istanza  non  solo  dello 
stesso  re  Dionigio  di  Portogallo,  ma 
anche  della  regina  s.  Elisabetta  di  lui 
moglie,  per  difendere,  come    faceva- 


CRI 
no  i   templari,  le  frontiere  del  loro 
regno,    dai    possenti    mori    invasori 
di  gran  parte  della    limitrofa    Spa- 
gna, e  nemici  del    nome    cristiano. 
Lo  eresse  il  re  Dionisio,  e  lo    con- 
fermò il  Papa,    precisamente    in  o- 
nore  del  venerabile  nome  di    Gesù 
Cristo,  affinchè  sotto    i    suoi    onni- 
possenti auspici,  fosse    dato    ai    ca- 
valieri di  riportare  vittoiia    sopra  i 
nemici  della  fede    cattolica.    Quindi 
il  re  inviò  ad  Avignone    in  qualità 
di    suo    ambasciatore,    d.    Giovanni 
Lorenzo    per    ricevere     l' autentica 
istituzione  apostolica  dalle  stesse  ma- 
ni di  Papa  Giovanni  XXIJ,  che  la 
emanò  con  bolla    data    a'  i4  mar- 
zo    iSig.     11     Pontefice     sottopose 
l'Ordine  alla  regola  di   s.  Benedetto, 
ed  alle   costituzioni    dei    cistcrciensi 
osservate  dai  cavalieri  di  Calatrava, 
ed    Avis,     concedendo    all'Ordine    i 
privilegi,  che    godevano  i  detti    ca- 
valieri,  e  i  beni  degli  estinti    tem- 
plari,   colle    rispettive    giurisdizioni, 
essendo  sì  le  prime  che  le  seconde 
restate    a     disposizione    della    santa 
Sede.  Ed  ecco  come  si  esprime  nella 
bolla  :  in  perpeluum  applicavit  Ca- 
struin  Album,  Langroviam,  Thoma- 
rnim,    et  Almourol ,  nec  non  omnia 
alia  castra,  bona  universa  etc.  jura, 
jurisdictiones,  imperium    merum,  et 
mixtuni,  honores,  homines,  et  vassal- 
los  quoslibet  etc,  et  quaecumque  a- 
lia,     quae     ardo     quondam     templi 
Portugalliae,  et  Algarbii  regnis  ha- 
bebat,  et  habere  debebat  etc.    Oltre 
a  ciò  Giovanni  XXII  vincolò  i  ca- 
valieri coi  sostanziali    voti  di  ubbi- 
dienza, castità,  e  povertà,  e  coman- 
dò   che    r  abbate    prò    tempore    di 
Alcobaca    cistcrciense  del  monistero 
posto  nella  diocesi  di    Lisbona,    ri- 
cevesse a  nome  dei  sommi  Pontefi- 
ci e  della  Chiesa  Romana,  il  giura- 
mento di   fedeltà   dal  gran    maestro 


CRI  21, 

prò  tempore  dell'Ordine,  il  quale 
doveva  emetterlo  nello  spazio  di 
dodici  giorni  decorsi  dalla  sua  ele- 
zione, juxta  formavi  in  Pontifìcia 
bulla  praescriptam,  e  quindi  V  ab- 
bate doveva  trasmetterlo  alla  Sede 
apostolica,  del  seguente  tenore: 

>!  Ego  N.  magister  domus  mili- 
»  tiae  Jesu  Christi,  ab  hac  bora  ia 
«  antea  fidelis,  et  obediens  ero  bea- 
"  to  Petro,  sanctae  apostolicae  ec- 
'•  clesiae  Romanae,  et  domino  meo 
«  Pontifici ,  suisque  successoribus 
«  canonice  intrantibus  ;  nec  ero  in 
"  Consilio  etc,  ut  vitam  perdant 
"  etc.  Papatum  Romanum,  et  re- 
»  galia  sancti  Petri  adjutor  eis  ero  ad 
"  retinendum,  et  defendendum  con- 
»  tra  omnem  hominem  salvo  meo  or- 
»  dine.  Legatura  sedis  apostolicae 
"  in  eundo,  et  redeundo  honorifice 
«  tractabo,  et  in  suis  necessitatibus 
»  adjuvabo.  Vocatus  ad  synodum  , 
«  veniam ,  nisi  praepeditus  fuero 
»  canonica  praepeditione.  Apostolo- 
»  rum  limina  singulis  trienniis  vi- 
«  sitabo  aut  per  me,  aut  per  meum 
^'  nuntium,  nisi  apostolica  absolvet 
'•  licentia.  Possessiones  vero  ad  do- 
"  mum  meam,  et  ordinem  praedi- 
"  ctum  spectantes  non  vendam , 
'•  nec  douabo  etc. ,  vel  aliquo  mo- 
«  do  alienabo,  inconsulto  romano 
«   Pontifice". 

La  bolla  di  Giovanni  XXII  fu 
pubblicata  in  Santarem,  dove  si  tro- 
vava il  re,  a'i5  maggio  iBig.  Il 
primo  gran  maestro  nominato  da 
Giovanni  XXII,  fu  fr.  Gii,  o  d. 
Egidio  Martinez,  eh""  era  gran  mae- 
stro dell'Ordine  d'Avis,  cui  successe 
il  suddetto  d.  Giovanni  Lorenzo, 
già  ambasciatore  in  Avignone  pel 
re  Dionisio.  Indi  l'Ordine  fu  posto 
in  possesso  de' beni  de' templari, 
venendo  stabilita  la  loro  residenza 
principale  in  Castro    Marino,    nella 


312  CRI 

fliocesi  di  Faro  degli  AJgarvi,  don- 
de nel  i336  furono  traslocati  in 
Thoniar,  villaggio,  o  castello  sette 
leghe  lungi  da  Santarem,  sotto  il 
governo  di  d.  Nungo  Rodriquez  se- 
sto gran  maestro,  laonde  in  seguito 
in  questo  luogo  si  mantenne  sem- 
pre il  primario  convento  dell'  Or- 
dine. 

Il  villaggio  era  slato  il  luogo, 
capo  dell'  Ordine  de'  templari  di 
Portogallo;  e  quando  accadde  il 
trasferimento  regnava  Ferdinando. 
In  progresso  di  tempo  il  patrimo- 
nio dell'  Ordine  molto  si  aiunenlò, 
e  le  sue  commende  divennero  assai 
numerose,  colla  giurisdizione  su  ven- 
tuna  terre,  con  quasi  duecentomila 
•scudi  di  rendite,  oltre  a  tutte  le 
decime  delle  conquiste,  che  appar- 
tenevano al  gran  maestro.  Però 
nessun  cavaliere  poteva  oltenei-e  al- 
cuna commenda,  prima  che  per  tre 
anni  continui  non  avesse  combattu- 
to contro  gl'infedeli.  I  re  di  Por- 
togallo furono  quelli,  che  principal- 
mente concessero  all'Ordine  de' pin- 
gui beni  per  mantenerne  il  lustro, 
e  pel  suo  ulteriore  progrosso. 

Per  più  di  un  secolo  si  sosten- 
nero i  suddetti  regolamenti  nella  lo- 
ro integrità  in  forza  della  Saviezza 
delle  prescrizioni,  ma  accrescendosi 
appunto  le  commende,  e  dilatan- 
dosi l'Ordine  pev  fino  in  Salerno, 
Urbino,  Assisi,  Todi,  Anagni  ec,  ove 
si  fondarono  pingui  commende,  ven- 
ne il  bisogno  di  cambiamenti,  e  ri- 
forme. In  fatti  verso  l'anno  i43o 
cominciarono  ad  insorgere  gravi 
vertenze  giurisdizionali ,  tanto  fra 
il  gran  maestro  e  i  cavalieri  gra- 
duati, quanto  fra  quelli  di  egual 
dignità,  i  quali  erano  in  rapporto 
per  l'unione  di  costituzioni,  e  pri- 
vilegi. Accrescendosi  i  dissapori,  vi 
accorse  il   Pontefice  Eugenio  IV  a 


CRT 
reprimerli,  essendo  allora  l'ottavo 
gran  maestro  l'infante  d.  Enrico, 
fratello  di  Edoardo  III  re  di  Por- 
togallo. Il  Papa  con  sua  bolla  li- 
mitò la  giurisdizione  dei  visitatori 
della  religione  militare  di  Cristo 
nelle  persone  degli  abbati  d'Alco- 
baca,  richiamando  a  sé,  ed  alla  Se- 
de apostolica  non  pochi  dei  rego- 
lamenti per  lo  innanzi  vigenti,  au- 
torizzando i  cavalieri  a'  riscuo- 
tere le  decime  nelle  terre  con- 
quistate, e  in  quelle  che  in  Aitu- 
ro  avrebbono  preso  a'  maomettani 
mori:  e  siccome  il  re  Edoardo  111 
nel  1433  avea  doiiato  all'Oidine 
lo  terre  conquistale  pel  Portogallo 
nell'Africa,  con  sovranità  assoluta, 
ciò  volle  confermare  Eugenio  IV. 
Sotto  il  re  Alfonso  V,  il  Papa  Ca- 
listo III,  nel  1455,  decorò  l'Or- 
dine di  alcuna  parte  della  giuris- 
dizione spirituale,  e  di  molli  pri- 
vilegi, fra'quali  allogasi  la  nomina 
de'benefizi  posti  nelle  terre  spet- 
tanti al  medesimo.  Indi  il  gran 
maestro  Emmanuello,  poi  re  di  Por- 
togallo nel  149'*  col  nome  di  Emma- 
nuello I,  ampliò  l'Ordine,  dando  ai 
cavalieri  molte  commende  ,  nelle 
Provincie  di  oriente  conquistate  col- 
l'aiuto  del  loro  valore,  e  tre  nelle 
Indie  portoghesi,  le  quali  vennero 
unite  alla  casa  di  commercio  da 
lui  formata  pel  mantenimento  dei 
cavalieii.  Radunò  nel  suo  maeslra- 
to  molti  capitoli  generali,  e  per 
tal  modo  tolse  dall'Ordine  non  po- 
chi abusi  introdotti ,  e  prevenne 
quelli,  che  in  seguito  potessero  in- 
sorgere. 

Dipoi  il  Pontefice  Alessandio 
VI,  con  bolla  de'20  giugno  del 
1499  ridusse  a  voti  semplici  i  sud- 
detti voti  sostanziali,  da  cui  tutti  i 
cavalieri  professi  andavano  vincolati, 
li  dispensò  dalla  religiosa    povertà, 


CRI 
colla  condizione,  che  dessero  il  terzo 
delle  rendite  annuali  d'ogni  com- 
menda, per  la  edificazione  del  con- 
vento di  Thomar,  ed  anche  conce- 
dette ad  essi,  che  potessero  ammo- 
gliarsi. Giidio  II  approvò  tali  con- 
cessioni, senza  che  l'Ordine  cessasse 
di  essere  una  vera  religione.  In  se- 
guito Leone  X,  e  di  poi  Paolo  III 
non  solo  confermarono  la  riduzio- 
ne dei  voti  sostanziali  a  voti  sem- 
plici fatta  dai  loro  predecessori,  ma 
prescrissero  eziandio  la  riforma  dei 
primitivi  statuti  dell'Ordine.  Tutto- 
ciò  per  altro  non  sarebbe  bastato 
a  produrre  il  bramato  eifetto,  se 
la  santa  Sede  non  avesse  preso  il 
partito  di  farsi  nell'Ordine  stesso 
rappresentare,  non  più  dal  di  lui 
gran  maestro  pro-tempore^  ma  ben- 
sì da  un  amministratore,  a  tale  ef- 
fetto dai  Papi  espressamente  depu- 
tato. Questa  scelta  cominciò  fin  dal 
principio  a  cadere  o  sopra  i  sovra- 
ni stessi  del  Portogallo,  o  sopra 
qualcuno  de'loro  figli.  Adriano  VI, 
nel  iSii,  deputò  il  re  Giovanni 
IH,  e  Giulio  III  nel  i55o  lo  con- 
feimò  in  perpetuo  amministratore 
per  la  Sede  apostolica,  dell'Ordine, 
sue  possidenze  e  commende,  col  go- 
verno spirituale  della  provincia  di 
Thomar,  per  mezzo  di  vm  eccle- 
siastico, il  quale  pretese  il  titolo  di 
prelato  della  giurisdizione  quasi 
vescovile  di  Thoviar^  e  di  tutti  i 
castelli,  e  terre  aderenti  all' Ordine 
militare  di  Cristo. 

I  Pontefici  s.  Pio  V,  Gregorio 
XIII  ed  altri  osservarono  lo  stesso 
metodo,  essendo  però  il  priore  del 
convento  di  Thomar  prefetto  ge- 
nerale dell'Ordine,  che  aveva  pure 
due  altri  conventi  ;  né  va  taciuto, 
che  quando  moriva  il  gran  maestro, 
se  ne  eleggeva  il  successore  dai 
tredici  cavalieri  più  degni.  Ciò  eb- 


CRI  2i3 

be  luogo  finche  i  re  di  Portogallo 
furono  dichiarati  amministratori 
perpetui,  ed  investiti  della  suprema 
dignità  dell'Ordine.  Tali  pontificie 
deputazioni  sempre  furono  conferite 
coir  autorità  di  brevi  apostolici,  co- 
me lo  furono  i  due  di  s.  Pio  V, 
ingiungendo  con  uno  che  niuno  po- 
tesse godere  rendite  dell'Ordine,  se 
non  fosse  cavaliere  professo,  e  se 
non  portasse  il  suo  distintivo  ;  pre- 
scrivendo con  l'altro  il  metodo  da 
tenersi  nella  formazione  delle  com- 
mende. Si  deve  notare,  che  queste 
deputazioni  dei  re  di  Portogallo  in 
amministratori  perpetui  per  la  Se- 
de apostolica,  furono  sino  dal  prin- 
cipio strettamente  vincolate  dall'ob- 
bligo  di  im  formale  giuramento  di 
fedeltà  ed  ubbidienza  al  sommo 
Pontefice  ed  alla  B.omana  Chiesa, 
che  ogni  nuovo  amministratore 
prestar  doveva  come  tale,  e  fir- 
marlo di  proprio  pugno,  prima  di 
esercitare  la  giurisdizione.  La  for- 
mola  del  giuramento  si  trova  negli 
Statuti  dell'  Ordine  militare,  par- 
te I,  tit.  5,  riportata  dal  Torel- 
li, armentarium  historico-legale  sect. 
4,  del  discorso  i23:  «  Sicuti  ma- 
»  gister  obstringebatur  pi'aestare  ju- 
M  ramentum  fidelitatis  sanctae  Se- 
M  di  apostolicae  ;  ita  pari  modo 
»  tenentur  reges,  gubernatores.  Cau- 
"  tum  proinde  est  in  statuto  or- 
»  dinis,  part.  I,  tit.  5,  quod,  vacan- 
«  te  magisterio  ordinis,  in  memo- 
"  riam  revocetur  novo  gubernato- 
»  ri ,  et  administratori  perpetuo 
"  praedicta  obligatio  emittendi  ju- 
«  ramentum  fidelitatis  summo 
'•'  Pontifici^  ac  Ecclesiae  romanae 
»  in  manibus  prioris  conventus  de 
»  Thomar,  aut  illius,  qui  locum 
'>  ejusdem  tenuerit ,  praesentibus 
«  definitoribus  oi'dinis  etc,  et  sine 
"   tali  praeccdente    juramento    ma- 


ai4  CRI 

gister,  et     gubernatores     nullam 

■)   poterunt  jurisdictionetn  exercere. 

»   En  formula   jur amenti:    Ego  N. 

'  lex  Portugalliae  ,  et  Algarbiae 
etc,  uti  gubernator,  et  perpetuus 
administi'atoi"  equestris  ordinis 
mililaiis  Domini  Nostri  Jesu  Chii- 

'   sii,  promitto  obedientiam  Domino 

>  Nostro  Papae  N.  ejusque  succes- 
»  soribus  canonica  electis,  et    obe- 

dire  promitto  ejiis  chartis,  et 
mandatis ,  uti  filius  obediens 
sanctae    matris   Ecclesiae,   atque 

>  etiam  juro  supei*  sanctis  evange- 

>  liis,  quae  meis  manibus  tango, 
»  me  faclurum,  et  cooperaturum  in 
'  quantum  possum  rebus  subtus 
»   declaratis  ". 

Dal  Dizionario  storico  degli  or- 
dini religiosi,  militari  ed  equestri,  ab- 
biamo, che  l'Ordine  componesi  di 
commendatori,  di  gran  croci,  e  di 
semplici  cavalieri,  non  che  di  sa- 
cerdoti residenti  nella  casa  o  con- 
vento di  Thomar  ;  che  portano  l'a- 
bito monacale  nel  reame  di  Por- 
togallo, ma  se  il  re  li  manda  fuo- 
ri de'  suoi  stati  possono  i  sacerdoti 
portare  un  abito  clericale  con  isca- 
pulare  ;  che  in  Thomar  è  il  solo 
convento  in  cui  si  possa  fare  la 
professione ,  convento  immediata- 
mente soggetto  al  re;  che  in  questa 
casa ,  e  nel  collegio  di  Coimbra,  che 
serve  di  seminario,  i  sacerdoti  del- 
l'Ordine fanno  vita  comune;  che  vi 
hanno  in  Italia  de' cavalieri  dell'Or- 
dine di  Cristo,  i  quali  però  non 
possono  aspirare  alle  commende  del 
Portogallo,  né  sono  tenuti  a  far 
prove  di  nobiltà,  dichiarandosi  per 
breve  pontificio.  Secondo  il  Bonanni, 
Catalogo  degli  Ordini  equestri  ec,  p. 
LVI,  a  questi  cavalieri  fu  essegnata 
per  distintivo  una  croce  rossa^  cir- 
condata di  oro,  con  altra  bianca  in 
mezzo  di  essa  incastrata.   La    veste 


cni 

da  essi  usata  nelle  funzioni  capitola- 
ri è  un'ampia  cappa  di  lana  bian- 
ca, legata  al  collo  con  due  cordo- 
ni bianchi,  e  la  croce  descritta  pen- 
de al  loro  petto.  Dice  il  Giustiniani, 
Hist.  degli  Ordini  equestri,  pag.  5  35, 
che  i  sacerdoti  e  chierici  dell'Ordi- 
ne del  convento  di  Thomar,  in 
Portogallo  furono  chiamati  Frades 
de  Thomar  ;  e  che  nelle  guerre, 
portavano  nello  stendardo  la  cro- 
ce dell'Ordine,  e  dall'altra  parte, 
l'arma  di  Portogallo.  Qui  però  no- 
teremo, che  quando  il  re  Giovan- 
ni III,  nel  i53o,  ridusse  l'osser- 
vanza della  regola  monastica  nel 
convento  di  Thomar,  ivi  erano  i 
Freires,  cioè  i  frati,  che  vivevano 
conventualmente.  Il  re  si  servì  nel- 
la riforma  del  p.  fr.  Antonio  Mo- 
niz  da  Silva,  religioso  dell'Oidine 
di  s.  Girolamo.  In  quanto  poi  alla 
bandiera  dell'  Ordine,  è  a  sapeisi, 
che  ne'  luoghi  pubblici  ,  e  in  tem- 
po di  guerra  per  maggior  autorità 
usavano  la  bandiera,  o  stendardo 
bianco  di  forma  quadra  con  croce 
vermiglia,  la  quale  conservasi  in 
Thomar  nella   chiesa  dell'Ordine. 

Ci  siamo  alquanto  diffusi  nelle 
notizie  di  questo  cospicuo,  e  nobi- 
lissimo Ordine  religioso  ed  eque- 
stre, per  togliere  possibilmente  l'er- 
rore in  cui  caddero  gravi  autori 
nel  distinguere  due  Ordini  di  Cri- 
sto :  Ordine  di  Cristo  di  Portogal- 
lo, ed   Ordine  di  Cristo    Pontificio. 

Questi  autori  scrivono ,  che  il 
Papa  Giovanni  XXII  ne  istituì 
due  separati,  uno  pel  Portogallo, 
l'altro  per  l' Italia,  e  quest'  ultimo 
coir  insegna  di  una  croce  rossa  or- 
lata d'  oro,  la  cui  forma  è  riporta- 
ta dal  Bonanni  citato  a  pag.  i52  , 
i  cavalieri  del  quale  non  dovevano 
provar  la  nobiltà  come  i  portoghe- 
si,   eletti    con   breve    pontificio    ad 


CRI 
arlitrio  del  Papa,  senza  gran  mae- 
stro, e  senza  abito  particolare.  Il 
Eonannr  ci  dà  la  figura  a  pag.  LVII 
di  un  cavaliere  vestito  con  abito 
nero  da  città.  Quindi  il  nominato 
Giustiniani,  a  pag.  347,  oltre  la 
forma  della  croce  de'  cavalieri  di 
Cesh  Cristo  d'Italia,  dice  che  l'Or- 
dine venne  istituito  da  Giovanni 
XXII,  e  nel  i6o5  restaurato  da 
Paolo  V,  con  croce  non  molto  dif- 
ferente dalla  portoghese,  ma  colla 
regola  di  s.  Agostino.  I  Pontefici  so- 
levano conferirlo  anticamente  a  per- 
sone benemerite,  ed  a  qualche  di- 
stinto gentiluomo,  o  maestro  di  ca- 
mera dei  Cardinali.  Al  presente  lo 
conleriscono  con   molta   riserva. 

Da  quanto  abbiamo  detto  più 
sopra,  sembra  potersi  stalli  li  re,  che 
Dionisio  re  di  Portogallo  istituì 
l' Ordine  religioso  ed  equestre  di 
Cristo,  che  l'approvò  il  Pontefice 
Giovanni  XXII,  e  ch'egli  non  mai 
fondò  altro  consimile  Ordine.  Per- 
tanto l'Ordine  di  Cristo,  che  i  ro- 
mani Pontefici,  come  capi  di  tutti  gli 
Ordini  religiosi,  e  pel  diritto  che  su 
di  esso  si  sono  riserbati  per  singolare 
distinzione  ed  onorificenza,  concedo- 
no a  particolai'i  e  benemeriti  perso- 
naggi, è  quel  medesimo  istituito  dal 
re  Dionisio,  confermato  da  Giovanni 
XXII,  il  quale  ne  assegnò  la  sede  in 
Portogallo  per  richiesta  del  re  Dio- 
nisio fondatore,  e  della  sua  consorte 
la  regina  s.  Elisabetta,  come  ampia- 
mente rilevasi  dai  rispettivi  brevi 
apostolici  di  concessione.  Da  questi 
comparisce  non  già  comevm  Ordine 
volante,  di  mera  o  nuda  apparen- 
za, ma  ben,sì  la  vera  religione^ mi- 
litare dell'Ordine  di  Cristo,  locchè 
fii  prova  inoltre  dalle  circostanze  del- 
la fondazione,  ricordate  anche  nel- 
le lettere  apostoliche  dirette  dai 
Papi  ai  re  portoghesi  amministratori 


CRT  2i5 

dell'Ordine.  Risulta  |K)Ì  da  diversi 
decreti  della  congregazione  dell'im- 
munità, che  gì'  individui  annove- 
rati dai  Papi  nel  numero  dei  ca- 
valieri di  Cristo,  non  abbisognano 
dell'assenso  dei  re  di  Portogallo  per 
godere  legittimamente  i  privilegi, 
i  quali  tutti  si  partecipano  emet- 
tendo la  professione.  Ma  di  tutto 
con  forza  di  ragioni  ed  eguale  eru- 
dizione, tratta  l'opuscolo  pubblicato 
a  Bologna  nel  1820  nella  tipogra- 
fia di  Giacomo  Marsigli,  che  porta 
per  titolo:  Animadversioni  siiW  in.' 
dito  Ordine  militare  di  Cristo,  di 
cui  si  crede  autore  il  cavaliere  del 
medesimo,  Giacomo  Wan-Pvoy  For- 
micini.  Questi  anzi  pretende  di 
confutare  l' impropia  denominazio- 
ne di  Ordine  di  Cristo  di  Porto- 
gallo, e  di  Ordine  di  Cristo  Pon- 
tificio, e  dice  doveisi  chiamare  sol- 
tanto Ordine  di  Cristo,  o  della  mi- 
lizia di  Cristo.  Le  costituzioni  del- 
l'Ordine in  lingua  portoghese  ven- 
nero pubblicate  da  Damiano,  prio- 
re del  convento  di  Thomar,  e  pre- 
fetto generale  dell'Ordine.  Gli  sta- 
tuti portano  per  loro  epigrafe  : 
Gloriari  oportet  in  Cruce  Domini 
Nostri  Jesu    Christi. 

Non  si  rileva  né  dalla  bolla  di 
Giovanni  XXII,  né  da  altra  me- 
moria, qual  fosse  l'abito  primitivo 
dei  cavalieri  dell'Ordine  ;  siccome 
però  quel  Pontefice  volle,  che  si 
servissero  delle  costituzioni  dell'Or- 
dine di  Calatrava,  è  cosa  naturale, 
che  anche  in  questo  punto  se  ne 
servissero.  L' insegna  essenziale  di 
quella  religione  era  uno  scapolare 
bianco.  In  appresso,  coU'esempio  de- 
gli Ordini  antichi,  usarono  una  cro- 
ce rossa  sojira  bianco,  fino  dall'an- 
no i33o,  ed  il  re  Emmanueie  nel 
capitolo,  che  fece  celebrare  a  Tho- 
mar nel    1 5o3,  le  ha  dato    la  for- 


2i(i  CRI 

ma,  che  in  oggi  si  pratica,  e  clie 
riporteremo  per  ultimo.  Ho  ve- 
duto due  figure  di  cavalieri  del- 
l'Ordine diligentemente  rappresen- 
tati, cioè  un  secolare,  ed  un  eccle- 
siastico ;  il  primo  ha  sotto-abito 
turchino  coi  calzoni  corti  e  ricami 
d'oro  sì  a  questi,  che  all'abito,  spa- 
da al  fianco,  cappello  nero  con 
falda  alzata  nel  davanti,  con  penne 
bianche  e  nere,  e  coccarda,  manto 
bianco  con  croce  sul  lato  sinistro, 
mentre  due  altre  croci  una  pen- 
dente dal  collo,  e  l'altra  ferma  dal- 
la parte  sinistra  dell'abito  formano 
le  sue  insegne.  L'ecclesiastico  ha  il 
capo  coperto  cqn  berretta  nera  cle- 
ricale, sottana  di  color  paonazzo, 
pazienza  o  scapolare  nero  corto  con 
la  croce,  mentre  un'altra  ne  pende 
dal  collo  :  il  manto  bianco  ricopre 
tutta  la  persona.  Questi  sono  gli 
abiti  de' cavalieri  professi,  ecclesia- 
stici, e  secolari  ;  il  seguente  è  quel- 
lo usato  dai  cavalieri  non  professi 
nominati  dal  Papa,  abito  di  cui 
non  si  ha  legale,  e  pontificia  con- 
cessione. 

L'  uniforme  di  tal  decorazione  è 
di  scarlatto  ponsò;  le  mostre  del 
petto,  del  collo,  e  de'paramani  so- 
no di  panno  bianco,  con  ricchi  ri- 
cami d'oro;  e  bianche  pur  sono  le 
mostrine  delle  falde,  con  quattro 
slellelle  ricamate  in  oro  all'estre- 
mità. Le  spalline  a  granoni  d'oro, 
sono  conformi  a  quelle  che  usa- 
no i  Camerieri  segreti  di  spa- 
da, e  cappa  del  Papa  (Fedi), 
quando  si  vestono  colf  uniforme. 
Il  cappello  è  con  piuma  bianca  at- 
torno, guarnito  di  cappio  a  grano- 
ni d'oro,  e  fiocchi  pure  di  oro  al- 
l'estremità. I  calzoni  bianchi  di 
panno  sono  ornati  di  striscie  d'o- 
ro alle  cuciture  di  fianco;  e  la  spa- 
da   ha  il  manico  d'  oro    con    ma- 


CIU 
dreperla  ,  guarnita  con  fiocc:o  a 
granoni  d'oro.  Al  collo  8Ì  por- 
ta una  fettuccia  di  seta  ponsò, 
da  cui  pende  al  mezzo  la  croce 
dell'Ordine,  ui  forma  meno  piccola, 
sopra  la  quale  avvi  la  corona  rea- 
le d'oro,  e  se  il  decorato  è  milita- 
re, è  sovrastata  da  emblemi,  e  tro- 
fei militari.  La  croce  è  smaltata 
d'un  rosso  quasi  sanguigno ,  nel 
me7zo  del  quale  tiionfa  a  smalto 
bianco  altra  croce  di  forma  più 
piccola.  Inoltre  i  cavalieri  portano 
una  placca  nella  parie  sinistra  del 
petto,  avente  nel  mezzo  ima  croce 
a  smalto  rosso,  ed  altra  bianca  in- 
terna, come  di  sopra  si  è  detto.  11 
colore  rosso  si  della  decorazione, 
che  dell'uniforme,  indica  il  pre- 
zioso sangue  sparso  a  nostra  sal- 
vezza da  (iesìi  Cristo,  e  il  bianco 
esprime  l'innocenza  dell'Agnello  im- 
macolato. In  fatti,  come  si  dice  al- 
l'aiticolo  Croce  (Fedi) ,  solevasi 
nella  primitiva  Chiesa  effigiare  a 
pie  della  croce  un  agnello  giacente, 
per  cui  s.  Paolo  vescovo  di  Nola, 
nella  let.  12,  che  scrisse  a  Sulpi- 
zio  Severo,  dice  :  Sub  cruce  sangui- 
nea, niveo  stai   Christus  in  /dgno. 

Non  riuscirà  discaro,  che  qui  ap- 
presso riportiamo  la  modula  del 
diploma,  il  quale  si  spedisce  con 
breve  apostolico  dalla  segreteria  dei 
brevi  Pontificii  per  ordine  del  Pa- 
pa in  favore  di  quello,  che  viene 
creato  cavaliere  deUOrdine  di  Cri- 
sto, nel  quale  si  descrivono  l' abito, 
la  croce,  e  la  solennità  onde  l'uno, 
e  l'altra  gli  vengono  conferiti.  Dopo 
l'esordio,  l'esposizione  de' meriti,  e 
la  consueta  assoluzione  dalle  censu- 
re, il  breve  apostolico  è  concepito 
nel  seguente  tenore: 

»  Te  militiae  Jesu  Christi  Equi- 
>j  tem  legimus ,  eique  te  ordini 
w  splendidissimo  auctoritale  aposto- 


CRI 

>j  lica  infeiimus.  Proprium  vero 
»  hominiim  illius  ordinis  liabitura 
"  accipies  a  tuo  episcopo,  vel  a  quo 
»  libi  libitum  alio  calholico  aiili- 
»3  stite  sacrorum  comunione  cum 
•'  cathedra  romana  juncto  (  in  id 
»  enim  facultatem  illis  opportunam 
>i  tribuimus  )  accitis  adstantibus- 
"  qua,  prò  libito  pariter  a  te  de- 
"  leclis,  duobus,  aut  saltem  uno  ex 
»  eqviilibus  militiae  Christi ,  aut 
»  militiae  altexnus,  si  nerao  praesto 
"  esse  poterit  equitum  ordinis  in 
«  qucm  adlegeris.  Corani  ilio  au- 
"  tem  antistite,  a  quo  honorifìcam 
■'  Testem  acceperis,  statini,  aut  fa- 
>'  ciò  temporis  intervallo,  conceptis 
"  verbis  ea  profltebere,  quae  conti- 
"  nentur  formula  profiteiitibus  mi- 
"  litiam  Jesu  Christi  praescripta. 
-•'  Quae  postquam  fueris  exequiitus, 
"  te  compotem  fieri  volumus  ju- 
"  rium,  privilegiorum ,  immunita- 
"  tum  omnium  ac  singularum,  quae- 
»  cumque  datae  ac  tributae  sunt 
»  militiae  Jesu  Christi  aliis  militi- 
"  bus,  etiam  qui  illius  vestes  a  Lusita- 
"  niae  rege  acceperint,  cui  perpeluam 
>'  ordinis  administrationeni  apo- 
»  stolica  sedes  indulsit.  Haec  libi 
»  concediraus,  et  inipertimur  non 
"  obstantibus,  ..."  Qui  seguita- 
no  le  solite  deroghe. 

L' insegna  de'  cavalieri  decorati 
dal  re  di  Portogallo,  consiste  in  una 
croce  latina  di  colore  rosso,  e  le 
quattro  punte  terminano  in  forma 
di  trapezio.  Una  croce  bianca  più 
stretta  si  sovrappone  alla  rossa  sen- 
za alcuna  base  nella  sua  estremità. 
Questa  insegna  si  deve  portare  al 
collo  pendente  da  un  nastro  di  se- 
ta rossa  ponsò  larga  circa  tre  dita, 
passando  per  un  semplice  anello 
d'oro,  il  quale  serve  per  infilare  il 
nastro,  che  sospende  la  croce.  Sic- 
come   era    necessario    distinguere   i 


CPtI  217 

semplici  cavalieri  dai  cavalieri  com- 
mendatori, si  diede  a  questi  ultimi 
in  tempo  della  regina  Maria  I  una 
placca,  che  si  porta  nell'abito  dalla 
parte  sinistra,  aggiungendovi  il  sa- 
cro cuore  di  Gesù  con  una  corona 
di  spine ,  ed  una  crocetta  nell'alto 
della  placca  suddetta.  Questi  stessi 
emblemi  si  mettono  nella  croce  del 
collo.  Verso  il  fine  del  secolo  pas- 
sato s' istituì  un  nuovo  grado  di 
cavalieri,  cioè  di  gran  croce,  i  quali 
sono  i  più  distinti,  e  porlano  una 
medaglia  colla  croce  rossa,  sospesa 
a  tracollo  di  una  fascia  rossa  dalla 
dritta  alla  sinistra.  La  placca  di  essi 
è  eguale  a  quella  de'commendatori. 
Tutti  i  cavalieri  usano  nelle  fun- 
zioni, in  quella  del  sagro  cuore  di 
Gesù  (nella  quale -però  non  hanno 
posto  i  semplici  cavalieri),  e  nella 
processione  del  Corpus  Domini,  di 
un  manto  di  crespo  bianco,  lungo, 
e  legato  al  collo  con  fiocchi  di  seta 
del  medesimo  colore,  e  di  una  plac- 
ca ricamata  nella  parte  sinistra 
dello  stesso  manto  di  una  grandez- 
za più  del  doppio  di  quella,  che 
suole  portare  nell'  abito.  Questo 
manto  si  avvolge  intorno  alla  cin- 
tura del  cavaliere  con  altri  fiocchi 
pendenti  da  un  lato.  I  semplici  ca- 
valieri, invece  della  placca  ricamata, 
devono  avere  una  croce  grande. 

Dopo  il  gran  maestro,  1'  Ordine 
in  Portogallo  ha  per  dignitarii,  il 
priore,  il  commendatore  maggiore, 
il  claveiro  ossia  mazziere,  il  secre- 
tario  maggiore^  e  gli  alfieri.  I  gran 
maestri  avevano  il  privilegio  di  far- 
si precedere  negli  atti  pubblici  dal 
commendatore  maggiore  con  uno 
stocco  in  mano  accostato  agli  ome- 
ri, prendendolo  per  la  punta,  e  con 
le  guainizioni  verso  le  spalle.  Il 
priore  nelle  pubbliche  adunanze, 
funzioni;  e  luoghi  pubblici  ha  il  suo 


ai8  CRI 

posto  a  dritta,  e  gode  privilegi  ve- 
scovili, rome  si  accennò  di  sopra  ; 
ora  però  la  giurisdizione  è  più  li- 
mitata. 1  gran  maestri,  lìnchè  que- 
sto cospicuo  Ordine  fu  unito  alia 
corona  di  l'ortogallo,  furono  i  se- 
guenti dodici  personaggi.  Quindi 
investiti  i  re  di  tal  dignità,  si  fece- 
ro un  pregio  di  vestirne  le  inse- 
gne. 

I.  D.  Gii,  o  Fgìdio  Martmcs,  il 
quale  incominciò  a  goveinare  l'Or- 
dine nel  iSip,  con  ammirabile  pie- 
tà, corrispondendo  alla  stima  che 
ne  avea  concepita  il  re  Dionisio. 
Jliuni  il  capitolo  generale,  che  fu  il 
primo  di  questo  Ordine  nella  città 
<li  Lisbona,  nelle  case,  le  quali  pri- 
ma appartenevnno  ai  templari,  e 
chiamansi  scuole  generali.  Morì  ai 
i3  novembre  i32r,  e  fu  sepolto 
in  Thomar  nella  chiesa  di  s.  Maria 
detta  dos  Olivaes. 

II.  D.  Giovanni  Lorenzo,  uomo 
<li  molto  merito,  celebrò  due  volte 
il  capitolo  generale ,  e  determinò 
cose  assai  utili  per  l'Ordine,  che 
governò  cinque  anni. 

III.  D.  Martino  Goncah'es,  uo- 
mo dotato  di  bontà,  e  di  egregie 
qualità.  Egli  procurò  all'Ordine  di 
fà'isto  la  comunicazione  dei  privi- 
legi dell'Ordine  teutonico.  Il  re 
Alfonso  IV  lo  ebbe  in  singolare  esti- 
riazione,  chiamandolo  in  un  diplo- 
ma, in  cui  concedeva  un  privde- 
gio  all'Ordine,  vìagnijico,  strenuo 
e  potente  cavaliere.  Governò  anni 
otto,  e  morì  nel    i335. 

IV.  D.  Stefano  Gonralvei,  fra- 
tello dell'antecedente,  fu  flagello  dei 
maomettani  ,  aumentò  le  rendite 
dell'Ordine,  massime  con  ciò  ch'era 
dei  templari,  governò  anni  nove,  e 
morì  nel  i344- 

V.  Rodrigo  Ànnes,  gran  cava- 
liere valoroso  stimato    dal    re    AI- 


CRI 

fonso  IV.  Rinunziò  dopo  avere  go- 
vernato l'Ordine  dodici   anni. 

VI.  D.  Nuno  Rodriguez,  uomo 
di  prosapia  illustre.  Sotto  il  suo 
magistero  l'Ordine  da  Castro  ]Ma- 
rin  venne  trasferito  a  Thomar,  do- 
v'egli  celebrò  il  primo  capitolo  ge- 
nerale di  Thomar,  cui  presiedette 
l'abbate  di  Alcobaca,  allora  visita- 
tore perpetuo  dell'Ordine.  Governò 
per  anni  quindici. 

VII.  D.  Lopo  Diax  de  Sottza^ 
nipote  della  regina  Eleonora  de 
Meneses.  Così  è  chiamata  da  fr. 
Girolamo  Roman,  e  dall'autore  dello 
Scudo  degli  Ordini  militari.  Il  p. 
d.  Luigi  da  Lima  nella  Geograf. 
storica  t.  I,  p.  532,  gli  dà  il  nome 
di  d.  Diego  Lopez  de  Souza.  Il 
Pontefice  Bonifacio  IX  però  fioii 
volle  confermarlo,  attesa  la  sua  te- 
nera età,  e  così  ne  vpime  affidato 
il  governo  per  lo  spazio  di  anni 
tredici,  ad  un  amministratore  par- 
ticolare. Poiché  il  detto  d.  Lopo 
ebbe  compiti  gli  anni  35,  fu  con- 
fermato nella  sua  carica,  governan- 
do per  anni  venti  con  ri[)iitazione 
di  gran  valore.  Morì  nella  villa 
Covilhoa  nel  i4i8,  ed  il  suo  ca- 
davere fu  trasportato  nel  convento 
di  Thomar,  ed  ivi  sepolto. 

VIII.  Uinfante  d.  Jrrigo,  figlio 
del  i-e  Giovatnii  1.  Le  geste  di  lui 
furono  preclare,  ed  il  suo  nome 
risuona  glorioso  presso  l'inclita  na- 
zione portoghese.  Gli  successero  nel 
magistero  i  seguenti  infanti,  o  figli 
d'infanti  di   Portogallo. 

IX.  Uinfante  d.  Ferdinando,  du- 
ca di  Viseu. 

X.  D.  Emmamtele  o  Diego,  figlio 
del  precedente  infante. 

XI.  D.  Emmamtele,  in  appresso 
re  di  Portogallo. 

XII.  D.  Giovanni  ITf,  re  di  Por- 
togallo. 


CRI 

Elenco    rJci    dieci  capitoli    generali 
dell'  Ordine  di    Cristo. 

I.  Nel  i32i,  celebrato  in  Lisbona 
sotto  il  magistero  di  d.   Gii. 

II.  Nel  i326,  tenuto  in  Thotnar, 
essendo  gran  maestro  d.  Gio. 
Lorptizo. 

Ilf.  ÌNei  i3i6,  celebrato  in  Lis- 
bona. 

IV.  Nel  iSya,  adunato  in  Tho- 
mar  da   d.  Nuno  Rodriguez. 

V.  Tenuto  in  Thomar  dall'infante 
d.  Arrigo. 

VI.  Nel  1492,  celebralo  dal  re  Em- 
niannele. 

VII.  Nel  iyo3,  tenuto  dal  re  so- 
praddetto. 

Vili.  Nel  \5i3,  fu  convocato  dal 
re  Giovanni. 

IX.  Nel  i538  adunossi  in  Lisbona 
nell'ospedale  d  Ognissanti,  gover- 
nando l'Ordine  il  re  Sebastia- 
no: in  qualità  di  presidente,  se- 
dette d.  fr.  Vincenzo  priore  di 
Thomar. 

X.  Nel  iSyS  si  tenne  in  Santarem 
coll'intervento  dello  stesso  re  Se- 
bastiano. 

Oltre  gli  autori  succitati,  fa  la 
storia  di  questo  Ordine  il  p.  Gio. 
Battista  de  Castro,  beneficiato  del- 
la basilica  patriarcale  di  Lisbona 
nellci  stia  Mappa  di  Portogallo,  nel 
t.  Ilj  parte  3,  e  4»  della  seconda 
edizione,  stampata  in  Lisbona  nel 
1763,  dal  quale  autore  si  è  trat- 
to gran  parte  di  questo  articolo. 
Nel  Cocquelines  poi  si  legge  la  bol- 
la di  Giovanni  XXII,  Bull.  Rom. 
CRISTO  [Ordini  equestri).  Altri 
Ordini  equestri  vi  furono  sotto  que- 
sta venerabile  denominazione,  oltre 
il  precedente  i  he  sussiste.  Questi  so- 
no :  quello  della  Concezione,  Ordine 
militare  ed  equestre,  o della  milizia 


CRT  219 

cristiana  (Vedi)j  quello  della  Pas- 
sione [Vedi),  o  cavalieri  di  Cristo 
e  della  Passione;  quello  di  Gesìi 
[Fedi),  o  cavalieri  della  milizia 
di  Gesù  in  Alemagna  j  quelli  di 
Gesù  Cristo  [Vedi),  o  cavalieri  di 
Gesù  Cristo,  di  s.  Domenico  e  di 
s.  Pietro  martire  ec.  Oltre  a  ciò 
nella  Livonia,  nel  i2o5,  il  vescovo 
di  Riga  Alberto  istituì  l' Ordine 
militare  di  Cristo  per  difendere  i 
novelli  cristiani,  che  si  convertiva- 
no dal  paganesimo,  contro  quelli 
che  li  perseguitavano ,  come  rile- 
vasi da  una  lettera  del  sommo 
Pontefice  Innocenzo  111,  il  quale 
ordinò  ima  crociata  per  reprimere 
i  pagani  persecutori  de'convertiti. 
I  cavalieri  portavano  per  insegna 
sopra  i  mantelli  una  spada,  con 
vma  croce  sovrapposta,  il  perchè 
vennero  appellati  anche,  frati  della 
spada,  come  narra  Longino,  nella 
sua  Hìsloria  Polon.  lib.  8. 

CRISTOFORO  (s.)  de  Avana. 
Città  con  residenza  vescovile  nel- 
r  America ,  il  cui  vescovo  è  suf- 
fraganeo  della  metropoli  di  s.  Gia- 
como de  Cuba  nelle  Indie  occiden- 
tali di  Spagna.  Dopo  l'ultimo  ve- 
scovo Gio.  Giuseppe  Diaz  de  Espa- 
da, della  diocesi  di  Calahorra,  che 
Pio  VI!  avea  dato  a  questa  sede 
agli  II  agosto  1800,  n'è  ammini- 
stratore apostolico  r  arcivescovo  di 
Guatimala,  per  disposizione  del  re- 
gnante Gregorio  XVI.  V.  Avana, 
ove  si  parla  di  questa  città,  e  seg- 
gio episcopale. 

CRISTOFORO  (s.)  de  Laguna 
nell'isola  Tenerijfa  (  S.  Cristoplioii 
de  Laguna  ).  Città  con  residenza 
vescovile  nell'  Africa ,  bella  città 
dell'isola  di  Teneriffa,  che  è  la  piti 
vasta  dell'  isole  Canarie ,  e  viene 
anche  chiamatn  S.  Cristoval  de  La- 
guna   neir  occMuo  Atlantico.   Sorge 


2'jo  CRI 

questa  città  sulla  costa  nord-esl,  e 
sulla  strada  dell'Orotava,  in  mezzo 
ad  una  estesa  e  fertile  pianura,  po- 
sta sopra  un'eminenza  a  sessanta- 
quattro tese  al  di  sopra  del  mare, 
circondata  tutto  all'intorno  da  ame- 
ni giardini,  e  dominata  da  ima 
collina  piantata  di  lauri,  mirti  ed 
arboscelli.  Le  case  sono  antichissime, 
e  solidamente  costrutte.  Evvi  an- 
cora una  bella  piazza  ben  fabbri- 
cata. Ha  molte  fontane,  le  cui  acque 
sono  condotte  dai  dintorni  col  mez- 
zo di  sotterranei  canali,  fatti  con 
tronchi  di  alberi  scavati,  e  soste- 
nuli  da  pali  piantati  in  terra.  Sic- 
come la  città  sta  dappresso  un  la- 
go di  acqua  dolce,  chiamato  in 
ispagnuolo  laguna,  perciò  ne  pre- 
se il  nome.  Questa  città  fu  un 
tempo  la  capitale  dell'isola  di  Te- 
neritra,  ed  il  centro  del  commercio 
delle  Canarie,  ma  dopo  che  varie 
eruzioni  vulcaniche  distrussero  il 
porto  di  Guarachico,  perdette  del- 
la sua  opulenza,  e  la  sede  del  go- 
verno fu  trasferita  a  Santa  Croce. 
La  sede  vescovile  fu  fondata  dal 
Papa  Pio  VII,  che  la  dismembrò 
dalla  diocesi  di  Canaria  coU'auto- 
rità  della  bolla.  In  cathedra  illius 
cui  dixil  Christus.  data  il  primo 
febbraio  1818,  e  la  dichiarò  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Siviglia. 
Quindi  il  successore  di  lui  Leone 
XII,  nel  concistoro  de'27  settem- 
bre 1824,  ne  dichiarò  primo  ve- 
scovo monsignor  Luigi  Folgueras- 
y-Sion  della  diocesi  di  Oviedo  , 
che  tuttora  ne  governa  la  diocesi. 
La  cattedrale  è  dedicata  alla  Nati- 
vità di  Maria  vergine,  volgarmente 
detta  dei  rimedii,  sotto  l'invocazio- 
ne eziandio  dei  ss.  Ferdinando  ed 
Isabella^  ed  è  ini  conveniente  edi- 
lizio, avente  dappresso  l'episcopio. 
11    capitolo    componesi    di    sei   di- 


CRI 
gnità ,  la  prima  delle  quali  è  il 
decano,  con  quattordici  canonici, 
comprese  le  prebende  del  teologo, 
e  del  penitenziere,  con  dieci  por- 
zionari ,  ed  otto  beneficiati,  che 
fruiscono  la  metà  delle  prebende. 
La  cura  parrocchiale  della  cattedra- 
le, eh'  è  anche  fornita  del  battiste- 
rio,  è  affidata  al  capitolo,  che 
la  fa  amministrare  da  un  sacerdo- 
te vicario.  Nella  città  evvi  un'al- 
tra chiesa  parrocchiale,  dedicata  al- 
l'Immacolata Concezione  di  Maria 
vergine,  col  fonte  battesimale,  come 
ancora  vi  sono  tre  conventi  di  re- 
ligiosi, e  due  monisteri  di  monache, 
diverse  confraternite,  e  l'ospedale. 
Il  seminario,  e  il  monte  di  pietà 
secondo  la  bolla  di  erezione  dove- 
vano istituirsi.  La  mensa  ad  ogni 
nuovo  vescovo  è  tassata  ne'  libri 
della  cancelleria  apostolica  in  fiori- 
ni cinquanta. 

CRISTOFORO  (s.)  martire.  Quan- 
tunque non  sieno  concordi  quelli, 
che  scrissero  gli  atti  del  martirio  di 
questo  santo,  nondimeno  il  suo  nome 
ed  il  culto  sono  molto  celebri.  In 
oriente  con  gran  venerazione  si 
solennizza  la  di  lui  festa  li  9  mag- 
gio, e  in  occidente  li  25  luglio. 
Sulle  tele,  e  sui  marmi  viene  egli 
rappresentato  di  estrema  grandezza, 
ma  questo  non  è  in  fatto  che  alle- 
goria ,  per  dinotare  il  grande  a- 
more  che  portava  a  Gesù  Cristo. 
Fu  egli  nella  Licia  assoggettato  al 
martirio,  e  le  sue  spoglie  furono 
venerate  prima  a  Toledo,  ed  ora 
si  custodiscono  nella  badia  di  s. 
Dionigi  in  Francia.  In  tempo  di 
pestilenza  viene  egli  dai  fedeli  in- 
vocato qual  possente  intercessore. 

CRISTOFORO,  Papa  CXXII . 
Era  egli  romano,  figlio  di  Leone, 
e  di  basso  lignaggio.  Fatto  pre- 
te Cardinale  di  s.   Lorenzo  in  Da- 


CRI 
maso    invase    il    pontificato     ai     6 
dicembre    de!    QoS,    nel    momento 
della  canonica  elezione  di  Leone  V. 
Ria  non  occupò    la    sede    che   poco 
più  di  sei  mesi  ;   mentre    avendogli 
lesa    la   parìglia    il    suo    successore 
Sergio  III,  lo  cosliinse    ad    entrare 
in  un  monistero,  e    poscia    in    una 
prigione,  ove  morì  nel  mese  di  giu- 
gno 904,  e  fu  sepolto  nel  Vaticano. 
Sebbene  questo  Cristoforo,    invaso- 
re della   cattedra   apostolica,  da  al- 
cuni venne  tenuto  per  un  vero  an- 
tipapa, tutlavolta  gli  storici  lo  pon- 
gono nel   novero  de'  Pontefici ,  per 
le  ragioni     che    diciamo    all'  artico- 
lo Cronologia  lìt   Romani  Pontefici 
[Fedi),  trattando    di    que' pseudo- 
l'ontefìci,   che  prendono    nella  cro- 
nologia luogo  tra  i  legittimi,  e  ca- 
nonicamente   eletti.    Di    fatti ,    per 
conto  di  Crisfofoio,  qual  Papa,  per 
altro  invasore  della    Sede    del  pre- 
decessore, lo  descrivono,  e  ritengo- 
no Novaes,  Eleni,  della  vita  de'  Pon- 
tefici, t.  II,   p.    i58;  Sandini    Jltae 
Ponti/,  t.  11,  p.   36 1  ,  e  754;  Pia- 
tina.   Fife  de'  Ponte f  ci,    pag.    198. 
Anche  il  diligentissimo  storico  degli 
antipapi,  Lodovico  Agnello   Anasta- 
sio, ninna  menzione  fa  di  Cristoforo. 
CRISTOFORO,  Cardinale.    Cri- 
stoforo Cardinal  prete  di  s.    Vitale 
fu  al  concilio  tenuto  da  s.  Paolo    I 
nel   761. 

CRISTOFORO  Romano,  Cardi- 
nale. Cristoforo  Romano,  primicerio 
di  S.  R..  Chiesa,  fu  creato  Cardina- 
le prete  da  Sergio  III. 

CRISTOFORO  Cristoforo,  Car- 
dinale.   F.  Cristoforo  Papa. 

CRISTOMACHI.  Appellazione 
data  da  s.  Atanasio  a  tutti  quegli 
eretici,  i  quali  errarono  intorno 
alle  nature,  o  alla  persona  di  Gesù 
Cristo.  F.  s.  Athanas.  lib.  De  De- 
rret.   Synod.  Nicenae. 


CRI  221 

CRISTOPOLl.  Sede  episcopale 
della  seconda  provincia  dell'  esarca- 
to di  Macedonia,  la  cui  erezione 
rimonta  al  quarto  secolo,  sufliaga- 
nea  della  metropoli  di  Filippi.  Kel 
secolo  XIU  si  uni  a  Brama,  e  di- 
venne arcivescovato.  11  Wadingo 
dice,  che  sei  vescovi  latini  vi  ebbero 
sede. 

CRISTOPOLl,  o  CHYSOPOLL 
Sede  vescovile  della  Celesiria,  nella 
seconda  provincia  d'Arabia,  sotto  il 
patriarcato  Antiocheno,  e  la  me- 
tropolitana di  Bostra. 

CRIVELLI  Uberto,  Cardinale. 
F\  Ureaso  III  Papa. 

CR.n  ELLI    Alessaivdro,    Cardi- 
nale. Alessandro  Crivelli    dei    conti 
di   Lomello,   nobile    milanese,    nato 
nel  i5o8,  si  applicò  al  mestiere  delle 
armi,   e  senator  della   patria    diven- 
ne valoroso  in  parecchie  prodi  azio- 
ni.  Godeva  il  favore    di    Carlo    V, 
the  lo  fece  capo    di  buon    numero 
di   milizie ,  tra   le  quali    dicesi    che 
contasse  quattrocento  uomini   a    sé 
consanguinei.    Senonchè ,    vedovato 
della  moglie,  da  cui  ebbe  tre  figli,  gli 
cadde  in  pensiero  di  dare  in  vece  il 
suo  nome  alla  milizia  della  Chiesa. 
In  appresso  Pio  IV  lo  chiamò  a  Ro- 
ma, e  lo  promosse  nel    j56i  al  ve- 
scovato   di    Gerenza,    e    Cariati    in 
Calabria  ;   lo  spedì  nunzio  alla  cor- 
te   di    Madrid;     poi    a' 12     marzo 
1 565  lo  creò  Cardinal  prete  assen- 
te di  s.    Giovanni  a    Porta    latina, 
chiesa     cui     abbellì    magnificamen- 
te. Poscia  fu  destinato  legato  a  Inte- 
re presso    il  medesimo  re  cattolico, 
ove  dicesi  che  per  la  sua  prudenza,  e 
talento,  siasi  acquistato  molta  estima- 
zione. Reduce  dalla  Spagna,  si  trat- 
tenne alquanto  con  s.  Carlo  Bono- 
meo  a  Milano.  Nel  1567.  rinunziate 
le  sue  chiese,  stabih  a  Roma  un  col- 
legio a  bene  istituire  la  gioventù  del- 


7.11  CKi 

la  nobile  famiglia  Crivelli.  V.  il  vo- 
lume XIV,  p.  143  del  Dizionario. 
Solo  qui  si  deve  notare,  che  il  le- 
gato pel  mantenimento  dei  discen- 
denti in  qualche  collegio ,  ora  è 
amministrato  e  proletto  da  un  Car- 
dinale. Quindi  dopo  essere  concorso 
alla  elezione  di  s.  Pio  V,  e  Grego- 
rio XIII,  mori  a  Roma  nel  iSyS,  di 
sessantacinque  anni,  e  otto  di  Car- 
dinalato. Fu  sepolto  nella  sua  chie- 
sa litolare  di  s.  Maria  in  Araceli. 
Noteremo,  che  questo  Cardinale  ap- 
partiene all'antica  e  illustre  fami- 
glia Crivelli,  la  quale  diede  alla  s. 
Sede  Urbano  III,  a  quella  di  Mi- 
lano s.  Ausano  arcivescovo,  e  varii 
altri  personaggi  distinti  per  pietà, 
per  prodezze  militari,  per  scienza, 
e  per  consiglio.  I  due  seguenti  Car- 
dinali appartengono  ad  altra  no- 
bile famiglia  non  meno  degna  della 
nominata,  la  quale  fiori  per  uomi- 
ni illustri. 

CRIVELLI  Ignazio,  Cardinale. 
Ignazio  de'  conti  Crivelli  nobile  mi- 
lanese, nacque  in  Cremona  a'  3o 
settembre    1698.    Fu    da  Benedetto 

XIII  nel  1726  fallo  protonotario 
apostolico,  poscia  ne!  1728  vice  le- 
gato di  Ferrara.  Clemente  XII  lo 
promosse  alla  nunziatura  di  Colo- 
nia nel  1739,  avendolo  tre  anni 
prima  fatto  arcivescovo  di  Cesarea 
in    partibns.    Nel     1 743    Benedelto 

XIV  lo  trasferì  alla  nunziatura  di 
Bruxelles,  quindi  nel  1753  dichia- 
vollo  nunzio  di  Vienna,  finché  Cle- 
mente XIII  ai  24  settembre  del 
1759  lo  creò  Cardinale  dell'ordine 
de'  preti ,  e  gì'  inviò  la  berretta 
cardinalizia  per  mezzo  del  di  lui 
nipote  monsignor  Carlo  Crivelli  ab- 
legato  apostolico.  Indi  gli  conferì, 
allorquando  si  restituì  a  Roma,  il 
titolo  di  s.  Bernardo  alle  Terme, 
e  poscia    nel    1761    il    dichiarò    le- 


CRI 
gaio  apostolico  di  Romagna ,  os- 
sia Ravenna,  dopo  di  averlo  anno- 
verato alle  congregazioni  cardinali- 
zie di  Propaganda  fide,  della  sagra 
consulta,  dell'immunità  ecclesiastica, 
e  delle  acque.  Morì  d'  anni  settanta 
non  compiti,  in  Milano,  ai  28  feb- 
braio 1768,  e  fu  sepolto  nella  chie- 
sa di  s.  Maria  della  Porta  ,  ove  il 
conte  Stefano  Gaetano  Crivelli  suo 
congiunto,  gli  eresse  un'onorevole 
marmorea  iscrizione. 

CRIVELLI  Carlo,  Cardinale. 
Carlo  de'  conti  Crivelli  nac(|ue  da 
nobile  famiglia  in  Milano,  a'  3  i  mag- 
gio 1736.  Clemente  XIII  nel  i75g 
lo  dichiarò  suo  cameriere  d'onore, 
ed  ablcgato  apostolico ,  a  portare 
la  berretta  rossa  al  Cardinal  Igna- 
zio suo  zio.  Quindi  lo  nominò  pro- 
tonotario apostolico,  nel  i  765  con- 
sultore de'  riti,  e  nel  1766  ponen- 
te del  buon  governo.  Fu  decano 
dei  protonotari  apostolici  nel  1774? 
dipoi  nel  concistoro  degli  i  i  set- 
tembre 1775,  Pio  VI  lo  fece  ar- 
civescovo di  Patrasso  in  partibns, 
e  nunzio  apostolico  di  Firenze,  don- 
de lo  trasferì  in  R.oma  con  un  chie- 
ricato di  camera  nel  J  785  ,  colla 
presidenza  degli  archivi,  e  nel  1794 
il  pioiTiOsse  alla  cospicua  carica  di 
goveinatore  di  Roma,  in  tempi  as- 
sai scabrosi,  per  cui  potè  colla  sua 
pietà,  singoiar  benignità,  e  pruden- 
za, guadagnarsi  la  benevolenza  del 
Papa  e  dei  romani .  Finalmente , 
composte  le  cose  politiche  de'  tempi, 
il  nuovo  Papa  Pio  VII  nel  concistoro 
dei  2  3  febbraio  1801,  lo  creò  Cardi- 
nale, e  poi  lo  pubblicò  in  quello  dei 
2  3  niiiggio  1802,  dandogli  in  titolo 
cardinalizio  la  chiesa  di  s.  Susanna. 
Indi  lo  annoveiò  alle  congregazioni 
de'  vescovi  e  regolari,  dei  sagri  riti, 
della  disciplina  regolare,  e  della 
reveienda   fabbrica  di   s.  Pietro.  Fu 


CP.O  CRO                    223 
piotettore  del   monisteio  di    s.    Su-  Sava,   e  la  Kulpa   la    separano    so- 
sanna, della  chiesa  ed  arciconfiater-  pra  una  estensione  considerabile;  ed 
nita   di  s.   Rocco,  e  dell' arciconfra-  iu  fine    il    mar    Adriatico.    Questo 
tercjta    della    ss.    Concezione    nella  paese  si  trova  naturalmente  diviso 
chiesa  di  s.  Nicola  degli  Incoronati,  in  due  parti  dalla  Sava,  ed  i  suoi 
Morì  in  Milano  di  anni  ottanta  uno  abitanti  ascendono  circa  a  settecen- 
a' ig  gennaio    1818,    e    fu    sepolto  tornila,  la  maggior  parte  slavi,  che 
nella  chiesa  di  s.   Maria   della  Por-  sono  i   primi  abitatori   della    regio- 
ta,  ov'  erangli  state  celebrate  le  e-  ne,  originarli  della  Russia,   e  perciò 
sequie  convenienti  alla  sua  dignità,  professano  la  religione    cattolica,    e 
Il  di  lui  nipote,  conte  Ferdinando,  greca.  11  regno  di  Croazia  si  divide 
ivi  gli  pose  un'  onorevole  iscrizione  in  Croazia  civile,  e  Croazia  milita- 
in  marmo.  Di  alcune  notizie  di  que-  re  ;  la  prima  che  si    trova    intera- 
sto  Cardinale    tratta    il    Cancellieri  mente    al    nord    della    Sava,    com- 
nel  suo  Mercato,  massime  alle  pag.  prende    i    comitati    d'  Agram  ,    di 
io4,  e  238;  anzi  sulle  diverse  fa-  Roroes,    e    di    Warasdino  ;    la    se- 
miglie de'  Visconti,  e  de'  Crivelli,  a  conda    situata     in     gran     parte    al 
pag.    i35  riportali  proverbio,  che  sud  della  Sava,  rinchiude    i    gene- 
si dice  iu  Pillano,  secondo  l'Ami-  ralati  di  Carlstadt,  di  Warasdin,  e 
denio.  del  Banato.  Grauze,  o  Ban  di  Croa- 
CROAZIA,    Croatien.    Liburnia.  zia.  I  comitati  sono  divisi  in   mar- 
Contrada  che  appartiene  all'impero  che  o  jaras,  ed  i  generalati  iu    di- 
d' Austria,  ed  alla  Turchia.  La  Croa-  stretti  reggimentari.   Agram  n'  è  la 
zia  turca  forma  nel    pascialitico    di  capitale,  ossia  Zagrabia. 
Bosnia,  una  parte  del  sangiacato  di  La   Croazia  è  la  parte  dell'  anli- 
Bagna-Luka.   La   Croazia    austriaca,  ca  Illiria,  che   i  romani  chiamarono 
eli'  è  molto    più  considerabile,  si  di-  Liburnia,  ed  alla  quale  Valerio  ^les- 
vide  essa    pure  iu  due  parti,  l'una  salo  Corvino  diede  il  nome  di  Cor- 
delle quah,  sotto  il  titolo  di  regno,  vada.  \  cvovaW   derivanti  dagli  slavi 
costituisce  uno  degli    stati    dell' im-  nel  640  al    tempo    dell'imperatore 
pero  d' Austria,  e  1"  altra    si    trova  Eraclio   vennero    ad    abitar    questa 
compresa  nel    circolo    di    Carlstadt,  contrada ,     scacciandone    gli    avari, 
neir  Illirio.  Prima  ebbero  il  nome  di    Hrwati, 
Il  regno    di    Croazia    riguardata  o  Hrovati,  dai   greci    cambiato    in 
come  facente  parte    integrale    della  quello  di  chrobati.    Il    Rinaldi^  ai- 
Ungheria  ,     confina     al      nord     con  l' anno   886,   num.   8   raccc.nla,  che 
questa,     da     cui     è    separata    dalla  sotto  l'imperatore  Basilio,  // yl/<7fe- 
Drava  ;  all'est  colla  Schiavonia,  da  done,  i  croati  si    diedero  all' impe- 
cui  r  Illova,  la  Lonya,    e    la    Sava  ro,  e  dappoiché    le    nazioni    barba- 
lo   separano    in    parte;    al    sud    il  re  degli    sciti,  detti  croati,   e  servi, 
suo  limite  è  detcrminato  dai  monti  mandarono  ambasciatori,    si    sotto- 
Valabitchi  (divisione  delle  Alpi  Giù-  posero  spontaneamente,    ed    ebbero 
lie)  dalla  parte    della    Dalmazia,    e  dall'imperatore     le    proviucie,    che 
dall'  Ounna,  e  da    una    linea    mili-  poi  per  loro    si    chiamarono    Croa- 
tare  di   frontiera  dalla   parte    della  zia,  o   Servia,   per  abitarle.    Questa 
Turchia;  all'ovest  ha    il  ducato    di  regione  nel   medio  evo  riunita    alla 
Sliria,  il   regno    Illirico,    da    cui    la  Dalmazia  {Vedi),  ebbe  i  suoi   prò- 


s>24  Clio 

pili  sovrani  col  titolo  di  re  di 
Croazia,  e  Dalmazia,  ma  però  sem- 
pre soggetti  all'  impero  d'  Oriente, 
quindi  fu  resa  tributaria  della  santa 
Sede.  Il  citato  Rinaldi,  Annoli  Ec- 
cles.  ad  an.  1076,  nvim.  Qì'ò  ripor- 
ta come  il  Papa  s.  Giegorio  VII 
creò  re  Demetrio  duca  della  Croa- 
zia, e  della  Dalmazia,  e  benché  re 
barbaro  giurò  fedeltà  e  di  propria 
volontà  promise  alla  Chiesa  romana 
un  tributo,  facendosi  da  principe  libe- 
ro che  era,  suddito  di  s.  Pietro.  A  tal 
effetto  inSalona  città  della  Dalmazia, 
convocò  un  sinodo,  ed  alla  presen- 
za del  legato  della  Santa  Sede,  vi- 
cario del  Papa  suddetto,  fece  la 
formale  promessa,  e  il  legato  in 
nome  di  s.  Gregorio  VII  conferì 
al  principe  la  dignità  reale.  Di  lutto, 
si  fa  memoria  nel  libro  di  Cencio 
Camerario,  r/e  censibus  nposlolicacSe- 
dis,  dove  pure  vi  è  parte  della  storia 
del  sinodo.  Nel  secolo  decimo  il  re 
d'Ungheria  s.  Stanislao I  riunì  questo 
l'egno  a  quello  di  Ungheria  di  cui  in 
progresso  sembra  aver  sempre  forma- 
to una  parte  integrante,  quantunque 
i  croati  abbiano  piìi  volte  tentato 
di  sottrarsene.  Finalmente,  col  trat- 
tato di  Vienna  dell'anno  i8og, 
l'Austria  cedette  alla  Francia  tutto 
il  paese  situato  al  sud  della  Sava, 
o  la  Croazia  militare,  che  fu  annes- 
sa allora  alle  provincie  illiriche,  a- 
vendo  Carlstadt  per  capoluogo,  ma 
dfipo  il  1 8 1 5  rientrò  sotto  il  domi- 
nio austriaco. 

I  sommi  Pontefici  esei'citarono 
tutto  il  loro  zelo,  ed  apostolica 
sollecitudine  in  varie  epoche  al 
vantaggio  spirituale  della  Croazia. 
Fra  i  legati  ivi  da  loro  spedili, 
merita  menzione  il  Cardinal  Aicolò 
Boccasini,  per  commissione  di  Bo- 
nifacio Vili,  cui  successe  nel  i3o3. 
Col  nome  di  Benedetto   XI.    INicolò 


CRO 

V  nel  1447  "^''  spedì  per  legato  ji 
Tommaso  vescovo  Farense,  e  nel  'l 
1449  ^'  mandò  pure  Antonio  dei 
minori  francescani.  Zagrahia,  e  Cri- 
sio  sono  vescovati  della  Croazia , 
così  pure  Tinia  delta  volgarmente 
Kfiin. 

CROCCIA.  Veste,  che  i  Cardinali 
adoperano  in  conclave,  particolar- 
mente in  tempo  degli  scrutinii,  e  ne- 
gli altri  tempi,  e  circostanze  descrit- 
te all'  articolo  Conclave  (Vedi).  Si 
chiamò  anche  Crocea,  Crocida,  e 
dal  Burcardo  viene  detta  Crocchia. 
E  un  gran  manto  con  istrascico 
della  forma  simile  al  piviale  perchè 
dal  collo  pende  sino  a  terra,  aper- 
ta nella  parte  anteriore:  intorno  al 
collo  è  increspata,  fermandosi  con 
un  uncinello,  e  nella  parte  poste- 
riore cade  per  terra.  La  coda  si 
rannoda,  e  solo  si  scioglie  quando  i 
Cardinali  nella  cappella  degli  scruti- 
nii, ricevono  la  santa  Eucaristia 
dalle  mani  del  Cardinal  decano,  se 
con  tal  veste  la  ricevono,  e  nel 
rendeie  la  prima  adorazione  al  no- 
vello Pontefice.  La  materia  della 
croccia  è  di  lana,  saja,  o  mirinos, 
di  colore  paonazzo  pei  Cardinali,  che 
vestono  l'abito  rosso;  ma  quei  Car- 
dinali, che  debbono  vestire  del  colo- 
re dell'abito  religioso  a  cui  prima 
appartenevano,  usano  la  croccia  di 
egual  colore.  La  croccia  si  assume 
dai  Cardinali  in  conclave,  essendo  in- 
oltre vestiti  di  sottana,  fascia,  e 
mozzetta,  il  cui  cappuccio  si  ca- 
va fuori  dalla  croccia,  perchè  que- 
sta veste  si  sovrappone  alle  de- 
scritte. Colla  croccia  i  Cardinali 
vanno  coperti  il  capo  di  berretta 
rossa.  La  forma  della  croccia  viene 
riportata  dal  Bonanni  nella  sua  Ge- 
rarchia  Cardinalizia  ,  a  pag.  44^3 
e  la  riprodusse  il  Capparoni  nel  t.  I 
della  raccolta  della  Gerarchia  cecie- 


CRO 

siaslica,  e  dal  Falaschi  fu  pure  ripro- 
dotta a  p.  i8  della  Gerarchia  eccle- 
siastica, rappresentando  un  Cardi- 
nale in  rocchetto,  e  croccia  ma  con 
manifesto  errore,  dappoiché  manca 
la  mezzetta,  solendosi  in  conclave, 
come  dicemmo  a  quell'articolo,  as- 
sumere talvolta  il  rocchetto  colla 
croccia,  ma  sempre  sotto  alla  mez- 
zetta. 

Nei  commentarli  del  Cardinal 
Papiense,  si  legge  :  Mane  Patrcs 
indiilis  palliìs  a  summo  deorsum, 
qiiae  croceas  vocant,  in  cellam  b. 
Nicolai^  cjuae  ad  dextram  primae 
aulae  est.  Questo  Cardinale  fu  crea- 
to da  Pio  II,  ed  intervenne  ai  con- 
clavi del  i4^4j  6  f^^l  ^47''  ^^^ 
primo  fu  eletto  Paolo  II,  nell'altro 
Sisto  IV.  Descrivendo  egli  l'elezio- 
ne di  Paolo  II,  fa  chiara  menzione 
della  croccia.  Il  citato  Burcardo, 
Conclavi  de' Pontefici  Romani,  p. 
123,  raccontando  l'elezione  di  Giu- 
lio II  avvenuta  nel  i5o3,  dice: 
w  tutti  i  Cardinali  si  andarono  a  ral- 
-•'  legrare  col  nuovo  Pontefice,  che  fu 
"  pubblicato  col  nome  di  Giulio  II  : 
"  io  gli  cavai  la  croccia  da  dosso  ". 
Nel  conclave  dell' elezione  di  Leone 
X,  ch'ebbe  luogo  nel  i5i3,  a  p. 
1 34,  si  parla  delle  croccie  assun- 
te e  deposte  dai  Cardinali.  Dipoi 
Gregorio  XV  ne  stabilì  l'uso  nella 
sua  bolla  sul  conclave  ed  elezione 
del  Papa:  Croceis  utantnr  in  ele- 
ctione,  et  aliis  actibus  collcgialitcr 
faciendis.  Giulio  Lavorio  nel  trat- 
tato del  conclave  lib.  I,  cap.  5,  num. 
7  fa  la  seguente  esatta  descrizione 
della  croccia:  »  Est  Crocea  genus 
»  chlamydis  longae  usque  ad  terram, 
"  ab  anteriore  parte  adaperta,  la- 
"  nea  a  summo  usque  ad  imum 
•'  violacei  coloris,  sed  a  parte  po- 
"  sterioie  habet  caudam,  et  circa 
M   collare    est    ragusa,    ad    foimam 

VOT-.     XMII. 


CRO  225 

«  capparura    praelatorura     dempto 
»  cuculio". 

Il  dotto  vescovo  di  Vaison,  mon- 
signor Suarez,  cercando  l' etimolo- 
gia del  nome  di  questa  veste,  di- 
chiarò essere  detta  Croccia  a  Cro- 
co, idest  infecta  colore  croceo,  ben- 
ché altri  sieno  di  parere  diverso. 
Quindi  aggiunge,  che  l'  uso  n'  è  an- 
tichissimo, essendone  derivata  la  for- 
ma dalle  cocolle  monastiche,  e  si- 
no dal  tempo  in  cui  dal  mona- 
chismo gli  abbati,  e  monaci  bene- 
dettini furono  assunti  alla  dignità 
pontificia,  o  cardinalizia,  i  quali  per 
lungo  tempo  rimasero  ad  abitare, 
ed  a  conversare  ne'  monisteri,  to- 
gliendo alla  veste  o  cocolla  le  ma- 
niche, ed  aggiugnendovi  la  coda  o 
strascico,  in  segno  di  maestà,  come 
costumarono  sempre  i  grandi,  ov- 
vero in  segno  di  duolo,  come  si 
praticò  appresso  diverse  nazioni.  Il 
]Macri  al  vocabolo  Crocea  afferma, 
che  la  veste  croccia  anticamente 
era  comune  ai  Cardinali  fuori  di 
casa,  come  si  rileva  dalle  proteste 
fatte  dall'imperatore  Federico  I,  con- 
tro il  Pontefice  Alessandro  III,  con 
processo  prodotto  nel  conciliabolo 
di  Pavia,  in  cui  venne  asserito,  che 
Alessandro  III  non  era  stato  eletto 
nei  sagri  comizii,  e  che  non  era 
uscito  cogli  altri  Cardinali  vestito 
come  essi ,  asserendo  molti  esserne 
uscito  sine  manto  ,  idest  Papali, 
sine  stola,  sine  albo  equo,  ma  co- 
perto con  pelli  nere,  e  con  pallio 
pure  nero,  cioè  colla  croccia  allora 
usata.  Lo  stesso  Macri  ci  diede  la 
figura  di  fr.  R.icciardo  Caracciolo 
gran  maestro  di  Rodi,  tolta  dal  di 
lui  sepolcro,  ove  fu  posto  nel  ispò» 
nella  chiesa  di  s.  Giovanni  priora- 
to della  religione  gerosolimitana,  ed 
è  simile  a  quella,  che  il  Rnnanni 
ncir  opera    sunimentovata     pose    a 


226  CRO 

pag.  44^j  ^^  c"'  si  vede  la  forma 
della  croccia  usata  in  quel  tempo, 
ma  nera. 

Vuoisi  poi  significare  nella  forma 
della  croccia,  come  in  quella  della 
Cocolla  (Vedi),  \^  figura  della  croce, 
e  nel  colore  di  porpora  scura  o  vio- 
letta, la  pubblica  mestizia,  e  dolore 
della  Chiesa  rimasta  vedova  del  suo 
sposo,  e  dei  fedeli  privi  del  loro  co- 
mune padre  ed  universal  pastore.  Si 
vuol  quindi  spiegare  la  lunghezza  del- 
la croccia  sino  a  terra,  in  un  allo  stra- 
scico della  coda,  come  un  sagro,  e  me- 
sto significato,  in  cui  trovasi  il  senato 
apostolico  de'  Cardinali  nella  sede 
vacante.  Di  tal  sorte  di  colore,  e 
forma  d'abito,  come  si  raccoglie  dal 
concilio  di  Braga,  da  Isidoro  1.  1 9 
De  orig.  rer.  sacr. ,  e  dal  dotto 
Sirmondo  ep.  3,  1.  1 3 ,  si  vestiva- 
no anticamente  gli  spagnuoli,  chia- 
mando essi  tal  veste  Gramassa,  don- 
de derivò  il  nome  di  gramaglia  alla 
veste  di  duolo,  di  lutto,  e  di  corruccio, 
usata  ne'  tempi  di  pubblica  e  pri- 
vata mestizia.  Aggiungiamo  col  Sua- 
reZj  che  questa  veste  o  croccia  di 
color  paonazzo,  dimessa  sino  a  terra 
e  con  lo  strascico,  fu  anticamente, 
come  osservò  l'Aliciati,  Comment. 
ad  tlt.  P.  R.  docl.,  in  uso  presso 
i  gentili,  anche  prima  dei  monaci 
benedettini,  facendone  menzione  O- 
mero,  nel  verso  :  Vereor  Troas,  ac 
Troades  vestinienta  trnhentes,  ed  il 
Satirico  con  questo  altro  :  Longani 
traxit  per  palpita  vestem  .  V. 
Jos.  Maria  Suaresius,  De  Crocea 
veste  S.  R.  C.  Cardinalium  in  Con- 
clavi, Romae  1670.  Anche  la  veste 
di  saja  paonazza,  che  i  caudatari 
de'  Cardinali  usano  nelle  cappelle 
Pontifìcie,  chiamasi  croccia,  la  quale 
descrivesi  all'articolo  Caudatario 
(Tedi).  L'abito  dei  Camerieri  extra 
viuros  incorporati  uell'  odierno  pou- 


CRO 

lillcato  ai  Bussolanti  (Fedi),  eia 
della  forma  della  croccia  dei  cau- 
datari, ma  la  saja  era  di  colore 
rosso. 

CROCE,  Crux .  Questa  voce 
presso  gli  antichi  significava  ogni 
genere  di  supplizio,  sia  che  fosse  un 
albero,  ovvero  un  semplice  palo  cui 
si  attaccava,  o  s'inchiodava  il  de- 
linquente. Si  è  generalmente  con- 
venuto di  chiamare  croce  un  hui- 
go  trave  di  legno,  attraversato  dal- 
la parte  più  alta  da  un  legno  mol- 
lo più  corto,  per  fissarvi  le  braccia 
del  paziente ,  mentre  che  il  suo 
corpo  slava  applicalo  sul  trave.  Tale 
è  lo  strumento  di  siqiplizio,  cui  gli 
ebrei  sottoposero  Gesù  Cristo,  e 
che  divenne  poscia  il  segno  più 
santo,  e  venerabile  del  cristianesimo. 
Presso  gli  ebrei  principalmente  era 
in  uso  il  supplizio  della  croce,  dap- 
poiché se  ne  fece  menzione  nel 
Deuteronomio  e.  i\,  11,  ma  non 
si  sa  se  il  paziente  fosse  appeso 
alla  croce  con  chiodi.  Certo  è  che 
il  supplizio  ordinario  de'beslemmia- 
tori  era  di  essere  lapidati,  il  perchè 
secondo  le  loro  leggi  gli  ebrei  la- 
pidarono s.  Stefano,  qual  reo  di  be- 
stemmie, com'essi  stoltamente  diceva- 
no. Fu  condannato  a  morte  Gesù  Cri- 
sto dal  consiglio  degli  ebrei  come 
avesse  bestemmiato ,  avendo  detto 
di  essere  il  figliuolo  di  Dio,  Mail, 
e.  26.  V.  6^-66,  laonde  fu  da  loro 
consegnato  ai  romani  perchè  fosse 
fatto  morire.  Egli  già  aveva  chia- 
ramente predetto  ,  che  i  giudei  lo 
avrebbero  consegnato  ai  gentili 
per  essere  flagellalo  ,  e  crocifisso, 
Mail.  e.  20,  V.  ig.  Morendo  Gesù 
Cristo  sulla  croce  ha  redento,  conver- 
tito, e  santificato  il  mondo,  e  l'i- 
stromento  della  croce  è  divenuto 
pei  cristiani  preziosissimo,  e  sicco- 
me oggetto  della  nostra  avventuro- 


CRO 
sa  redenzione,    sempre    ha  riscosso 
tutta  la    nostra  divozione,  e  culto. 
V.  Croce  verì,  o  Reliquia  della  ss. 
Croce. 

Dopo  la   fondazione    del    cristia- 
nesimo, il  segno  della  croce  ti'ova- 
si  su  tutti  i    monumenti     cristiani, 
massime  dopo  la    fortunata     epoca 
dell'imperatore  Costantino  /'/  Gran- 
de, in  cui  per  la  prodigiosa  appa- 
rizione   della    medesima    croce,  or- 
dinò di  apporne  il  segno  sul  laba- 
ro, insegna    imperiale    di  cui     par- 
lammo all'articolo  Bandiera  (^Vedi), 
perchè  d'intorno  all'apparsa    croce 
ei  lesse  l'iscrizione:  vincerai  con  que- 
sto segno,  come    di    fatto  avvenne. 
Altre  miracolose  apparizioni   accad- 
dero ancora   sotto    l'impero  di   Co- 
stanzo, e  di   Costantino  Copronimo. 
Sotto  il    primo,  come  abbiamo   da 
s.  Cirillo  patriarca  di  Gerusalemme, 
in    questa    città  alle  ore    nove    de! 
mattino  apparve  una    gran  luce  in 
forma    di     croce,    che    si    stendeva 
dalla  montagna  del    Calvario,    sino 
a  quella    degli    olivi,  e    brillò     per 
molte    ore,  accerchiata  da  un'  iride 
di  luce.  Alcuni  moderni  critici  han- 
no preteso,  che    le   croci  luminose 
fossero  corone  naturali  di  luce,  ma 
per   distruggere    questa    asserzione, 
si  legga  il  Buller,   marzo,  p.  222,  e 
seg.     Costantino  ,  dopo  aver  trion- 
fato in  virtù  del  sagro  segno  della 
croce,  giurò  sulla  precedente  appa- 
rizione.    Per  riguardo  all'epoca    di 
Costantino    Copronimo,    il  Bernini, 
Storia  delle  eresie,  p.   263,  narra 
che  in  Costantinopoli  per  tre  anni 
la  peste  fece  strage  si  grande,  che  la 
città  fu  quasi  deserta  apparendo  al- 
l'improvviso nelle  vesti    crocette  di 
color    ceruleo ,  e  questi    cosi    con- 
trassegnati    tosto    morivano  . 

Fra  le  recenti  apparizioni  della  cro- 
ce, diremo  solo  di  quella  in    Mignè. 


CRO 


227 


Mentre  in  alcun  luogo  della  Fran- 
cia non  si    voleva    l'erezione    delle 
croci,  divoto  costume  de'  missionari, 
di  piantarle   nel  sito  ove  predicano 
per  mantenere  più  viva  la  fede,  e 
per  confermare    i    buoni    proponi- 
menti ne'  cuori    pentiti    alla     vista 
dell'augusto    seguale  di     nostra  re- 
denzione;   nel    dicembre    del    1826 
in    Mignè    villaggio     poco     distante 
da    Poitiers,     mezz'ora  circa     dopo 
il  tramonto    del    sole,  nell'atto    che 
erigevasi  solennemente  la  croce  fuo- 
ri di    chiesa    alla    presenza   di  cir- 
ca cinquemila  persone,  nel  compier- 
si   le    missioni    del    santo    giubileo, 
con    sorprendente   prodigio    si  vide 
in   aria    risplendere     una    croce    di 
mirabile  grandezza,    di   perfetta  re- 
golarità,    colorata    quasi    di  vivido 
argento,  leggermente  tinto  in  rosa, 
la  quale  dalla    fronte  della    chiesa 
stendeasi   orizzontalmente    sul    capo 
degli  adunati    per  circa    centoqua- 
ranta piedi  di  lunghezza,  e   le  stel- 
le, quasi   a  farle  corona,  scintillava- 
no tutta  la  loro  luce.  Facile  è  l'im- 
maginarsi   qual    fosse    la    sorpresa, 
quale  la  commozione    della  molti- 
tudine,   che    proruppe    in  dirotto 
pianto,  quante  e    quali    le  conver- 
sioni    d' indurati    peccatori.     T^.  le 
Mem.    di    relig.     di    Mar.    di   lett. 
t.    II.  Venuto  ciò    a    cognizione  di 
Papa  Leone  XII,  ecco  come  si  espres- 
se col  vescovo  di  Poitiers  con  breve 
de' 18  api-ile  1827:  •'  Res  est  hujus- 
"   modi  ut  causis  naturaiibus  ti'ibui 
»   non  posse  videatur;  itaque  gra- 
"   tulamur    fraternitati    tuae,  cujus 
"   in   dioecesi    misericordiara  suam 
-V   tam  luculenter    ostenderit  ".    In 
un  altro  breve  de'  1 7  agosto,  Leone 
XII  dichiarò  »   eh'  Egli    è  persua- 
"   so  che    la    appari/ione    fosse  un 
'••  mii'acolo,  avvertendo  che  questo 
«   è    un    suo    privato  giudizio ,  uo- 


228  CRO 

»   bisque  ipsis,  privato    judicio  no- 
»    Siro  ita  sit  persuasum.  "  Aggiun- 
se a  questo    breve    il  dono  di  mia 
croce  d'oro,  che  racchiude  una  por- 
zione della  vei'a  croce,    accordando 
indulgenza  plenaria  a  quelli,  i  quali 
nella    terza    domenica    dell'avvento 
visitassero  la  detta  chiesa  di  IMi;;iiè. 
Dopo  la   fondazione  pertanto  del- 
la religione    cristiana,    e    precipua- 
mente,   come    dicemmo,  dopo    (;he 
Costantino  fece  porre  il  segno  fklia 
croce  sul  labaro,  questa   si   vede  *.u 
una  grande  quantità     di    medaglie, 
e    di  altri    antichi   monumenti  ;    la 
croce     è    collocata  nelle  mani    del- 
la   vittoria,     o    in    quelle    dell'im- 
peratore ;    e    posta  ancora    sul   glo- 
bo imperiale  ,     che  dopo     Augusto 
era  divenuto    il    segno  dell'  imperio 
del    mondo,  fu    destinata    poscia  a 
rappresentare  l'immagine  della   vit- 
toria.   Se  ne  ornarono  pure  gli  scu- 
di, e  le    corazze,    e    si     sovrappose 
agli    elmi    e    ai    berretti.   La  croce 
isolata  divenne  il  tipo  del  rovescio 
delle  monete  battute  a  Costantino- 
poli, e  di  quelle  battute  sotto  i  re 
franchi,    sotto    Clodoveo,    e    i    suoi 
successori.    INon  solamente   la  croce 
divenne    un    segno    proprio    atto  a 
santificare  le    armi,    gli    ornamenti 
imperiali,  e  tutto  quello  che  serve 
agli  usi  pubblici,  ma  i  cristiani  ne 
adornarono  ciò  che  serve    agli    usi 
particolari,  come    le    vesti    sagre  e 
religiose,    i    piatti,    i    bicchieri,    le 
lampade,  le  porte  delle   loro    case, 
il    pane   medesimo  ,  massime  quel- 
lo   del  sagrificio,  o  i  pani    per     le 
oblazioni,  siccome  si   legge  nel  Ber- 
lendi,   Delle  oblazioni  pag.    12,  ove 
riporta  la  figura  delle  oblatae  grae- 
corum.    Ne    riparla    a  pag.    19,   e 
20,    ove  ci  dà  la  figura  àeWObla- 
ta  Eldeplionsi  ciim  cruce   et  nomi' 
ne    Chrislij    e    l' oliata    cwn    sola 


CRO 
cvitce.  Dice  il  Macri,    che  l'effigiar 
le  cioci  nelle  sagie  vesti,    e     l'  e- 
guale  forma  adottata  in  esse,  e  nel- 
le  religiose,  è  rito  antichissimo  tan- 
to   nella    chiesa    greca,  come    nella 
latina,  e  per  le  vesti  sagre  fino  dal 
tempo  di  s.   Marco   Papa,   come  no- 
ta il    Baronio  all'anno    336.   Oggi 
usano  i  latini   mettere  le  croci  nel 
l'amitto,  sul    manipolo,  sulla    stola, 
le  quali  croci  si  baciano    dal    cele- 
brante   mentre    assume    tali    indu- 
menti, e  quando  li  depone.   Il  Ga- 
ra ni  pi   neW  //lustr.  del  sigillo  della 
Garjagnana,  a  p.   86,    parla    delle 
croci   sulle   mitie,  e  triregni    ponti- 
ficii.   A    pag.    107,    rende    l'agione 
della  croce  posta  sul  vessillo,  o  sten- 
dardo   di    s.    Pietro,  riportando    le 
parole  d' Innocenzo  III.  Questo  Pa- 
pa oltre  le    regie    insegne    spedi    a 
Calogiovanni,  re  de' bulgari,  anche 
il   vessillo  di  s.  Pietro,  notando  che 
un  tal   vessillo  praelendit  non    sine 
mysterio    crucem,   et   clai-es  ;    quia 
b.   Petrus  apostolus,  et  crucem  prò 
Christo  suslinuit,   et  claves  a   Chri- 
sto  suscepit.  Reg.  an.  VII,  ep.    1 2  ; 
finalmente  il  Garampi  a  pag.    121 
tratta    delle    croci    nere  sul    Pallio 
(f^edi).   Le  croci  dei  pallii  sono  sei, 
prima  erano  rosse,  ed  ora    sono  di 
piombo  coperte  di  taffettano    nero. 
Sulla  croce  delle  pianete  de'  sacer- 
doti francesi  dietro  le  spalle,  e  noa 
dinanzi  al  petto,   vedi    il  Cancellie- 
ri, Di  ss.   epist.   Bibliogr.   p.    3 1  g. 

Gli  antichi  cristiani  incomincia- 
rono a  porre  principalmente  il  sa- 
lutare segno  della  croce  sui  sepol- 
cri, e  sui  sarcofagi,  e  allora  vi  ag- 
giunsero degli  attributi:  l'alfa  e 
l'omega  collocati  ai  due  Iati,  indi- 
cavano che  Dio  è  il  principio,  e  la 
fine  di  ogni  cosa,  la  croce  posta  tra 
due  agnelli,  o  portata  da  un  agnel- 
lo, indica  il  sagrificio  che  la  bontà 


CRO 
di  Gesù  Cristo  lo  indusse  a  offeri- 
re per  tutti  gli  uomini.  Il  Bosio, 
Roma  sublerr.  pag.  Qi&,  osserva 
che  r  agnello  colla  croce,  gero- 
glifico di  Gesù  Cristo,  fu  usato 
dai  cristiani  anche  prima  dei  tem- 
pi di  Costantino.  Il  P.  Mamachi, 
De  costumi  de^  prìmilìvi  cristiani, 
tom.  I,  p.  i8i,  dice  ch'essi  ne'  se- 
polcri solevano  scolpire  l'albero  di 
Adamo,  ed  Eva,  affine  di  rammen- 
tar la  croce,  ed  invitare  i  peccatori 
alla  penitenza,  ed  al  ricupero  della 
grazia  di  Dio  per  cui  furono  creati  : 
quindi  a  pag.  i86  soggiunge,  che 
solevano  pure  rappresentarvi  la  im- 
magine del  Piedentore  con  la  croce 
in  mano,  trofeo  della  salvezza  del 
genere  umano,  la  qual  croce  in  al- 
cuni momenti  è  rappresentata  con 
ornamenti  di  gioje,  per  denotare  il 
prezzo,  e  il  valore  di  lei.  Per  ve- 
nerazione poi  del  nome  di  Cristo,  i 
medesimi  cristiani  colle  lettere  gre- 
<;he  X  e  P,  che  corrispondono  alle 
due  prime  della  voce  Cristo  [P'edi), 
vale  a  dire  C  e  R,  l' esprimevano 
i:olle  due  lettere  unite  insieme  in 
modo  che  1'  X  colle  sue  aste  decus- 
sasse il  P,  e  formasse  una  figura 
simile  alla  croce,  e  ciò  per  indicar 
la  vittoria  riportata  sul  demonio, 
pel  salutifero  segno  della  croce.  Sul- 
la croce  posta  in  principio  delle 
iscrizioni  sepolcrali,  il  p.  Mar  tene 
ha  osservato,  De  antiq.  eccl.  iisib. 
tom.  Ili,  pag.  577,  che  il  pio  co- 
stume di  segnare  la  croce  alla  testa 
del  defonto  è  molto  antico.  Aggiun- 
geremo col  Durando,  essersi  ciò 
praticato  ad  nolandum  illum  ho- 
minem christianum  fuisse,  ciuia  hoc 
sìgnum  diabolus  i'alde  veretur  et 
timet  accedere  ad  locum  crucis  si- 
l^naculo  insignituni.  Si  trova  per- 
tanto nelle  lapidi  sepolcrali  scolpito 
rpiesto  segno  dell'  umana    redenzio- 


CRO  229 

ne  talvolta  in  quattro  luoghi,  ov- 
vero in  tre,  in  due,  ed  ordinaria- 
mente in  uno,  nel  principio  cioè 
dell'  epitaffio.  Alcune  volte  si  vede 
congiunto  alla  croce  uno  o  più  can- 
dellieri,  come  talora  un  sol  candel- 
liere  senza  la  croce  ;  costumi,  che 
dopo  il  secolo  XV  si  lasciarono  di 
praticare.  Il  seppellirsi  con  la  croce, 
o  Crocefisso,  dice  il  Piazza  che  è 
costume  antico.  Gerarchia  Card. 
p.  552. 

Questo  segno  è  stato  consagrato 
eziandio  per  decorare  il  santuario 
delle  chiese,  ove  si  ripone  il  vaso 
delle  ostie,  sull'  estremo  punto  delle 
facciate  esterne,  in  cima  alle  cupo- 
le, ai  campanili,  ai  battisteri  ec. , 
e  persino  sugli  obelischi,  ed  altri 
edifizii.  F.  Giovanni  Marangoni , 
Degli  obelischi.,  e  guglie  consacrati 
all'  idolatria,  poscia  dedicati  alla 
croce,  e  convertiti  in  adornamento 
del  prospetto  delle  chiese,  p.  359. 
La  croce  sopra  una  elevazione,  in- 
dica il  monte  degli  ulivi,  santifica- 
to dalla  passione  di  Gesù  Cristo. 
La  palma  collocata  presso  la  croce 
addila  il  martirio  sofferto  per  la  reli- 
gione :  qualche  volta  questo  segno  sa- 
gro era  espresso  col  sangue  slesso  dei 
martiri.  Le  mura  delle  chiese  furo- 
no decorate  nei  pilastri  di  croci  un- 
te col  crisma  e  in  numero  di  do- 
dici, delle  quali  si  parla  all'  arti- 
colo Chiesa  o  tempio  (Vedi),  mas- 
sime al  §  IV.  L'  uso  di  consagrare, 
o  di  benedire  le  croci,  è  molto  an- 
tico, e  vuoisi  che  sia  avanti  il  VII 
concilio  generale  celebrato  nel  784, 
sebbene  alcuni  ne  attribuiscano  la 
origine  al  secondo  secolo.  La  bene- 
dizione delle  croci  appartiene  ai  ve- 
scovi, o  ai  preti  delegati  da  loro. 
Quando  un  prete  è  autorizzato  dal 
suo  vescovo  di  benedire  qualche 
croce  particolare  per  le  processioni, 


2  3o  CKO 

per  le  chiese,  per  le  cappelle,  per 
le  case  ec,  la  pone  sull'  altare  dalla 
parte  dell'epistola,  sopra  un  cuscino, 
accende  per  lo  meno  un  cereo,  as- 
sume la  cotta,  la  stola,  l'aspersorio 
dell'  acqua  benedetta  ec.  ,  cpiindi  si 
pone  in  ginocchio,  bacia  la  croce,  e 
la  lascia  baciare  agli  astanti.  Pon- 
tif.  Romannin,  e  Rituale  Romanum, 
Benediclio  novae  crucis. 

Clemente     XI     con    decreto     del 
I  704  dichiarò,  che  le  croci  degli  al- 
tari, e  per  le  processioni,  potessero 
anche    benedirsi     privatamente     da 
qualunque  sacerdote.  Narra  il  Macri 
ne'  vocab.  eccl.   p.  162,  che  è  anti- 
chissimo nella    Chiesa    il    dipingere 
la  croce  nel  principio    del    canone. 
Questa  devesi  tenere  sull'altare  men- 
tre si  celebra  la   messa,  in  memoria 
della    passione    del    Salvatore,    seb- 
bene non  si  pone  ove  è  esposto    il 
ss.   Sagramento.    Avverte    il    Macri 
che  non  era  peccato  il  celebrare  sen- 
za la  croce,  per  essere  semplice  ru- 
brica, e  non  precetto  di    cosa  gra- 
ve; ma  Benedetto  XIV    nel    1746» 
colla  costituzione  Accepimus,  ordinò, 
che  nel  celebrarsi  la   messa  suU'al- 
tai'e  fosse  esposta  la  croce  colla  sa- 
gra immagine  del  Crocefisso  [F^edi). 
Il    Cardinal    Bona,  de    rebus     li' 
turgicis  cap.    1.5,  lib.    J,     dice:    ab 
aspectu  crucis    sacerdoti    celebranti 
passio    Christi    in.  memoriani  revo- 
cetur,    cujus  passionis   viva    imago, 
et  realis  repraesentatio   hoc  sacri/i- 
cium  est.  Che  perciò  s.  Bonaventu- 
ra, nel  lib.  de  Missa,  disse:  Sancti 
Patres  statuerunt  ne  quisquani  Mis- 
sas  agat,  nisi  in  altari  adsit    ima- 
go  Crucifixi.  Si  osserva  questo  rito 
come  cosa    imposta    per    tradizione 
apostolica.    Racconta    il    Metafraste, 
presso  il  Surio  ai   3  settembre,   che 
s.   Gregorio,  vescovo  e    martire    ar- 
meno,  vide    alcuni    angeli    tutti    di 


C  R  O 

fuoco,  e  su  di  ciascuno  piantata   la 
croce.  Il  Giacconi o,  e  il   p.    eresse- 
ro   riferiscono,    che    in    Ispagna   un 
divoto  sacerdote    non    ardiva    cele- 
brare perchè    mancava    l' altare    di 
croce,    ma    che    mano    angelica    ne 
portò  una  alla  presenza  del  popolo, 
e     del    principe,    che  attendeva    la 
inessa.  Inoltre  s.   Ambrogio,  cap.  9 
de  Spiritu  sancto,  notò  che  la  cro- 
ce è  simbolo  del    sagriflzio    sangui- 
noso del  Salvatore:   perciò    il    ram- 
menta a  tutti  i   celebranti  colle  sue 
stesse  parole:   quotiescwnque  feceritis 
in  mei  memoriam  facietis  ;    laonde 
con  molta  ragione  la  croce  fu  pre- 
scritta sugli  altari,   ove  celebrasi    il 
sagrifizio.   Innocenzo  III  dice  figurar 
la  croce  tra  i  due  candellieri,    che 
Cristo  fu   mediatore  tra  i  gentili    e 
i   giudei,  unendoli    insieme    in    una 
stessa    chiesa,  come  disse  s.    Paolo, 
nella     prima     epistola     a    Timoteo, 
cap.   1  :    mediator  Dei,  et  hominum 
Christus  Jesus.  Si    vela   poi  la  cro- 
ce  nei    primi     vesperi  della    dome- 
nica di   passione,   perchè  Cristo,  na- 
scondendosi, non  compariva  in  pub- 
blico in  quel  sabato,  quando  fu  ra- 
dunato    il    consiglio     dei     sacerdoti 
contro  di  lui.  y.  Ruperto  lib.  5,  e.  i . 
Nel  venerdì  santo  poi    si    toglie    il 
velo,  perchè  in  tal  giorno  Cristo  com- 
parve nudo  sul  monte  Calvario,  sve- 
lando a  noi  fedeli   i  misteri  nascosti 
al  popolo  ebreo.  V.  Ruperto  al  citato 
1.   6,  e.   20.   Il  Cardinal  Borgia,    de 
Cruce  Vatic.  pag.     12  3,    dice    che 
presso    alcune    chiese    si    usava    di 
scoprire  la  croce,  sebbene    quaresi- 
ma,   ogni    volta   che   sull'  altare    si 
celebrava  il  sagrifizio.  Non    va    ta- 
ciuto, che  i  monaci  cistcrciensi,  se- 
condo le  loro   rubriche,    velano    le 
croci  dalla  prima  domenica  di  qua- 
resima, sino  al  giovedì  santo    nella 
compieta  ;    ma    però   scuoprono    la 


CRO 
noce  ili  occasione  di  processione, 
cioè  di  quelle  che  hanno  luogo  in 
quel  tempo.  Su  questo  punto  ab- 
biamo i  seguenti  decreti:  Feria  V 
in  Coena  Domini  ec.  «  Ad  lotionem 
"  pedum  crucis  velura  debet  esse 
«f  coloris  violacei.  S.  R.  E.  i6  no- 
»  vemb.  1649.  ^''^'  coloris  debet es- 
»  se  velum  crucis  altaris,  in  quo 
«  missa  celebra  tur  :  violacei  vero 
"  crucis  proccssionis,  et  altaris  lo- 
"  tionis.  Ita  S.  R.  E.  20  decem- 
>i  bris  i7<S3,  e  Caereni.  Episcop. 
»  lib.  2,  cap.  ^3,  n.  io  ".  Su 
questo  punto  va  letto  quanto  si 
disse  al  voi.  Vili,  p.  278,  291, 
3o8  del  Dizionario  ,  e  l' articolo 
Altare. 

Avanti  d'incominciarsi  alcun  edi- 
fjzio  ecclesiastico,  a  seconda  di 
quanto  prescrive  1' ordine  Romano, 
de  divin.  ofjlc.  cap.  de  aedi  fi  e.  Ecc. 
pag.  107,  si  deve  porre  nel  luogo 
a  ciò  destinata  la  croce,  per  essere 
essa  chiamata  titolo;  ciò  che  fecero 
i  cristiani  sino  dalla  primitiva  Chie- 
sa, per  cui  sebbene  il  sito  fosse  pro- 
fano, diviene  perciò  venerabile,  esa- 
gio.  La  croce  eretta  da  s.  Agostino 
e  s.  Cirillo  si  chiama  simbolo  del 
luogo  ove  Giacobbe  alzò  una  pietra 
per  memoria  della  visione  della  sca- 
la celeste,  considerandolo  come  luo- 
go santo.  Laonde  le  leggi  cano- 
niche e  le  civili  hanno  ordinato  che 
dove  vuoisi  fabbricare  una  chiesa, 
si  alzi  prima  una  croce  visibile,  co- 
me pure  decretò  il  concilio  aure- 
lianense:  Nemo  Ecclesiani  aedijicet 
antequani  episcopus  civitalis  i>eniat, 
et  ibi  cniceni  figat,  et  ante  prae- 
finiat.  Cos'i  pure  ordinarono  con 
leggi  imperiali  Teodosio  e  Giusti- 
niano. Questa  croce  anticamente 
solevasi  benedire  con  solenni  ceri- 
monie, come  si  fa  nel  porre  la  pri- 
ma  pietra,   in   cui    il    vescovo    sup- 


CRO  23. 

plica  Dio  di  benedire  il  luogo,  e  li- 
berarlo da  ogni  insidia  del  demo- 
nio, acciocché  tutti  quelli  che  ivi 
invocheranno  il  suo  santo  nome, 
possano  poi  eternamente  glorificarlo 
e  benedirlo  in  cielo.  Altri,  con  s. 
Ambrogio  e  Teodoreto,  rappresen- 
tarono la  croce  per  la  verga  di 
Mosè.  I  greci  chiamano  Staurope- 
giurn  il  sito  ove  si  pianta  una  cro- 
ce, e  la  cerimonia  di  piantarla,  ciò 
che  importa  giurisdizione.  Quando 
il  patriarca  di  Costantinopoli  voleva 
fare  esente  qualche  monistero,  o 
luogo  ecclesiastico  dalla  giurisdizio- 
ne dell'Ordinario,  soleva  piantarvi 
una  croce,  per  privilegio  concesso- 
gli da  Michele  Paleologo,  come  ri- 
ferisce Pachi  mere,  hist.  graec.  hb. 
6,  cap.  II.  Così  pure  si  costuma  da  al- 
cuni magistrati  di  porre  sopra  alcu- 
ne porte,  case,  o  luoghi  il  nome  o 
r  immagine  del  principe  per  signi- 
ficare, che  ciò  è  indipendente  dalla 
giurisdizione  del  regio  fisco.  Il  Pon- 
tefice Urbano  II  nel  concilio  di 
Clermont  ordinò,  come  apparisce 
dal  can.  29.  che  se  alcuno  essendo 
perseguitato  dai  nemici,  ricorresse 
per  istrada  a  qualche  croce,  fosse 
considerato  come  stesse  in  chiesa. 

Sulle  croci  erette  innanzi  alle 
chiese,  o  d' intorno  ad  esse  ne'  Ci- 
miteri (Fedi),  per  designazione  di 
luogo  sacro,  si  legge  in  uno  stro- 
mento  del  ii32,  che  certi  vescovi, 
consagrando  una  chiesa  ejus  continen- 
tiani  circumeundo,  cnicibus  infixis, 
terminarunt  et  designanint,  etc. ,  ad 
sahitateni  della  medesima  chiesa. 
Gali.  Clirisi.  t.  VI,  p.  36  Instr.  E 
in  altro  dell'anno  11 36,  si  legge; 
ininmnitas  et  salvitas  caunensis  nio- 
nasterii,  siciit  antiquilus  constitiUa 
est,  et  sicut  criices,  quae  in  circuì- 
tu  firniatae  sunt ,  includunt.  Ivi. 
L'uso  di  piantar  croci  sulle  strade 


232  CRO 

maeslre.  derivò  dall'avere  a  quelle 
il  diritto  d'immunità,  e  di  asilo 
come  alle  chiese,  ed  agli  altari. 
Così  prescrisse  il  concilio  di  Cler- 
mont,  tenuto  l'anno  1096,  col  ci- 
tato can.  29.  Quando  Benedetto  XIII 
nel  1729  si  recò  a  visitare  l'an- 
tico suo  arcivescovato  di  Bene- 
vento ,  che  riteneva  ancora ,  al 
confine  della  città  discese  dalla  car- 
rozza per  baciare  in  ginocchio  con 
edificante  tenerezza  una  gran  croce 
di  legno  ivi  eretta,  la  quale  dal  po- 
polo fu  ridotta  in  minuti  pezzi , 
e  divisa  per  divozione.  Però  le  leg- 
gi ecclesiastiche  proibiscono  la  ere- 
zione delle  croci  in  luoghi  profani  ; 
ed  un  tempo  non  si  potevano  nem- 
meno delincare  sul  pavimento  del- 
le chiese,  affinchè  il  segno  del- 
la redenzione  non  fosse  calpesta- 
to. Ne'  tempi  piìi  moderni  non  si 
stette  rigorosamente  a  tal  divieto, 
per  cui  nei  pavimenti  delle  chiese 
ve  ne  hanno  molte,  massime  sulle 
lastre  di  marmo,  che  ricoprono  le 
sepolture.  Sulla  venerazione  della 
ci'oce  i  piissimi  imperatori  Teodo- 
sio, e  Valentiniano  nell'anno  4^7 
fecero  questa  legge:  «  Cum  sit  uo- 
-•3  biscum  difigens  per  omnia  su- 
w  perni  Numinis  religiouem  tueri, 
»  signum  Salvatoris  Christi  nemini 
«  licere  vel  in  silice,  vel  in  niar- 
w  moribus  humi  positis,  insculpere 
«  vel  pingere  ;  sed  quodcumque 
w  reperitur  toUi,  gravissima  poena 
M  mulctandum,  eo  quod  contrarium 
»  statutis  nostris  tentaverit,  impera- 
»  mus."  Su  questa  legge,  disse  il 
Saliceto  ;  «  Signum  crucis  non  de- 
M  bet  pingi,  vel  sculpi  in  loco  qui 
»  possit  pedibus  conculcari."  L' e- 
rudito  p.  Menochio,  nel  t.  I,  p. 
624  delle  Stuore,  parlando  della 
^ran  riverenza,  che  portano  alla 
santa  croce    i  moscoviti,  e  gli  abis- 


CRO 

sini,  dice  che  essi   non   mai  scolpi- 
scono odipingono  in  terra  sì  venera- 
bile segno,  ed   anzi    che    il  czar  di 
Moscovia  rilevò  non  convenire,  che 
il  Papa  porti  sulle  scarpe  la  croce, 
cui  rispose  il    p.    Possevino    a    lui 
mandato  da  Gregorio  XIII,  che  vo- 
lendo   i    fedeli    baciare    i    piedi    al 
Pontefice,  questi  per  modestia    po- 
sero sulle  loro  scarpe  la  croce,  ac- 
ciò quella,  e  non  i  piedi  baciassero. 
P'.  Bacio  del   piede.    Riferisce    poi 
il  Gretsero  de'  cruce,  tomo    I,  lib. 
2,  cap.  62,  che  s,  Lodovico  IX  re 
di    Francia,    Pio    IV,    e    s.    Carlo 
Borromeo  in  un   sinodo    approvato 
da   Gregorio    XIII,  proibirono    che 
la  figura  della  croce  si   dipingesse, 
e  scolpisse  in  terra. 

Oltre  quanto  si  dirà  della  croce 
che  precede  le  processioni,  ove  si 
parlerà  della  croce  astata,  e  della 
croce  pontificia,  qui  noteremo  che 
r  uso  di  portar  la  croce  nelle  pro- 
cessioni coi  lumi  accesi,  da  alcuni 
fu  attribuito  a  s.  Gio.  Grisostomo, 
benché  il  Baronio  affermi  essere 
stato  molto  prima  incominciato  que- 
sto rito  nella  Chiesa.  In  Germania 
viene  chiamata  Hehdoìiiada  Cruci'.';, 
la  settimana  delle  rogazioni,  che  in 
essa  si  fanno  dai  cattolici.  Nella  pri- 
mitiva Chiesa  non  si  dipingeva,  o 
scolpiva  Gesti  ciocifisso  sulla  cro- 
ce, ma  la  sola  croce  per  condiscen- 
dere alle  debolezze  degl'  infedeli,  i 
quali  entrando  alcuna  volta  nelle 
chiese  per  udire  la  predicazione  e- 
vangelica,  si  sarebbero  scandalizzati 
in  veder  Cristo  crocifisso  come  un 
malfattore,  servendo  ancora  in  quei 
tempi  la  croce  per  supplizio  dei 
delinquenti.  Laonde  per  guadagnarli 
dipingevano,  e  rappresentavano  la 
croce  gemmala,  e  adornata  di  vari 
lavori,  ponendo  a  pie'  di  essa  un 
agnello   svenato,    figura    di    Cristo. 


CRO 
Dopo  Costantino  il  grande,  po- 
tendo la  croce  essere  portata  pul> 
blica mente,  ricevette  diversi  orna- 
iTienti  ;  allora  s'incominciarono  a 
fare  croci  d'argento,  e  d  oro  arric- 
chite di  pietre  preziose,  e  qualche 
volta  d'intagli,  e  di  cammei.  Gli 
argomenti  di  quelle  rappresentazio- 
ni erano  sovente  pagani,  né  erano 
vietati,  perchè  la  loro  nuova  ap- 
plicazione si  riguardava  senza  dub- 
bio come  segno  del  trionfo  del  cri- 
stianesimo. L' imperatore  Costanti- 
no, i  Pontefici  Ilario,  Simmaco,  Ser- 
gio I,  Leoiìe  IV  ed  altri  fecero 
formare  di  quelle  croci,  e  le  do- 
narono alle  chiese,  anzi  si  fece- 
ro persino  dei  reliquiari  della  for- 
ma di  croce.  Vari  principi  do- 
narono ricche  e  preziose  croci  alle 
basiliche  di  Roma  ;  quindi  furono 
anco  illuminate  con  gran  copia  di 
lumi.  Adriano  I  fece  porre  nel 
presbiterio  della  basilica  vaticana, 
un  candelliere  a  forma  di  ci'oce 
contenente  i38o  lumi;  sino  agli 
ultimi  tempi  nella  detta  basilica,  e 
nelle  sere  del  giovedì,  e  venerdì 
santo,  avanti  la  confessione  si  ap- 
pendeva una  croce  grande  foderata 
di  lastra  d'  ottone,  alta  palmi  tren- 
tatre, e  larga  diciassette,  con  6i8 
lumi. 

La  croce  diventò  nel  medio  evo 
il  segno  della  brama  di  combattere 
gì'  infedeli,  e  gli  eretici,  colle  guer- 
re chiamate  perciò  Crociate  [f'edi)  j 
i  combattenti  per  la  croce  di  panno 
rosso  che  posero  sulla  spalla  dritta 
furono  detti  Crocesignati,  o  Cro- 
ciati. Ciò  accadde  per  la  prima 
volta  nel  rogS.  Alcuni  religiosi 
presero  il  nome  di  Crociferi  [Ve- 
di)^ dal  portare  in  mano,  o  sul 
petto  la  Croce,  come  Crocifero  (Fe- 
di) viene  appellato  il  porlacroce. 
Quindi  istituiti  gli  Ordini  equestri, 


CRO  233 

r  insegna  e  la  decorazione  fu  la 
croce.  V.  Croce  di  decorazione,  al 
quale  articolo,  ed  a  quelli  della 
Croce  Stazionale  e  Croce  Astata  si 
parla  delle  diverse  forme  della  cro- 
ce. Il  disegno  delia  maggior  parte 
de'templi  cristiani  offre  la  configu- 
razione della  croce  greca,  o  della 
croce  latina  ;  la  forma  della  croce 
greca  però  differisce  da  quella  del- 
la latina,  perch'  essa  ha  quattro 
braccia  eguali,  mentre  la  seconda 
ne  ha  uno  più  allungato  degli  altri. 
Per  altre  notizie  sulla  croce,  V.  gli 
articoli,  Croce  segxo  ;  Croce  vera 
o  reliquia,  e  sue  feste  ;  Croce  a- 
stata;  Croce  pontificia;  Croce 
pettorale,  ed  altri  relativi.  Della 
miracolosa  croce  di  Caravacca,  città 
della  Spagna  del  regno  di  IMurcia, 
venuta  prodigiosamente  dal  cielo 
alla  presenza  di  un  re  moro,  che 
si  convertì  al  cristianesimo  con  tut- 
ta la  sua  corte,  tratta  il  p.  Me- 
nochio  nel  t.  I,  pag.  63 o,  e  seg. 
delle  sue  Stuore.  Il  Cancellieri  nella 
sua  Aria  eli  Roma  ec,  pag.  iSy, 
riporta,  che  il  p.  generale  de' ge- 
suiti presentò  a  Benedetto  XIV  va- 
rie croci  ci'  argento  di  Caravacca, 
con  due  sbarre;  ed  a  pag.  3 17, 
dice  del  segno  di  tal  croce,  che 
avea  in  bocca  un  fanciullo.  Le  ci-o- 
ci  finalmente  non  sono  meno  degne 
di  culto  religioso  delle  immagini 
de' santi,  giacché  rappresentano  la 
vera  croce  di  Gesù  Cristo,  e  l' i- 
stromento  della  nostra  salvezza,  per 
cui  la  Chiesa  le  ha  sempre  onora- 
te. Per  ciò  che  riguarda  le  croci 
benedette,  che  si  tengono  dai  fede- 
li in  dosso,  come  al  collo  ec;  e  di 
quelle  che  appendono  alle  corone, 
vanno  letti  gli  articoli,  Benedizio.\e 
e  Corona  Divrizin.-VALE.  Osserva  l'L'- 
gonio,  Hist.  delle  Stazioni,  che  Si- 
sto V  sull"  altissima  torre  del  (^am- 


2  31 


CUO 


pidoglio  Romano,  eretta  da  Grego- 
rio Xlll,  fece  porre  nella  mano  de- 
stra delia  statua  di  Roma  armata, 
in  vece  dell'asta,  il  vessillo  della 
croce  qual  trofeo  della  cristiana  re- 
ligione, nel  luogo  il  più  nobile  del- 
l' antica  dominatrice  del  monde,  ed 
ora  avventurosa  capitale  del  cri- 
stianesimo, e  sede  del  vicario  di 
Gesù   Cristo. 

CROCE  VERA,  o  Reliquia,  e 
delle  sue  feste.  La  croce,  dopo  che 
Gesù  Cristo  figliuolo  di  Dio  umi- 
liandosi sino  a  lasciarsi  conficcare 
sopra  di  essa,  ne  fece  lo  stromento 
della  vittoria  che  riportò  sul  pec- 
cato, e  suir  inferno,  divenne  la  glo- 
ria del  cristiano.  Essa  è  il  simbolo 
della  sua  fede,  il  pegno  della  sua 
speranza,  e  il  più  possente  motivo 
per  lui  della  più  fervida  carità,  es- 
sa è  insomma  l'emblema,  e  il  libro 
di  tutte  le  virtù.  Quanto  poi  Dio 
si  è  abbassato  per  noi  mercè  l'ob- 
brobrio della  sua  croce,  tanto  più 
dobbiamo  onorarlo  appunto  nella 
sua  croce,  coU'arma  della  quale 
Gesù  Cristo  ha  vinto  il  nemico 
delle  anime  nostre,  facendoci  passa- 
re dalle  regioni  delle  tenebre  nel 
regno  della  sua  luce.  I  protestanti 
disprezzano  come  una  superstizione 
il  culto  religioso,  che  rendiamo  al- 
la croce;  e  Prassea,  condannato  dal 
Pontefice  s.  Vittore  I  dell'anno  ig4j 
oltre  l'essere  caduto  in  altre  enormi 
eresie,  giunse  ad  asserire,  che  il  Pa- 
dre non  il  Figliuolo  sofferta  avesse 
la  morte  della  croce.  La  Chiesa 
romana  celebra  due  feste  in  ono- 
re della  santa  croce,  la  prima  nel 
terzo  giorno  di  maggio  sotto  il 
nome  della  lìwenzione ,  o  della 
scoperta  della  santa  croce,  la  secon- 
da è  quella  della  di  lei  esaltazio- 
ne nel  d'i  i4  settembre:  questa  fe- 
sta è  più  antica  della  prima. 


CUv> 
La  festa  dunque  della  laveìizinne 
(iella  ss.  Croce,  e  del  suo  ritro- 
vamento, fu  istituita  in  memoria 
che  s.  Elena  madre  dell'imperatore 
Costantino,  nell'anno  826,  fece  cer- 
care, e  trovò  sotto  le  rovine  del 
monte  Calvario  (J^edi),  la  vera 
croce  di  legno  in  cui  era  stato  ap- 
peso Gesù  Cristo,  S.  Cirillo  di  Gè* 
rnsalemme,  che  fu  elevato  a  questa 
sede  episcopale  venticinque  anni  do- 
po, inferisce  questo  fatto,  parlando- 
ne a'  suoi  uditori  come  testimonio 
oculare,  e  ciò  confermarono  i  prin- 
cipali santi  padri,  i  quali  sono  enu- 
merati dal  Trombi'lli,  dal  Zaccaria, 
e  da  altri.  Confrontando  i  loro  lac- 
conti  si  vede,  che  i  pagani  aveva- 
no procurato  di  togliere  ai  ciistia- 
ni  la  notizia  del  luogo  della  sepol- 
tura di  Gesù  Cristo.  Non  solo  ave- 
vano ammassato  moltissime  pietre, 
e  macerie;  ma  vi  avevano  fabbrica- 
to sopra  un  tempio  a  Venere,  ed 
eretta  la  statua  di  Giove  sul  luo- 
go, ove  si  era  compito  il  mistero 
della  risurrezione.  S.  Eleua,  dopo 
aver  fatto  demolire  il  tempio,  flì- 
ce  scavare  una  paite  del  Calvario, 
e  vi  scoprì  finalmente  il  sepolcro 
di  Gesù  Cristo,  cogli  stromenti  del- 
la passione  di  lui,  col  Titolo  della 
Croce,  e  coi  Chiodi  [f^edi).  Sicco- 
me trovaronsi  tre  croci,  quella  del 
Salvatore  venne  riconosciuta  per  un 
miracolo. 

La  pia  imperatrice  ne  spedi 
una  parte  a  Costantinopoli,  un'al- 
tra parte  a  Roma  afìinchè  fosse 
collocata  nella  Chiesa  di  s.  Croce  in 
Gerusalemme  [P^ediJ.  hasóò  la  mag- 
gior parte  nella  chiesa,  che  fece 
fabbricare  sul  santo  sepolcro,  e  che 
venne  appellata  basilica  della  santa 
Croce  ,  la  chiesa  del  sepolcro  , 
o  della  risurrezione.  Il  vescovo  di 
Geiusalemme    s.    Macario    propose 


Clio 
l'esperimento  a  riconoscere  la  vera 
croce,  il  cui  tatto  restituì  pionta- 
niente  la  sanità  ad  una  moribonda. 
S.  Elena  su  questa  ricerca  avea 
consultato  gli  abitanti  di  Gerusalem- 
me, i  quali  le  avevano  risposto,  che 
se  avesse  l'itrovato  il  sepolcro  a- 
vrebbe  rinvenuto  pure  gii  stromen- 
ti  del  supplizio,  essendo  usanza  de- 
gli ebrei  di  poire  in  mia  fossa 
presso  quella  ove  il  delinquente 
era  stato  sepolto,  tutto  ciò  che 
avea  servito  ad  eseguire  la  condan- 
na, siccome  oggetto  di  orrore,  e  ri- 
pugnante alla  vishi.  La  festa  del- 
la invenzione  della  ss.  croce  è  an- 
tichissima, ed  è  celebrata  nella  chie- 
.sa  latina,  fino  dal  quinto,  o  sesto 
secolo.  V.  i  Bollandisti  sotto  li  3 
maggio.  Altri  dicono,  che  siasi  in- 
trodotta nell'ottavo  secolo. 

Dopo  che  s.  Elena  consegnò  a 
s.  Macario,  in  astuccio  d'argento,  la 
parte  più  considerabile  del  legno 
della  vera  croce,  da  ogni  parte  si 
mossero  i  cristiani  per  venerarla. 
Se  ne  staccarono  alcuna  volta  dei 
pezzetti,  i  quali  si  davano  alle  per- 
sone pie,  senza  però  che  il  sagro 
legno  andasse  scemando,  come  rac- 
conta s.  Paolino  nella  sua  lettera 
a  Severo,  epistol.  12.  S.  Cirillo  nel- 
le sue  Catechesi,  4?  10  dice,  che 
questo  legno  tagliato  in  pezzi  era 
sparso  per  tutta  la  terra;  e  para- 
gonava questo  prodigio  a  quello, 
che  operò  Gesù  Cristo  quando  nu- 
drì  miracolosamente  cinque  mila 
persone  nel  deserto.  V^.  il  Gretsero, 
de  criice  lib.  I  cap.  (^Q,  e  il  p. 
jVIenochio,  il  quale  nelle  sue  Stiio- 
re,  t.  I.  p.  626,  al  capo  LXXII 
tratta  :  Onde  sia  nato,  che  in  tan- 
ti luoghi  .si  trovino  reliquie  della  s. 
croce  di  Cristo.  Urbano  Vili  nel 
if)7.9  tolse  dalla  basilica  di  s.  Cio- 
ce   in  Gerusalemme,  e  dalla   chiesa 


CRO  23) 

(li   s.   Anastasia    di     Roma,    alcune 
particelle  di  questa  insigne  reliquia, 
le  collocò  in   una  croce  di  argento 
ornata  di  pietre  preziose,  che  donò 
;dla     basilica     vaticana,     ordinando 
al   capitolo,    che  fosse    mostrata  al 
popolo,  con  la    sagra  lancia,  ed    il 
sudario.     Il    reliqiuario     colla    vera 
croce    ancora  si   venera  e  conserva 
nella  basilica,  colle  dette  insigni  re- 
liquie, ma  adesso  non  se  ne  fa  più 
l'oslensione,  perchè  ihvece     si    mo- 
stra quella,  cui    andiamo  a  descri- 
vere. Dopo  che  il  regnante  Grego- 
rio XVI,  ai    18  gennaio  i838,  donò 
alla  basilica  due    preziosi  reliquiari 
col  legno  della  s.  croce,  stabili  che 
il     maggiore    per    la   grossezza    del 
santo  legno,    e   per    la  sua   prove- 
nienza, si  mostrasse    colle    due  al- 
tre   reliquie    insigni   della  lancia,   e 
volto  santo,  ne'giorni  consueti,  come 
si    descrisse    al    volume    XII,    pag. 
240    del   Dizionario.   Il     medesimo 
Pontefice  Gregorio  XVI,  nel  1840, 
affidò    alla     custodia    del     capitolo 
vaticano  il   grosso    pezzo   di    legno 
della    vera    croce,    che    stava  nella 
sagrestia  pontificia,  sul  quale  si   ve- 
de mirabilmente  incisa  da  una  par- 
te   l'immagine     del  Crocefisso    con 
quattro    chiodi    trafitto,    e  con  un- 
dici figure  di  basso    rilievo,  e  dal- 
l'altra l'immagine   della   b.  Vergine 
con  otto  figure    di   basso  rilievo,,  e 
con     caratteri    ruteni.    Dispose   poi 
il  Pontefice,   che  tal    reliquia  si    e- 
sponesse  alla    pubblica    venerazione 
nel     venerdì   santo    nella    pontificia 
cappella  Sistina  del  palazzo  aposto- 
lico valicano,    e    sull'altare    papale 
della  basilica  di  s.  Pietro  in  alcuni 
giorni   dell'anno,  fra'quali  nelle  feste 
della  invenzione,  e  della    esaltazio- 
ne della  ss.    Croce,     come    si    dice 
al   volume    Vili  pag.   Sii,    e  3i3 
del     Dizionario.    Finalmente  il  lo- 


236  CRO 

dato  Gregorio  XVI,  nel  184?,  lia 
donato  al  seminario  Gregoriano  di 
Belluno  sua  patria,  un  bel  reliquia- 
rio di  argento,  con  un  ragguarde- 
vole pezzo  della  vera  croce,  e  del- 
la forma  di  questa.  Tra  i  fasti  del- 
l'odierno pontificato  merita  regi- 
strarsi il  rinvenimento  de'suddescrit- 
ti  grossi  pezzi  della    vera  croce. 

La  seconda  festa  della  santa  cro- 
ce è  quella  della  di  lei  Esaltazione 
nel  d'i  i4  settembre.  L'istituzione 
è  più  antica  di  quella  della  festa 
precedente,  perchè  risale  al  regno 
di  Costantino.  Vi  è  opinione,  che 
sia  stata  stabilita  l'anno  335,  in 
memoria  della  croce  miracolosa- 
mente apparsa  a  questo  imperatore, 
o  per  celebrare  la  scoperta,  che  s. 
Elena  sua  madre  avea  fatto  della 
vera  croce  di  Gesù  Cristo.  Alme- 
no è  certo,  che  i  greci,  ed  i  latini 
già  la  solennizzarono  nel  quinto,  o 
nei  primi  anni  del  sesto  secolo,  e 
l'avevano  fissata  nel  giorno  della 
dedicazione  della  chiesa,  che  s.  Ele- 
na avea  fatto  fabbricare  sul  Calva- 
rio. Ogni  ainio  in  questo  giorno  il 
vescovo  di  Gerusalemme  montava 
sopra  un'alta  tribuna,  ed  esponeva 
la  santa  croce  alla  venerazione  del 
popolo  :  quindi  diedesi  alla  festa  il 
nome  di  Esaltazione.  I  greci  chia- 
mavano questa  cerimonia  i  misteri 
sacri  di  Dio,  per  quanto  riferisce 
Niceforo.  F.  A.  Tommasiuo,  Trat- 
tato delle  feste,  pag.  479?  ^^  il 
Baillet,  Storia  dì  questa  festa.  11 
riacquisto,  che  si  fece  sotto  l'impe- 
ro di  Eraclio,  di  questo  stromento 
di  nostra  salute,  cioè  della  parte 
più  considerabile,  la  quale  si  custo- 
diva in  Gerusalemme,  diede  nuovo 
argomento  a  questa  festa.  Cosroe 
II,  re  di  Persia,  verso  l'anno  611, 
dopo  aver  superato  i  romani  nella 
guerra,  che  fece    loro   col    pretesto 


CRO 

di  vendicare  l' imperatore  Maurizio 
e  i   figli,  cui  Foca  avea    fatto    tru- 
cidare,   prese    questo,  e  lo    mise  a 
morte  coi  figli,  mentre  Eraclio  pre- 
fetto dell'Africa  assunse  la  porpora 
imperiale .    Insuperbito     Cosroe    li 
dei  successi  delle  sue  armi,  le    im- 
piegò per  .satollare  la  sua  ambizio- 
ne, e  l'odio,  che  avea  contro  i  cri- 
stiani e  i  romani.  Si  recò  a  depre- 
dare la  Mesopotamia,  e  la  Siria,  e 
prese  le  principali    città,    in    uno    a 
Gerusalemme.  Non  si  potrebbe  im- 
maginare tutti  gli  orrori,  che  com- 
mise   in    questa    ultima    città.  Per 
Jui    si    trucidarono    un    gran   nu- 
mero   di    chierici,    di     monaci,    di 
religiose,    e    di  vergini.    I    persiani 
bruciarono    le    chiese ,    insieme    a 
quella  del  santo  sepolcro,  e  ne  por- 
tarono   via    tutte  le    ricchezze,  che 
consistevano  massime  in    vasi    pre- 
ziosi, e  in  reliquie,   tra  le   quali  e- 
ravi  parte  della  vera  croce,  che  s. 
Elena    avea    lasciato  a  Gerusalem- 
me.  11  patrizio  Niceta  fu  fortunato 
di  salvare,  per  mezzo  di  un    amico 
di  Sarbazara    generale    persiano,  la 
spunga   colla  quale  era    stato    pre- 
sentato l'aceto   al   Salvatore,    e    la 
lancia,  che  gli  avea  ferito  il  fianco, 
o  costato:  queste  due    reliquie    fu- 
rono mandate  a  Costantinopoli.   Ai 
i4    settembre    61 4,    fu    esposta  la 
santa  spunga  nella  gran  chiesa  del- 
la capitale    dell'  impero,  ed    ai    26 
ottobre  la  lancia.  I  persiani,  conti- 
nuando le  conquiste,  mossero  Era- 
clio   a    domandar     nuovamente     la 
pace,  cui  fece  rispondere  Cosroe  II: 
che  i  romani  non   dove^'ano   aspet- 
tare pace  insino  a  che  tenessero  per 
Dio   un   uomo   crocefisso    da    altri 
uomini,  e    ricusassero    di    adorare 
il  sole. 

Eraclio  pose  tutta  la  sua  fiducia 
in  Gesù  Cristo,  la  cui  gloria  era  sj 


CRO  CRO  2^7 
indegnamente  oltraggiata,  e  mise  in  didissima,  ma  tutto  ad  un  tratto 
piedi  un'armata  per  difendersi,  e  si  sentì  arrestato  in  modo,  che  gli 
per  allontanare  la  guerra  dal  cen-  fu  impossibile  andare  innanzi.  II 
tro  del  suo  impero,  la  portò  nella  patriarca  Zaccaria  gli  rammentò  il 
Persia  nell'anno  62-2.  Mettendosi  modo,  con  cui  ivi  Gesù  avea  por- 
alla  testa  dell'esercito,  prese  un'im-  tato  la  croce,  ed  allora  l'impera- 
magine  di  Gesvi  Cristo,  e  promise  tore  deponendo  la  corona,  e  le  in- 
ai soldati  di  non  abbandonarli  sino  segne  imperiali,  a  piedi  nudi  pro- 
alia  morte.  Rapida  fu  la  sua  mar-  segui  la  processione,  e  la  croce  fu 
eia,  e  i  vantaggi,  che  riportò  sui  posta  nel  luogo  ov'era  prima,  in- 
persiani, gli  posero  nelle  mani  cin-  teramente  intatta,  giacché  i  persia- 
quanta  mila  prigionieri ,  ai  quali  ni  avevano  lasciato  illesi  i  sigilli  ; 
per  compassione  fu  resa  la  libertà,  indi  fu  aperta  la  reliquia,  ed  il 
Questo  atto  dispose  a  suo  favore  i  santo  legno  venne  mostrato  al  po- 
nemici,  che  facevano  voti  pel  buon  polo.  Questo  avvenimento  rese  più 
successo  delle  sue  armi,  affine  di  li-  celebre  la  festa  dell'  Esaltazione 
berare  la  Persia  da  un  tiranno,  da  della   Croce. 

tutti  tenuto  pel  flagello  del  genere  Leggesi  in  Costantino  Porfìroge- 
umano.  Intanto,  proseguendo  le  vit-  nito  la  descrizione  del  pio  cerimo- 
torie  di  Eraclio  nel  626,  Costanti-  niale,    cui     l'  imperatore,    la  corte, 
popoli  corse  pericolo  di  essere  pre-  il    clero  ,    e    il   popolo    osservava- 
sa  dai  persiani,  e  dagli  avari,  e  la  no  nella  festa  dell'Esaltazione  della 
liberazione  venne    riguardata   come  santa  croce,  e  in  altri  giorni.  Inol- 
miracolo  della  ss.   Vergine.  La  Per-  tre  la  chiesa  greca  onora  ai  7  mag- 
sia,  occupata  in   gran  parte  dai  ro-  gio  la  memoria  dell'apparizione  mi- 
mani,  si    ribellò    contro  Cosroe    II,  racolosa  avvenuta    nella    metà    del 
che  venne  imprigionato  dal  suo  fi-  quarto  secolo  sotto  l'impero  di  Co- 
gli© Siroe  per    averlo    posposto    al  stanzo  nella  città  di  Gerusalemme, 
trono ,  e  per  giudizio  di  Dio  morì  di   cui  si    parlò    all'  articolo    Croce 
per  le  mani  di  un  figlio    barbaro  e  (/^ <?<//),  dicendosi  di  alcune  sue  pro- 
snaturato. Allora  Siroe  conchiuse  la  digiose  apparizioni.  Nel    martirolo- 
pace  con  Eracho,  mise    in    libertà  gio  romano,  ai  26  febbraio,    viene 
Zaccaria,  patriarca  di  Gerusalemme,  descritta  una  quarta  festa    della  ss, 
con   tutti    i    prigionieri,    restituì    le  croce,  propria   della  nazione  arme- 
usurpate  Provincie,  e    tra    le    altre  na ,    eh'  ebbe    origine    dall'  appari- 
spoglie  la  vera  croce,  che  chiusa  in  zione  del  santo  legno  avvenuta  nel 
una  cassa  di  argento  da  Sarbazara  monte  Varagh,  nell'Armenia  mag- 
era  stata  trasportata  in  Persia  quat-  giore,  nell'anno  653.   In  questo  luo- 
tordici    anni    prima.    L' imperatore  go  era   nascosto  dentro    una    rupe, 
portò  seco  questa  preziosa    reliquia  un  pezzo  della  vera  croce,  che  Pa- 
a  Costantinopoli,  e  nel  629    s' im-  tronica,  moglie    di    Clodio    Cesare, 
barcò  nella  primavera    per    la  Pa-  da    Gerusalemme    avea   portato    a 
lestina,  affine  di    restituirla    a    Gè-  Pioma,  da  dove  poi  la  portò  in  det- 
rusalemme,  e    rendere  solenni  già-  to  luogo  la  santa  vergine  Ripsima, 
zie  a  Dio  per  le  sue  vittorie.   Egli  della   famiglia     di  Clodio,    allorché 
volle  portar    la    croce    sulle    spalle  fuggendo  da  Roma  la  persecuzione 
entrando  in  città,  con  pompa  splt-n-  di  Diocleziano,  ritirossi  in  Armenia, 


238  CRO 

in  cui  fu  !TiarfiiÌ7.7ata.  Ivi  la  santa 
nascose  la  reliquia  dentro  la  rupe, 
per  porla  al  sicuro  dai  pagani,  e 
solo  per  tradizione  ciò  era  noto  a 
quegli  abitanti.  Dopo  molto  tempo, 
mentre  alcuni  anacoreti  stavano  a 
recitare  l'ora  di  terza,  in  una  chie- 
sa presso  la  nominata  montagna  , 
videro  all'  improvviso  uno  splendo- 
re, ed  osservarono  brillare  la  cro- 
ce, ed  in  pari  tempo  la  videro, 
mutamente  alla  popolazione,  entra- 
re in  chiesa,  e  posarsi  sull'altare 
principale.  Il  sagro  tempio  pertan- 
to fu  rischiarato  da  luce  maravi- 
gliosa,  e  da  soave  odore  riempito, 
locchè  durò  sino  ai  vesperi.  In  que- 
sto modo  prodigioso  il  legno  della 
vera  croce  dal  monte  passò  sul- 
l'altare, presso  il  quale  subito  re- 
caronsi  il  patriarca  JVarsete  Seinog, 
ed  il  principe  Yard-Batrich,  e  po- 
terono persuadersi,  che  quello  era 
il  santo  legno  chiuso  nella  monta- 
gna dalla  santa  vergine  Ripsima. 
Per  la  qual  cosa  venne  stabilita 
lannua  festa,  in  memoria  del  pro- 
digio. 

Una  quinta  festa  della  croce 
si  celebrava  dai  greci  nel  primo 
di  agosto,  e  questa  è  notata  nel 
martirologio  con  queste  parole:  Pri- 
mo die  processio  venerandonwi  li- 
giìorum  pretiosae  ,  et  vii'ifìcae, 
Crucis.  Abbiamo  anche  feste  par- 
ziali della  croce  proprie  di  regni, 
e  città,  come  quella  istituita  nella 
Spagna  ai  i6  luglio  12 12,  detta  il 
Trionfo  della  Croce,  per  la  vitto- 
ria riportata  da' cristiani  contro  i 
mori,  perchè  l'arcivescovo  di  To- 
ledo fece  precedere  l'esercito  dalla 
sua  croce  arcivescovile.  Gregorio 
XI 11  approvò  tal  festa,  di  cui  trat- 
ta il  p.  Ribadineira  nel  suo  Flot 
Sniicloruni  ai  16  luglio.  Venerala 
fu    la    croce    anche    dagli     eretici, 


CRO 

quando  si  oltraggiarono  le  sagro 
immagini  :  anzi  osserva  il  Bernini, 
Storia  delle  eresie  pag.  269,  che 
avendo  Costantino  Copronimo  fat- 
te bruciare  in  Costantinopoli  tutte 
le  sagre  immagini,  i  vescovi  adu- 
latori in  tal  occasione  giurarono 
sopra  il  santo  legno  della  croce, 
unitamente  con  l'Eucaristia,  e  con 
gli  evangeli! ,  con  aperta  cecità  e 
contraddizione,  giacché  mentre  con- 
dannavano in  conciliabolo  le  im- 
magini di  Gesù  Cristo,  onoravano 
poi  una  croce  d'oro,  o  di  argento, 
per  relazione  al  medesimo. 

Alla  croce  nel  venerd'i  santo  si  fa  la 
genuflessione  con  ambe  le  ginocchia, 
per  riverenza  al  mistero  operato  in 
essa;  questa  genuflessione  però  col- 
le due  ginocchia,  si  fa  in  tal  gior- 
no soltanto  nella  trina  adorazione, 
perchè  la  Chiesa  in  detto  giorno 
vuole  venerata  la  santa  croce  con 
culto  in  modo  speciale.  P^.  il  Bel- 
larmino lib.  II,  de  ininiag.  cap. 
XX,  ed  il  p.  Perrone  t.  IV,  cap.  VI, 
de  Cnice.  L'adorazione  della  croce 
si  faceva  in  Costantinopoli  per  tre 
giorni  nella  settimana  santa ,  espo- 
nendosi nel  tempio  di  s.  Sofia  un 
pezzo  del  santo  legno.  Nel  primo 
giorno  era  adorato  dall'imperatore, 
e  da  tutti  i  laici  ;  nel  secondo  gior- 
no dall'  imperatrice,  e  da  tutte  le 
donne  ;  nel  terzo  dal  patriarca,  e 
dal  clero.  IMentre  stava  in  detti 
giorni  esposto  il  santo  legno,  la  ba- 
silica riempivasi  di  soavissimo  odo- 
re, anzi  tramandava  un  prezioso 
liquore,  che  guariva  diverse  infer- 
mità, come  narra  il  Baronio  all'an- 
no 633.  Di  tale  liquore  fa  men- 
zione il  Papa  s.  Gregorio  1,  1.  7 
ep.,  il  quale  ringraziò  Leonzio,  per 
averglielo  mandato,  e  lo  chiamò 
Oleum  Crucis.  Inoltre  i  greci  nella 
terza  domenica   di   quaresima,    con 


CRO 

moka  solenuità  fnnno  l'adorazione 
della  croce,  volendo,  come  dice 
Triodio,  colla  vista  di  questa  ani- 
male i  fedeli  già  lassi  e  stanchi,  a 
continuare  l' incominciato  digiuno 
quaresimale  .  li  Boccadoro  però, 
Homil.  de  venerai .  chic,  ne  asse- 
gna altra  ragione.  In  Gerusalemme 
tre  volte  ali  anno  si  esponeva  la 
ss.  croce  alla  pubblica  adorazione, 
mostrandola  il  vescovo  dal  sas-ra- 
vio,  nella  terza  domenica  di  quare- 
sima, nel  giorno  di  Pasqua,  e  nel- 
la festa   dell'  esaltazione. 

Ecco  l'ordine  della  adorazione 
della  croce,  nella  cappella  Ponti- 
fìcia. Prima  la  fa  il  Papa,  poi  il 
Cardinal  decano  avente  a  destra  il 
Cardinal  celebrante,  il  Cardinal  sot- 
to decano,  e  gli  altri  Cardinali  due 
a  due;  i  patriarchi,  arcivescovi,  e 
vescovi  assistenti  al  soglio.  Questi 
ultimi  vanno  in  questo  luogo,  per- 
chè il  primo  di  essi  funziona  col 
reggere  al  Papa  il  libro,  altrimenti 
non  essendo  essi  in  paramenti  sa- 
gri ,  dovrebbero  incedere  dopo  il 
prelato  maggiordomo,  come  fanno 
quando  il  Papa  \'a  dalla  sagrestia 
in  cappella,  sì  nel  palazzo  aposto- 
lico, che  nelle  chiese  di  Roma.  Suc- 
cedono a  venerare  la  croce,  il  go- 
vernatore di  Roma,  col  principe  as- 
sistente al  soglio,  r  uditore  della 
camera,  il  tesoriere,  e  il  maesior- 
domo,  i  vescovi  non  assistenti,  i 
protonotari  apostolici,  il  commen- 
datore di  s.  Spinto,  e  gli  altri  ab- 
bati generali ,  il  senatore,  ed  i  con- 
servatori di  Roma ,  col  priore  dei 
capo-rioni ,  il  maestro  del  sagro 
ospizio,  gli  uditori  di  rota, compre- 
.<;o  l'uditore  ministro  della  mitra, 
col  p.  maestro  del  sagro  palazzo,  i 
chierici  di  camera,  i  votanti  tli  se- 
gnatura, gli  abbreviatori  di  parco 
niaggioie,  i    ministri    sagri,  cioè    il 


CRO  2  3«) 

prete  assistente  al  celebrante,  il  dia- 
cono, e  il  suddiacono  della  cappel- 
la pontificia  ;  i  maestri  delle  ceri- 
monie pontificie,  i  camerieri  segreti 
partecipanti,  quelli  soprannumerai'i, 
e  di  onore  in  abito  paonazzo,  gli  av- 
vocati concistoriali,  i  cappellani  segre- 
ti e  d'  onore,  i  chierici  segreti,  i  cap- 
pellani comuni,  gli  ajutanti  di  camera 
(qui  andavano!  camerieri  ex/reprima 
che  fossero  nuniti  coi  bussolanti), 
i  bussolanti,  i  procuratoli  genera- 
li degli  Ordini  religiosi,  il  p.  pre- 
dicatore apostolico,  col  p.  confesso- 
re della  famiglia  pontificia,  i  pi'o- 
curatori  di  collegio,  i  cantori  della 
cappella  pontificia,  il  p.  sotto  sa- 
grista ,  coi  chierici  della  cappella 
stessa,  gli  accoliti  ceroferari  cap- 
pellani comuni  (qui  andavano  gli 
scudieri  prima  che  fossero  uniti  ai 
bussolanti),  i  caudatari  dei  Cardina- 
li, e  pel  primo  quello  del  Cardinal 
celebi"ante,  i  maestri  ostiarj  virga 
rubea,  i  cursori  pontifici,  i  mazzie- 
ri del  Papa,  e  per  ultimo,  se  si 
ammettono,  i  forestieri  distinti,  i 
quali  entrano  nel  presbiterio  per 
r  ingresso  delle  quadrature  de'ban- 
chi   de'Cardinali. 

Tutti  i  sopraddetti  debbono  re- 
carsi ad  adorare  la  croce,  e  ba- 
ciarla ,  premesse  tre  genuflessio- 
ni con  ambedue  le  ginocchia,  e 
siccome  il  genuflettere  avanti  la 
ss.  croce  in  questo  giorno  utroque 
gemi,  è  solo  proprio  dell'  atto  delle 
adorazioni,  dovendosi  prima,  o  do- 
po tal  funzione  passare  innanzi  la 
ss.  Croce,  si  genufletterà  con  un 
solo  ginocchio,  tanto  se  la  persona 
abbia  fatta  l'adorazione,  quanto  se 
non  l'abbia  fatta.  In  fatti,  quando 
il  celebrante  ha  collocato  nel  mez- 
zo del  presbitcìio  la  croce,  nel  par- 
tire deve  genuflettere  unico  genu  : 
deposte  quindi   le    scarpe,   torna    in 


24o  CRO 

mezzo  per  la  trina  adorazione,  ed 
allora  genuflette  utroque  genu.  Si- 
inilmentej  terminata  l'adorazione, 
il  diacono  va  a  prendere  la  croce 
per  riportarla  all'altare,  ed  in  que- 
sta circostanza  gt-nuflette  um'co  ge- 
nu. Di  più  dinante  ancora  l'adora- 
zione della  croce,  il  medesimo  dia- 
cono dalla  credenza  porta  la  borsa 
all'altare,  e  passando  innanzi  la 
croce  genuflette  non  utroque,  ma 
unico  genu  j  altrettanto  fa  l'aiutan- 
te di  camera  del  Papa,  quando  dal 
cerimoniere  è  invitato  a  levare  le 
scarpe  al  Papa,  che  deve  recarsi 
all'adorazione  della  croce,  nel  pas- 
sar avanti  ad  essa,  come  nel  ripas- 
sare ritornando  al  suo  posto.  Ma 
delle  cerimonie  per  l'adorazione  del- 
la croce ,  delle  ofl'crte  che  ad  essa 
si  fanno,  e  di  altre  analoghe  eru- 
dizioni,  va  letto  quanto  si  dice  alla 
pag.  3o8  e  seg.  del  volume  Vili 
del  Dizionario.  Noteremo,  che  ivi 
dicemmo  avere  il  regnante  Ponte- 
fice ristabilito  l'uso  antico  dell'espo- 
sizione della  vera  croce,  rito  che 
l'annalista  Pdnaldi  all'an.  3f)7,  nuni. 
IO,  dice  originato  da  quella,  che 
in  detto  tempo  csponevasi  in  Ge- 
rusalemme. Lo  stesso  praticarono  in 
appresso  le  chiese,  che  possedevano 
tali  insigni  reliquie,  e  le  altre  espo- 
sero invece  le  immagini  del  Croce- 
fisso. 

In  quanto  alla  forma  della  vera 
croce,  varie  furono  le  opinioni,  ma 
la  più  abbracciata  è  quella  della 
forma  comune,  che  consiste  in  due 
pezzi  di  legno  uniti,  per  traverso 
l'uno  all'altro,  essendo  uno  di  essi  più 
corto,  e  fermato  vicino  alla  estremità 
supeiiore.  11  ÌMacri  parla  di  tre  forme 
di  croce.  La  croce  decussata  era 
(juella  fatta  con  due  legni  eguali 
posti  a  traverso  in  questa  forma 
X  :  la  croce  comniissa  era  compo- 


CRO 

sta  di  wxì  legno  traverso  corto,  pò-  jd 
sto  sopra  un  legno  più  lungo,  in  " 
questa  maniera  T  :  la  croce  inimis- 
sa  da  ultimo  era  formata  di  un 
legno  lungo,  che  sovrapposto  all'al- 
tro più  corto  sopra vvanza va  un 
poco  dalla  parte  di  sopra  con  que- 
sta figura  -|- ,  la  quale  è  la  forma 
ordinaria  della  croce  per  essere 
stato  in  questo  modo  crocifisso  il 
Salvatore,  secondo  la  più  comune 
opinione.  Condannato  l'apostolo  s. 
Pietro  al  supplicio  della  croceflssio- 
no,  per  grazia  de*  manigoldi  venne 
crocifìsso  colla  testa  all' ingiù,  come 
egli  avea  domandato,  riputandosi 
indegno  di  essere  posto  in  croce, 
come  il  suo  divin  maestro  Gesù. 
f^.  s.  Girolamo  de  vir.  illustr.  cap. 
I  ;  e  Origene  appresso  Eusebio  lib. 

3,  cap.  I.  Abbiamo  di  s.  Andrea 
apostolo,  che,  dopo  aver  predicato 
il  vangelo  nella  Tracia,  e  nella 
Scizia,  fu  messo  in  prigione,  poi 
crudelmente  flagellato,  e  per  ultimo 
posto  in  croce  fatta  con  due  legni 
a  traveiso,  crux  decussata.  V.  Pom- 
peo Sarnelli,  Lett.    Eccl.  t.    X,    p. 

4,  lettera  II,  Della  croce  del  glo- 
rioso s.  Andrea,  e  di  altre  diverse 
forme  di  croci.  La  crocefissione  col 
capo  all'  ingiù,  e  co'  piedi  sollevati 
in  alto  era  la  più  ignominiosa,  e 
di  maggior  tormento,  come  osserva 
il  p.  Mamachi,  De' cosi,  de' primi 
cristiani,  t.  I,  p.  264  e  seg.,  ove 
riporta  la  figura  di  diverse  croci, 
nelle  quali  furono  fatti  morire  i 
confessori  della  fede.  Il  p.  Meno- 
chio,  nel  t.  II  delle  Sluore  alla 
pag.  667  e  seg. ,  tratta  di  alcuni 
gran  personaggi,  che  finirono  mise- 
ramente la  vita,  con  essere  confitti 
in  croce;  e  del  grande  numero  dei 
giudei ,  che  col  medesimo  supplicio 
furono  fatti  morire  dopo  la  morte 
del  Redentore. 


CRO 
Sulla  qualità  del  legno  della  ve- 
ra croce  molte  sono  le  opinioni. 
Alcuni  vogliono  che  fosse  di  cipres- 
so, altii  di  cedro,  altri  di  pino,  ov- 
veio  di  bosso,  di  nardo,  di  olivo, 
di  palina,  o  di  quercia.  Dicesi  pure, 
che  fosse  alta  da  quindici  piedi,  e 
che  le  braccia  fossero  lunghe  da 
sette  ad  otto  piedi  :  niente  però 
avvi  di  sicuro.  Alcuni  dissero,  che 
un  legno  spoigeva  in  fuori  per 
sostegno  de'  piedi ,  ed  altri ,  che 
un  grosso  cavicchio  era  piantato 
alla  metà  dell'  altezza  della  croce, 
sul  quale  il  paziente  era  come  a 
cavallo,  aftinché  il  peso  del  corpo 
non  isvellesse  le  mani.  Sulle  altre 
questioni  del  numero  dei  chiodi, 
co'quali  fu  crocefisso  in  croce  Gesù, 
si  può  leggere  1'  articolo  Ciuodi 
{^Pedi).  Dei  crocefissi  aventi  sotto 
i  piedi  una  testa  di  morto,  inchio- 
data sulla  croce,  è  a  vedersi  l'ar- 
ticolo Crocefisso  {^P edi).  Va  no- 
tato che  non  mancano  autori,  i 
quali  asseriscono ,  essere  la  vera 
croce  composta  di  tre,  o  di  quat- 
tro specie  di  legno.  La  Glossa 
della  Clementina  prima  de  Summa 
Trinitale,  dice  che  la  croce  di  Cri- 
sto fu  di  quattro  sorte  di  legno, 
cioè  che  lo  stipile  era  di  cedro,  il 
tronco  per  lungo  di  palma,  il  le- 
gno traverso  di  cipresso,  la  tavola 
di  sopra  di  ulivo.  S.  Gio.  Grisostomo, 
Orat.  de  ven.  Crucis,  Alessandro  mo- 
naco, e  Beda  nelle  Collettan.ee,  affer- 
mano che  la  croce  era  di  quattro 
specie  d'  alberi,  vale  a  dire  di  ci- 
presso, cedro,  pino,  e  bosso  :  che  di 
cipresso  era  quella  parte,  la  quale 
era  nella  terra  fino  alla  tavola  dei 
piedi;  di  pino  il  rimanente  della  lun- 
ghezza ;  di  cedro  il  legno  traverso; 
e  di  bosso  quella  tavoletta  sopra 
la  testa,  ov' era  scritto  il  titolo.  S. 
Girolamo,  in  conferma  di  ciò,  ri- 
voL.   xvni. 


CRO  ^.  i  I 

porta  le  parole  d'Isaia  60,  i3.  11 
Sarnelli,  t.  V,  p.  76,  e  seg.  nella 
lett.  XXXIX,  Di  qual  legno  fosse 
quello  della  s.  Croce  di  Cristo ^  o- 
pina  non  essere  pi'obabile  che  tante 
fossero  le  sorte  di  legni,  e  che  esse 
piuttosto  debbonsi  prendere  in  senso 
mistico.  Il  Ciacconio,  de  lignis  ss. 
Crucis,  dice  che,  avendo  confron- 
tato le  diverse  specie  de'  legni,  con 
quello  della  vera  croce,  gli  sembra 
essere  stato  di  quercia.  Anche  il  p. 
Menochio,  Siuore,  t.  I,  p.  623,  cap. 
LXX,  Di  qual  sorte  di  legno  fosse 
fabbricata  la  croce  di  Cristo,  dice 
non  essere  probabile,  che  i  croce- 
fìssori  cercassero,  o  adoperassero 
tante  varietà  di  legni  per  fare  la 
croce  di  Cristo,  o  degli  altri,  i  qua- 
li crocefiggevcuio  ;  riporta  le  diver- 
se opinioni  massime  del  Ciacconio, 
e  del  Gretsero,  1.  I  de  cruce,  ca- 
pit.  5 ,  et  7  ,  conchiudendo  non 
potersi  affatto  stabilire  la  qualità 
del  legno  della  vera  croce.  Innu- 
merabili  poi  sono  i  miracoli  operati 
in  virtù  di  s'i  santo  e  venerabile 
legno.  P\  Carlo  Bartolomeo  Piazza, 
Emerologio  di  Roma,  pag.  582,  e 
seg.  della  venerazione  del  legno 
della  Ss.  Croce  ;  e  l' annalista  R.i- 
naldi,  che  negli  annali  ne  riporta 
parecchi  esempli,  dicendoci  ali  anno 
566  num.  35,  che  in  occasione  dei 
prodigi  operati  da  quel  pezzo,  che 
la  regina  di  Francia  s.  Piadegonda 
ottenne  dall'  imperatore  Giustino  II, 
Venanzio  Fortunato  compose  il  bel- 
lo e  nobile  inno,  cui  la  Chiesa  so- 
vente canta  : 

Vexilla  regis  prodeunt, 
Fulget  crucis   mysterium    etc. 

e   r  altro  : 

Pangc,  lingua,  gloriosi, 
Praeliuni  ccrtaniinis    etc,  con 

altri  ancora. 

16 


242  CRO 

CROCE  SEGNO.    Questo     è    un 
breve    atto,    o   professione  di    fede 
del  cristiano,  allorquando  pronunzia 
le  parole    In    nome    del    Padre,  e 
del  Figliuolo,  e  dello  Spirito  Santo, 
parole     che    proferì     Gesù    Cristo 
quando  istituì    il  battesimo,  di  cui 
i  primi  fedeli    contrassero  tosto  la 
consuetudine.  Fra  le  cerimonie  re- 
ligiose ,   che     furono     tenute  nella 
Chiesa    sino  dal    suo   nascere,  non 
ve  n'ebbe  mai  di  più  sacra,  né  di 
più  spesso    usata,    sia  negli    eserci- 
zi   della    religione,    sia  nelle  parti- 
colari   ordinarie  azioni    della    vita, 
quanto  il  segno    della    croce.  Que- 
sto si  forma  sopra  di  noi  median- 
te   il    movimento    della  mano    de- 
stra, che  esprime  la  figura  appunto 
di  una  croce,  recandocela  alla  fron- 
te, poi  al  petto,   alla  spalla  sinistra, 
ed    indi  alla  destra,    per   denotare 
che   mediante    la  croce  siamo  pas- 
sati dalle  miserie  alla  felicità,  come 
spiega  il  INIacri.   Altre   volte  solevasi 
toccare  la  spalla  destra    prima  della 
sinistra;     e    solo    perchè    la    mano 
destra,  che  serve  a  formare  il  segno 
della    croce,  si  porta  prima,  e  più 
naturalmente  alla  parte  sinistra,  vie- 
ne essa  oggidì  toccala  per    la  prima. 
In  fatti  Innocenzo  III  insegnava  do- 
versi  fare  dalla  destra  alla  sinistra, 
per  significare    la    predicazione  del 
Salvatore,    che    dal  giudaismo  pas- 
sò al  gentilesimo.    I    sacerdoti  fan- 
no spesso  il  segno  della  croce  nella 
celebrazione  de'santi  misteri,  e  nel- 
l'amministrazione de'sagramenti.  Si 
dà  la  benedizione   facendo  il  segno 
della  croce,    e  col    ss.    sagramento, 
sia    racchiuso    nell'ostensorio,     che 
nella    pisside ,    e    si  dà  ancora  con 
qualche  stromento    benedetto,    con 
reliquia,    o    sagra   immagine,  o  so- 
lamente colla   mano.    1^.  Benedizio- 
ne. I  vescovi,    e  gli  abbati   mitrati 


CRO 
ne'pontìficali  fanno  il  triplice  segno 
della  croce;  ma  li  semplici  sacerdo- 
ti dopo  s.  Pio  V  nelle  sole  messe 
cantate  benedicevano  il  popolo  con 
tre  segni  di  croce,  finche  Clemente 
VIII  ne  prescrisse  un  solo. 

Prima  di  proseguire  a  parlare 
del  segno  salutare  della  croce,  ol- 
tre quanto  abbiamo  detto  al  ci- 
talo articolo.  Benedizione,  brevemen- 
te qui  accenneremo,  che  dapprima 
la  benedizione  si  diede  coli  attuai 
imposizione  delle  mani,  come  scri- 
ve il  Cotelerio,  nel  cap.  g,  lib.  8 
delle  constitul.  apostolic,  e  quindi 
a  cagione  di  dover  benedire  molli 
cristiani,  s'introdusse  la  sola  esten- 
sione della  mano  nell'atto  di  pro- 
ferire le  suddette  parole  della  be- 
nedizione, detta  bene  spesso  saluto, 
senza  accompagnarla  talora,  secondo 
l'opinione  di  Rainaudo  t.  i6  Hetero- 
clit.  pag.  2  11,  col  segno  della  croce, 
la  quale  estensione  di  mano  continuò 
tuttavolta  a  chiamarsi  presso  dei 
greci  chirotonìa,  cioè  imposizione 
delle  mani.  Quando  i  sacerdoti  in 
quella  l'eligiosa  azione  incomincia- 
rono a  tenere  ritti  alcuni  diti  del- 
la mano,  per  avviso  del  Bonarroti 
ne'suoi  Pietri  antichi,  tav.  io,  i  i, 
12,  e  i3  fig.  I,  essi  pensarono  di 
imitare  un  certo  gesto  simile,  che 
presso  i  gentili,  e  presso  il  comune 
degli  altri  uomini  si  praticava  per 
annunciarsi,  salutandosi  vicendevol- 
mente, e  facendosi  lieti  auguri  di 
felicità;  e  perciò  con  tal  gesto  si 
vede  nelle  pitture  de'cristiani  non 
solamente  la  mano  significante  Id- 
dio, ma  le  mani  di  altre  persone 
ecclesiastiche.  E  che  egli  fosse  comu- 
ne di  tutti,  ben  si  ravvisa  negli  anti- 
chi monumenti,  ne'  quali  si  osser- 
vano spesso  gli  oratori,  i  filosofi,  e 
i  poeti  colla  mano  distesa,  e  colle 
dita    accomodale,    nel   modo    slesso 


4 


CRO 
che  viene  adoperato  dai  nostri  sa- 
cerdoti nel  benedire.  Essendo  poi 
questo  il  gesto  di  coloro  che  salu- 
tavano, gli  oratori  se  ne  serviva- 
no al  principio  delle  loro  orazio- 
ni, come  dice  Apulcjo  nel  secon- 
do delle  Metamorfosi:  »  ac  si  ag- 
«  geratis  in  camulum  strangulis,  et 
-•>  effultus  in  cubi  tu  m  5  subrectusque 
:■>  in  torum,  porrigit  dexteram,  et 
»j  ad  instar  oratorum  conformat  arti- 
»  culum,  duobusqueinfimis  conclusis 
'»  digitis,  ceteros  eminentes  porrigit, 
«  et  infesto  pollice  clementer  sub- 
»>  rigens  infit  ".  Questo  gesto  fu 
anche  variato  in  parte,  e  ridotto 
quasi  all'uso  della  benedizione  dei 
greci,  come  si  vede  da  Quintiliano, 
Inslit.  orat.  lib,  II  cap.  3,  Ma, 
senza  ricorrere  al  rito  civile  de'gen- 
tili,  sembra  più  agevole  il  credere 
che  intendessero  i  sacerdoti  cristia- 
ni d'imitare  ciò,  che  si  legge  di 
Gesù  Cristo,  il  quale  nell'atto  di 
ascendere  al  cielo,  eltvnlis  manibus 
suis  benedixit  cis,  s.  Luca  cap.  24 
vers.  5o;  e  volendo  simboleggiare 
in  quell'atto  la  ss.  Trinità,  dalla 
quale  ogni  bene  discende,  costuma- 
rono di  tenere  ritte  tre  dita.  Quale 
sia  il  significato  delle  dita  presso 
j  greci  nel  benedire,  veggasi  nel 
Hierolexicon  del  Macri,  verbo  Crux, 
e  nel  citato  articolo  Benedizione. 
SuH'egual  uso  de'  certosini ,  nelle 
loro  costituzioni  al  capo  i4  si  leg- 
ge: »  Quoties  autem  signum  Cru- 
»>  cis  faci  m  US  super  nos,  si  ve  alios, 
"  tribus  digitis  dexlerae  manus,  sci- 
j'  licet  pollice,  indice,  et  medio  ex- 
»  tensis,  et  simul  junctis,  reliquis 
»'  duobus  digitis  contractis  illud  fa- 
»»  cimus  ".  F".  il  Fivizzani  De  ritu 
ss.   Crucis  pag.    106,  e   137. 

L'uso  del  segno  della  croce  è  per- 
tanto della  prima  antichità.  Il  Ri- 
naldi all'  anno  66    num.  6,  dice  , 


CRO  243 

essere  tradizione  apostolica,  che  i 
fedeli,  sino  dal  nascere  della  Chie- 
sa, facessero  colla  mano  il  segno 
della  croce,  tanto  sopra  le  cose  sa- 
gre, quanto  sopra  le  altre  che  be- 
nedicevano, e  principalmente  con- 
tro i  demoni .  Quindi  riporta  i 
mirabili,  e  prodigiosi  effetti  operati 
con  questo  segno,  e  dice  che  i  fe- 
deli erano  usati  segnarsi  la  fronte 
col  segno  della  croce  quando  nel 
simbolo  pronunziavano  le  parole, 
carnis  resurreclionem.  I  cristiani 
già  nel  secondo  secolo  avevano  a- 
dottato  il  pio  costume  in  ogni  sor- 
te d'incontri  di  fare  il  segno  della 
croce  per  distinguersi  tra  loro,  per 
salutarsi,  per  santificarsi,  mostrando 
con  ciò  che  non  avevano  vergogna 
di  essere  seguaci  di  Gesù  Cristo 
crocefisso.  Da  allora  in  poi  questo 
segno  salutare  costantemente  fu  sem- 
pre considerato  il  contrassegno  di- 
stintivo de'  cristiani,  il  compendio 
della  loro  fede,  delle  loro  preghie- 
re, e  delle  loro  benedizioni,  e  prin- 
cipalmente il  terrore  del  demonio. 
Che  i  primi  cristiani  si  consagrasse- 
ro a  Dio,  e  ne  implorassero  l'as- 
sistenza in  tutte  le  ore  facendosi 
sulla  fronte  il  segno  della  croce, 
ovvero  sul  petto,  e  su  tutto  il  cor- 
po, ce  ne  fanno  testimonianza  i  più 
antichi  scrittori  della  Chiesa.  Tertul- 
liano, che  fra  tutti  i  padri  latini  fu  il 
più  vicino  ai  tempi  degli  apostoli.  De 
or  adone,  così  si  esprime:  »  Ad  ogni 
«  passo  che  facciamo,  cioè  quando 
»  usciamo  di  casa,  o  vi  entriamo; 
"  quando  e'  indossiamo  le  vesti ,  o 
w  ci  calziamo  i  piedi  ;  quando  ci  le- 
"  viamo,  o  ci  mettiamo  a  tavola 
»  (/^.  Benedicite),  quando  accen- 
"  diamo  il  fuoco,  e  le  nostre  lam- 
»  padi,  o  andiamo  a  coricarci  ;  in 
'•  una  parola  in  tutte  le  azioni,  in 
>,  tutti  gli    intertenimcnti,    noi     co- 


244  CRO 

jj  minciamo  dal  fnrci  il  segno  della 
»  croce,  che  imprimiamo  sulla  no- 
«  stra  bocca,  sui  nostri  occhi,  sul 
«  nostro  cuore,  sulla  nostra  fronte. 
-•>  Volete  sapere  chi  ci  abbia  inse- 
-■•  gnato  questa  pratica,  e  parecchie 
«  altre  somiglianti?  Nulla  troviamo 
»  ne'  libri  santi  che  vi  ci  obblighi  ; 
j>  ma  ella  deve  la  sua  origine  alla 
«  tradizione,  l'uso  la  confermò,  la 
'»  pietà  dei  fedeli  la  mantenne  si- 
-•»  no  ai  nostri  giorni."  Lo  stesso 
autore,  De  corona  milit.  e.  2,  p. 
102,  pur  ci  dice:  «  che  i  cristiani 
»  pregano  sovente  colle  braccia  a- 
»  perte,  e  stese  in  forma  di  croce, 
'»  con  voce  bassa,  come  uomini  che 
»  osano  appena  parlare,  e  cogli  oc- 
>»   chi  inchinati  a  terra." 

Si  è  sempre  mantenuta  la  stessa 
divozione,  e  l'uso  del  segno  della  cro- 
ce fu  sempre  dei  paii  frerpiente 
presso  i  greci  e  i  cristiani  di  orien- 
te, quantunque  lontani  fossero  dai 
luoghi  conosciuti,  benché  sembras- 
sero selvaggi  per  lingua,  per  mas- 
sime, e  per  costumi.  Di  ciò,  e  di 
quanto  si  praticava  nella  chiesa  gre- 
ca, abbiamo  a  testimonio,  e  ce  ne  fa 
fede  s.  Cirillo  di  Gerusalemme  prima 
catechista,  poi  arcivescovo  di  quella 
città,  che  fioriva  sotto  i  due  primi 
imperatori  cristiani.  Nella  Catech.  IV, 
n.  I  o,  in  una  istruzione  ai  catecumeni 
per  disporli  al  battesimo,  egli  diceva  : 
«  Guardiamoci  bene  di  vergognar- 
"  ci  della  croce  del  Salvatore  del 
"  mondo.  Se  vi  ha  alcuno,  che  non 
»  osi  onorarla  in  pubblico  ,  non 
»  io  imitate,  ma  formatevela,  e 
»  portatela  scolpita  sulla  vostra 
'»  fronte.  Alla  vista  di  questo  ves- 
'»  siilo,  fuggiranno  lungi  da  voi 
"  que' demoni,  percossi  di  terrore. 
>y  Usate  di  questo  segno  adorabile, 
>'-  sia  che  beviate,  sia  che  mansria- 
«   te,  o  nel   coricarvi    a    letto    per 


CRO 
>»  pigliare  il  suono,  cai  risveglinr- 
"  vi.  o  mettendovi  in  viaggio,  u 
»  conversando,  in  una  parola  in 
"  tuttociò  che  vi  mettete  a  fare''. 
Altrettanto  con  una  eloquenza  pie- 
na di  fuoco,  e  con  un  cuore  tutto 
acceso  di  zelo  parla  del  segno  della 
croce  s.  Efrem,  il  dottore  più  an- 
tico, e  più  illustre  della  Siria  :  de. 
Panoplia,  seu  annalura  spintualì, 
p.  3Ò9  edit.  nov.  vatic.  Il  Cardi- 
nal Bona,  De  divina  psalniod.  cap. 
16,  dice  :  »>  La  croce  è  il  sigillo 
"  del  Signore;  essa  sulla  fronte  del 
"  cristiano  è  quanto  la  circoncisio- 
«  ne  del  giudeo  ;  essa  è  la  .scala 
»  per  la  quale  si  sale  diritto  al 
»  paradiso;  dà  la  vita,  libera  dalla 
«  morte,  conduce  alla  virtù,  impe- 
"  disce  la  corruzione  del  fedele, 
>'  estingue  il  fuoco  delle  passioni, 
"  apre  il  cielo,  ec."  Origene  nei 
trattati  sopra  Ezechiello  t.  I,  cap. 
X,  parlando  della  lettera  Tau,  del- 
la quale  fa  menzione  il  profeta, 
dice  ch'ella  è  figura  della  croce,  e 
vaticinio  di  quel  segno,  ch'è  in  uso 
appresso  i  cristiani,  e  si  forma  nel- 
la fronte,  il  che  fanno  tutti  i  fedeli 
qualunque  volta  imprendono  qual- 
che opera  o  lavoro.  Così  il  Mama- 
chi,  toni.  II  De'costunii  de'  primi 
cristiani. 

I  cristiani  opponevano  questo  ve- 
nerabile segno  a  tutte  le  supersti- 
zioni dei  pagani:  fu  pur  sempre 
costumanza  de'  cristiani  di  comincia- 
re, e  finire  le  orazioni  col  segfio 
della  croce,  e  di  ripeterlo  spessissimo 
nella  celebrazione  de' santi  sagrificii. 
Sulle  croci,  che  il  sacerdote  fa  nel- 
la messa,  massime  dopo  la  consa- 
grazione,  V.  il  Sarneili,  e  l'articolo 
Messa.  Sempre  pure  vengono  ripe- 
tute nelle  diverse  consagrazioni,  ne- 
gli esorcismi,  nei  sagramenti,  e  in 
tutte  le  sagre  cerimonie,  e  funzioni 


I 


CRO 
ecclesiastiche.  Neil'  insegnarci  i  pa- 
dri, che  r  unzione  del  battesimo,  e 
quella  della  confermazione  si  fanno 
in  forma  di  croce  sulla  fronte  del 
battezzato,  ci  attestano  altresì,  che 
col  segno  della  santa  croce  si  ope- 
rarono innumerabili  miracoli,  per- 
chè questo  segno  sempre  è  stato 
eflìcacissimo  per  cacciare  i  demonii, 
e  tutti  i  prestigli  nelle  cerimonie 
magiche  de' pagani.  V.  Lattanzio, 
1.  4j  c.  27  Divin.  Instit  ;  de  Blor- 
tìb.  persec.  e.  io.  Se  la  Chiesa  re- 
plica di  continuo  il  segno  della  cro- 
ce, nel  santo  sagriflcio  delia  messa, 
neir  amministrazione  de'sagiamenti, 
nelle  benedizioni,  in  tutto  in  somma 
il  culto  esteriore,  è  per  insegnarci, 
e  convincerci,  che  nessuna    pratica, 

0  cerimonia  può  pnjdurre  alcun 
effetto,  se  non  in  virtù  de' meriti, 
e  della  morte  di  Gesù  Cristo;  che 
tutte  le  grazie  di  Dio  ci  vengono 
in  contemplazione  dei  patimenti  di 
questo  divino  Salvatore,  e  del  san- 
gue che  sparse  per  noi  sulla  croce. 

1  greci  in  tutte  le  loro  liturgie,  i 
maroniti  in  quelle  che  portano  il 
nome  di  caldaiche,  e  in  generale 
gli  altri  cristiani  orientali  ripetono  il 
segno  della  croce  più  sovente  che  i 
latini  :  queste  liturgie  sono  state 
stese  sui  modelli  fatti  e  lasciati  per 
regola  dagli  apostoli,  a  ciascuna 
delle  chiese  da  loro  fondate  ;  e  tut- 
te malgrado  i  diversi  fondatori , 
o  gli  autori,  che  le  hanno  dettate, 
sono  uniformi  tra  loro  nell'  uso 
frequente  del  seguo  della  croce, 
non  altrimenti  che  sulle  parti  essen- 
ziali del  sagriflcio,  il  che  piova  e- 
videntemente  essere  elleno  d' istitu- 
zione,  e  di   diritto  apostolico. 

Le  terme  di  Diocleziano  in  Ro- 
ma furono  fabbricate  colle  mani  di 
qiiiiranta  mila  cristiani,  che  poi  sof- 
iiuouo  il  martirio.  Essi    per    tcsti- 


C  R  O  245 

monlo  della  loro  fede,  nei  diversi 
mattoni  che  cuocevano,  e  nelle  pie- 
tre che  segnavano,  scolpùono  il  se- 
gno della  croce,  senza  che  i  gentili 
se  ne  accorgessero.  Presso  i  cofti, 
ed  altri  cristiani  orientali,  vi  fu  il 
costume  di  imprimere  con  un  fer- 
ro caldo  il  segno  della  croce  sulla 
fronte  de'  fanciulli,  o  su  altra  parte 
del  volto,  ed  il  Bernardi  dice,  che 
ciò  facevano,  perchè  i  maomettani 
rapivano  ad  essi  di  frequente  i  fi- 
gli per  farli  schiavi,  e  per  allevarli 
ueir  islamismo;  ma  essendo  essi  fie- 
li nemici  della  croce,  non  volevano 
fanciulli  o  schiavi  che  avessero  im- 
presso sulla  fronte,  o  sul  volto  que- 
sto segno,  per  cui  li  rilasciavano. 
Tra  i  vari  segni  adoperati  dagli 
antichi,  nel  supplicare,  o  chiedere 
perdono,  fu  molto  in  uso  quello 
della  croce,  come  può  vedersi  nel 
Du-Cange,  verbo,  Crucem  hajulare. 
Il  Giuratori,  t.  11,  col.  33o,  antuju. 
ital.  dice,  che  fu  pur  frequente  il 
supplicar  colla  fune  o  capestro  al 
collo.  Sui  pili  àeW Acqua  benedetta 
(f^edij,  presso  le  porte  delle  chie- 
se, neir  ingresso  delle  quali  i  cri- 
stiani fanno  il  segno  della  croce 
colla  detta  acqua,  si  vegga  il  p. 
Lupi,   Dissertazioni    t.    i .    p.    486 

seg. 

Sulla  croce,  con  cui  il  cristiano 
segna  sé  stesso,  e  le  altre  cose, 
si  consulti  il  citato  Sarnelli  nella 
lettera  XVI  del  tomo  \  I.  Questo 
dotto  prelato  parla  del  segno  di 
croce  in  luo"0  della  sottoscrizio- 
ne,  nel  tomo  If,  pag.  36,  aven- 
do scritto  la  lettera  XIV,  per  que- 
sto argomento  :  iSe  quelli  che  nelle 
scritture  antiche  sì  trovano  sotto- 
scrìtti col  segno  della  croce  di  loro 
mano ,  sapevano  scrivere,  o  no. 
Quindi  riporta  varii  esempii  di  sot- 
toscrizioni :  sigiiuni  ^   factum  per 


246  CRO 

vianiim  supradicd  Petri  Cuanlien- 
si  episcopi  :  signiirn  ^  factum  per 
manum    LepaUli    ahbatis  :    signiini 
•tjf    Milonìs     archiepiscopi  j    come 
ancora    ne    ripoi'ta  di    canonici,  di 
conti,  ec.  col  segno  della  croce  sot- 
toscritti, notando  essere    tuttora   in 
uso,  che  i  vescovi    facciano    prece- 
dere il  segno  ■»|f  avanti  la  loro  sot- 
toscrizione, ciò  che  praticano  i  Car- 
dinali ancora  quando    sottoscrivono 
le  bolle,  come  quelle  della  Canoniz- 
zazione {^J^eili).  Conchiude    il    Sar- 
nelli,  che  antichissimo    è    l' uso    di 
sottoscriversi  col  solo  segno   -i^ ,  e 
ciò  può  aver  avuto  origine  per  da- 
re maggior  forza  a  quanto    si    do- 
veva convenire  colla    sottoscrizione, 
facendo    di  propria    mano   il    santo 
segno  della  croce.  Talvolta  solevasi 
aggiugnere  alla  -tjf    il    proprio  no- 
me, e  sebbene  lo  fosse  senza,  il  nota- 
re suppliva  al    difetto  delle  perso- 
ne, che  avevano  segnata    la  croce, 
nominandole  nel  rogito.    Il  Borgia, 
Memorie    storiche    di    Benevento    t. 
Ili,    p.    XXVIII,    tratta    del  segno 
della  croce   nelle  sottoscrizioni.  Usa- 
no gì'  illetterati,  che    debbono    sot- 
toscrivere alcuna  carta  od    atto  le- 
gale, in    presenza    de'testimoiii,    se- 
gnare una  linea  a  traverso  di  altra, 
colla  quale  si  forma  il  segno  delia 
croce,  ciò  che    dicesi    spaccare    la 
Croce,  e  con  questo  suppliscono  al- 
le sottoscrizioni,  quando  non  sanno 
scrivere.  Tal  ripiego  probabilmente 
venne  adottato  per  la  venerazione, 
che  devesi  al  salutare  segno  di  no- 
stra salute  eterna,  e  per  approvare 
solennemente    quanto    eoa    esso    si 
viene  ad  autenticare  contenuto  nel- 
l' atto,    o    nella  scrittura.    Il   conci- 
lio   di     Chelchyt,    tenuto  ncH'SiS, 
prescrive,  che  ogni  giudizio,  o  atto 
confermato  col     sogno    della    croce, 
debba  essere    inviolabilmente  osser- 


CRO  il 

vato,  e  che  questo  sagro  segno  do- 
vevasi riguardare  come  un  giura- 
mento. Il  citato  Berlendi,  Delle  obla- 
zioni, p.  263,  riporta  alcuni  esem- 
pi di  sottoscrizioni  di  croci  in  luo- 
go del  nome,  ed  uno  composto  di 
sette  croci,  ed  altri  di  persone  illet- 
terate del  XII  secolo,  che  per  non 
saper  scrivere  fecero  il  segno  di 
croce.  All'articolo  Cristo,  ed  all'ar- 
ticolo Diploma,  dicemmo  del  mono- 
gramma di  sì  adorato  nome  usato 
nelle  sottoscrizioni. 

Il  prelato  Marini,  nella   sua  di- 
plomatica   pontificia  3    a   pag.    4^'> 
parlando     del     monogramma    del 
nome  dice  che  sembra    essere    stato 
riservato  ai  principi  secolari   o  lai- 
ci, e  fu  introdotto  non    a  maggior 
onore     di     chi    sottoscriveva  ,     ma 
per    supplire    all'  ignoranza    di    chi 
non  sapeva  scrivere.  Quindi  raccon- 
ta, che  molli   principi  furono    illet- 
terati, che  lo  furono    Clodoveo,    e 
Nantichilde     sua     madre,   Giustino 
imperatore    di    oriente,     Teodorico 
re  degli    ostrogoti,    Witredo    re  di 
Rent,  Tassilone    duca    di    Baviera, 
e  per    un   tempo     lo    stesso    Carlo 
Magno,  nonché   lauti  altri  gran  si- 
gnori,    e  principi    de' bassi    tempi, 
ne' quali  quasi    può  dirsi,    che  po- 
chissimi  sapessero    scrivere.    Anche 
il  clero  allora  non  era  tutto  dotto, 
come  lo  era  stato,  e  lo  fu  dappoi, 
meno  qualcuno  che  fiorì    ne'  secoli 
bai'barici.    Stefano,   e   Zotico    preti 
e  superiori  di   monisteri,  nel  quin- 
to concilio  generale    di  Costantino- 
poli ne  sottoscrissero  gli  atti,  l'uno 
colla  mano  di  un  diacono,    l'altro 
con  quella  d'un  prete;    e    Quinzio 
sottoscrisse     per     Paolino      vescovo 
Giurense  literas  nesciente ^n^Wn  con- 
ferenza dei     cattolici     coi  duualisli. 
Altri  esempi    di   vescovi,     che    non 
sapevano     scrivere,    si     leggono    in 


CRO 

Mabillon,  Storia  diplomai,  llb.  2, 
cap.  2r,  p.  164,  e  nel  Fonlanini, 
nelle  Findicie  degli  antichi  diplo- 
mi, Jib.  1,  cnp.  3,  Quindi  anche 
da  ciò  può  essere  derivato  l'uso  di 
porre  la  croce  per  soscrizione,  con- 
tinuato dagl'illetterati,  e  dai  vesco- 
vi in  venerazione  del  segno,  e  in 
sequela  dell'antica  consuetudine. 


CRO  247 

sero  i  demoni  dai  luoghi  che  oc- 
cnpavafio,  sia  che  risanassero  gli 
infermi,  sia  che  risuscitassero  i 
morti.  S.  Gio.  Crisostomo,  t.  JI,  p, 
387,  appellava  il  segno  della  croce, 
nostra  difesa  contro  tutti  i  pericoli, 
e  nostro  rimedio  in  tutte  le  malat- 
tie ;  e  queste  espressioni  si  trovano 
sovente    negli  altri  padri.  Nel  pon- 


Innumerabili    poi    sono    le  virtù  tifìcato  di  s.  Gregorio  I  Magno,  pa 

del    segno    della    croce,    che    dalla  recchi    abitanti    di  Roma    moriva- 

Chiesa    fu    sempre    praticato,  come  no  nello  sbadigliare,  ma  il  Pontefice 

un'eccellente  preghiera  per  doman-  avendo     ordinato,  che    si     facessero 

dare   le   benedizioni  del   Padre  ce-  delle  croci    sulla    bocca,  subito  ces- 

Jeste,    pei    meriti    di    Gesìi    Cristo  snrono    le    morti  subitanee.  Da  ciò 

crocefisso  ,     Questo     segno      venne  ebbe  principio  l'uso  di  segnarsi  colla 

Sempre  riguardato  come    una   con-  croce  sulla  labbra    allorché  si    sba- 

sagrazione,  che  noi  facciamo  a  Dio  diglia.    L' Amalario    tratta    dell' an- 


delle  anime  nostre,  e  come  uno 
strumento,  che  ci  dà  una  forza  di- 
vina contro  i  nemici  sì  visibili,  che 
invisibili  di  esse.  I  martiri  poneva- 
no in  esso  tutta  la  loro  fiducia, 
e  nel  R.uinart,  Ada  sincera,  se  ne 
leggono  moltissimi  esempli.  In  tutti 
i  tempi  i  santi  opposero  la  croce 
alle  tentazioni  del  nemico  di  nostra 
salute,  con  intiera  fidanza    in    esso. 


tico  rito  di  segnarsi  la  fronte  , 
la  bocca,  ed  il  petto,  alla  reci- 
ta del  vangelo.  V.  Martino  Eisen- 
greim.  De  crucis  frequenti  apud 
veteres  in  se  signandi  usu,  Ingolsta- 
dii,  1572;  Christ.  Wilduogelius 
de  venerabil.  signo  crucis,  Jenae 
1690;  et  schediasmae  de  venerabi- 
li signo  crucis,  Jenae  i733;  Nic. 
Col  li  n.  Traile  da  signe  de  la  croix. 


S.  Atanasio,  lib.  Z>e //ectìtr/zaf.  Verbi,    fail  de    la  niain,  Paris   l'j'jS;  Let- 


n.  47,  p-  88,  t.  r,  dice:  »  Tutti 
'>  gli  artifizi,  e  tutte  le  scaltrezze 
»  del  demonio  ne  sono  svergogna- 
»>  te  ;  tutti  i  disegni  eh'  egli  fa 
"  contro  di  noi  vengono  frastorna- 
»>  ti,  tosto  che  noi  gli  opponiamo 
"  il  segno  della  croce.  "  Egli  inol- 
tre racconta,  nella  vita  di  s.  Anto- 
nio, che  con  questo  solo  segno  il 
santo  anacoreta  bandiva  tutti  gli 
spettri,  e  tutte  le  fantasme,  cui  il 
demonio  gli  metteva  davanti,  per 
tormentarlo  e  turbarlo.  I  santi,  che 


tre  sur  le  signe  de  la  croix,  dans 
le  t.  Qj  du  Journ.  Eccl.  de  Dino- 
vart,  p.  23i;  Theod.  Bonamici,  <fe 
religione,  et  modo  s.  signum  no- 
strae  religionis  formandi,  Bononiae 
1620;  Christ.  Ludov.  Scachter  , 
cxercìtatio  historico-antiquaria  de 
cruce,  apudjudaeos,  christianos,  et 
gentiles  signo  salutis,  Halae,  Magd. 
1733;  De  Boucliè,  Lettre  sur  le 
sigile  de  la  croix. 

CR.OCE    Pettorale.     Questa    è 
una  croce    di    oro,    di    argento,  di 


dopo  Gesù  Cristo  ebbero  il  dono  altro  metallo,  ornata  talvolta  di  pie- 
dei  miracoli,  non  lo  esercitavano  tre  preziose,  che  il  Papa,  i  vescovi 
pressoché  mai  senza  far  uso  del  se-  Cardinali  (quelli  però  dell'ordine 
gno  della  croce,,  sia  che  esorcizzas-  de'preli  solo  l'assumono  quando  si 
sero  gì'  indemoniati,  sia  che  caccias-  vestono  de'  sagri  paramenti,   ma  se 


248  CRO 

sono  insigniti   (Iti  carattere  vescovi- 
le r  usano  ortliuarianiente  sotto    la 
mantelletta  ,     mentre     i     Cardinali 
vescovi    suburbicari  la  portano  pu- 
re ordinariamente,     o     sulla    man- 
telletta,   o  sulla  mozzetta  ),     i  pa- 
triarchi,   gli   arcivescovi,     i   vescovi, 
gli    abbati    regolari,     e  mitrati,  ed 
anche  le  badesse  portano  appesa  al 
collo,  ed  è  uno  dei  segni  della  lo- 
ro dignità.   Per  privilegio  pontificio 
portano  la  croce  pendente  dal  collo 
anche  alcuni  canonici   di    parecchie 
cattedrali,  e  chiese   insigni,  non  che 
qualche    ecclesiastico     costituito     in 
dignità.  Di  due  specie  sono  le  croci, 
o  crocette  pettorali,  una  che  si   usa 
nelle     vesti    ordinarie  ,     e    1'   altra 
nella  celebrazione  de'pontifìcali.  Del- 
la   prima     non     si    parla    nel     ce- 
rimoniale de' vescovi   ristampato  sot- 
to Innocenzo  X,   nel    iGTi  ;    la  se- 
conda viene  enumerata   tra  le   vesti, 
od  ornamenti  pontificali.  Sebbene  a- 
dunque  nel  detto   cerimoniale    non 
si   prescriva   la  croce  pettorale  sopra 
le  vesti  ordinarie,  tuttavia  si  assu- 
me   dai    vescovi    per     distinguersi , 
particolarmente  in  Roma  dagli  altri 
prelati;  11  qual  uso  adottarono  anche 
i  vescovi  di   residenza,  forse  a  mag- 
gior decoro    della    loro    rappresen- 
tanza. In  sostanza  le  due  specie  di 
croci   sono  una  cosa   medesima,  co- 
me croce  vescovile,  e  l'  usarne  una 
più  nobile  nelle  funzioni  solenni,  è 
per  riguardo  all'azione.   Nella  croce 
pettorale  dei   vescovi,  abbati    ec,  si 
racchiudono  delle  reliquie  de' santi, 
ed  anche  il  vero  segno  della  Croce. 
Questa  croce    suole    appendersi  ad 
una    catenella  d'oro,  o  ad    un   cor- 
done di  seta  ,  di  che  si   tratta,  colle 
debite  distinzioni,    all'articolo  Col- 
lana. (Vtdi). 

L'uso    di    portare   una  croce  so- 
pra di  sé,  cioè  indosso  o  sul  petto 


CRO 
era    altre    volte    comune    a'  fedeli: 
11  santo  martire  Oreste  fu  scoper- 
to   per     cristiano  ,     dalla     crocetta 
d'oro  che   gli  pendeva  dal  collo,  e 
fu  causa     del  suo     martirio,    come 
si   lesrije  nel   Surio    a' 1 3   dicembre. 
Tuttora     molti    cristiani,    massime 
religiosi  d'ambo  i  sessi,   portano  ap- 
pesa al  collo  una  crocetta  sotto  le 
vesti,  ed  alcuni  vi  tengono  racchiu- 
se anche  le  sante  reliquie ,  premes- 
se le  debite  licenze.   I  sommi   Pon- 
tefici sino    dalla     piìi  rimota    anti' 
chità  si  distinsero  per  la  cura,  che 
ebbero    di  porre    sul  petto    sì  pio 
contrassegno  di  nostra     redenzione. 
Veramente  né  s.   Germano  patriar- 
ca di  Costantinopoli    che  fiorì  nel- 
l'anno  720,  né    Albino  Fiacco  vis- 
suto nell'  8oo,     né   tutti  quelli    che 
hanno   spiegato  il  significato  miste- 
rioso degli  ornamenti,  i  quali  servo- 
no all'altare,  sì  in  oriente,  che  in  oc- 
cidente, fanno  menzione  della  croce 
pettorale.   Ciò    prova,  che  un  tem- 
po non  era  legge,  o  costume  rego- 
lare   ed    uniforme    di    far    uso  di 
questa  croce.  Si  deve  pertanto  con- 
cludere, che    in  origine  fu  una  di- 
vozione generale    e    libera  de'  fede- 
li d'ambo  i  sessi,    il    portare  croci 
con  reliquie:  però  in    progresso  di 
tempo  i  Papi  costituirono  in  orna- 
mento sagro,    quella  che  in  princi- 
pio era  soltanto    una  divozione  ar- 
bitraria ,    ed   i     vescovi    imitarono 
successivamente  quello  che  pratica- 
vasi  dai  Pontefici  nella  prima  chie- 
sa del  mondo.    F.    il  p.     Tom  ma - 
sini,  della    disciplina  della     Chiesa 
cap.  2  5.   Anche    il    Cardinal  Bona 
asserisce     non    trovarsi    autore  ,    o 
decreto ,    da    cui    possa    dedurli    il 
principio,    e    il  motivo    per   cui   fu 
introdotta  nella  Chiesa  la  croce  pet- 
torale. 

Giovanni    diacono    dice,    che    s. 


CRO  CRO  2ff) 
Gitgorio  I  fu  rappresentato  in  11  Caitlinal  Baronio  fu  di  parc- 
un  mausoleo  con  un  reliquiario  re,  che  l' uso  della  croce  pettorale 
pendente  dal  collo,  e  chiama  que-  nei  vesco\i  incominciasse  nell'an- 
sto  ornamento ///(7^fór?Vz,  che  lostes-  no  8ir  ,  raccontando  che  Nice- 
so  s.  Gregorio  1,  spiegando  tal  pa-  foro  patriarca  di  Costantinopoli 
rola,  dice  essere  una  croce  ornata  mandò  in  dono  al  Papa  s.  Leone 
di  reliquie.  IN'arra  il  Baronio  all'an-  IH,  un  reliquiario  d'oro,  in  cui  era 
no  6o4,  che  pacificatosi  quel  Pon-  inclusa  una  particola  del  legno  del- 
tefìce  con  Agilulfo  re  de'longobar-  la  vera  croce,  il  qual  donativo  fu 
di,  in  appresso  questi  ebbe  dalla  pia  chiamato  con  paiola  greca  Encol- 
Teodolinda  un  figlio  maschio,  cui  pium,  che  significa  cosa  portata  nel 
la  madre  fece  battezzare  nella  chic-  seno.  Conferma  ciò  il  Baronio  con 
sa  cattolica  col  nome  di  Adalualdo.  altro  racconto,  in  cui  riferisce,  che 
S.  Gregorio  I  con  lettere  se  ne  ral-  recatisi  in  Costantinopoli  i  legati 
legrò,  ed  inviò  al  bambino  alcuni  de'patriarchi  orientali,  fra'  quali  il 
doni,  ch'egli  chiamò  Jilattcri,  phi-  vicario  di  quello  di  Gerusalemme 
lacteviì.  Così  appellavansi  quegli  or-  per  terminare  il  sinodo  Vili,  rife- 
namenti,  che  anticamente  si  appcn-  rirono,  che  l'imperatore  Costanli- 
devano  al  collo  de' fanciulli  roma-  no  super  colla  nostra  encolpiuni 
ni,  e  si  chiamavano  bolle.  1  detti  suiim  imposuit.  Questa  opinione  ri- 
filalteri  contenevano  una  crocetta  fiutasi  dal  Cardinal  Bona  nei  ^  i  i 
col  legno  della  vera  croce,  e  il  van-  del  capo  24,  riflettendo  che  l' im- 
gelo  entro  una  borsa.  Innocenzo  peratore,  il  quale  impose  l'encolpio 
III  dice,  che  con  questa  croce  i  Pa-  era  secolare,  e  il  legato  Elia,  che 
pi  vollero  imitare  la  lamina  doro,  lo  ricevette,  era  prete,  e  non  ve- 
portata  sulla  fronte  dal  sommo  sa-  scovo,  né  in  tal  racconto  si  ragio- 
cerdote  degli  ebrei.  Ruperto,  che  fio-  na  della  croce  pettorale  usata  dal 
ri  nel  XII  secolo  in  cui  viveva  In-  vescovo.  Però  argomento  piìi  con- 
nocenzo  III,  nel  lib.  I  cap.  sGj  de  vincente  ne  somministrò  R.atoldo, 
clivin.  ojjiciis,  è  di  opinione  che  vescovo  svesionense,  nel  libro  che 
la  croce  pettorale  fosse  dai  Papi  scrisse  al  Pontefice  Nicolò  I  nell'an- 
adoltata  per  memoria  della  mento-  no  858,  cioè  avanti  l'AlII  sinodo 
vata  lamina;  prevenendo  poi  l'ob-  celebrato  ucll'8Gf),  dicendo  che 
biezione,  che  la  croce  sopra  il  pet-  comparì  ad  lociim  transicns  sacer- 
to  era  comune  a  molte  persone  di  doLalibus  vestilus  induineiids  saii- 
stato  diverso,  aggiunge:  «  ISec  statim  etani  evangeliuni,  et  lignuni.  s.  Crii- 
»  quispiam  occurrat,  decus  hoc  non  cis  circa  niea  pectora  gerens.  Ciò 
»  ideo  esse  Ponliflcis  proprium,  quia  per  altro  può  sembrare  un  uso 
'>  cum  ilio  toti  quoque  conunune  particolare,  e  straordinario,  e  non 
w  est  plebi,  nani  illa  dignitas  (cioè  praticato  costantemente  dai  vescovi. 
»  del  vescovo)  habet  in  hoc  aliquid  Non  si  deve  però  tacere,  leggersi 
-5  quod  nec  inferioris  ordinis  sa-  nel  Surio  ai  3 1  di  luglio,  che  s. 
»  cerdotibus  communc  sit  ",  cioè  Germano  vescovo  Altisiodorense  ,  il 
di  poter  segnare  la  fionte  de'fede-  quale  visse  nell'anno  ^'ì'ì,  era  re- 
li  col  sagro  crisma.  P^.  s.  Tomaia-  diinitus  loro  seniper ,  et  capsida 
so  nel  supplcm.  della  3.  pai  t.  que-  saiicloruni  rclujnids  continente  :  e 
st.  4oj  artic.  7   ad  6.  Leonzio  vescovo  di  iScq)oli  riferisce, 


i5o  CRO 

che  Zaccaria  scolaro  di  s,  Giovanni 
Elemosinario  vissuto  nel  620,  non 
avendo  che  dare  ad  un  povero, 
abstuUl  a  se  cruciculam  argenteani, 
quatn  gerebat,  et  dedit  ei.  Che  il 
sommo  Pontefice  la  portasse  nel 
590  si  ha  dal  citato  Giovanni  dia- 
cono nel  riferire  come  era  vestito 
s.  Gregorio  I,  dicendo  nel  cap.  8 
del  lib.  4-  della  vita  di  lui  ;  pal- 
liuni  e/US,  et  philactcria,  sed  et  bal- 
theuiii  ejus  consuetudinaliler  oscidan- 
tur.  Già  più  sopra  abbiamo  del- 
lo, che  la  voce  phìlacteria  significa 
la  croce  con  reliquie  incluse. 

Il  Durando,  nel  suo  Rational.  di- 
vin.  offic.  lib.  3,  cap.  4>  i^e  descri- 
ve i  misteri,  e  ce  ne  assegna  le  ra- 
gioni, dicendo  fra  le  altre  cose  : 
*-•  Quoniam,  et  legatis  pontifex  lami- 
»  nani  auream  gerel^at  in  fi-onte,  prò 
»  qua  Pontifex  (cioè  della  legge  e- 
"  vangelica)  Crucera  gerit  in  pecto- 
"  re ,  et  sic  ligno  crucis  aurea 
»'  lamina  cessit.  Nam  mysterium, 
»'  quod  in  quatuor  litteris  auri  la- 
"  mina  continebat,  in  quatuor  par- 
•'  libus  forma  crucis  explicuit  ". 
11  p.  Bonanni,  la  Gerarehia  eccle- 
siastica, capo  LVI,  Della  croce 
pettorale,  dice,  che  per  questa  si  ri- 
corda al  vescovo,  siccome  ai  semplici 
sacerdoti  si  rammenta  per  la  stola 
piegata  sopra  il  petto  in  forma  di 
croce,  il  sagrifizio  fatto  da  Cristo 
sopra  la  croce  medesima,  al  quale 
è  equivalente,  e  si  rinnova  con  l'in- 
tervento celebrato  dal  vescovo,  e 
dal  sacerdote;  nonché  l'aiuto  dato 
al  cristiano  per  l'osservanza  della 
legge  divina,  come  fu  prestato  a 
(pie'  santi,  le  cui  leliquie  si  racchiu- 
<lijno  nella  medesima  croce ,  posta 
.sopra  il  petto.  Il  Sarnelli,  nella  let- 
tera XXVIII  del  t.  VI  :  Se  Vaso 
ile'  vesco\'i  {li  portare  la  crocetta 
pcndcnlc  dal  collo  sia  antico j  dice 


CRO 
che  il  sacerdote,  il  quale  deve  ce- 
lebrare la  messa,  mette  la  stola  in 
forma  di  croce,  mentre  il  vescovo 
la  porta  pendente,  perchè  prima 
della  stola  si  mette  la  croce  petto- 
rale, quani  osculatur,  et  collo  int- 
positani  sinit  ante  pectus  cordulis 
pendere:  locchè  apparisce  dalla  ru- 
brica del  messale. 

Non  è  vero,  che  la  croce  petto- 
rale si  debba  occultare  dai  vescovi 
nell'altrui  diocesi,  come  si  rileverà 
dalla  seguente  lettera  scritta  nel 
1755  di  proprio  pugno  da  Bene- 
detto XIV  al  Cardinal  Acciajuolij 
nunzio  presso  la  corte  di  Portogal- 
lo, ed  a' nostri  giorni  riprodotta  da 
Leone  Xil.  In  primo  luogo  è  da 
sapersi,  che  i  patriarchi  di  Lisbona, 
dopo  avere  ottenuto  molti  privilegi 
dai  due  Clementi  XI,  e  XII,  allor- 
ché quella  sede  fu  eretta  in  patriar- 
cato, colla  protezione  del  re  Gio- 
vanni V,  procurarono  d' impedire 
che  la  croce  pettorale  non  solamen- 
te si  portasse  dai  vescovi  del  regno, 
ma  ancora  dallo  stesso  nunzio  apo- 
stolico, come  in  fatti  avvenne  ai 
monsignori  Oddi,  e  Tempi.  Sem- 
brando ciò  irregolare  al  nunzio  Ac- 
ciajuoli,  che  poi  fu  insignito  della 
porpora,  ne  volle  consultare  il  Pon- 
tefice Benedetto  XIV,  che  lo  avea 
nominato  a  tal  nunziatura,  il  quale 
gli  rispose  nel  modo  seguente: 

»  Rapporto  all'  use,  che  ci  avvi- 
»  sa  essei'si  costà  introdotto,  che  i 
»  vescovi,  ed  il  nunzio  non  portino 
»  né  in  città,  né  a  corte  la  croce 
>'  pettorale,  dirò  assolutamente,  che 
»  questo  è  un  vero  abuso.  Il  di- 
w  stintivo  della  dignità  vescovile  è 
"  la  croce  pettorale,  né  si  trova 
»  nel  corpo  canonico  legge,  né  vi 
»  ha  de'  Pontefici  nostri  predeces- 
»  sori  costituzione  veruna,  per  mez- 
»   zo  della  quale  venga  proibita  la 


CRO 

>•  delazione  della  croce  pettorale  ai 
«  vescovi,  che  si  trovano  nelle  dio- 
»j  cesi  dei  patriarchi,  arcivescovi,  e 
M  primati.  Cotesti  maestri  delle  ce- 
A>  rimonie  avranno  appreso  una  tal 
>t  grazianata  da  questi  nostri  di 
«  Roma  imperiti  nelle  leggi  cano- 
«  niche,  i  quali  hanno  proibito  di 
»)  portare  la  croce  ai  vescovi.  Noi 
»  però  abbiamo  sempre  accolto  o- 
«  gni  vescovo,  che  siasi  a  noi  pre- 
*»  senlato  colla  croce,  come  è  più 
»  volte  succeduto  agli  oltramouta- 
w  ni,  che  non  hanno  dato  orecchio 
»  alle  insinuazioni  di  costoro.  Ella 
M  intanto  procuri  di  comparire  in 
M  città,  ed  a  corte  colla  croce,  co- 
»  me  ancora  all'occasione  di  far 
»j  visita  al  Cardinal  patriarca,  e  se 
»  le  venisse  detto,  che  i  suoi  im- 
»  mediati  antecessori  non  la  por- 
«  tavano,  risponda,  che  questo  fu 
«  ed  è  un  vero  abuso,  e  che  è 
«  mente  nostra,  eh'  ella  la  porti,  e 
»>  ci  renda  intesi  di  ciò  che  avver- 
*>  rà."  la  seguito  di  questa  lettera, 
il  nunzio  Acciajuoli  comparve  a  cor- 
te, e  per  la  città  colla  croce,  e  non 
gli  venne  fatta  alcuna  opposizione. 
Lo  stesso  poi  fecero  monsignor  ve- 
scovo di  Evora,  ed  alti'i  prelati  ec. 
Sulla  croce  pettorale  si  possono 
consultare  i  seguenti  autori  :  A- 
gostino  Fivizzaui  De  ritu  ss.  Crucis, 
ec. ,  cap.  VII,  pag.  53  ;  De  gesta- 
tioiie  Crucis  pendentis  a  collo  e- 
piscopi  j  And.  Saussay,  De  cruce 
pectorali  in  Pauoplia  Episcopali,  1. 
IV,  pag.  299;  Georgius  in  t.  I 
Liturg.  Rom.  Pont.  p.  i5o  ;  Gae- 
tano Bagali,  Delle  croci  pettorali, 
nelle    memorie    dì    s.     Celso,    pag. 

CR.OCE  Stazio.vale.  Anticamen- 
te la  croce,  che  ^i  portava  innanzi 
al  Papa,  quando  andava  in  qualche 
chiesa  a  celebrale  le  sa;;rc    lunziu- 


CRO  25i 

ni,  era  la  croce  stazionale.  Il  Dona- 
ti, de' dittici  degli  antichi  a  pag. 
190,  dice,  che  dopo  la  prodigiosa 
apparizione  della  croce  all'  impera- 
tore Costantino  il  grande,  il  santo 
segno  si  principiò  ad  esporre  alla 
pubblica  venerazione,  avendo  ordi- 
nato quel  principe,  che  in  avvenire 
la  croce  non  si  adoperasse  più  per 
dare  il  supplizio  ai  rei,  ma  bensì 
si  onorasse,  e  si  portasse  da  chiun- 
que scopertamente,  senza  alcun  ti- 
more di  castigo.  Pertanto  le  croci 
gemmate  si  portarono  poscia  nelle 
processioni,  o  litanie,  ed  adornaron- 
si  eziandio  con  medaglie  istoriate 
a  basso  rilievo.  Le  antiche  croci 
poi  si  dissero  stazionali  da  una  in- 
timazione, la  quale  anticipatamente 
facevasi  al  popolo,  che  cioè  dovesse 
ritrovarsi  insieme  unito  in  un  gior- 
no, e  luogo  determinato  per  dar 
principio  ad  una  si  sagra  funzione. 
Quindi  avvenne,  che  lo  stesso  loro 
iutertenersi  in  quel  luogo  assegnato, 
si  appellò  Stazione  (Fedi),  e  così 
il  nome  di  Stazionali  fu  dato  a 
quelle  croci,  che  usavansi  in  simili 
circostanze.  Aggiungiamo  col  Cre- 
scimbeni,  che  il  popolo  in  queste 
funzioni  si  raccoglieva  in  una  chie- 
sa diversa  da  quella  stazione^  loc- 
chè  chiama  vasi  Colletta.  Dipoi  pro- 
cessionalmente,  col  Papa,  e  col  cle- 
ro, s'incamminava  a  quella,  ove  la 
stazione  era  intimata.  La  croce  a- 
dunque  che  precedeva  la  processio- 
ne, si  disse  perciò  stazionaria. 

Due  di  queste  croci  tuttora  si 
conservano  nella  patriarcale  basilica 
lateranense,  e  sono  di  argento  di 
molto  peso,  tutte  intagliate  di  basso 
rilievo,  ed  anche  oggi  sogliono  por- 
tarsi da  quel  clero  nelle  soleni.i 
processioni.  Si  chiamavano  Stazio- 
nari il  diacono,  che  portava  tal 
croce,  e  gli  uccolili,   che  gli  presta- 


l'ii  CRO 

vjiiio  assistenza.  Ma  a' nostri  tempi 
l'uso  delle  stazioni  è  molto  diver- 
so, non  essendovi  più  né  la  colletta, 
ne  la  processione.  Soltanto  è  rima- 
sta la  visita  della  cliiesa,  ov'  è  la 
stazione,  che  i>er  tutto  il  giorno  si 
può  visitale  dal  popolo  per  l' ac- 
quisto delle  indulgenze.  Anastasio 
Bibliotecario,  nella  vita  di  s.  Leone 
111  racconta,  che  Carlo  Magno  re- 
galò alla  basilica  lateranense  una 
croce  arricchita  di  gemme,  chiamata 
stazionale,  da  doversi  portare,  o 
dall' essersi  portata  nelle  litanie,  sic- 
come egli  ordinò.  Un'altra  simile 
croce  si  diede  alla  basilica  di  s. 
Pietro  dal  pio  e  generoso  principe. 
/^.  Corn.  Cursiiim  agost.  in  traci, 
de  clavis  Doininicis.  Una  croce  sta- 
zionale antichissima  si  conservava 
nella  basilica  liberiana,  come  si 
legge  in  Paolo  de  Angelis  nella  de- 
scrizione di  quella  chiesa,  al  lib. 
VII,  ove  dice:  C/iix  una  magna 
(le  Ugno  cooperta  argento,  qiiae 
portaliir  per  litanias,  cioè  nelle 
preghiere,  processioni,  e  rogazioni. 
Che  queste  croci  stazionarie  si  por- 
tassero nelle  processioni,  ricavasi  an- 
cora da  un  antico  rituale  di  Bene- 
detto, canonico  della  basilica  di  s. 
Pietro  nel  secolo  XII,  ed  ecco  quan- 
to di  ciò  si  legge:  Priniicerius  cani 
sellala,  et  subdiaconi  regionarìi,  et 
acolythi  cum  cruce  stationali  s.  Pe- 
tri,  levant  inde  cruceni  cuni  colle- 
cta  processionali  usquc  ad  s.  Ma- 
nani  Majoreni.  V.  il  Mabillon.  Mus. 
Italie,  t.  II.  Di  questa  croce  sta- 
zionale fa  pur  menzione  Pietro  Mo- 
retti, Rilus  dandi  presbyteriuvi,  p. 
i3o.  Questo  dotto  ecclesiastico  a 
pag.  3o5  dello  stesso  libro,  Appen- 
dix,  ci  dà  un  trattato,  De  velcri 
schola  Crucis  :  collegio  recloruni 
Roni.  fraterni lalis  :  ulriusque  vesti- 
giisj    di  cui  si  può  vedere   il    ceri- 


CPlO 
nioniale  del   Piccolomini,  e  gli    an- 
tichi Ordini  Romani. 

La  scuola  della  croce  era  compo- 
sta del  sagrista,  dei  suddiaconi,  e 
dei  maestri  di  cerimonie  del  Papa. 
Si  prova  ciò  coli'  autorità  di  Cencio 
Camerario,  il  quale  così  si  esprime, 
nel  t.  1 3,  de  off.  parasc.  :  E  a  sa- 
persi, che,  secondo  l'antica  consue- 
tudine, tulio  aio  che  si  offre  sulla 
croce,  ove  fa  le  funzioni  il  Ponte- 
fice, deve  essere  della  scuola  della 
croce.  Ora  secondo  il  cerimoniale , 
tre  parli  si  formano  di  tulio  ciò 
che  si  offre  su  la  croce  ;  una  di 
queste  la  prende  il  sagrisla,  l'  al- 
tra i  suddiaconi,  la  terza  i  maestri 
delle  cerimonie.  Forse  la  scuola  del- 
la croce  una  volta  era  composta 
dei  soli  suddetti  suddiaconi,  i  quali 
però  adempivano  a  tutti  gli  obbli- 
ghi e  doveri  della  sagristia,  e  dei 
maestri  delle  cerimonie;  ma  questo 
non  fu  pili  praticato  nei  tempi  po- 
steriori. Al  più  i  suddiaconi  for- 
mavano la  parte  pnncipale  della 
scuola  della  croce,  come  si  l'ileva 
dalla  sottoscrizione  alla  lettera  di 
Innocenzo  II,  diretta  nel  i  1 38  a 
Baldovino  arcivescovo  di  Pisa:  Ba- 
ro scholae  palatii  subdiaconus,  et 
prior  scholae  crucis.  Certo  è,  che 
pochi  erano  ascritti  alla  scuola  del- 
la croce.  Lo  stesso  Cencio  dice,  che 
al  più  devono  essere  quattro  :  due 
suddiaconi,  il  sagrista,  ed  il  mae- 
stro di  cerimonie,  che  probabilmen- 
te negli  antichi  tempi  era  un  solo. 
Dal  celebre  monsignor  Ciampini,  si 
ha  :  De  cruce  stationali  investigatio 
historica,  Romae  i6c)4'  I'  Piazza 
asserisce,  che  le  croci  stazionali  per 
lo  più  erano  senza  crocefisso,  gem- 
mate, e  ricche  di  ornamenti. 

CROCE  ASTATA.  L'uso,  che 
il  clero  porti  avanti  di  sé  la  croce, 
rimonta  ai  primi  anni  del  cristiane- 


CRO 
simo.  Oltre  a  quanto  si  riporta 
all'  ailicolo  Croce.  (  Fedi ) ,  ed  a 
Croce  Pontifìcia  [Fedi),  diremo 
con  Simone  Pietro  l'esorcista,  che 
i  primi  fedeli  portavano  in  mano 
il  segno  della  croce,  massime  quel- 
li che  patirono  glorioso  martirio 
sotto  Diocleziano.  F.  il  Surio  ai  2 
giugno.  All'articolo  Croce  stazionale 
(^Fedi),  si  disse  che  la  croce,  la  quale 
precedeva  il  Papa  nelle  stazioni, 
appellavasi  stazionaria;  ma  quella 
astata,,  che  si  usa  adesso,  già  chia- 
mata Fexilàwi  Doniinicae  crucis, 
precedevalo  solamente,  allorché  gi- 
rava per  la  città,  invece  del  laba- 
ro, e  de'  vessilli,  che  si  portavano 
anticamente  innanzi  agi'  imperato- 
ri, com'è  di  avviso  Pietro  de  Mar- 
ca :  Traile  des  processions  des  chré  - 
tiens  au  quel  est  discours,  pour 
quoi  la  Croix  y  est  elevée,  et  por- 
lée,  Paris  1089.  Sulla  ragione  per 
cui  la  croce  astata  precede  le  pro- 
cessioni, si  legga  l'annalista  Rinaldi 
all'anno  898,  num.  100,  ed  al- 
1  anno  5i9  num.   35. 

Il  Macri,  nella  notìzia  de\'Oca- 
boli  ecclesiastici,  alla  parola  Crux 
dice  che  nelle  processioni  [Fedi), 
la  croce  deve  portarsi  in  modo, 
che  il  ciocefisso  volga  le  spalle  al 
clero,  mentre  nella  croce ,  che  si 
pratica  portare  innanzi  al  Papa, 
ai  patriarchi  ed  agli  arcivescovi, 
deve  il  crocefisso  essere  rivolto  ver- 
so la  faccia  del  Papa,  e  dei  prela- 
ti, ancorché  sieno  intramezzati,  e 
precedano  i  nominati,  i  canonici 
od  altri.  Il  portatore  della  cro- 
ce astata  ,  chiamasi  generalmen- 
te Crocifero  (  Tedi).  Il  capito- 
lo della  patriarcale  basilica  latera- 
nense  nelle  processioni  si  fa  pre- 
cedere da  due  croci.  Ciò  vuoisi 
derivato  dal  diritto,  che  i  canoni- 
ci  secolari    acquistarono  sulla  basi- 


CRO  2  53 
lica  di  s.  Lorenzo  ad  Sancta  San- 
clorum,  quando  Paolo  11  ivi  li  col- 
locò, per  restituire  alla  lateranense 
i  canonici  regolari  di  s.  Agostino. 
F.  il  Fleury,  disc,  populi  Dei,  t. 
I.  edita  a  Fran.  Ant.  Zaccaria,  Ve- 
netiis  1782,  pag.  lyS;  non  che 
Mabillon,  Mus.  Italie,  tom.  II  pag. 
124,  i3i.  A  pag.  146.  Inoltre 
il  Mabillon  riporta  l' ordine  Ro- 
mano XII  di  Cencio  Camerario  , 
in  cui  si  descrive  l'ordine  delle  cro- 
ci inalberate  dalle  basiliche  pa- 
triarcali, e  quello  della  croce  asta- 
ta usuale  del  Papa:  »  ordine  in- 
verso cruce  s.  Laurentii  foris 
murum  praecedente,  et  deinde 
cruce  s.  Mariae  JMajoris,  quae  de 
consuetudine  dici  talis  ad  eccl. 
later.  debet  afferri  ;  tertia  fertur 
crux  ejusdem  eccl.  later.,  post 
has  vero  crux.  quotidiana  Domi- 
ni Papae memorato  modo 

incedit  usque  ad  locum,  qui  Pà- 
rion  nuncupatur,  cruce  s.  Petri, 
quae  de  consuetudine  ipsa  die 
apud  s.  Marcum  debet  afferri, 
post  ciucem  s.  Laurentii,  et  ante 
crucem  s.  Mariae  Majoris  in  ordi- 
ne praecedente  ". 
Il  Sarnelli,  parlando  delle  croci 
astate  a  due  e  a  tre  traverse,  nel 
t.  IX,  p.  86,  dice  essere  invenzio- 
ne delittori  la  croce  a  tre  traver- 
se, per  denotare  il  Papa,  giusta  il 
distico  : 

Cur  tihi  crux  triplex,  Urbane,  tri- 
plexque  corona  est? 

An  ne  suani  sequìtur  quaeqtte  coro- 
na crucevi  ? 

Cosi  lo  stesso  autore  dice  della 
croce  a  due  traverse ,  o  duplicate, 
per  significare  il  patriarca,  dappoi- 
ché realmente  si  il  Papa  che  il 
patriarca   non  portano,  che  la    sem- 


jjlice  croce  aslala.  An7Ì  la  croce  n 
(lue  traverse  o  doppia,  solo  si  usa 
in  oriente,  e  questo  non  per  altro 
che  pel  disegno  di  quelle  chiese,  le 
quali  come  noi  latini  facciamo  in 
figura  di  croce  semplice,  dagli  orien- 
tali si  fanno  in  vece  in  forma  di 
croce  doppia,  per  rinchiudere  den- 
tro le  piime  braccia  l'altare,  ed  al- 
tri luoghi  secondo  il  rito  loro  ne- 
cessarie. Aggiungeremo,  che  il  Papa 
in  luogo  del  pastorale,  che  indica 
giurisdizione  limitata,  usa  la  croce 
in  asta,  qualunque  volta  nelle  fun- 
zioni che  celebra  sia  prescritto  l'u- 
so del  pastorale  negli  altri  vescovi. 
Ciò  si  rileva  dal  pontificale  roma- 
no. La  croce,  di  cui  il  Papa  deve 
far  uso  nelle  consngrazioni  de've- 
scovi,  di  altari,  di  chiese  ce.  ,  nel- 
l'apertura della  porta  santa  ec. , 
è  un'asta  con  sopra  una  croce  sem- 
plice, come  si  vede  negli  antichi 
mosaici  delle  basiliche  di  Roma; 
né  si  deve  attendere  ciò,  che  in 
appresso  hanno  fatto  capricciosa- 
mente i  pittori  ed  altri  artisti,  i 
quali,  forse  per  fare  conoscere  che 
il  funzionante  era  il  Papa,  gli  po- 
sero in  mano  la  croce  con  tre  sbar- 
re, e  in  capo  il  triregno. 

Il  costume  di  portare  la  croce 
era  pure  degl'imperatori  d'oriente. 
Ciò  apparisce  dalle  loro  monete  e 
medaglie,  come  da  quella  di  Va- 
lentiniano  presso  il  Baronio  all'anno 
4^5  con  un  volume  alla  destra 
che  credesi  l'evangelo,  e  nella  si- 
nistra una  croce  doppia,  adornata 
con  perle,  forse  per  significare  che 
Teodosio,  il  quale  l'avea  fatto  au- 
gusto, regnava  ancora  con  lui  giu- 
sta il  parere  di  alcuni.  Costantino 
il  grande,  dopo  che  ebbe  col  patro- 
cinio della  croce  riportata  la  stre- 
pitosa vittoria  contro  il  competito- 
re   Massenzio,     collocò     la    propria 


CRO 

statua  nel  mezzo  di  Roma,  con  li- 
na croce  in  mano.  Altri  pensano, 
che  i  patriarchi  greci  usino  la  cro- 
ce anche  doppia,  ma  non  vi  so- 
no argomenti  validi  a  provarlo, 
se  non  fosse  avvenuto  per  emu- 
lare i  latini.  Così  il  Sarnelli.  Egli 
però  aggiunge  di  non  aver  mai 
veduto  patriarca,  o  primate  latino 
che  porti  la  croce  doppia  ;  mentre 
il  Papa,  e  i  suoi  legati  portano  la 
croce  semplice  avanti  di  loro  ;  e 
nel  capo  ;  antiqua  de  prwi/eg.  è  lo- 
ro concesso  ilominicae  Crucis  ve- 
xillum,  cioè  la  croce,  che  si  fa 
ordinariamente  con  una  sola  tra- 
versa. Certo  è,  che  i  vescovi  fan- 
no uso  della  croce  astata  negli 
stemmi  gentilizi  sotto  il  cappello 
prelatizio,  o  cardinalizio,  e  se  la 
targa  viene  compresa  nel  manto  so- 
pra di  questo,  è  perciò  sempre  sot- 
to al  cappello,  che  sovrasta  tutto  lo 
scudo.  Essi  poi  la  rappresentano 
con  una  sola  traversa,  e  con  due, 
se  da  una  chiesa  patriairale  o 
arcivescovile,  benché  in  parlilms, 
sieno  passati  ad  una  semplice  sede 
vescovile.  Lo  stesso  si  pratica  dai 
Cardinali  ,  quantunque  vescovi  di 
chiese  suburbicarie.  Egli  è  perciò 
che  i  patriarchi,  e  gli  arcivescovi 
ne'  loro  stemmi  gentilizi  usano  la 
croce  astata  doppia  con  due  traver- 
se, sebbene  lo  sieno  di  chiese  in 
parlihus,  il  qual  distintivo  conser- 
vano nel  passaggio  di  chiese  vescovili. 
I  vescovi,  che  hanno  l'uso  del  pallio, 
per  ispecial  privilegio  della  santa 
Sede,  come  quello  di  Arezzo,  nei 
loro  stemmi  pongono  la  croce  con 
due  traverse.  Nelle  armi  degli  ar- 
civescovi si  pone  la  croce  a  due 
sbarre ,  pei'chè  dalle  armi  si  cono- 
scano e  distinguano  quelle  degli  ar- 
civescovi, primati,  e  patriarchi,  da 
quelle  dei  vescovi.  La  croce,  che  usano 


CRO 

quelli,  i  quali  da  essa  possono  esse- 
re preceduti  ,  è  eguale  alla  croce 
papale  con  una  semplice  sbarra,  e  di 
questa  usano  nelle  funzioni,  e  quan- 
do escono  in  forma  pubblica  a  pie- 
di, o  a  cavallo,  e  non  mai  quan- 
do vanno  in  carrozza.  Urbano  V 
volendo  rimuovere  Guglielmo  di 
Medun  dall'arcivescovato  di  Sens 
nel   i362,    per   particolari    motivi, 

gli   disse    voglio    all'opposto 

elevarvi  in  dignità,  f^oi  non  avete 
che  una  semplice  croce ^  ne  avrete 
fino  dora  due,  perche  vi  fo  pa- 
triarca di  Gerusalemme. 

Sulla  diversità  delle  croci ,  che 
precedono  i  Papi,  i  primati,  i  pa- 
triarchi ,  gli  arcivescovi ,  va  letto 
l'articolo  Croce  Pontificia  (Vedi), 
verso  la  fine.  Sull'uso,  che  i  pa- 
triarchi fanno  della  croce  con  due 
traverse,  una  più  breve  dell'altra, 
riporteremo  quanto  si  legge  nel 
Molano  de  Picturis^  cap.  12:  »  Hoc 
»  autem  prò  rudioribus  addo,  quod 
M  baculus  archiepiscopi  non  habet 
»  superius  uncum  sed  crucem,  pa- 
"  triarchae  autem  habet  superius 
»  duplicem  crucem:  supremo  anli- 
"  stiti,sciliceti'omano  Pontifici,  qui- 
»  dam  dant  pedum  cum  triplici  cru- 
«  ce  ad  redarguendum  eorum  cac- 
«  cam,  et  diuturnam  ambitionem, 
»  qui  se  contra  Romanam  Eccle- 
»•  siam  omnium  matrem  erexe- 
»  runt  (  e  affermano  )  patriar- 
"  cham  Costantinopolis,  quae  tunc 
"  Pioma  dicebatur  nova,  universa- 
»  lis  patriarchae  titulo  insigniri,  et 
»  ejusdem  potestà tis  esse  cuni  ve- 
«  teris  Romae  Pontifice.  Cum  enim 
»  crux  sit  insigne  precipuum  earum 
>»  quae  in  ecclesia  Dei  concipiun- 
"  tur  dignitatum,  proinde  simplex, 
-■'  minoi'em  indicat  ordinis  potesta- 
»  tem,  multiplex  vero  majorem,  et 
■'   praeslantiorem,  cui  sane  propor- 


CRO  2^1; 

"  tioni  respondet  veterum  Roma- 
"  norum  consuetudo  illa ,  juxta 
»  quam  supremum  magistratum 
»  plures  fasces,  inferiorem  paucio- 
«  res  antecedebant,  ut  diximus.  Et 
»  quidem  hnjusmodi  insti  luto  illa- 
"  rum  ecclesiarum  mos  valde  con- 
«  venire  videtur,  ut  nobiliori  clero 
«  cruces  binae ,  minus  vero  insigni 
»  simplex  ".  Ma  ciò,  come  riflette 
il  Bonanni,  non  milita  nel  sommo 
Pontefice,  benché  usi  la  croce  sem- 
plice, e  simile  a  quella  del  Salva- 
tore, la  cui  immagine  vi  è  affissa. 
Finalmente  da  alcuni  suole  por- 
tarsi anche  la  croce  nuda,  e  di  le- 
gno, nelle  processioni  particolarmen- 
te di  penitenza,  o  in  quelle,  che  si 
fanno  in  memoria  della  passione 
di  Gesù  Cristo,  massime  dai  reli- 
giosi francescani.  I  cappuccini,  ed  al- 
tri erigono  le  croci  pure  innanzi  ai  lo- 
ro conventi.  Non  senza  mistero  poi 
Clemente  Vili  diede  all'arciconfra- 
ternita  della  dottrina  cristiana  di 
Roma,  per  propria  insegna  la  cro- 
ce nuda,  circondata  dagli  stromenli 
della  medesima  passione,  per  dimo- 
strare che  il  vero  segno  del  cristia- 
no ,  e  lo  stendardo  proprio  della 
milizia  cristiana  è  la  santissima  cro- 
ce; cattedra  della  dottrina  celeste 
di  Cristo  divino  maestro  ;  che  la 
vera  prova  della  perfezione  cristia- 
na è  il  patire  per  Gesù  Cristo ,  e 
perciò  sì  espone  in  pubblico,  ed  in 
pubblico  sì  porta  elevata  nelle  pro- 
cessioni. In  quanto  poi  al  significa- 
to della  croce  astata,  la  quale  pre- 
cede il  clero  nelle  processioni,  e  in 
tutte  le  sagre  funzioni  coli'  imma- 
gine del  Crocefisso,  vuoisi  assicura- 
re, che  questi  tiene  lontano  chiun- 
que voglia  impedirgli  la  strada ,  e 
siccome  le  processioni  rappresenta- 
no il  pellegrinaggio ,  cui  facciamo 
verso  la  beata  eternità,  perciò  si  por- 


?%  CRO 

fa  innanzi  la  croce,  perchè  nel  viag- 
gio estremo  Gcsìi  Cristo  deve  es- 
sere la  nostra  guida.  Tale  è  la 
spiegazione  che  ne  danno  i  litur- 
gici. La  croce  astata  si  copre  con 
velo  violaceo,  come  quella  degli  al- 
tari, ai  vesperi  delia  domenica  di 
passione,  e  si  discopre  nella  mat- 
tina del   venerdì   santo. 

CROCE  PONTIFICIA,  e  de^  pa- 

TRIARCIII,  ARCIVESCOVI,  LEGATI  APOSTO- 
LICI, ec.  Non  si  può  con  certezza 
stabilire  il  tempo  preciso  in  cui  i 
sommi  Pontellci  si  lasciassero  ve- 
dere in  mezzo  al  popolo  fedele  pre- 
cedtiti  dalla  croce  in  asta  ,  o  col- 
r  immagine  del  Crocefisso.  Non  ab- 
biamo monumento,  né  memoria  li- 
turgica per  poterlo  stabilire,  giusta 
l'osservazione  del  Fivizzani,  Den- 
ta ss.  Crucis  romano  Poiidflci  prae- 
ferciidae.  Tuttavolta  sembra  pro- 
babile, che  questo  rito  avesse  ori- 
gine dopo  il  battesimo  di  Costan- 
tino imperatore.  Ciò  per  altro  non 
si  argomenta  dalle  antichissime  pit- 
ture, che  pervennero  sino  a  noi, 
nelle  quali  si  rappresenta  Costan- 
tino, il  Grande,  che  scende  nel  la- 
vacro battesimale,  ove  si  vede  il 
diacono  apostolico  avente  fra  le 
mani  inalberata  la  croce,  che  pure 
potrebbe  dirsi  essere  quella  pittu- 
ra l'espressione  dell'antica  tradizio- 
ne, non  rimontando  sino  a  quella 
prima  epoca.  Questa  congettura  il 
Fivizzani  la  fonda  sopra  un  fatto, 
qual  è  quello,  che  essendosi  già  da 
quel  tempo,  come  si  è  dimostrato 
all'articolo  Croce  [Vedi),  incomin- 
ciato a  venerare  pubblicamente  il 
segno  di  nostra  redenzione,  sino  da 
quel  momento  esso  fu  usato  pub- 
blicamente al  cospetto  di  tutta  la 
Chiesa  dal  capo  visibile  della  me- 
desima. Dappoiché  come  per  la  pro- 
digiosa apparizione  della  croce,  che 


CRO 
ebbe  quel  primo  imperatore  cri- 
stiano ,  fu  a  lui  notificato  il  suo 
trionfo  sopra  il  tiranno  Massenzio, 
così  per  la  comparsa ,  che  faceva 
la  croce  nell'atto  in  cui  presenta- 
vasi  al  pubblico  il  sommo  Ponte- 
fice, si  proclamava  al  popolo  cri- 
stiano il  trionfo,  che  appunto  in 
virtù  della  croce  esso  avrebbe  ri- 
portato sopra  l'inferno. 

Il  p.   Bonanni,  la   Gerarchia  ec- 
clesiastica, pag.   377,    Della   croce 
che  sempre  si  porla  avanti  il  soni- 
mo  Pontefice,   dice  essere  opinione 
del    Fivizzani,    che  s.    Pietro  e    gli 
apostoli,  pel  gran  desiderio  di  mo- 
rire per  amore    del    loro    maestro, 
cominciassero    a    portare    in    mano 
pubblicamente    la     croce.     Siccome 
però  non  ne  adduce  prove,  rimane 
il    dubbio,    se    nello    spazio  di    tre 
secoli,  quanti  ne  corrono  dal  detto 
primo  Papa  al  successore  s.   Silve- 
stro I  fiorito  sotto  Costantino,  com- 
parissero   i    sommi    Pontefici,    con 
tarsi    portare    la    croce    avanti,    in 
Segno  della   loro    spirituale,  e  pon- 
tificia   giurisdizione.   Però  abbiamo, 
che  r  Oldoino    nelle    Addizioni    al 
Ciacconio,  nel  tomo  I,  col.  91,  tra 
i   riti  stabiliti  da  s.  Clemente    I  e- 
letto   Papa  nell'anno   98,  dice,    che 
Sunirnus    Pontifex  ejasqne    legatos 
domo  exire  slne  crucis  i'exillo  pro- 
hihuit.  Ma    siccome    l' Oldoino    non 
riferisce  il  fondamento  di    tal    rac- 
conto, non  si  può  asserire  se  s.  Cle- 
mente    I     abbia    incominciato    pel 
primo  a  farsi  precedere  dalla  croce. 
Che  questo  rito  però    fosse    in  uso 
nel  secolo    nono ,    gravissimi    argo- 
menti il  comprovano,  mentre  Ana- 
stasio Bibliotecario,   nella  vita  di  s. 
Leone  IV,  che  regnò  dall'anno  847 
all' 855,  dice:  fecit  idem    benigais- 
simus  crucem    aureatn    noviter ,    et 
ipsa  crux,  ut  mos  antiquitus    est , 


suhdmconi  manibus  fcrehatur    ante     mandai.ti  degli  eserciti    e  fili  stessi 
eqimm  pmcdecessomm  Ponlifiaan.     imperatori,  per  guisa    che    non  in- 
vaile   quali    parole  chiaramente   si     traprendevano  mai  alcun  atto  delle 
nleva,  essere  stata  molto  più  anti-     loro  giurisdizioni,  senza  annunziar- 
ca  la  pratica    del  rito   di    cui  par-     lo  con  alcuno  di  quei  segni  esterni, 
hamo.  ^on  SI  può  per  altro    rivo-     che    si    portavano  innanzi    a    loro! 
care  in  dubbio,  che,   resa  la  quiete     Così  il  sommo    Pontefice   quasi    in 
alla  Ch.esa  per  le  leggi  emanate  a     atto  di    mostrare    quel    potere    so- 
fovore    di    essa    da    Costantino    il     vraumano,  di  cui    lo    ha    investito 
Gm/^^e,  potessero  s.  Silvestro  I,  e  i     Gesù  Cristo,    in    tutti     gh    esercizi 
successori  di  lui  liberamente,  e  con     della  sua  autorità  è  preceduto  dal- 
maggior  magnificenza  inalberare  il     la  croce.     La  croce    proclama    chi 
segno  della   santa  croce,    e    per  le     egli  sia;     la  croce  annunzia  il  suo 
pubbliche  strade  farne  religiosa  pom-     impero  spirituale  per  tutta  la  greg- 
pa,  come  di    trofeo    riportato    sul-     già,  ch'egli     regge,    ammaestra,    e 
1  mferno,  e  come  contrassegno  del-     governa.  Che  anzi  il  segno  visibile 
1  impero  conferito  dal  Salvatore  ai     della  santa    croce    è    così  assoluta- 
romani  Pontefici  vicari  di  lui,  glo-     mente  proprio  del  supremo  pastore, 
riticato    dopo    lo    spargimento    del     che  eminentemente  compete  soltan- 
suo  prezioso  sangue.  Il  Lenglet,  nel-     to  a  lui,  ed    è  perciò    ch'egli   non 
e  sue   lavoktte  cronologiche,  tom.     pratica  nessun  atto  del  sublime  suo 
11,  pag.   2  7b,  ali  anno  ^G^  ,  men-     ministero,  che  portato    dalla  croce, 
tre  era  Papa   Adriano  II,    dice  es-     la  quale,  come  dicemmo,    precede 
sere  opinione,  che  in  questo    tem-     i  suoi  passi:  Quindi  unicamente    il 
pò  SI   cominciasse  a  portar  la  croce     romano  Pontefice,    o  apparisca     in 
innanzi  al  Papa.  p,,bblico  cogli  ornamenti  pontifica- 

Se  poi  s.  domandi  per  qual  ra-     li,  o  cammini  per  la  città   coperto 
g.one   la  croce    debba    precedere  il     della  sagra  stola,  o  esca  della  me- 
sommolontefice,  risponderemo   col     desima,  o  si  conduca  per  sua  divo- 
invizzam  nel  libro  3,  essere  fonda-     zione  in  alcuna  chiesa,  o  visiti  al- 
ta cotesta  pratica  sulla  natura  della     cun  convento,  mouistero,  casa  reli- 
sua  rappresentanza,  di  vicario  cioè     giosa,  ec,  viene  sempre    preceduto 
(li  Oesu  Cristo;    dappoiché    nessun     dalla    croce  inalberata  fra  le  mani 
segno  più    proprio,    più    dignitoso,     del  così  detto  Crocifero  (Fedi),  un 
più  espressivo    di   questo    potrebbe     tempo  chiamato    diacono    apostoli- 
conven.re  al  capo  visibile  della  re-     co:  che  anzi  nell'atto  stesso,  in  cui 
J.gione.  Per  esso  infatti  si  annunzia     dall'interno  delle  sue  camere  passa 
primieramente  la  sua  dignità,  e   la     alla  cappella  palatina,   la    croce  lo 
autorità,  eh  egli  acquista  sopra  tutto     precede    sempre    quando    porti    la 
.1  cristianesimo.  Allorché  i  procon-     stola;  laonde  non    vi    è  luogo,  sia 
sol.,  ,  consoli,  ,  dittatori,  che  ave-     pubblico,    sia  privato,    in    cui    egli 
vano  impero    nella    repubblica    ro-     o  vestito  degli    abiti    pontificali,  ^o 
niana,  nella  provincia   di   loro  giù-     con  istola,  non  si  presenti  con  que- 
lisdizione  SI  mostravano    nell' eser-     sto  sublime  segno   della  sua   auto- 
cizio  della     propria  autorità,  erano     rità,  e  del  suo  potere.    Il  Bonanni 
p.eceduti  dai  segni  esterni  del  loro     citato  assegna  cinque  ragioni,  sulla 
potere,  come    pure    lo  ciano  i  co-     croce  che  precede  il  Papa:    i."  per 


voL.    xvni. 


'7 


xd8  CRO 

mantenere  la  memoria  della  pas- 
sione di  Cristo  dagli  eretici  impu- 
gnata, e  derisa  con  vari  errori,  e 
bestemmie  maltrattata;  i."  per  in- 
dizio dell'amore  verso  la  passione 
professalo  dal  sommo  Pontefice; 
3."  acciocché  tal  segno  sia  difesa 
del  Pontefice,  e  de' suoi  seguaci; 
4.°  perchè  serva  di  sprone  ai  fe- 
deli, alla  imitazione  del  Salvatore; 
e  per  ultimo,  si  porla  come  segno 
della  suprema  dignità  Pontificia, 
fondata  nei  meriti  del  Salvatore, 
di  cui  è  Ticario  in  terra.  Questa 
ultima  ragione  confermò  l'erudito 
prelato  Casali  de  Rit.  e.  81,  dicen- 
do: »»  Crucis  enim  praelatio  quam- 
;>  dam  dignitatera,  et  potestatem 
»  demonstrat,  sicut  in  Romana 
»  rcpublica  mos  servabatur  prae- 
M  ferendi  sex  fasces  proconsulibus, 
«  consulibus  duodecim  ,  dictatori 
.'5  vigintiquatuor  ".  Siccome  anche, 
come  racconta  il  Gretsero  de  Crii- 
ce,  lib.  2,  cap.  7,  «  eranttituli  prin- 
»  cipum,  et  regum  ahquando  quae- 
v  dam  vela,  quae  repraesentarent 
»  regiam  potestatem,  insignita  in- 
M  signibus  imperatorum,  et  prin- 
M  cipum,  vel  eorumdem  nominibus 
M  inscripta,  eo  modo ,  quo  hoc 
-V  tempore  cum  urbs  vel  recupe- 
»  ratur,  vel  jam  primum  obtine- 
«  tur,  vexillum  principis  in  editiori- 
»  bus  locis  statui,  vel  saltem  insi- 
-«)  gnia  in  portis,  portubus,  et  por- 
-•»  ticibus,  aliisque  locis  pingi,  et 
«  aftìgi  solent,  ut  hac  ratione  tan- 
«  quam  titulo  quodam,  urbis  do- 
.-5  minium  sibi  vendicenl,  et  talia 
»  vela  nominantur  in  codice  Jiisti- 
«  niani  Vela  Regìa,  lege  ne  quis 
M  ut  nemo  privatiis".  E  s.  Ambro- 
gio le  chiamò  Reginx  Coriinas  , 
mentre  scrisse  a  Marcellino  di  Va- 
lentiniano  imperatore,  il  quale  ten- 
tò   d'impadronirsi    della     basilica, 


CRO 

con  portarvi  tali  insegne,  ma  in- 
darno, Corlinis  a  puerorwn  turba 
dìlnceratìs. 

Perchè  poi  1'  immagine  del  Cro- 
cefisso della  croce  pontificia ,  sia 
sempre  rivolta  verso  il  sommo  Pon- 
tefice, lo  dice  il  Fivizzani  al  ca- 
po 2  3.  Questa  cerimonia  sembra 
essere  quella,  di  cui  fece  parola  s. 
Agostino  nel  sermone  19,  al  t.  X, 
cioè,  che  essendo  la  croce ,  praesi- 
dium amicis,  ohstaculum  ìnimicis, 
il  romano  Pontefice,  come  capo  di 
tutta  la  Chiesa  combattuta  in  tulli 
i  tempi  dai  nemici  visibili,  ed  in- 
visibili, tenendo  come  lo  sguardo 
costantemente  rivolto  all'  immagine 
del  Crocefisso,  mostra  d' implorare 
da  lui  tulli  i  lumi,  tulli  gli  aiuti 
a  ben  governarla,  e  tutta  la  forza, 
tutto  il  coi'aggio  per  difenderla. 
Inoltre  questa  croce  coli'  immagine 
sempre  rivolta  verso  del  sommo 
Pontefice,  significa  l'officio,  che  prin- 
cipalmente egli  sostiene  di  media- 
tore Ira  Dio,  e  gli  uomini ,  e  che 
però  non  deve  lasciare  in  nessun 
momento  di  presentarsi  al  Ponte- 
fice eterno ,  che  è  per  essenza  il 
mediatore  vci'o,  come  l' appella  s. 
Paolo,  medlator  Dei ,  et  hominuni 
Christus  Jesus.  Finalmente  si  deve 
dire,  che  un'altra  ragione,  per  la 
quale  il  supremo  gei-arca  cammina 
coir  immagine  del  Crocefisso  sem- 
pre verso  di  sé  rivolta,  è  quella  stes- 
sa per  cui  un  tempo  portavasi  dal 
medesimo  nei  viaggi  la  ss.  Euca- 
ristia [Fedi),  cioè  per  confessare  in- 
trepidamente la  fede  di  Gesù  Cri- 
sto; per  manifestare  l'amore  ar- 
dente verso  di  lui,  dal  quale  niente 
lo  potrebbe  separare;  per  esterna- 
re la  sua  fiducia  in  lui  solo  difen- 
sore, protettore,  liberatore  e  del 
pastore,  e  della  greggia,  che  lo  se- 
gue; per  far  conoscere    da    ultimo 


li 


CRO 
a  tulli  coloro,  che  lo  accompagna- 
no, il  dovere  di    starsi   lontani  dal 
peccalo,  ed  impegnarsi    nella    imi- 
tazione del  Crocefisso. 

Osserva  il  Novaes,  Dissert.  i.  II, 
p.  iio,  che  il  Crocefisso  si  porta 
voltato  verso  il  Papa ,  per  signifi- 
care, che  Dio  lo  assiste  in  maniera 
particolare.  Cosi  pure  si  porta  in- 
nanzi agli  altri  colla  faccia  contro 
di  essi  rivolta  verso  la  parte  dove 
si  va  colla  croce,  per  significare  che 
per  la  virtù  di  Gesù  Cristo  saran- 
no rimossi  tutti  gli  ostacoli ,  che 
possono  essere  d' inciampo  ai  loro 
pietosi  e  paterni  disegni ,  tendenti 
all'  esercizio  dell'  apostolico  ministe- 
ro. Aggiungiamo  col  p.  Bonanni , 
che  quando  si  usa  l'immagine  del 
Crocefisso  nella  croce  portata  avanti 
il  clero,  ciò  si  pratica  per  mostra- 
re, che  da  essa  si  tiene  lontano 
chiunque  cerca  impedirle  la  strada; 
e  quando  la  medesima  si  tiene  vol- 
tata verso  il  Pontefice,  si  dà  ad 
intendere  la  speciale  protezione,  che 
di  lui  ha  il  divino  Salvatore.  Il 
p.  Bonanni  tratta  della  croce  pon- 
tificia, anco  neir  opera  Numismata 
Pontificum,  al  tom.  Il,  p.  625 ,  e 
674. 

Inoltre  il  Fivizzani,  nel  suo  bel 
trattato  de  rìtu  ss.  Crucis ,  ci  dà 
ragione  perchè  alcuni  prelati  della 
Chiesa  sieno  preceduti  dalla  croce. 
Questa  pratica  dei  legati  della  santa 
Sede ,  dei  patriarchi  ,  dei  primati , 
degli  arcivescovi,  di  alcuni  vescovi, 
di  farsi  cioè  precedere  dalla  croce 
alla  maniera  stessa,  che  si  pratica 
dal  supremo  geraica,  è  fondata  non 
già  sul  diritto,  ma  sul  privilegio , 
che  accordò  loro  la  Sede  apostoli- 
ca ,  di  cui  in  seguito  riporteremo 
alcuni  esempi.  Infatti  i  padri  del 
concilio  lateranense  del  1 2  1 5,  pre- 
sieduto da  Innocenzo  III,  dichiara- 


CRO  259 

rono,  che  la  croce  è  l' insegna  di- 
stintiva della  Chiesa  Romana ,  e 
però  del  romano  Pontefice  ;  e  quan- 
do Nicolò  V,  in  premio  della  ri- 
nunzia dell'antipapa  Felice  V ,  gli 
accordò  alcune  pontifìcie  insegne , 
non  vi  comprese  però  la  delazione 
della  croce.  Quindi  tutti  quei  pre- 
lati, di  qualunque  gerarchia  essi  sie- 
no ,  che  godono  questo  privilegio, 
non  possono  usarne,  che  dentro  de- 
terminati confini,  ed  in  quella  for- 
ma ,  ed  in  quelle  funzioni ,  come 
loro  ha  permesso  la  santa  Sede. 
Laddove  il  romano  Pontefice,  qual 
capo  universale  di  tutta  la  Chiesa, 
si  presenta  colla  croce  in  tutti  i 
punti  dell'orbe  cattolico,  perchè 
tutto  r  orbe  cattolico  può  dirsi  es- 
sere la  diocesi,  e  la  metropoli  del 
romano  Pontefice,  onde  invalse  quel 
detto  :  Ubi  Papa,  ibi  Roma.  Per 
non  dire  di  altri,  il  Pontefice  Gre- 
gorio XI,  che  fu  creato  nel  iSjo, 
ordinò  che  i  patriarchi,  gli  arcive- 
scovi ,  e  i  vescovi  non  potessero 
portare  avanti  la  croce  in  presen- 
za de'  Cardinali,  che  fossero  legati, 
o  nunzi  della  Sede  apostolica. 

Abbiamo  però  dal  Sarnelli,  nella 
lettera  Della  Croce  che  precede  gli 
arcivescovi  ec,  tomo  IX,  pag.  84, 
che  tanto  i  legati,  quanto  i  pa- 
triarchi, e  poi  i  primati,  e  metro- 
politani, ebbero  dai  Pontefici  la 
facoltà  di  farsi  portare  avanti  la 
croce,  ciò  che  anticamente  facevano 
essi  soltanto,  con  questa  differenza, 
che  i  patriarchi  possono  farsi  por- 
tare la  croce  non  solo  nel  proprio 
patriarcato,  ma  in  tutto  il  mondo 
cristiano,  eccettuata  Roma,  e  quei 
luoghi,  ne' quali  si  trattiene  o  ri- 
siede il  Papa,  o  il  suo  legato  a 
latere  j  non  perchè  possano  eserci- 
tar giurisdizione  fuori  del  loro  pa- 
ti'iarcato,  ma  per   una    certa   pree- 


26o  CRO 

minenza  della  dignilà  patriarcale. 
Inoltre  soggiunge  il  medesimo  au- 
tore, che  non  è  lecito  ai  patriarchi 
farsi  pollar  la  croce  avanti  a  qual- 
sivoglia Cardinale,  come  dichiarò 
Gregorio  XI  mentovato,  perchè,  seb- 
bene avanti  ai  Cardinali  non  legati 
non  si  porti  la  croce,  si  deve  però 
questo  atto  riverenziale,  perchè  tutti 
ì  Cardinali  in  un  certo  modo  rap- 
presentano la  pei"sona  del  sommo 
l^ontefice,  di  cui  sono  membri  con- 
giuntissimi "  propler  quod  Cardi- 
>'  nalium  honori,  qui  personam  no- 
-•'  stram  repraesentant,  derogatur, 
"  IVos  igitur  attcndentcs,  quod  Car- 
>'  dinales  ipsa  nobiscum  indefessis 
»  laboribus  universalia  ecclesiastica 
-•'  onera  sorliuntur  ec."  Con  che 
inostia  avere  avuto  Gregorio  XI  in 
considerazione  quella  somma  pote- 
stà de' Cardinali,  con  cui  invigilano 
sopra  tutte  le  chiese  ;  onde  tutte  le 
dignilà  delle  chiese  debbono  mo- 
strarsi loro  grate  e  riverenti.  Que- 
sti limiti  si  prescrivono  tra  gli  ec- 
clesiastici, de' quali  uno  è  più  pre- 
eminente dell'altro,  massime  de'le- 
ii;ati,  che  rappresentano  il  Papa,  al 
quale  tutti  i  cattolici  sono  sudditi; 
ma  non  fra  gli  ecclesiastici,  e  prin- 
cipi secolari,  i  quali,  sebl)enè  hanno 
suprema  dignilà,  e  autorità  nelle 
cose  temporali,  nello  spirituale  sono 
soggetti  alla  giurisdizione  de'vescovi. 
Questo  privilegio  di  farsi  portar  la 
croce  avanti,  particolarmente  doj)0 
il  millesimo,  si  di  (l'use  a  tutti  gli 
arcivescovi ,  ed  i  seguenti  esempi 
daranno  un'  idea  delle  particolari 
concessioni  pontifìcie,  s\  prima  che 
dopo  tale  epoca. 

Anastasio  IH,  romano  Pontefice, 
nell'anno  91  i,  ad  istanza  di  Beren- 
gario re  d'  Italia,  concesse  al  vesco- 
vo di  Pavia  il  privilegio  di  farsi 
precedere  nei  viaggi  dalla  croce. 


CBO 

Silvestro  II,  nel  999,  diede  il 
titolo  di  re  apostolico  a  s.  Stefano 
I  re  d'  Ungheria,  permettendo  sì  a 
lui  che  a'  suoi  successori,  di  finsi 
precedere  dalla  croce  allorché  usci- 
va in  forma  pubblica,  e  innanzi  al 
vescovo,  locchè  Clemente  XIII  con- 
fermò a  Maria  Teresa  regina  di 
Ungheria. 

Alessandro  II,  nel  1061,  dichiarò 
il  vescovo  di  Lucca  primate,  chiesa 
da  lui  governata,  e  volle  che  praticas- 
se r  uso  di  farsi  precedere  dalla 
croce.  Dipoi  Calisto  II  conferì  al 
vescovo  di  Lucca  il  pallio,  e  Bene- 
detto XIII  lo  esaltò  alla  dignità  ar- 
civescovile. 

Alessandro  IH,  nel  11  77,  conces- 
se r  uso  delia  croce  avanti,  all'  ar- 
civescovo di  Salerno,  e  dipoi  anche 
all'arcivescovo  di  Tessalonica,  come 
si  legge  nel  Baronio,  e  nel  lib.  3, 
ep.  I  8  :  Domìnicae  crucis  vcxillum 
defcrcndi  per  totani  diocresim,  ci 
episcopatos  tihi  subditos,  fralernilati 
lune  licenllam  inipertinuir. 

Gregorio  IX  colle    stesse    parole 
largì  il  medesimo  privilegio  all'ar- 
civescovo Ausciense,  ne   molto  dopo 
fece  lo  stesso  beneficio  al  Burdega- 
lense,  e  a  quello    di    Messina.    Ma 
nella  bolla,  colla  quale  fece  la  me- 
desima   grazia     all'  arcivescovo     di 
Gnesna,  espresse    il  mistero  di  farsi 
precedere    dalla    croce    con    queste 
parole  :    «     Considerans    diligenter, 
"   quod     in    cruce    Domini    Nostri 
»   Jesu  Christi   te  oporteat  gloriali, 
»   pie    desideras    salutiferae     crucis 
"   vex.illum  ante    te    facere    de    no- 
»   stra    licentia    bajulari ,    qui   cru- 
«   cis  morti ficationeni  jugiter  in  tuo 
»   corpore  debes  prò  divini  nominis 
«   amore  portare.  Nos  igitur  atten- 
j-    dentes,  quod  non    sunt    tibi    ar- 
-••   maturae  coelestis    insignia    dene- 
"   gauda,    qui    contra     persecutores 


CRO 

»  Ecclesiae  certamino  incess^uter 
')  laboras,  praesent'mm  libi  auclo- 
»  ritate  concedimus,  ut  per  tiiam 
>»  provinciam  ante  te  ferri  facias 
»  crucis  sigmim,  nisi  cum  aposto- 
55  licae  sedis  legatas  in  Polonia  fue- 
»  rit  constitutus  ".  y.  Tomassino 
de  henef.   t.   I,  lib.    12   cap.   5c^. 

Benedetto  XIV,  nel  174^5  conces- 
se ai  vescovi  di  Varmia  nella  Po- 
lonia l'uso  del  pallio,  e  di  farsi 
precedere  dalla  croce  nella  propria 
diocesi,  non  però  in  presenza  dei 
loro  legati,  e  nunzi  apostolici.  In- 
di, nel  174^5  accordò  egual  privi- 
legio ai  vescovi  di  Eichstett  in  Ba- 
viera, meno  però  avanti  i  nomina- 
ti, e  avanti  il  suo  metropolitano, 
eccetto  che  questi  glielo  permet- 
tesse. 

Parlando  il  Garampi,  nel  Sigillo 
della  Garfagnana^  del  privilegio 
della  prelazione  della  croce  per  gli 
arcivescovi,  e  vescovi,  massime  di 
quello  di  Ravenna,  e  dell'  atto  di 
benedire  col  pollice,  indice,  medio, 
cioè'  colle  dita  della  mano  destra, 
ci  dà  queste  erudite  notizie.  Dice 
egli,  che  questa  foggia  di  benedizio- 
ne fu  detta  signare  populum,  poi- 
ché siccome  col  nome  di  segno  fu 
inteso  quello  di  croce  ;  non  si  cre- 
dette in  miglior  modo  benedir  le 
cose,  e  le  persone,  rito  surrogato 
all'antico  dell'espansione,  e  impo- 
sizione delle  mani.  Urbano  II  disse 
Clini  anice  signare,  e  Onorio  III 
signare,  et  signando  henedicere,  co- 
me si  ha  dalla  bolla,  colla  quale 
confermò  agli  arcivescovi  di  R.aven- 
na  r  antica  consuetudine  di  farsi 
precedere  dalla  croce,  e  dal  cam- 
panello, come  si  disse  al  voi,  V, 
p.  68  del  Dizionario.  Sul  suono 
del  campanello  innanzi  alla  croce 
dei  cleri  delle  principali  basiliche 
di  Roma,  e  sul    significato    riguar* 


CRO  i&i 

dante  la  croce,  si  tratta  al  voi.  VII, 
pag.  116,  di  questo  Dizionario. 
Conchiude  il  Garampi,  che  il  co- 
stume di  benedire  negli  arcivesco- 
vi, era  già  talmente  stabilito  nel 
i3i  I,  che  Clemente  V  nel  concilio 
Viennese  volle  esfendere  ad  essi 
questa  facoltà,  anche  pei  luoghi  e- 
senti  della  loro  giurisdizione,  pur- 
ché fossero  compresi  ne'limiti  della 
medesima.  V.  V  Extravag.  Cleni. 
V,  lib.  V,  tit.  VII  De  privileg.  In 
seguito,  nel  i3i4,  in  uu  concilio 
provinciale  tenuto  in  Ravenna,  ven- 
ne disposto,  che  quando  i  vescovi 
incedessero  per  la  città,  o  fuori  di 
essa,  si  suonassero  le  campane  del- 
le chiese,  per  avvisare  il  popolo, 
che  passava  il  prelato  in  forma 
pubblica,  e  colla  croce  alzata,  ac- 
ciò ognuno  potesse  genuilettere  al- 
la croce,  e  chiedere  al  vescovo  la 
benedizione. 

Non  si  deve  passar  sotto  silenzio 
l'importante  quesito,  che  nella  suc- 
cennata  lettera  fa  il  dotto  Saruelli,  se 
gli  arcivescovi  debbano  farsi  prece- 
dere dalla  croce  nelle  assemblee  di 
senatori,  o  altri  primari  magistrati, 
alla  presenza  di  re,  ed  imperatori, 
e  ne'  loro  palazzi.  Primieramente 
egli  racconta,  che  s.  Tommaso,  ar- 
civescovo di  Cantorbery,  se  la  fa- 
ceva portare  avanti  nel  parlamento 
d'Inghilterra,  ove  oltre  il  re  si 
trovavano  principi  e  senatori.  II 
venerabile  Bartolommeo  de  Martiri, 
santo  arcivescovo  Bracarense,  si  re- 
cò colla  croce  avanti  nell'assemblea, 
nella  quale  Filippo  II  fu  da  lui  co- 
ronato re  di  Portogallo.  S.  Carlo 
Borromeo,  arcivescovo  di  Milano,  si 
ritirò  dalla  carrozza  di  Eurico  III 
re  di  Francia,  temendo  che  la  cro- 
ce non  si  potesse  portare  colla  do- 
vuta venerazione  ;  e  quando  il  san- 
to Cardinale  nel  visitare  il  duca  di 


262  CRO 

Savoja,  conobbe  che  l' arcivescovo 
di  Torino  non  si  faceva  precedere 
dalla  croce,  1'  ammonì,  ed  invitò  a 
portarla  sempre  anche  recandosi 
nella  stessa  camera  del  nominato  so- 
vrano. D'altronde  non  si  deve  nep- 
pur  tacere  che,  nel  1480,  Ludovico 
XI  re  di  Francia,  ammise  nel  suo  re- 
gno il  legato  apostolico,  con  patio, 
che  non  dovesse  usare  la  croce  alla 
sua  presenza,  poiché  era  principe 
cavilloso,  e  geloso  di  sua  autorità. 
Ma  Carlo  Vili,  figlio  e  successore 
di  lui,  ricevette  con  dimostrazioni 
di  onore  il  Cardinal  Balve  legato, 
colla  croce  che  portò  in  sua  pre- 
senza, e  con  tutta  la  pompa  pro- 
pria de'  legati  della  santa  Sede. 
Piacconta  inoltre  Matteo  Paris,  che 
un  arcivescovo  di  Cantorberj'  colla 
propria  croce  fece  uscire  dalla  re- 
gia cappella  quella  dell'arcivescovo 
di  Yorck,  per  insegnargli  cne  un 
metropolitano  non  doveva  compa- 
rire colla  sua  croce  avanti  al  pri- 
mate. JNIcrita  elogio  il  Cardinal 
Sangiorgi,  il  quale,  essendo  legato 
di  Roma,  nell'assenza  di  Alessandro 
VI  e  Giulio  II,  per  l'ispetto  alla 
Sede  pontifìcia  non  volle  usare  del 
diritto  legatizio  di  farsi  precedere 
dalla  croce. 

Talvolta  ai  Cardinali,  che  dai 
Papi  erano  stati  dichiarati  legati  a 
Intere  {Vedi),  mentre  erano  fuori  di 
Roma,  venne  spedita  la  croce  lega- 
tizia.  A  citarne  due  casi,  diremo 
che  Urbano  VI,  nel  1879,  creò 
Cardinale  Giovanni  Oczko,  vescovo 
di  Praga,  e  gli  mandò  il  cappello 
rosso,  e  la  croce  di  legato.  Inno- 
cenzo IX,  nel  1591,  fece  Cardinale 
Filippo  Sega  nunzio  di  Parigi,  ove 
gli  rimise  per  un  ablegato  aposto- 
lico, il  cappello  cardinalizio,  e  la 
croce  di  legato  a  Intere.  Il  Papa 
crea  i  Cardinali  a  Intere  in  conci- 


CRO 
storo  segreto,  e  poi  nel    successivo 
concistoro  pubblico  dà  loro  formal- 
mente la    croce    di    legato.    Se   ne 
riportano  due  esempi  al  voi.    XV, 
pag.    2 1 3  ,  e  214  del    Dizionario , 
ove  pur  dicesi,  che  talvolta  la  croce 
legatizia  venne   data    in    concistoro 
segreto.   Quando  poi  il  Papa    cele- 
bra messa  solenne  nella  basilica  va- 
ticana, od  altra  chiesa,    non    dalla 
croce  dell'altare,  ma  dalla  propria 
che  gli  viene  presentata  dall'  udito- 
re   di  rota,  qual    suddiacono    apo- 
stolico, invoca  la  divina  benedizio- 
ne, che    trina    egli    comparte    agli 
astanti.  Altrettanto  fa  nelle  cappel- 
le cui  assiste,  o  in  quella  palatina, 
o  in  alcune  chiese  di  Roma,  dopo 
la  recita  del  discorso,  e  al  fine  del- 
la messa,  benché  sull'altare,  ove  fu 
celebrata,  vi   sia  la    consueta    croce 
col  Crocefisso.  Non  si   deve  tacere, 
che    anche  i  patriarchi,    i    primati, 
gli   arcivescovi,  e   que'  vescovi,    che 
hanno    l' uso   della    croce    in    asta, 
mentre  danno  la  benedizior>e,  ancor 
essi  hanno  la    croce    avanti,    ed    ò 
per  questo,  che  allora  restano  sco- 
perti di  mitra. 

Sulla  difTerenza  delle  forme  delle 
croci,  oltre  il  cenno  riportato  all'ar- 
ticolo Croce  astata  [Fedi),  il  Fi- 
vizzani  ci  avverte,  che,  siccome  nel- 
la Chiesa  di  Gesù  Cripto  vi  sono 
delle  sedi,  che  dilTeriscono  fra  loro 
neir  ampiezza  dell'  onore  e  prero- 
gative, e  nella  estensione  dell'  auto- 
rità giurisdizionale,  cos;  fu  da  an- 
tichissimo tempo  adottata  pegli  stem- 
mi ima  differenza  di  forma  nelle 
croci,  giacché  la  croce  di  uso  ha  un 
asta  sola,  e  due  ne  hanno  le  sole 
croci,  che  precedono  i  patriarchi 
nell'oriente.  I  patriarchi  ed  arcive- 
scovi pongono  sui  loro  stemmi  (ciò 
che  pur  fanno  per  privilegio  alcuni 
vescovi,  come    si    disse    all'articolo 


CKO 

Cuoce  astata),  la  croce  attraversala 
da  due  linee  disponi,  chiamata  cro- 
ce doppia,  per  distinguersi  dagli  al- 
tri vescovi.  La  linea  inferiore  è  più 
lunga  e  protratta  della  superiore. 
La  croce  di  Cara  vacca,  che  venera- 
si nella  Spagna,  e  che  vuoisi  fatta 
per  mano  degli  angeli,  ha  tal  for- 
ma, e  di  essa  si  parla  all'  articolo 
Croce. 

Sebbene  la  croce,  col  Crocefisso, 
che  oggi  suole  adoperare  il  sommo 
Pontefice,  sia  della  forma    comune 
a  tutte  le  altre,  e  di  argento    do- 
rato (l'usuale  fu  fatta  da  Pio  VI, 
la     nobile    dal    regnante    Gregorio 
XVI  ;  ambedue  hanno  i  loro  stem- 
nii,  e  sono  alte  piìi  di  nove  palmi 
circa,    compresa    l'asta),    conviene 
sapere,    che    anticamente,    come   si 
vede  in  pitture  assai  antiche,  i  Papi 
per  arbitrio  dei  pittori  inalberava- 
no una  croce,  attraversata  da  tre  li- 
nee dispari.  Così  fecero  essi  per  depri- 
mere, come  credono  spiegare  alcuni, 
la  nota  ambizione,    ed    orgoglio  di 
alcuni  patriarchi  di  Costantinopoli,  i 
quali  e  coi  titoli,  e  colla  croce  con 
due  traverse,  pretendevano  innalzar- 
si o  pareggiarsi  alla  dignità,  ed  au- 
torità della   Chiesa  romana,  madre 
e  maestra    di    tutte    le    chiese    del 
mondo. 

Del  rimanente  i  romani  Pontefi- 
ci usavano  sempre,  come  oggidì, 
la  semplice  croce  ;  e  quantunque  , 
come  abbiamo  detto,  i  patriarchi 
abbiano  una  croce,  che  dilferisce 
da  quella  degli  arcivescovi,  per  mo- 
strare la  dignità  del  loro  grado  nel- 
la ecclesiastica  gerarchia,  con  tut- 
tociò  non  era  di  mestieri,  che  i 
sommi  Pontefici  ritenessero  l'ideale 
croce  a  tre  linee,  bastando  la  cro- 
ce comune,  dappoiché  la  suprema- 
zia del  capo  di  tutta  la  Chiesa,  del 
pastore  universale,  del  patriarca  dei 


Clio  263 

palriaiH:hi,  si  manifesta  altresì  con 
altri  amplissimi  segni  figurativi,  co- 
me sono  le  chiavi,  la  tiara  orna- 
ta di  triplice  corona  gemmata,,  e 
vari  indumenti  ,  come  le  scarpe 
crucigere,  segni  proprii  uuicamentej, 
ed  assolutamente  del  Pontefice  ro- 
mano, sia  che  egli  comparisca  avan- 
ti la  chiesa,  sia  che  risieda  nelle 
private  sue  stanze.  Ed  aggiungiamo 
col  Bonanni,  che  la  croce  dal  Papa 
si  usa  in  ogni  luogo;  non  così  dai 
legati,  e  patriarchi,  i  quali  solamen- 
te r  usano  ne'luoghi  soggetti  alla 
loro  limitata  giurisdizione.  E  sicco- 
me il  pastorale  è  segno  di  limita- 
ta giurisdizione,  il  Papa  nelle  fun- 
zioni in  cui  l'usano  i  patinarchi, 
primati,  arcivescovi,  e  vescovi,  inve- 
ce adopera  la  croce  astata,  con  una 
sola  sbarra,  e  senza  crocefisso.  Usa 
pertanto  il  Papa  tale  croce  nelle 
consagrazioni  di  chiese,  altari,  ve- 
scovi, ec.  e  nell'apertura  della  poi'- 
ta  santa  ec.  Della  croce  stazionale 
[Vcdi)j  che  precedeva  i  Papi  nel- 
le stazioni,  cui  visitavano,  si  tratta 
al  detto  articolo. 

Sul  modo,  con  cui  si  porta  la 
croce  innanzi  al  Papa  dall'uditore 
di  rota  suddiacono  apostolico ,  e 
dal  crocifero  cappellano  segreto  pon- 
tificio, si  tratta  all'articolo  Croci- 
fero; e  del  modo  come  si  vela,  e 
ricuopi'e  dalla  domenica  di  passio- 
ne al  venerdì  santo,  si  parla  all'ar- 
ticolo cappelle  Pontifìcie  [Vedi)  , 
ove  pur  si  dice  della  palma  bene- 
detta, che  si  pone  sulla  croce  nella 
domenica  delle  palme.  Su  questo 
argomento  si  possono  inoltre  consul- 
tare, monsignor  Giorgi,  De  litur- 
gia Romani  Ponlijlcis  _,  Romae 
1782,  in  t.  I,  cap.  V,  p.  4^J  An^ 
drea  Saussai,  de  sacro  titu  prae- 
fcrcndi  cnuem  majoribiis  praelatis 
ecclcsiaCj  Parisiis  1628;  del  Fiorino 


264  CRO  CRO 

d'oro,  pag.  So-,  Torrigio,   Le  grotte     sinisha  del  pclto  stes«o.  Dflln  ero 

Vaticane^  pag.     40O3  ^    monsignor     ce    gemmala     si     paila 


Agostino  Fivizzani  sagrisla  di  Cle- 
mente Vili,  Comnicnlariiis  de  ritu 
sanclissimae  crucis  Romano  Pontijici 
praeferendne,  V\.omac  i5q-2..  All'ar- 
ticolo poi  Maestri  ostiari  Virga 
rubea    (Fedi),  così  detti  della  ver 


air  artìco- 
lo Croce  [Fedi),  Alcuni  peiò  credo- 
no, che  le  croci  si  principiassero  ad 
usare  dopo  Costantino  il  grande, 
ad  imitazione  di  quella ,  eh'  egli 
fece  fare  ricca  d'oro,  e  di  preziose 
gemme,  per  rassomigliarla  in  qual- 


ga  o  bastone  che  ricoperto  di  drap-     che  guisa   alla    croce,  che    apparve 

dal  cielo  splendentissima    di    fulgi- 
da luce ,    intorno  a  che  può    con- 
sultarsi il  Donati,   De'  sagri  Dittici 
pag.    189.   Ad  imitazione  di  sì   an- 
tichi esempi  di  adornare  il  salutare 
segno  della  croce  con  gemme,  for- 
se poi  si  ornarono  quelle  delle  de- 
corazioni, e  distintivi    cavallereschi. 
Delle  diverse  forme,  specie,  e  cole- 
ri di    croci  degli    Ordini    equestri, 
che  furono  i  primi    a  fondarsi,    ci 
dà  erudite  notizie    il    p.    Menochio 
nel  toni.     Ili     delle     sue   Sluore  a 
pag.     i47-     Degli    Ordini   religiosi 
militari,  che    in  dii'ersi    tempi  sono 
stati  instituiti,  e  che  nell'abito  loro 
portano  la  croce. 

Nel  Catalogo  degli  Ordini  eque- 
stri e  militari,  esposto  in  immagini 
ec.  dal  p.  Filippo  Conanni  gesui- 
ta, a  pag.  142,  e  seg.,  si  riporta  la 
forma  di  ogni  decorazione  equestre, 
e  si  enumerano  sedici  principali 
croci,  cioè:  croce  piana,  patente, 
biforcata,  cortata,  trifogliata,  giglia- 
ta, ancorata,  potenziata,  ricrociata , 
doppia,  pomata,  doppia  biforcata, 
patente  diversa  dall'altra,  troncata, 
fitta,  e  orlata.  Ecco  poi  come  Pom- 
peo Sarnelli  descrive  le  diverse  cro- 
ci, nel  tom.  X,  p.  4>  ^^^^-  Eccl.^ 
secondo  gli  armeristi,  e  le  leggi 
araldiche.  Oltre  le  croci  decussata^ 
commissa,  ed  immissa,  di  cui  si 
parla  al  citato  articolo  Croce,  le 
altre  sono  :  la  croce  semplice,  e 
croce  piana,  che  è  quella  comune, 
colla  quale    si  rappresenta    la  cro- 


po  rosso  anticamente  portavano 
in  mano,  si  parla  di  questi  custodi 
della  Pontificia  croce. 

CROCE  DI  DECORAZIOIVE  RELIGIOSA, 

ED    EQUESTRE.    Ai    rispettivi    articoli 
degli  Ordini  religiosi  ed  equestri,  al- 
l'articolo    Cai'aliere    [Fedi),  e    ad 
altri  di  questo  Dizionario,  si  rende 
ragione  delle  diverse  croci  di  deco- 
razioni, quali    insegne  distintive  ed 
onorevoli    dei     medesimi.    La    cro- 
ce divenne   un    distintivo  cavallere- 
sco, al  tempo    alle    Crociate   (  Fe- 
di),   per  quelle,     che    i    crocesigna- 
ti  posero  sul  loro  petto,    o   spalla, 
affine  di    far    riconoscere  per  qual 
cagione  andavano    a  combattere,  e 
versare  il    loro  sangue.    Talvolta  i 
sovrani,  i  gran  maestri   degli  Ordi- 
ni cavallereschi,  ed  il  sommo  Pon- 
tefice, per    distinguere  e  rimunera- 
re qualche  benemerito  personaggio, 
non  solo  lo  annoverano  ad  un  Or- 
dine equestre,  ma  per  ispeciale  ono- 
rificenza   rendono    preziosa    e    piìi 
distinta     la     croce   ,    insegna    prin- 
cipale   del     medesimo,   con    arric- 
chirla   di    gemme    e    brillanti.  '.Le 
ci'oci  di  decorazione  variano  di  for- 
ma,   e     di    ornati,  sebbene     di  un 
medesimo  Ox-diuc,  pei  gradi,  come 
di  cavaliere,  di    commendatore,  di 
gran   croce.    Alcune  si    appendono 
al  collo,  altre  ad  un  fianco  stando 
appese  ad  una  fascia  di  seta  messa 
a   traccoUo,  a  guisa  di  sciarpa,  al- 
tre al  lato  destro    del  petto ,    altre 
e    più    comunemente    dalla    parte 


CRO 

ce  di  Gesù  Cristo  ;  croce  diago- 
nale ;  croce  patente ,  eh'  è  la  stes- 
sa croce  di  Cristo  a  due  fila; 
croce  ottangola  biforcata  ,  croce 
decurtata ,  croce  fiorata ,  o  tri- 
fogliata per  l'estremità  così  fatte, 
croce  gigliata,  croce  unghiata ,  e 
ancorata,  croce  potenziata,  che  ha 
certi  legnetti,  i  quali  si  appongono 
agli  estremi,  croce  fìtta,  che  ha  il 
pezzo  di  basso  acuto,  croce  ricro- 
ciata, che  ha  ogni  estremità  con 
crocette,  croce  doppia,  croce  vuota 
pomata. 

Le  croci  di  decorazioni  soglionsi 
porre  negli  stemmi  gentilizii,  cioè 
all'estremità  inferiore  dello  scudo, 
ed  alcuni,  come  la  croce  dell'Or- 
dine gerosolimitano,  sotto  l'intiero 
scudo  medesimo,  uscendo  dai  quat- 
tro lati  gli  spicchi  della  croce,  cioc- 
ché usano  anche  i  prelati,  e  Car- 
dinali, che  appartengono  a  sì  illu- 
stre Ordine  militai-e,  e  religioso. 
Clemente  XI  permise  che  si  po- 
nessero sugli  stemmi  le  insegne  di 
decorazioni  di  Ordini  religiosi  e- 
questri,  dovendo  però  tutti  rico- 
prirne i  cappelli  prelatizi,  e  cardi- 
nalizi; ed  è  perciò,  che  anche  negli 
stemmi  de'  Cardinali,  e  prelati  si 
vedono  pendere  dalle  collane  o  fit- 
tuccie  gli  Ordini,  di  cui  sono  fre- 
giali. Si  sogliono  pure  rappresen- 
tare i  ritratti  de'  Cardinali,  colle 
croci  equestri,  di  cui  sono  insigniti, 
I  zelanti  liturgici  biasimano  i  pit- 
tori, e  quegli  artisti,  che  abusiva- 
mente, e  capricciosamente  rappre- 
sentano sulla  porpora  cardinalizia 
ogni  specie  di  decorazione  nei  ri- 
tratti dei  Cardinali.  I  medesimi  li- 
turgici dicono  potersi  dipingere 
sidla  porpora  le  sole  croci  degli 
Ordini  religiosi  equestri ,  come  il 
gerosolimitano.  Alcuni  Ordini  ca- 
vallereschi nel  consegnare  la  croce, 


CRO  265 

impongono  l'obbligo  di  restituirla 
in  morte  all'Ordine,  per  lustro,  e 
dignità  dell'insegna;  e  quindi  so- 
glionsi portare  domesticamente  cro- 
ci piccole;  e  i  Cardinali,  e  i  prelati 
le  usano  coU'abito  corto  nei-o  detto 
di  abbate,  attaccale  alle  asole,  come 
quelle  degli  Ordini  gerosolimitano, 
e  de'  ss.  Maurizio  e  Lazzaro  ec.  Su- 
gli spicchi  della  croce  di  s.  Stefa- 
no da  porsi  nelle  armi  cardinali- 
zie ,  si  vegga  il  voi.  IX  pag.  1 74 
del  Dizionario.  Questa  croce  dagli 
ecclesiastici  si  porta  di  pezza  di  se- 
ta rossa,  guarnita  all'intorno  di 
spumino  d'oro,  sul  ferraiuoletto  di 
seta,  incedendo  in  abito  di  abbate, 
e  sul  ferraiuolone  andando  in  sol- 
tana, I  cavalieri  cappellani  la  usano 
allo  stesso  modo,  ma  senza  guar- 
nizione di  oro,  e  solo  di  seta  gial- 
la. Si  suole  anche  portare  appesa 
all'asola  del  vestito.  Anche  in  altri 
Ordini  i  decorati  ecclesiastici  porta- 
no la  croce  sul  ferraiuoletto,  come 
i  cappellani  professi  dell'Ordine  ge- 
rosohmitano.  F.  Gerosohmitan  o 
Ordine. 

11  Cardinal  Porlocarrero,  nel 
1745,  consultò  il  Pontefice  Bene- 
detto XIV,  se  potesse  portare  sulla 
mozzetta  dell'abito  cardinalizio,  co- 
me professo  dell'  Ordine  gerosoli- 
mitano, la  croce  ottagona  di  tela 
bianca,  che  è  il  vero  abito,  o  princi- 
eipale  insegna  dell'Ordine.  Sembrò 
giusta  al  Pontefice  la  domanda, 
tuttavolfa  volle  esaminarla  matu- 
ramente. Nelle  ricerche,  che  all'uo- 
po egli  fece,  osservò  diverse  cose 
relative,  e  confacenti  al  delicato 
argomento:  i."  Che  i  monaci,  e 
frati  professi  promossi  alla  dignità 
episcopale  debbono  continuare  a 
portare  il  colore,  e  la  specie  del 
drappo,  di  cui  formasi  l'abito  del 
proprio    Ordine,    meno    la    forma 


266  CRO 

che  dev'essere  da  vescovo.  3."  Che 
il  vescovo  di  Riulta,  città,  dove  al- 
lora risiedeva  il  sovrano  Ordine 
f^erosoliniitano,  per  lo  piìi  cava- 
liere di  esso,  portava  la  croce  del- 
l' Ordine  sulla  niozizclta,  e  però 
volendosi  in  Ptoma  a  lui  proibire 
da  un  maestro  di  cerimonie,  il  ve- 
scovo rispose  essere  quello  l'abito 
dell'Ordine  cui  professava.  3."  Che 
il  Cardinal  d'Aubiissou,  j^ran  mae- 
.slro  dell'Ordine  gerosolimitano  ,  la 
portava  sulla  mozzetta,  come  si  ve- 
de da  un  ritratto  fatto  all'epoca  di 
sua  esaltazione  al  cardinal  ilo ,  la 
€|uale  rimontava  al  i4^r)>  ^  ad 
Innocenzo  \  III,  il  perchè  erasi  nel 
j587  terminata  la  controversia 
mossa  dai  Cardinali,  che  volevano 
impedirne  l'uso,  quando  Sisto  V 
creò  Cardinale  il  gran  maestro  Ugo 
Verdala.  4-"  Che  una  medaglia  di 
questo  Cardinal  Verdala  lo  rap- 
presenta colla  croce  bianca  sulla 
mozzetta.  Per  queste  ed  altre  ri- 
llessioni,  Benedetto  XIV  col  tenore 
del  Breve,  Bienniuin  cani  di/nìdiOj 
dato  a'  i8  ottobre,  e  diretto  al  Car- 
dinal Portocarrero,  dichiarò  che  i 
Cardinali  di  qualunque  milizia  pro- 
lessi, possano  portare  la  croce  sulla 
mozzetta  cardinalizia,  riguardandosi 
come  Icibito  della  loro  religione. 
Ili  fotti  il  prelato  Coinmeiulalore 
di  s.  Spirito  [T'cdi),  oltre  la  cioce 
«l'oro,  e  di  smallo  bianco  che  por- 
ta appesa  al  collo,  sulla  parte  si- 
nistra della  mozzetla  porla  la  cro- 
ce doppia  biforcata  di   tela   bianca. 

Gli  ecclesiastici  addetti  alla  santa 
Sede,  i  prelati,  e  i  Cardinali,  ve- 
nendo aggiegati  ad  alciui  Ordine 
ti[uestre,  debbono  implorare  dal 
sommo  Pontetice  il  permesso  di 
accettarne  e   poi-tarne  le  insegne. 

CROCE  (Figlie  della).  Donzelle  che 
vivono  in  coniuuilà,  e  che  tengono 


CRO 

scuola  cristiana  per  l'istruzione  del- 
le persone  del  loro  sesso.  Nell'anno 
i6ji5  diede  origine  a  questa  isti- 
tuzione il  sacerdote  Guerin,  parro- 
co di  Roye  nella  Piccardia,  insieme 
a  madama  di  Villeneuve.  Maria 
Luillier  ne  fu  pure  benemerita , 
per  avergli  procurato  lo  stabilimen- 
to di  Parigi.  Siccome  poi  la  con- 
fondatriee  volle  prescrivere  ad  una 
parte  delle  donzelle  figlie  della  cro- 
ce i  tre  semplici  voti  di  povertà 
di  castità,  e  di  ubbidienza,  al  che 
l'altra  non  voleva  acconsentire,  esse 
si  separarono,  e  così  formarono  due 
congregazioni,  una  di  religiose  che 
emettono  i  detti  voti,  l'altra  senza 
«l'essi.  Cos\  il  p.  Heliot  nella  Sto- 
ria degli  Ordini  monastici  ec.  toni. 
\11I  pag.  i8;  Dizionario  storico 
degli  Ordini   relig.    e    niilit,    pag. 

2  IO. 

CROCE  (Ordine  della  vera), 
ossia  dame,  a  cavalieresse  della 
crociera.  Nell'anno  i668  in  Vien- 
na s'incendiò  il  palazzo  imperiale^ 
ed  arsero,  e  furono  distrutti  i  gio- 
jelli  delTimperatrice  Eleonora  Gon- 
zaga, vedova  di  Ferdinando  III. 
Una  crocetta  d'oro  però,  che  essa 
aveva  con  due  pezzetti  del  vivifi- 
co vero  legno  della  croce,  dopo 
cinque  giorni  si  rinvenne  intatta, 
ed  illesa  fra  i  carboni.  Vuoisi  che 
l'incendio  bruciasse  la  cappella  im- 
periale, dove  appunto  si  venerava  il 
santo  legno.  Allora  la  pia  impera- 
trice in  memoria  di  questo  mira- 
colo, e  per  mostrarsi  grata  a  Dio 
e  divota  della  vera  croce  ,  istituì 
questo  cospicuo  Ordine  di  cavalie- 
resse, che  chiamò  delle  Dame  del- 
la vera  croce,  o  della  crociera.  Il 
Pontefice  Clemente  IX,  Rospigliosi, 
che  allora  governava  la  Chiesa  u- 
niversalc,  approvò  l'Ordine,  colla  co- 
stitLizlone   hrdciìiptorisy  che  si  legge 


CRO 
nel  Bull.  Roin.  t.  VI,  par.  VI,  pag. 
■277,  data    a'2  agosto  dello    stesso 
anno  1668,  arricchendolo  inoltre  di 
molte  indulgenze,  cioè  della  plena- 
ria a  ciascuna  dama  nel  giorno  del 
suo  ingresso,  purché    si    fosse  con- 
fessata, e  comunicata,  come  ancora 
nell'articolo,  o  punto  di  morte.  La 
medesima  indulgenza  si    concedette 
a  quelle,  che  cinque  volte  all'anno 
si  comunicassero  nella  cappella  im- 
periale, e  alle  principesse  della  ca- 
sa d'Austria  una    Tolta    la  settima- 
na. A  ciascuna  delle  crociere,  o  ca- 
valieresse, accordò  che  quante  vol- 
te   esercitassero   un   atto  di    carità, 
altrettante  potessero  acquistare  cen- 
to   giorni    d' indulgenza,  e  a  quelli 
che  confessati,  e  comunicati   visitas- 
sero la  detta  cappella  nei  giorni  del- 
le feste  della  invenzione,  ed  esalta- 
zione   della  santa  croce,  accordò  la 
indulgenza  plenaria. 

Le    obbligazioni  di  queste  dame 
sono  di   onorare  in  particolar  modo 
la  ss.  croce,  a  cui  Gesù  Cristo  era 
stato  confitto  pei  nostri  peccali,  di 
procurare  la  di  lui  gloria,  e  servi- 
gio, e   di    travagliare    alla    propria 
salvezza.  L'insegna  loro  è  una  cro- 
ce   d'oro   pendente    da    un    nastro 
di  seta  nera ,    cioè    una    medaglia 
d'oi'o  con    in    mezzo  una    crocetta 
di  smalto  nero,    in  mezzo  ad   altra 
croce    di    smalto    turchino,    avente 
nelle  quattro  estremità  quattro  stelle, 
e    nei  quattro  angoli  quattro  aqui- 
le,  con   questa    epigiatè  :     salus    et 
gloria,  per   ricordare  alla  memoria 
delle  decorate,  che  la  croce  di  Ge- 
sli  Cristo  deve  formare  la  loro  glo- 
ria. La  beala  Vergine,  e  s.   Giusep- 
pe furono    eletti   per    protettori  di 
questo    Ordine  :    la     regola,    e    gli 
statuti  furono  compilati  did  p.   Gio, 
Battista  JMani  della    coaqiagnia    di 
Gesù.  Dalle  stelle  poste  nella  dcco- 


CRO  267 

razione,  l' Ordine    si   chiama    pure 
della  croce  stellata.    L'abbate  Giu- 
stiniani,    Hist.    degli  Ordini    eque- 
stri, a  pag.  ^17.  cap.  LXXIX,  Ra- 
dunanza nobile  della   crociera,  ag- 
giunge, che  le  dame,  per  essere  ri- 
cevute in  questo  nobilissimo   Ordi- 
ne, devono  avere  tre    indispensabi- 
li qualità,  cioè  devono  essere  nobili 
e  di  famiglie  illustri,  tanto  dal  canto 
paterno  che  materno,  come  del  con- 
sorte se  maritate;  di  bontà  d'animo 
esperimentata,  e  di  vita  irreprensibile. 
Intorno  a  ciò  vi   sono  le  opportune 
istruzioni  si  pegli  stati  ereditari  tede- 
schi, che  pel  regno  d'Ungheria,  e  per 
le  Provincie  ad  esso  annesse,  non  che 
per  gli  stati    italiani.  Per  chi   è   fi- 
gha  di  madre,  od  è  sorella  di  da- 
me ,    che    furono  insignite  di    que- 
sto   Ordine ,    o  lo  furono  del  teu- 
tonico, del  gerosolimitano   ec,  non 
fa    bisogno    una    nuova    dimostra- 
zione della    sua    nobile    discenden- 
za,   essendo  però    necessaria  quella 
del  marito. 

Riguardo  poi  alla  reliquia  della 
ss.  croce,  dice  ch'essa  apparteneva 
all'imperatore  INIassimiliano  I,  che 
qual  pegno  di  sicurezza  ,  e  difesa  , 
soleva  portarla  in  dosso  nelle  guer- 
re, ed  in  quindici  battaglie  ;  che 
l'imperatore  Fei-dinando  III  n'era 
divotissimo,  e  perciò  il  successore 
Leopoldo  I  l'aveva  donala  all'  im- 
peratrice Eleonora  vedova  di  lui. 
11  p.  Bonanni,  Catalogo  degli  Or- 
dini equestri,  a  pag.  i34,  ci  dà  la 
figura  d'una  dama  dell'Ordine,  la 
quale,  giusta  il  costume,  porta  nel- 
la parte  sinistra  del  petto,  la  crocu 
di  decorazione.  Inoltre  racconta,  che 
la  vera  croce  dopo  l' incendio  venne 
linvenuta  da  un  cavalieie,  il  quidc 
subito  ne  diede  parte  all'inconso- 
labile imperatrice,  che  ne  piangeva 
lu  perdita.   La  direzione  dell'  Ordì- 


?m  CRO 

ne  fu  commessa  dal  Papa  Clemen- 
te IX  al  vescovo  di  Vienna,  e  n'è 
capo,  e  presidente  l'imperatrice. 

L' imperatrice  Maddalena  Teresa 
di  Neoburgo ,  vedova  del  suddetto 
imperatore  Leopoldo  I,  essendo  pre- 
sidente di  quest'  Ordine,  nel  1 709 
a'  3  maggio,  giorno  sagro  alla  fe- 
sta dell'  Invenzione  della  ss.  Croce, 
ricevette  in  esso  l'arciduchessa  Ma- 
ria Giuseppa,  figliuola  maggiore  del- 
l' imperatore  Giuseppe  I,  e  trenta- 
due dame,  nella  chiesa  della  casa 
professa  dei  gesuiti  di  Vienna,  ove 
era  slata  portata  processionalmente 
la  reliquia  della  santa  croce,  tosto- 
thè  8Ì  rinvenne  dopo  l' incendio.  Il 
ut I mero  729  del  Diario  di  Roma 
del  1722,  descrive  la  funzione  fat- 
ta nella  chiesa  di  s.  Maria  d'Ara- 
celi, in  cui  per  incarico  dell'  impe- 
ratrice presidente  di  questo  Ordi- 
ne, il  p.  Diez  teologo  imperiale,  ne 
conferì  le  insegne  alla  marchesa  Ac- 
coramboni  del  Drago. 

CROCE  S.  DELLA  Sierra  [S.  Cru- 
cis de  la  Sierra).  Città  con  resi- 
denza vescovile  ncU'  America  meri- 
dionale, dell'alto  Perù,  dipartimen- 
to di  Cochabamba ,  provincia  di 
Santa  Crux  de  la  Sierra,  nella  re- 
pubblica di  Bolivia.  Questa  città  è 
pur  conosciuta  coi  nomi  di  S.  Lo- 
renzo della  Fronlera,  o  santa  Criix 
de  la  Sierra  la  Nueva.  Sta  in  una 
immensa  pianura,  ed  è  cinta  di 
belle  case  di  campagna;  è  capoluo- 
go del  nominato  dipartimento,  o 
provincia  di  s.  Croce  de  la  Sierra. 
Venne  fondata  nel  1594.  Ha  le  ca- 
se assai  male  fabbricate,  quantun- 
que sieno  tutte  di  pietra  ,  e  confa 
piìi  di  seimila  abitanti.  Una  città 
chiamata  pure  Santa  Crux  de  la 
Sierra  era  stata  edificata  nel  i558 
a  60  leghe  IV.  da  questa,  ma  s' i- 
gnorano  le  ragioni  per  cui    fu    ab- 


CRO 

bandonata,  affine  di  fondare  questa 
nuova  città. 

Commanville  la  chiama  Fammi 
sanctae  Crucis  o  de  Baranca,  co- 
me città  del  Perù  della  provincia 
di  Baranca,  e  dice  che  la  sua  sede 
vescovile  è  suffraganea  di  Charcas, 
ossia  de  la  Piata ,  al  qual  arcive- 
scovato e  tuttora  soggetta.  Altri 
storici  però  e  geografi  asseriscono, 
che  la  sede  vescovile  vi  venne  eret- 
ta nell'anno  iGo5,  ma  il  vescovo 
risiede  nella  piccola  vicina  città  di 
Mizgue,  o  Mizca,  sulla  riva  sinistra 
del  Guapey,  già  un  tempo  grande, 
ricca,  e  capoluogo  di  una  provincia. 
Non  si  vedono  che  alcuni  avanzi 
del  suo  antico  splendore.  La  catte- 
drale è  dedicata  alla  ss.  croce  del 
nostro  Signore  Gesù  Cristo.  Il  ca- 
pitolo si  compone  di  due  dignità  , 
la  prima  delle  quali  è  il  decano , 
di  quattro  canonici,  compresi  il  teo- 
logo, e  il  penitenziere,  lutti  porzio- 
narii ,  nonché  di  preti ,  e  chierici. 
Nella  cattedrale  vi  è  il  parroco,  ed 
il  fonte  battesimale.  L' episcopio  è 
decente,  e  sta  vicino  alla  cattedra- 
le. Vi  sono  ancora  due  altre  ciiiese 
parrocchiali.  Ogni  nuovo  vescovo  è 
tassato  ne'  libri  della  camera  apo- 
stolica di  fiorini   trenta  tre. 

CROCEFISSO,  o  CROCIFISSO. 
Immagine  di  Gesù  Cristo  appeso 
alla  croce.  I  cattolici  onorano ,  e 
venerano  il  Crocefisso  in  memoria 
del  mistero  della  redenzione,  e  per 
eccitare  in  se  slessi  la  gratitudine  ad 
un  tal  benefizio.  Qualunque  sia  sta- 
to il  modo  dei  romani,  e  dei  giu- 
dei di  appendere  alla  croce  chi  era 
condannato  a  morire  con  questo 
supplizio,  non  si  può  dubitare  del 
modo,  onde  Gesù  Cristo  vi  fu  ap- 
peso. Il  racconto  degli  evangelisti 
non  lascia  alcuna  incertezza  su  que- 
sto punto.  Si  legge,  che  Gesù  Cri- 


CRO 
slo  dopo  la  sua  gloriosa  risurrezio- 
ue  fece  vedere  e  toccare  all'aposto- 
lo s.  Tommaso  le  piaghe  fatte  dai 
chiodi  nelle  sue  mani,  e  ne'  suoi 
piedi.  Quando  la  vera  croce  fu  ri- 
trovata da  s.  Elena ,  si  trovò  coi 
foi'i  dei  chiodi,  come  si  rinvennero 
pure  i  medesimi  chiodi.  Tre  ore  Gesù 
Cristo  visse  sulla  croce,  e  morì  più 
presto  dei  tre  ladroni.  S.  Agostino, 
e  i  più  dotti  interpreti ,  credono 
che  Gesù  Cristo  fosse  confitto  in 
croce,  essendo  questa  già  piantata, 
ed  eretta.  Semhra  più  probabile, 
che  Gesù  Cristo  fosse  appeso  alla 
croce  affatto  nudo,  giacché  tale  ei'a 
l'uso  di  crocefìggere  i  delinquenti, 
dal  qual  uso  di  certo  non  si  dispen- 
sarono i  carnefici  per  riguardo  a 
Gesù  Cristo,  contro  il  quale  erano 
i  suoi  persecutori  più  crudeli,  che 
non  contro  gli  altri,  e  il  quale  per 
altra  parte  volle  soffrire  questo  ob- 
brobrio per  l'espiazione  delle  no- 
stre colpe.  Il  costume  di  rappre- 
sentare Gesù  Cristo  confitto  alla 
croce  ora  del  tutto  vestito,  ora  co- 
perto fino  alle  reni ,  o  solamente 
nelle  parti  che  il  pudore  vuole  si 
nascondano,  seml)ra  che  non  provi 
che  il  doveroso,  e  profondo  rispetto 
dei  cristiani  per  Gesù  Cristo.  T^. 
Croce. 

Il  sentimento  de'  greci,  che  rap- 
presentano sempre  Gesù  Cristo  con- 
fìtto sulla  croce  con  quattro  chiodi, 
viene  combattuto  dall'  uso  più  co- 
mune massime  della  Chiesa  latina, 
che  generalmente  lo  rappresenta 
trafitto  con  tre,  cioè  uno  alla  ma- 
no diitta,  uno  alla  mano  sinistra, 
imo  solo  pei  due  piedi.  Di  questo 
punto  si  tratta  all'  articolo  Chiodi 
{Fedi).  Quelli,  che  dipingono,  o 
scolpiscono  Gesìi  Cristo  morto  in 
croce  con  gli  occhi  chiusi,  secondo 
alcuni,  non  ben  si  appongono,  dap- 


CRO  269 

poiché  i  morti  restano  cogli  occhi 
aperti.  Si  legga  la  rivelazione  di 
simta  Brigida  lib.  I,  cap.  9,  do- 
ve in  persona  della  beata  Veigine, 
dice,  Deinde  deposilus  est  de  crii- 
ce:  eie.  Et  clausit  orulos^  et  os 
ejiiSy  quac  in  morte  fuevunt  aper- 
ta. Sul  costume  antico  di  chiudere 
gli  occhi  ai  morti,  fa  menzione  l'an- 
tichissimo s.  Cipriano ,  Orat.  de 
Christi  sepult.  3  dove  dice:  Nuni- 
quid  digitis  tuis  oculos  Jesu ,  ut 
viortuonun  de  more  solente  claudisi 
11  Sarnelli,  nel  tom.  V  delle  sue 
Lett.  Eccl.  nella  lettera  XXVII , 
tratta  :  Perche  nelle  immagini  di 
Cristo  Signore  Nostro  crocifìsso  si 
metta  la  testa  di  morto  sotto  i  pie- 
di. Dopo  avere  riportato  colla  soli- 
ta sua  erudizione  i  differenti  pareri 
dei  padri  e  di  gravi  autori ,  con- 
chiude col  riflettere,  che  Giacomo 
F.desseno,  maestro  di  s.  Efrem,  O- 
norio  Augustodunense,  Andrea  Ma- 
llo, ed  altri  dicono,  che  Noè  portò 
seco  nell'arca  il  corpo  di  Adamo, 
e  cessato  il  diluvio,  divise  quelle 
ossa  a'  suoi  figliuoli,  e  che  a  Sem 
più  degli  altri  da  lui  amato  diede 
il  capo  come  più  nobile  parte  di 
esso,  assegnandogli  anche  quella  par- 
te di  paese,  che  poi  si  chiamò  Giu- 
dea ;  e  vogliono  che  Sem  lo  col- 
locasse nel  monte  Moria ,  cioè  in 
lino  de'  suoi  colli  appellato  Calva- 
rio, così  detto  come  dalla  calvaria 
del  primo  nostro  padre  Adamo. 
Così  il  Sarnelli  crede  ben  si  accor- 
dino le  opinioni  di  Origene,  s.  E- 
pifanio,  s.  Cipriano,  s.  Ambrogio, 
Teofilalto,  Eutimio,  e  molti  altri. 
La  lesta  adunque  di  morto,  che  i 
dipintori,  e  scultori  pongono  a  pie 
della  croce  di  Gesù  Cristo  crocifis- 
so, significa  il  capo  del  primo  no- 
stro padre  Adamo,  primo  trasgres- 
sore tra  gli  uomini  del  divino  precet- 


9.70  CKO 

lo,  per  cui  fu  introdotta  In  morto,  e  il 
peccato,  cancellato  poi  col  preziosissi- 
mo sanj^iie  sparso  da  Cristo;  il  quale 
non  solo  volle  corporalmenlo  lavare 
col  suo  divinosangueil  cranio  di  Ada- 
mo, ma  morire  nel  sesto  f,'iorno,e  nel- 
l' ora  di  sesta  essere  alllsso  in  croc(% 
nel  qual  giorno  appunto  Adamo  fu 
creato,  e  nella  quale  ora  peccò.  Al- 
trettanto dicono  Teofilatto,  e  Beda 
sopra  il  capo  5  di  s.  Matteo,  e 
Tertulliano  nel  lib.  I  conlr.  Mnr- 
cioìi.  Gli  artisti  talvolta  pongono 
sotto  la  croce,  la  figura  della  beata 
Vergine,  o  per  divozione,  o  per 
rammentare,  ch'Essa  stette  a  pie 
flella  croce,  presente  alla  morte  del 
divin  Figliuolo. 

Ritornando  al  supplizio  della  cro- 
cefissionc,  il  riinnldi,  all'anno  i^\, 
n.  19,  nel  raccontare  quella  di  s. 
Pionio,  dice,  che  spogliatosi  si  di- 
stese sopra  la  croce,  per  essere  con 
chiodi  confitto  ;  e  che  perciò  si  può 
ricavare,  che  la  crocifissione  si  so- 
leva eseguire  in  piana  terra,  ergen- 
dosi poscia  in  alto  la  croce  col 
crocefisso.  Ai  crocefissi  solevansi  rom- 
pere le  gambe:  ciò  fecero  i  soldati 
coi  due  ladroni,  non  con  Gesù 
Cristo,  che  trovarono  morto:  quin- 
di si  facevano  seppellire  al  tramon- 
tare del  sole.  iSarra  il  medesimo 
Piinaldi,  all'anno  109,  che  s.  Si- 
meone vescovo  di  Gerusalemme, 
chiamato  fratello  del  Signore,  come 
figlio  di  Cleofa,  venne  spietatamen- 
te crocifisso.  All'anno  108  ripoita 
il  martirio  dei  diecimila  soldati,  che 
Trajano  fece  crocifìggere  in  Arme- 
nia, perchè  essendo  cristiani  aveva- 
no ricusato  di  sacrificare  agl'idoli.  Il 
Pontefice  s.  Sisto  II,  a' 6  agosto 
261,  patì  su  di  una  croce,  come 
dice  Prudenzio  Hymno  2,  ovvero, 
secondo  altri  lasciò  la  testa  in  mano 
al  manigoldo,   sotto  la    scure.    An- 


CRO 
che  il  primo  Pontefice  s.  Pietro  era 
stato  crocifisso,  ma  per  rispetto  al 
divin  maestro  volle  esserlo  col  capo 
all' ingiù.  11  supplizio  pertanto  della 
crocifissione  dinò  sino  a  Costantino 
imperatore,  il  quale  del  tutto  l'aboh 
convertito  che  fu  al  cristianesimo. 
Da  quel  momento  non  solo  passò, 
come  disse  s.  Agostino,  la  croce  dal 
luogo  dei  suppli/.ii  sulla  fronte  degli 
imperatori,  ma  inoltre  pulthlicamen- 
te  sopra  gli  altari.  Anche  Lattanzio 
fa  menzione  dell'  immagine  di  Gesù 
Cristo  crocifisso,  che  dice  essere  sta- 
ta pubblicamente  esposta  alla  vene- 
razione dei  fedeli  al  tempo  di  Co- 
stantino. 

All'  articolo  Cpoce  abbiamo  ri- 
portato l'opinione  del  INIacri,  cioè 
che  nella  primitiva  Chiesa  non  si 
dipingeva,  o  scolpiva  Gesù  Cristo 
Crocifisso,  ma  la  sola  croce,  perchè 
i  pagani  e  i  gentili  si  sarebbero 
.scandalezzati  nel  veder  venerato  un 
delinquente  sul  supplizio ,  laonde 
rappresentavano  le  croci  ornate  di 
gemme,  e  a'  piedi  di  esse  un  agnel- 
lo, figura  di  Cristo.  Però  il  Sarnel- 
li  opina,  che  ciò  siasi  praticato  nel- 
le sole  chiese  pubbliche,  ma  che 
negli  oratorii,  e  nelle  catacombe  si 
tenesse  l' immagine  del  Crocifisso. 
Nelle  pubbliche  chiese  così  usavano 
per  le  addotte  ragioni,  e  per  leva- 
re dalla  mente  dei  gentili  T  adora- 
zione degl'  idoli,  imperocché  avreb- 
bero rinfacciato  a'  cristiani,  che  essi 
ancora  adoravano  per  idolo  un  mor- 
to. E  questo  si  praticò  non  solo  nei 
tre  primi  secoli  della  persecuzione, 
ma  anche  dopo  che  Costantino  proi- 
bì la  pena  della  croce,  cioè  in  al- 
cuni luoghi,  dappoiché  in  generale 
la  croce  pubblicamente  si  vide  col 
crocifisso.  Nel  concilio  quinisesto  del 
692  venne  ordinato  che  Cristo  non 
si  dipingesse,  o  scolpisse    più    sotto 


rno 

figura  di  agnello,  ma  in  fignrn  ti- 
inana.  E  Papa  Adriano  I,  nella  sua 
epistola  a  Carlo  Magno,  a  \aiitng- 
gio  del  culto  delle  sagre  immagini, 
citò  questo  canone,  non  per  conci- 
liargli autorità,  avendolo  liprovato 
il  predecessore  s.  Sergio  I  ;  ma  per 
confondere  gì'  iconoclasti  colle  loro 
stesse  dichiarazioni.  Il  canone  è  ri- 
portato de  Consecr.  clist.  Ili  sextam. 
La  Glossa,  Pro  veterij  dice  :  Hoc 
credo  reprohari,  quia  in  criice  tan- 
tum agìius  Dei  depingehntur:  nam 
alias  homine  depicto  ognuni  depin- 
gi  non  ohest  in  parte  inferiori.  Ag- 
giunge il  Sarnelli,  che  nell'  anno 
120,  Gesù  Cristo  apparve  crocifisso 
a  s.  Eustachio,  tra  le  corna  di  un 
cervio,  come  abbiamo  dal  breviario 
romano,  e  da  altri  monumenti.  Il 
p.  Paolo  Arrighi,  nella  Roma  sot- 
terranea, dice,  vedersi  nelle  cata- 
combe, ed  altri  luoghi  sotterranei, 
le  immagini  del  Crocifìsso  con  quat- 
tro chiodi  trafitto,  con  un  legno  di 
sostegno  a'  piedi,  e  vestite  di  un 
panno  dalla  cintura  sino  al  ginoc- 
chio. 

Per  confermare  che  negli  orato- 
»ii,  e  nelle  catacombe  gli  antichi 
cristiani  tenessero  l'  immagine  del 
Crocifisso,  il  Sarnelli  racconta,  che 
fino  da  iSicodemo,  il  quale  con 
Giuseppe  d'  Arimatea  levò  dalla  cro- 
ce il  Redentore,  e  poi  il  seppelh, 
dopo  la  risurrezione,  ed  ascensione 
al  cielo  del  medesimo,  s'incominciò 
a  rappresentare  Gesìi  Cristo  croce- 
fisso sulla  croce,  e  dai  primi  cristia- 
ni a  venerarlo  in  tal  modo.  E 
siccome  Wicodemo  visse  sempre 
immeiso  nella  dolorosa  rimem- 
branza della  passione  del  Salvatore, 
e  perchè  nell'arte  di  scultore  era 
assai  perito,  per  sua  divozione  fece 
r  immagine  elei  Crocifisso  che  si  ve- 
nera nella  città  di    Lucca,   vestilo. 


CRO  271 

e  coronato  alla  reale,  f^.  il  Torri- 
gio.  Grotte  f^atirane,  p.  282 ,  e 
l'articolo  Lucca.  Si  dice  ancora,  che 
il  Crocifisso  di  Rerito  in  Soiia,  sia 
pure  opera  di  ISicodemo.  rsell'  im- 
pero di  Costantino,  e  d'  Irene  verso 
l'anno  yTjj,  avendo  un  cristiano 
venduto  in  Rerito  la  sua  casa  ad 
un  ebreo,  trascurò  di  portarsi  via 
il  Crocefisso,  che  teneva  al  capo  del 
suo  letto,  laonde  rilevasi  che  sino 
d' allora  era  in  uso  tal  pio  costu- 
me. L'ebreo  egualmente  non  se  ne 
avvide  subito,  ma  avendo  invitato 
a  pranzo  un  suo  vicino,  e  fissando 
questi  gli  occhi  nella  santa  imma- 
gine, lo  rimproverò  perchè  la  tenes- 
se presso  di  sé,  e  quindi  andò  su- 
bito ad  accusarlo  alla  sinagoga.  I 
capi  di  questa  si  recarono  alla  det- 
ta abitazione,  colmarono  di  rimpro- 
veri l'ebreo,  e  poi  orrendamente 
maltrattarono  il  Crocefisso.  Gli  spu- 
tarono nel  volto,  lo  beffeggiarono, 
gli  posero  alla  bocca  aceto  e  fiele, 
dicendo  così  aver  fatto  i  loro  pa- 
dri, e  finalmente  con  una  lancia  ne 
ferirono  il  costalo,  ed  allora  gli  u- 
sci  gran  copia  di  sangue,  ed  acqua 
con  grande  spavento  degli  ebrei,  al- 
cuni de' quali  ricevettero  il  battesi- 
mo. Tutte  le  chiese  di  oriente  ed 
occidente  procurarono  di  avere  di 
questo  sangue  ed  acqua,  da  cui  si 
ottennero  molti  prodigi.  Tanto  as- 
seriscono diversi  scrittori,  fra'  quali 
sono  a  vedersi  il  Durando  lib.  cap. 
6;  il  p.  Calvi  nel  Propinomio  e- 
vangeli  co,  resol.  XV  ;  e  il  martiro- 
logio romano  sotto  il  9  novembre. 
Il  Piazza  nel  suo  Santuario  Roma- 
no, dice,  che  in  tal  giorno  si  fa 
particolare  commemorazione  del  Cro- 
cefisso di  Rerito,  nella  patriarcale 
basilica  di  s.  Lorenzo  fuori  delle 
mura,  e  nella  basilica  di  s.  Pietro 
in  Vincoli. 


272  cno 

Altri  Crocefissi  miracolosi  sono 
per  tutto  il  mondo,  e  ne' rispettivi 
articoli  si  fa  menzione  dei  più  cele- 
bri. 11  Sarnelli,  citando  il  p.  Me- 
iiocliio,  fa  menzione  del  Crocefisso, 
che  si  venera  in  Vagliadolid,  dona- 
to nel  XV  secolo  da  un  arcivesco- 
vo di  Toledo,  detto  il  Crocefisso 
della  Cepa,  perchè  la  tradizione 
narra,  che  naturalmente  venne  for- 
mato in  modo  ammirabile  da  mi 
ceppo  di  vite.  Del  miracoloso  Cro- 
cefisso di  Mompeo  in  Sabina,  che 
per  opera  del  marchese  Fabrizio 
jVari  a' 17  maggio  1674,  fu  posto 
in  maggior  venerazione;  del  Cro- 
cefisso, che  a'  i4  giugno  1687,  ven- 
ne collocato  solennemente  nella 
chiesa  della  ss.  Trinità  di  Marino, 
pei  gran  prodigii  che  operava;  del 
Crocefisso  della  chiesa  della  ss.  Tri- 
nità al  monte  Pincio  di  Roma,  che 
il  cavalier  gerosolimitano  Rome- 
giasso  teneva  sempre  in  mano  com- 
battendo contro  i  turchi,  tratta  il 
njcdesimo  Piazza  nella  Gerarchia 
Cardinalizia.  In  Roma  molte  mi- 
racolose immasrini  si  venerano  del 
o 

Crocefisso,  come  quella  del  carcere 
IMamertino  sotto  la  chiesa  dell'  ar- 
ciconfraternita  de' falegnami;  quella 
che  venerasi  nella  basilica  de'  ss. 
XII  apostoli  ;  quella  che  sta  in  una 
cappella  delia  chiesa  di  s.  Marcello; 
quella  che  si  venera  nella  basilica 
di  s.  Lorenzo  in  Damaso;  quella 
della  chiesa  di  s.  Maria  in  Traspon- 
tina, che  dicesi  per  tradizione  ab- 
bia parlato  ai  principi  degli  aposto- 
li, ed  altre  miracolose  immagini.  11 
Crocefisso  della  basìlica  vaticana  vuoi- 
si fatto  dal  pio,  e  valente  scultore 
Pietro  Cavallini,  e  ne  parla  il  Tor- 
rigio  citato  a  pag.  i52.  Del  mede- 
simo Cavallini  è  il  celebre  Croce- 
fisso di  legno,  che  venerasi  nella 
basilica  di  s.  Paolo,  e  che  piameu- 


cno  d 

te  si  crede  parlasse  a  s.  Brigida,  la 
quale,  secondo  alcuni,  dalla  sua  boc- 
ca ascoltò  le  rivelazioni,  che  ci  ha 
lasciate.  P^.  V  Ugonio ,  Hist.  delle 
Stazioni  a  pag.  237. 

Lattanzio  Firmiano  racconta  che 
all'ingresso  delle  chiese,  gli  antichi 
cristiani  ponevano  un  Crocefisso. 
Questo  pio  costume  della  chiesa  oc- 
cidentale si  vede  ancora  praticato  in 
alcune  chiese,  come  nella  sontuosa 
di  s.  Carlo  al  Corso  di  Roma,  dove 
nella  prima  cappella  della  nave  de- 
stra laterale,  venerasi  dai  fedeli  un 
Crocifisso,  opera  lodata  di  France- 
sco Cavallini  di  Carrara.  Questo 
antico  rito  di  porre  il  Crocefisso 
neir  ingresso  de'  sagri  templi,  signi- 
fica che  siccome  è  Cristo  il  primo 
autore  di  nostra  salute,  così  si  de- 
ve venerare  il  primo  entrando- 
si nelle  chiese  .  Ciò  pure  si  vede 
nelle  basiliche  lateranense,  vatica- 
na, ostiense,  liberiana,  di  santa  Ma- 
ria in  Trastevere,  ed  altre.  La  chie- 
sa orientale,  ed  i  greci  ebbero  co- 
stume di  porre  il  Crocifisso  sull'ar- 
chitrave dell'altare  maggiore,  perchè 
appena  entrati  i  fedeli  ne'sagri  tem- 
pli, ponendosi  ad  orare,  mirassero 
con  gratitudine,  ed  amore  quello 
in  cui  tutte  dovevano  fondare  le 
loro  speranze.  Inoltre  i  Crocifissi  si 
pongono  all'ingresso  del  coro,  e  sul- 
l' altare,  massime  per  celebrarvi  la 
messa.  Anticamente  la  sua  immagi- 
ne veniva  rappresentata  sul  messa- 
le al  principio  del  canone;  indi  ven- 
ne esposta  alla  vista  del  sacerdote 
durante  tutto  il  canone,  sopra  pic- 
cola cortina  di  stoffa  nera  o  vio- 
letta, che  a  tal  effetto  gli  si  spiega- 
va dinanzi.  In  seguito  i  sacerdoti 
portavano  eglino  stessi  il  Crocefisso 
all'  altare  per  la  celebrazione  del 
sagrifizio,  e  lo  toglievano  al  termi- 
ne del  sagrificio  medesimo,  e  final- 


CRO 
mente  ve  lo  lasciarono  sempre,  co- 
me praticasi  da  tutti.  Vanno  però 
eccettuate  alcune  chiese,  come  le 
cattedi'ali  di  Meaux,  Laon ,  Senlis 
ec. ,  le  quali  conservarono  l' antico 
uso,  meno  quando  il  vescovo  offi- 
cia, perchè  allora  fa  uso  de' suoi 
arredi  sagri,  fra'quali  evvi  il  Cro- 
cefisso, che  in  conseguenza  si  espo- 
ne sull'altare.  Sul  velare  il  Cro- 
cefisso in  quaresima ,  si  parlò  al- 
l'articolo  Croce.  I  liturgici  avver- 
tono, che  la  ragione  per  cui  fu  po- 
sto permanentemente  il  Crocefisso 
sull'altare,  è  perchè  i  sacerdoti  alla 
di  lui  presenza  più  vivamente  si 
penetrassero  del  sagrifìzio  della  cro- 
ce, del  quale  quello  dell'altare  è  la 
continuazione  [F.  Altare).  Da  un 
lato  dei  pulpiti  nelle  chiese  sempre 
evvi   1"  immagine  del  Crocefisso. 

Dei  Crocefissi  benedetti  dal  Papa 
con  indulgenze ,  si  tratta  agli  ar- 
ticoli Benedizione,  e  Corona.  Del 
Crocefisso  della  Croce  Pontifìcia, 
che  sempre  dal  crocifero  o  suddia- 
cono devesi  tenere  rivolto  verso  la 
faccia  del  Papa,  si  fa  parola  al 
detto  articolo.  Molti  cattolici  per 
divozione  sempre  portano  il  Cro- 
cefisso appeso  al  collo,  massime 
i  religiosi,  ed  i  missionarii,  che  il 
portano  di  forma  più  grande.  Nelle 
anticamere  dei  Cardinali,  dei  vesco- 
vi, e  di  altri  prelati  sempre  su  di 
un  tavolino  si  vede  la  venerabile 
immagine  del  Crocefisso,  di  avorio, 
di  legno,  di  metallo,  o  di  altra  ma- 
teria. Quasi  tutte  le  camere  della 
residenza  del  Papa  hanno  il  Croce- 
fisso, come  è  generale  costume  dei 
primari  ecclesiastici,  e  di  molti  re- 
ligiosi di  tenerlo  sul  tavolino  dello 
scrittojo.  Soglionsi  anche  seppellire 
i  morti  colle  mani  piegate  in  for- 
ma di  croce,  col  Crocefisso  nelle 
mani.  P^.  l' articolo  Ostie,  ove  si 
vor    tviii. 


CRO  273 

parla  del    Crocefisso    in     esse     im- 
presso. 

Daremo  termine  a  questo  ar- 
ticolo, col  riportare  il  seguente 
prodigioso  avvenimento.  Da  lette- 
re autentiche  di  monsignor  Giu- 
seppe Maria  Pùzzolati,  dell'Ordine 
de' minori  riformali,  vescovo  d' A- 
rada  in  partibus,  e  vicario  aposto- 
lico nella  Cina  della  provincia  di 
Hu-quang,  in  data  de'  i5  gennaio 
1842,  abbiamo  la  seguente  prodi- 
giosa apparizione  d'una  croce  col 
Redentore  crocefisso.  »  Due  volte, 
»  non  è  gran  tempo  allorché  in- 
>5  fieriva  vieppiù  la  persecuzione, 
»  apparve  qui  nel  cielo  circa  il 
«  meriggio  una  gran  croce  col  Re- 
»  dentore  crocefisso.  Il  cielo  era  il 
«  più  sereno,  e  limpido;  il  crocefìs- 
33  so  nella  più  perfetta  maniera  de- 
«  lineato,  ed  a  tutti  visibile,  con 
>5  viva  luce  d' intorno  sfolgoreg- 
M  giante;  e  l'apparizione  non  du- 
»  rò  meno  di  due  ore  per  ciascu- 
'»  na  volta,  col  concorso,  e  con  i- 
M  stupore  non  solo  de'  cattolici  , 
!>  ma  ancora  di  una  immensa  mol- 
>■>  titudine  di  pagani.  In  altri  luo- 
-•3  ghi  del  vicariato  accaddeio  ancora 
33  due  consimili  apparizioni  porten- 
53  tose  con  lo  stesso  concorso  di 
33  folta ,  e  mista  moltitudine  di 
33  spettatori  ".  Piaccia  al  Signore 
che  non  sia  lungi  l'epoca  annunzia- 
ta da  uno  de' gloriosi  cristiani  atle- 
ti martirizzati  l'anno  1887  nel  Ton- 
Rino  occidentale,  il  quale,  nel  por- 
gere intrepidamente  il  collo  al  car- 
nefice, profetò,  che  ben  tosto  avreb- 
bero quelle  contrade  riconosciuta, 
e  confessata  la  cattolica  fede,  che 
allora  sì  fieramente  perseguitavano. 
Siccome  da  ultimo  alcune  gazzette 
estere  pubblicarono ,  non  esservi 
stati  fin  qui  nella  Cina,  e  regni 
adiacenti  vescovi,  e  banditori  della 
iS 


274  CRO 

fede  caltolìca,  ai  quali  «licosi  apii- 
re  l'adito  il  felice  esito  della  guerra 
mossa  dall'  Inghilterra  all'impero 
cinese,  basta  leggere  l'articolo  Cina 
(^Fedi),  di  questo  Dizionario,  per 
ravvisare,  che  oltre  le  sedi  episco- 
pali esistenti,  vi  sono  numerosi  vi- 
cariati apostolici,  presieduti  e  go- 
vernati da  altrettanti  vescovi.  In 
varii  di  detti  vicariati  vi  hanno 
assai  numerose  fiorenti  cristianità, 
provvedute  di  seminari,  scuole,  e 
di  zelanti  evangelici  operai ,  come 
ancora  dicesi  al  citato  articolo.  E 
notissimo  a  tutti,  quanto  remota 
sia  l'introduzione  della  vera  fede 
nella  Cina,  e  quanti  sieno  i  cam- 
pioni, che  col  loro  apostolico  zelo, 
e  col  loro  sangue  l'hanno  illustrata. 
CROCESIGNATI,  o  CROCIATI. 
Sacram  milìtiam  professi.  Così  fu- 
rono chiamati  quelli,  che  appartene- 
vano alle  crociate,  sia  per  combat- 
tere gl'infedeli,  che  gli  eretici,  od 
altri  nemici  del  cattolicismo.  I  cro- 
cesignati  portavano  sulle  loro  vesti, 
e  sui  loro  stendardi  croci  di  diver- 
si colori,  a  seconda  delia  nazione 
cui  appartenevano, o  dell'ordine  eque- 
stre di  cui  erano  membri.  Per  dir- 
ne di  alcuni,  i  francesi  la  porta- 
vano rossa,  gl'inglesi  bianca,  i  fiam- 
minghi verde,  i  tedeschi  nera,  gli 
itaHani  gialla  etc.  I  sommi  Ponte- 
fici, incominciando  da  Ui'bano  li, 
per  sostenere,  ed  eccitare  il  pio 
ardore  de' crociati  e  premiarne  le 
fatiche,  accordarono  loro  esenzioni, 
privilegi,  ed  indulgenze,  che  ptu'e 
concedettero  a  quelli,  che  sommini- 
stravano qualche  somma  per  le  cro- 
ciate, come  dicesi  all'articolo  Bolla 
della  crociata  [Fedi). 

La  bolla  delle  crociate  si  spedi- 
va ancora,  e  si  spedisce  dai  Papi 
per  respingere  con  una  sagra  conli?- 
derazione    i  corsari,    i  maomcltaui 


CRO 
ec.     allorquando     non     bastano    le 
forze  nazionali,  e     si  pubblica     dal 
commissario  generale  delle  crociate. 

Tali  crociate  consistono  nel  con- 
correre volontariamente,  o  coU'ope- 
ra,  o  con  un  annuo  sussidio,  ad  im- 
pedire i  progressi  degl'  infedeli  a 
danno  del  cristianesimo,  al  qual  fi- 
ne il  sommo  Pontefice  comparte 
il  premio  d'indulgenze  ed  indulti  per 
compensare  in  certo  modo  non  la 
tenue  rata  del  sussidio  che  si  con- 
trìbuisce,  ma  l'atto  di  pietà  che 
deve  accompagnarla. 

La  crociata  non  è  una  legge,  es- 
sa è  piuttosto  vm  indulto,  un  privi- 
legio, un  beneficio  legittimamente 
ordinato  al  profitto  spirituale  di 
chi  vuole  all'opera  riferita  contri- 
buire. Una  contribuzione  di  questa 
fatta  non  è  nella  bolla  altrimenti 
disposta,  che  in  forma  di  semplice 
limosina,  di  un  puro  atto  di  bene- 
ficenza. Il  non  farlo  non  s'imputa  a 
trasgressione  che  meriti  tra  gli  uo- 
mini pena  di  qualunque  genere. 
Chi  manca  nelle  debite  circostanze 
di  soccorrere  al  bisogno  del  suo 
fratello,  non  avrà  altro  giudice  che 
Dio,  né  altro  tribunale  che  la  pro- 
pria coscienza. 

I  privilegi  e  le  indulgenze  delle 
bolle  delle  crociate  consistono  nella 
dispensa  i."  dall'uso  di  latticini 
nella  quaresima;  i."  dai  voti  sem- 
plici che  si  dovranno  commutare 
dal  confessore  in  opere  pie;  3.°  nel 
potere  due  volte  nel  corso  della  vita 
e  nel  punto  di  morte  eleggersi  un 
confessore  approvato  dell'Ordinario 
del  luogo,  per  farsi  assolvere  *\a 
tutti  i  casi  riservati  alla  Sede  aposto- 
lica, purché  non  vi  sia  abuso,  4-  nella 
partecipazione  di  tutte  le  indidgenze 
concesse  alle  confraternite,  ed  a'  pii 
sodalizi  coll'applicazione  alle  anime 
del  purgatorio;  5."  nel  poter  visitare 


cr.o 


CRO 


cinque   volte  le  chiese,  gli  allari,  o     religiosi,  che  alla  testa  deiresercito 

procedevano  col  Crocefisso  inalbera- 
lo; e  talvolta  dai  legali  della  san- 
ta Sede.  Parlando  il  Bonanni,  nel 
Catalogo  degli  ordini  militari,  a 
pag.  XXXI,  del  cavaliere  a  sia  sol- 
dato della  crociata,  dice  che  la 
croce  insegna  de'crocesignati  non 
fu  propria  di  alcun  Ordine  equestre, 
ma  inarca  militare  con  cui  i  roma- 


un  solo  altare  in  luogo  delle  sta- 
zioni di  Roma,  e  lucrarne  le  indul- 
genze, ec. 

Le    famiglie    dei    crocesignati,  si 
dai   Papi,  che  dai   principi  sovrani, 
furono    protette    e    beneficale.    Nel 
I  122,  nel  concilio  da  Calisto  II  ce- 
lebrato nel  Laterano  coli"  intervento 
di  più  di    trecento    vescovi,    tra   le 
altre  cose  che   fuiono  decretate,  fu 
con    pena    di    scomunica    proibito, 
che  ninno     vendesse,    ovvero  occu- 
passe i  beni  di  quelli,  che  s'impie- 
gavano nell'impresa  di  Terra  santa. 
Di   più  si  ordinò  che  quelli,  i  quali 
avevano    preso  la  croce,    ed  eransi 
inviali    verso    Gerusalemme ,    dove 
fossero  tornati  indietro  per  qualche 
motivo,    ripigliassero    il    cominciato 
cammino   tra   il   termine  della   vici- 
na pasqua,    e    Taltra    dell'anno  se- 
guente,    altrimenti    fossero     esclusi 
dall  ingresso  nella   chiesa,   e  le  loro 
terre  fossero  sottoposte  all'interdetto. 
Da  tale  pena  si   licava,  che  questi 
crociali  avevano    contratta  obbliga- 
zione per  voto  di  non  abbandonare 
la  sagra   milizia.   La  tragressionc  di 
quella  obbligazione  li  rendeva   me- 
ritevoli   del     rigore    delle    censure. 
In  fatti   il    Rercastel,    voi.   XIII    p. 
12,  dice  che  Urbano  II,  nel  procla- 
mare la    prima    crociata,  avverfi  i 
concorrenti,  che  chiunque  prendeva 
la  croce  era    obbligato,    sotto  pena 
di    scomunica,  a    compiere    il  volo 
che  fallo  avea    implicitamente,  en- 
trando nel   numero  de'crociali. 

Molti  crocesignati,  nelle  guerre 
pel  conquisto  di  Terra  santa,  di- 
"vennero  principi  sovrani  di  vari 
stali,  e  l'impeio  latino  di  Costantino- 
poli (Vedi),  ebbe  origine  appunto 
dai  crociati,  che  recavansi  in  Pale- 
stina. V.  Croctata.  I  crocesignati 
talvolta   furono  condotti   da   zelanti 


ni  Pontefici  vollero  contrassegnare 
quelli,  i  quali  presero  le  armi  per 
la  santa  Sede;  e  terminata  la  spedi- 
zione militare,  cessava  l'uso  dell'in- 
segna della  croce,  restando  il  pre- 
mio delle  indulgenze,  indulti  e  pri- 
vilegi a  chi  aveva  combattuto.  F'. 
Eusebii  Hamort,  Hisloria  indidgen- 
tiarum,  Venetiis  i  788,  pag.  46,  67; 
e  la  biblioteca  canonica  del  Ferra- 
ri, in  bulla  cruciatae,  ove  sono  in- 
dicate le  indulgenze  accordate,  e  le 
obbligazioni   per  acquistarle. 

Psel  rituale  romano  poi  è  espres- 
sa la  benedizione  della  croce  pei 
crociati,  come  il  modo  di  darla , 
che  era  del  seguente  tenore.  Il  Pa- 
pa, o  quello  che  aveva  la  commis- 
sione di  distribuire  le  croci,  dopo 
di  averle  benedette,  sedendo  pai-a- 
to  pontificalmente,  e  colla  mitra, 
conferiva  la  croce  dicendo:  »  Acci- 
■•  pe  signum  crucis,  in  nomine  Pa- 
"  tris  -t^f  et  Filii  4|f  et  Spiritus  san- 
'=  cti,  -^  in  figuram  crucis,  pas- 
-•'  sionis,  et  mortis  Christi  ad  lui 
»  corporis  et  animae  defensionem, 
»  ut,  div-inae  bonitatis  gratia,  post 
»  iter  e\plctum,  salvus  et  emcn- 
-•'  datiis  ad  tuos  valcas  remeare. 
»>  Per  Christum  dominnm  nostrum 
eie.  "  Detto  questo,  si  aspergeva  il 
crocesignato  con  l'acqua  benedetta, 
ed  esso  baciava  la  mano  del  pre- 
lato, che  gli  aveva  dato  la  croce,  e 
quindi  partiva.  Oltre  la  benedizione 
(ielle  croci,   e    delle   persone    ciio   lo 


.,76 


CRO 


pigliavano,  si  benedicevano  ancora 
le  armi  offensive,  e  difensive ,  e 
l'arnese  pel  viaggio,  o  l'abito  da 
pellegrino ,  che  s' indossava  anche 
dalle  persone  principali,  come  si 
ricava  da  Rigordo ,  il  quale  così 
scrisse  di  Filippo  l  re  di  Francia, 
che  avea  presa  la  croce  per  an- 
dare all'impresa  di  Terra  santa: 
.'5  Cum  lacryniis  ab  oratione  sur- 
«  gens  sportam,  et  baculum  pere- 
•3  grinationis  de  manu  Guillelmi 
»  Rhemensis  archiepiscopi  avunculi 
«  sui  apostolicae  sedis  legali  acce- 
"  pit.  "  E  Roggero,  negli  annali  di 
Inghilterra,  parlando  del  re  Riccar- 
do cuor  di  Leone,  dice  :  "  perre- 
M  xit  rex  Turonim  et  ibi  recepii 
'j  peram,  et  baculum  peregrinalio- 
M  nis  suae  de  manibus  Vuillielmi 
»  Turonensis  archiepiscopi."  E  l'ab- 
bate Uspergense  parlando  general- 
mente di  quelli,  che  andavano  a 
queste  sagre  guerre,  accenna,  che 
si  benedicevano  i  bastoni,  o  bor- 
doni da  pellegrino,  e  le  sporte  o 
zaine,  o  tasche,  che  portavano  per 
riporvi  i  loro  bagagli. 

Deve  inoltre  notarsi,  che  non 
solo  andavano  i  cristiani  in  Terra 
santa  per  ricuperarla  dalle  mani 
degl'infedeli,  ma  eziandio  faceva- 
no questo  viaggio  per  divozione 
di  visitare  que'santi  luoghi,  ne'qua- 
li  nacque,  visse,  conversò,  e  mo- 
rì il  nostro  Redentore.  E  que- 
sto proponimento  lo  confermarono 
con  voto;  che  perciò  scrisse  Giaco- 
mo di  Vitriaco  :  «  signo  saluti- 
«  ferae  crucis  humeris  suis  afhxo, 
5»  sese  volo  peregrinalionis  Domino 
>i   obligaverunt. 

Iddio  in  più  incontri  si  degnò 
mostrare,  che  questo  pellegrinaggio, 
e  il  prendere  la  croce  gli  fossero 
cose  assai  grate  perchè,  come  scri- 
ve  Bertoldo    Costanziense:    signum 


CRO 

»>  crucis  quisbusdam  in  ipsa  carne 
»  apparuit.  j»  E  Roggero,  di  sopra 
citato,  aggiunge,  che  in  quel  punto 
in  cui  il  re  di  Francia  Filippo  I, 
ed  Enrico  re  d'Inghilterra  presero 
la  croce,  nel  cielo  apparve  tal  segno 
su  di  essi. 

Oltre  gli  uomini,    che  andavano 
in    questo  sagro    pellegrinaggio,    vi 
si    recavano    anche    le    donne,    che 
parimenti    prendevano    la    croce,  o 
per  seguire  i   loro  mariti,  o  per  di- 
vozione di  visitare  il  santo  sepolcro, 
o    per    sovvenire,    se  erano  licche, 
colle  loro    facoltà,  i    medesimi  cro- 
ciali.   Tanto    gli   uomini  quanto  le 
donne  talvolta    fecero  il   viaggio  di 
Terra  santa  per  penitenza  di  qual 
che  grave    peccalo,  e  per    maggior 
mortificazione,  e  disagio,  viaggiaro 
no    anche    a    piedi.    Innocenzo    III 
scrivendo  ad   Alessio  imperatore  di 
oriente,  gli  disse,    che  i  crociali,  i 
quali  fossero  morti  nella  sagra  guer- 
ra di  Palestina,    sarebbero    martiri 
della  fede:  >»    Assuinpto    salutifei'ae 
"  crucis  signo,  in  defensione  lerrae 
"   ipsius    martyres    coronentur,     et 
»   inde  Iriumphans  Ecclesia  laetelur, 
»   et  augeatur  in    coelis,  unde  nii- 
»   iitans  dolere,    ac    minorari  vide- 
"   tur  m    terris.    "    Lo  che  è  uni- 
forme a   quanto  disse  san  Bernardo 
ad  tenipliarios.   Urbano  II   nel  con- 
cilio di  Clermont  ecco  come  si  espres- 
se :    »     habituri  post  obitum  felicis 
»   martyrii  commercium."  Conviene 
però  avvertire,   che  la  parola  ìiinr' 
litio  non  si  deve  prendere  nel  pro- 
prio significato,  perchè  al   martirio 
in  questo  senso    si    richiede  che   la 
persona  non  muoja    quasi  ex  coii- 
■sequentì,    e    per    accidente,    lo    che 
accade   quando  alcuno  pretendendo 
qualche  altra  cosa  ne  segue  la  mor- 
te; come  avviene  a'soldati  che  muo- 
jono  in  una  guerra,  per  difesa  del- 


CRO 

la  fede:  questi  non  sono  martiri. 
Oltre  a  ciò  va  notato,  che  il  mar- 
tire non  deve  resistere  a  chi  lo  mar- 
tirizza, mentre  i  ciocesignali  non 
solo  resistevano  agl'infedeli,  ma  li 
assalivano,  ed  uccidevano,  onde  non 
potevano  essere  martiri  in  battaglia. 
E  ben  vero  però,  che  di  tanti,  i 
quali  in  diversi  tempi  andarono  a 
militare  nelle  parli  degl'infedeli,  o 
si  trasferirono  in  Palestina  per  vi- 
sitarne i  santi  luoghi,  molti  sono 
caduti  nelle  mani  de'saraceni,  e  dei 
turchi,  e  questi  furono  propriamen- 
te martiri  nel  confessare,  e  profes- 
sare costantemente  la  fede  cristiana, 
resistendo  a  qualunque  tormento, 
che  gli  avesse  stimolati  a  giu- 
rare l'alcorano,  ed  abbracciare  l'i- 
slamismo. 

Oltre  a  quanto  di  sopra  si  disse 
di  Urbano  11,  e  di  Calisto  II,  che 
i  crociati  non  dovessero  essere  mo- 
lestati ed  inquietati,  è  a  sapersi  aver 
Eugenio  III  comandalo,  che  a  quel- 
li, i  quali  avessero  preso  la  croce, 
non  si  movesse  lite  sui  beni,  cui 
pacificamente  possedevano,  e  se  si 
l'ossero  obbligati  a  pagare  usure,  ne 
restassero  dispensati.  Aggiunse  poi 
Innocenzo  111,  che  i  crociati  non 
fossero  obbligati  a  collette,  e  pub- 
bliche gravezze,  e  fulminò  la  sco- 
munica contro  quelli,  che  nell'an- 
data, o  nel  ritorno  li  avessero  mo- 
lestati. Anche  i  re  di  Francia  ed 
Inghilterra  concessero  a'  pellegrini 
crocesignati  molti  privilegi,  che  dai 
citati  Rigordo,  e  Roggero  sono  ri- 
feriti. In  quanto  poi  alle  spese  ne- 
cessarie pel  mantenimento  dei  cro- 
cesignati nelle  guerre,  furono  presi 
vari  provvedimenti.  I  principi,  e  i 
grandi  signori  militavano  a  proprie 
■^pese,  come  anche  quelli,  che  ave- 
vano possibilità,  e  modo  di  farlo. 
Non  mancarono  di  quelli,  che  ven- 


CRO  277 

dettero  i  proprii  beni  rustici,  e    le 
case  per  impiegarne    il    prezzo    in 
servigio  di  così    santa  impresa.  Ma 
siccome    tuttavia    eravi    bisogno   di 
molto  denaro,  furono  oldinate  certe 
esazioni  e  decime   dal    clero,    dalle 
quali    non    vollero    essere    esenti    i 
Cardinali,  e  gli  stessi  Papi;  mentre 
le  comunità  secolari  si  obbligarono 
a   mantenere    un   certo  numero  di 
soldati,  oltre  le  limosine,  clie  a  que- 
sto fine  furono  date  in  gran  copia, 
e  sponlaneamente.    y.    il    Gretsero, 
che  nel  terzo  tomo,  de   Cruce,  e  in 
tutto  il  libro  terzo  per   molti  capi- 
toli, ti'atta  delle  crociate,  e  de'cro- 
cesi guati  ;  e  il    p.    Bleado ,    Bullae 
Cnuialae  e/»czV/^f/o,  Lugduni  1668. 
CE.OCIA.TA",  Sacrum  helluin.  Sa- 
cra crucis    militia.    Si    chiamarono 
crociate  le    guerre,  che    i    cristiani 
intrapresero  dal  declinare  del  secolo 
XI  in  poi,  pel  conquisto  di    Terra 
santa,  cioè   dei  luoghi  di    Palestina 
santificati  dal  Signor    nostro    Gesù 
Cristo,  e  massime  del   santo    sepol- 
cro. Presero  un  tal  nome  perchè  i 
cristiani,  che  si  arruolarono  sponta- 
neamente in  tali  eserciti,  portavano 
una  croce  di  stoffa  sulla  spalla  de- 
stra,    o    al    cappuccio,    e  sui    loro 
stendardi  o  bandiere,  per  cui  si  dis- 
sero  Crocesignati  [Pedi)j  e  Crocia- 
ti. Queste    crociate    furono    pubbli- 
cate, e  predicate    nel    cristianesimo 
dai  romani  Pontefici  con  lettere,  e 
brevi  apostolici.    Talvolta    da    loro 
stessi  in  persona,  o  per  loro  oi'dine 
furono  intimate    e    promulgate    da 
vescovi,  Cardinali,  e  da  predicatori 
zelanti  ed  eloquenti,  che  si    adope- 
rarono a  disporre  i  popoli  a  sì  sa- 
gra milizia.  Prima  fui'ono    bandite 
contro  i  saraceni  e  maomettani,  che 
occupavano  la  Terra  santa;  ma  poi 
anco   si    bandirono    contro    i    mori 
maomettani  invasori  della    Spagna, 


278  CRO 

e  di  altre  provincie.  Il  nome  di 
crociata  successivamente  pure  si 
diede  alle  guerre  contro  gli  eretici  , 
gì'  invasori  de'  beni  ecclesiastici,  e  i 
ribelli,  e  i  nemici  della  santa  Sede. 
JJi  queste  seconde  crociate  parlere- 
mo per  ultimo.  Molto  si  scrisse  con- 
tro e  in  vantaggio  delle  crociate; 
grandi  furono  le  accuse  e  gli  elogi 
di  silFatte  guerre,  e  di  quelli  che  le 
componevano:  cose  tutte  che  si  trat- 
tarono appositamente  da  parecchi 
scrittori.  Uno  di  questi,  G.  Miche- 
aud,  dice,  che  la  storia  del  medio 
evo  non  presenta  spettacolo  ed 
avvenimenti  più  importanti  delle 
guerre  intraprese  col  più  grande 
ardore  religioso,  per  la  liberazione 
di  Terra  santa  dalle  mani  degl'in- 
fedeli. 

Dopo  essere  stato  l'  occidente  più 
volte  minacciato  dai  fanatici  e  for- 
midabili seguaci  di  Maometto,  ed 
anche  bersaglio  delle  loro  invasioni, 
improvvisamente  si  scosse,  e  sembrò 
svellersi,  per  così  dire,  dalle  fonda- 
menta per  precipitarsi  uell'  Asia. 
Quindi  la  maggior  parte  de'  popoli 
di  Europa  abbandonarono  i  loro 
interessi,  dimenticarono  le  recipro- 
che rivalità,  e  non  anelarono  uni- 
formi e  concordi,  che  alla  conquista 
della  Palestina  (Fedi),  e  di  Ge- 
rusalemme, siccome  luoghi,  i  quali 
contenevano  la  tomba  del  Piedentore 
del  mondo.  Perciò  narrano  gì'  isto- 
rici, che  tutte  le  strade  conducenti 
alla  città  santa,  si  videro  in  un 
momento  ingombre  di  militari,  e 
di  pellegrini  d' ambo  i  sessi,  senza 
che  i  disastri,  i  disagi,  ed  infinite 
privazioni,  affievolissero  e  stancasse- 
ro la  loro  eroica  perseveranza,  e 
rassegnazione. 

Generalmente  si  crede  che  le  cro- 
ciate   abbiano     avuto     orisrine     dal 

o 

Pontefice  Urbano  II,  e  dal  concilio 


c;  R  O 

di  Clermonl.  Tutlavolta  ne'primor- 
dii,  e  in  altre  epoche  anteriori  del 
medesimo  secolo,  abbiamo  le  pri- 
marie traccie,  e  i  preludii  delle 
future  crociate.  Di  fatti  il  Pontefice 
Silvestro  II,  siccome  di  animo  gran- 
de, e  zelatore  della  fede,  commosso 
dalle  replicate  incursioni  mussulma- 
ne di  Terra  santa,  accompagnate 
da  crudeltà,  ed  empietà  indescrivi- 
bili, scrisse  la  bella  enciclica  a  lutti 
i  figli  della  Chiesa.  Laonde  furono 
mossi  i  pisani,  allora  potenti  in 
mare,  a  spedire  in  Asia  una  fiotta. 
Di  frequente  s.  Gregorio  VII 
tentò  d'indurre  i  cristiani  alla  sa- 
gra guerra  di  Palestina,  ma  senza 
effetto  a  cagione  delle  guerre,  che 
tenevano  occupati  vari  principi,  non 
che  della  famosa  vertenza,  che  te- 
neva divisi  il  sacerdozio,  e  l'impero 
per  le  investiture  ecclesiastiche. 

Contro  i  maomettani  ottenne  fa- 
vorevoli successi  il  Papa  Vittore 
III,  che  ascese  alla  cattedra  aposto- 
lica nel  1086,  per  morte  di  s.  Gre- 
gorio VII.  Avendo  Vittore  III  adu- 
nato da  tutta  l'Italia  un  poderoso 
esercito,  lo  spedi  in  Africa,  ove  ri- 
portò sui  saraceni  insigne  vittoria , 
colla  morte  di  cento  mila  infedeli, 
e  colla  presa  di  Mahdia,  città  al- 
l' oriente  di  Tunisi.  Così  pose  al  co- 
perto i  cristiani  da  ulteriori  scorre- 
rie de'  nemici,  e  dalla  più  dura 
schiavitù. 

Non  si  deve  tacere,  che  sul  fini- 
re del  precedente  secolo  X,  1'  impe- 
ratore d'  oriente  Giovanni  Zimisce, 
che  terminò  di  regnare  l'anno  97?, 
potrebbesi  forse  considerare  come 
l'autore  della  prima  crociata,  per- 
chè avea  fatto  dipingere  sulle  pro- 
prie bandiere  l'immagine  di  IMaria 
Vergine,  dal  cui  valido  patrocinio 
ripeteva  il  buon  esito  d' ogni  sua 
impresa.  Ma  di  questa  specie  di  ero- 


cno 

ciata  non  si  tenne  conto,  non  aven- 
dovi parte  alcun  principe  europeo,, 
sebbene  1'  intenzione  dell'  imperato- 
le greco  fosse  appunto  quella  di 
togliere  agi'  infedeli  il  possesso  di 
Gerusalemme.  Noi  però,  avanti  di 
parlare  sulla  prima  crociata,  e  sulle 
seguenti,  non  che  su  quelle  contxo 
gli  eretici  ed  altri,  faremo  una  bre- 
ve menzione  delle  principali  accuse 
date  alle  crociate  dai  loro  detratto- 
ri, e  delle  difese  degli  apologisti  del- 
le medesime. 

Molti  censurarono  le  crociate  con 
ispirilo  di  partito,  addossando  alla 
religione  i  mali  reali  o  supposti,  che 
da  esse  voglionsi  essere  derivati. 
Queste  guerre,  dicono  essi,  ispirate 
da  uno  zelo  di  religione  male  inte- 
so, costarono  ali  Europa  due  milio- 
ni di  uomini,  trasportarono  nell'A- 
sia immense  ricchezze,  fecero  ricchi 
il  clero  e  i  monaci,  impoverirono 
Ja  nobiltà,  ed  aumentarono  la  po- 
tenza dei  Papi.  Dice  il  Bergier  : 
concediamo  esservi  periti  due  milio- 
ni di  uomini,  ma  questi  risparmia- 
rono venti  milioni  di  schiavi.  Se  si 
trasferirono  uell'  Asia  immense  ric- 
chezze, s'imparò  per  altro  il  modo 
di  far  entrare  in  Europa,  a  mezzo 
del  commercio,  ricchezze  piìi  con- 
siderabili. Il  clero  e  i  monaci  riscat- 
tarono i  fondi  già  loro  tolti,  che 
sarebbero  stati  incolti;  la  nobiltà  si 
impoverì,  ma  perdette  1'  abitudine 
all'assassinio,  e  alla  indipendenza. 
Se  per  qualche  tempo  crebbe  la 
potenza  temporale  dei  Papi,  fu  re- 
pressa quella  dei  maomettani  più 
lijrmidabile,  che  furono  resi  impoten- 
ti di  soverchiare  l' Europa  tutta,  e 
di  sfogare  l'odio  loro  contro  il  cri- 
stianesimo. Altri  dissero,  che  le  cro- 
ciate non  furono  tutto  effetto  di 
religioso  zelo,  ma  di  una  disordina- 
ta passione  per  le  armi;    e    per    la 


CPiO  279 

necessità  di  una  diversione  affine 
di  sospendere  le  micidiali  intestine 
turbolenze,  che  da  gran  tempo  du- 
ravano, e  che  vennero  troncate  col 
prendere  la  croce,  e  porsi  sotto  i 
vessilli  di  queste  spedizioni.  Dicono 
ancora,  che  se  queste  consumarono 
neir  Asia  tutti  i  furori  di  zelo,  e  di 
ambizione,  di  gelosia  e  di  fanatismo, 
che  circolavano  nelle  vene  degli  eu- 
ropei, portarono  però  fra  questi  il 
gusto  del  lusso  asiatico.  Però  è 
certo,  che  gli  europei  riacquistarono 
col  commercio  e  colla  industria  il 
sangue,  e  la  popolazione  che  aveva- 
no perduto  ;  e  si  prepararono  per 
le  spedizioni  di  Terra  santa  la  sco- 
perta dell'  America,  e  la  navigazio- 
ne dell'  Indie.  I  gran  vassaUi  della 
corona  impoveriti  per  questi  viaggi, 
divennero  meno  turbolenti  e  meno 
pronti  a  ribellarsi  ;  fu  più  facile  a  ri- 
scuotere da  essi  le  giurisdizioni  alie- 
nate. Colla  potenza  de'  sovrani,  si  sta- 
Jjilirono  i  governi.  I  signori,  che  a- 
vevano  bisogno  di  denaro,  furono  i 
piimi  a  liberare  i  servi  ;  e  così  la 
Europa  deve  riconoscere  dalle  cro- 
ciale i  principii  di  sua  libertà.  Da 
quel  momento  si  pensò  a  stabilir 
manifatture,  si  popolarono  le  città, 
si  accrebbe  il  loro  circuito,  vi  si 
fecero  scorrere  pubbliche  fontane,  e 
s'innalzarono  que' tanti  monumenti, 
di  cui  ammiriamo  la  grandezza,  e 
l'armonia.  L'Europa  si  riemp"i  di 
spedali,  e  di  spedalieri,  e  da  quel 
tempo  ebbero  origine  gli  Ordini  e- 
questri  e  cavallereschi,  che  tanto 
lustro  e  decoro,  e  tanto  bene  reca- 
rono alla  cristianità,  alcuni  de'qua- 
li  sono  tuttora  in  fiore.  Se  le  cro- 
ciate produssero  un  mal  passegge- 
ro, cagionarono  però  beni  dure- 
voli, e  felici  conseguenze  :  giacché 
in  appresso  le  scienze,  le  arti,  il 
commercio,    l' industria,    e  U   pò- 


28o  Clio 

litica    fecero     meravigliosi    progres- 
si. 

Esercitandosi  i  crociati  nella  ma- 
rina, si  avvezzarono  a  tentar  per 
mare  grandi  imprese,  e  diedero  oc- 
casione a  scuoprire  la  bussola  ;  si 
conobbero  lontane  regioni,  sulle  qua- 
li non  si  avevano  che  nozioni  esa- 
gerate, o  favolose.  Quindi  s' intro- 
dussero in  Europa  \arie  specie  di 
piante  utilissime  sì  per  la  medicina, 
che  pel  nutrimento,  a  segno  che, 
mancando  i  {trodotti  di  una  specie, 
si  hanno  quelli  delle  altre  ;  dal  che 
provenne,  che  le  posteriori  carestie 
non  furono  sì  orrende  come  le  an- 
teriori. Non  si  ragiona  bene,  dicono 
gli  apologisti  delle  crociate,  quando 
si  decide  dai  nemici  di  esse,  ch'era 
ingiusto  andare  ad  attaccare  una 
nazione  perchè  era  infedele  :  non  si 
trattava  di  punire  la  di  lei  infedel- 
tà, ma  di  arrestarne  l'ambizione, 
la  rapacità,  e  il  ladroneccio,  di  levar- 
le la  brama  di  tentare  delle  con- 
quiste nella  Italia,  e  nella  Francia, 
e  d' impedire  di  stabilirvisi,  come 
avea  fatto  nella  Corsica,  nella  Sar- 
degna, e  nella  Spagna.  V.  il  p. 
Costantino  Battini  servita,  Apolo- 
gia d^  secoli  barbari,  capitolo  VI, 
Dei  i'antaggì,  che  recarono  le  cro- 
ciate all'  Europa,  capitolo  VII,  Del- 
le accuse  date  ai  crocesignali,  ed 
alle  imprese  loro. 

Otto  furono  le  principali  crociate 
dei  cristiani,  che  andarono  a  com- 
battere gì'  infedeli  in  oriente  per 
conquistare  i  santi  luoghi,  e  toglier- 
li dalle  mani  dei  maomettani  pro- 
fanatori di  essi,  e  sono  le  seguenti . 

Prima  Crociata   1095-1099. 

I  primi  autori  di  questa  grande 
opera  furono  il  Pontefice  Urbano 
II ,    da    Chatillou    sur    Marne    in 


Clio 
Francia,  il  cui  nome  si  trova  ir» 
diversi  martirologi  col  titolo  di 
beato,  ed  un  semplice  prete  della 
diocesi  di  Amiens,  per  nome  Pie- 
tro, e  cognominato  l'Eremita  a  ca- 
gione della  vita  solitaria,  che  me- 
nava con  generale  edificazione. 
Questi,  in  occasione  di  un  divoto 
pellegrinaggio  che  fece  in  Gerusa- 
lemme, fu  sensibilmente  afllitto  nel 
vedere  una  moschea  fabbricata  sui 
fondamenti  del  tempio,  ed  alcune  scu- 
derie contigue  alla  chiesa  del  santo  se- 
polcro di  Cristo,  oltre  l'aver  vedu- 
ta la  maggior  parte  dei  luoglii 
ov'eransi  operati  i  primi  nostri  mi- 
steri, profanati  in  mille  guise,  ed  il 
modo  com'  erano  ivi  trattati  i  cri- 
stiani. Quindi,  avendo  concepito  il 
vasto  disegno  di  far  togliere  dalle 
mani  dei  maomettani  Gerusalem- 
me, se  ne  andò  dal  patriarca  di 
essa,  ch'era  il  virtuoso  Simeone. 
Gli  dipinse  alla  presenza  di  altri 
prelati,,  e  di  diversi  cristiani  del 
paese,  la  potenza  e  il  valore  dei 
principi  europei,  lo  zelo  e  la  som- 
ma autorità  del  Papa,  ed  invitolli 
a  scrivere  a  questo,  ed  a  quelli  cir- 
costanziate lettere,  nelle  quali  venis- 
sero sollecitati  a  spezzare  il  giogo 
sotto  cui  gemevano.  I  vescovi,  e 
tutti  i  fedeli  resero  a  Pietro  mol- 
te grazie,  e  gli  diedero  le  richieste 
lettere.  Confermò  Pietro  nel  propo- 
nimento, e  gli  accrebbe  il  coraggio, 
una  visione  da  lui  avuta,  secondo  che 
\iene  narrato,  nella  chiesa  del  san- 
to sepolcro,  e  colla  quale  il  Signore 
gli  promise  il  suo  divino  aiuto,  e 
l'affrettò  ad  eseguire  la  sua  com- 
missione ,  vendicando  così  la  santi- 
tà dei  luoghi.  In  questo  tempo  l'oc- 
cidente trovavasi  lacerato  da  guer- 
re intestine;  i  grandi  vassalli  si  fa- 
cevano fra  loro  guerra,  e  spesso 
contro  gli  stessi  loro  sovrani;  e  ban- 


CRO 

«lo  di  avvenlurieri  ovunque  porta- 
vano la  devastazione,  e  lo  spavento. 
In  oriente  l'ini  pera  loie  Alessio 
Conuieno,  sbigottito  dalle  vittorie 
Ue'turchi,  già  padroni  di  una  par- 
te de'suoi  stati,  supplicò  il  Papa 
Urbano  II  perchè  impegnasse  i 
principi  d'occidente  ad  unirsi  contro 
gl'infedeli  nemici  del  nome  cristia- 
no. Intanto  nel  ioqS  si  presentò 
al  Pontefice  Pietro  l'Eremita,  gli 
raccontò  quanto  aveva  veduto,  quan- 
to l'osse  necessario  determinare  una 
spedizione  per  liberare  i  santi  luo- 
ghi di  Palestina,  cose  tutte  che  furo- 
no avvalorate  dalla  lettera  presenta- 
tagli del  patriarca  di  Gerusalennne. 
Il  Pontefice,  che  era  dispostissimo 
a  mandare  ad  effetto  una  spedi- 
zione tante  volte  inutilmente  pro- 
gettata, godette  di  vederla  prossi- 
ma ad  eseguirsi;  incaricò  il  zelante 
l'ietio  a  percorrere  l'Italia,  la  Ger- 
mania, e  la  Francia,  e  colle  sue 
predicazioni  invitare  i  cristiani  a 
torre  dall'oppressione  la  terra  con- 
sagrata dal  sangue  del  Redentore. 
L'energica  voce  di  Pietro  nelle  an- 
zidette regioni  per  tutto  risuonò, 
massime  ne' palazzi  de'principi,  e  dei 
grandi  signori,  con  felicissimi  suc- 
cessi. I  cristiani  commossi  e  intene- 
riti dai  suoi  racconti  tutti  brama- 
vano far  parte  di  s\  santa  guerra, 
di  cui  si  tenne  parola  nel  concilio 
celebrato  dal  Papa  in  Piacenza 
nel  loqj.  In  questo  anno  Urbano 
Il  in  un  secondo  concilio  determi- 
nò di  conchiudere  la  spedizione,  e 
lo  volle  celebrare  presso  i  suoi  con- 
nazionali ,  certo  di  veder  da  essi 
secondato  il  suo  magnanimo  pio- 
getto.  Convocollo  in  Clermont  pel 
mese  di  novembre  1095,  ed  ivi 
recossi  dalla  stessa  Francia,  e  dai 
regni  vicini,  e  d'altre  parti,  gran 
numero  di    vescovi    ed     abbati,  ed 


CRO  281 

infinità    di  altri  ecclesiastici  d'  o"ni 

o 

ordine. 

Giunto  il  Papa  in  Clermont  in 
compagnia  di  diversi  Cardinali,  die- 
de incomiiiciamenlo  al  concilio,  ove 
trattaronsi  quelle  cose,  massime  di 
disciplina  ecclesiastica,  che  accen- 
nammo all'articfjlo  Clermont  [f  e  di): 
linalmente  trattossi  ancora  dell'og- 
getto principale  del  concilio,  vale  a 
dire  della  lega  progettata  contro 
i  mussulmani.  Quindi  Urbano  II 
pontificalmente  vestito,  si  recò  in 
compagnia  di  tutti  i  membri  del 
couciho,  nella  gran  piazza  di  Cler- 
mont, e  dal  suo  trono  alzando  gli 
occhi  al  cielo,  e  facendo  segno  cul- 
la mano  per  imporre  silenzio,  in- 
cominciò un  grave  e  patetico  di- 
scorso sulla  profanazione  dei  luoghi 
di  Terra  santa,  sull'oppressione  che 
ivi  soffrivano  i  cristiani,  e  sulla  fede 
ch'era  prossima  a  perire  nel  luogo  stes- 
so ove  era  nata;  sulle  conquiste  fatte 
dai  turchi  sui  greci,  sul  fondato  ti- 
more, che  a  guisa  di  torrente  gli  a- 
rabi  avrebbono  ben  presto  invasa 
l'Europa  ;  ed  alla  presenza  di  Pie- 
tro l'eremita,  invitò  i  fedeli  ad  u- 
iiirsi  per  la  liberazione  dei  santi 
luoghi,  promettendo  loro  il  premio 
delle  indulgenze,  la  protezione  di 
santa  Chiesa^  e  degli  apostoli  s.  ^'ie- 
tro  e  s.  Paolo.  Le  zelanti  esorta- 
zioni del  Papa  commossero  effica- 
cemente gli  animi  già  preparati,  ed 
un  entusiasmo,  che  sembrò  divino, 
s'insignorì  di  tutta  l'assemblea,  on- 
de in  un  medesimo  istante  con  ispi- 
razione tutti  esclamarono:  Deus 
hi'oltj  Dio  lo  vuole.  Dio  lo  vuole. 
Il  sommo  Pontefice,  ripigliando  la 
parola,  mostrò  la  sua  ammirazione 
per  sì  uniforme  consenso,  dicendo 
che  tale  esclamazione  sarebbe  stalo 
il  loro  grido  di  guerra,  e  di  unio- 
ne. Siccome  l  immensa   mollitudiue 


282  CilO 

si  aftifllava  ad  arruolarsi,  e  si  pre- 
senlavano  tutti  (lisordinalainciite  a 
truppe,  si  convenne  di  un  segno,  il 
quale  fu  una  cicce  di  panno  rosso, 
die  ognuno  potrebbe  da  sé  slesso 
attaccarsi  sulla  spalla  destra.  Laonde 
tutti  quelli,  che  si  ascrissero  alla 
spedizione,  ed  assunsero  la  croce, 
presero  il  nome  di  croce^ignati  o 
crociati,  per  cui  crociate  noinina- 
ronsi  siflattc  guerre.  Chiunque  però 
prendeva  la  croce,  era  obbligato 
sotto  pena  di  scomunica  a  couìpic- 
re  il  voto  fatto  implicitamente,  en- 
trando nel    numero  dei  crociati. 

Il  Papa  ovviando,  per  quanto  e- 
ra  possibile,  a  tutti  i  disordini,  av- 
verti i'assendjlea  che  i  vecchi,  gli 
infermi,  e  generalmente  tutti  quel- 
li, che  non  erano  atti  alle  armi, 
non  intraprenderebbero  il  viaggio 
di  Gerusalemme,  che  le  donne  noi 
fu'ebbono  setiz.a  i  loro  mariti,  e 
nessuna  persona  di  tal  sesso,  senza 
un  fratello,  o  im  altro  uomo  egual- 
mente siciu'o,  che  potesse  risponde- 
re; di  lei  ;  che  gli  ecclesiastici  non 
partirebbero  .senza  licenza  del  loro 
vescovo,  da  cui  i  laici  stessi  dove- 
vano prendere  la  benedizione.  Ai- 
maro  o  Ademaro  di  Monteil,  ve- 
scovo di  Puy  in  Velai,  fu  il  primo 
a  prendere  la  croce.  E  siccome  era 
in  molla  fama  di  prudenza,  egual- 
mente che  di  virtù,  e  di  dottrina, 
suo  malgrado  fu  nominato  primo 
legato  apostolico  per  l'armata  dei 
crociati.  Urbano  li  parti  da  Clermont 
ai  2  dicembre,  e  non  ostante  i  dis- 
agi della  stagione,  percorse  molte 
Provincie,  facendo  pubblicare  e  pre- 
dicare per  tutto  la  crociata,  e  di- 
stribuendo egli  stesso  le  croci.  Al- 
trettanto fecero  i  vescovi,  ch'erano 
intervenuti  al  concilio.  Autorizzali 
(Idlle  lettere  del  Papa,  accordarono 
il  premio    dell'indulgenza  plenaria, 


CKO 

e  la  remissione  «le'peccati  ai  crocia- 
ti, che  morissero  contro  gì'  infedeli, 
e([uivalcnte  a  penitenza  delle  loro 
colpe,  dove  veramente  fossero  pen- 
titi di  averle  commesse,  i  quali  be- 
ne (lei  i  avrebbero  goduto  anche 
quelli,  che  fossero  morti  in  viaggio. 
Inoltre  Urbano  II,  per  implorare 
il  patrocinio  della  beata  Vergine, 
ordinò  ai  preti  la  recita  del  di  lei 
nfllcio,  e  rilassò  il  peso  de'digiuni. 
li  Morino  però  dice,  che  questo  ge- 
nere di  penitenza  abbia  piti  antica 
origine. 

Tutto  fu  in  movimento:  quasi 
im  milione  di  persone  d'ogni  con- 
dizione, d'ogni  età,  d'ogni  sesso  pre- 
sero con  fervore  la  croce.  I  princi- 
pali capi  di  questa  milizia  furono 
Goffredo  di  Buglione,  duca  della 
Bassa  Lorena,  co  suoi  fratelli  Bal- 
dovino, ed  Eustachio  ;  Ugo  il  gran- 
de fratello  di  Filippo  re  di  Fran- 
cia; Raimondo  conte  di  Tolosa; 
Roberta  duca  di  Normandia,  col 
suo  figlio  Boemondo  principe  di 
Taranto;  Stefano  conte  di  Blois; 
Roberto  II  conte  di  Fiandra;  Ala- 
no figlio  del  re  di  Scozia  Malcol- 
mo  III,  ed  altri.  Pietro  l'Eremita 
venne  incaricato  di  condurre  la 
prima  divisione,  capitanala  da  Gual- 
tiero detto  Senza  terra,  giacché 
fu  necessario  dividere  la  moltitu- 
dine de'crociati  in  diCferenti  corpi, 
che  partirono  in  epoche  diverse.  Do- 
po di  avere  sofferto  per  le  strade 
immensi  disagi,  e  superati  molti 
pericoli,  finalmente  i  crociati,  a'i4 
maggio  1097  ,  si  riunirono  sotto 
ÌVicea,  che  aprì  loro  le  porte,  per 
cui  a'20  giugno  vi  entrarono  cen- 
tomila cavalieri ,  e  seicento  mila 
fanti,  dopo  aver  vinto  il  sultano 
Solimano.  Altri  dissero,  che  i  cro- 
ciati, e  propriamente  i  combatten- 
ti   in  questa  prima  crociata,  asceu- 


Clio 
dessero    a    trecento    mila.     Quindi 
nel  seguente  anno^,  a'3  giugno,  pre- 
sero di    assalto    Antiochia,    coman- 
dandone   l'assedio    Boemondo  .    In 
appresso,     dopo    di    aveie     conqui- 
stato  Edessa,    Tolemaide,  ossia    A- 
cri,    Lidda,  ossia    Diosopoli,  Rama, 
Aicopoli  o  l'antica  Emmaus,  ed  altre 
città  fortificate  della  Palestina,  do- 
ve lasciarono  delle  guarnigioni,   ar- 
rivarono    finalmente    i    crociati     ai 
7   giugno    1099    innanzi  a   Gerusa- 
lemme in    numero   di    venticinque 
mila  uomini  a  piedi,  e  cinque  mila 
a  cavallo.   Subito  formarono  l'asse- 
dio, Goffiedo  colle  sue    truppe  da 
ima  parte,  e     Tancredi    d'Altavilla 
signore    normanno ,  con  altri   capi, 
dall'altra.  Dopo  cinque  settimane  di 
assedio,    in   cui    la    vittoria     venne 
valorosamente    disputata  d'ambe  le 
parti,  gli   assediati  dovettero  cedere, 
e    fuggirono     in    disordine   i    corpi 
degl'infedeli,  ch'erano  nei  dintorni 
sotto  il    comando    di    Musteale  ca- 
liffo saraceno  di  Egitto,  signore  del- 
la   Palestina.    Gerusalemme  ,     non 
senza  divina    permissione,  fu   presa 
a'25  luglio    1099  di    venerdì  a  tre 
ore  pomeridiane,   cioè  nel    medesi- 
mo giorno,  e  nell'ora  in  cui  ivi  morì 
in    croce    Gesù     Cristo,    nella    qua! 
circostanza    Goffredo,  ed    Eustachio 
fecero  prodigi  di  valore.  I  combatten- 
ti, e  tutta  la  popolazione  di   Geru- 
salemme   si    lifugiarono    nelle    mo- 
schee ;  ma  i  crociati    gli   passarono 
tutti  colla  spada,  non  risparmiando 
né   il  sesso  né  l'età.   Allora    i   cro- 
ciati  tranquilli    signori    della   città, 
deposte  le  armi    grondanti   di   san- 
gue, a  piedi  nudi  compunti,  e  rac- 
colti    cantando    inni,  e    cantici    di 
ringraziamento  al  Signore,  si  avan- 
zarono   verso   il  santo  sepolcro,  co- 
gli  occhi  bagnati    di  lagrime;   tutti 
si  prostrarono  alla  tenera   vista  del 


Clio  283 

venerabile  monumento,  scopo  prin- 
cipale della  loro  lunga,  e  disastro- 
b.a  spedizione,  e  pieni  di  religiosa 
gioia   sciolsero   il   voto. 

R.iunironsi  quindi  i  principali  capi 
de'  crociati,  e  considerando  l'urgente 
necessità  di  organizzare  un  governo 
politico  e  religioso,  dopo  varie  di- 
scussioni fu  risoluto  di  eleggere  un 
re  di  Gerusalemme.  Venne  pertanto 
offerta  la  corona  al  conte  di  Tolosa 
Raimondo,  poi  al  duca  di  ìVormau- 
dia  Roberto,  ed  avendola  ambedue 
ricusata,  fu  data  a  Goffredo  di  Bu- 
glione, o  Bouillon,  otto  giorni  dopo 
la  conquista  di  Gerusalemme.  Que- 
sti però  neir  accettare  la  dignità, 
non  acconsentì  di  porsi  sul  capo 
la  corona  in  un  luogo  ove  il  Sal- 
vatore del  mondo  ne  aveva  porta- 
ta una  di  spine.  Non  andò  guari, 
che  il  soldano  di  Babilonia,  e  quel- 
lo di  Egitto  Abbas  Giliberto  si  a- 
vanzarono  verso  Gerusalemme  con 
poderosa  armata,  e  Gofhedo  a'  1  ì> 
agosto  gli  oppose  quella  de'crociati, 
che  completamente  sconfisse  1'  ini- 
mico. Immenso  ne  fu  il  bottino, 
ma  i  crociati  gelosi  di  conservarlo, 
malgrado  le  istanze  di  Goffredo, 
scjldati,  e  capitani  partirono  per  l,i 
Europa.  Il  pio  Goffredo,  il  model- 
lo de'  cristiani  eroi,  partecipando  a 
Pasquale  II,  che  nel  pontificato  era 
successo  ad  Urbano  II,  la  vittoria 
riportata  su  tali  forze  riunite,  gli 
liisse  che  1'  armata  degrinfedeli  era 
composta  di  quattrocento  mila  uo- 
mini, e  centomila  di  cavalleria.  Indi 
estese  le  sue  conquiste  della  Pale- 
stina, e  fece  tributari  gli  emiri,  e 
governatori  di  Tolemaide,  di  An- 
tipatra ,  e  di  Ascalona.  Goffre- 
do ,  essendo  pur  signore  di  Ti- 
beriade,  e  di  una  parte  della  Galilea, 
si  avvide  ben  presto  di  poter  mal 
conservare  le  sue    novelle  conquiste, 


284  Clio 

coi  pochi  soldati,  eh' erangli  rima- 
sti, atti  appena  a  di  [elidere  (icru- 
salemme.  In  questa  prima  crociala 
fransi  federati  altri  stati,  essendo  i 
più  considcrahili  quelli  di  Edessa, 
di  Antiochia,  di  Tripoli,  di  Tibe- 
riade.  Però  i  capi  d'ognuno  di  essi 
non  pensavano  che  ad  assicurarsene 
il  possedimento,  ad  onta  che  il  loro 
interesse  rendesse  indispensabile  un 
sistema  comune  di  difesa/lutti  con- 
fidavano no' soccorsi,  che  attendeva- 
no, e,  sebbene  in  poco  numero  pel 
fervore  diminuito  nell'  occidente  di 
prendere  la  croce,  arrivavano  loro 
alcune  colonne  di  essi,  ed  Alessio 
Comneno  imperatore  d' oriente,  il 
quale,  dopo  avere  invocato  aiuto  ad 
Urbano  li,  non  aspettava  che  un 
corpo  di  truppa  pronta  a  marciare 
sotto  i  suoi  ordini,  fu  spaventato 
nel  vederne  la  mollitudme,  per  cui 
Iradi  i  crociati,  ed  im[)ieg()  ogni 
mezzo  per  impedire  il  buon  esilo 
della  loro  impresa,  e  poscia  fece  di 
lutto  per  contrariarli.  Intanto  il 
buon  Goffredo,  d'animo  grande,  di 
carattere  dolce,  virtuoso,  intrepido, 
di  sagace  ingegno,  colto,  vigoroso, 
e  sommamente  di  voto,  morì  a'  i8 
luglio  del  iioo,  ed  ebbe  a  succes- 
sore nel  regno  Baldovino  suo  fra- 
tello, conte  di  Edessa.  Gofiredo  non 
volle  mai  prendere  il  titolo  di  re  di 
Gerusalemme,  e  non  davasi  che  quel- 
lo di  duca,  e  difensore  del  santo 
sepolcro.  V.  Guglielmo  arcivescovo 
di  Tiro,  storico  esatto,  e  veridico, 
Gtsla  Dd  per  Franvos  ;  Piodolfo, 
Gesta  Tancredi  in  expeditione  Hie- 
ros.  ap.  Marlene,  Aiialecl.  tomo 
III;  Odorico  Vitale,  Fleury  ec. 
Torquato  Tasso,  il  principe  dell'e- 
popea italiana,  formò  della  conqui- 
sta di  Gerusalemme  fatta  da  Gof- 
fredo di  Buglione,  il  soggetto  del 
suo  meraviglioso,  e  tanto  applaudi- 


CRO 

to  poema,  intitolato  la  Gerusalem- 
me liberata. 

Seconda  Crociata,   i  \^5-i  i48. 

Era  già  passato  un  mezzo  secolo 
dalla  partenza  dall' oriente  de'primi 
crociati,  quando  i  maomettani  ri- 
preso vigore,  si  accinsero  a  discac- 
ciarne quelli,  che  vi  erano  rimasti. 
Zengui,  soldano  di  Aleppo,  e  di  Ni- 
ni ve,  assediò  Edessa,  che,  essendo 
priva  di  soccorso,  cadde  dopo  due 
anni  nel  di  del  santo  Natale  nel 
I  i44-  ^1'  abitanti,  tutti  cristiani, 
soggiacquero  alla  più  crudele  strage, 
e  l'arcivescovo,  e  le  chiese  prova- 
rono orribili  profanazioni,  non  ve- 
nendo risparmiata  neppur  quella, 
che  conservava  le  reliquie  di  s. 
Tommaso.  Il  Pontefice  Lucio  II, 
venuto  in  cognizione  di  tal  perdi- 
ta, ne  [)ianse  di  dolore.  I  turchi, 
per  tal  conquista,  si  credettero  piìi 
che  mai  in  islato  di  cacciare  i  cri- 
stiani da  tutto  l'oriente,  e  spoglia- 
rono della  contea  di  Edessa  Jossel- 
lino  il  giovine.  Zengui  morì  poco 
dopo,  ma  Noradino,  suo  figliuolo  e 
successore  era  piìi  prode,  ed  esper- 
to del  padre;  mentre  i  cristiani  non 
avevano  capitani  proporzionati  da 
opporgli.  Piaimondo,  principe  di  An- 
tiochia, era  stato  umiliato  dai  gre- 
ci. A  Gerusalemme  Folco  d'  Angiò, 
genero  e  successore  di  Baldovino 
II,  dopo  di  avere  sostenuto  colle 
armi  gli  sforzi  de'  maomettani,  mo- 
rì cadendo  da  cavallo,  e  lasciò 
due  figli  in  età  giovanile,  il  cui  pri- 
mogenito Baldovino  III  venne  fatto 
coronare  dalla  regina  Melisenda 
sua  madre.  Tutta  la  Palestina  fu 
quindi  minacciata  dagl'infedeli,  in 
im  tempo  che  non  avea  altro  re, 
uè  quasi  altra  speranza,  che  il  del- 
lo principe  di  quattordici  anni.  La 


CRO 

graiitlozza  di  un  tal  pericolo  coster- 
nò tutti  i  cristiani  sino  all' estremi- 
tà dell'occidente,  e  risvegliò  in  ogni 
luogo  quel  vivo  zelo,  eh'  erasi  ve- 
duto nel  concilio  di  Clermont  per 
la  prima  crociata.  Il  re  Lodovico 
VII,  preso  da  un  sentimento  di 
penitenza,  per  aver  fatto  bruciare 
mille  cinquecento  persone  in  una 
chiesa  di  Yitri,  in  tempo  delle  guer- 
re col  conte  di  Sciampagna,  formò 
il  disegno  di  prendere  la  croce. 
Tutto  il  mondo  fece  plauso  ai  voti 
del  francese  monarca,  e  già  la  guer- 
ra santa  era  sul  punto  di  esseie 
decisa,  allorché  s.  Bernardo,  che  il 
re  aveva  chiamato  presso  di  se,  rap- 
presentò essere  prima  necessario  di 
consultare  il  Pontefice  Eugenio  III, 
eh'  era  stalo  suo  discepolo. 

Applaudi  il  Papa  alle  pie  inten- 
zioni di  Lodovico  VII,  accordò  le 
indulgenze,  che  Libano  II  aveva 
concesso  per  la  prima  crociata,  e- 
sortò  con  lettere  tutti  i  cristiani  a 
prendere  la  croce,  e  le  armi,  e  con- 
fidò allo  stesso  s.  Bernardo  la  pro- 
mulgazione della  crociata  in  Fran- 
cia, ed  in  Germania.  Quindi  il  re, 
come  avea  fatto  nel  1 1 433  in  Bour- 
ges,  convocò  nel  i  146  un'  assem- 
blea a  Yezelay  nella  Borgogna,  ove 
accorse  un  gran  numero  di  signori, 
di  cavalieri,  di  prelati,  e  di  uomini 
di  tutte  le  condizioni.  S.  Bernardo 
lesse  le  pontifìcie  lettere,  raccontò 
la  presa  di  Edessa,  il  pericolo  dei 
luoghi  santi,  e  le  funeste  conseguen- 
ze della  perdita  di  essi.  La  sua  elo- 
quenza, e  r  argomento  eccitai'ono 
neir  assemblea  il  piìx  ardente  entu- 
siasmo. Erano  stati  preparati  alcuni 
pacchetti  di  croci,  ma  prima  che 
il  santo  terminasse  di  parlare,  tutte 
furono  prese  dai  fedeli,  e  siccome 
non  riuscirono  sufficienti,  egli  fece 
il  proprio  abito  in  minuti  pezzi,  per 


GRÒ  28  > 

soddisfare  la  religiosa  brama,  ed 
allora  da  una  voce  si  sentì  escla- 
mare :  Dio  lo  vuole.  Dio  lo  vuole. 
Unitamente  al  re  presero  la  croce 
la  regina  Eleonora  sua  consorte, 
Roberto  conte  di  Dreux  suo  fratel- 
lo, i  conti  di  Tolosa,  di  Sciampa- 
gna, di  Soissons,  di  Nevers,  ed  un 
infinito  numero  di  signori.  Fra  i 
prelati  si  nominano  Goflfredo  di 
Langres,  Simone  di  Noyon,  e  Ar- 
naldo di  Lisieux.  S.  Bernardo  scris- 
se all'imperatore  Corrado  111,  e  a 
tutti  i  principi  del  Nord,  promet- 
tendo col  divino  patrocinio  vittorie, 
e  felici  avvenimenti  ;  quindi  percor- 
se la  Fiandra,  e  la  Germania,  e 
lecossi  a  Chartres,  ove  Lodovico  VII 
tenne  parlamento  per  regolare  il 
viaggio,  e  il  governaraento  del  re- 
gno, che  venne  affidato  a  Suggero, 
abbate  di  s.  Dionigio.  Eugenio  IH 
recossi  in  Francia,  e  nelf  abbazia 
di  s.  Dionigio  diede  al  re  il  bordone 
da  pellegrino,  e  l'  orifiamma,  che  ivi 
custodivasi. 

S.  Bernardo  licusò  di  porsi   alla 
lesta   della  crociata;  ma  riuscì  a  fare 
risolvere    all'  impresa     l' imperatore 
Corrado  III,  e  i  suoi  fratelli  Enri- 
co duca  di  Svevia,  ed  Ottone  vesco- 
vo di  Frisigna,  Federico  suo  nipote, 
e    molti    principi,    e    signori.    Poco 
dopo  presero  anche  la  croce  il  duca 
di  Boemia,  il  marchese  di  Stiria,  e 
il  eonte  di  Carintia  ;  laonde  Coria- 
do  III  si  vide  alla  testa  di  duecen- 
tomila   uomini,  impazienti  di   com- 
battere. L' imperatore  parti  da  No- 
rimberga coi  crociati    a'  29    agosto 
1 147  ;  e  Luigi  VII  lasciò  la  Fran- 
cia a'  i4     giugno,     avviandosi    per 
Costantinopoli,  ove  doveva    raggi u- 
gnere  Corrado    III.    Una    parte    di 
crociati  tedeschi  fu  destinata  per  la 
Spagna,    da    dove    fecero    vela    pel 
Portogallo,    liberando    Lisbona    dal 


9.8ti  CRO 

dominio  de' mori.  I  crociati  dell' o- 
liente  convennero  di  far  la  strada 
per  la  Grecia,  e  siccome  i  due  so- 
riani si  vedevano  alla  testa  di  quat- 
trocento mila  combattenti,  non  se- 
guirono il  consiglio  di  Ruggiero  re 
di  Sicilia,  che  olTriva  vascelli  per 
farla  in  mare,  siccome  conoscitore 
della  perfidia  de' greci.  Di  fatti  non 
vi  furono  sevizie,  cattivi  trattamen- 
ti, insidie  e  malignità  che  l' impe- 
ratore greco  IManuello  non  mettesse 
in  opera  a  danno  de'crociati,  come 
narrano  gli  stessi  storici  greci,  na- 
scondendo tutto  colla  più  fina,  ed 
esecrabile  sinuilazione  e  politica.  Ar- 
rivò pel  primo  in  Costantinopoli 
Corrado  III,  da  dove  si  recò  nel- 
l'Asia minore  per  la  Palestina.  Al- 
cune guide  infedeli  dategli  da  Ma- 
iiuello,  lo  deviarono  dal  buon  cam- 
mino, cacciandolo  nelle  più  strette 
gole  di  Cappadocia,  ove  i  turchi 
sconfìssero  i  crociati  aflàticali,  e  lo 
slesso  imperatore  venne  ferito.  Giun- 
to a  Costantinopoli,  il  re  di  Fran- 
cia si  avviò  per  INicea ,  nelle  cui 
vicinanze  seppe  le  perdite  di  Corra- 
do III,  che  si  affrettò  d'incontrare. 
Appena  si  rividero,  rinnovarono  il 
giuramento  di  andare  insieme  in 
Palestina,  ma  all'  improvviso  l'impe- 
ratore prese  la  risoluzione  di  recar- 
.si   per  mare  in  Gerusalemme. 

L'armata  francese,  continuando  la 
sua  marcia,  dopo  aver  traversato  la 
Frigia,  riportò  vittoria  sui  turchi 
presso  le  sponde  del  Meandro,  men- 
tre il  suo  re  che  lo  seguiva,  corse 
grave  pericolo  di  perdere  la  vita,  e 
la  libertà.  Ma  i  frequenti  attacchi 
de'  turchi,  il  freddo,  la  fame,  e  la 
perfidia  dei  greci,  estremamente  ge- 
losi de' latini,  distrussero  quasi  in- 
tieramente i  crociati  francesi,  per 
cui  quando  il  re  giunse  in  Antio- 
chia a' 19  marzo    1148,    erano   in 


CRO 

poco  numero.  Quivi  ricevette  il  re 
l'invito  del  re  di  Gerusalemme  Ealdo- 
vino  III  di  affrettar  il  suo  cammino,  e 
per  la  Siria,  e  Fenicia  vi  giunse,  tro- 
vandovi Corrado  HI.  I  due  monarchi 
piansero  sui  tanti  disastri  sofferti, 
e  nella  chiesa  della  Risurrezione  a- 
dorarono  insieme  le  imperscrutabili 
disposizioni  di  Dio.  Indi  convennero 
nell'assemblea  di  Tolemaidc,  che 
si  sarebbe  ricominciata  la  guerra  di 
Damasco.  A  tale  elfetto  i  crociati 
riunironsi  in  Galilea  nella  primave- 
ra del  I  i/jO,  e,  preceduti  dal  pa- 
triarca di  Gerusalemme  colla  vera 
croce,  giunsero  a  Damasco.  L'  asse- 
dio incominciato  con  vigore  si  sciol- 
se dappoi,  per  la  discordia  che  in- 
valse tra  i  cristiani  di  Siria,  e  quel- 
li di  Europa,  e  pel  tradimento  dei 
primi  corrotti  dal  denaro  dei  mao- 
mettani. Allora  i  due  sovrani  par- 
tirono per  fare  ritorno  ai  loro  sta- 
ti, e  Luigi  VII,  fatto  prigioniero 
dalla  flotta  de*  greci,  ebbe  la  ven- 
tura di  essere  liberalo  da  quella  del 
re  di  Sicilia  Ruggero,  che  aveva 
preveduto  l'infelice  riuscita  di  que- 
sta spedizione.  S.  Rernardo,  qual 
principale  suo  promotore,  non  an- 
dò esente  da  rimproveri,  ma  egli 
si  difése  con  opportuna  apologia,  ed 
analoghi  eserapii,  che  prese  dalla 
sagra  Scrittura.  Tutti  gii  storici  at- 
tribuiscono il  cattivo  esito  di  que- 
sta crociata  alla  perfìdia  de' greci  ; 
ma  vi  si  scorgono  de' segni  manife- 
sti dell'  ira  di  Dio,  la  quale  puniva 
i  peccati  de'cristiani.La  maggior  par- 
te de'crociati  non  furono  tirati  iu 
oriente  che  dalle  speranze  di  bot- 
tino, e  di  conquiste,  ed  indiscipli- 
nati, nel  viaggio  commisero  non  po- 
chi disordini.  In  quanto  a  quelli, 
che  furono  mossi  da  verace  spirito 
religioso,  le  miserie,  e  le  privazio- 
ni, cui  essi  soggiacquero,    non    ser- 


CRO 
virono  clie  di  esercÌ7Ìo  alle  loro 
Tiitù.  In  somma  Ealdovino  111,  dopo 
aver  concepito  le  più  belle  speran- 
ze, restò  senza  soccorso  in  balia  de- 
gl'  infedeli,  i  quali  spettatori  dei 
vani  sforzi  de' più  possenti  principi 
dell'oriente,  non  posero  più  alcun 
termine  alla  loro  arroganza,  edalle 
mire   loro  di  conquiste. 

Terza   Crociata    1187-1192. 

Divenuto  re  di  Gerusalemme  nel 
Il  85  Guido  di  Lusignnno ,  come 
cognato  del  predecessore  Baldovino 
IV,  Raimondo  li,  conte  di  Tripo- 
li, ne  fu  preso  da  tanto  sdegno, 
che  sacrilegamente  fatta  alleanza 
co'  maomettani  ,  apostatò  ,  ed  ab- 
bandonò Gerusalemme,  la  Palesti- 
na, Guido  di  Lusignano,  e  la  sua 
famiglia  al  soldano  di  Egitto  Sala- 
dino, il  quale  per  altio  fece  uso 
del  suo  trionfo  colla  più  grande 
moderazione.  1  cristiani,  dopo  aver 
perduto  la  battaglia  di  Tiberiade , 
non  poterono  impedire ,  che  a'  2 
ottobre  1187  Saladino  s'impadro- 
nisse della  città  santa  ,  ed  avesse 
termine  così  il  regno  latino  di  Ge- 
rusalemme, ottantotto  anni  dopo 
la  sua  istituzione.  Tale  notizia  po- 
se in  costernazione  tutta  l'Euro- 
pa; il  Pontefice  Urbano  III,  che 
erasi  posto  in  viaggio  per  ^  enezia, 
per  mettere  in  ordine  l'armata  cbe 
doveva  portare  soccorso  al  re  Gui- 
do, ricevendone  in  Ferrara  la  nuo- 
va, si  ammalò  di  dolore,  e  morì  ai 
19  ottobre  1187.  A'  25  di  detto 
mese  gli  successe  Gregorio  Vili , 
il  quale  subito  si  applicò  per  ri- 
conquistare Gerusalemme,  e  per  ot- 
tenere il  divino  aiuto,  inlimò  a' cri- 
stiani per  cinque  anni  il  digiuno, 
come  nella  quaresima,  e  l' astinen- 
za dalla  carne  il  mercoledì ,    ed   il 


CRO  287 

sabbato,  obbligandosi  egli  coi  Car- 
dinali, e  colla  corte  di  osservarla 
ambe  il  hmccFi.  Ordinò  eziandio 
pubbliche  preghiere ,  ed  esoitò  i 
fedeli  a  prendere  la  croce.  Indi  pas- 
sò a  Pisa  per  pacificar  quella  re- 
pid)blica  coH'altra  di  Genova,  am- 
bedue assai  potenti,  invitandole  a 
formare  un'armata  contro  Saladi- 
no: ma  la  morte  il  colse  a'  17  di- 
cembre 1187.  Due  giorni  dopo  fu 
eletto  Clemente  III,  il  quale  ani- 
mato dallo  zelo  de'  suoi  predeces- 
sori ,  spedì  Guglielmo  arcivescovo 
di  Tiro,  e  il  Cardinal  Enrico  di 
Castel  Marsiaco,  al  re  di  Francia 
Filippo  II,  e  al  re  d' Inghilterra 
Enrico  li,  non  solo  per  pacificar- 
li, ma  per  invitarli  a  prendere  la 
croce.  L'esortazioni  dei  legati,  fatte 
energicamente  in  nome  del  comun 
padre  dei  fedeli,  produssero  il  de- 
siderato effetto.  Riccardo,  figlio  ed 
erede  d'Enrico  li,  i  principi  e  signo- 
ri della  corte  dei  due  re,  molti  ve- 
scovi, ed  arcivescovi  francesi,  ed  in- 
glesi, si  arruolarono  per  la  crocia- 
la, nella  quale  ebbero  origine  i  dif- 
ferenti colori,  che  distinsero  i  Cro- 
cesigìiad  (Fedi)  delle  diverse  na- 
zioni, al  modo  che  si  disse  in  quel- 
l'articolo. Per  supplire  alle  spese 
della  spedizione,  i  due  monarchi 
stabilirono,  che  i  loro  sudditi  laici 
ed  ecclesiastici,  i  quali  non  potesse- 
ro prendere  la  croce,  pagassero  la 
decima  delle  loro  rendite,  e  del  va- 
loie  dei  loro  mobili,  per  cui  que- 
sta contribuzione  venne  chiamata 
decima  saladina,  per  1'  oggetto  ap- 
punto che  doveva  servire.  Disgra- 
ziatamente essa  fu  impiegata  per 
la  guerra,  che  di  nuovo  s' irruppe 
tra  la  Francia,  e  1'  Inghilterra,  con 
molto  scandalo  della  cristianità. 

Clemente   111   fece    uso    di    tutto 
il  suo  zelo,  ed    autorità    per    tron 


?.88  CRO 

care  un  tale  scandalo,  e  vi  rin<;ci. 
Iiircartlo,  succeduto  a  suo  padre 
nel  1189,  convenne  con  Fil'uìpo  11 
di  riunire  le  loro  flotte  a  Messina, 
ma  salpata  prima  la  francese  ,  che 
potè  presentarsi  avanti  a  Tolemai- 
dc  ai  i3  aprile  iiQf,  limitossi  al 
blocco,  per  dividere  con  quella  di 
Piiccardo  l' onore  della  conquista. 
Questa  arrivò  nel  giugno,  dopo  a- 
ver  conquistata  l'isola  di  Cipro.  I 
crociati  riuniti  ascesero  a  duecento 
mila.  Intanto  era  riuscito  a  Gu- 
glielmo arcivescovo  di  Tiro  di  far 
prendere  la  croce  a  Federico  I  im- 
peratore, al  duca  di  Svevia  suo  fi- 
glio, a  Leopoldo  duca  di  Austria, 
a  Jjertoldo  duca  di  Moravia  ,  e  a 
molti  principali  vescovi  e  baroni 
alemanni ,  che  alla  testa  di  cento 
mila  combattenti  erano  parlili  sino 
dall'aprile  ii8f)  per  Terra  santa. 
L'  imperatore  greco  Isacco  Angelo, 
contro  i  precedenti  accordi,  fece  at- 
taccar questi  crociati  presso  Costan- 
tinopoli; ma  l'esercito  greco  fu  su- 
perato da'  tedeschi,  per  cui  Isacco 
dovette  umiliarsi  a  Federico  I,  al- 
lorché entrò  vittorioso  nella  capi- 
tale, e  dovette  cedergli  tutti  i  va- 
scelli della  marina  greca  pel  tras- 
porto de'  crociati  in  Asia.  Giunti  a 
Laodicea,  vinsero  i  turchi,  indi  pre- 
selo Iconio,  e  s' avviarono  per  la 
Siria  nel  principio  della  primavera 
del  1190.  Costeggiando  il  fiume 
Selef,  Federico  I  allettato  dalle  sue 
limpide  e  fresche  acque,  volle  in  es- 
se bagnarsi,  ma  colpito  da  un  fred- 
do mortale  vi  lasciò  la  vita.  Altri 
raccontano^  che  conquistando  la  Ci- 
licia,  e  dando  la  caccia  a'  nemici 
i  quali  fuggivano,  il  cavallo  lo  gettò 
nel  fiume,  e  sebbene  ne  fosse  estrat- 
to, poco  dopo  morì  fra  il  compian- 
to di  tutti.  Scoraggiti  i  crociali,  in 
parte  disertarono,  altri  seguirono  la 


CRO 

marcia  sotto  il  comando  del  duca 
di  Svevia  ;  ma  bersagliati  dai  sa- 
raceni, oppressi  dalla  fame,  dalle 
fatiche,  e  dalle  malattie,  arrivarono 
in  Siria  in  numero  di  circa  sette- 
cento cavalieri,  e  cinquemila  fanti, 
ispirando  ai  crociati  di  Tolemaide 
piii  terrore,  che  confidenza. 

A'  i3  luglio  1191,  Tolemaide  fu 
presa,  e  i  suoi  quartieri  furono  di- 
visi fra  le  nazioni  componenti  la 
crociata.  Riccardo  fece  trucidare  cin- 
quemila mussulmani,  e  ne  furono 
indignati  gli  stessi  commilitoni  suoi, 
anche  per  l'oltraggio  fatto  al  duca 
d'  Austria.  Filippo  II,  disgustato  del 
contegno  del  re  inglese ,  che  avea 
tentalo  corrompergli  le  truppe  la- 
sciando diecimila  fanti,  e  cinque- 
cento cavalli  sotto  il  comando  del 
duca  di  Borgogna,  fece  ritorno  in 
Francia.  Riccardo  II  alla  testa  di 
centomila  crociati  nell'anno  seguen- 
te presso  Arsur  riportò  una  segna- 
lata vittoria,  su  trecento  mila  in- 
f(,Hleli  capitanati  da  Saladino  ;  per 
cui  prese  molte  piazze,  e  fatte  di- 
verse altre  vantaggiose  spedizioni  , 
accingevasi  a  soddisfare  i  voti  dei 
crociati  passando  all'assedio  di  Ge- 
rusalemme, dove  Saladino  erasi  coi 
suoi  fortificalo.  Ma,  vedendosi  ab- 
bandonato da  Leopoldo  duca  d'Au- 
stria, e  dal  duca  di  Borgogna  al- 
tamente disgustati  del"  di  lui  orgo- 
glioso contegno,  pensò  a  ritornare 
in  Europa.  A  questa  risoluzione 
eziandio  lo  determinò  il  timore, 
che  il  re  di  Francia  meditasse  in- 
vadere la  Normandia,  e  che  i  suoi 
crociati  fossero  pochi  in  confronto 
delle  forze  degl'infedeli;  il  perchè, 
avendo  conchiuso  con  Saladino  una 
tregua  di  tre  anni  ed  otto  mesi, 
durante  la  quale  Gerusalemme  sa- 
rebbe aperta  alla  divozione  de'  cri- 
stiani però  in  piccoli    drappelli  ,    e 


CRO 
lasciati  sarebbero  essi  tranquilli  pos- 
sessori della  costa  marittima  da 
Jaffa  sino  a  Tiro  insieme  a  Tole- 
maide,  e  ad  Ascaloua.  Questo  tiat- 
tato  fu  sottoscritto  da  tutti  i  prin- 
cipi cristiani,  e  mussulmani  della 
Siria,  e  poscia  il  re  s' imbarcò  a'  3 
ottobre  1192  nel  porto  di  Acri  o 
Tolemaide,  e  si  restituì  in  Inghil- 
terra, venendo  però  fatto  prigionie- 
ro per  istrada  dal  suddetto  duca 
d'Austria  allorché  vestito  da  cava- 
liere templare  attraversò  impruden- 
temente i  suoi  stati,  né  gli  accordò 
la  libertà,  nel  1194?  che  mediante 
grossa  somma  di  denaro,  li  Papa 
Celestino  III  scomunicò  il  duca,  e 
l'obbligò  a  restituire  il  denaro. 

Oliarla   Crociata    iigD-iigS. 

Dopo  la  partenza  del  re  Riccar- 
do Il  dalla  Palestina,  gli  affari  dei 
cristiani  peggiorarono.  Aveva  il  i"e 
disposto  del  reame  di  Cipro  da  lui 
conquistato  in  favore  di  Guido  di 
Lusignano ,  il  quale  invece  cedette 
i  suoi  diritti  su  quelli  di  Gerusa- 
lemme al  conte  di  Sciampagna  En- 
rico, o  Almerico  II,  nipote  del  mo- 
narca inglese.  Questo  giovine  prin- 
cipe aveva  sposato  da  poco  tempo, 
la  principessa  Isabella,  sorella  della 
regina  di  Gerusalemme  Sibilla  mo- 
glie di  Guido,  restata  vedova  di 
Corrado  di  Monferrato  signore  di 
Tiro,  assassinato  dal  Vecchio  della 
montagna,  il  quale  incominciava  a 
lendersi  famoso  con  questa  sorte 
di  esecuzioni,  e  per  le  riforme  sul- 
l'islamismo, accordando  ai  maomet- 
tani r  inosservanza  di  molti  punti 
delia  loro  setta  ,  e  permettendo  lo- 
ro ogni  specie  di  libertà.  Tuttavol- 
ta  il  re  Enrico  vedendosi  circondato 
di  pericoli  sospirava  di  fare  ritorno 
in  Europa,  formando  la  maggior  sua 
voL.    XMn. 


CRO  289 

fiirza  gì  individui  dei  tre  Ordini  mili- 
tali gerosolimitano,  de'  templari,  e 
de'  teutonici,  a  cagione  de'  loro  giu- 
ramenti, poiché  Roemondo  III,  si- 
gnore di  Antiochia,  e  di  Tripoli  , 
non  pensava  che  al  proprio  ingran- 
dimento. I  cristiani  di  Palestina  non 
potevano  invocar  soccorsi  dall'occi- 
dente per  la  tregua  conchiusa  coi 
mussulmani.  In  questo  stato  non 
sapeasi  pensare  ad  una  nuova  cro- 
ciala, sebbene  nell'  Europa  il  nome 
di  (xerusalemme  tenesse  occupati  gli 
animi  di  tutti.  Intanto  nel  i'qS 
accadde  nel  governo  di  Egitto ,  e 
della  Siria  un  cambiamento  che 
rinvigorì  le  speranze  de'  cristiani 
di  Palestina,  e  ne  ravvivò  lo  zelo 
per  tutto  r  occidente.  Saladino  morì 
a'  I  3  marzo  in  mezzo  a'  suoi  trion- 
fi, dopo  aver  diviso  i  suoi  stati  a 
dodici  figliuoli  che  lasciava,  senza 
darne  parte  al  fratello  Saladino, 
comunque  avesse  egli  valorosamente 
contribuito  a  conquistarli.  Amato 
però  dai  soldati,  non  tardò  costui 
a  far  guerre  ai  fanciulli  suoi  nipoti, 
per  le  quali  divisioni  cessò  di  essei'C 
formidabile   la   loro  potenza. 

\  enuto  in  cognizione  di  ciò.  Pa- 
pa Celestino  III  scrisse  a  tutta  la 
cristianità,  che  il  loro  più  terribile 
nemico  era  morto.  Promulgata  fu 
quindi  la  quarta  crociata,  per  mez- 
zo di  tre  Cardinali  che  quel  Pon- 
tefice inviò  in  Francia,  e  per  mez- 
zo de' vescovi  inglesi,  che  inviò  nel 
regno  loro,  non  che  per  altri  pre- 
lati. L'imperatore  Enrico  VI,  nel- 
la dieta  di  Worms,  esortò  i  fedeli 
alla  crociata,  cui  egli  stesso  avrebbe 
comandata.  Quindi  un  gran  nume- 
ro di  tedeschi  presero  la  croce,  re- 
stando però  egli  in  Germania.  I 
crociati  si  divisero  in  due  corpi , 
uno  comandato  dai  duchi  di  Sas- 
souia^  e  del  Rrabante,  l' altro    dal- 

'9 


ago  CRO 

r  arcivescovo  di  MagonZa,  e  da  Va- 
Jerano  di  Linibnri^f) ,  cui  iinironsi 
gli  ungheresi  colla  loro  regina  AI  ir- 
gherita.  Questo  secondo  corpo  pel 
primo  ruppe  i  trattati  coi  mno- 
metlani,  incominciando  le  devasta- 
zioni. Malch-Adcl-ScilTcddin  secon- 
dogenito di  Saladino,  non  solo  fece 
massacrare  tutti  i  cristiani  ch'era- 
no in  suo  potere,  ma,  presa  Jalfi 
d'assalto,  passò  a  fil  di  spada  venti 
mila  cristiani.  Fu  in  questo  punto, 
che  i  crociati  del  secondo  corpo 
giunsero  a  Tolemaide  rincorando  i 
confratelli,  e  venne  immantini-nlc 
deciso  di  marciare  sulla  Siria.  Tra 
Tiro  e  Sidone  riportarono  su  INIa- 
leh-Adel  vittoria ,  e  quindi  molle 
città,  come  Sidone,  Laodicea,  Gi- 
lilct,  Px'rito  ec,  caddero  in  potere 
de'crociati,  in  uno  ad  immense  ric- 
cliezze. 

Enrico  VI  non  avendo  più  nul- 
la a  temere  nell' occidente,  siccome 
supremo  c.ipo  della  crociata,  inviò 
in  oriente  un  terzo  corpo  di  cro- 
ciali di  circa  cinquantamila  com- 
hattenli,  sotto  il  comando  del  can- 
celliere dell'impero  Corrado  vesco- 
vo di  Hildesheim,  col  quale  poten- 
te rinforzo  i  cristiani  di  Palestina 
raddoppiarono  lo  zelo,  e  l'entusia- 
smo. INIa,  avendo  posto  l'assedio  al- 
la fortezza  di  Thoron  ,  posseduta 
ancora  dai  mussulmani,  per  quindi 
passare  a  Gerusalemme,  la  discor- 
dia, e  la  diflidenza  de'  capi  impe- 
dirono non  solo  di  porlo  al  termi- 
ne, ma  di  recarsi  alla  città  santa , 
prendendo  invece  il  cammino  per 
Tiro,  sbigottiti  dalla  foimidahile 
armala,  che  Maleh-Adel  avea  for- 
mato in  Egitto.  I  cristiani  si  av- 
■vilirono  ;  lo  scompiglio  divenne  ge- 
nerale, come  si  accrebbero  le  ani- 
mosità de'  capi.  Profittando  Maleh- 
Adel  di  tali  scissure,  presentò  pres- 


rno 

so  Jadli  battaglia,  ove  con  immen- 
se perdite  restarono  i  cristiani  vit- 
toriosi. In  questo  tempo  le  notizie 
della  morte  di  Enrico  VI  dclertni- 
narono  i  signori  tedeschi  di  ritor- 
nare in  Europa,  dove  l'elezione  del 
nuovo  imperatore  ispirava  timori, 
e  speranza,  mentre  il  conte  di  Mon- 
fort  Simone,  e  molti  cavalieri  fran- 
cesi arrivavano  nella  Palestina,  pre- 
gando i  tedeschi  a  restarvi.  Il  Pa- 
pa Celestino  III,  nello  stesso  anno 
iic)7,  scongiurò  con  lettere  i  cro- 
ciali di  non  abbandonare  la  causa 
di  Gesìi  Cristo,  e  terminar  l' oprra 
incominciata.  Meno  la  regina  d'Un- 
gheria, tutti  i  tedeschi  vollero  ri- 
tornare in  occidente  ad  onta  di 
tante  preghiere  ,  ed  esortazioni ,  e 
ne  fu  la  con^eguen7.a  la  perdita  delle 
conquiste  fatte,  onde  è  che  ap[)ena 
il  conte  di  Monfort  potè  fare  coi 
saraceni  una  tregua  di  tre  anni.  La 
crociata  ai  francesi  era  stata  pre- 
dicata da  Folco  di  Nevilli ,  uomo 
straordinario  ed  apostolico,  in  no- 
me del  Papa,  per  cui  molti  signori 
francesi  avevano  preso  la  croce,  fra 
i  quali  oltre  il  INIonfort,  vi  fu  Gof- 
fredo di  Ville  Ardovin  maresciallo 
di  Sciampagna,  ed  autore  della  sto- 
ria di  questa  crociata. 

Quinta  Crociata   1198-1204. 

Mentre  la  desolazione,  e  il  dolo- 
re tenevano  afflitti  i  cristiani  di  Pa- 
lestina, agli  8  gennaio  i  198,  in  Ro- 
ma fu  eletto  Papa  Innocenzo  HI 
d'animo  grande,  e  di  sommo  zelo. 
Prima  sua  cura  fu  di  rianimare 
l'ardore  per  le  crociate,  ed  è  per- 
ciò che  inviò  Cardinali  alle  repub- 
bliche di  Venezia,  Pisa,  e  Genova 
per  impegnarle  ad  attaccare  gì'  in- 
fedeli per  mare,  ed  a  fornire  va- 
scelli pel  trasporto  de'  crociati.  Seri*!- 


CRO 

se  leltcre  a  molti  principi,  prelati, 
e  popolij  perchè  "vi  accorressero,  ed 
egli,  per  darne  l'esempio,  fece  fon- 
<Iere  il  suo  vasellame  d'oro,  e  d'ar- 
gento; tassò  sé  medesimo,  e  tutti  i 
Cardinali  nella  decima  parte  delle 
rendite,  ed  il  restante  del  clero 
nella  quarantesima.  Folco  di  Ne- 
villi  continuò  le  sue  predicazioni, 
percorrendo  anche  la  Germania , 
per  cui  divenne  l'anima  di  questa 
grande  impi'esa.  Da  per  tutto  ecci- 
tò il  più  vivo,  e  religioso  entusia- 
smo, per  le  patetiche  descrizioni  , 
che  insieme  ai  cluniacensi ,  cistcr- 
ciensi, e  canonici  regolari  predicanti 
la  crociata,  faceva  della  profana- 
zione dei  santi  luoghi,  de'  mali  che 
soffrivano  i  cristiani  in  oriente,  e 
la  schiaviti!  in  cui  era  ridotta  Ge- 
rusalemme. Ad  onta  dell'impegno 
del  Papa,  e  di  Folco,  i  re  di  Fran- 
cia, e  d' Inghilterra  non  presero  la 
croce,  per  le  guerre  che  si  faceva- 
no ;  solo  si  potè  da  essi  ottenere 
una  tregua  di  cinque  anni.  Tutta- 
volta  i  francesi  si  arruolarono  alla 
sagra  milizia  in  maggior  numero 
degl'  inglesi,  fra'  qTiali  furonvi  i  si- 
gnori di  Norwich ,  e  il  Northam- 
pton  ;  mentre  fra  i  primi  figurano 
Teohaldo  IV  conte  di  Sciampagna, 
Luigi  conte  di  Chartres,  e  di  Blois; 
i  conti  di  Saint  Paul ,  Gualtiero , 
e  Giovanni  di  Brienne ,  Matteo 
Montmorency,  due  conti  d'Amiens, 
Pienato  di  Boulogne  ed  altri.  I  ve- 
scovi di  Soissons,  e  di  Langres  se- 
guirono i  crociati,  a'  quali  nel  1200 
si  aggiunsero  Baldovino  conte  di 
Fiandra,  e  di  Hainaut,  con  Maria 
sua  consorte,  co'  fratelli  del  conte, 
e  la  maggior  parte  de'  signori  di 
Fiandra,  e  di  ìlainaut.  Molti  gen- 
tiluomini italiani  presero  la  croce, 
e  Teobaldo  fu  dichiarato  coman- 
dante la  spedizione,  ma  morì    pri- 


CPiO  :»9T 

ma  di  partire.  Bonifacio  II,  conte 
di  Monferrato,  ne  fu  dichiarato  suc- 
cessore, ricevendo  la  croce  dalle 
mani  di  Folco,  il  quale  non  potè 
seguirlo,  perchè  cessò  di  vivere  po- 
co dopo  nella  sua  cura  parrocchia- 
le di   Nevilli. 

Bonifacio  II,  tornato  alle  sue  ter- 
re, fece  i  preparativi  pel  viaggio , 
e  poscia  partì  per  la  Francia  affine 
di  porsi  alla  testa  dell'esercito,  e  per 
Venezia  verso  le  Pentecoste  del 
1202.  Quella  repubblica,  mediante 
il  compenso  di  ottantacinquemila 
marche  d'argento,  si  obbligò  di  for- 
nire i  mezzi  di  trasporto  per  re- 
care i  crociati  nell'  Egitto  ,  perchè 
volevasi  colà  incominciare  la  cam- 
pagna, per  non  rompere  i  trattati 
concordati.  Innocenzo  III  aveva  ap- 
provato l'accordo  tra  i  veneti  e  i 
crociati,  a  condizione  che  questi  se- 
condi nulla  intraprendessero  contro 
nazioni  cristiane,  ciocché  alla  re- 
pubblica non  piacque.  Una  parte 
de'crociati,  per  esentarsi  dal  paga- 
mento convenuto  co'  veneziani,  s'im- 
barcò a  Marsiglia,  e  in  diversi  por- 
ti d' Italia,  e  gli  altri  per  coi'rispon- 
dervi  vendettero  i  loro  vasellami 
preziosi,  e  persino  gh  anelli.  Man- 
cavano però  ancora  quarantamila 
marche  circa:  laonde,  per  agevolar 
la  partenza  de'  crociati,  il  doge 
Dandolo  promise  di  condonare  tale 
residuo  a  condizione  che  dai  cro- 
ciati venisse  aiutato  a  riprendere 
Zara  in  Dalmazia ,  ribellatasi  alla 
repubblica  per  darsi  ad  Andrea  re 
d'  Ungheria.  L'  offerta  venne  accet- 
tata, e  Zara  fu  assediata,  e  presa. 
Avendo  perciò  i  crociati  agito  con- 
tro le  menzionate  prescrizioni  d'In- 
nocenzo III,  ne  furono  da  lui  rim- 
proverati, e  fecero  penitenza,  il  che 
però  non  fecero  i  veneziani.  Questa 
crociata   fu  altresì   interrotta  per  la 


292  CRO 

spedlziorte  contro  Costanlinopoli.  per 
cui  non   vi   la  die  un    piccolo  iiit- 
niero  di  crociati,  che  anivasscro  in 
TeiTa  santa,  cioè  quelli  che  eransi 
imbarcati  nei  porti    summentovati. 
Alessio  Angelo,  imperatore    d'o- 
riente detronizzato,  avendo  invoca- 
to contro  i'  usurpatore    1'  appoggio 
del   Pontefice,  e  de'  crociati,  si  ob- 
bligò di  pagare    a  questi   duecento 
mila  marche  d'argento,  e  di  unirsi 
loro  con  lui  corpo  di  diecimila  sol- 
dati, lacendo  altresì   riconoscere  al- 
la chiesa  greca  il  primato    del    ro- 
mano Pontefice,  e  restituire    a    lui 
l'ubbidienza   dell'impero,    oltre   il 
mantenere    per    tutta    la    sua    vita 
cinquecento  cavalieri  per    la    dilesa 
de'  luoghi  santi.   Ciò  per    altro  era 
contro    le    ingiunzioni    d' Innocenzo 
HI,    che  non    permetteva  rivolgere 
le  armi    dei  crociati    contro    i    cri- 
stiani. Questa  spedi/ione    in  favore 
di   Alessio  fu  l'avvenimento    il    più 
notabile  della    crociata.     Le     circo- 
stanze ,  che  precedettero,  accompa- 
gnarono e  seguirono  questa  rivolu- 
zione dell'impero  greco,    sono    ri- 
]inrtate     all'articolo     Cvsfand'riopoli 
[f  edi) ,    all'analogo    paragrafo.     In 
sostanza    entrati    i    crociati    in   Co- 
slantinopoli   nel    i2o4    dichiararono 
imperatore  Baldovino  suddetto  conte 
di   Fiandra   e  di   Ilainaut,    fondan- 
dosi cosi  r  impero  latino.   I  signori 
della  ciociata    divisero    le    città ,  e 
Provincie  del  greco    impero    fra    le 
due  nazioni   francese ,    e    veneziana. 
La  Bitinia,  la   Romania    o  la  Tra- 
cia, Tessalonica,  tutta  la  Grecia  dal- 
le Termopoli  fino  al  capo  Sunio  ,  e 
le  grandi  isole  dell'Arcipelago  toc- 
carono nella  divisione  ai   francesi.  I 
Tcnezinni  s'ebbero  le  Cicladi,    e  le 
Sporadi  nell'Arcipelago,  le  isole  e 
la  costa  orientale  del  golfo    Adria- 
tico j  le  coste  della  Proponlide ,    e 


CRO 
quelle  del  Ponto  Eusino,  le  rive 
dell'  liXn'o,  e  del  Varda,  la  cillà  di 
Cipseda,  Didimalica,  Andrinopoli,  e 
le  contrade  marittime  della  Tessa- 
glia. Però  tali  divisioni  per  gelosia, 
e  per  circostanze  non  prevedute, 
col  tempo  subirono  grandi  cambia- 
menti. Le  terre  di  là  del  Bosforo 
furono  anch'esse  erette  in  regno,  e 
date  coir  isola  di  Candia  a  Bonifa- 
cio II  conte  di  Monferrato,  il  fjuale 
volle  cambiarle  colla  provincia  di 
Tessalonica,  vendendo  l'isola  di  Can- 
dia ai  veneziani.  Le  provincie  di 
Asia  furono  lasciate  al  conte  di  Blois 
che  prese  il  titolo  di  duca  di  Ni- 
cea,  e  di  Bitinia.  Fu  presa  altresì 
dai  crociali  in  Costanlinopoli  una 
prodigiosa  quantità  d' insigni  reli- 
quie, che  tutti  gì'  imperatori  dopo 
il  gran  Costantino ,  si  ei'ano  com- 
piaciuti di  trasferire  nella  nuova 
Roma,  e  che  si  sparsero  poi  per 
tutto  r  occidente. 

Mentre  succedevano   queste   cose 
a  Costantinopoli,  i  crociati,  ch'eran- 
H    divellamente      recati     in     Terra 
Santa,  invano  ne  tentarono  la  con- 
quista.  I  saraceni   mollo   piìi  adlltti 
della    riduzione     di     Costanlinopoli 
fatta  dagli  occidentali,  che    non  lo 
sarebbero  stati   della  presa    di   Ge- 
rusalemme, obbliarono  i  particolari 
dissapori,  e  tentarono  tutte    le  vie 
per  indebolire,  e  dividere  i   cristia- 
ni. Quindi,  essendo    una    parte  dei 
crociali    perita    dalla  peste,    l'altra 
riprese  il    cammino    pei*    l'Europa, 
giacché  il   sultano  di  Aleppo  aveva 
preparato    un   esercito,    ch'essi   non 
potevano  alfrontare,    il    perchè   Si- 
mone   di    IMonfort,  il  piìi    pio    dei 
capi  de' crociali,    ad    onta    del   suo 
zelo  per    ricuperare    Gerusalemme, 
ancor  egli    dovette   far    ritorno    in 
Francia.   Così     finì   una    crociata,   i 
cui    preparativi  aveano  costato  tre 


CRO 
anni   di  tempo ,    e    ad  onta    degli 
sforzi,   e  dell'impegno  del  grand  In- 
nocenzo IH. 

Sesta   Crociata    iiiZ-ii-\o. 

Questa  fu  la  più  lunga  e  disa- 
strosa di  tutte;  incominciò  sotto 
il  Papa  Innocenzo  III,  e  continuò 
sotto  i  pontificati  di  Onorio  IH,  e 
Gregorio  JX.  Il  primo  non  cessò 
di  far  sentire  la  sua  voce  in  tutto 
il  cristianesimo  per  la  sagra  guerra 
di  Palestina,  ma  i  progressi  degli 
eretici  alhigesi  in  Linguadoca,  quel- 
li de'  mori  saraceni  nella  Spagna, 
e  le  guerre  de'  principi  l'esero  que- 
sti, e  i  popoli  indillerenti  allo  ener- 
giche esortazioni  del  capo  della  Chie- 
sa ,  che  versò  lagrime  di  dolore 
nel  vedere  abbandonati  i  luoghi 
santi  di  Palestina,  e  quei  cristiani, 
a  cui  non  rimanevano  che  le  due 
città  di  Tiro  e  Tolemaide,  sempre 
timorosi  di  perderle.  Avevano  per 
capo  Giovanni  di  Brienne,  che  si- 
no dall'anno  laio  avea  ottenuto  i 
diritti  sul  regno  di  Gerusalemme. 
Nell'anno  121  3  videsi  ciò,  che  non 
era  mai  accaduto  in  que'  tempi  sì 
fecondi  di  prodigi,  e  di  avvenimenti 
btraordinarii.  Circa  cinquanta  mila 
fanciulli,  di  Francia,  e  di  Germa- 
nia, si  radunarono  tutti  sotto  il  ves- 
sillo della  croce,  per  partire  alla 
volta  di  Terra  santa.  I  parenti  ne 
arrestarono  molti,  altri  fuggirono 
e  perirono  nella  via  ;  altri  si  smar- 
rirono nelle  foreste,  e  nelle  mon- 
tagne, ove  perirono  di  stanchezza 
e  di  miseria,  altri  furono  fatti  schia- 
vi dai  saraceni,  ed  alcuni  con  cri- 
stiana fermezza  patirono  anche  il 
martirio.  Vi  furono  altresì  delle 
donne,  che  presero  la  croce  per  an- 
dar seco  loro,  come  vi  furono  dei 
ladroni,  e  degli  scellerati,  che  si  me- 


CRO  293 

scolarono  fra  queste  truppe  inno- 
centi, e  che  le  derubarono  di  quan- 
to era   stato   loro  donato. 

Intanto,  peggiorando  gli  affari  di 
Palestina,  nel  medesimo  anno  12  i  3, 
Innocenzo  III   con  una  bolla    s'in- 
dirizzò di  nuovo  a    tutti  i   principi 
cristiani ,    perchè    si    riunissero     in 
quell'impresa.    Quindi     nel     12 15 
Innocenzo    III    celebrò    il    concilio 
generale  lateranense  IV,  ed  ivi  sta- 
bih   i   mezzi  per  una  nuova  crocia- 
ta, invitando  con    bolla    i    fedeli  a 
concorrere  con  sussidii    alla    spedi- 
zione, col  premio  delle  sante  indul- 
genze, ed  altre  grazie   spirituali.    I 
predicatori  posero    in    opera    tutto 
il  loro   zelo    per    proclamare    nelle 
chiese    di    occidente    la    crociata ,  e 
per    impegnare  i  fedeli  a  prender- 
vi parte.  Ma  quando  era  sul  punto 
di  vedere  gli  effetti  di   tanta   solle- 
citudine, Iimocenzo    IH    ritornando 
dal    viaggio   fatto    per    pacificare  i 
genovesi    co'  pisani,    ed  esortarli  a 
rivoltare  le  loro  forze  contro  gli  in- 
fedeli, mori    a    16    luglio    a    Peru- 
gia. Degnamente  gli  successe  Ono- 
rio III,  il  quale  subito    mandò    le- 
gati ai  principi  cristiani  per  deter- 
minare la  spedizione.    Federico    II 
imperatore  prese  la    croce,    ed   al- 
trettanto  fecero    Andrea    II    re    di 
Ungheria,  e  migliaia  di  crociati.  Il 
primo  differendo  la  sua    partenza , 
venne  il  re  dichiarato  capo  della  cro- 
ciata, e  partì  coi  duchi   di  Baviera, 
ed  Austria,  cui  unironsi  altri  signori, 
cioè  Ugo  i-e  di  Cipro  co'  suoi    ba^^ 
roni.   Tutti  sbarcarono  nel  settem- 
bre   12 17    a    Tolemaide.    11   re  di 
Gerusalemme  Giovanni  di  Brienne 
comparve  coi    cavalieri    gerosolimi- 
tani, e  teutonici,  con  truppe  a  pie- 
di, ed  a  cavallo.   Il  patriarca  della 
santa  città  si  pose  a  capo    dell'ar- 
mata col  legno    della    vera    croce. 


294  CRO 

per  cui  i  maomettani,  vedendo  tre 
re  comandare  i  crociali,  furono  col- 
piti di  spavento.  Presso  il  monte 
Tabor  posero  i  crociati  in  fuga  il 
nemico,  ma  presi  quindi  da  panico 
timore  anch'essi  precipitosamente  si 
ritirarono,  e  soggiacquero  in  ap- 
presso a  non  poche  disgrazie.  Il 
re  di  Cipro  morì,  quello  d'Unghe- 
ria ritornò  in  Europa,  laonde  il  re 
di  Gerusalemme  restò  ai  comando 
de'  crociati,  ch'ebbero  notabili  rin- 
forzi da  altri  crociati  di  fresco  giunti 
aTolemaide.  Nell'aprile  I2i8,  l'e- 
sercito cristiano  incominciò  l'assedio 
di  Dannata,  ove  Onorio  III  spedì 
due  Cardinali  legati,  Pelagio  Gal- 
vano, e  Roberto  Curson  coi  tesori 
destinati  per  le  spese  della  guerra. 
11  supremo  comando  restò  al  l'e  di 
Gerusalen)me,  ma  i  crociati  roma- 
ni, ed  italiani  riconoscevano  i  le- 
gati come  loro  capi  militari.  Il  Car- 
tiinal  Curson  morì  per  una  ferita, 
gli  successe  il  Cardinal  Giovanni 
Colonna,  e  Damiata  fu  presa  a'  i5 
novembre  12  19,  con  sommo  orro- 
re de'  mussulmani. 

]\el  II 20  nuovi  rinforzi  giunse- 
ro ai  crociati,  accompagnati  da  si- 
gnori, e  prelati,  e  da  molti  di  ]Mi- 
lano,  di  Pisa,,  e  di  Genova,  i  quali 
presero  la  croce.  Onorio  ili  rimise 
al  Cardinal  Galvano  altri  tesori,  che 
in  ])arte  avea  ricavati  dalle  pie  o- 
hlazioni  de'  fedeli.  I  maomettani  coi 
loro  principi,  e  con  Maledin  sulta- 
no di  Egitto,  sebbene  avessero  po- 
sto in  piedi  una  formidabile  arma- 
ta, intimoriti  dal  vedersi  a  fronte 
.settantamila  crociati,  olfrirono  loro 
Gerusalemme,  con  -tutte  le  città  di 
Palestina  conquistate  da  Saladino; 
ma  il  Cardinal  legato  contro  il  pa- 
rere di  tutti,  ricusò  di  accettare  sif- 
fatte condizioni.  Intanto  il  Nilo  u- 
iici  dal  suu  letto,   i   i^aruccui    ne    a- 


cno 

prirono  le  chiuse,  e  così  fu  loro 
agevole  in  un  punto  di  disperdere 
la  flotta  de'  cristiani,  che  trovatisi 
circondati  dall'acqua,  e  privi  di  vi- 
veri, capitolarono  con  cedere  Da- 
miata, lo  che  sparse  la  costernazio- 
ne nell'occidente.  Allora  Onorio  HI 
eccitò  Federico  II  ad  attenere  il 
giuramento  di  recarsi  in  Palestina, 
trattò  con  lui  prima  in  Anagni,  e 
poi  in  Verona  per  la  sagra  guerra, 
ed  in  Ferentino  si  abboccarono  con 
il  re  di  Gerusalemme,  che  erasi 
condotto  in  Roma  per  domandare 
soccorsi  ;  ma  Federico  II  fece  molte 
promesse  senza  mantenerle,  finché 
Onorio  IH  morì  nel  1237,  e  gli  suc- 
cesse Gregorio  IX. 

Appena  incoronato  Pontefice,  or- 
dinò a    Federico    II    l' elfettuazione 
de'  suoi  giuramenti,  ciò  che  egli  non 
eseguendo,  fu  solennemente  scomu- 
nicato in   Anagni  e  in  Roma.  Final- 
mente nel  1 228  rim[)eratore  partì  per 
la  Palestina,e  fu  ricevuto  a  Tolemaide 
come  un  liberatore.  Ma  quando  i  cro- 
ciati  seppero,   ch'era  stato  fulqiinatu 
dalle  pontificie  censure,  al    rispetto 
successe  la  tliflldenza,  e  fu    dimen- 
ticato il  conquisto  di  Gerusalemme. 
Quando  poi  Federico  II  seppe  che 
il  Papa  avea  proclamato    una  cro- 
ciata contro  di   lui,    alla    cui    testa 
maixiava  Giovanni  di   Brienne,  pa- 
dre   di    Jolante    sua    moglie,    con- 
chiuse un  trattato  di  pace   col  sol- 
danodi  Egitto,  ai  18  febbraio  1229, 
e  stabilì  una   tregua  di  dieci    anni, 
venendogli     cedute     Gerusalemme , 
Nazareth,  Betlemme,  e  Thoron,  col 
patto  che  i  turchi  conserverebbero 
nella  città  santa  la  moschea  di  O- 
mar,  ed  il  pubblico  esercizio  del  loro 
culto.  Non  comprendendosi  nella  tre- 
gua il  principato  di   Antiochia,  e  la 
contea  di  Tripoli,  il  patto  fu  conside- 
rato infame  e  sacrilego  dai  crociati,  a 


CRO 
iM'gno,  che  il  patriarca  scagliò  l'in- 
terdetto ne'  liioglii  santi  in  tal  mo- 
do ricuperati,  e  ricusò  a'  pellegrini 
il  permesso  di  visitare  il  santo  se- 
polcro. Federico  II  entrò  in  Ge- 
1  usalemme  ai  1 7  marzo,  in  mezzo 
al  cupo  silenzio  de'  fedeli,  indi  nel 
seguente  giorno  si  recò  nella  chie- 
sa del  santo  Sepolcro,  che  trovò 
deserta,  per  cui  avvicinatosi  all'al- 
tare, da  se  slesso  prese  la  corona,  e 
senza  cerimonia  religiosa  se  la  pose 
sul  capo,  proclamandosi  re  di  Ge- 
rusalemme. Vedendosi  esecrato,  par- 
tì per  Tolemaide,  quindi  passò  in 
Europa.  Pucuperò  le  città  tolte,  sba- 
ragliò 1'  armata  di  Giovanni  di 
Biienne,  e  nel  i23o  si  pacificò  col 
Papa,  il  quale  i'assolvette  dalle  cen- 
sure. 

Gregorio  IX  condottosi  in  Spoleto, 
delepninò  alla  presenza  dell'impera- 
tore, dei  patriardii  d' oriente,  e  di 
idti'i  una  nuova  crociata  ad  onta 
della  succennata  tregua.  I  domeni- 
cani, e  i  francescani  la  promulgarono, 
e  subito  Tilaaldo  conte  di  Sciampa- 
gna e  re  di  Na varrà,  e  con  lui  i 
duchi  di  Brettagna,  e  di  Borgogna 
inalberarono  la  croce,  e  partirono 
con  un  esercito  per  1'  oriente,  che 
era  tutto  in  disordine,  mentre  il 
Papa  erasi  di  nuovo  disgustato  col- 
r imperatore.  I  francesi,  dopo  qual- 
che vicenda,  conchiusero  un  tratta- 
to col  sultano  di  Egitto,  e  fecero 
ritorno  alle  proprie  case.  Altrettanto 
poi  fece  Riccardo  conte  di  Cornova- 
glia,  e  fratello  di  Enrico  III  re  d'In- 
ghilterra, ch'eravisi  recato  con  un  e- 
sercito,  vedendo  i  crociati  discordi 
fra  loro.  Doj)0  la  morte  di  Gre- 
gorio IX,  successe  il  breve  pontifi- 
ciito  di  Celestino  IV,  ed  una  lunga 
sede  vacante,  finché  nel  1^4^  '*"^*"" 
ne  eletto  Innocenzo  IV,  che  subilo 
al    trovò    costretto    di     scomunica- 


CRO  295 

re  Federico  II,  già  suo  inlimo  a- 
mico,  perchè,  oltre  i  mali  che  face- 
va alla  Chiesa  Romana,  inveiva  con- 
tro i  promulgatori  della  crociata, 
eh'  ebbe  pur  troppo  l' esito  il  più 
infelice. 

Settima  Crociala   1 2  45- 1254. 

Mentre    i  cristiani    di    Palestina, 
pei  trattati  di  Federico  II,   e    Ric- 
cardo conte  di   Cornovaglia,    erano 
ritornati  in  Gerusalemme    pacifica- 
mente, i  principi  loro  allearonsi  coi 
mussulmani   della  Siria,  contro  l'E- 
gitto. Il  sultano  di  questo,  per  ven- 
dicarsi  chiamò  i  popoli   carismiani, 
abitatori  delle  frontiere    di    IMogol, 
ad  invadere  la  Palestina,  che  difat- 
ti  fu   posta   a  soqquadro,  occupando 
i    carismiani     pure    Gerusalemme  , 
ove  commisero  ogni  crudeltà,  e  scon- 
fissero nel    1244  interamente  i  cri- 
stiani a  Gaza.  Innocenzo  IV,  com- 
mosso da  tante    sciagure,,    convocò 
il  concilio  generale  di    Lione,    per 
porvi  un  riparo ,  provvedere  ai  bi- 
sogni dell'occidente,   e  reprimere  le 
sevizie  di    Federico  II.    Nel    1243, 
incominciò  la  celebrazione  del  con- 
cilio.   Federico    II    fu    deposto    dal 
regno    di  Sicilia,    e  dall'impero,    e 
venne  determinata  la   crociata    per 
la   Palestina,  per  la  quale  fu  eletto 
generale  Luigi   IX    l'e    di    Francia, 
che  nel  concilio  fece  il  racconto  dei 
mali,  che    soffrivano    i    cristiani    di 
Oliente.     Subito  la  crociata  si   noti- 
ficò nel  di   lui  reame,  e  per    mag- 
gior solennità  Luigi  IX  convocò  in 
Parigi   un   parlamento,   ed  alla  pre- 
senza del  Cardinal   legato,  de' primi 
prelati^  e  de' grandi   della    Francia, 
ripetè  r  esortazioni  il'  Innocenzo  IV, 
e   la  descrizione,   eh'  egli  slesso  avea 
fatta  nel  concilio  sui  mali  di  Tei'ra 
santa.   Immediatamente    i    suoi    trn 


296  CRO 

fnilelli,  Ruberto  conte  di  Artols, 
Alfonso  duca  di  Poitiers,  e  Cario 
duca  d' Angiò,  giurarono  di  com- 
battere per  la  difesa  de'  luoghi  san- 
ti. La  regina  Margherita,  e  le  mo- 
gli di  Roberto  ed  Alfonso  presero 
anch'  esse  la  cioce,  il  che  pur  fe- 
cero la  maggior  parte  de'  prelati, 
vescovi,  e  de'  grandi  vassalli  della 
corona.  Dopo  tre  anni,  in  un  se- 
condo parlamento,  venne  fissata  la 
partenza  della  crociata  pel  giugno 
i?,.^''^;  e  indi  s.  Luigi  IX  si  recò 
all'  abbazia  di  s.  Dionigio  per  rice- 
vervi finalmente  dal  Cardinal  lega- 
to il  bordone,  e  lo  stendardo  famo- 
so, chiamato  l'orifiamma,  già  dai 
.suoi  predecessori  mostrato  altre  due 
volle  ai   popoli  orientali. 

La  reggenza  aOìdata  venne  alla 
regina  Bianca  sua  madre,  ed  acconì- 
pagnato  dai  signori  di  Cipro  ed  altre 
nazioni,  il  re  di  Francia  giunse  colla 
ilotla  avanti  Damiata  a'  4  gi"S*^o 
1249.  Superatigli  ostacoli  de' mao- 
mettani, essendo  stata  la  ci  Uà  da  loro 
abbandonata,  vi  fecero  l' ingresso  i 
crociati  proeessionalmente,  precedu- 
ti dal  Cardinal  legato,  e  dal  pa- 
triarca di  Gerusalemme,  e  nella  gran 
ijioschea,  che  l'u  convertita  in  chie- 
sa, resero  grazie  a  Dio  pei  vantag- 
gi riportati.  Quindi  determinandosi, 
come  nella  precedente  crociata,  l'inva- 
.sione  dell'Egitto,  ad  onta  ch'erasi  co- 
nosciuto essere  il  teatro  della  guer- 
ra stato  troppo  distante  dai  santi 
luoghi,  il  cui  aspetto  sempre  ave- 
va colpito  vivamente  l'immagina- 
zione de'  primi  crociati,  con  ses- 
santamila combattenti,  un  terzo  dei 
quali  erano  cavalieri,  riprese  la  mar- 
cia pel  Cairo,  seguiti  dalla  flotta 
colle  provvigioni.  Presso  le  città  di 
iMansourah  i  cristiani  riportarono 
iin  compiuto  trionfo,  colla  morte 
di   l'akcddin  capo  de'nuissulmani,  e 


GRÒ 
rolla  presa  della  città.    Ma  accorto«;i 
r  inimico    del    piccolo    numero    dei 
crociati   in    suo    conlionto,    piombò 
su    Mansourah,    mentre    i    cristiani 
saccheggiavano  il  palazzo  del   sulta- 
no.  Allora  divenne  generale  la  car- 
iiilìcina  come  il  disordine,  e  la  vitto- 
ria non  potè  decidersi  di  chi  fosse.  I 
crociati   perdettero   vari   capi;   Salis- 
bury  ,    Roberto    de    Vair,    Rmlolfo 
di  Coucy,  ed  il  conte  d'  Artois    fu- 
rono nccisi.    Il    gran    maestio    del- 
l'Ordine gerosolimitano    cadde    pri- 
gione, e  quello   de'  templari   fu    co- 
perto di  tèrite.  Tuttavolta  i  mussul- 
mani   si    ritirarono,    i    cristiani    ne 
occiqiarono  il  campo,  e    poscia   nel 
primo  venerdì  di    quaresima    isTo 
ebbero  un  altro   vantaggioso  incon- 
tro, però  con   molte  perdite,  massi- 
mamente di   cavalli.    A    tanti    mali 
convien  aggiungere  il  contagio,  che 
fece    strage     dell'armata     cristiana, 
per  le  esalazioni  dei  cadaveri  degli 
uccisi;  e  la  perdita  de' viveri  presi 
dai   mussulmani. 

Vedendo  il  re  di  Francia,  che 
quelli,  i  quali  erano  stati  preservati 
dal  contagio,  morivano  di  fame, 
fece  proposizioni  di  p;ice  al  sultano 
di  Egitto.  Questi  le  accettò,  ma  col- 
la garanzia  della  persona  del  re 
per  ostaggio,  il  perchè  fu  ricusato 
con  indignazione.  Laonde  il  fran- 
cese monarca,  conservando  il  suo 
coraggio  e  la  trancjuillità  d'animo, 
.si  occupò  di  salvare  i  deploral)ili 
avanzi  de' crociati,  e  risolvette  di 
passare  sulla  riva  opposta  dell'A- 
schemoum.  Passato  il  fiume,  i  cri- 
stiani vennero  attaccati  dall'inimico. 
e  perciò  costretti  a  ritornare  in 
Damiata,  quando  all'improvviso  si 
vide  la  piaiuu'a  tutta  coperta  di 
mussulmani,  onde  dopo  mille  sfor- 
zi di  valore  i  crociati  dovettero 
soccombere,  e  l' cmir  Djeraal-eddiiìi, 


CRO 
nel   l)orgo  ili  Minich,    ehbe    l'orgo- 
glio  di    far  prigione    a'  5    aprile  s. 
Luigi  IX,  e    caricatolo    di   Ferri   lo 
mandò  a  Mansourah.  Non  è  descri- 
vibile la    desolazione    de'crociati   di 
JMmiala  per  sì   funesto  avvenimen- 
to, e  solo  a'5  maggio  si   potè  con- 
venire sulla  libertà  del  re  median- 
te una  tregua  di  dieci  anni,  la  re- 
stituzione   di    Damiata,    e  il  paga- 
mento di   un  milione  di  bisanti  d'o- 
ro pel  riscatto  dell'esercito.   Indi  il 
re  di  Francia  si  diresse  a  Tolemai- 
de,  ed  inviò  in  Francia  i  due  super- 
stili  fratelli,  perchè  voleva  fermarsi 
in  oriente,   affine  di  porre  in  istato 
di    difesa   le    fortezze  de'cristiani,  e 
visitare  colla   nota  sua  pietà   i  luo- 
ghi santi.   IMentre    nel     i253    il. re 
stava  in  Jaffa,   seppe  che   la  regina 
madre    era    morta    il     i    dicembre 
laSa.  Allora  non  pensò  che  a  ri- 
tornare nel  suo  regno  colla  moglie,  e 
co'tre  figli,  cui  aveva  avuto  in  orien- 
te, e  giunse  a  s.  Dionigio  a'5  settem- 
bre    1254,   e  nel  seguente  giorno 
entrò  in  Parigi.  Cos\  ebbe  fine  una 
crociata,  il  cui  principio  aveva  riem- 
piuto di  allegrezza   il  cristianesimo^ 
ed    il  progresso,  e  fine  fu  luttuoso, 
siccome  crociata  memorabile  per  la 
prigionia  di  un  re  diFrancia. Ma  quan- 
do i   nemici  entrarono  nella   tenda 
per  trucidarlo,  se  non  giurava  a  mo- 
do loro,   il  santo  e  prode  monarca, 
freddamente  rispose  :    Che     Dio    li 
aveva  resi  padroni  del  suo  corpo, 
via  che    la  sua    anima    era    nelle 
mani  di  lui,  e  ch'essi  non  avevano 
alcun  potere  sopra  di  essa.  E  quan- 
do un    barbaro    colla    spada    nuda 
gli  si  presentò,  dicendogli  :  eleggi,  o 
di  perire  per  mano  mia,  a  di  dar- 
mi sul    momento    l'ordine  cavalle- 
resco,   l'intrepido    monarca    rispose: 
Fatti  cristiano,  ed  io  ti  fari)  cava- 
liere. Noteremo,  che,  a' 7  dicembre 


CRO  2.)7 

11'')?),  Alessandro  IV  aveva  dichia- 
rato legato  nella  terra  santa,  Jaco-- 
pò  Pantaleone  patriarca  di  Gerii- 
saleinme,  che  poi  a'  29  agosto  1261 
ebbe  a  successore  col  nome  di  Ur^ 
banolV,  sebbene  non  decoralo  del- 
la dignità  cardinalizia. 

Ottava  Crociata    1 265- 1 29 1 . 

Mentre  che  il  santo  l'e  faticava 
per  la  prosperità  della  Francia, 
Bendochar  o  Bibars  sultano  di  Egit- 
to, profittando  della  discordia  dei 
cristiani  di  Palestina,  a  cui  s.  Lui- 
gi IX  tanto  aveva  inculcato  l'ar- 
monia e  l'unione,  siccome  mezzo 
il  più  opportuno  per  far  fronte 
ai  nemici,  tramava  alla  distruzione 
dei  medesimi,  tutto  spirando  in  lui 
strage  e  sangue.  Cominciò  dallim- 
padronirsi  di  varie  città,  ch'erano 
in  potere  de'cristiani,  assediò  nel 
1265  Tolemaide,  e  vi  ritornò  per 
sodili  orarla,     devastando   i    territori 

DO       o  ' 

di     Tripoli,    di  Kurdi,  e    di  Tiro, 
che  distrusse  interamente.  Nel  1266, 
s' impadronì    di    Cesarea,    ed    altri 
luoglii  ;  invase  l'Armenia,  prese  Jaf- 
fa,    ed    Antiochia.    In    sonnna     ai 
cristiani  non  restava  che  Tolemaide 
considerata  la  capitale  de'loro  slati 
in  Palestina,  e   Tripoli.  Non  rispet- 
tando   né  trattati,  né  capitolazioni, 
Bendochar    faceva     trucidare     tutti 
quelli,  che  ricusavano  di  giuiare  l'al- 
corano, e    di  credere  a    JMaometto. 
L'arcivescovo  di  Tiro,  e  i  gran   mae- 
stri de'tempiari,    e    de'cavalieri   ge- 
rosolimitani si  recarono  in    occiden- 
te,   a   rappresentare  i    gemiti  e    le 
sciaugure  de'cristiani  di  oriente,  ma 
invano    venne    predicata    la  crocia- 
ta, nella    Germania,  in     Polonia  e 
nel    nord.    Però    s.    Luigi   I>l,    che 
non   avea   mai   lasciato  la  croce,   né 
mai    aveva    obbliato  il    deplorabile 


loH 


CRO 


sialo  dei  cristiani  di  oiienle,  non 
potè  frenare  piìi  a  lungo  la  sua 
sensibilità:  consultò  prima  di  lut- 
to il  Pontefice  Clemente  IV ,  il 
«juale  inviò  a  Parigi  il  Cardinal  di 
s.  Cecilia ,  coi  poteri  di  legato  a 
Intere.  Allora  il  re  ordinò  ai  gran- 
di signori  del  suo  regno  di  trovar- 
si in  detta  capitale  pei  25  marzo 
del  1267  per  ivi  deliberare  sopra 
un  affare  di  si  grave  importanza, 
ed  il  pio  monarca  si  presentò  al- 
l'assemblea tenendo  nelle  mani  la 
corona  di  spine,  colla  quale  fu  coro- 
nato Gesù  Cristo,  e  con  quella  dol- 
ce, e  maestosa  eloquenza  a  lui  s\ 
naturale,  dipinse  il  misero  stato 
cui  erano  ridotti  i  cristiani  di  Pa- 
lestina, e  dichiarò  di  aver  presa 
la  risoluzione  di  andare  a  soccor- 
rere quegl'infelici.  Pvicevette  la  cro- 
ce dalle  mani  del  Cardinal  legato, 
r  ne  seguirono  l'esempio  i  suoi 
tre  figli,  facendo  altretlauto  la  no- 
biltà  accorsa  in  folla  dalle  città,  e 
dalle  campagne  per  unirsi  al  suo  re. 
In  Europa  produsse  ciò  la  più  vi- 
va sensazione,  risvcgliaronsi  le  anti- 
che propensioni,  ed  entusiasmo  per 
la  sagra  guerra,  e  tutti  si  fecero 
ima  gloria  di  combattere  sotto  s. 
Luigi  IX. 

La  crociata  venne  promulgata 
nell'Europa,  massime  in  Inghilterra, 
nella  Scozia  ,  in  Catalogna,  nella 
Castiglia,  in  Portogallo  ec.  co'più 
felici  successi.  Il  re  di  Francia,  dopo 
essersi  preparato  alla  spedizione,  le- 
te testamento,  e  nominò  reggente 
Matteo  abbate  di  s.  Dionigio,  e  Si- 
mone signore  di  Nesle,  ed  a'4  luglio 
1270J  partì  per  la  crociata  diri- 
gendosi coU'esercito  contro  Tunisi, 
per  passare  poi  in  Palestina.  A' 20 
luglio  la  flotta  arrivò  d'innanzi  ci 
Tunisi,  e  Cartagine^  mentre  i-  mus- 
sulmani dell'Africa,  accorrevano  da 


CRO 
tulle  le  parli  per  difendersi.  Bendo- 
char  sultano  d'Egitto  si  mosse  per 
aiutare  l'islamismo,  e  prevenire  le 
invasioni  dei  crociati.  Disgraziata- 
mente l'armata  cristiana  incominciò 
a  soffrire  la  mancanza  di  acqua, 
di  viveri,  e  la  micidial  pestilenza, 
che  mieteva  infinite  vittime.  Mori- 
rono a' 2  5  agosto  il  figlio  del  re 
Tristano  duca  di  Nevcrs,  s.  Luigi 
IX,  ed  il  Cardinal  Ridolfo  Che- 
vries  ossia  Caprario,  guardasigilli  di 
Francia,  e  legato  apostolico,  morì 
a'24  ottobre  1270.  Il  re  di  Fran- 
cia terminò  di  vivere  colla  più 
edificante  rassegnazione,  dopo  aver 
fatto  le  sue  ultime  disposizioni,  e 
rimessa  al  suo  primogenito  Filippo 
III,  uno  de'crociati,  una  istruzione 
ch'è  il  più  bel  monumento  del  san- 
to re.  Questi  diede  pure  istruzioni 
alla  principessa  Isabella  sua  figlia, 
l'egina  di  Navarra,  che  lo  aveva 
accompagnato  in  Africa  col  re  Ti- 
baldo  II  suo  marito;  e  ricevette  i 
sagramenti  della  Chiesa  con  somma 
divozione,  e  fra  le  lagrime  di  tutti. 
Così  m*jrì  quest'  ottimo  re,  per- 
fetto rnodello,  che  ci  oiTre  la  sto- 
ria, di  sovrani  che  vogliono  regna- 
re secondo  Dio,  e  pel  bene  de'lo- 
ro  sudditi.  Non  è  a  dirsi  quale 
spettacolo  sia  stato  pel  fratello  Carlo 
I  di  Angiò  re  di  Sicilia,  quando  arri- 
vato co'suoi  crociati  alla  tenda  del 
fratello,  il  trovò  cadavere. 

Dopo  aver  Filippo  III,  e  il  suo 
zio  Carlo  I  resi  gli  ultimi  uffici  a 
s.  Luigi  IX,  concordemente  fu  affi- 
dato al  secondo  il  comando  della 
armata.  La  novella  di  questa  mor- 
te ispirò  coi'aggio  ai  saraceni,  i  qua- 
li, avendo  offerto  battaglia  ai  cri- 
stiani, ne  vennero  interamente 
sconfitti.  Vollero  azzardare  un  se- 
condo scontro;  ma  la  perdita  fu 
maggiore    della   prcccdculu.    Allora 


i  crociati  risolvettero  d' itupadionlrsi 
tli   Tunisi  ;  ma  il   principe    iiil'edele 
teineudo  mali  niaggioii,  domandò  la 
jjace,  che  fu  conchiusa  a'3 1  ottobre. 
Accettate    le    condizioni,    si  stabili 
lina  tregua    per    dieci     anni,    colle 
seguenti  clausole:  che   tutti  i   prigio- 
ni cristiani  fossero    posti    in    iibei'- 
tìi  ;  ch'essi  avessero  il  libero  esei'cizio 
della  loro   i"cligione;    che    potessero 
idv  edificare  delle  chiese;   che   non 
si  ponesse  verun  ostacolo  alla  con- 
versione dei  mussulmani;  che  il  re 
di  Tunisi  dovesse  pagare  ogni    an- 
no al  re  di     Sicilia    un    tributo    di 
cinquantamila     scudi,     altri    dicono 
quarantamila    scudi    d' oro  ;    e    che 
dovessero  rimborsare  il  monarca,  e 
i   signori  francesi   di   tutte   le  spese, 
che  avevano   fìtte  sino  dal  principio 
della  guerra,   le   quali    ascendevano 
a  duecentomila  oacie  d'  oro,  la  cui 
metà  doveva  essere    pagata    subito, 
a  l'altra  fra  due  mesi.  Dopo  pochi 
giorni  di   tal   accordo,   approdò  sul- 
le coste  di  Cartagine   il  principe  O- 
doardo  primogenito   del    re  di    In- 
ghilterra coi    crociati    di    Scozia,    e 
d' Inghilterra,  ricevuti  con  gioja  dai 
francesi,  e  dai  siciliani.    Impazienti 
i  crociati  di  ritornare  alle  loro  case, 
s'imbarcarono  a'  i8   novembre  per 
approdare  nella  Sicilia,  ma  in  faccia 
al  porto    di    Trapani    la    tempesta 
sommerse    diciotto    grosse    navi,    e 
quattro     mila    crociati,    mentre    gli 
altri  perdettero  armi,  equipaggi,  ca- 
valli, e  il  denaro  pagato    dal  prin- 
cipe Tunisino.   Tale  fu  la  fine  della 
ottava,    e   dell'  ultima    crociata,     la 
quale  non  fu  che  una  serie  di  dis- 
j^razie,  senza  aver  potuto  soccorrere 
i  cristiani  di  Palestina. 

Notizie  su  di  altre  crociate    co/Uro 
gì'  infedeli. 

Il  principe  Odoqrdo  ve  J' lu^hd- 


CllO  299 

terra  si  partì  co' suoi    alla   volta  di 
Palestina.   Intanto  mori  il  sultano  di 
Egitto    Bendochar,    cui    successe    il 
figlio  Seraf,   o  Sait.   In  questo  tem- 
po era    legato    in     Soria    Teol^aldo 
Visconti   di  Piacenza,  il    quale    dai 
Cardinali,  eh' erausi    riimili    in  A  i- 
terbo  per  dare  un  successore  a  Cle- 
mente IV  (benché  non  fregiato  del- 
la dignità  cardinalizia)  fu  eletto  Pa- 
pa  il   primo  settembre    1271.   I  de- 
putati de'  Cardinali  trovarono   Teo- 
baldo ad  Acri,  ove  gli  presentarono 
il  decreto  di  sua  elezione,    ed    egli 
prese  il  nome    di    Gregorio     X.    E 
passando  con  Odoardo,   primogenito 
di     Enrico   III     re  d'  Inghilterra,   u 
Gerusalemme,  si   recò  poscia    in   I- 
talia,  ed  Odoardo  ritornò  in  Inghil- 
terra. Dopo    la  partenza    di    questo 
pi  incipe,  il  sultano  Seraf  prese,  e  tolse 
ai  cristiani  quasi   tutte  le  città  che 
rimanevano  loro  in    Palestina.    Af- 
flitto oltremodo  il  Pontefice  Grego- 
rio X  per  siffatti    avvenimenti,    nel 
concilio     generale,     che    celebrò    iii 
Lione  nel   12745  fece  stabilire  i  soc- 
corsi   per  i    cristiani  di  Terra  san- 
ta, per  la  quale  nutriva  la  più  viva 
S(jllecitudine.   Egual     zelo  ed    impe- 
gno ebbe  Giovanni  XXI  creato  nel 
1276.   Ma  il  sultano  di  Egitto  Ke- 
laoun  Malek  compi  la  rovina  de'cri- 
stiani     di     oriente.    Dopo    lungo    e 
micidiale  assedio,  a'5  giugno    1284. 
tolse  agli  spedalieri  1'  importante  for- 
tezza di  Margat,  e  ai  i5  aprile  128S 
prese  d'  assalto  Tripoli,  che  diede  in 
preda   alle  fiamme.   Papa  ÌNicolò  IV 
esortò  allora  tutti  i  principi  cristia- 
ni a    fare    una    numerosa    crociata 
per  arrestare  i    vittoriosi    progressi 
del  sultano;   ma  non  essendo  man- 
dato   soccorso    in   tempo,    Kclaoun, 
avendo    definito    d'impadronirsi    di 
'iolemaide  o  Acri,   mori  di    veleno 
propinatogli  da  un  suo  emiro;  lui- 


Suo  Clio 

tavolili  la  cillù  111  piesu  tli  assalto 
ai  1 1>  uiarzo  i2i)i  dal  suo  liylio 
Kalil-SeraF.  I  cavalieri  templari  fe- 
ccio  qualche  resistenza,  ma  poscia 
luiono  passali  a  111  tli  spada,  o  fat- 
ti prigionieri.  Sentendo  Nicolò  IV, 
clic  1'  unica  citlà  che  i  cristiani  ave- 
vano in  Paleslina,  era  stata  occu- 
pala dai  maomettani,  poscia  incen- 
diata, e  i  cristiani  perseguitati,  o 
banditi  dalla  Palestina,  ne  morì  di 
cordoglio  ai  4  api'le  1292  nel 
giorno  di  venerdì  santo.  Il  suo 
predecessore  Onorio  IV  noli'  idea  di 
convertire  al  cristianesimo  i  saraceni 
e  gli  scismatici  deli'  oriente,  conlbr- 
nie  alle  intenzioni  dei  Papi  che  lo 
precedettero,  ordinò  l' insegnamento 
delle  lingue  orientali,  massime  l'a- 
raba. 

vSuccessivamente  i  romani  Pon- 
tefici tentarono  di  nuovo  di  ri- 
chiamare l'attenzione  dei  principi 
cristiani  d' Europa  su  quella  terra 
santificata  dal  Redentore,  e  bagnata 
col  sudore  e  col  sangue  di  tanti 
crociali;  ma  i  tentativi  che  fecero 
non  ebbero  il  bramato  intento.  Fra 
i  Papi  che  ciò  zelarono  in  peculiar 
modo,  meritano  menzione:  Benedet- 
to XI,  nel  1 304,  che  molto  si  af- 
faticò per  tale  oggetto  ;  Clemente 
V  nel  1 3 1  I  nel  concilio  generale 
di  Vienna  ;  Giovanni  XXII  nel  i334 
c<jn  un  poderoso  accordo  che  avea 
combinato  con  parecchi  sovrani; 
Clemente  VI  nel  1 345  ,  e  Innocen- 
zo VI  nel   i356. 

Urbano  V  nel  i363  procurò  una 
crociata  contro  i  turchi ,  e  i  sa- 
r;iceni.  Ne  fece  capo  Giovanni  lì 
le  di  Francia,  a  cui  diede  la  cro- 
ce ,  e  nominò  legato  il  Cardinal 
Talleyrand  vescovo  di  Albano  ; 
ma  poscia  ciò  non  ebbe  effetto.  Di- 
poi Urbano  V  nel  i365  ricevette 
iu    Avignone  vari  sovrani  per  com- 


CRO 

binare  la  crociata,  essendone  prò-' 
motore  Pietro  Lusignano  re  di 
Cipro.  Nel  secolo  seguente  gran- 
di furono  gli  sforzi  che  fece  Pio  II 
dopo  che  Maometto  li  prese  Co- 
stantinopoli, ad  esempio  del  prede- 
cessore Calisto  III.  Per  tale  oggetto 
celebrò  in  Mantova  un  general  con- 
gresso di  tutte  le  nazioni,  impose 
a  molte  le  decime,  e  si  collegò  colla 
repubblica  di  Venezia  ;  ma  mentre 
era  per  salpare  dal  porto  di  Anco- 
na, dando  lo  spettacolo  d'  un  Papa 
alla  testa  della  crociata,  fu  ivi  col- 
pilo  dalla  morte  nel  i464-  Gli 
successe  Paolo  II,  che  molto  fece  per 
invitare  i  principi  alla  crociata,  e 
Sisto  IV,  eletto  dopo  di  lui,  nel 
1479  i"^iò  diversi  legati  ai  sovra- 
ni cattolici  per  indurli  alla  sagra 
guerra,  e  muovere  i  popoli  a  pren- 
dere la  croce.  A  Napoli  mandò  per 
legato  il  Cardinal  Rangoni  per  la 
presa  di  Otranto  fatta  da  Maomet- 
to II,  perchè  segnasse  i  fedeli  colla 
croce  con  pienissima  indulgenza.  In- 
nocenzo vili  nel  i4<^^  hi  bandi 
contro  i  turchi,  e  i  tartari;  ed  A- 
Icssandro  VI  pubblicò  la  crociata 
ctjntro  Bajazzetto  II,  protestandosi 
di  recarsi  egli  stesso  in  persona,  se 
i  re  di  Francia,  e  di  Spagna  fosse- 
ro stati  capi,  e  condottieri  dei  cro- 
cesignati. 

Estesero  la  storia  delle  crociate 
contro  gl'infedeli  molti  scrittori,  fra 
i  quali  i  seguenti  :  Storia  delle  Cro- 
ciate per  la  liberazione  di  Terra 
santa,  del  p.  Luigi  nlaimhurgo 
della  compagnia  di  Gesù,  traspor- 
tata dal  francese  all'  italiano  da  d. 
Gabriele  d' Emiliane,  sacerdote  pa- 
rigino dottore  e  teologo,  Piazzola 
1 684  ;  U esprit  des  Croisades,  cu 
histoire  politique,  et  militaire  des 
guerres,  pour  le  recouvrenient  de 
la  Terre  salate  par  le  sieur  3Ialù\ 


CRO 

Paris   i'^4o;  Gio.  Francesco   Negli, 
Istoria  della  prima    Crociata,   Bo- 
logna i658;  Des  Croisades  par  Ni- 
cole le  Huen  carme,  dans  ses   pé- 
regrinations  de  outrcmer  cn    Terre 
sainte,  Lyon   i4^4>  ^t  Paris   t5i4, 
1 52  I  ;  Dts  Croisades   par  Etienne 
Paxquier ,  dans   ses    récherches    de 
la  France   eh.  XXVIT;    Francesco 
Gusta,  Saggio  critico  sulle  Crociate 
se  sia  giusta  V  idea  invalsa    comu- 
nemente, e  se  sieno  adattabili   alle 
circostanze  presenti,  fattovi  qualche 
cambiamento;  Ferrara    1 7q5,    Dis- 
cours   sur    les    Croisades,    par    M. 
1  abbé  Fleui-y,  nel    toni.   XVIII    de 
r flist.    de    l'Eglise.  Degli    autori    i 
quali   hanno  ragionato  delle  guerre- 
sche spedizioni  nella  Terra  santa,  e 
dell'  ordine  de'  Templari  (f^edi),  fan- 
no un   lungo  catalogo  il  p.   Marna- 
chi     nelle    sue    Orig.     et    antiquit. 
Chris t.  tona.   II,  p.  60,  e  61  ;  e  pri- 
ma  di   lui   il  Fabiicio  nel   libro  Sa- 
hitaris  lux  Evangelii  p.  52  2  e  seg. 
e  pag.   546.   Fra    questi    autori,    si 
reputa  curioso,  e  scritto  assai  bene 
in   quattro  libri,  il   trattato    di   be- 
nedetto degli   Accolti  col   titolo  :  De 
hello  a   Chìislianis  conlra  barbar os 
gesto  prò   Christi  sepulchro,  et  Ju- 
daea  recuperandis,  del  quale  la  nii- 
glioie  edizione  è  quella  di  Gronin- 
ga  del    I '>3  [ .    Ai   nostri   giorni,  e  in 
Milano  nel    1 82  f- 1822    si    è    pub- 
blicata   in  sei  volumi  La  storia  Clel- 
ia    le     Crociate   di    G.    Michaud,    tra- 
dotta dal  fianccse  da  Francesco  Am- 
bros«ili.    P'.   gli   articoli    (ìerusalkm- 
ME,   Palestina,  GEBOsoriMiTAivo    or- 

JjINE    EQUESTBE,    C    TeUTOMCO  ORDINE 
!l       EQUESTRE. 

,1     Notizie  su  di  alcune  Crociate  contro 
'  gli  eretici,  gli  scismatici,   ed  i  ne- 

mici, e  ribelli  della  santa    Sede. 

Le  crociate,  come  si  accennò  su- 


CRO 


00  r 


periormente,  furono  anco  predicate 
e  promulgale  contro    gli    eretici,    e 
sembra  che   la  prima  sia  quella  in- 
timata contro  gli  albigesi    di  Fran- 
cia, e  poi   ve  ne  furono  contro  gli 
ussiti    di  Boemia  ed  altri,   non  che 
conti-o  i  perturbatori  della  pace,    e 
della  libertà  ecclesiastica.  Il  segno  di 
appartenere  ed  essere  ascritto  a  que- 
sta milizia  era    la  croce,    che    pub- 
blicamente    portavasi     sulla     spalla 
dritta,    ovvero    talvolta    fu    portata 
nella    parte    davanti     del     cappello, 
Queste  croci  erano  di  color  diverso, 
secondo  le  nazioni,  e  i  religiosi  clic 
promulgavano  la  crociata.  Nel  con- 
cilio generale  lateranense  III,  cele- 
brato dal  sommo  Pontefice  Alessan- 
dro III  nel    1179,  i  padri  invitaro- 
no i   principi  a  punire  colle  armi  e 
colla  confisca   de'  beni,  e   persino  a 
ridurre  in  servitìx  le  persone  infette 
di  eresia,  massime  gli   albigesi,    in- 
giungendo a'  vescovi  di  concedere  la 
indulgenza   plenaria  a  chiunque  im- 
pugnasse le  armi  per  tali    imprese. 
Delle  crociate  contro  gli    albigesi  si 
tratta  al  volume   III,    pag.     161,    e 
seg..   e  in  altri     articoli    del  Dizio- 
nario,  la  quelle  crociate  furono   le- 
gati    a    Intere    i    Cardinali    Jacopo 
Guala  Bicchieri,  che  distrusse  dodi- 
ci   mila    albigesi,    Roberto    Curson 
the  ne  sconfìsse   moWi,  e  Simone  di 
Tally  con   l'esercito    capitanato    dal 
prode    Simone    conte    di     IMonfort, 
per    non   dire  di   altri   Cardinali.  Al 
conte  nel   concilio    generale  Latera- 
nrnse  IV,   tenuto   \u'\   i22q  da  Gre- 
gorio IX,    furono    date    in    premio 
Tolosa,  e  le  terre  conquistate  al  con- 
te Raimondo  tenace  sostenitore  de- 
gli  eretici.   Così  alcune   provincie  di 
Raimondo  si  aggiudicarono  al  reame 
di   Francia,  e   la  contea     Venai'^siua 
fu     data     in     perpetuo     alla     santa 
Sede. 


3  UT-  e  no 

Nel  icto.S  Gregorio  TX  pei  gron- 
di torli  fatti  dall'  imperatore  Fede- 
rico II  alla  santa  Sede,  fece  pro- 
mulgare contro  di  lui  la  crociata, 
per  togliergli  la  Puglia,  dominio  della 
Chiesa  Romana,  e  vi  pose  alla  testa 
Giovanni  di  Brienne  ultimo  re  di 
Gerusalemme,  cui  il  predecessore 
Onorio  III,  pel  mantenimento  di 
sua  persona  avea  concesso  il  go- 
verno di  tutto  il  patrimorvio,  che 
aveva  la  Sede  apostolica  da  Radi- 
cofani  sino  a  Roma. 

Alessandro  IV  nel  i?.56  scomu- 
nicfj,  e  colle  armi  de'  crociati  rin- 
tuzzò Ezzelino  IH  da  Romano  , 
chiamato  da  alciuii  nemico  del  ge- 
nere umano.  Ezzelino  capitano  di 
Federico  II  in  Lomhardia,  solo 
lasciò  in  pace  la  Chiesa  e  l'Italia, 
morendo  nel  I25f)  prigioniero  dei 
cremonesi. 

Urbano  IV  nel  19.65  per  oppor- 
si a  Manfredi  usurpatore  del  regno 
di  Sicilia,  che  vessava  l' Italia,  e  le 
terre  delia  Chiesa,  bandì  nelle  città 
cattoliche  la  sagra  guerra,  onde  mol- 
li presero  la  croce;  e  sotto  la  con- 
dotta di  Guido  vescovo  d'  Auxerre, 
e  di  Roberto  figlio  del  conte  di 
Fiandra  i  crociati  disfecero  le  trup- 
pe nemiche. 

Martino  IV  nel  1282  scomunicò 
Pietro  III  d'Aragona  perchè  s'era 
impadronito  del  reame  di  Sicilia, 
nella  famosa  congiura  de' vesperi  si- 
ciliani, concedendo  le  indulgenze  del- 
la crociata  a  quelli  che  contro  di 
lui  combattessero. 

Bonifacio  Vili  spedì  il  Cardinal 
Matteo  di  Acquasparta  legato  apo- 
stolico nella  Romagna,  con  ordine 
di  richiamare  all'ubbidienza  e  di- 
vozione della  Chiesa  Romana  le  cit- 
tà ribelli  ;  e  propose  il  premio  del- 
le indulgenze  a  coloro,  che  avesse- 
ro pi'esa  la     croce,  contro  i     nemi- 


CRO 

«"i.  e   persecutori    del  sommo   Pon- 
tefice. 

Innocenzo  VI,  dimorando  in  A- 
vignone,  nel  i359,  ^''*^**  Ludovico  I 
re  d'  Ungheria  capo  dell'  esercito 
crociato,  contro  i  nemici  della  san(:i 
Sede,  specialmente  contro  Ordeluf- 
fo  signore  di  Forlì,  usurpatore  di 
molte  città. 

Urbano  V  nel  i3G3  intimò  in 
Avignone  una  crociata,  colle  solile 
indulgenze,  contro  Bernabò  Viscon- 
ti, predatore  di  molte  terre  della 
Chiesa  ;  e  la  rinnovò  nel  i368  con- 
tro i  perugini  come  ribelli,  punen- 
do così   le  loi'o  insolenze. 

Urbano  VI  nel  iSB?,  bandì  la 
crociata  contro  Ludovico  d'  Angiò , 
perchè  veniva  in  Italia  con  scssan- 
tamila  francesi  per  deporlo,  e  con- 
quistare il  regno  di  Napoli.  La 
stessa  crociata  pubblicò  contro  Gio- 
vanni re  di  Castiglia,  e  di  Leone, 
fautore  dell'  antipapa  Clemente  VII, 
concedendo  indulgenza  a  quelli  che 
prendessero  le  armi  :  lo  dichiarò 
decaduto  dai  suoi  dominii,  ed  invi- 
tò il  duca  di  Lancaslro  ad  impos- 
sessarsene. 

Bonifacio  IX  nel  i3c)0  pubblicò 
la  crociata  contro  i  sostenitori  del- 
l'antipapa Clemente  VII;  e  poscia 
la  fece  promulgare  contro  Ludovico 
d' Angiò,  e  contro  il  conte  di  Fondi 
Onoralo  Caetani. 

Giovanni  XXIII  nel  i3ii  pub- 
blicò in  quasi  tutti  i  regni  d' Eu- 
ropa la  crociata  contro  Ladislao  re 
di  jVapoli,  e  di  Gerusalemme. 

INIartino  V  nel  1422  indusse 
r  imperatore  Sigismondo,  e  gli  elet- 
tori dell'  impero,  a  promulgare  la 
crociata  contro  gli  eretici  ussiti,  ca- 
po de'  quali  era  Giovanni  Zisca  cie- 
co da  un  occhio,  pei  gravi  danni 
che  co'  suoi  seguaci  cagionavano 
alla    popolazione    boema.    Avendo 


C.V.C) 

Zisca  pordiito  I  allif)  ocrliio  noli  as- 
sedio  del  castello  di  Eal/i,  combat- 
tè anche  dipoi  con  tanto  valore 
contro  ì  crocesignati,  che  colla  sola 
presenza  li  metteva  in  fuga.  Vicino 
a  morire  ordinò  che  le  sue  carni 
fossero  date  in  cibo  agli  uccelli,  e 
della  sua  pelle  si  facesse  un  tam- 
buro, essendo  certo  che  al  di  lui 
suono  sarebbero  fuggiti  i  cattolici. 
Dopo  questa  epoca  le  crociate 
contro  gli  eretici,  i  ribelli,  gli  scisma- 
ticij  gl'invasori  dei  dominii  della 
Chiesa,  e  dei  diritti  della  santa  Sede, 
di  rado  furono  pubblicate  dai  ro- 
mani Pontefici.  Tnttavolta  per  casi, 
e  motivi  simili,  alcune  continuaro- 
no ad  essere  pubblicate  dai  vescovi. 
CROCIFERI,  Crudferi.  Sono  ec- 
clesiastici che  portano  la  croce  in- 
nanzi al  patriarca,  al  primate,  al- 
l' arcivescovo  ec. ,  nelle  sagre  fun- 
zioni, e  cerimonie.  Il  Crocifero  del 
Papa  (Vedi)  è  un  cappellano  se- 
greto cubiculario  pontificio.  Cnici- 
fera  dicesi  quella  colonna  cui  so- 
vrasta la  croce.  1  Cliristiferi  erano 
lo  stesso  che  i  Vexìlliferi,  secondo 
il  Du  Cenge,  perchè  il  nome  di 
Ciisto  era  nelle  bandiere,  e  nei  la- 
bari, da  cui  Io  tolse  Giuliano  l'a- 
postata perciò  rimproverato  da  s. 
Gregorio  Nazianzeno.  Gioviano  peiò 
Te  lo  ristabilì.  I  Crociferi  si  disse- 
ro anche  Criicr'geri,  su  di  che  van- 
no consultati  il  Fivizzani  De  ritu 
ss.  Crucis  praeferendae  ;  e  Saussay, 
de  sacro  rifu  praeferendi  cruceni 
majorihus  praelalis  Eccl.  Questo  uf- 
fizio di  portale  la  croce,  dal  IMorino, 
De  sacr.  Ordinai.-^.  igS,  viene  qua- 
lificato nella  chiesa  greca  maximae 
dìgnitatis,  perchè  il  crocifero  sedeva 
immediatamente  dopo  i  vescovi.  IMa 
il  Macri,  nella  Nat.  de'vocab.  eccl. 
alla  parola  Crucigenis,  dice  signi- 
ficare Crucesignaius  :  e  che  il  Cru- 


CRO  Z(r, 

cìgcro  eia  una  dignità  ecclesiastica 
tra  i  greci,  che  portava  nel  cap- 
pello una  cioce  di  velluto,  la  quale 
si  stendeva  da  una  punta  della  falda 
sino  all'altra  estremità  con  vari 
colori,  secontlo  i  gradi.  JNella  chiesa 
poi  gerosolimitana,  lo  Staurophylax 
era  una  dignità  ecclesiastica,  cIk; 
custodiva  il  ss.  legno  della  vera 
croce.  Antichissimo  è  l' uffizio  del 
Crocifero,  ed  il  Rinaldi  ne  porla 
l'esempio  all'anno  ii36,  dei  suoi 
Annali. 

CROCIFERI.  F.  MimsTEi  dkgi  i 
INFERMI,  congregazione  di  chierici 
regolari. 

CR^OCIFERI    ORDINI    BF.LIGIOST.  Yi 

furono  varii  Ordini  regolari,  che  eb- 
bero il  nome  di  Crociferi,  de'quali  i 
più  conosciuti  sono,  i  Crociferi  d'I- 
talia,  i  Crociferi  di  Siria,  i  Croci- 
feri di  Boemia,  i  Crociferi  di  Fian- 
dra, i  Crociferi  di  Francia,  e  i  Cro- 
ciferi di  Portogallo.  Di  tutti  questi 
Ordini  religiosi  Crociferi  riportere- 
mo i  seguenti  cenni. 

Crociferi   cV  Italia. 

I  religiosi  crociferi  d' Italia,  così 
chiamati  dal  portare  sempre  una 
croce  di  legno,  di  argento,  o  di 
ferro  in  mano,  da  alcuni  scrittori  si 
fecero  derivare  da  s.  Cleto,  terzo 
Pontefice  romano,  creato  nell' anno 
80.  Ciò  viene  negato  dai  critici, 
che  assegnano  la  loro  origine  sotto 
il  pontificato  di  Alessandro  III  nel 
XII  secolo.  F.  perciò  il  Papebro- 
chio,  in  Conatii  Chron.j  hist.  ad 
Catal.  Rom.  Pontif  de  s.  Cleto  n, 
4,  et  in  Respons.  ad  exhibit  error. 
in  act.  ss.  Bollnndianis  vindicati? 
§  IO,  num.  97,  5  I  I  n.  24,  nou 
che  il  padre  Zaccaria  ne' suoi  Exc. 
Literarii  cap.  4?  ^  il  P-  Heliot,  nel- 
V  Histoire  des  Ordres  nionasliques  re- 


,104  ^Tìo 

ligicìix  eie.  Va  pino  letto  il  p.  Ijo- 
iianni  Ciilalngn  degli  Ordini  religiosi 
p.  70,  che  ne  tratta,  e  ce  ne  dà 
la  figura.  Urbano  III  confermò  le 
loro  costituzioni  nel  1187,  stando 
in  Verona,  colla  bolla  Ciun  anlc- 
cessor.  Bull.  Rotn.  t.  HIj  par.  I,  pag. 
"5 il,  diretta  al  priore  de' crociferi 
dell'  ospedale  di  Bologna,  giacché 
erano  canonici  regolari  ed  ospitalie- 
ri segnaci  della  regola  di  s.  Agosti- 
no. Altrettanto  fece  Innocenzo  III, 
il  rpiale  ad  essi  concesse  grazie  e  pri- 
vilegi. Il  Covmno,  Eccl.venet.  decad. 
11  p.  173,  riporta  una  carta  del 
I  F70,  in  cui  la  loro  chiesa  di  Vene- 
zia viene  chiamata,  B.  ìllariae  de 
Criiriariis  honae  mcmoriac  Cle- 
ti. 11  Garampi  dice  che  fra  le  car- 
te dell'archivio  Belmonle  una  ve 
ne  ha  del  11 64,  da  cui  si  ricava 
che  furono  introdotti  in  Rimini  si- 
no dalla  loro  origine,  ed  Innocen- 
zo 111,  nel  1204,  diresse  loro  una 
lettera.  Innocenzo  IV  in  mi  privi- 
legio spedilo  a'  18  dicembre  i243 
confermò  all'ospedale  di  s.  Maria 
de  crociferi  di  Bologna,  che  fu  ca- 
po di  tutto  l'Ordine,  Hospìtale  .<;. 
Marine  Magdalcnae  de  A  ri  mino. 
Questi  frati  erano  divino  et  jjaiipe^ 
rum  ohsequio  mancipati ,  come  di- 
chiarò lo  slesso  Innocenzo  lY.  I 
crociferi  d'Italia  ebbero  cinque  pro- 
"vincie,  cioè  Bologna,  Venezia,  Ro- 
ma, IMilano,  e  Napoli. 

Il  Pontefice  Pio  II  nel  i4^o  nel 
concilio  di  ^lanlova  prescrisse  a 
tpiesti  crociferi  di  vestire  con  veste 
di  colore  ceruleo,  mentre  per  l'ad- 
dietro  1'  avevano  usala  di  colo- 
re cinerino,  o  di  altro  colore  a 
loro  arbitrio,  e  comandò  loro  inol- 
tre che  sempre  portassero  in  mano 
tuia  croce  di  argento.  Qual  fosse 
il  loro  abito  può  vedersi  nel  Bian- 
colmi,  Notizie  isteriche    della  chie- 


r.BO 

sa  di  T'eroucu  t.  HI  p.  ^1 .  S.  Pio 
\  li  riforuìò  verso  l'anno  1 568  c(j1- 
la  bolla  Nihil  in  Ecclesia j  data  a'^j 
aprile,  diesi  legge  nel  citato  Bull. 
nel  tomo  IV  par.  Ili  pag.  11;  e 
Gregorio  XIV  nel  i5qi  confermò 
i  loro  piivilegi  agli  i  i  luglio,  me- 
diante il  disposto  della  bolla  Ro- 
manus  Pontifex  presso  il  Bidl.  t. 
V,  part.  II  pag.  284.  Ma  Alessan- 
dro VII,  trovando  che  questi  frati 
erano  stati  ridotti  da  Innocenzo  X 
in  soli  quattro  monisteri,  eh  erano 
abitati  da  pochi  religiosi,  e  questi 
avevano  tralignato  dal  loro  primi- 
tivo spirito,  ed  osservanza  religio- 
sa, deliberò  di  sopprimere  ed  aboli- 
re l'Ordine,  ciò  ch'esegui  coll'auto- 
rità  dell'apostolico  breve:  f  incanì 
/)omiiii,  d.ito  a' 28  aprile  i  (V)6  , 
Bull.  Boni.  tom.  VI,  par.  IV  p. 
lor,  riserbando  a  sé  l'applicazione 
de  loro  beni  in  opere  pie,  coU'as- 
scgnare  quaranta  scudi  romani  an- 
nui   a    ciascuno   de'  sacerdoti,    che 

restassero    al    secolo    sotto   la    "iu- 

o 

risdizione  del  rispettivo  Ordinario, 
e  donando  al  capitolo  di  Siena  il 
priorato  di  s.  INIaria  del  3Iurello 
fuori  della  città.  Quindi  alla  re- 
pubblica di  Venezia,  ch'era  in  guer- 
ra coi  turchi,  assegnò  que'beni  che 
i  crociferi  avevano  ne'suoi  dominii, 
e  che  alienò  il  nunzio  Carlo  Caraf- 
fa per  ottocentomila  ducati,  com- 
preso però  il  ritratto  da' beni  dei 
canonici  di  s.  Spiiito  pur  soppres- 
si. Dei  crociferi  d'Italia  scrissero 
le  notizie  Silvestro  iNIaurolico,  Gi- 
rolamo Piatti,  Pietro  Morigia,  Azo- 
rio  e  Sabellico. 

Crocìferi  di  Siria. 

Gl'istorici  che  parlarono  dell'Or- 
dine de'  crociferi  fioriti  nella  Siria 
sembrano    adottare    l'  opinione    di 


CRO  CKO  3o" 
quelli,  i  quali  asserirono,  avere  avu-  nisfcri  svil  Meuze,  sul  Reno,  in 
lo  origine  i  crociferi  dal  patriarca  Francia,  e  in  Ingliijterra.  La  casa 
di  Gerusalemme  Macario,  o  Ciriaco,  principale  fu  quella  di  Huy  nel 
il  quale  dopo  avere  scoperto  a  s.  paese  di  Liegi,  residenza  del  gene- 
Elena  il  luogo  ove  nel  monte  Cai-  rale,  il  quale  usava  mitra,  pasto- 
vario  era  sotterrata  la  vera  croce  in  rale,  rocchetto,  croce  pettorale,  ec. 
cui  morì  Gesù  Cristo,  istituì  que-  conferiva  gli  ordini  minori  a'  suoi 
sti  religiosi ,  portanti  sempre  in  religiosi,  e  godeva  altre  prerogati- 
mano  una  croce,  alle  cui  tre  estre-  ve.  I  religiosi  vestivano  di  bianco 
mitìi  superiori  ,  eranvi  altrettan-  con  cappuccio,  mezzetta,  e  scapo- 
le piccole  croci  .  Diversificavano  lare  nero:  sulla  mezzetta  porta- 
questi  crociferi  da  quelli  d'  Ita-  vano  la  croce  bianca,  e  rossa,  e 
lia  anche  per  l'abito  che  portava-  quella  assumevano  sempre  in  coro, 
no  di  color  nero,  con  il  cappuc-  seguendo  la  regola  di  s.  Agostino, 
ciò  simile  a  quello  de'monaci.  Le  cui  nel  1248  diede  loro  l'arcive- 
nianiche  della  tonaca  erano  angu-  scovo  di  Liegi  Enrico  per  ordine 
ste,  né  più  lunghe  del  polso.  Però  del  Pontefice  Innocenzo  IV.  Il  loro 
questa  congregazione  poco  a  poco  abito  provò  molte  variazioni  anche 
si  disciolse.  Dice  il  p.  Bonanni,  il  per  volere  di  Clemente  Vili.  Fe- 
quale nel  suo  Crtto/og'o  parla  di  questi  ce  menzione  di  questi  crociferi  Re- 
religiosi dandocene  la  figura,  che  nato  Chioppino,  lib.  1  tit.  3,  par. 
però  nell'oriente  rimangono  alcuni  iG,  e  di  essi  pur  scrisse  Gabriele 
eremiti,  i  quali  derivarono  dai  ero-  Pennotto  nel  lilu'o  2  i\e\V  Istoria 
ciferi  di  Siria,  e  portano  in  ma-  Tripartita.  V.  la  bolla  di  Benedetto 
no,  o  appesa  al  petto  una  croce,  Xll  In  qua  concedit  priori  generali 
cui  fanno  baciare  ai  divoti  per  ri-  dicti  ordinis,  uli  possit  corrigere 
cevere  qualche  limosina.  Essi  vivo-  canonicoSj  et  converso^.  Abbiamo 
no  senza  regola,  e  sono  soggetti  ai  da  Pietro  Verdue,  Vita  del  padre 
vescovi.  Teodoro  di  Celles,  Perigueux   1 68  r . 

Il  p.   Bonanni   ne  scrisse  le  notizie. 
Crociferi  del   Belgio,    di  Fiandra^  e  ne  riportò    la  figura    a    pag.  72 
e  di  Francia.  del  suo  catalogo    degli    ordini    re- 
ligiosi. 
Questi  crociferi,  o  canonici  rego- 
lari della  santa  croce,  furono    isti-  Crociferi  di  Boemia,  e  di  Polonia. 
tuiti  nei  Paesi  bassi  dal  beato  Teo- 
doro di  Celles,  discendente  dai   du-  I  crociferi,    o  porta    croce  colla 
chi  di  Bretagna,  e  figlio  del  baro-  stella  nel  regno  di   Boemia,  fm-ono 
ne  di    Celles,   e    canonico  di  Liegi,  fondati    nel    i234    in  Praga     dalla 
nel   121 1,  dopo  il  suo    ritorno   da  beata  Agnese,  figlia  di  Primislao  o 
Terra  santa,    ove  era  andato   ero-  Ottocario  I  re  di  Boemia,  che  si  fe- 
ciato  nel   1 1 88,  ed    ove  aveva  ve-  ce  monaca    francescana    dopo  aver 
duto  i  crociferi.  Fece   egli   pel  pri-  fondato  in  detta  città  un  ospedale, 
mo  la  professione    nelle    mani  del  che    diede    a    questi    religiosi.    Essi 
vescovo,  a' r 4  settembre,  giorno  sa-  ebbero  due  generali,  uno  in  Praga 
ero  alla  esaltazione  della  santa  croce,  cui    obbediva  una  parte  dei  crocr- 
Egli  col  suo    zelo  stabilì    vari  mo-  feri,  l'altro  in  Breslavia,    cui    era- 
voi.   xvui.  20 


3o6  CRO 

no  soggetti  in  parte  i  crociferi  di 
Boemia,  e  tutti  i  crociferi  di  Po- 
Ionia,  e  Lituania.  V.  Benedetto 
Leoni,  Origine  e  fondazione  dell'or- 
dine de'  crocìferi,  Venezia  i  Spg. 
Il  Fontano  parla  de' religiosi  croci- 
feri della  nave  stabiliti  in  Boemia 
nel  i4oo,  i  quali  portavano  il  se- 
gno della  nave  sul  fianco  sinistro, 
come  si  legge  nella  sua  Boheniia 
sacra. 

Crociferi  di  Portogallo. 

Erano  religiosi,  che  nel  regno  di 
Portogallo,  e  principalmente  in  E- 
vora  avevano  un  celebre  moniste- 
ro.  La  veste  nel  colore  non  diffe- 
riva da  quella  degli  altri  crociferi, 
meno  qualche  diversità  nel  cappuc- 
cio, ch'era  tondo  ed  angusto,  ed 
unito  alla  mozzetta:  fuori  del  mo- 
nistero  usavano  mantello  lunijo. 
Fiorirono  in  questa  congregazione 
uomini  insigni  per  santità  e  dottri- 
na, avendo  molti  di  essi  sparso  il 
sangue  per  la  fede  cristiana.  Odoar- 
do  Fialetti  espresse  il  loro  abito 
nel  suo  Catalogo,  come  si  trova 
anche  disegnato  nel  libro  delle  Re- 
ligioni, stampato  nel  1688  in  Am- 
sterdam al  num.  64-  Anche  il  p. 
Bonanni  ne  parla,  e  ci  diede  la 
loro  figura  a  pag.  7 3  del  suo  Ca- 
talogo. V.  Herman,  Storia  dello 
siahilimcnto  degli  ordini  religiosi, 
tom.  II,  cap.  4o. 

CROCIFERO  DEL  Papa.  Cubi- 
culario pontificio,  ossia  intimo  fa- 
migliare del  Papa,  come  secondo 
cappellano  segreto,  che  il  precede 
colla  croce.  Sulle  sue  prerogative, 
abito,  onorario,  e  su  quanto  riguar- 
da questo  cubiculario,  che  veste 
l'abito  di  mantcllone  paonazzo,  ed 
ha  il  titolo  di  monsignore,  e  resi- 
denza nel  palazzo  apostolico,  si  leg- 


CRO 

ga  l'articolo  Cappellani  segreti. 
massime  le  pag.  106,  107,  109, 
Ilo  del  voi.  Vili  del  Dizionario. 
ove  pur  si  dice  dell'esercizio  di  s"i 
onorevole  uffizio .  Supplisce  egli 
neir  assenza,  o  impotenza  di  mon- 
signor cappellano  segreto  caudata- 
rio. V.  Croce  pontificia  e  Croci- 
feri. Dei  sette  suddiaconi  basilica- 
ri,  o  palatini,  che  anticamente  por- 
tavano la  croce  avanti  al  Papa,  si 
tratta  all'articolo  Diaconie  Cardi- 
nalizie [Vedi),  cioè  al  paragrafo  se- 
condo. Anticamente  il  crocifero  del 
Papa  era  un  suddiacono,  ed  anco 
un  diacono  apostolico.  Quando  il 
Papa  assume  gli  abiti  sagri  per  ce- 
lebrare il  solenne  pontificale,  l'ulti- 
mo uditore  di  rota,  come  suddia- 
cono apostolico,  porta  la  croce,  ve- 
stito de' sagri  paramenti.  Nicolò  V 
nel  144?  fece  suo  segretario,  e 
suddiacono  apostolico  Enea  Silvio 
Piccolomini,  e  nella  sua  coronazio- 
ne ordinò,  che  gli  portasse  la  croce 
avanti.  Calisto  III,  suo  successore, 
creò  il  Piccolomini  Cardinale,  che  in 
sua  morte  divenne  Pontefice  col 
nome  di  Pio  II.  Va  notato,  che 
quando  il  Papa  in  mozzetta  e  sto- 
la, segue  o  va  alla  testa  del  sagro 
collegio  de'  Cardinali,  allora  il  pre- 
lato uditore  di  rota  in  rocchetto 
e  mantelletta  porta  innanzi  la  cro- 
ce papale.  Quando  poi  il  Pontefice 
assume  la  mitra  e  il  piviale  per 
compartire  in  qualche  chiesa  la 
benedizione  col  ss.  Sacramento , 
monsignor  crocifero  sulla  sottana 
paonazza  assume  la  cotta,  e  porta 
la  croce. 

Avverte  il  Moretti,  De  ritti  dan- 
di  preshyterium,  pag.  807,  che  gli 
stauroferi  o  crociferi  non  apparte- 
nevano alla  pontificia  scuola  della 
croce,  della  quale  si  parlò  all'arti- 
colo  Croce  vera  0  reliquia  {Fedi), 


CRO 
e  riporta  un  analogo  esempio,  cioè 
come  fu  incontrato  l'imperatore 
Enrico  V,  quando  ne'primi  del  se- 
colo XII  si  recò  in  Roma.  Anti- 
camente la  croce  che  si  portava  in- 
nanzi al  Papa,  quando  andava  in 
qualche  chiesa  a  celebrare  le  sagre 
funzioni,  era  la  croce  stazionale. 
Nelle  cavalcate  dei  possessi  del  Papa, 
il  crocifero  incedeva  nella  cavalcata, 
avente  a  fianco  due  maestri  ostia- 
ri  virga  rubta,  i  quali  ancora  in- 
cedevano a  cavallo.  Tali  sono  le 
testimonianze,  che  riporta  il  Cancel- 
lieri nei  possessi  di  Gregorio  XIV 
nel  logo,  in  cui  il  crocifero  mon- 
signor Taddei  era  in  mezzo  di  due 
offìciali  virga  rubea,  vestiti  di  pao- 
nazzo ;  in  quello  di  Leone  XI  nel 
i6o5  incedeva  il  crocifero  dopo  il 
governatore  di  Roma,  fra  le  virgae 
riibeae,  e  i  mazzieri;  e  in  quello  di 
Innocenzo  X  nel  i644  il  medesi- 
mo crocifero  portò  la  croce  in  asta. 
Sebbene  ora  non  vi  sieno  più  le 
cavalcate  ,  quando  il  Pontefice 
procede  in  qualche  luogo  in  forma 
pubblica,  e  col  treno  nobile,  sem- 
pre il  crocifero  porta  la  croce 
pontificia  a  cavallo  della  mula  bian- 
ca, la  quale  gli  viene  addestrata 
dal  cavallerizzo  d' opera  che  cam- 
mina al  suo  fianco,  coU'uniforme 
propria  del  suo  uffizio.  Ma  di  tut- 
tociò  che  riguarda  quanto  spetta 
al  crocifero  nelle  funzioni^  cui  ce- 
lebra, od  assiste  il  sommo  Ponte- 
fice, ai  rispettivi  luoghi  se  ne  tratta 
all'articolo  Cappelle  Pordijicie  (  Vedi). 
Ecco  quanto  in  proposito  si  leg- 
ge nel  Bonanni,  Gerarchia  eccle- 
siastica pag.  377:  "  Si  porta  dun- 
"  que  la  croce  pontificia  elevata 
»  sopra  un'  asta  di  circa  palmi  die- 
»  ci  alta,  con  l' immagine  del  Cro- 
»  ce  fisso  {Vedi)  sempre  rivolta  ver- 
"   «o  il  Papa,  da  un  cappellano  pon- 


CRO  3o7 

'»  tificio  con  capo  scoperto  qualun- 
«  que  volta  il  Pontefice  cammina 
«  in  pubblico,  ovvero  è  portata 
"  sopra  le  spalle  da'  parafrenieri 
"  (ciò  che  ora  non  si  fa).  Quando 
"  però  il  Papa  è  portato  per  le 
"  pubbliche  strade  in  carrozza,  ov- 
*♦  vero  in  sedia  (come  si  costuma- 
«  va  prima),  si  porta  la  croce  dal 
»  cappellano  a  cavallo  con  la  ma- 
ss no  destra,  e  con  il  capo  coperto, 
«  mentre  con  la  sinistra  governa 
«  le  redini  del  cavallo,  che  lo  sos- 
M   tiene  ". 

«  Nelle  sagre  e  pubbliche  fun- 
»  zioni,  quando  il  Pontefice  com- 
"  parisce  vestito  degli  abiti  sagri , 
"  la  croce  si  porta  da  un  uditore 
»  di  rota,  cioè  1'  ultimo  di  essi  ve- 
»  stito  con  mantellone,  e  col  cap- 
"  puccio  paonazzo.  La  porta  egli 
«  a  cavallo  nelle  pubbliche,  e  so- 
«  lenni  cavalcate  del  medesimo  Pon- 
»  tefice.  Devono  però  eccettuarsi  li 
"  tre  giorni  della  settimana  santa, 
«  quando  si  trasferisce  alla  cappel- 
-V  la  palatina  per  assistere  agli  of- 
«  fici  divini  con  il  collegio  de'Car- 
5'  dinali,  poiché  in  tal  tempo  ve- 
«  stlto  in  abito  di  duolo,  e  mesti- 
w   zia,  non  è  preceduto  dalla  croce  ". 

CRO DEG ANCO  (s.),  vescovo  di 
Metz.  Di  nobile  e  ricca  famiglia 
nel  Bi'abante  trasse  i  natali  il  no- 
stro santo,  e  così  seppe  addestrarsi 
sin  da  fanciullo  neh'  esercizio  delle 
cristiane  virtù ,  che  fatto  adulto, 
comechè  per  ragione  di  ufficio  do- 
vesse vivere  continuamente  alla  cor- 
te, era  da  tutti  riverito  siccome 
uomo  di  eminente  santità.  Morto 
Carlo  Martello,  di  cui  era  primo 
ministro,  fu  creato  vescovo  di  Metz, 
ma  Pipino,  figlio  e  successore  a 
Carlo,  non  acconsentì  che  abban- 
donasse per  questo  la  carica  di  mi- 
nistro di  fitato,  e  qui  fu  dove  Cro- 


3o8  CRO 

degango  si  mostrò  mirabile  al  som- 
mo, acco[)piando  con  rara  bravura 
i  doveri,  che  gì' imponeva  la  Chie- 
sa, con  quelli  ch'erano  voluti  dallo 
sfato.  Né  le  moltiplici  occupazioni 
valsero  a  toglierlo  dalle  sue  prati- 
che di  pietà,  che  anzi  gran  parte 
del  giorno  e  della  notte  egli  spen- 
deva nella  meditazione  delle  cose 
divine,  e  nella  asprezza  del  corpo. 
Fu  onorato  dal  re  Pipino  di  dop- 
pia legazione;  la  prima  volta  a  Pa- 
pa Stefano  II  detto  III  invitandolo 
a  trasferirsi  in  Francia  per  liberar- 
si dalla  oppressione  dei  longobardi, 
e  la  seconda,  nel  754,  ad  Astolfo, 
re  dei  longobardi,  afllnchè  finisse 
dal  più  conturbare  la  pace  della 
santa    Chiesa. 

Restituito  alla  sua  diocesi,  fu  tutto 
zelante  nel  ristabilirvi  la  disciplina 
da  lunghi  anni  scaduta,  ed  ebbe  la 
consolazione  di  vedere  in  quella  fra 
poco  rifiorita  la  pietà.  L'anno  7,55, 
del  suo  capitolo  canonicale  fece  una 
comunità  di  regolari,  instituendo 
egli  stesso  una  regola  di  molta  sa- 
viezza in  trenta  quattro  articoli,  nel 
che  fu  da  parecchie  altre  chiese 
imitato.  Per  cura  di  lui  furono 
fabbricati  e  dotati  li  monisteri  di 
s.  Pietro,  di  Gorze,  e  di  Lorsh,  o 
Laurishan,  questo  ultimo  nella  dio- 
cesi di  Worms.  Una  santa  morte 
avvenuta  a'  d'i  6  di  marzo  del  766, 
coronò  tante  opere  e  tanti  meriti: 
ebbe  sepoltura  nel  monistero  di 
Gorze,  da  lui  beneficato  anche  per 
testamento,  e  la  sua  memoria  è 
onorata  nei  martirologi  di  Francia, 
di   Alemagna  e  dei  Paesi-Rassi. 

CROIS  o  CROY  Guglielmo,  Car- 
dinale. Guglielmo  Crois,  nato  nelle 
Fiandre  nel  1498  da  nobili  genitori, 
nel  1 5 1 6  sotto  Leone  X  divenne  arci- 
vescovo di  Cambray,  chiesa  cui  ri- 
nunziò al  fratello  Roberto,  perchè 


CRO 

Carlo  V  lo  fece  canee!! 'ere  di  Ca- 
stiglia;  quindi  nel  primo  aprile  i5i7 
lo  stesso  Leone  X  lo  creò  Cardinal 
diacono  di  s.  Maria  in  Aquiro,  e 
amministratore  della  chiesa  di  To- 
ledo con  la  sola  metà  delle  ren- 
dite della  stessa.  Mentre  era  al- 
la dieta  di  Vorraazia,  andato  alla 
caccia,  una  precipitosa  caduta  da 
cavallo  lo  condusse  alla  tomba  in 
detta  città  nel  1 52  i  di  ventitre  an- 
ni e  quattro  di  cardinalato  ;  le  sue 
ossa  portate  nelle  Fiandre,  riposa- 
no a  Lovanio  nel  monistex'o  dei 
celestini,  detto  di  Haredo,  ove  a 
memoria  di  lui  sorge  uno  splendi- 
do monumento. 

CROIA,  o  Croya.  Città  vescovi- 
le della  Turchia  europea,  capoluo- 
go di  sangiacato,  sorge  sopra  una 
collina,  e  fu  già  capitale  dell'Alba- 
nia, sull'Issana.  Venne  chiamata 
Antigonia,  ed  Eribea,  ed  era  città 
fortissima.  Ha  un  castello  fortifica- 
to, ed  il  celebre  Giorgio  Castriota, 
conosciuto  sotto  il  nome  di  Scan- 
derberg,  vi  ebbe  i  natali.  Fu  capi- 
tale de'  suoi  stati,  e  battè  presso  le 
mura  più  volte  i  turchi.  Maomet- 
to II,  imperatore  de'  turchi,  la  pre- 
se nel  i477  dopo  la  morte  dell'e- 
roe Scanderberg,  e  d'allora  in  poi 
restò  sotto  il  dominio  della  Porta 
ottomana.  Non  è  lontana  che  ven- 
ticinque miglia  dal  mare  Adriatico, 
e  trentacinque  da  Durazzo.  Ha  più 
di  sei  mila  abitanti.  V.  Albania. 
Nel  nono  secolo  vi  fu  istituita  la 
sede  vescovile,  sotto  la  metropoli 
di  Durazzo,  e  nell'  esarcato  di  Ma- 
cedonia ;  ma  cessò  di  esser  seggio 
vescovile,  quando  i  turchi  s'impa- 
dronirono della  città.  La  sua  dio- 
cesi è  divisa  fra  quelle  di  Durazzo, 
ed  Alessio  {Vedi).  I  turchi  la  chia- 
mano  Ak-Hissar. 

CROMAZIO  (s.).  Sotto  il  regno 


CRO 
di  Carino,  e  nei  piinii  cinque  an- 
ni di  Diocleziano,  Agrestio  Croma- 
zio  sostenne  la  carica  di  vicario  ilei 
prefetto  di  Piotua.  Accusato  s.  Tran- 
quillino di  essere  cristiano,  fu  con- 
dotto dinanzi  a  lui  che  lo  rimpro- 
verò di  aver  seguito  una  lai  reli- 
gione. Fra  le  cose,  che  Tranquilli- 
no rispose,  assicurò  il  giudice,  che 
essendo  egli  stato  soggetto  alla  got- 
ta per  molto  tempo,  era  stato,  per 
lo  battesimo  ricevuto,  in  fino  allo- 
ra perfettamente  guarito.  La  Prov- 
videnza, che  volea  salvo  Cromazio, 
fece  sì,  che  non  molto  appresso  fosse 
colpito  lo  stesso  con  la  medesima 
malattia,  e  ricordevole  di  quanto 
avea  inteso  da  Tranquillino,  man- 
dò in  cerca  del  sacerdote  Policarpo, 
che  avea  amministrato  il  battesimo 
a  Tranquillino,  pregandolo  di  con- 
ferirgli il  medesimo  sacramento. 
Appena  Cromazio  fu  battezzato, 
che  si  sentì  sufi'  istante  guarito. 
D'  allora  in  poi  la  casa  sua  diven- 
ne l'asilo  dei  cristiani,  che  ripara- 
vano dal  furore  degli  idolatri.  Ri- 
nunziò all'  incarico,  che  sosteneva 
prima  della  sua  conversione,  e  mo- 
rì in  campagna,  ove  erasi  ritirato, 
nella  pratica  di  tutte  le  cristiane 
virtù.  I  martirologi  più  antichi  ne 
fanno  menzione,  assegnando  la  sua 
festa  a'  dì    1 1   agosto. 

CROiSTCA  ,  o  Cronaca  (  Chro- 
nica).  Storia  secondo  l'ordine  dei 
tempi ,  nella  quale  si  descrivono 
gli  avvenimenti  in  un  modo  suc- 
cinto ,  a  seconda  delle  epoche  in 
cui  accaddero  ,  o  si  riferiscono. 
Si  dà  il  nome  di  Croniche  ai  due 
libri  dei  Paralipomeni,  e  gli  ebrei 
hanno  sette  croniche ,  o  libri  sto- 
rici {chronìci  libri),  poco  corretti, 
e  forse  moderni.  Vuoisi  che  Giulio 
Africano  sia  stalo  il  primo  scritto- 
re  tristiauo,    che    abbia    compilato 


CRO  3o9 

una  cronica.  Dopo  di  lui  abbiamo 
quelle  di  Eusebio,  e  degli  altri  ero- 
nicisti.  Gli  annali  furono  pure  ap- 
pellati  croniche. 

E  qui  non  dee  tacersi  essere  noi 
grandemente  debitori  ai  monaci  dei 
bassi  tempi,  i  quali  colle  loro  cro- 
nache ci  conservarono  i  più  bei 
frammenti  della  storia  de'  loro  tem- 
pi sì  sacra  che  profana,  senza  i 
quali  la  storia  del  medio  evo  pre- 
senterebbe delle  lagune.  Né  deve 
poi  credersi  a  C  F.  Volney ,  il 
quale  fra  tanti  suoi  errori  sparsi 
nella  storia  di  Samuele,  vorrebbe 
detrarre  ai  libri  di  Mosè  tutta  l'au- 
torità dicendoli  un'  opera  tardiva  , 
line  compGsition  tardii'e  appunto 
perchè  non  hanno  la  forma  di  cro- 
naca. Imperocché  la  cronaca,  quan- 
tunque sia  usata  dagli  antichi,  non 
é  però  il  primo  metodo  adottato 
dagli  uomini  per  tramandale  ai  po- 
steri la  notizia  dei  fatti,  essendo  il 
primo  metodo  la  tradizione  da  pa- 
dre in  figlio,  e  così  successivamen- 
te, per  cui  dopo  le  più  sincere  tra- 
dizioni potevasi  però  scrivere  una 
storia  senza  che  avesse  la  forma  di 
cronaca. 

CRONIONE  (s.).  L'imperatore 
Decio  con  un  suo  spaventevole  e- 
ditto  ebbe  a  riempiere  di  timore  i 
cristiani,  che  vivevano  in  Alessan- 
dria, ed  a  cagione  di  questo  non 
tutti  si  mantennero  fedeli  al  loro 
dovere  di  cristiani.  Cronione  però 
costante  nella  fede  che  professava , 
non  si  curò  delle  minaccie,  e  corag- 
gioso si  offerse  al  sacrifizio.  Lega- 
to egli  sopra  un  cammello  in  com- 
pagnia di  altro  generoso  atleta,  si 
lasciò  condurre  per  le  contrade  di 
Alessandria ,  esponendosi  alle  risa 
del  popolo:  poscia  battuto  crudel- 
mente, fu  alla  fine  gittato  nel  fuo- 
co, nel  quale  consumò    il    suo    sa- 


3io  CRO 

grifizio.  Il  martirologio  romano  ri- 
porta la  sua  memoria  nel  di  27 
febbraio. 

CRONOLOGI  A, Chronologia.  De- 
scrìplio  temporum,  rationarum  lein- 
porum.    Questa    parola     viene    dal 
greco,  tempo  e  discorso.  La  crono- 
logia è    propriamente    la  storia,  la 
scienza,    o    la    dottrina    dei    tempi 
passati,  e  delle  epoche.  JL  suo  par- 
ticolare studio  di  ordinare  la  serie 
dei  tempi,  e  delle  epoche,    e    nota 
i  giorni,  e  gli  anni  in  cui  sono  suc- 
ceduti gli  avvenimenti  principali  s\ 
sacri  che  profani.   La  cronologia  ha 
le  sue  dilìlcoltà,    e  le  sue  incertez- 
ze, ma  ha  pure  le  sue    regole  e  i 
suoi    fondamenti.    Sulla    cronologia 
della  storia  sagra,  veggasi  il  Bergier, 
e   sulla    storia    universale   sagra    e 
profana  ,    ecclesiastica,    e  civile,    il 
discorso    preliminare  sopra  la  ma- 
niera di  studiare  compendiosamen- 
te, nelle  tavolelle  cronologiche  del- 
l'abbate Lenglet  Dufresnoy.  Questo 
insigne  scrittore  ci  dice  che  la  ma- 
niera piìi  antica  di  scrivere,  e  per 
conseguenza,  di  studiare  la  storia  è 
stata  la  compilazione   degli    annali, 
ne'quali  si  registravano  le  cose  sem- 
plicemente   coli'  ordine    del    tempo 
in    cui     erano    accadute     (   V.    la 
osservazione    posta    nell'antecedente 
articolo,  contro    C.  F.    Volney  ),  e 
bastava   allora    per  distinguere    un 
qualche  fatto  di    fissarlo  alle  circo- 
stanze del  luogo,  o  del  tempo,  che  lo 
avevano  accompagnato.  Questa  ma- 
niera semplice  di  comporre  le  sto- 
rie   corrispondente  al    carattere  di 
que'primi  scrittori  ci  ha  conservati 
i    più    antichi    tempi    di    tutte    le 
storie  generali,  e  particolari,    come 
ancora    le    origini     della     maggior 
parte  de'popoli.  Aggiunge  lo  stesso 
Lenglet,  che  i  più  celebri  cronolo- 
gisti    antichi   sono    Giulio    Africa- 


CRO 
no,  Eusebio  di  Cesarea,  Giorgio 
Sincello,  e  Giovanni  Antiocheno; 
e  fra  i  moderni  i  più  rinomati  so- 
no Nicolò  Yignier,  il  p.  Dionisio 
Petavio,  Giovanni  Cluvier,  Set  Cal- 
visio,  Iacopo  Usserio,  Edoardo  Sim- 
son,  Giovanni  Marsham,  e  i  pp. 
Filippo  Labbé,  e  Briet.  Da  ultimo 
nel  17,50  si  pubblicò  in  Parigi  Vart 
de  verijìer  les  dates  des  faits  histo- 
riques  des  charteSj  des  chroniques^ 
et  autres  anciens  momimens  depuis 
la  naissance  de  Notre  Seigneur  ec, 
opera  che  quantunque  sia  a  nome 
dei  benedettini  detti  Mauriiii,  ha 
per  autore  d.  Mauro  d'Antine,  e 
per  continuatori  d.  Orsino  Durand, 
e  Carlo  Clemencet,  tutti  benedettini 
della  congregazione  di  s.  Mauro. 
In  Venezia  poi  nel  iBig  s'incomin- 
ciò a  pubblicarne  in  italiano  la 
traduzione  sotto  il  titolo  :  L' arte 
di  verificare  le  date  dei  fatti  sto- 
rici, iscrizioni^  cronache  ed  altri 
antichi  monumenti  innanzi  V  era 
volgare. 

CRONOLOGIA  de'Romani  Po?!- 
tefici.  Con  somma  diligenza,  fatica 
ed  accuratezza,  moltissimi  valenti 
scrittori  trattarono  la  cronologia  dei 
sommi  Pontefici  col  numerarli  dot- 
tamente dal  principio  della  Chiesa 
fino  a'  nostri  giorni.  Meritano  su  di 
ciò  particolar  lode  l'annalista  Baro- 
nio,  il  Bianchini,  il  Ciacconio,  il 
Constant,  il  Dodwello,  l'Enschenio 
i  due  fratelli  Pagi,  il  Papebrochio,  il 
Pearson,  l'annalista  Rinaldi,  il  San- 
dini, lo  Schelstrate,  il  Tillemont,  il 
Burio,  il  IMarangoni,  il  Novaes,  ed 
altri  storici.  Ad  onta  però  dell'im- 
proba fatica  di  questi  celebri  e  be- 
nemeriti scrittori,  veri  luminari  di 
siffatto  interessante  argomento,  non 
che  di  altri  dotti  cronologisti,  non 
vi  è  fra  loro  uniformità  nella  cri- 
tica, e  nella    storia,    tanto    intorno 


CRO 
all'epoca  ed  anno  dell'esaltazione 
alla  cattedra  apostolica  di  ciascun 
Pontefice  (massime  de'primi  secoli^, 
quanto  riguardo  al  numero  dei  Pa- 
pi medesimi,  per  cui  con  ragione 
forse  potrà  dirsi,  die  la  cronologia 
della  successione  dei  primi  vicari  di 
Gesù  Cristo  fondatore  della  Chiesa, 
è  divenuta  uno  scoglio  tale  pei  cro- 
nologisti  i  più  istruiti,  che  appena 
due  se  ne  possono  trovare,  i  quali 
sieno  del  medesimo  parere,  o  nel  col- 
locarli col  loro  giusto  ordine,  o  nel 
fissare  il  tempo,  in  cui  essi  hanno 
occupato  le  santa  sede.  Per  questa 
ragione  appunto  trovo  giusto  quan- 
to opinarono  diversi  cronologisti,cioè 
che  il  voler  dilucidare  distintamen- 
te l'epoca  de'  Romani  Pontefici,  è 
di  più  molesta  intrapresa  che  di 
utilità,  per  la  mancanza  che  vi  è 
de'necessari  documenti. 

A  dilucidazione  di  questo  delica- 
to argomento,  vero  scoglio,  e  pun- 
to scabroso,  aggiungerò  alcune  mie 
osservazioni  e  confronti  fatti  sulle 
cronologie  sì  dei  Papi,  che  degli 
/antipapi  (Fedi),  al  qual  articolo 
tutti  sono  cronologicamente  ripor- 
tati; osservazioni  che  feci  sul  fa- 
migerato Platina  nelle  vite  dei 
Pontefici,  sul  dotto  Panvinio  nel- 
la Cronologia  ecclesiastica  ,  e  sul- 
l'erudito Novaes  negli  elementi  del' 
la  storia  dei  sommi  Pontefici  a 
confronto  della  cronologia,  o  serie 
cronologÌ2a  di  tutti  i  sommi  Roma- 
ni Pontefici,  che  in  ogni  anno  in 
Roma  si  pubblica  nelle  Notizie  an- 
nuali di  Roma ,  nella  stamperia 
Cracas  presso  gli  Ajani;  serie  cro- 
nologica, che  nel  i8i4  meglio  di- 
spose e  corresse  il  dotto  sacerdote 
romano  Pietro  Caprano,  professore 
di  storia  ecclesiastica,  poscia  amplis- 
simo Cardinale.  In  queste  osserva- 
zioni per   contraddistinguere  quanto 


CRO  3ti 

si  pubblica  nella  serie  cronologica 
delle  Notizie  annuali  di  Roma,  la 
denominerò  Cracas  dal  nome  del 
benemerito  compilatore  e  tipografo, 
cui  dobbiamo  sino  dal  1 7 1 6  i  Dia- 
ri di  Roma,  e  le  sopraddette  noti- 
zie annuali  di  Roma,  essendo  gli 
uni,  e  le  altre  per  lui  denominate 
volgarmente   Cracas. 

11  Papa  s.  Anacleto  viene  dal 
Cracas  così  indicato  :  "  s.  Anacleto, 
"  che  sembi-a  essere  lo  stesso  che 
»  Cleto  (  sebbene  alcuni  scrittori 
»  sostengano  essere  diversi  )  mar- 
»  tire,  nativo  di  Atene,  creato  l'an- 
»  no  78,  governò  la  Chiesa  circa 
»  dodici  anni.  "  Riserbandoci  di 
riparlare  di  s.  Anacleto,  e  di  s.  Cle- 
to nella  serie  cronologica,  che  qui 
appresso  riporteremo  de'  Romani 
Pontefici,  noteremo  che  il  Platina, 
il  Panvinio,  e  il  JVovaes  fanno  di 
6.  Anacleto,  e  di  s.  Cleto  due  sog- 
getti distinti,  anzi  pongono  s.  Cle- 
mente I  prima  di  s.  Anacleto. 

Di  s.  Felice  II  vanno  d'accordo 
Novaes  ed  il  Cracas,  non  così  Pla- 
tina, che  lo  riconosce  senza  nu- 
merarlo. Il  Panvinio  lo  tiene  per 
scismatico,  ed  altri  non  lo  contano 
fra  i  Papi. 

Leone,  Pontefice  finto,  viene  ri- 
portato dal  solo  Novaes,  collocan- 
dolo dopo  s.  Felice  II,  senza  però 
numerarlo  fi-a  i  Papi. 

Teofilatto  antipapa  enumerato 
da  Platina  dopo  s.  Paolo  I  cogli 
antipapi  Costantino,  e  Filippo,  i 
quali  due  ultimi  antipapi  sono  co- 
nosciuti da  Novaes,  che  di  Teo- 
filatto non  parla. 

Leone  Vili  dal  Platina  è  con- 
tato fra  i  Pontefici,  come  da  Novaes, 
ma  questi  lo  tiene  per  antipapa; 
il  Cracas  non  lo  conta,  e  però  lo 
riconosce  per  antipapa. 

Benedetto  V    viene    riconosciuto 


3 12  CKO 

da  Novaes  e  dal  Cracas,  e  quindi 
annoverato  con  numero  d'ordine 
fra  i  Pontefici;  ma  il  Platina  sostie- 
ne che  fu  intruso,  non  \enendo  in 
ciò  seguito  dal  Panvinio,  che  lo  ri- 
conosce ,  ed  enumera  per  legitti- 
mo. 

Bonifacio  VII  è  conosciuto  dal 
Cracas  come  antipapa,  senza  però 
numerarlo  :  Novaes  lo  novera  seb- 
bene lo  tenga  per  tale;  il  Platina 
lo  conta  come  intruso. 

Giovanni  XVII  viene  enumerato 
come  antipapa  da  Novaes.  Il  Cra- 
cas, ed  il  Platina  lo  conoscono, 
senza  contarlo;  perciò  tanto  Cracas, 
che  Novaes,  ad  esempio  di  altri 
autori,  a  Giovanni  XVII  danno  il 
titolo  di  XVIIl;  non  così  il  Pla- 
tina, che  il  chiama  Giovanni  XVII, 
detto  XVIII. 

Silvestro  III  antipapa,  contato 
dal  Novaes  per  antipapa,  mentre 
Platina  lo  conosce  senza  numerar- 
lo, ed  il  Cracas  non  lo  conta. 

Benedetto  X  dal  Novaes  è  con- 
tato nel  numero  d'ordine,  ma  lo  dice 
antipapa,  e  per  tale  lo  tiene  anche  il 
Platina  ;  ma  il  Cracas  uniforman- 
dosi ad  alcuni  lo  conta  ed  enu- 
mera. 

Celestino  II,  riconosciuto  per  an- 
tipapa contro  Papa  Onorio  II,  tan- 
to da  Platina,  che  da  Novaes,  no- 
minato viene  però  dal  primo  col 
nome  di  Clemente,  né  viene  da  es- 
si enumerato,  come  non  lo  è  dal 
Cracas. 

Anacleto  II,  Vittore  III,  e  Vit- 
tore IV  antipapi,  per  tali  sono  ri- 
conosciuti sì  dal  Platina,  che  da 
Novaes. 

Dopo  Alessandro  HI  dice  il  Pia- 
lina  che  vi   furono  tre  antipapi,  ma 
Novaes  ne  aggiunge  lui  quarto  col 
nome  d'Innocenzo   III. 
.     Barlolommeo,    antipapa  dopo    il 


CRO 

legittimo    Onorio  III,     è  riportato 
solamente  da  Novaes. 

Gregorio  XI,  del  l'zyG,  dal  so- 
lo Novaes  viene  registrato  nel  ca- 
talogo de'  Pontefici,  e  dopo  Adria- 
no V. 

Queste  sono  le  varianti  tra  il 
Platina,  il  Panvinio,  il  Novaes,  ed 
il  Cracas  sulla  serie  cronologica 
de' romani  Pontefici,  il  perchè  evvi 
differenza  tra  il  Novaes  ed  il  Cra- 
cas di  sei  Pontefici,  essendo  il  re- 
gnante Gregorio  XVI  secondo  il 
Cracas  il  Pontefice  CCLVIII,  e  se- 
condo la  cronologia  di  Novaes  sa- 
rebbe il  Papa  CCLXIV. 

In  mezzo  dunque  a  tanta  varie- 
tà di  sentimenti  fra  gli  scrittori 
sulla  pontificia  cronologia,  vi  fu  il 
Maniacuzio,  canonico  regolare  la- 
teranense,  che  la  compilò  in  versi, 
ed  arriva  sino  al  Pontefice  Ales- 
sandro III  eletto  nel  iiSg,  even- 
ne pubblicata  dal  Panvinio,  e  poi 
dal  Papebrochio  nel  suo  Propileo 
di  maggio.  Quindi  Guglielmo  Burio, 
canonico  della  cattedrale  di  Malines, 
compose  in  versi  la  cronologia  dei 
Papi,  che  da  lui  venne  inserita  nel- 
la sua  Brevis  notìtia  Romanorum 
Pontificunij  e  che  pubblicò  in  det- 
ta città  nel  iGyS.  Il  Novaes  con- 
tinuolla  pure  in  versi,  sino  ed  in- 
clusivamente  al  Pontefice  Pio  VII, 
perchè  trovò  la  composizione,  e  il 
complesso  migliore  e  naturalmente 
piìi  esteso  di  quello  di  Maniacuzio. 
Quindi  l'ha  riportata  nel  primo  to- 
mo de'  suoi  Elementi  ec.  summen- 
tovati,  dopo  la  sua  prefazione.  Av- 
verte però  il  Novaes,  che,  secondo 
il  calcolo  del  Burio  da  lui  adotta- 
lo, il  novero  de'  Papi  da  s.  Pie- 
tro fino  a  Pio  VII  sarebbe  di 
duecento  sessantuno,  laddove  egli  in 
tal  periodo  non  ne  conta  piti  di 
duecento    ciuquanlalre,    perchè    il 


CRO 
Biirio  annoverò  fra  i  legittimi  Pa- 
pi, alcuni  che  dal  JNovaes  sono  a- 
scritti  Ira  gli  antipapi,  siccome  no- 
tò a' suoi  luoghij  sebbene,  come 
dicemmo,  adottasse  il  calcolo  fatto 
dal  Burio,  che  porta  nel  numero 
(|uella  discrepanza  di  pareri  che 
abbiamo  notato.  Ed  è  perciò  che, 
a  seconda  di  quanto  si  protestò 
nell'avvertenza  premessa  al  primo 
volume  di  questo  Dizionario,  che 
per  la  cronologia  de' Papi  si  sareb- 
be proceduto  con  quella  del  Burio 
adottata  e  proseguita  dal  Novaes 
negli  Elementi,  o  P^iie  de'  Pontefi- 
ci, tal  sistema  viene  etfettuato  in 
tutte  le  biografie  de'  Pontefici  del 
medesimo  DizìonariOj  e  qui  ap- 
presso per  ordine  cronologico  vie- 
ne brevemente  ripetuto.  Laonde 
giova  l'adottare  anche  quanto  dice 
sulla  cronologia  Pontificia,  l'erudi- 
to e  prelodato  Novaes,  patrizio  por- 
toghese, canonico  della  metropoli- 
tana di  Siena,  già  membro  dell'in- 
clita  compagnia  di  Gesù. 

Il  Novaes  pertanto,  per  riguardo 
agli  anni  della  elezione  de'  sommi 
Pontefici,  a  quelli  del  loro  governo 
o  pontificato,  e  della  loro  morte, 
fra  le  tante  divergenze  di  opinioni 
dei  cronologisti,  ed  altri  scrittori , 
segui  quelli  che  stimò  più  esatti,  e 
più  critici.  Ed  è  perciò,  che  impor- 
tando primieramente  alla  cronolo- 
gia de'  Papi  il  conoscere  quando  in- 
cominciarono a  contare  gli  anni  del 
pontificato,  se  dalla  loro  Elezione 
J^Vcdi),  ovvero  dalla  loro  Corona- 
zione {^Vedi),  e  Consagrazionc  [Ve- 
di) ,  oltre  quanto  a  questo  ulti- 
mo articolo  dicemmo  su  si  grave 
e  importante  argomento,  è  qui  da 
notarsi,  che  dopo  la  ripristinazione 
dell'  impero  occidentale  fatta  nel- 
J' 800  da  s.  Leone  HI,  gli  anni  del 
pontificato  vanno   direttamente    co- 


CRO  3i3 

minciati  dal  giorno  dell'  elezione , 
non  da  quello  della  consagra/ione, 
come  eiasi  praticato  ne'  secoli  an- 
teriori. Quindi  è  che  nei  secoli  po- 
steriori diversi  atti  di  piena  pote- 
stà si  esercitarono  dagli  eletti  Pon- 
tefici ,  sebbene  non  ordinati,  dap- 
poiché in  quelli  più  rimoti  non  cre- 
de vasi  da  taluni  l'elezione  compita 
senza  l'abusivo  consenso  degl'  im- 
peratori ;  mentre  in  quelli  poste- 
riori si  riconobbe  veramente  eletto 
il  nuovo  Papa,  senza  che  gl'impe- 
ratori vi  avessero  parte.  Gli  autori 
de'  cataloghi  cronologici  de'  Ponte- 
fici ne'  secoli  posteriori  proseguiro- 
no il  metodo  che  tennero  ne'  pri- 
mi ;  ma  con  errore  manifesto,  nato 
dal  vero  fatto  de'  primi  secoli,  ma- 
le applicato  a  quelli  più  moderni, 
e  dal  non  distinguere  il  diverso  va- 
lore, che  aveva  nelle  elezioni  del 
Papa  ,  r  influenza  degl'  imperatori 
greci,  e  quello  che  dai  Papi  stessi 
fu  conceduto  per  le  circostanze  dei 
tempi  agi'  imperatori  latini  di  oc- 
cidente. 

Con  questo  esposto  sistema  si  tol- 
gono tutte  le  difficoltà,  insorte  dal 
non  distinguere  le  indicate  due  e- 
poche,  con  pregiudizio  della  verità 
storica  delle  serie  cronologiche  pon- 
tificie. Avvegnaché,  quelli  che  ge- 
neralmente vogliono  non  essersi  mai 
avuto  riguardo  agli  eletti  Pontefici, 
se  non  dopo  eh'  erano  consagrati , 
sono  convinti  dalle  dottiine  seguite 
dal  Bellarmino,  dal  IMarangoni  ,  e 
dal  Tomassino ,  De  nov. ,  et  vet. 
Eccl.  Discipl.  t.  I,  in  respons.  ad 
not.  in  I  e  2  part.  not.  3  ;  e  dai 
manifesti  atti  di  giinisdizione,  che 
i  Papi  non  per  anco  ordinati  han- 
no esercitato.  Gli  altri  poi  che  vo- 
gliono sempie  essere  state  le  ele- 
zioni del  Papi  considerate  come 
priucipli  del  loro  pojitillcato,    Irò- 


3  4  ORO 

vansi  stretti  dalle  ragioni  addotte 
dal  Zaccaria  Stor.  letter.  d'Ital.  t. 
V,  lib.  II,  cap.  5,  le  quali  distrug- 
gono interamente  questo  sentimen- 
to. Per  iscansare  dunque  1'  uno,  e 
l'altro  scoglio,  gioverà  appigliarsi  al 
proposto  sistema,  che  perfettamen- 
te accorda,  e  concilia  le  due  oppo- 
ste sentenze  sali'  autorità  de'  Pon- 
tefici ,  prima  della  loro  consagra- 
zione;  dovendo  cioè  considerarsi  i 
tempi  ne' quali  la  pontificia  elezio- 
ne non  credevasi  da  taluni  compila, 
finché  non  era  giunto  il  consenso  im- 
periale, ma  si  ritenne  condizionale 
soltanto,  vale  a  dire,  fatta  con  la 
condizione,  che  poi  fosse  approvata 
dall'  imperatore  regnante  ;  e  quei 
tempi  altresì  debbono  considerarsi, 
ne'  quali  silFatta  elezione  era  com- 
pita senza  tal  consenso,  giacché 
niun  dubbio  moveasi  sulla  vera 
elezione,  eh'  è  appunto  quanto  si 
de%'e  tenere  presente  nell'esposto  si- 
stema. 

Per  conoscere  esattamente,  ovve- 
ro nel  modo  il  più  critico,  la  cro- 
nologia de'  sommi  Pontefici ,  spe- 
cialmente de'  pili  antichi,  fa  d'uo- 
po di  esaminare  i  relativi  monu- 
menti. Questi  monumenti  possono 
ridursi  a  due  classi,  e  sono  gli  an- 
tichi padri,  ove  trattano  della  suc- 
cessione della  Chiesa  romana,  e  gli 
antichi  cataloghi,  a'  quali  riferir  si 
possono  ancora  le  antiche  pitture. 
Tra'  primi  si  contano  s.  Iieneo,  nel 
lib.  Ili,  cap.  3;  s.  Ottato  Mileve- 
tano,  il  catalogo  del  quale  lib.  Il, 
§  3  termina  nel  Papa  s.  Siricio, 
che  morì  nell'  anno  SgS  ;  s.  Ago- 
stino, di  cui  il  catalogo  fatto  nel- 
r  ep.  53  al.  i65  termina  in  s.  A- 
nastasio  I  successore  immediato  di 
s.  Siricio  ;  Eusebio,  s.  Epifanio,  e 
s.  Prosppi'o. 

In  quanto  ai    secondi    di    questi 


CRO 

monumenti,  cioè  gli  anticlii  catalo- 
ghi,  il  Pagi  al  principio  del  primo 
tomo  della  sua  Critica  Hìstor.  Chro- 
nolog.  in  Annales  Baroniij  riporta 
dieci  di  questi  cataloghi ,  che  sono 
del  IX,  deirXI,  e  del  XIII  secolo. 
Il  Mabillon  nel  fine  del  tomo  I  dei 
suoi  Annal.   Ord.    s.    Benedici.,    e 
nel  toni.  HI  de'  suoi   Velerà  Ann- 
leda,  ci  dà  tre  di  questi  cataloghi, 
de'  quali    il    primo    sembra   scritto 
prima  della   metà  del  secolo    sesto, 
il  secondo  circa  la  fine  del    mede- 
simo, ed  il  terzo   sull'entrare   del- 
l' ottavo.   Giannalberto  Fabrizio  ne 
jicorda  anch'  egli  alcuni  nella    sua 
Biblioth.    Graeca,  t.  XI,   p.  744-  I^ 
più  celebre  e  più  antico    di  questi 
cataloghi  è  quello,  che  Liberiano  si 
chiama,  per  credersi  scritto  sotto  il 
pontificato  di  s.  Liberio,  il  quale  eb- 
be principio  nell'anno   352,  e  Bu- 
cheriano,  dal  suo  primo  editore  E- 
gidio  Bucherio  de  doctrin.   lenipor. 
p.    269.    Due    altri    cataloghi    pur 
essi  antichissimi  abbiamo  ancora  il- 
lustrati dai  Bollandisti,  al  principio 
del  primo  tomo  di  aprile  della  lo- 
ro opera  immortale  dell'Ada  San- 
cloruni.  Fra  i   cataloghi  può  anche 
numerarsi,  il  celebre   Libro  pontifi- 
cale, in  cui  i  nomi  ed  i  fatti    dei 
Pontefici  tro vansi  per  ordine  regi- 
strati.  Alcuni    attribuiscono    questo 
Pontijìcale  a  s,  Damaso  I,  Papa  del 
367,  almeno    per    la    prima    parte 
sino  a  s.   Liberio.   Altri  dicono  più 
probabilmente  col  Papebrochio,  es- 
sere esso  tratto  dai  cataloghi    anti- 
chi  di  autori   a  noi  ignoti,  sino  al 
quinto  e  sesto  secolo ,    e    pel  resto 
lo  fanno    opera    di    Anastasio    mo- 
naco, e  bibliotecario    di    s.    Chiesa 
fiorito  nel  nono  secolo,  sotto  il  cui 
nome  passa  volgarmente  simil    Li- 
bro Pontificale,  che  fu  eruditamen- 
te illustrato  da  insigni  scrittori,  fra 


Clio 
i  quali,  da  Carlo  Antonio  Fabretti, 
che  lo  pubblicò  a  Parigi  nel  1649; 
da  Luca  Holstenio,  la  qual  edizio- 
ne si  vede  presso  lo  Schelstrate , 
nelle  sue  Antiquit.  Ecclesiast.  ìlluslr. 
toin.  I,  Roinae  1692;  da  Antonio 
Dondino  Altasena  nel  1680;  da 
Giovanni  Ciampini  nel  suo  Exameii 
Libri  Pontificali s,  Pvomae  1688  j  da 
Lodovico  Antonio  Muratori,  nella 
sua  raccolta  iScriplov.  rer.  Italicar. 
tom.  Ili,  par.  I,  Mediolani  1728; 
da  Giovanni  Yignoli  nel  suo  Ana- 
stasii  Bihliothec.  Liber  Ponlifìca- 
lisj  ec.  Piomae  1784,  voi.  Ili,  e, 
per  non  dire  di  tutti  gli  altri,  da 
monsignor  Francesco  Bianchini,  che, 
dal  1718  al  1735,  fece  in  Ro- 
ma la  più  bella,  e  la  più  erudita 
edizione  di  questo  libro  Pontijì- 
cale. 

Resta  oi'a  a  parlare  delle  anti- 
che pitture,  le  quali  sono  parte  dei 
monumenti  vantaggiosi  per  la  cro- 
nologia de'  sommi  Pontefici.  E  per 
riguardo  a  queste,  otteneva  il  pri- 
mo luogo  la  serie  de'  romani  Pon- 
tefici da  s.  Pietro  sino  a  s.  Leone 
I  Magno  del  ^^.o,  dipinta  nella  pa- 
triarcale basilica  di  s.  Paolo  nella 
via  ostiense ,  fuori  delle  mura  di 
Roma,  lo  quali  pitture  si  perdette- 
ro nell'orrendo  incendio  che  nel 
1823  distrusse  quel  tempio,  ora  per 
altro  risorgente  più  splendido ,  e 
più  augusto.  Bisogna  però  ram- 
mentarsi, che  tre  ordini  di  pitture 
de'  Pontefici  si  trovavano  in  quella 
basilica.  Una  serie  dipinta  in  tanti 
ovati,  o  scudetti  sopra  il  cornicione 
opposto  dalla  parte  australe  del 
tempio  ;  1'  altra  sul  cornicione  oppo- 
sto dalla  parte  boreale;  la  terza 
sotto  il  cornicione  Ira  i  capitelli  del- 
le colonne,  sulle  quali  si  appoggia- 
va r  una,  e  l'altra  muraglia,  austra- 
le, e  boreale.  Di  questa   terza  serio 


CKO  3i5 

di  pitture  noto  è  il  tempo  in  cui 
fu  fatta.  Nicolò  III,  che  già  era  sta- 
to abbate  dell'  insigne  contiguo  mo- 
nistero,  essendo  eletto  Pontefice  nel 
1277,  oltre  gli  altri  ornamenti  che 
aggiunse  alla  basilica,  fece  dipingere 
quella  serie  di  Papi  in  numero  di 
quarantotto.  La  seconda  s' ignora 
quando  fosse  dipinta,  ma  vuoisi  di 
certo,  che  sia  stata  eseguita  nei  bassi 
tempi,  e  che  ni  un  conto  si  debba  fa- 
re di  essa  siccome  lavoro  d'imperilo 
artista ,  il  quale  turbò,  ed  alterò 
l'ordine  della  cronologia  de'romani 
Pontefici,  due  volte  ripetè  il  Papa 
s.  Eusebio  del  309,  vi  frammischiò 
antipapi,  e  Pontefici  si  sognò,  che 
mai  avevano  esistito,  come  fu  di 
un  certo  Paolino.  Restava  la  prima, 
la  quale  terminava  in  s.  Innocenzo 
I  che  mori  l'anno  ^if,  ma  conti- 
nua vasi  ancora,  per  altri  otto,  o 
dieci  scudetti  sopra  de'  quali  altri 
nuovi  furono  dipinti  dal  medesimo 
rozzo  artefice  ignoto.  In  questa  co- 
me neir  altra,  presso  allo  scudetto, 
nel  quale  si  vede  l' immagine  del 
Papa,  era  aggiunta  l'epoca  del  pon- 
tificato. 

Gli  autori,  che  ci  hanno  date 
le  immagini  dei  Papi,  come  il  Pla- 
tina, il  Papebrochio,  ed  altri,  non 
ci  hanno  rappresentato  se  non  la 
seconda  serie  di  Nicolò  III,  sicco- 
me la  più  vicina.  Delle  altre  due, 
ninno  ne  fece  parola.  Il  primo  a 
copiarle,  e  a  farne  uso,  fu  monsi- 
gnor Bianchini  nel  secondo  tomo 
del  suo  Anastasio,  rammentato  di 
sopra,  ma  egli  non  ebbe  tutto  l' a- 
gio  di  ben  consitlerare  le  lettere  che 
ci  danno  l' epoche  dei  Papi,  onde 
non  pochi  errori  sono  corr>i  nella 
lodata  edizione.  Al  dottissimo  cano- 
nico Giovanni  Marangoni  toccò  la 
ventura  di  polerle  esattamente  leg- 
gere, e  ricopiare  nel    pontificato   di 


3iG  GRÒ 

CencJelto  XIV,  zelantissimo  ilol 
ninnteiiimcnlo  dei  preziosi  nionii- 
iiienti  della  ciistiana  antichità.  Dap- 
poiché quel  Papa  volle  che  le  pit- 
ture fossero  restaurate,  e  che  sopra 
i  migliori  fonti  della  pontificia  cro- 
nologia, se  ne  continuasse  la  serie 
sino  a  lui.  11  Marangoni  dunque 
dà,  sino  da  s.  Innocenzo  I,  le  pit- 
tuie,  e  le  epoche  notate  tali  quali 
.sono  nella  prima  serie,  ch'egli  reputa 
Lconiana  ;  appresso  ci  rappresenta 
le  pitture  de'  seguenti  Pontefici,  co- 
me allora  furono  nuovamente  di- 
pinte ,  alle  quali  premise  erudi- 
tissime animadversioni  nell'  opera 
che  pubblicò  in  Roma  nel  I75i, 
con  questo  titolo:  Chronologia  Ro- 
tiianorurn  Pontjficuni  superstes  in 
pariele  australi  hasilicae  s.  Paidi 
apo'iloli  viae  osliensis,  della  quale 
il  dotto  Zaccaria  fece  un  interessan- 
te estratto,  nella  sua  storia  Lette- 
raria d'Italia,  t.  V,  lib.  ii,  cap. 
9.  Dei  rami  incisi  su  questa  serie 
il  Novaes  si  servì  pei  ritratti  dei 
Papi,  ch'egli  premise  nella  prima 
edizione  della  Storia  de  Pontefici, 
avanti  la  vita  di  ognuno.  Nel  l'j'J^, 
in  Cassano  si  pubblicarono  in  due 
tomi  r  Ef/ìgies  ronianoruin  Pontiji- 
ciini  a  s.  Petra  ad  Piani  VI,  prae- 
niissa  chronotaxi  ex  Gravesonio 
aliisqiie  auctoribuXj  con  i  loro  ra- 
mi. Inoltre  dalla  calcografia  came- 
rale abbiamo,  Cronologiae  siunnio- 
rii/n  Pontifìciini  inimagines.  V.  l'ar- 
ticolo Pontificato  ,  ove  si  ti-atta 
di  diverse  epoche  cronologiche  dei 
Papi,  non  che  Anno  del  Pontifica- 
to. Nel  1641  in  Roma  si  pubblicò 
colle  stampe,  Cronologia  de'  sommi 
Pontefici  cominciando  da  s.  Pietro 
iino  ad  Urbano  Vili,  la  quale 
compilata  dal  Cardinal  Pio,  ordi- 
nata dal  Cardinal  Spada,  e  pub- 
blicata, e    ripurgata    da    Cristoforo 


CRO 
Gemma,  meritò  che  se  ne  facessero 
diverse  edizioni. 

Serie  cronologica  de'  sommi  Pon- 
tefici romani,  degli  antipapi,  e  di 
quelli  supposti.  I  primi  numerati 
come  lo  sono  alle  rispettive  loro 
biografie  di  questo  Dizionario,  cioè 
secondo  l' ordine  cronologico  del 
Novaes  ;  gli  altri  secondo  il  tempo 
che  insorsero.  Riporteremo  ad  ognu- 
no r  epoca  della  elezione,  e  quella 
della  morte,  con  qualche  avvertenza 
su  punti  cronologici,  massime  di 
quelli,  su  cui  i  cronologisti,  ed  altri 
scrittori  disputarono  per  conto  del- 
le epoche.  E  qui  riconoscendosi  da 
noi,  come  si  notò  superiormente,  le 
dilferenze  di  cronologia,  se  si  de- 
siderasse conoscere  le  varie  sentenze 
sugli  anni  del  pontificato  di  ciascun 
Papa,  si  possono  leggere  le  note  del 
p.  ab.  d.  Vincenzo  Tizzani,  alla  Sto- 
ria Eccleii astica  del  p.  ah.  Del  Si- 
gnore. Nella  nostra  serie  cronologi- 
ca si  conosceranno  pure  i  Pontefici 
santi  se  furono  martiri  o  confessori, 
quelli  che  sono  registrati  in  alcuni 
martirologi  ,  il  tempo  in  cui  vacò 
la  sede  romana  dalla  morte  di  un 
Papa  all'  elezione  di  un  altro,  e  ser- 
virà a  provare,  che  la  santa  Sede 
apostolica  non  è  mai  stata  priva  di 
pastore,  per  una  continuata,  e  non 
interrotta  successione,  e  che  a  Prin- 
cipe apostolornni  successionem  suani 
manifcslain  jugemque  relinet,  come 
osserva  un  erudito  nelle  note  a  s. 
Ireneo  dell'edizione  Maurina. 

I.  S.  Pietro,  principe  degli  aposto- 
li, primo  sommo  Pontefice  dei  cri- 
stiani, che  da  pescatore  fu  da  Ge- 
sti Cristo  fatto  suo  vicario.  11  pri- 
mo atto,  ch'egli  fece  di  sua  giuris- 
dizione, fu  nel  concilio  che  cele- 
brò iu  Gerusalemme  dopo  l'ascen- 
sione di  Gesìi  Cristo  in  Cielo.  Nel- 
l'anno   38    stabilì    la    sua    sede    in 


CRO 
Antiochia  (  Vedi),  che  governò  per 
sette  anni  ;  quindi  si  recò  in  Roma 
capitale  dell'impero  romano  nell'an- 
no 44j  ^  ^^^  seguente  a'  i8  gen- 
naio vi  stabilì  la  sua  sede,  ed  ivi 
ai  29  giugno  dell'anno  69  patì 
glorioso  martirio.  Intorno  all'anno 
della  morte  di  s.  Pietro  non  si  ac- 
cordano gli  scrittori,  molti  de'qua- 
li  sono  impugnati  dal  Foggini  de 
Roin.  d.  Petri  itinere,  Exercitat.  1 6, 
il  quale  assegna  l'anno  66.  Il  Ra- 
ronio,  il  Novaes,  e  il  p.  Sangallo, 
Gesta  de^  Pont.  t.  Ili,  art.  12,  la 
riferiscono  all'anno  69. 

II.  S.    Lino   fu  eletto  Papa  a'3o 
giugno  dell'anno  69,  e  patì  il  mar- 
tirio a'i3  settembre  dell'anno  80.  Il 
Burlo  nei  suoi  versi,  con  frase  riferita 
ancor  dalla  chiosa  al  can.  I  caus.  8,  q. 
I,  ricorda  la  disputa  fra  gli  eruditi 
sopra    chi   abbia    avuto   il    secondo 
luogo  nel  Pontificato    dopo    s.  Pie- 
tro, trovandosi   molti  antichi  scrit- 
tori,   che    assegnano    il  posto    a    s. 
Lino,  ed  altri  che  l'assegnano  a  s. 
Clemente  I,  per   cui  stettero  i  pa- 
dri latini  sino  al  fine  del  IV  seco- 
lo.  Il  Novaes  però,  applicandosi   alla 
strada  di  mezzo,  stimò  più  sicuro  il 
dire,  che    s.    Clemente  I   in    verità 
fu  eletto  da  s.  Pietro  per  suo  suc- 
cessore, ma    che    ricusò     la  digni- 
tà, e  perciò    dopo     la  morte  di  s. 
Pietro,  s.  Lino,  e  s.  Cleto    furono 
eletti   Pontefici    l'uno  dopo     l'altro 
dal   clero  e  popolo  romano,  e  do- 
po essi    in    quarto    luogo   fu  eletto 
s.  Clemente  I.    Così  il  Raronio  al- 
l'anno 69  num.  4^5  appoggiato  al- 
l'autorità   di    s.    Epifanio,    haeres. 
2 1    par,  6,  la  qual  sentenza  è    se- 
guita  dal    Cotelerio,  dal    Rollando, 
dal  Tillemont,  da  Natale    Alessan- 
dro,   e  da  mille     altri.  JN'iuna  (e.i\(ì 
però   merita    Gianfilippo    Raraterio, 
dove  nella  Disquisizione  cionolog'ca, 


CRO  3i7 

de  successione  antiqnissima  episro- 
poruni  ronianoruni,  stampata  ad 
Utrecht  nel  1 740,  pretende  soste- 
nere che  i  ss.  Lino,  e  Cleto  sieno 
stati  insieme,  e  ad  un  tempo  stesso 
sommi  Pontefici,  f^.  il  p.  Con- 
stant nella  Disscrt.  de  proxi/nis 
h.  Petri  successoribiis ,  ch'è  nelle  sue 
epistole  Rom.  Pont.  t.  I  pag.  i,  e 
il  gesuita  Dande  nel  t.  I.  Hist.  u- 
?m'.  Reflex.  YIl  in  cap.  2  lib.  I, 
ove  tratta,  an.  s.  Clemens  aut.  s. 
Linus  Petra  in  Pontificata  succes- 
serit?  pag.   34 1    e  seg. 

III.  S.  Cleto  fu  creato  Pontefice 
a'24  settembre  dell'anno  80,  e  pa- 
tì il  martirio  a'26  aprile  dell'anno 
93.  V.  quanto  si  disse  sulle  que- 
stioni cronologiche,  se  s.  Cleto  sia 
lo  stesso  che  s.  Anacleto,  il  voi.  II, 
pag.  26  e  il  voi.  XIV  pag.  loi  e 
102  del  Dizionario. 

IV.  S.  Clemente  I  fu  fatto  Papa 
a'  17  maggio  dell'anno  93,  e  sof- 
frì il  martirio  a'23  novembre  del- 
l'anno   102. 

V.  S.  Anacleto  venne  creato  Pa- 
pa ai  3  aprile  dell'anno    io3,  e  pa- 
tì   il   martirio    nell'anno    112   a'  1 3 
luglio.    V.  quanto    dicemmo  di  so- 
pra per  s.  Cleto.  Tuttavolta  non  si 
deve  tacere,  che  s.  Ireneo,  seguito 
da  molti  padri  orientali,  ed  africa- 
ni, è    del  parere  di  quelli  che  sos- 
tengono, che  Cleto    ed  Anacleto  sia 
un  solo    Pontefice.  Perciò  scrivono, 
che  a  Pieti'o  successe  Lino,  a  Lino 
Anacleto,  ad  Anacleto  Evaristo.  L'au- 
torità di   s.  Ireneo  è  di   molto  pre- 
gio,   dappoiché,     sebbene    greco  di 
nascita,   fu   egli   discepolo   di  s.   Po- 
licarpo, e  di    Papia,  e     fu    inviato 
da  s.   Policarpo  nelle    Gallie  al  ve- 
scovo   di  Lione;    quindi  nell'  anno 
178,   fu   mandato   in   Roma   a   por- 
tar  lettere  al    Pontefice  s.   lileutero 
per  parte  dei  Lionesi  contro   la  set- 


3;8  CRO 

la  dei  montanisti.  Egli  asseri-^ce  die 
a  Lino  fu  successore  Anacleto,  e 
che  a  questo  succedette  Clemente, 
quindi  Evaristo.  Questa  sentenza  è 
conf'eimata  da  s.  Ignazio,  che  nella 
sua  lettera  dice,  che  Clemente  suc- 
cesse ad  Anacleto,  e  da  Eusebio, 
Hixl.  Eccl.  1.  V.  p.  2  17,  e  dalla  cro- 
naca lib.  3  e.  1 3.  Tutte  testimo- 
nianze del  secondo ,  e  terzo  se- 
colo. 

VI.  S.  Evarisfo  fu  eletto  a'27 
luglio  dell'anno  i  12,  e  patì  il  mar- 
tirio a'26  ottobre  dell'anno  121. 

VII.  S.  Alessandro  I  venne  crea- 
to a' f  3  novembre  dell'anno  121,  e 
patì  il  martirio  a'3  maggio  dell'an- 
no    l32. 

Vili,  S.  Sisto  I,  a'  29  maggio 
dell'anno  i32,  fu  eletto,  e  fu  mar- 
tirizzato a'6  aprile  dell'anno  142. 

IX.  S.  Telesforo  agli  8  aprile 
dell'anno  i/p  divenne  Papa,  e  pa- 
tì il   martirio  a'5  gennaio  dell'anno 

•54. 

X.  S.  Igino,  eletto  a'  16  gennaio 
del  i54,  patì  il  martirio,  secondo 
alcuni,   agli    11    gennaio  del    1 58. 

XI.  S.  Pio  I  fu  eletto  a'i5  genna- 
io del  i58,  e  patì  agli  11  luglio 
del  167.  Altri  dicono  che  morì  glo- 
rioso confessore  di  Cristo,  non  già 
martire  ;  e  se  la  Chiesa  l' onora  col 
rito  di  martire,  lo  fece  per  acco- 
modarsi alla  pietà,  e  divozione  dei 
fedeli,  di  che  ne  abbiamo  altri  e- 
.sempli. 

XII.  S.  Aniceto,  creato  a'25  lu- 
glio del  iB",  patì  a' 7  aprile  del 
175.  Il  IVlaniacuzio  varia  qui  la 
cronologia,  dicendo  :  Additar  Ani- 
cetiis,  seu  Pra  esiti  ordine  Piiis.  Ma 
la  lezione  del  Burio  sembra  dover- 
si preferire  a  questa,  perchè  s.  Ot- 
tato  Milevitano,  confr.  Parmen.  I. 
II,  cap.  3;  s.  Agostino  Epist.  53 
al.    i55,  e  s.   Girolamo  de  srripto- 


CRO 
rlb.  in  Egesippo,  mettono  dopo    s. 
Igino  il  Pontefice    Aniceto,    e    non 
Pio. Tuttavia  Egesippo,  appresso  Eu- 
sebio lib.  4}  cap.  2 1  ;  s.   Ireneo    I. 
2,  cap.  3,  e  Tertulliano  contr.  Mar- 
cion.   lib.   Ili,  tutti  e  tre  gravissimi 
autori,  che  vivevano  in  que'  tempi, 
oltre  a  tutti   i  recenti   scrittori  gre- 
ci, e  latini,  fanno  Pio  successore  ad 
Igino,   e    predecessore    ad  Aniceto. 
Ma   il  Papebrocliio,  volendo,    come 
egli  dice,  indovinar    la    cagione    di 
questa     trasposizione     nel     catalogo 
da  lui  illustralo.   In  Canata  Chron. 
Hist.  ad  Catal.  Pont.  Roni.  par  I, 
pag.    124,  suppone  che  il  catalogo, 
il  quale    è    bipartito,    in    tal   guisa 
fosse  fatto,  che  chiunque  alla  prima 
parte  fino  a   Ponziano  soggiimse  la 
prima  divisione  della    seconda  par- 
te   fino     ad  Eutichiano,  per    negli- 
genza  del  libraro    avesse    ritrovato 
mutati    i    due  pontificati   di  Pio,  e 
di  Aniceto,  e  persuaso  che  veramente 
ad  Aniceto  succedesse  Pio,  li  lasciò 
con  quest'ordine,  mutando  però  la 
nota  de' consoli,  che  all'uno,    e  al- 
l' altro  aveva    trovato,    i    quali    ve- 
deva, che  non  corrispondevano  ve- 
ramente alla  serie  dei  due  Pontefi- 
ci, per  la  cagione  suddetta  cambia- 
ti. Così  la  pensa  il  Papebrochio,  di- 
sposto a  seguire  chi   meglio    di    lui 
conciliasse  queste  due  opposte   sen- 
tenze.   V.    inoltre  i    Bollandisti    ad 
diem    II   julii  pag.    1 79,  Schelstrate 
Antìqait-  illastr.    tom.    I,    Dlss.    2, 
cap.  4)  6    Fontanini    Hist.    Letter. 
Aqail.   lib.   II,  cap.    3   §  I. 

XIII.  S.  Solerò,  eletto  a'  4  viag- 
gio dell'anno  175,  morì  ai  22  a- 
prile  del  179:  se  egli  debba  chia- 
marsi martire  o  confessore,  veggansi 
i  Bollandisti  ai   22  aprile  p.  6,  §  5. 

XIV.  S.  Eleutero,  eletto  ai  i3 
maggio  del  179,  patì  ai  26  maggio 
del    194. 


CRO 

XV.  S.  Vittore  I  divenne  Papa 
il  primo  giugno  del  194,  e  patì  ai 
28  luglio  2o3. 

XVI.  S.  Zeferino  fu  creato  agli 
8  agosto  del  2o3,  e  pafi  ai  26  a- 
gosto  del  221. 

XVII.  S.  Calisto  I,  eletto  ai  1 
settembre  del  221,  patì  il  martirio 
ai    i4  oltobre  del   226. 

XVIII.  S.  Urbano  I,  creato  Pon- 
tefice ai  21  oltobre  226,  pati  ai 
25  maggio  del   233. 

XIX.  S.  Ponziano,  eletto  ai  24 
giugno  del  2  33,  fu    martirizzato  ai 

19  novembre  del  237. 

Ciriaco,  Papa  finto,  sul  quale  è 
a  vedersi  il  suo  articolo. 

XX. S.  Antero,  creato  ai  3  dicem- 
bre del  23'-,  patì  ai  3  gennaio 
del  238. 

XXI.  S.  Fabiano,  eletto  a'  6  gen- 
naio del  238,  patì  ai  20  gennaio 
del  253. 

IVovaziano,  primo  antipapa.  V. 
Antipapa  I. 

XXII.  S.  Cornelio,  eletto  nel  me- 
se di  aprile  del  254,  P^tì  ai  i4 
settembre  del  2  55. 

XXIII.  S.  Lucio,  creato  a'  20 
ottobre  del  255,  morì  ai  4  naarzo 
del  257.  Il  Pagi,  Breviar.  .Rom. 
Pont,  in  Lucio,  lo  annoverò  tra  i 
confessori,  perchè  nel  piccolo  indice 
della  deposizione  de'  martiri,  presso 
il  Bucherio,  non  si  ritrova,  bensì  in 
quello  della  deposizione  de'  vesco- 
vi ;  e  però  quando  s.  Cipriano  lo 
dice  martire,  ciò  debbe  intendersi, 
per  aver  egli  sofferto  l'esilio  per 
Gesù  Cristo,  ma  non  la  morte.  V. 
\  articolo  Confessore. 

XXIV.  S.  Stefano  I,  eletto  agli  i  i 
marzo  del  257,  patì  ai  2  agosto 
del  260. 

XXV.  S.  Sisto  II,  creato  ai  2  5 
agosto  del  260,  patì  a'  dì  6  agosto 
261. 


CRO  3i9 

XXVI.  S.  Dionisio  divenne  Papa 
ai  12  settembre  del  261,  e  morì 
a' 26  dicembre  del   272. 

XXVII.  S.  Felice  I,  creato  a'  3  i 
dicembre  del  272,  patì  a'  3o  mag- 
gio del  275. 

XXVIII.  S.  Eutichiano,  eletto  ai 
4  giugno  del  275,  morì  agli  8  di- 
cembre del  283.  Il  Baronio  lo  chia- 
ma martire,  ma  il  p.  Sangallo  non 
gli  dà  questo  titolo,  perchè  non  lo 
trovò  annoverato  ncU'  Indicolo  del- 
la deposizione  de'  martiri,  ma  ben- 
sì lo  rinvenne  in  quello  de'  ve- 
scovi. 

XXIX.  S.  Cajo.  creato  ai  16  di- 
cembre del  283,  morì  ai  22  aprile 
del  296.  Alcuni  gli  danno  il  titolo 
di  martire,  ma  non  si  trova  il  suo 
nome  nell'  Indicelo  della  deposizio- 
ne de'  martiri,  bensì  in  quello  dei 
vescovi  ;  e  il  catalogo  del  Papebro- 
chio  dice,  che  morì  nascosto  nei 
cimiteri.  Il  p.  Berti  però  nel  tom. 
II  Dissert.  Hìstoriar.  saec.  III,  Dis- 
sert.  I,  difende  il  martirio  di  que- 
sto Pontefice,  del  quale  non  vi  è 
più  dubbio  fino  dai  21  aprile 
1622,  in  cui  fu  trovato  il  suo  se- 
polcro col  nome,  col  monogi'amma, 
e  colla  palma,  nel  cimiterio  di  Ca- 
listo, come  ce  ne  assicurano  Cesare 
Berillo,  negli  atti  da  lui  stampati 
a  Roma,  e  Paolo  Arrighi  nella 
sua  Roma  sotterranea,  lib.  Ili,  e. 
II. 

XXX.  S.  Marcellino,  creato  ai  3 
maggio  del  296,  patì  ai  26  aprile 
del  3o4.  Il  libro  Pontificale,  Teo- 
doreto,  lib.  II.  Histor.  cap.  3,  e 
dietro  a  questi  buona  parte  de'mo- 
derni,  lo  fanno  martire,  ma  il  Pa- 
gi, Breviar.  Rom.  Pont,  in  vita,  ve- 
dendolo annoverato  nell'Indicolo  di 
Bucherio  tra  i  confessori ,  dubita 
del  martirio,  come  dubitano  molti 
altri. 


39.()  CRO 

XXXI.  S.  IMarccllo  I  fu  eletto 
ai  2  I  iiovetubie  del  3o4,  ed  otten- 
ne la  palma  del  martirio  ai  1 6  gen- 
naio del  309.  Quelli,  che  con  Pagi 
assegnano  1'  elezione  di  questo  Papa 
a' -27  giugno  dell'anno  3o8,  dicono 
che  la  sede  romana  ora  allora  va- 
cante per  lo  spazio  di  tre  anni  e 
otto  mesi  ,  perchè  la  persecuzione 
di  Diocleziano  non  dava  luogo  ai 
preti  della  romana  Chiesa  di  con- 
vocarsi per  l'elezione  del  nuovo 
Pontefice.  Il  Novaes  però  non  ci 
conviene. 

XXXII.  S.  Eusebio  fu  eletto  ai 
5  febbraio  del  309,  e  pati  ai  26 
settembre  del  3  i  i. 

XXXIII.  S.  IMelchiade  venne  crea- 
to ai  3   ottobre  del   3i  i,  e  mori  ai 

10  dicembre  del  3t3. 

XXXIV.  S.  Silvestro  I,  eletto 
ai  3i  gennaio  del  3i4)  morì  a'3 1 
dicembre  dell' ainio  335. 

XXXV.  S.  Marco  divenne  Papa 
ai  18  gennaio  del  336,  e  morì- a' 7 
ottobre  del  medesimo  anno. 

XXXVI.  S.  Giulio  I,  creato  a'26 
ottobre  del  336,  cessò  di  vivere  ai 

12   aprile  del   352. 

XXXVII.  S.  Liberio  fu  eletto  agli 
8  maggio  del  352,  e  morì  ai  9 
settembre  del   367. 

XXXVIII.  S.  Felice  II  fu  sosti- 
tuito a  s.  Liberio  quando  andò  in 
esilio,  cioè  nel  355,  e  fu  martiriz- 
zato ai  22  novembre  del  365;  ma 
SVI  questo  punto,  vanno  letti  gli  ar- 
ticoli, s.  Liberio  Papa,  e  s.  Felice 

11  Papa. 

Leone,  Pontefice  fìnto  [Vedi). 

XXXIX.  S.  Damaso  I,  eletto  ai 
i5  settembre  del  367,  morì  agli  i  i 
dicembre  del  384-  Papebrochio  in 
Propylaeo,  par.  I,  pag.  59,  stabili- 
sce il  pontificato  di  s.  Damaso  I 
dal  primo  giorno  di  ottobre  del- 
l'anno  366,  sino    ai    io    diccoibre 


CRO 
del   384,    e    sopia    alcune    epistole 
attribuite  al  Pontefice,  fa  una  bella 
dissertazione    a   pag.    58. 

Orsicino,  Antipapa  II  {Vedi). 

XL.  S.  Siricio  fu  creato  ai  12 
gennaio  del  385,  e  morì  ai  2^ 
tisbbraio  del  398.  Benché  Siricio 
fosse  messo  tra  i  santi  da  Pietro 
de  Natalibus,  in  Calai,  ss.  lib.  I, 
cap.  3,  da  Genebrardo  in  Cliron. 
pag.  288,  e  in  Chronogrnph.  lib.  2, 
an.  398,  da  Luitprando  in  J'ita 
siiiìimornm  Ponlifiriiin,  fol.  44j  tl''"c) 
Spondano  all'anno  398,  num.  i, 
e  da  altri,  e  sebbene  il  suo  nome 
fosse  nel  martirologio  di  Beda,  e  in 
quello  del  monistero  di  s.  Ciriaco 
di  Roma,  tuttavia  il  Cardinal  Ba- 
ronio  non  volle  metterlo  nel  mar- 
tirologio romano  da  sé  corretto,  per 
tre  motivi  :  i .°  perchè  s.  Siricio, 
diceva  egli  ,  ad  esempio  di  san 
Damaso  1,  non  aveva  usalo  dell'o- 
pera di  s.  Girolamo  nello  scrivere 
le  lettere  pontificie,  e  non  aveva 
favorito  com'era  giusto  questo  san- 
to dottore  :  2.°  perchè  era  stato  po- 
co giusto  con  s.  Paolino  di  Nola  : 
3.°  per  la  connivenza  nel  frenare  la 
eresia  degli  origenisti,  e  le  eretiche 
astuz.4^  di  Rufino,  e  di  Melania. 
Tutti  questi  delitti  apposti  a  s.  Si- 
ricio, furono  egregiamente  dilegua- 
ti dal  Fiorentini,  dal  Noris,  e  dal 
Pagi  in  Vit.  s.  Sin'ciij  t.  I,  n.  i4> 
laonde  Benedetto  XIV  ne  inserì  il  no- 
me nel  martirologio  da  sé  corretto. 

XLI.  S.  Anastasio  I,  eletto  ai  i4 
marzo  del   398,  morì  ai  27  aprile 

del  4o'2- 

XLII.  S.  Innocenzo  I,  creato  ai 
18  maggio  del  J^oi,  morì  ai  28 
luglio  del  417  ■  altri  dicono  ai  12 
marzo. 

XLIII.  S.  Zosimo,  eletto  ai  19 
agosto  del  4'7>  «toi'  f^»  26  dicem- 
bre del   /\iS. 


CRO 

XLIV.  S.  Bonifacio  I  fu  creato 
ai  28  dicembre  del  4 18,  e  morì  ai 
25  ottobre  del  4^3. 

Eulalio,  Antipapa  III  (Vedi). 

XLV.  S.  Celestino  I,  eletto  ai  3 
novembre  del  4'^  3,  cessò  di  vivere 
ai  6  aprile  del  ^"òi. 

XLYI.  S.  Sisto  III,  creato  alli  26 
aprile  del  432,  morì  alli  28  mar- 
zo del  440' 

XLVII.  S.  Leone  I  il  Magno  fu 
creato  ai  9  maggio  del  440,  e  mo- 
rì alli  I  I  aprile  del  461.  H  p-  San- 
gallo,  Gest.  de  Pont.  t.  IV,  p.  4i6, 
dice,  che  la  più  probabile  opinione 
è,  che  morisse  a'  io  novembre.  V. 
il  Mabillon  nel  tomo  III,  Vetera 
Analect.  p.  4^0,  Pax'isiis,    1682. 

XLVIII.  S.  Ilaro,  eletto  a' 12  no- 
vembre del  46 1>  morì  a' io  settem- 
bre del  467. 

XLIX.  S.  Simplicio,  creato  a' 20 
settembre  del  4^7)  morì  il  primo 
marzo  del  483. 

L.  S.  Felice  II,  detto  III  da 
quelli,  che  non  mettono  nel  nume- 
ro de'  legittimi  Pontefici  il  II,  fu 
creato  agli  8  marzo  del  483,  e 
morì  ai  26  febbraio  del  49^- 

LI.  S.  Gelasio  I,  eletto  a'2  mar- 
zo del  49^)  terminò  di  vivere  a'21 
novembre  del  496. 

LII.  S.  Anastasio  II,  eletto  a' 28 
novembre  del  49^^  morì  ai  16  no- 
vembre 498' 

LUI.  S.  Simmaco,  creato  ai  22 
novembre  del  498»  morì  ai  19  lu- 
glio del  5x4- 

Lorenzo,  Antipapa  IV  {Vedi). 

LIV.  S.  Ormisda  ai  26  luglio 
del  5i4  fu  assunto  al  pontificato, 
e  morì  ai  6  agosto  del  52  3. 

LV.  S.  Giovanni  I,  eletto  ai  1 3 
agosto  del  52  3,  morì  consumato 
dai  travagli  a' 27  maggio  del  526. 
Il  p.  Giacobbe  nella  sua  Biblioth. 
Pont.  p.  128,  dice  che  s.  Giovan- 
VOL     xvui. 


CRO  321 

ni  I  morì  ai  21  maggio,  e  che  ai 
27  lo  mettono  i  martirologi  per 
essere  il  giorno  della  traslazione  da 
Ravenna  a  Roma  ;  altri  poi  lo  di- 
cono morto  ai    18  maggio. 

LVI.  S.  Felice  III,  detto  IV,  fu 
eletto  ai  24  luglio  del  526,  e  morì 
a'  12  ottobre  del   53o. 

LVII.  S.  Bonifacio  II,  creato  ai 
16  ottobre  del  53  o  ,  morì  ai  16 
ottobre  del  532. 

Dioscoro,  Antipapa   V  [Vedi). 

LVI  lì.  S.  Giovanni  II  fu  creato 
a'3i  dicembre  del  532,  e  cessò  di 
vivere  a'  27  maggio  del  535. 

LIX.  S.  Agapito  I,  eletto  ai  3 
giugno  del  535,  morì  ai  22  aprile 
del  536. 

LX.  S.  Silverio  fu  elevato  al  pon- 
tificato agli  8  giugno  del  536,  e 
morì  a'20  giugno  del  54o. 

LXI.  Vigilio,  creato  a'27  giugno 
del  540,    morì    a' io    gennaio    del 

LXII.  Pelagio  I  divenne  Papa 
agii  1 1    aprile  del  555,   e  morì  ai 

2  marzo  del  56o.  Dalla  sua  iscri- 
zione sepolcrale  si  scorge  essere  egli 
morto  l'ultima  notte  di  febbraio,  e 
sepolto  ai  4  <^i  marzo. 

LXIII.  Giovanni  III,  creato  a'  1 8 
luglio  del  56o,  terminò  i  suoi  giorni 
a'i3   luglio  del  573. 

LXIV.  Benedetto  I    fu  eletto  ai 

3  giugno  del  574,  e  morì  ai  3o 
luglio  del  578. 

LXV.  Pelagio  II,  eletto  a'3o  no- 
vembre del  578,  morì  agli  8  feb- 
braio del  590. 

LXVI.  S.  Gregorio  I  Magno,  e- 
letto  nel  5go  ,  e  consagrato  a'3 
settembre ,  morì  ai  1 2  marzo  dei 
6Ó5. 

LXVII.  Sabiniano,  creato  a'  1 3 
settembre  del  6o4  o  del  6o5,  mo- 
rì a' 2  2   febbraio  del  606. 

LXVIII.  Bonifacio  III,  eletto  ai 
ai 


322  CPtO 

19  febbraio    del    607,    morì    a' io 
novembre  di  detto  anno. 

LXIX.  S.  Bonifacio  IV  fu  elet- 
to a'25  agosto  del  608,  e  morì  a'7 
maggio  del  61 5.  Il  IVIartirologio 
Uomano,  e  quello  di  Maurolico,  ne 
fanno  memoria  a'2  5  maggio. 

LXX.  S.  Adeodato,  o  Deusdedit, 
eletto  a' 19  ottobre  del  61 5,  morì 
a'9  novembre  del  618. 

LXXI.  Bonifacio  V  fu  creato 
a*23  dicembre  del  619,  e  morì 
prima    de'  22    ottobre    dell'  anno 

tì25. 

LXXII.    Onorio    I,  eletto   a'27 
ottobre  del  62^,    morì   a' 12   otto- 
bre del  638.  Parlando  il  Maniacu- 
zio  ne'suoi    versi    di    questo  Papa, 
dice  :     Inter    pvaedictos      coelestex 
scrihimus  omnes.  ]Ma  il  Papebrocbio, 
commentando  questo  verso  nel  suo 
Propylaeo,  par.  II.  p.   28,  dice    di 
non  avere  ritrovato    chi    dia  luogo 
fra  i  santi   ad  Onorio  I,    comechè 
per  tale  sia    annoverato  da  INIania- 
cuzio;  anzi  fra  i  ventiquattro  Pon- 
tefici, che  occuparono  la  santa  Sede 
tra  i  ss.  Gelasio    I,   e    ÌMarlino     I, 
cito  solamente,  dic'egli,  si   trovano 
col  titolo  di  santi,  nel  qual  numero 
non  trovasi   Onorio    I.     Lo    ti'o\ò 
bensì  col  detto  titolo  il  p.  Sollier,  suc- 
cessore dello  stesso  Papebrocbio  nel- 
r  immortal'  opera  àeWacta  sancto- 
runi^  e  cita  un  martirologio  nel  suo 
Usuardo,  in  cui    Onorio    I  è  regi- 
strato per    sauto,    come  vedesi  an- 
cora in  un   calendario  del  XII  se- 
colo, presso  il  p.  ab.  Trombelli,  co- 
municalo da  questo  al  gesuita  Zac- 
caria,   per    pubblicarlo     nella    sua 
raccolta  d'inediti  monumenti.  Avver- 
tasi per  altro,  che  maggior  numero 
di  otto  Pontefici  santi  trovasi   pres- 
so ad  altri  scrittori,    fra  i  due  no- 
minati Papi  s.   Gelasio  I,  e  s.  Mar- 
tino I,   dal  Papebrochio  mcutovati. 


CRO 

LXXIII.  Severino,  eletto  a' 28 
maggio  del  640,  morì  il  primo  ago- 
sto del  medesimo  anno. 

LXXIV.  Giovanni  IV,  creato  ai 
24  dicembre  640,  finì  i  suoi  gior- 
ni  agli    I  I    ottobre  642. 

LXXV.  Teodoro  I,  eletto  a'24 
novembre  del  64^ ,  morì  a  1 3 
maggio  del  649-  In  alcuni  marti- 
rologi si  trova  sotto  il  i4  maggio 
col  titolo  di  santo  ;  ma  nel  roma- 
no non  gli  si  dà  tal  titolo  per 
mancanza  di  necessari  documenti. 
V.  Benedetto  XIV  in  epist.  ad 
Ioan.  V  regeni  Lusìt.  praeniissa 
Martyrol.  Romano  §  4*^'  Teodoro 
in  greco  significa  dono  di  Dio,  o 
sia  Adeodato j  e  Deusdedit,  nome 
che  pur  ebbero  altri  Pontefici. 

LXXVI.  S.  Martino  I  fu  eletto 
a'5  luglio  649,  e  morì  a' 16  set- 
tembre del  655;  ma  siccome  il 
suo  corpo  fu  riposto  in  Roma  nel- 
la sua  chiesa  nel  rione  Monti  ai 
12  novembre,  in  tal  giorno  se  ne 
celebra  la  festa,  mentre  i  greci  la 
celebrano  il  giorno  della  sua  mor- 
te, e  più  solennemente  a'  i3  a- 
prile. 

LXXVIl.  S.  Eugenio  I  fu  creato 
agh  8  settembre  del  654,  mentile 
Blartino  I  vivea  nell'esilio  ,  e  ne 
approvò  l'elezione:  morì  a'2  giugno 
del  607. 

LXXVIIl.  S.  Vitaliano,  eletto 
agli  1 1  agosto  del  Gjy,  morì  a'27 
gennaio  del  672. 

LXXIX.  Adeodato  II  fu  elevato 
alla  cattedra  apostolica  a'2 2  aprile 
del  672,  e  morì  a'26  giugno  del 
676. 

LXXX.  Dono  I,  che  altri  chia- 
mano Domno,  Domnioue,  Cono,  o 
Conone ,  venne  creato  il  primo 
novembre  del  676,  e  morì  agU  1 1 
aprile  del  678. 

LXXXl.  S.  Agatone,  eletto  a'27 


CRO 

giugno  del  678,  inori  a' io  genna- 
io del  682,  col  titolo  di  Tauma- 
turgo. 

LXXXII.  S.  Leone  II,  creato  ai 
16  agosto  del  682,  mori  a'4  luglio 
del  683. 

LXXXIII.  S.  Benedetto  II,  elet- 
to a'  26  giugno  del  684,  termi- 
nò di  -vivere  a'7  maggio  del  685. 
LXXXIV.  Giovanni  V,  esaltato 
a'23  luglio  del  685,  morì  il  primo 
agosto  del  686. 

LXXXV.  ('onone,  creato  a'2 1 
ottobre  del  686,  cessò  di  vivere  ai 
2 1   settembre  del  687. 

Pietro,  Antipapa  VI  {Vedi). 
Teodoro,  Antipapa  VII  (Vedi). 
LXXXVI.  S.  Sergio  I,  eletto  ai 
1 5    dicembre    del    687,    morì    a'7 
settembre  del  701. 

Teodoro,  Antipapa  Vili  (Vedi). 
Pasquale,  Antipapa  IX  (Vedi). 
LXXX\II.  Giovanni  VI,  creato 
a'28  ottobre  del  701,  cessò  di  vive- 
re a'9  gennaio  del  7o5. 

LXXXVIII.  Giovanni  VII,  elet- 
to il  primo  marzo  del  7o5,  morì 
a' 17   ottobre  del   707. 

LXXXIX.  Sisionio  fu  creato  ai 
18  gennaio  del  708,  e  morì  ai 
7   febbraio  dell'istesso  anno. 

XC.  Costantino,  eletto  a'2  5  mar- 
zo del  708,  morì  agli  8  aprile  del 
71 5. 

XCI.  S.  Gregorio  II,  eletto  aig 
maggio  del  71 5,  morì  a' io  febbra- 
io 781. 

XCII.  S.  Gregorio  III,  creato 
cinque  giorni  dopo  la  morte  del 
predecessore,  terminò  i  suoi  giorni 
327   novembre  del  74 '• 

xeni.  S.  Zaccaria,  eletto  a'3o 
novembre  del  741,  morì  a'i4  mar- 
zo del   752. 

XCIV.  Stefano  II,  eletto  a  27 
marzo  del  752,  dopo  due  giorni 
nioiì,  e    però    non    è    contalo    dai 


CRO  Z>1 

moderni  critici  fra  i  Pontefici,  ciò 
che  fece  il  Burio  nella  sua  crono- 
logia   in    versi.    Non    così   fece    nei 

suoi  il  Panvinio.  sebbene  fosse  e"li 
...  '  ,  o 

il  primo  a  contarlo  tra  i  Papi  nel- 
la sua  Cron.  eccl.  ad  ann.  700  p. 
66,  e  TìeW Epitoni.  PP.  RR.  pao-. 
37,  dappoiché  non  essendo  Stefano 
II  stato  consagrato,  gli  avea  man- 
cato quella  funzione,  da  cui  deriva- 
va il  pieno  pontificato  ne'primi  XII 
secoli.  Ma  tal  ragione  non  ammet- 
tendo monsignor  Eorgia,  e  il  com- 
mendator  Vettori,  stimano  non  do- 
versi Stefano  II  escludere  dal  cata- 
logo de'Pontefici.  Pure  il  Maniacu- 
zio  non  lo  conta.  V.  il  Pasn,  Cri- 
tic.  in  Baron.  ad  an.  886  n.  7.  Da 
questo  Stefano  II  dunque  è  prove- 
nuta la  differenza  del  numero  de- 
gli Stefani,  e  sebbene  né  l'Anasta- 
sio, né  il  Flodoardo,  né  alcun  altro 
scrittore  antico,  come  attesta  il  Pa- 
gi, non  lo  pongano  nella  serie  dei 
Romani  Pontefici,  il  JN'ovaes  ve  lo 
registrò  per  seguire  il  Burio. 

XCV.  Stefano  II,  detto  III,  per 
le  precedenti  ragioni,  fu  eletto  a'26 
maggio  del  752,  e  morì  a'  24  a- 
prile  del    757. 

XCVI.  S.  Paolo  I,  dopo  trenta- 
cinque giorni  dalla  morte  del  pre- 
decessore ,  gli  successe,  e  mori  ai 
28  giugno  del  767. 

Costantino,  Antipapa  X  [Vedi), 
che  il  ÌManiacuzio  annoverò  tra  i 
Pontefici. 

Filippo,  Antipapa  XI  (Vedi). 

XCV  li.  Stefano  III,  detto  IV, 
venne  eletto  a' 5  agosto  del  768,  e 
morì  il  primo  febbraio  772.  Il  suo 
nome  si  trova  in  alcuni  martiro- 
logi col  titolo  di  santo,  col  quale  lo 
tratta  Bollando  al   primo   febbraio. 

XCVIII.  Adriano  I,  eletto  a'9 
febbraio  del  772,  cessò  di  vivere  ai 
2  5  dicembre  del   795. 


324  CRO 

XCIX.  S.  Leone  III  fu  promosso 
al  pontificato  a'26  dicembre  del 
795,  e  morì  agli     ii    giugno    del- 

r8i6. 

e.  Stefano  IV,  detto  V,  eletto 
•venne  a'22  giugno  dell'SiG,  e  morì 
illustre  in  miracoli,  come  osserva  il 
Tegano  inter  scrìptores  Hìst.  Frati- 
cor,  appresso  Duchesne  t.  II,  pag. 
278,  a' 24  gennaio  deir8i7. 

CI  Pasquale  I  fu  eletto  a'25 
gennaio  dell'S  17,6  morì  a' io  febbra- 
io deir824. 

CU.  Eugenio  II,  crealo  a  16 
febbraio  deir824,  morì  a'27  agosto 
deir827. 

Zinzinio,  Anlipctpa    XII (Fedi). 

CHI.  Valentino,  eletto  il  primo 
settembre  827,  cessò  di  vivere  ai 
IO  ottobre  di  detto  anno. 

CIV.  Gregorio  IV  fu  sollevato 
al  pontificato  a'  i4  settembre  827, 
e  morì  a'26  gennaio  844- 

CV.  Sergio  II,  eletto  a*  io  feb- 
braio dell'  844  >  morì  a'  27  gen- 
naio 847- 

evi.  S.  Leone  IV,  creato  appe- 
na morto  il  predecessore,  e  prima 
che  fosse  sepolto,  morì  a'  1 7  luglio 
855. 

Giovanna,  fìnla  Papessa  (Fedi). 
Oltre  a  ciò  si  vegga  la  confutazio- 
ne di  questa  ridicola  favola ,  nel 
Sarnelli,  Leti.  eccl.  tom.  IX,  lette- 
ra XIII,  Perche  il  sesso  femminile 
impedisce  il  ricevimento  del  sacra- 
mento dell'ordine.  Questa  scredita- 
ta favola  della  Papessa  Giovanna 
sostenuta  dai  protestanti  special- 
mente, viene  maestrevolmente  con- 
futata dal  dottissimo  Cardinal  Ga- 
rampi  nella  sua  dissertazione  De 
nummo  argenteo  Benedicti  III,  Ro- 
mae  1749?  ove  si  dimostra  che  fra 
s.  Leone  IV ,  e  Benedetto  III  non 
v'era  tempo  per  collocare  un  altro 
Papa. 


CRO 

CVII.  Benedetto  III,  eletto  a'  17 
luglio  dell' 855,  morì  agli  8  aprile 
858. 

Anastasio,  Antipapa  XIII i^Vedi). 
CVIII.  S.  Nicolò  I  il  Magno  fu 
creato  a'  24   aprile    858 ,    e    morì 
a'  i3  novembre  867. 

CIX.  Adriano  II,  eletto  a'  i4  di- 
cembre 867,  morì  a'  26  novembre 
dell'  872.  Sebbene  ninno  antico 
scrittore  registri  il  giorno  di  sua 
morte,  dal  calcolo  di  quanto  egli 
visse  nel  pontificato ,  si  può  asse- 
gnare la  detta  epoca. 

ex.  Giovanni  Vili  fu  creato  ai 
i4  dicembre  872,  e  terminò  di  vi- 
vere a'  i5  dicembre  dell' 882. 

CXI.  Marino  I,  o  Martino  II, 
fu  eletto  a'  23  dicembre  882,  e 
morì  a'  22  febbraio  884-  Si  do- 
vrebbe chiamare  Marino  I  ;  ma  la 
somiglianza  del  nome  con  quello 
di  IMartino  diede  luogo  a  confon- 
dersi un  coU'altro,  laonde  pei  Mar- 
tini IV^  e  V  lo  chiameremo  col  No- 
vaes  Martino  II.  F.  il  Papebrochio 
in  PropylaeOj  pag.  142,  n.  5,  ed  il 
Pagi  ad  ann.  882,  n.    i. 

Agapito,   Pontefice  finto  {Vedi). 
CXII.   Adriano   III,  eletto  il  pri- 
mo marzo  884,    morì    a'  6    luglio 
885. 

CXIII.  Stefano  V,  detto  VI,  fu 
creato  a'  i5  luglio  885,  e  morì  ai 
7  agosto,  o  verso  il  fine  di  settem- 
bre deirSgi. 

CXIV.  Formoso  fu  eletto  forse 
a'  19  settembre  891,  e  morì  a'  4 
aprile  dell'  896. 

CXV.  Bonifacio  VI ,  eletto  agli 
I  r  aprile  896  ,  che  da  molti  non 
è  contato  tra  i  legittimi  Pontefici, 
morì  a'  26  aprile  del  medesimo 
anno. 

CXVI.  Stefano  VI,  detto  VII, 
creato  a'  22  maggio  896 ,  morì 
dopo  tredici  mesi  neir897. 


CRO 
CXVII.  Romano,  eletto  a'  i  7  set- 
tembre 897  ,  mori  agli  8  febbraio 
898. 

CXVIII.  Teodoro  II  divenne  Pa- 
pa ai  12  febbraio  898,  e  mori  a'  3 
marzo  di  detto  anno. 

CXIX.  Giovanni  IX,  eletto  a'  1 2 
marzo  898,  mori  a'  26  marzo,  o 
sul  principio  di  agosto  dell'  anno 
900. 

CXX.  Benedetto  IV,  eletto  forse 
a'  6  aprile  del  900,  morì  a'  20  ot- 
tobre 903. 

CXXI.  Leone  V  fu  creato  a'  28 
ottobre  goS,  e  morì  dopo  un  mese 
e  nove  giorni. 

CXXII.  Cristoforo  invase  il  pon- 
tificato a'  6  dicembre  del  903  ,  vi 
rimase  poco  più  di  sei  mesi,  e  mo- 
rì miseramente  nel  giugno  904. 

CXXIII.  Sergio  III,  che  s' intru- 
se nella  romana  Sede  dopo  la  mor- 
te di  Teodoro  II ,  fu  espulso  da 
Roma,  quindi,  passati  sette  anni,  vi 
ritornò,  e  fu  consagrato  a'  9  giu- 
gno 904  ;  morì  nel  fine  di  agosto 
911. 

CXXIV.  Anastasio  III  venne  e- 
letto  uno,  o  due  giorni  dopo  la 
morte  di  Sergio  III ,  e  morì  dopo 
la  metà  di  ottobre  91 3. 

CXXV.  Landò  _,  o  Landone,  e- 
letto  verso  li  1 6  ottobre  9 1 3,  mo- 
rì circa  li   26  aprile  9i4- 

CXX\  I.  Giovanni  X,  a'  3o  apri- 
le 914?  divenne  Papa,  e  morì  a' 2 
luglio  928. 

CXX  VII.  Leone  VI,  eletto  nel 
fine  di  giugno,  o  sul  principio  di 
luglio  del  928 ,  morì  verso  il  3 
lebbraio  929. 

CXXVlIl.  Stefano  VII,  detto 
Vili,  fu  creato  verso  il  i3  febbraio 
929,  e  morì  circa  i  i5  di  marzo 
93 1.  Luitprando,  lib.  2  ,  e.  ij,  e 
lib.  3,  cap.  12,  appresso  il  Muia- 
tori,  Sci  iptor.  rerum  Lai  l.  II.  p. 


CRO  323 

4oo,  e  \^o,  ommesso  Stefano  VII, 
e  il  predecessore  di  lui  Leone  VI, 
sostituisce  a  Giovanni  X,  Giovanni 
XI.  Crede  il  Sandini,  Vitae  Pont. 
t.  I,  p.  37  adnot.  I,  che  il  moti- 
vo di  questa  ommissione  sia  stato, 
perchè  nel  loro  pontificato  nulla 
accadesse  di  memorabile  in  quell'in- 
felicissimo secolo.  Contano  però  l'u- 
no, e  r  altro  Flodoardo  ,  scrittore 
contemporaneo,  Ermanno  Contrat- 
to, appresso  Canisio  t.  Ili,  par.  I, 
pag.  267  e  seg.,  JMariano  Scoto,  e 
Sigeberto,  appi-esso  Pistorio,  p.  645, 
e  811. 

CXXIX.  Giovanni  XI  divenne 
Papa  circa  i  i5  marzo  93  i,  e  mo- 
rì nel  principio  di  gennaio  936. 

CXXX.  Leone  VII,  eletto  a'  9 
gennaio  del  936,  morì  verso  i  18 
luglio  del  939. 

CXXXI.  Stefano  Vili,  detto  IX, 
fu  creato  circa  a'  18  luglio  del  93g, 
e  morì  nel  principio  di  dicembre 
942. 

CXXXn.  Martino  III,  ovvero 
Marino  per  le  ragioni  dette  di  so- 
pra, fu  assunto  al  pontificato  pri- 
ma de'  4  febbraio,  e  forse  a'  22 
gennaio  del  943  ;  e  morì  nel  mese 
di  giugno  946. 

CXXXIII.  Agapito  II,  eletto  nel 
mese  di  giugno  del  946,  due  o  tre 
giorni  dopo  la  morte  di  Marino  II, 
morì  dopo  i  20,  e  forse  a'  28  a- 
gosto  del  906. 

CXXXIV.  Giovanni  XII  diven- 
ne Papa  dopo  i  28  agosto  del  956, 
e  morì  a'  6,  o  forse  a'  i4  maggio 
del  964. 

CXXXV.  Benedetto  V  a'  1 9  mag- 
gio del  964  fu  deposto  nel  con- 
ciliabolo di  Leone  VIII  antipapa 
a'  23  giugno  di  detto  anno,  e  morì 
a'  4  luglio  del  965. 

CXXXVI.  Leone  VIII  antipapa 
fu  intruso  la  prima  volta  nel  puu- 


326  CRO 

tificalo  sotto  Giovanni  XII,  e  con- 
sagrato a'  6  dicembre  963.  Fu  cac- 
ciato dalla  sede  a'  25  febbraio  9^4; 
ma  di  nuovo  l'usurpò  a'  24  giu- 
gno, e  mori  nell'aprile  del  96?. 
Sebbene  non  sia  stato  legittimo  Pon- 
tefice ,  pure  dagli  antichi ,  e  mo- 
derni scrittori  è  annoverato  l'  otta- 
vo fra  i  Leoni,  e  molto  più  per- 
chè si  chiamò  nono  ilPapaCLVIII. 
Dice  il  Borgia,  nell'  Apologia  del 
ponlificato  di  Benedetto  X,  che  for- 
se s.  Leone  IX  essendo  tedesco ,  e 
parente  dell'imperatore  Enrico  III, 
per  non  sembrare  di  opporsi  al  fat- 
to di  Ottone  I,  che  vivente  Gio- 
vanni XII  legittimo  Papa,  fece  in- 
trodurre nella  sede  pontificia  Leo- 
ne Vili,  volle  seguir  l'avviso  di  sua 
nazione ,  la  quale,  per  compiacere 
l'imperatore  tedesco,  spacciava  Leo- 
ne YIII  per  legittimo  Pontefice. 

CXXXVII.  Giovanni  XUI  fu  con- 
sagrato Pontefice  il  primo  ottobre 
96.5,  e  morì  a'6  settembre  del  972. 
CXXXVIII.  Dono  II,  eletto  a'  20 
settembre  972,  mori  a'  19  dicem- 
bre del  medesimo  anno.  Noteremo, 
che  in  Bonifacio  VII  si  farà  men- 
zione di  diversa  cronologia. 

CXXXIX.  Benedetto  VI  fu  crea- 
to a*  20  dicembre  972  ,  e  morì  nel 

974-^ 

CXL.  Bonifacio  VII  antipapa  nel 
974  usurpò  il  pontificato,  indi  fu 
cacciato  dopo  un  mese ,  ma  l' in- 
vase di  nuovo  nel  985,  nel  qual 
anno  morì.  Il  Novaes  colla  prece- 
dente cronologia  seguì  quella  in  ver- 
si del  Burlo,  cioè  in  Giovanni  XIII, 
Dono  II,  e  Benedetto  VI,  perchè 
il  Burlo  adottò  quella  di  parecchi 
scrittori,  come  del  Baronio,  del  Pan- 
vinio  in  Chron.  eccL  pag.  82,  e  di 
altri.  Tultavolta  al  Novaes  non 
piacque  perchè  digerente  da  quella, 
che  ci  diede  il  Maniacuzio  ne' suoi 


CRO 
versi ,  e  da  quella  ancora  de'  pii'i 
rinomati  critici,  tra*  quali  i  due 
Pagi,  che  descrivono  la  serie,  e  la 
cronologia  de'  sopraddetti  Pontefici 
nel  seguente  modo.  Dopo  Giovanni 

XIII,  seguì  non  già  Dono  II ,  ma 
bensì  Benedetto  VI,  il  quale  venne 
consagrato  dopo  li  28  novembre 
del  972.  Fu  strangolato  l'anno  974, 
ed  ebbe  per  successore  Dono  II, 
cui  successe  Benedetto  VII,  prima 
de'  2  5  marzo  del  975;  il  quale 
dopo  nove  anni,  ed  alcuni  mesi  di 
governo,  morì  a'  i  o  luglio  del  984, 
ed    ebbe    per    successore    Giovanni 

XIV,  dopo  i  IO  luglio  del  984.  Fu 
carcerato  da  Bonifacio  nel  marzo 
del  9811,  e  morto  forse  a'  20  ago- 
sto. Indi  Bonifìcio  VII  invase  pei" 
la  seconda  volta  la  santa  Sede. 

CXLI.  Benedetto  VII  venne  elet- 
to prima  de'  21  marzo  975,  e 
morì  a'  io   luglio  984. 

CXLII.  Giovanni  XIV,  creato  ai 
IO  luglio  984,  morì  nel  giugno 
985.^ 

CXLIII.  Giovanni  XV,  eletto  nel 
dicembre  985,  morì  nello  stesso 
mese,  ed  anno,  benché  il  Burlo  gli 
dia  luogo  fra  i  Pontefici,  ed  il  No- 
vaes co'  più  critici  non  lo  conti  per 
tale.  F.  il  Papebrochio  in  Propy- 
laeo,  p.  169;  Antonio  Pagi  Critic. 
in  Baronio  ad  an,  986  n.  ^,  e 
Francesco  Breviar.  Gest.  RR.  PP. 
t.  I,  p.  468. 

CXLIV.  Giovanni  XV,  secondo 
il  Novaes,  detto  XVI  secondo  il  Bu- 
rlo. L' Ughelli,  Italia  sacra,  t.  I, 
p.  i34,  dice  che  questo  Pontefice 
ne'  diplomi  apparisce  col  numero 
di  XV.  Fu  eletto  nel  dicembre  985, 
e  morì   a'  3o  aprile  996. 

CXLV.  Gregorio  V  venne  crea- 
lo Papa  prima  dell'  ultimo  giorno 
di  maggio  del  996,  e  mori  a  l8 
febbraio  del  999. 


CRO 

CXLVI.  Giovanni  XVI,  delto 
XVII,  antipapa,  fu  intruso  nella 
cattedra  di  s.  Pietro,  circa  il  prin- 
cipio di  maggio  997,  contro  il  le- 
gittimo Gregorio  V,  quindi  morì 
miseramente  nel  marzo  del  998. 
Siccome  fece  alcune  costituzioni, 
perchè  queste  non  venissero  con- 
fuse con  Giovanni  veramente  XVII 
tia  i  veri  Papi  di  questo  nome, 
costrinsero  questo  ultimo  ad  adot- 
tarlo, acciocché,  come  osserva  il  Pa- 
pebrochio,  le  bolle  del  pseudo  Pa- 
pa Giovanni  XVI,  non  si  con- 
fondessero con  quelle  del  vero  Pa- 
pa Giovanni  XVI,  se  questo  an- 
cora da  alcuno  si  denominasse  Gio- 
vanni XVI.  Aggiungeremo  che  Sil- 
vestro II,  legittimo  successore  di  Gre- 
gorio V,  al  dire  del  Novaes  tom. 
II,  p.  202  ,  con  saggio  e  prudente 
consiglio  ordinò  che  l' antipapa  Gio- 
vanni XVI  si  annoverasse  tra  i  ro- 
mani Pontefici,  e  così  il  seguente 
Papa  di  tal  nome  avrebbe  pre>o  il 
numero  di  XVII.  Altri  dicono  che 
Giovanni  XVI,  detto  XVII,  così 
venisse  chiamato  secondo  il  costu- 
me introdotto,  che  alcuni  pseudo- 
Pontefici  facciano  numero  tra  i  Pa- 
pi veri. 

CXLYII.  Silvestro  II  fu  eletto 
a'  28  febbraio  del  999,  e  terminò 
i  suoi  giorni  a'  1 2  maggio    100 3. 

CXLVIII.  Giovanni  XVI,  delto 
per  le  premesse  avvertenze  XVII, 
fu  eletto  a' 9  giugno  ioo3,  e  morì 
a'  7  dicembre  del  medesimo    anno, 

CXLIX.  Giovanni  XVIII,  detto 
XIX,  creato  a'  6  dicembre  ioo3, 
cessò  di  vivere  circa  la  fine  di 
maggio    1009. 

CL.  Sergio  IV  venne  consagrato 
vescovo  a'  1 7  giugno  del  1 009,  e 
moli  agli  I  I  ottobre  dello  stesso 
anno.  La  sua  memoria  si  trova  nel 
menologio  benedettino    sulto   li    18 


CTtO 


3-7 


agosto,  come  avverte  il  Mabillon  in 
Indice  ss.  praelermissorum  saecul. 
V.  Benedici,  par.  I. 

GLI.  Benedetto  VIII  venne  elet- 
to dopo  i  17  giugno  del  1012,  in- 
di fu  discacciato  da  Giegorio,  e  tor- 
nato in  E.oma.  Ivi  morì  nel  1024, 
forse  a'  12  luglio. 

Gregorio,  Antipapa  XIX  [Vedi.). 

CLII.  Giovanni  XIX,  detto  XX, 
divenne  Papa  a' 6  giugno  1024,  e 
terminò  sua  vita  nel  io33. 

GLI II.  Benedetto  IX  fu  eletto 
nel  io33  a' 9  dicembre,  come  af- 
ferma il  Papebrochio  nel  Conat. 
Chronìco  histor.  L'  autore  della  vita 
di  questo  Pontefice  presso  il  Lab- 
bé,  nel  t.  II,  de' concil.  col.  1277, 
Edit.  Yenet.,  dice  agli  8  novembre. 
Antonio  Pagi  ad  an.  io33,  n.  V, 
opina,  che  fosse  consagrato  prima 
de'  1 7  novembre,  e  Francesco  Pagi 
nella  vita  del  medesimo  Benedetto 
IX  dice  essere  incerto  in  qual  gior- 
no, e  in  qual  mese  fosse  ordinato. 
JXel  io37,  fu  deposto  a' 29  giu- 
gno, indi  restituito  alla  dignità  nel 
io38;  ma  essendo  stato  cacciato  il 
primo  maggio  1044?  ^  reintegrato 
di  nuovo  dopo  quattro  mesi,  li- 
nunziò  per  interesse  il  pontificato 
a  Gregorio  VI,  come  narra  Er- 
manno Gontratto  in  Chron.  ad  an. 
1044?  appresso  Canisio  ,  Antiq. 
lect.  t.  Ili,  p.  267.  Dopo  Clemente 
II  occupò  Benedetto  IX  per  la  ter- 
za volta  la  sede,  e  poscia  dicono , 
che  rinunziando  definitivamente  il 
pontificato,  facesse  penitenza,  e  mo- 
risse nell'abbazia  di   Grottaferrata. 

CLIV.  Silvestro  III  antipapa  si 
intruse  nel  1 044»  nas  dopo  tre  gior- 
ni fu  scacciato,  e  ritornò  alla  sede 
Benedetto  IX.  In  questo  tempo  i  Ire 
Pontefici  Benedetto  IX,  l'antipapa  Sil- 
vestro III,  e  Gregorio  VI,  ottennero 
simoniacamcute   il  pontificato,  come 


328 


COR 


lo  attestano  gli  scrittori  contempora- 
nei. Tuttavolta  osserva  il  Pagi  nella 
critica  al  Baronie,  che  Benedetto 
IX,  e  Gregorio  VI  furono  legittimi 
Pontefici,  perchè  per  tali  li  riconob- 
be la  Chiesa  universale,  benché  sa- 
crilegamente avessero  ottenuto  il 
pontificato.  Il  solo  Silvestro  III  fu 
da  tutti  riputato  antipapa,  ed  in- 
vasore della  cattedra  di  s.  Pietro, 
giacché  come  tale  lo  riconobbe  la 
Chiesa. 

CLV.  Gregorio  VI  ebbe  per 
danaro  da  Benedetto  IX  il  pontifi- 
cato nel  io44>  come  afferma  Leo- 
ne Ostiense,  lib.  2  Chronic.  Casin. 
e.  79  ;  e  Vittore  III  lib.  3  Dialo- 
gor.  in  Bihliotheca  Palriim,  tom. 
XVIII,  p.  853.  Rinunziò  sponta- 
neamente nel  1046,  e  morì  in  con- 
cetto di  virtù.  Nondimeno  venne  ri- 
conosciuto, e  contato  fra  i  Pontefi- 
ci, anche  perchè  s.  Gregorio  VII 
suo  discepolo  col  chiamarsi  VII,  e 
non  VI,  approvò  in  certo  modo  il 
pontificato  di  lui,  che  il  Papebro- 
chioj  e  il  Becchetti  riconoscono  per 
legittimo. 

CLVI.  Clemente  II,  eletto  a'  2  i 
dicembre  1 046,  morì  a'  9  ottobre 
dell'  anno  seguente. 

CLVII.  Damaso  II,  creato  a'  17 
luglio  1048,  finì  di  vivere  agli  8 
agosto  del  medesimo  anno. 

CLVIII.  S.  Leone  IX,  eletto  ai 
1  febbraio  io49,  morì  a' 19  aprile 
io54- 

CLIX.  Vittore  II,  eletto  ai  i3 
aprile  io55,  morì  a'  28  luglio 
io5i7. 

CLX.  Stefano  IX,  detto  X,  crea- 
to  a' 2  agosto  io57,  morì  ai  29 
marzo  io58.  Il  suo  nome  si  trova 
in  molti  martirologi  col  titolo  di 
santo. 

CLXI.  Benedetto  X,  antipapa,  u- 
surpò    il    pontificato    a'  3o    marzo 


COR 
io58;  quindi  fu  deposto  nel  genna- 
io   io5g.    Con  una    bellissima    dis- 
sertazione, corredata    di  vasta    eru- 
dizione, e    intitolata    Apologia    del 
pontificato  di  Benedetto  X,  la  quale 
fu    inserita    dal    p.    Zaccaria    nella 
sua  Letteratura  stranieraj    t.  I,    p. 
161,  e  seg.,  procurò  monsignor  Bor- 
gia poi  Cardinale    di    mostrare    le- 
gittimo il  pontificato   di    Benedetto 
X.  Il  Novaes  non  sembra  essere  di 
tale  opinione,  benché  il  Burio  pon- 
ga Benedetto  X  nella   serie    de'  le- 
gittimi Pontefici,  essendo  sentimento 
comune  di  tutti  i  critici  di  riputar- 
lo vero  antipapa.  Non    ostante    gli 
si  dà  il  nome  di  Benedetto  X,  per- 
chè il  Benedetto,  che,  nel   i3o3,  fu 
canonicamente  eletto,  volle  chiamar- 
si Benedetto  IX,  e  perciò    sono    in 
pieno    errore    coloro,    che    credono 
Leone  VIII  suddetto  legittimo  Pon- 
tefice, perchè  s.  Leone  IX,  il  quale 
poi  ascese  al  pontificato,  volle  chia- 
marsi Leone  IX,  e  non    VIII.    Un 
simile  caso  superiormente  si  osservò 
parlandosi  di  Giovanni    XVI    anti- 
papa. 

CLXII,  Nicolò  II,  eletto  ai  28 
dicembre,  non  a'  3,  del  io58,  mo- 
rì a' 22  luglio  1061.  J^.  il  Pape- 
brochio  in   Propylaeo  pag.    igS. 

CLXI  II.  Alessandro  II  venne 
creato  il  primo  ottobre  1061  ,  e 
morì  a' 21  api'ile  loyS.  Il  Pagi,  in 
Fit.  Alex.  Brev.  RR.  tom.  I,  nel 
descrivere  i  miracoli  che  fece  in 
virtù  di  Dio,  si  meraviglia  come  il 
suo  nome  non  sia  registrato  nel 
martirologio.  Però  la  immagine  di 
lui,  dipinta  nell'  oratorio  di  s.  Ni- 
colò dell'antico  patriarchio  latera- 
nense,  edificato  da  Calisto  II,  e  re- 
staurato da  Anastasio  IV,  avea  in- 
torno alla  testa  il  diadema  o  co- 
rona rotonda,  argomento  della  san- 
tità, e  culto  ecclesiastico,  come  di- 


CRO 
mostra  il  Lambeilini,  De   Can.  ss. 
lib.   I,  cap.  4^5  ^-  ^2  >    ove    tratta 
della  santità  di  questo  Pontefice. 

Onorio  II,  Antipapa  XXII  (Ve- 
di). 

CLXIV.  S.  Gregorio  VII,  eletto 
a' 22  aprile  107 3,  mori  a' 25  mag- 
gio  io85. 

Clemente  III^  Antipapa  XXIII 
{Fedi). 

CLXV.  Vittore  III,  eletto  ai  24 
maggio  1 086,  termino  di  vivere  ai 
16  settembre  1087.  Il  suo  nome 
si  legge  nel  menologio  benedettino 
sotto  i  16  settembre  col  titolo  di 
beato,  e  Benedetto  XII  accordò  ai 
monaci  di  Montecassino  1'  uffizio  di 
rito  doppio  in  tal  giorno. 

CLXVI.  Urbano  II,  creato  e 
cousagrato  a' 12  marzo  1088,  cessò 
di  vivere  a' 29  luglio  1099.  Il  no- 
me di  lui  trovasi  in  parecchi  mar- 
tirologi col  titolo  di  beato,  come 
osserva  il  Lambertini,  De  serv.  Dei 
Beat.  lib.  I,  cap.   ^i,  n.  i5. 

CLXVII.  Pasquale;]!,  a' 1 3  ago- 
sto 1099,  fu  sublimato  alla  catte- 
dia  apostolica,  e  morì  ai  2 1  gen- 
naio II  18.  Il  Bucellino  gli  dà  il 
titolo  di  beato  nel  menologio  be- 
nedettino a' 18  gennaio,  e  nel  sud- 
detto oratorio  di  s.  Nicolò  la  sua 
immagine  avea  la  corona. 

Alberto,  Antipapa  XXI V [Fedi). 

Teodorico,  Antipapa  XXV  (Ve- 
di). 

IMaignulfo,  Antipapa  XXVI  (Ve- 
di). 

CLXVIII.  Gelasio  II,  eletto  ai 
25  gennaio  11 18,  morì  a' 29  gen- 
naio II 19.  Il  suo  nome  trovasi  in 
diversi  martirologi  col  titolo  di  san- 
to. V.  Bollando  29  januar.  p.  916. 
La  sua  effigie  venne  dipinta  nel  so- 
praddetto oratorio  di  s.  Nicolò,  e 
nella  chiesa  di  Monte  Cassino  col 
diadema  rotondo. 


CRO  329 

Gregorio  VIII,  Antipapa  XXVII 
{Vedi). 

CLXIX.  Calisto  II,  eletto  il  pri- 
mo febbraio  1 1 1 9,  mori  ai  1 3  di- 
cembre I  1 24;  ed  il  suo  nome  è  re- 
gistrato nel  martirologio  di  Saussay. 

CLXX.  Onorio  II,  creato  ai  2 1 
dicembre  11 24,  lasciò  di  vivere  ai 
i4  febbraio   i  i3o. 

CLXXI.  Innocenzo  II,  eletto  ai  1 5 
febbraio  1  i3o,  mori  a' 24  settembre 
1143. 

Anacleto  II,  Antipapa  XXVIII 
{Vedi). 

Vittore  III,  detto    IV,  Antipapa 

XXIX  {Vedi). 

CLXXII.  Celestino  II  fu  eletto, 
e  consagrato  a'  26  settembre  1 143, 
e  morì  a' 9  marzo    ii44- 

CLXXII  I.  Lucio  II,  creato  a' 12 
marzo  11 44?  naorì  a' 25  febbraio 
1 1 45. 

CLXXIV.  Eugenio  IH,  eletto  ai 
26  o  27  febbraio  11 4^5  morì  nel- 
la notte  tra  li  7  e  li  8  luglio 
1x53.  Pei  miracoli,  che  Dio  operò 
al  suo  sepolcro,  il  suo  nome  si  tro- 
va ne'  calendarii  cistcrciensi,  come 
dice  il  Papebrochio  iu  Propylaeo, 
pag.   22,  n.   7. 

CLXXV  Anastasio IV,  eletto  ai  9 
luglio  1 1 53, morì  a'2  dicembrei  i54. 

CLXXVI.  Adriano  IV,  ai  3  di- 
cembre Il 54,  salì  sul  trono  ponti- 
ficio, e  terminò  i  suoi  giorni  il  pri- 
mo settembre   1 1 59. 

CLXXVII.  Alessandro  III,  ai  4 
settembre  1 159,  fu  creato,  e  morì 
a   3o  agosto   1 18  i. 

Vittore    IV,  detto    V,  Antipapa 

XXX  (Vedi). 

Pasquale  III,  Antipapa  XXXI 
{Vedi). 

Calisto  111,  Antipapa  XXXII 
(Vedi). 

Nichinla,  Antipapa.  V.  tale  ar- 
ticolo. 


33o  CRO 

Innocenzo  III,  Antipapa  XXXIII 
{Vedi). 

CLXXVIII.  Lucio  III,  eletto  il 
di  primo  ottobre  1181,  morì  a'^i 
novembre  dell'anno  11 85.  Il  Pa- 
pebrochio  però  in  Propylaeo,  par.  2, 
pag.  -28,  dice  che  fu  creato  a'  29 
agosto. 

CLXXIX.  Urbano  III,  creato  ai 
25  novembre  11 85,  mori  ai  19 
ottobre  1187,  Il  Papebrochio  loc. 
cit.  pospone  vm  giorno  all'  elezione 
e  alla  morte,  dicendo  che  fu  eletto 
a'  26  novembre,  è  morto  a'  20  ot- 
tobre. 

CLXXX.  Gregorio  VIII  venne 
elevato  alla  cattedra  apostolica,  ai 
20,  o  21  ottobre  1187,  e  mori 
a'  17  dicembre    del    medesimo    aa- 

DO. 

CLXXXI.  Clemente  III,  creato 
a'  19  dicembre  1187,  a' 29  marzo 
1191  morì.  Il  Papebrochio  però  di- 
ce, che  la  sua  morte  avvenne  a'  5 
aprile. 

CLXXXII.  Celestino  III,  eletto 
a'  3o  marzo  1191,  morì  agli  8 
gennaio  1 198.  Il  Papebrochio  lo  di- 
ce crealo  a'  1 2   aprile. 

CLXXXIII.  Innocenzo  III,  eletto 
agli  8  gennaio  1 1 98,  morì  ai  1 6 
luglio    12 16. 

CLXXXIV.  Onorio  III  venne 
creato  a' 18  luglio  1216,  e  morì 
a'  18   marzo    1227. 

Bartolommeo  Antipapa.  V.  tale 
articolo. 

CLXXX V.  Gregorio  IX  venne 
eletto  a'  19  marzo  1227,  e  termi- 
nò i  suoi  giorni  a' 21  agosto  dell'an- 
no  1241. 

CLXXXVI.  Celestino  IV,  crealo 
a' 22  settembre  1241,  morì  agli  8 
ottobre  di  detto  anno. 

CLXXXVII.  Innocenzo  IV, crea- 
lo a' 24  giugno    1243,    morì    a' 7 


CRO 

dicembre  1254.  Neil' Iscrizione  se- 
polcrale si  legge,  che  sia  morto  ai 
i3  giorno  di  s.  Lucia,  sebbene  il 
giorno  7  debba  ritenersi  per  più 
vero,  perchè  detto  dal  suo  succes- 
sore Alessandro  IV,  presso  il  Ri- 
naldi all'anno    i254,  num.  69. 

CLXXX VIII.  Alessandro IV, crea- 
to ai  12  dicembre  12 54,  morì  ai 
25  maggio    1261. 

CLXXXIX.  Urbano  IV,  eletto  ai 
29  agosto  126 1,  morì  a'  2  ottobre 
1264. 

CXC.  Clemente  IV,  creato  ai  5 
febbraio  i265,  morì  a' 29  novem- 
bre  1 268. 

CXCI.  B.  Gregorio  X  fu  eletto 
il  primo  settembre  1271,6  terminò 
i  suoi  giorni  a'  io  gennaio  dell'an- 
no  1276. 

CXCII.  Innocenzo  V,  eletto  ai  2  t 
gennaio  1276,  morì  a'  22  giugno  di 
detto   anno. 

CXCIII.  Adriano  V  fu  creato  ai 
IO  luglio  1276,  e  morì  nel  mede- 
simo anno  ai    18  agosto. 

CXCIV.  Gregorio  XI,  secondo 
alcuni,  fu  eletto  a'5  settembre  1276, 
e  morì  nel  giorno  seguente.  I  cri- 
tici non  lo  contano  tra  i  Pontefici, 
né  gli  scrittori  francescani  ne  fecero 
menzione  prima  del    1628. 

CXCV.  Giovanni  XX,  detto  XXI, 
fu  eletto  a' i5  settembre  1276,  ed 
è  morto  a'  16  maggio,  sebbene  al- 
cuni dicano  ai  i5  maggio  del 
1277. 

CXC  VI.  Nicolò  III,  creato  ai  2  5 
novembre  1277,  morì  a' 22  agosto 
1280. 

CXCVII.  Martino  IV,  eletto  ai 
21  febbraio  1281,  morì  ai  28 
venendo  i   29  marzo    i285. 

CXCVIII.  Onorio  IV  fu  creato 
ai  2  aprile  i285,  e  morì  a' 3  a- 
prile   1287. 


CRO 
CXCIX.    Nicolò    IV,    elevato    al 
pontificato    a' 2 1     febbraio     1288, 
cessò  di  \ivere  ai  4  ap'ile    1292. 

ce.  S.  Celestino  V,  eletto  ai  5 
luglio  1294,  solennemente  rinun- 
ziò il  pontificato  a'  1 3  dicembre  del 
medesimo  anno,  e  mori  a' 19  mag- 
gio  1296. 

CCI.  Bonifacio  Vili,  elevato  al- 
la cattedra  di  s.  Pietro  a'  24  di- 
cembre 1294,  morì  agli  11  otto- 
bre i3o3. 

CCII.  B.  Benedetto  XI,  eletto 
a' 22  ottobre  i3o3,  mori  a' 5  lu- 
glio  1 804. 

ceni.  Clemente  V,  creato  a'  5 
giugno  i3o5,  terminò  di  vivere  ai 
20  aprile   i3i4- 

CCIV.  Giovanni  XXI,  detto  XXII, 
eletto  a' 7  agosto  i3i6,  mori  a' 4 
dicembre   i334. 

iVicolò  V,  Antipapa  XXXIf 
{Fedi). 

CCV.  B.  Benedetto  XII,  eletto 
a' 20  dicembre  i334,  morì  a' 25 
aprile    i  342. 

ce  VI.  Clemente  VI  fu  creato 
a' 7  maggio  i342,  e  lasciò  di  vi- 
vere a' 6  dicembre   i352. 

CCVII.  Iimoceuzo  VI,  eletto  ai 
18  dicembre  i352,  morì  a' i  2  set- 
tembre   i362. 

CGVIII.  Urbano  V,  creato  ai 
28  ottobre  i362,  morì  a'  1 9  di- 
cembre 1370,  o  forse  ai  19  venen- 
do il   20. 

CCIX.  Gregorio  XI,  sublimato 
al  pontificato  a' 3o  dicembre  1370, 
morì  8*27  venendo  i  28  marzo 
1378. 

CCX.  Urbano  VI,  eletto  agli  8 
ovvero  a' 9  aprile  1378,  passò  agli 
eterni  l'iposi  a'  i5  ottobre  dell'aimo 
1389. 

Clemente  VII,  Antipapa  AAAT^ 
Fedi, 


CRO  33x 

CCXI.  Bonifacio  IX,  eletto  a'  2 
novembre  iSSg,  morì  nel  primo 
ottobre    i4'^4- 

Benedetto  XIII,  Anlip.  XXXVI 
[Fedi). 

CCXII.  Innocenzo  VII,  eletto 
a' 17  ottobre  i4o4>  morì  a' 6  no- 
vembre  i4o6. 

CCXIII.  Gregorio  XII  fu  creato 
il  primo  dicembre  i4o6.  Antonio 
di  Pietro,  citato  nel  Diario  Cae- 
remonìar.  par.  I,  tit.  Ili,  p.  366, 
dice  che  venne  eletto  a'  3o  novem- 
bre, e  così  afferma  Teodorico  di 
ÌNiemo,  che  vi  era  presente;  e  nel 
giorno  seguente  fu  pubblicato.  Ai 
5  di  giugno  14095  nella  sessione 
XV  del  concilio,  o  conciliabolo  di 
Pisa,  venne  deposto;  a' i4  luglio 
i\\5  nella  sessione  XIV  del  con- 
cilio di  Costanza,  spontaneamente 
rinunziò  il  pontificato,  e  morì  ai 
4  luglio  1417-  Altri  dicono  a' 1 7 
giugno ,  altri  a'  7  settembre,  ed  al- 
tri a'  1 8  ottobre. 

CCXIV.  Alessandro  V,  eletto 
nel  detto  concilio  a'  26  giugno 
1409,  morì  la  notte  de' 3,  venen- 
do i   4  J^^oS'O    i4io. 

CCXV.  Giovanni  XXII,  detto 
XXIII,  eletto  a'  17  maggio  i4io, 
fu  deposto  nella  sessione  XII  del 
concilio  di  Costanza,  a' 29  maggio 
i4i5,  e  morì  a' 22  dicembre  del- 
l'anno   i4'9- 

CCXVl.  Martino  V,  eletto  nella 
XLI  sessione  del  concilio  di  To- 
stanza  (  T  edi)  agli  1 1  novembre 
1417?  morì  a'  19  venendo  i  20 
febbraio    i43i. 

Clemente  Vili,  Antipapa  XXXFII 
{Fedi). 

Benedetto  XIV,  Antip.  XXXFJII 
{Fedi). 

CCXVII.  Eugenio  IV  venne 
crealo  a' 3  marz-o   i4^'>    e  ^^^  ^^ 


333  CRO 

spirito   al    Creatore    a' 2  3    febbraio 

1447. 

Felice  V  ,  Antipapa  XXXIX 
[Vedi). 

CCXVIIT.  Nicolò  V,  eletto  a  26 
marzo  i447j  ^^ovi  a' 24,  o  nella 
notte  di  tal  giorno  del  mese  di 
maiTio   I  ^'^5. 

CCXIX.  Calisto  III,  eletto  agli  8 
aprile   1455,  morìa' 6  agosto  i458. 

CCXX.  Pio  II  fu  creato  a'  19, 
o  ai  20  agosto  del  i458,  e  finì  di 
vivere  a'  i4  agosto  i464-  Non  sono 
per  altro  esatte  intorno  a  ciò  le 
date  riportate  dal  Platina,  e  dal 
Ciacconio. 

CCXXI.  Paolo  II  fu  eletto  a'3o 
agosto  i4^4)  6  morì  la  notte  del 
25   venendo  il   26  luglio    i^Ji. 

CCXXII.  Sisto  IV  venne  creato 
a' 9  agosto  u'i-?'?  '^o^  a'  io;  morì 
a'  i3  agosto  i484-  Non  è  vero, 
che  morisse  ai  12,  come  vuole  il 
Panvinio. 

CCXXIII.  Innocenzo  VIII,  eletto 
a' 29  agosto  1484?  terminò  di  vi- 
vere la  notte  dei  25,  venendo  i  26 
luglio   1492- 

CCXXIV.  Alessandro  VI,  creato 
agli  II  agosto  1492,  morì  a' 18 
agosto  i5o3.  Il  Venuti  dice,  che 
Alessandro  VI  fu  eletto  a'  9  ago- 
sto, e  morì  a'  1 9  di  tal  mese.  Mol- 
ti dicono ,  che  venne  eletto  a'  3o 
luglio. 

CXXV.  Pio  III,  eletto  a' 2 2  set- 
tembre i5o3,  lasciò  di  vivere  a'  18 
ottobre  dello  stesso  anno. 

CCXXVI.  Giulio  II,  creato  nella 
notte  dell'ultimo  di  ottobre,  ve- 
nendo il  primo  novembre  i5o3, 
moi'ì  nella  notte  dei  20 ,  venendo 
il   21   febbraio    i5i3. 

CCXXVir.  Leone  X,  eletto  agli 
II  marzo  i5i3,  morì  nella  notte 
del  primo  al  2  dicembre   i52i. 


CRO 

CCXXVIII.  Adriano  VI  saPi  sul 
pontificio  soglio  a'  9  gennaio  i522, 
e  passò  a  miglior  vita  a'  i4  set- 
tembre  i52  3. 

CCXXIX.  Clemente  VII,  eletto 
a' 18  novembre  i523,  e  pubblica- 
to nel  dì  seguente,  rese  il  suo  spi- 
rito a  Dio  a'  25  settembre  i534. 
Neil'  iscrizione  sepolcrale  si  legge  , 
cioè  in  quella  riportata  nelle  aggiun- 
te al  Ciacconio,  che  morisse  a'  26 
settembre.  Il  Costanzi,  nelle  note 
alla  vita  del  Sadoleto,  scrive  che 
Clemente  VII  morì  a'  2  ottobre. 
Ma  Biagio  di  Cesena,  maestro  delle 
cerimonie,  dice  a'  25  settembre. 

CCXXX.  Paolo  III,  eletto  a'i3 
ottobre  i534,  morì  a'  io  novem- 
bre  1 549. 

CCXXXI.  Giulio  III  fu  creato 
a'  7  febbraio  1 55o,  ad  ore  tre  di 
notte,  come  dicono  gli  atti  concisto- 
riali, e  rese  il  suo  spirito  al  Crea- 
tore a' 2  3  marzo   i555. 

CCXXXII.  Marcello  II,  a' 9  a- 
prile  1 555,  venne  creato;  e  morì 
il  primo  maggio  di  detto  anno. 

CCXXXIII.  Paolo  IV,  a' 23  mag- 
gio i555,  fu  innalzato  al  pontifica- 
lo, e  morì  a'  18  agosto  1559.  Nel- 
l'iscrizione però  sepolcrale,  ripor- 
tata dall' Oldoini  nelle  giunte  del 
Ciacconio,  t.  Ili,  col.  834,  si  legge 
essere  morto  a'  1 5  agosto ,  di  ve- 
nerdì, e  ad  ore  vcntuna. 

CCXXXIV.  Pio  IV,  eletto  a  sette 
ore  della  notte  del  26  dicembre 
1 559 ,  moi'ì  la  notte  de'  9  venen- 
do i   io  dicembre    i565. 

CCXXXV.  S.  Pio  V  fu  creato 
a'  7  gennaio  1 5^Qt ,  e  passò  a  go- 
dere il  paradiso  il  primo  di  mag- 
gio  1572. 

CCXXXVI.  Gregorio  XIII,  a'  1 3 
maggio  1572,  venne  elevato  al  pon- 
tificato, e  morì  a'  io  aprile    i585. 


CRO 

CCXXXVII.  Sisto  V  fu  eletto 
a'  24  aprile  i585jemon  a'27  ago- 
sto i5go,  secondo  la  maggior  paia- 
te degli  scrittori.  A'  24  però  dice 
il  p.  Tempesti  nella  Vita  di  Sisto 
F,  t.  II,  lib.  XX,  p.  317,  appog- 
giato ad  una  relazione  scritta  il 
primo  settembre,  esistente  nel  co- 
dice Vallicellano  1.  n.   Sg,  f.  92. 

CCXXXVIII.  Urbano  VII,  elet- 
to a'  i5  settembre  1590,  morì  ai 
27  di  detto  mese  ed  anno. 

CCXXXIX.  Gregorio  XIV,  crea- 
to a' 5  dicembre  iSgo,  morì  nella 
notte  precedente  ai  i5  ottobre  del- 
l'anno   i5gi. 

CCXL.  Innocenzo  IX ,  eletto  ai 
29  ottobre  1591,  morì  ai  3o  di- 
cembre 1591.  Nel  Bollano  Vatic, 
t.  III,  p.  181  si  legge,  a' 29  di- 
cembre ,  e  così  dicono  molti  altri 
scrittori  :  1'  una  e  1'  altra  opinione 
può  sostenersi,  essendo  egli  morto 
nella  notte  avanzata  dei  29,  venen- 
do i  So. 

CCXLl.  Clemente  Vili,  subli- 
mato alla  cattedra  di  s.  Pietro  ad 
ore  19  del  So  gennaio  i5^92,  mo- 
rì ai  3  marzo  i6o5  a  cinque  ore 
di  notte. 

CCXLII.  Leone  XI,  eletto  il  pri- 
mo di  aprile  i6o5,  morì  a'  27  di 
detto  mese  ed  anno. 

CCXLIII.  Paolo  V  fu  creato 
nella  sera  de'  1 6  maggio  1 6o5 ,  e 
rese  il  suo  spirito  al  Creatore  ai 
28  gennaio    1621. 

CCXLIV.  Gregorio  XV  venne 
eletto  ai  9  febbraio  1621,  o,  se- 
condo una  relazione  mss.  del  Ma- 
scardi, la  sera  dei  6,  e  fu  confer- 
mato nella  seguente  mattina  :  morì 
agli  8  luglio    1623. 

CCXLV.  Urbano  Vili,  eletto  ai 
6  agosto  1623^  morì  ai  29  luglio 
1644. 


CRO  333 

CCXLVI.  Innocenzo  X  fu  crea- 
to ai  16  settembi-e  i644>  e  mori 
ai  7  gennaio   i655. 

CCXLVII.  Alessandro  VII,  in- 
nalzato al  pontificato  ai  7  aprile 
i655,  morì  ai  1  maggio  dell'anno 
1667. 

CCXLVIII.  Clemente  IX,  eletto 
ai  20  giugno  1667,  passò  agli  eter- 
ni riposi  nella  notte  de'  9  dicem- 
bre  1 669. 

CCXLIX.  Clemente  X^  creato  ai 
29  api'ile  1670,  terminò  i  suoi  gior- 
ni ai  22  luglio   1676. 

CCL.  Innocenzo  XI,  eletto  ai  2 1 
settembre  1676,  morì  santamente 
ai    12  agosto    1689. 

CCLI.  Alessandro  VIII,  creato 
ai  6  ottobre  1689,  morì  il  primo 
febbraio    1 69 1 . 

CCLIl.  Innocenzo  XII,  eletto  ai 
12  luglio  1691,  cessò  di  vivere  ai 
27   settembre    1700. 

CCLIII.  Clemente  XI,  creato  ai 
23  novembre  1700,  morì  ai  19 
marzo    1721. 

CCLIV.  Innocenzo  XIII ,  eletto 
agli  8  maggio  1721,  terminò  di 
vivere  ai  7   marzo    1724. 

CCLV.  Benedetto  XIII  fu  crea- 
to ai  29  maggio  1724,  e  morì  ai 
21   febbraio    1730. 

CCLVI.  Clemente  XII,  eletto  ai 
12  luglio  lySo,  finì  di  vivere  ai 
6  febbraio   1740- 

CCLVII.  Benedetto  XIV,  ai  17 
agosto  1740  fu  sublimato  alla  cat- 
tedra apostolica,  e  morì  ai  3  mag- 
gio   1758. 

CCLVIII.  Clemente  XIII,  ai  6 
luglio  1758  fu  eletto,  e  morì  nel- 
la notte  venendo  li  i3  febbraio 
1769. 

CCLIX.  Clemente  XIV,  eletto 
ai  19  maggio  1769,  morì  ai  22 
settembre    1774- 


<:_  w  v^  vj    ( 


334  CRO 

CCLX.  Pio  VI,  eletto  ai  \5  feb- 
braio 1775,  terminò  di  vivere  nel- 
la notte  de' 28  venendo  il  29  ago- 
sto   i7q9. 

CCLXI.  Pio  VII,  creato  ai  i4 
marzo  1800,  ovvero  ai  i3,  morì 
ai  20  agosto   1823. 

CCLXII.  Leone   XII,    eletto    ai 


CRO 

28  settembre  1823,  terminò  di  vi- 
vere ai    IO  febbraio    1829. 

CCLXIII.  Pio  Vili,  creato  ai 
3i  marzo  1829,  rese  lo  spirito  a 
Dio  ai   3o  novembre   i83o. 

CCLXIV.  Gregorio  XVI  fu  e- 
saltato  al  pontificato  ai  2  febbraio 
i83i,  ed  è  felicemente  regnante. 


UNE    DEL     VOLUME    DECIIMOITAVO  (J 


BX  841  .n67  1840 

sncR 

Moroni ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)